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Michele Santulli. Amleto Cataldi, alla Sapienza, finalmente.

Eppure stiamo parlando dello Scultore di Roma, cioè non vi è artista che sia presente nella Città Eterna con tante opere quanto quelle di Cataldi sia nei musei sia nei palazzi istituzionali, sia negli spazi cittadini e, in aggiunta, un artista da annoverare tra i primi posti, se non al primo assoluto, in qualsiasi graduatoria sulla scultura del Novecento Europeo. Talmente presente a Roma e talmente significativo che alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, dove di sue opere ne sono conservate cinque, tra le quali ‘Risveglio’ in marmo premiata dalla giuria internazionale alla Mostra Nazionale del 1911, le opere sono in deposito quindi non visibili al pubblico e se si sfogliano gli ultimi cataloghi generali della Galleria, il suo nome non esiste!
E quel capolavoro di ‘Portatrice d’acqua’ su un alto piedistallo al caffè della Galleria, non lamento che ancora oggi è sprovvisto di una etichetta di riconoscimento che indichi l’autore ma lamento il fatto che non ho ben capito in quale registro della Galleria è registrato e se registrato!
Quel capolavoro di ‘Fontana della Ciociara’ collocato a suo tempo grazie al sindaco Ernesto Nathan, davanti alla Casina Valadier sul Pincio continua imperterrito a essere chiamato ‘Anfora’ o ‘Fontana dell’anfora’ o della ‘giara’ o ‘Venere’ o altro insensato appellativo e, inoltre, comunque nel tabellone di Villa Borghese dove sono elencate le opere presenti, la ‘Fontana della Ciociara’ l’unica scultura sul Pincio, manca.
Non vogliamo ricordare, perché offensivo, non per l’artista ma per la istituzione medesima, che inconsapevole possiede in casa un capolavoro, dove e come sono conservati, per esempio, i due Arcieri del Quirinale e della Banca d’Italia e come fino a ieri nella Protomoteca del Campidoglio risulti ancora assente il favoloso busto di Carducci. E qui ci arrestiamo: altro ci sarebbe da annotare sulla sempre attuale incapacità, o non volontà, di capire il significato e il valore di un‘opera d’arte vera e perciò dell’artista Cataldi, nella Città Eterna.
Più volte, per esempio, abbiamo ricordato lo stato di conservazione miserevole del suo monumento degli ‘Studenti caduti alla Prima Guerra Mondiale’ alla Università la Sapienza, da oltre cento anni mai fatto segno di cura e di attenzione: le istituzioni competenti hanno sempre risposto con le solite frasi ben note, perciò mai intervenute. Siccome il monumento si trova a pochi metri dallo scalone di accesso alla facoltà di Giurisprudenza, allora mi sono detto: chi più interessato e stimolato al prestigio e all’onore del restauro dell’opera? Ho interpellato alcuni giuristi amici ma tutti univoci nella risposta negativa. Eppure si tratta, a mio avviso, di pochi soldi forse diecimila Euro. Mi sono rivolto all’ordine degli avvocati di Frosinone, due volte a distanza di tempo: zero risposta. Idem all’ordine degli avvocati di Cassino. Un avvocato del luogo legato alla ‘Ordine Nazionale’ si fece promotore e perfino garante del restauro a cura di tale ente nazionale degli avvocati. Zero. Naturalmente in questi anni il Rettorato preso da tante altre incombenze, non si è mai preoccupato o interessato dello stato di conservazione del monumento.
Ora da poco più di un anno rettore della Sapienza è una donna, prof.ssa Antonella Polimeni e si direbbe che il destino del Cataldi della Sapienza stia mutando, in meglio: infatti in cooperazione con altra donna, Arch. Alessandra Marino, Direttrice dell’istituto Centrale del Restauro, tra i diversi impegni di un accordo-quadro firmato recentemente e valido per tre anni, ci sarà anche il restauro dell’opera del Cataldi previsto entro l’estate 2022!
Si ricorda che l’opera nel 1920, “in virtù del suo pregio artistico e del suo valore simbolico, fu collocata al centro del cortile dell’Antico Palazzo della Sapienza a Sant’Ivo” architettura sublime del Borromini. E da qui successivamente spostato nel contesto della attuale Università vera e propria, ai piedi, oggi, dello scalone di Giurisprudenza come detto più sopra; il 5 giugno 1921 fu inaugurato alla presenza dei Sovrani, del Presidente Salandra e delle autorità accademiche. Da allora lo splendido monumento del Soldato e della Gloria è stato invaso dall’ossidazione tipica del bronzo esposto alle intemperie e la scritta sul piedistallo in marmo divenuta illeggibile. Finalmente ora, grazie alla rettrice Polimeni, un’altra bella notizia per Cataldi, lo Scultore di Roma.

