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NON ROMPIAMO IL POLO (MUSEALE)

L’Amministrazione dei beni culturali ha ancora la febbre. La sindrome convulsiva e sussultoria con effetti di disarticolazione e spezzettamento appare tutt’altro che conclusa. Prendiamo il caso della Soprintendenza speciale al Polo museale fiorentino. La “corazzata musei” (una ventina di istituti, dagli Uffizi alle Ville Medicee, cinque milioni di visitatori ogni anno, incassi che sfiorano i venti milioni fra biglietterie e proventi ex legge Ronchey) ha mollato gli ormeggi e naviga verso il suo destino. Anche se il regolamento non c’è ancora, anche se lo strappo è stato doloroso perché dalla separazione fra musei e territorio esce seriamente vulnerato il principio della unitarietà della tutela, tuttavia l’operazione era utile e necessaria. Andava fatta ed è stata fatta. Bisogna dare atto a Giuliano Urbani di avere onorato gli impegni.

Le quattro Soprintendenze speciali italiane (Firenze, Roma, Napoli e Venezia più Roma archeologica) adesso esistono, sono ormai definite nelle loro competenze istituzionali e buon senso farebbe sperare che nessuno ne mettesse più in discussione né il ruolo né le competenze. Invece non è così. Un documento recente della Regione Toscana propone al ministro di discutere le procedure di trasferimento dallo Stato agli Enti locali per una serie di musei e monumenti raccolti sotto l’epigrafe del Polo fiorentino. Dovrebbero passare ai Comuni, fra gli altri, il Museo nazionale del Bargello, il Museo delle Cappelle Medicee, le ville della Corona dislocate nel territorio, il Giardino di Boboli. Per fortuna niente è ancora deciso.

Occorrerà spiegare e spiegheremo con tutta la pazienza di questo mondo che sì, le ville medicee di Poggio a Caiano, della Petraia, di Castello, di Cerreto Guidi possono anche far comodo ai sindaci per i loro festival e le loro sagre, ma che esse costituiscono un tutt’uno inscindibile, storico e collezionistico, con Palazzo Pitti. Così che sarebbe criminale separarne la gestione. Spiegheremo che il Bargello non è un museo civico. E’ nato come museo nazionale, è il Victoria and Albert italiano, è la più importante raccolta del Paese per la scultura e per le arti minori, è l’equivalente, in quel settore, degli Uffizi. Spiegheremo anche che Boboli non è un parco pubblico ma il giardino all’italiana più antico e più prezioso d’Europa e che le Cappelle medicee sono il sepolcreto monumentale dei granduchi i quali abitavano a Pitti da vivi e finivano nel mausoleo dei principi da morti. Come si fa a separare Boboli che passerebbe al Comune dalla Reggia di Pitti che rimarrebbe statale? E come si può pensare di affidare a due amministrazioni diverse il Palazzo dei granduchi e le tombe (divenute museo) dei granduchi medesimi? Anche il Museo delle porcellane andrebbe al Comune di Firenze dimenticando che quella raccolta è un pezzo del Museo degli argenti; museo quest’ultimo destinato a rimanere statale insieme agli altri di Pitti, secondo le proposte della stessa Regione.

Insomma il disordine è grande e gli esiti possono riuscire molto pericolosi, addirittura devastanti. Se si muove così la Toscana che nel settore del Beni Culturali ha un ruolo di capofila per tradizione e per delega, come si comporteranno le altre? Oggi si fa una gran confusione fra tutela, gestione e valorizzazione. Nel supermarket dei Beni culturali gli Enti locali hanno deciso di scegliere quello che fa loro più comodo. Coniugando tutela (dello Stato?) gestione e valorizzazione (della Regione) e mettendoci in più i soldi di ipotetici privati, c’è chi pensa, in perfetta buona fede, di riuscire a prendere due o più piccioni con una sola fava. Attenzione però (diceva parecchi anni fa Giulio Carlo Argan trattando di questi argomenti) attenzione … c’è il rischio che il piccione della cultura finisca arrosto e a noi restano le fave.

Autore: Antonio Paolucci

Fonte:Il Sole – 24 Ore del 27 ottobre 2002

Un luogo per conoscersi non solo per informarsi

Il museo è per lo più autocelebrativo. I committenti fanno erigere edifici che diventano una specie di ‘marchio di fabbrica’. «Le persone costruiscono musei per i motivi più diversi, perché sono magici, perché creano posti di lavoro, ma soprattutto perché rafforzano l’ego dei committenti» dice Deyan Sudjic, che, curatore della Biennale di architettura ha dedicato ampio spazio a questo tema.

Tra i lavori più interessanti dei prossimi anni, il critico annovera l’ampliamento del Moma a New York fatto da Yoshio Taniguchi, un museo d’arte a Graz, disegnato da Peter Cook e Fournier, un museo sull’immigrazione, dal forte valore simbolico, progettato da Fernando Romero, un giovane architetto messicano. Sono tutte realtà che vedremo alla luce fra qualche anno. Ma che cosa rappresentano, oggi, i musei? Lo abbiamo chiesto all’architetto Nikos Georgiadis dello studio Anamorphosis che ha progettato il Museo del Mondo Ellenico ad Atene, un progetto che è stato esposto alla Biennale di Venezia.

Sono cambiati i musei negli ultimi anni?

«Moltissimo. Sono diventati istituzioni prestigiose finanziate in modo diretto o indiretto dal settore privato. Il più delle volte sono edifici simbolo del potere del proprietario o rappresentazioni dello stile dell’architetto che li realizza».

Ci sono delle caratteristiche comuni fra i musei della nuova generazione?

«In genere questi edificisimbolo non instaurano un legame fra gli oggetti che espongono che sono trattati individualmente, senza nessuna relazione gli uni con gli altri. La maggior parte dei nuovi musei è ancora legata alla vecchia idea di ‘collezione’ per cui gli oggetti in mostra vengono esposti e collegati tra loro secondo il gusto di chi cura l’esposizione».

Quindi?

«In realtà oggi si sente sempre più la necessità di creare piccoli musei strettamente correlati alla cultura locale, alle attività tradizionali di un luogo. Oppure piccoli musei archeologici, lontani dalla città, posizionati in aree rurali o in piccoli centri urbani».

Come cambieranno i musei nei prossimi anni?

«Molti musei tendono a privatizzare lo spazio urbano. Volendo usare toni più ottimistici direi che l’evoluzione dei musei passa attraverso il fatto che devono togliersi la veste istituzionale, di emblema culturale, e ritornare ad essere un manufatto urbano che fa parte dello spazio cittadino. Riscuotono molto successo, come spazio per i musei, i vecchi edifici industriali proprio perché con il passare degli anni la loro struttura è diventata parte integrante della cultura e della storia pubblica».

Dunque, quale dovrebbe essere il ruolo del museo?

«Il museo non rappresenta solo un luogo di incontro, ma deve riflettere il contesto e la storia del luogo. Deve produrre nuovi concetti spaziali che riguardano non solo il suo contenuto, ma l’ambiente esterno. Oggi i musei vivono una situazione di sofferenza il che crea disinteresse nella gente che non ha più voglia di vedere, di imparare. Le persone, in realtà, hanno bisogno di capire l’importanza di riappropriarsi dello spazio come condizione fondamentale per vivere l’esperienza museale che va al di là della mera curiosità visiva».

L’avvento della realtà virtuale e delle tecnologie digitali ha influenzato in qualche modo i musei?

«Spesso l’idea di incorporare la realtà virtuale o strutture tecnologiche sofisticate all’interno di un museo ha prodotto edifici che operano più come un sofisticato centro di informazioni piuttosto che come istituzioni che trasmettono conoscenza. A questo proposito vorrei sottolineare il fatto che acquisire informazioni è un processo totalmente diverso da quello educativo e conoscitivo che dovrebbe avvenire in un museo. I siti archeologici, per esempio, sono i migliori musei perché fanno entrare il pubblico nello spazio reale».