Autore: Michele Santulli – inciociaria@gmail.com

LONDRA. Pensavano fosse una semplice statua da giardino. E’ invece una scultura di Canova.

Antonio Canova (Possagno 1757-1822 Venezia)
Maddalena Giacente (Maddalena distesa)
marmo, 1819-1822 – 75 x 176 x 84,5 cm (29½ x 69¼ x 33¼ in.)

La casa d’aste Christie’s ha annunciato la scoperta di una scultura di Antonio Canova – realizzata tra il 1819 e il 1822, poco prima della morte dall’artista italiano – che rappresenta Maddalena giacente, capolavoro perduto del grande scultore. L’opera era stata scolpita per il Primo Ministro inglese. Nel passaggio delle generazioni i proprietari si erano avvicendati e l’opera era stata considerata una semplice statua da giardino, una sorta di pezzo di arredamento per esterni verdi. Per gli storici dell’arte – che avevano a disposizione il modello in gesso conservato nel Museo di Possagno – la statua era perduta. Vent’anni fa, questa scultura molto sporca e forse impiastrata da una patina bituminosa, stata venduta per 5.200 sterline (poco più di 6mila euro) a un’asta di statue da giardino nel Sussex, in Inghilterra.
L’opera è stata indagata recentemente. La paternità documentata. La scultura sarà messa all’asta in luglio, da Christie’s con una stima compresa tra 5 milioni di sterline (5 milioni e 938mila euro) e 8 milioni di sterline (9milioni 500mila euro). Non va dimenticato che il 2022 è l’anno di commemorazione del bicentenario della morte di Canova.
La scultura – che fu commissionata da Lord Liverpool (1812- 1827) – sarà in mostra per la prima volta presso la sede di Christie’s a Londra il 19 e 20 marzo; poi a New York, dall’8 al 13 aprile. Successivamente sarà trasferita a Hong Kong, dal 27 maggio al primo giugno, prima di tornare a Londra per tre settimane e successivamente collocata in sarà pre-vendita dal 2 al 7 luglio.
Mario Guderzo, studioso di spicco del Canova, già Direttore del Museo Gypsotheca Antonio Canova e del Museo Biblioteca Archivio di Bassano del Grappa ha commentato: “È un miracolo che l’eccezionale capolavoro, perduto da tempo, di Antonio Canova, la “Maddalena giacente”, sia stato ritrovato, a 200 anni dal suo completamento. Quest’opera è ricercata dagli studiosi da decenni, quindi la scoperta è di importanza fondamentale per la storia del collezionismo e la storia dell’arte”.
Donald Johnston, capo della Sezione scultura internazionale di Christie’s, ha detto che “la riscoperta del capolavoro perduto di Canova è immensamente emozionante ed è un momento clou dei miei oltre 30 anni di carriera sul campo. Questa scultura rappresenta una commissione ampiamente documentata. La Maddalena, fu poi posta all’asta da Christie’s nel 1852. In seguito cadde nell’oblio e andò perduta agli studiosi prima di essere recentemente riscoperta”.
La Maddalena giacente occupa un posto importante nel canone della scultura occidentale come uno degli ultimi due marmi – insieme all’Endimione – eseguiti da Canova. La Maddalena è il culmine dei suoi studi sulla forma umana e nasce da un confronto con Gianlorenzo Bernini (1598-1680). Una rimeditazione – quasi in chiave già romantica – della scultura berniniana della Beata Lodovica Albertoni (S. Francesco in Ripa, Roma).
La statua venne commissionata – come dicevamo – nel 1819 dal primo Ministro, Lord Liverpool. Canova realizzò un primo modello in gesso per la Maddalena giacente, che ora è conservato al Museo Gipsoteca di Possagno, datato ‘1819 nel mese di settembre’. Canova espose il modello nel suo studio nell’ottobre dello stesso anno e, il mese successivo, scrisse in una lettera all’amico Quatremère de Quincy: “Ho esposto un altro modello di una seconda Maddalena distesa a terra, e quasi svenuta per l’eccessivo dolore della sua penitenza, un argomento che mi piace molto, e che mi ha dato numerose indulgenze e lodi molto lusinghiere”. Uno di questi ammiratori fu lo scrittore, poeta e paroliere irlandese dell’epoca, Thomas Moore, che così scrisse: «Mi giaceva a vedere la sua ultima Maddalena, che è divina: coricata in tutto l’abbandono del dolore; e l’espressione del suo viso, e la bellezza della sua figura . . . sono la perfezione » (novembre 1819, in Memorie, diario e corrispondenza , pubblicato nel 1853).
Nel 1828, appena sei anni dopo il completamento della scultura, il committente, Lord Liverpool, morì. Titolo e proprietà di Lord passarono a suo fratello, Charles. Nel 1852, in seguito anche alla morte di quest’ultimo, la scultura fu posta all’asta alla Fife House, Whitehall, a Londra. “La statua celebrata della Maddalena del Canova” – è scritto nel catalogo – è “una delle opere più belle e rifinite di Canova”. Era nella collezione di Lord Ward (poi conte di Dudley) – uno dei più eminenti collezionisti del suo tempo – nel 1856 quando fu esposta in mostra all’Egyptian Hall, Piccadilly, Londra, così come nella mostra d’ arte di Manchester del 1857, inaugurata dal Principe Alberto. E in occasione di questa mostra essa fu fotografata per la prima volta.
Dopo la morte di Lord Ward, la sua proprietà e la sua collezione passarono a suo figlio che nel 1920 vendette la grande casa, Witley Court, e l’intero contenuto a Sir Herbert Smith, un produttore di tappeti. Fu a questo punto che l’attribuzione al Canova sembra essere andata perduta. A seguito di un disastroso incendio che distrusse gran parte della corte, la scultura passò di nuovo di mano. Nel 1938 andò all’asta ma non fu attribuita a Canova. Venne catalogata come “figura classica”.
È stato ora accertato che il marmo – ormai privo di qualsiasi attribuzione – fu, in quella occasione, acquistato da Violet van der Elst, un’eccentrica imprenditrice e attivista, famosa ai suoi tempi, ma ora in gran parte dimenticata – che ha costruito e perso una fortuna. Le sue numerose case furono vendute e la sua vasta collezione di arte e oggetti d’antiquariato fu dispersa, in gran parte per sostenere il suo attivismo umanitario. La Maddalena era nel giardino della casa di Violet van der Elst, in Addison Road, Kensington, dove rimase anche dopo la vendita della proprietà, nel 1959, a un mercante d’arte locale. Si dice che sia stata poi venduta di nuovo con la casa, alla fine degli anni ’60. Nel 2002 la statua venne acquistata dall’attuale proprietario in una vendita di statue da giardino e oggetti architettonici, per una cifra equivalente a 6mila euro. Solo di recente è stata ristabilita la paternità della splendida opera.