Cosa ne pensa dei progetti museali che sono stati esposti alla Biennale di Venezia?

«Molti progetti mostrano una buona dialettica con lo spazio. Ma alcuni famosi architetti insistono a ripetere se stessi realizzando edifici che sono celebrativi del proprio stile».

C’è qualche museo che considera simbolico dell’età contemporanea?

«Non si dovrebbe guardare al futuro senza considerare la relazione con il passato. In un certo senso il museo più ‘contemporaneo’ è quello che ha a che fare col passato. Prendiamo, per esempio, il museo in costruzione dell’Acropoli di Atene che dovrebbe ospitare i più importanti reperti archeologici della civiltà occidentale. Destinato a diventare un edificio simbolo della città di Atene, proprio per questo fallisce nell’intento di essere il museo giusto per l’Acropoli. Per edificarlo c’è bisogno di distruggere un ricco sito archeologico, il che mette in questione l’intero progetto. Tra l’altro messo lì, proprio di fianco all’Acropoli ingaggia una gara tanto forte, quanto patetica, con la stessa Acropoli».

Autore: Rosa Tessa

Fonte:La Repubblica

La Collezione Mitsotakis

Il Museo Archeologico di Chanià, situato nella parte nord-occidentale dell’isola di Creta, ha ricevuto recentemente in dono dall’ex primo ministro greco Constantinos Mitsotakis, che ivi è nato, la sua preziosa collezione privata.

Durante gli ultimi venti anni il ministro ha acquistato gli oggetti antichi che circolavano nei mercati d’arte e nelle aste, allo scopo di impedire che fossero venduti all’estero. Il risultato è una collezione comprendente un’enorme quantità di reperti, per la maggior parte di età minoica e di provenienza cretese.

Purtroppo le esigue dimensioni dell’edificio – in attesa dei lavori di ampliamento – hanno permesso di esporne solo un terzo.

I manufatti sono presentati in ordine cronologico dalla fine del IV millennio a.C. al III secolo d.C. e sono divisi per categorie in base ai materiali: la ceramica minoica, le statuette fittili, l’industria litica, i gioielli, i sigilli, gli oggetti di metallo, ecc. Fra i reperti di epoca minoica si distinguono un vaso a forma di uccello del III millennio a.C., un sigillo, risalente al 1350 a.C. circa, su cui è raffigurato un minotauro, un vaso di bronzo del XVI secolo a.C. con iscrizioni in Lineare A e un pugnale con lama di bronzo e immanicatura d’oro, datato agli inizi del II millennio a.C. Notevoli sono anche alcune opere di epoca arcaica, come un askos protogeometrico a forma di uccello del X secolo a.C., degli idoletti beotici fittili e due pithoi cretesi giganti di arte “dedalica” decorati a rilievo, tutti del VII secolo a.C. All’età romana risale infine un diadema aureo con testa di Medusa del I-II secolo d.C.

Nell’ambito di un piano di rilancio del patrimonio culturale di Creta occidentale è ora in progetto la costruzione di un nuovo più capiente edificio per il Museo Archeologico di Chanià, che permetta di esporre al pubblico sia l’intera Collezione Mitsotakis sia i reperti provenienti dai nuovi scavi. Sono previste anche la realizzazione di un nuovo museo locale a Kissamo Chanion e altre iniziative per la riqualificazione dei monumenti di Aptera, Gàvolo, Frikà e Kydonia.