Fonte: www.stilearte.it, 18 mar 2022

FIRENZE. Il restauro della Pietà di Michelangelo.

Allo scadere del 2018 l’Opera del Duomo di Firenze decise di metter mano al restauro della Pietà di Michelangelo, nota come Pietà Bandini. Quella risoluzione trovò prontamente il sostegno generoso dei Friends of Florence, la Fondazione americana che da oltre vent’anni, senza risparmio e con frequenza serrata, s’accolla gli oneri della tutela di buona parte del patrimonio d’arte di Firenze (incluse quelle opere che, per esser meno celebrate e perciò meno ambìte dal turismo attuale, non troverebbero conforto negli oculati mecenati nostrali).
Come tutti gli accadimenti occorsi da allora a oggi, le operazioni di restauro sono state più volte inceppate dalla malignità d’un morbo di cui è venuto in uggia anche il nome. E però l’impresa – comprensiva delle indagini scientifiche che costituiscono la premessa d’ogni intervento conservativo – ha fatto comunque il suo corso, arrivando a compimento nel settembre di quest’anno 2021 e sùbito offrendone gli esiti ai visitatori. A vero dire, il marmo di Michelangelo non è stato mai inibito a chi visitasse il Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore. Se qualcosa n’ha impedito la vista è stata la chiusura del museo medesimo imposta dalle regole, inderogabili e doverose, fissate dal governo. Ma la Pietà, ogni volta che la legge consentiva l’accesso alle sale, poteva da ognuno essere guardata, conforme alla pratica del “cantiere aperto”.
Il restauro dunque s’è svolto sotto gli occhi di tutti; e tutti potevano seguire l’avanzare della pulitura d’un marmo che pian piano perdeva quell’omogenea tonalità ambrata, cui nei secoli era pervenuto a furia di stesure di materiali incongrui, vòlte appunto a uniformarne le apparenze. Ma era proprio quell’uniformità a smorzare i palpiti d’una scultura la cui lavorazione è segnata da gradi diversi di compiutezza: dall’appena sbozzato al quasi finito.
La pulitura sensibile e discreta, ch’è la sostanza dell’intervento odierno, favorisce una lettura del marmo struggente e criticamente proficua. E chiunque lo desideri potrà – fino alla fine di marzo del 2022 – profittare delle strutture del cantiere di restauro per salire al piano su cui posa l’opera di Michelangelo e avvicinarsi al marmo fin quasi a toccarlo, potendo finalmente apprezzarne da vicino il variegato trattamento. E l’occasione sarà buona per darsi al contempo ragione del tenore d’un museo in cui sono esposte creazioni che ne fanno uno dei maggiori istituti al mondo quanto a scultura medioevale e umanistica: da Arnolfo di Cambio a Donatello, da Andrea Pisano a Ghiberti, da Luca della Robbia a Verrocchio e Pollaiolo, su su fino a Michelangelo.
Sia detto questo perché non c’è nei fiorentini e neppure negli stranieri la coscienza piena della qualità altissima del Museo del Duomo di Firenze. Gli ospiti forestieri accorrono infatti numerosi ai luoghi dell’Opera di Santa Maria del Fiore, ma la loro aspirazione massima è salire alla lanterna in cima alla cupola di Brunelleschi per godere della veduta di Firenze dall’alto. È segnatamente quel belvedere la loro meta. L’epifania mirabile di colli e case che da lassù si squaderna giustifica davvero il desiderio di quell’ascesa. Siccome però molti (peraltro politicamente autorevoli) s’illudono che sia ognora più diffusa ai giorni nostri l’aspirazione alla “bellezza”, mi pare sia necessaria una riflessione su quelli che vengono interpretati come interessi culturali; giacché un conto sono i paesaggi e gli spettacoli della natura (davanti ai quali l’uomo – da sempre, non da oggi – si commuove), altro conto sono le opere di cui proprio l’uomo è artefice. Mi convincerò d’un comune anelito a incontrare la “bellezza” quando vedrò varcare la soglia del Museo del Duomo da almeno la metà di quelli che discendono dal colmo della cupola brunelleschiana, lì a due passi.

Autore: Antonio Natali

Fonte: www.artribune.com, 8 gen 2022

ROMA. Restaurato grazie a Fendi il Tempio di Venere e Roma: il più grande edificio dell’antichità.

Fendi torna a finanziare la bellezza dell’Urbe: dopo il contributo per il restauro della Fontana di Trevi e il progetto Fendi For Fountains – che prevedeva il restauro del complesso delle quattro fontane –, la maison ha contribuito con due milioni e mezzo di euro al recupero del Tempio di Venere e Roma.
All’intervento, durato 15 mesi e appena conclusosi, hanno partecipato oltre 60 professionisti in collaborazione con il Parco archeologico del Colosseo nel quadro di un cantiere straordinario svoltosi nel pieno dell’emergenza.
“Oggi ho il piacere di operare in stretta collaborazione con il Parco archeologico del Colosseo per il restauro del Tempio di Venere e Roma, sito che racchiude tanti ricordi speciali per me e per molte persone nel mondo”, ha commentato Silvia Venturini Fendi. “Il colle Palatino e la sua area rappresentano il cuore della mitologia romana, la culla spirituale della nostra città, un luogo di straordinario significato storico. Lo si avverte nell’aria e la sera, quando il sole tramonta sul Tempio di Venere e Roma al limitare della Velia, c’è un attimo in cui il tempo sembra fermarsi e il brusio della vita moderna svanisce in sottofondo”.
Il Tempio di Venere – il più grande edificio di culto dell’antica Roma, con le sue oltre duecento colonne di granito e porfido – è un mix ellenistico-romano che deve le proporzioni e lo stile all’ellenismo, con una tecnica costruttiva romana.
La grande struttura rettangolare era ripartita in due aree di culto, una dedicata alla Venere Felice, la madre di Enea e la capostipite della famiglia imperiale, e l’altra alla dea Roma Eterna, la personificazione della città, che diventerà finalmente accessibile al pubblico.
Gli interventi hanno interessato integralmente l’apparato architettonico e decorativo delle due celle, per essere infine valorizzati da un intervento di illuminazione.
“Questa collaborazione”, ha dichiarato Alfonsina Russo, direttrice del Parco archeologico del Colosseo, “ci permette di raggiungere un altissimo momento di sintesi dell’identità italiana incentrato sul fascino e sulla bellezza di luoghi e monumenti che dialogano armoniosamente con la creatività contemporanea, di cui Fendi rappresenta una delle principali eccellenze. Grazie a Fendi il più grande Tempio conosciuto dell’antica Roma, dedicato alle dee Roma Aeterna e Venus Felix, è riportato all’originario splendore e il volume che pubblichiamo ne valorizza anche dal punto di vista scientifico il significato universale”.
Il restauro è stato infatti celebrato con un volume edito da Electa, che unisce il reportarge fotografico dei lavori, realizzato da Stefano Castellani, a immagini d’archivio e alle foto dello show Fendi Couture Fall/Winter 2019-2020 svoltosi proprio nel Tempio per omaggiare l’appena scomparso Karl Lagerfeld.