Autore: Tsao T. Cevoli

Fonte:Archeo – maggio 2002

NEI NOSTRI MUSEI IL MERCHANDISING C&#8217E&#8217 &#8230

Museum Image è nata tre anni fa con lo scopo di favorire l’incontro fra la domanda e l’offerta nel settore del merchandising museale, nel quale era evidente un " gap“ rilevante tra il numero dei visitatori dei musei italiani e le risposte in termini economici dei servizi di accoglienza. Nel 1993, infatti, la legge Ronchey ha aperto le porte all’intervento dei privati nei musei statali attraverso la concessione di servizi commerciali, assistenza culturale e ospitalità, anche se l’effettiva applicazione ha fatto il suo debutto solamente nel 1996 alla Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma, con l’apertura della prima struttura in appalto.

Analizzando i dati del periodo 1998-2000, emersi da un’indagine promossa dal Ministero dei Beni Culturali su un campione di dodici strutture espositive, e presentata in anteprima nell’ambito dell’edizione del maggio scorso di Museum Image, i book-shop, le caffetterie, le librerie, i servizi di guida e audioguida e di prenotazione biglietti attivati in 95 strutture museali di proprietà dello Stato sono stati 248, con un incremento del 138%. Tali servizi hanno generato un gettito per il Ministero, di 42 milioni di euro, derivato, per una percentuale media del 27%, dai canoni annui e dalle royalties versate dai concessionari.

Ma le potenzialità di crescita sono ancora importati, sia in termini di attivazione dei servizi, sia in termini di miglioramento dell’offerta, sotto il profilo qualitativo, della varietà e della presentazione e collocazione del punto vendita che, come emerge dall’indagine, risulta particolarmente rilevante per il suo successo commerciale. L’ostacolo che rende più o meno appetibile per un privato la gestione di nuove iniziative, risulta essere la percentuale molto alta, di canoni e royalties richiesta dallo Stato, che si riflette in una lievitazione dei prezzi e che non contribuisce certo ad aumentare l’interesse all’acquisto del visitatore.

In occasione della seconda edizione di Museum Image, Nomisma è stata da noi incaricata di realizzare un’indagine campionaria sui comportamenti dei visitatori nei punti vendita dei Musei in Italia, con l’intento di fornire agli operatori del settore uno strumento conoscitivo sulle tendenze in atto nell’ambito della commercializzazione dei prodotti. Dalla ricerca è emerso che un visitatore su tre giudica molto importante la presenza di uno spazio commerciale, che la propensione all’acquisto nei musei varia in funzione del grado di soddisfazione per la visita, che la maggioranza degli acquirenti orienta i propri interessi verso l’acquisto di prodotti editoriali a stampa e multimediali. E’ questa la vendita che offre probabilmente i maggiori proventi ai concessionari, il cui “core business”, rimane infatti l’editoria. Tra le motivazioni all’acquisto risultano influire tre aspetti fondamentali: la qualità del prodotto, la varietà dell’assortimento, l’importanza del marchio e la sua esclusività, elemento quest’ultimo che viene a scontrarsi con il fenomeno della vendita, spesso abusiva, al di fuori della sede del museo. Quindi, anche se il bilancio della legge Ronchey è in apparenza confortante, avendo permesso la creazione di strutture di accoglienza più confortevoli ed efficienti per i visitatori e creato un discreto numero di posti di lavoro, esso potrebbe essere più soddisfacente. Per il futuro del merchandising, a nostro giudizio, percorribili e fruttuosi spazi di crescita potrebbero essere rappresentati anche dai musei civici locali, che sempre più manifestano interesse ed investono energie nella dotazione di servizi di accoglienza che offrano al visitatore anche una rappresentazione dell’attività produttiva del territorio fortemente legata al patrimonio culturale.

Questi temi sono attualmente oggetto di dibattito a livello politico-istituzionale: un dibattito che ha avuto un’impennata dopo la proposta del governo, approvata da un ramo del parlamento, di consentire ai privati “l’intera gestione del servizio concernente la fruizione pubblica” e il “concorso al perseguimento delle finalità di valorizzazione”. Tra competenza, gestione e alienazione, regna una certa confusione, che rischia di compromettere l’obiettivo di ottimizzare la gestione e la fruizione dei musei e quindi di raggiungere risultati inferiori a quelli che si potrebbero – dovrebbero ottenere.