Autore: Giulia Giaume

Fonte: wwww.artribune.com, 23 dic 2021

CATANIA. Da un muro scrostato emerge un lacerto di affresco. Recuperata l’intera, splendida opera del rococò siciliano.

Non è solo la scoperta di un’opera d’arte venuta alla luce dopo oltre quattrocento anni di storia; è la restituzione alla collettività di un capolavoro pittorico che racconta l’excursus culturale di un edificio che, attraverso la sua intricata evoluzione istituzionale e architettonica, è oggi testimonianza di memoria: dal periodo post-sismico ai bombardamenti bellici, passando per la secolarizzazione dei beni ecclesiastici, passati in mano allo Stato per “fini di pubblica utilità” con l’avanzare della modernità. È questa la storia dell’affresco settecentesco inaugurato oggi presso l’Archivio di Stato di Catania, rinvenuto fortuitamente nei depositi al piano terra dell’edificio di via Vittorio Emanuele, che dal 1868 ospita scaffalature contenenti volumi, carte sciolte, pergamene, mappe.
«Proprio in questa sala, nella penombra, da un pezzo di muro scrostato apparve lo sguardo mite e luminoso della Madonna in preghiera – ha sottolineato la direttrice dell’Archivio Maria Nunzia Villarosa – da quel momento in poi si spalancò una finestra sul culto e la cultura catanese. Quel locale, infatti, era la “chiesa nella chiesa” del Convento domenicano di S. Caterina da Siena, primitivo sito di preghiera della congregazione del SS Rosario. L’opera d’arte, unica nel suo genere, è venuta interamente alla luce e restaurata grazie ai fondi dell’8 per mille dell’Irpef a diretta gestione della presidenza del Consiglio dei ministri. Un ringraziamento va a chi mi ha preceduta, e in particolare ad Aldo Sparti, Cristina Grasso e alla compianta Anna Maria Iozzia, per aver voluto restituire alla città questo capolavoro, che esprime ai massimi livelli l’aspirazione alla bellezza e alla grandezza divina, attraverso genialità, intelligenza e maestria pittorica della scuola barocca».
La nuova sala degli Affreschi – che raffigura personaggi cari alla tradizione domenicana, insieme alla Madonna, a Sant’Agata e Santa Lucia – è stata dedicata a Matteo Gaudioso (1892 – 1985), storico, professore universitario e direttore dell’Archivio di Stato di Catania: «Oggi è un giorno molto importante per la città di Catania – ha sottolineato il sindaco Salvo Pogliese – perché si restituisce alla collettività un patrimonio d’inestimabile bellezza, attraverso un percorso sinergico fra le varie istituzioni coinvolte. Un tassello aggiuntivo dello splendido mosaico che è il patrimonio culturale e artistico della nostra città; un’opera carica di quel fervore artistico e religioso post-sismico che è parte della nostra memoria cittadina».
Al momento l’autore più accreditato degli affreschi – paragonabili per bellezza e interezza solo a quelli della chiesa di San Benedetto – sembra essere il pittore messinese Vincenzo Tuccari, del quale è assolutamente certo il quadro datato 1709, che si trova nella chiesa di “Santa Domenica” a Taormina e che raffigura la “Madonna della Lettera”, i cui tratti presentano incredibili rassomiglianze con la Madonna della Sala degli Affreschi.
«Questo ritrovamento ci inorgoglisce – ha continuato la sovrintendente di Catania Donatella Aprile – oggi è una giornata importante per la città, ma anche per l’arte italiana e per il restauro, che consente – com’è avvenuto in questo caso – di recuperare e valorizzare Beni Culturali ereditati da un glorioso passato».
«La scoperta di questo affresco arricchisce il nostro territorio di un nuovo importante tesoro – ha aggiunto l’assessore alla Cultura del Comune di Catania Barbara Mirabella – uno spazio d’arte di cui dobbiamo andare fieri; una riscoperta che s’innesta nel delicato e importante processo di rigenerazione, riqualificazione e apertura alla città dei luoghi culturali, vettori di identità e bellezza».
«Culto e cultura devono camminare insieme, armonicamente, pur nella loro legittima e necessaria autonomia – ha concluso l’Arcivescovo di Catania Monsignor Salvatore Gristina – la Chiesa è lieta di aver potuto consegnare quest’immagine divina, mi auguro che possa continuare questa sinergia tra le diverse anime della città». Gristina ha dunque ricordato il discorso di Paolo VI agli Artisti: “Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi. Voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. L’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere comprensibile il mondo invisibile”.
Durante l’evento, coordinato dal ragioniere Salvatore Tomarchio – che ha visto l’esibizione del coro Ensemble Cantemus Domino, diretto dal Maestro Pietro Valguarnera – gli interessanti interventi tecnici di Roberta Carchiolo (Soprintendenza Catania) e del direttore dei lavori Maria Carmen Genovese (Sovrintendenza archivistica della Sicilia, Archivio di Stato di Palermo). Presente anche l’assessore comunale Sergio Parisi.