Autore: Franco Fani (franco.fani@cpsarezzo.it) – Direttore Centro Promozioni e Servizi di Arezzo

Fonte:ImpresaCultura – periodico bimestrale di Confindustria – luglio/agosto 2002

Dai musei di mezzo mondo ecco il Masaccio mai visto

E’ una chiave inedita quella scelta dallo studioso Luciano Bellosi per la mostra «Masaccio e le origini del Rinascimento», da ieri inaugurata nelle due sale di Casa Masaccio a San Giovanni Valdarno.

Muove dal piccolo, da umili terrecotte – qualcuna addirittura fatta a stampo e tirata in molti esemplari – per raccontare la rivoluzione di un’epoca e di una visione del mondo, insieme ai suoi protagonisti. «E un nuovo tentativo di interpretazione, che rintraccia proprio nel recupero della tecnica scultorea degli antichi, andata perduta nel Medioevo, il primo passo verso il Rinascimento» spiega Bellosi. Una lettura nuova sui primi trent’anni del Quattrocento, centrata sulla figura di Masaccio, dei suoi maestri e dei suoi seguaci, che propone una quarantina di capolavori assoluti, alcuni dei quali mai visti in Italia e arrivati fino al paese natale dell’artista da musei stranieri, accompagnati da un’assicurazione di oltre 400 milioni di euro.

E’ il caso del «Sant’Andrea» di Masaccio del Paul Getty Museum di Los Angeles, di altre opere di Filippo Lippi, con l’esposizione della tavola della «Madonna col bambino» del Fitzwilliam Museum di Cambridge, dell’Angelico con la novità di una «Tebaide» recentemente ritrovata nei depositi del museo Szepmuveszeti di Budapest dallo studioso Miklos Boskovits, di una «Santa con due fanciulli» di Paolo Uccello, acquistata dallo Stato (per 2 miliardi e mezzo di vecchie lire all’asta di Finarte), donata alla Galleria degli Uffizi ed esposta per la prima volta al pubblico.

Una mostra che si propone come evento clou delle celebrazioni del sesto centenario della nascita dell’artista, che si apre con le terrecotte e i due crocifissi lignei di Brunelleschi e Donatello (l’uno dalla basilica di Santa Maria Novella, l’altro da Santa Croce), testimoni appunto del primato della scultura nel rinnovamento che poi culminerà nell’architettura e nella pittura. Prosegue con le opere di Donatello, con un marmo di Michelozzo (una ‘Madonna col bambino’ rinvenuta qualche mese fa in una chiesa sulle Apuane), con Nanni di Bartolo, Luca della Robbia, prima di arrivare a Masaccio con la «Madonna del solletico» degli Uffizi, la «Crocefissione» che arriva dal Museo Capodimonte di Napoli, in «Sant’Andrea», il «San Paolo» da Pisa, e la «Storia di San Giuliano» dal Museo Horne. Accanto, due tavole di Masolino, con la predella «San Giuliano» (dal Musèe Ingres di Montauban) e un «Evangelista» (da una collezione privata di New York) per ripercorrere lo stretto rapporto tra i due artisti. Su tutto primeggia il genio iniziatore di Masaccio (celebrato anche agli Uffizi con un percorso didattico) e prossimamente anche alla chiesa del Carmine con uno spettacolo multimediale sulla Cappella Brancacci.

La mostra a Casa Masaccio, curata da Luciano Bellosi con Laura Cavazzini e Aldo Galli, è accompagnata dal catalogo Skira (35 euro), e promossa dal comitato scientifico con Luciano Berti, Cristina Acidini, Antonio Poalucci, Giorgio Bonsanti, Miklos Boskovits, Anna Maria Maeztke, Anna Padoa Rizzo.

Aperta fino al 21 dicembre (tutti i giorni 920), ingresso 7 euro (5 ridotto).
Info 055943788.

Autore: Ma Amorevoli

Fonte:La Repubblcia