Fonte: www.stilearte.it, 23 dic 2021

VENARIA REALE (Torino). Esposizione del dipinto restaurato di Palma il Giovane “Celebrazione della vittoria della Battaglia di Lepanto”.

In occasione del quattordicesimo anno di apertura, La Venaria Reale presenta il restauro del prezioso dipinto di Palma il Giovane (1548/50 – 1628) dedicato alla Celebrazione della vittoria della battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, allestito presso la Sacrestia della Cappella di Sant’Uberto da alcuni mesi.
Si tratta di un quadro di dimensioni gigantesche (335 x 671,5 cm), in prestito dalla Villa San Remigio di Pallanza sul lago Maggiore, acquistata nel 1977 dalla Regione Piemonte e data in comodato alla Città di Verbania.
L’opera, realizzata per la Cappella del Rosario della chiesa di San Domenico di Brescia distrutta nel 1883, a 450 anni dall’evento che raffigura è ritornata splendidamente leggibile grazie ad un accurato intervento che per quasi 2 anni ha impegnato 10 restauratori del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.
Il restauro è stato sostenuto da: Ministero della Cultura, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, Comune di Verbania.
Sotto l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli.

Info:
Cappella di Sant’Uberto, Reggia di Venaria Reale, fino a Domenica, 09 Gennaio 2022
L’esposizione è inclusa nel percorso di visita ed è visitabile con i biglietti Reggia e Tutto in una Reggia.

VENARIA REALE (To). Esposizione del dipinto restaurato di Palma il Giovane.

In occasione del quattordicesimo anno di apertura, La Venaria Reale presenta il restauro del prezioso dipinto di Palma il Giovane (1548/50 – 1628) dedicato alla Celebrazione della vittoria della battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, allestito presso la Sacrestia della Cappella di Sant’Uberto da alcuni mesi.
Si tratta di un quadro di dimensioni gigantesche (335 x 671,5 cm), in prestito dalla Villa San Remigio di Pallanza sul lago Maggiore, acquistata nel 1977 dalla Regione Piemonte e data in comodato alla Città di Verbania.
L’opera, realizzata per la Cappella del Rosario della chiesa di San Domenico di Brescia distrutta nel 1883, a 450 anni dall’evento che raffigura è ritornata splendidamente leggibile grazie ad un accurato intervento che per quasi 2 anni ha impegnato 10 restauratori del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.
Ancora una volta la Sacrestia della Cappella di Sant’Uberto presenta una importante opera restaurata, la monumentale tela con la Battaglia di Lepanto del celebre pittore veneto Palma il Giovane, qui allestita da alcuni mesi dopo un impegnativo intervento del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, durato quasi due anni e realizzato grazie anche al contributo del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude.
L’esposizione si inserisce nel filone di attività della Reggia di Venaria legate al progetto Salva Italia dell’Arte e della Cultura, inaugurato nel 2012 dalla piccola mostra dossier dedicata al restauro della Crocifissione di Tintoretto dei Musei Civici di Padova, e finalizzato al recupero e alla valorizzazione di opere, magari poco note, del patrimonio artistico italiano.
Il quadro fa parte della collezione della Villa San Remigio a Pallanza sul Lago Maggiore, acquisita nel 1977 dalla Regione Piemonte e data in comodato alla Città di Verbania. Da qui provengono anche le due Allegorie di Paolo Veronese, che dal 2014 fanno bella mostra di sé alla Reggia di Venaria, costituendo così un importante nucleo di opere venete.
Si tratta di un dipinto di destinazione sacra, come dichiara la processione di confratelli domenicani, che portano la statua della Madonna del Rosario, a cui la battaglia di Lepanto fu consacrata. Tale presenza rimanda all’originaria provenienza. Venne infatti commissionato a Palma il Giovane, pronipote del più noto Palma il Vecchio, insieme a un’altra tela raffigurante Le anime del Purgatorio, perduta, per la cappella del Rosario della chiesa di San Domenico a Brescia, distrutta nel 1883.
La grande tela celebra la vittoria navale del 7 ottobre 1571 che contrappose le potenze cattoliche occidentali e l’Impero ottomano per il controllo del Mediterraneo e che presto divenne un evento simbolico e di propaganda. Presenta uno spazio tripartito verticalmente e orizzontalmente, con la sanguinosa battaglia relegata al secondo piano, in un mare buio che ribolle tra scontri di galere e soldati, incendi e fumi d’artiglieria, tracciata da una pittura veloce e sfaldata.
In primo piano, i vincitori. Gruppi plastici di tre figure si ripetono in sequenza, con veri ritratti lavorati da colore e luce. Al centro, i tre promotori della Lega Santa, Filippo II re di Spagna, papa Pio V e Alvise I Mocenigo doge di Venezia, in atto di ringraziamento, con i rispettivi simboli del potere poggiati sul sontuoso tappeto orientale: la corona, la tiara e il copricapo dogale. A sinistra, le tre Virtù teologali, Carità, Speranza e Fede. A destra, i tre ammiragli che vinsero la flotta musulmana nel golfo di Corinto: Marcantonio II Colonna, don Giovanni d’Austria e Sebastiano Venier; infine, l’autoritratto di Palma il Giovane. E ancora, nella parte alta, decurtata, comparivano su nuvole la Trinità, la Vergine e Santa Giustina, patrona dell’evento, accompagnati da angeli, visibili in un bozzetto di collezione privata. Di questo stuolo celeste non resta che un braccio a reggere un frammento di una palma della vittoria.
Di ritorno a Venezia dopo il soggiorno romano, Palma era ormai un affermato maestro sullo scorcio del Cinquecento e inizio Seicento nel panorama pittorico della città lagunare, capace di reinterpretare il linguaggio di Tiziano e Tintoretto. A queste date l’artista, dalla produzione vastissima, si era già misurato su tematiche celebrative, coinvolto in cicli di grande prestigio, come quello della sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Tra i molti committenti figurava anche il duca Carlo Emanuele I di Savoia che nel 1582 gli affidò l’incarico di celebrare il padre Emanuele Filiberto con il dipinto raffigurante la Battaglia di San Quintino (Torino, Musei Reali-Palazzo Reale).
Opera matura, dunque, la Battaglia di Lepanto per vicende ancora da ricostruire entrò, probabilmente già a fine Ottocento, nelle collezioni del marchese Silvio della Valle di Casanova e della moglie Sophie Browne conservate nella loro Villa con parco arredata in stile neorinascimentale.
Le ricerche svolte in anni recenti (Cristina Moro, 2014) hanno consentito di identificare e riportare alla luce quest’opera che si credeva ormai perduta. Forse è proprio per adattare il telero, con la cornice dorata, alla parete della sala della Musica di Villa San Remigio, che è stata tagliata la metà superiore. Così appare nelle foto storiche che mostrano inoltre, accanto al telero, proprio le due Allegorie di Veronese, anche queste «scoperte» grazie agli ultimi studi.
Il restauro è stato realizzato dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (Bando «Cantieri diffusi» 2018), dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, dal Comune di Verbania e dai fondi del 5 per mille del Ministero della Cultura. Sotto l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli.

Jacopo Negretti detto Palma il Giovane (Venezia, 1548/1550 circa – 1628), La Battaglia di Lepanto, olio su tela, fine XVI – inizio XVII sec., cm 331×671,5. Pallanza (Verbania), Villa San Remigio, Regione Piemonte (in comodato alla Città di Verbania), esposto alla Reggia di Venaria, Sacrestia.

Info:
Cappella di Sant’Uberto, fino a Domenica, 09 Gennaio 2022
La data di chiusura dell’esposizione è indicativa e potrebbe pertanto subire variazioni.
L’esposizione è inclusa nel percorso di visita ed è visitabile con i biglietti Reggia e Tutto in una Reggia.

ROMA. Progetto RePAIR: infrastruttura robotica ricostruisce affreschi distrutti.

Robotica e archeologia si uniscono dando vita al progetto RePAIR, acronimo di Reconstruction the past: Artificial Intelligence and Robotics meet Cultural Heritage. Si tratta di un’infrastruttura robotica munita di braccia meccaniche, capace di scansionare parti di affreschi e riconoscerli mediante un sistema di ultima generazione di digitalizzazione 3D, in grado di trovargli il giusto posizionamento sul mosaico originale.
La prima sperimentazione di RePAIR durerà tre anni e all’inizio coinvolgerà gli affreschi del soffitto della Casa dei Pittori al Lavoro nell’Insula dei Casti Amanti, già deteriorati a causa dell’eruzione del ’79 d.C. e in seguito distrutti dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
Il team di specialisti nelle pitture murali dell’Università di Losanna, guidato dal professor Michel E. Fuchs, è già a lavoro su un’iniziativa di ricerca e ricostruzione manuale, cominciata nel 2018.
L’avvio del nuovo progetto, che si svolgerà contemporaneamente e in costante dialogo con quello attualmente attivo, permetterà di mettere a confronto i due metodi di lavoro e i rispettivi esiti.
Verrà in seguito sottoposto a sperimentazione un secondo caso, quello dei frammenti degli affreschi della Schola Armaturarum, ancora non reinseriti e deteriorati dopo il crollo dell’edificio nel 2010 a causa di un dissesto idrogeologico.
Un’iniziativa audace, caratterizzata da molte ricerche e competenze tecnologiche, che ha come fine quello di porre fine a una problematica antica, come ha affermato il direttore del Parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel: «Le anfore, gli affreschi, i mosaici, vengono spesso portati alla luce frammentati e quando il numero dei frammenti è molto ampio, con migliaia di pezzi, la ricostruzione manuale ed il riconoscimento delle connessioni tra i frammenti è quasi sempre impossibile o comunque molto laborioso e lento. Questo fa sì che diversi reperti giacciano per lungo tempo nei depositi archeologici, senza poter essere ricostruiti e restaurati, e tantomeno restituiti all’attenzione del pubblico».
Il progetto RePAIR è stato finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 con 3 milioni e mezzo di euro e può contare sul sostegno interdisciplinare di istituzioni – il Parco Archeologico di Pompei e il Ministero della Cultura – e vari player della robotica e della computer vision: l’Università Ca’ Foscari di Venezia come ente coordinatore, la Ben-Gurion University of the Negev di Israele, la Rheinische Friedrich Wilhelms Universitat di Bonn in Germania, l’Iit – Istituto Italiano di Tecnologia – e l’Associação do Instituto Superior Técnico Para a investigação e Desenvolvimento del Portogallo.
«Sarà una sfida tecnologica molto complicata che riguarderà tre fasi. La prima è la scansione di tutti i pezzi dell’affresco con migliaia di pezzi che dovranno essere catalogati. In questo contesto abbiamo dovuto affrontare il problema che riguarda la manipolazione robotica, che non deve danneggiare i frammenti. Per questo useremo la tecnologia “soft robotic”, capace di agire in maniera estremamente delicata sui pezzi dell’affresco. La terza fase, la più complicata, coinvolgerà il machine learning e l’intelligenza artificiale e riguarderà la risoluzione del puzzle, sfruttando le informazioni acquisite che riguardano dimensioni, geometria e colore dei frammenti. In questa fase la macchina avrà bisogno di integrare quello appreso dalla scansione con l’expertise dell’equipe che già stava lavorando. Sarà dunque fondamentale il supporto degli archeologici, che con i loro feedback aiuteranno la macchina nel risolvere il rompicapo», dichiara il professor Marcello Pelillo, ordinario di Computer Science dell’Università Ca’ Foscari, che guida l’iniziativa.
Una collaborazione che, probabilmente, sarà essenziale per rivelare ciò che, senza l’aiuto robotico, sarebbe rimasto nascosto.

Autore: Ilaria Inchingolo

Fonte: www.qaeditoria.it, 22 set 2021