Archivi categoria: Restauri e recuperi

PORTICI (Na). Consegnati i lavori per il restauro dello Scalone di ingresso alla Reggia.

Il patrimonio storico-artistico, eccellenza primordiale della Cultura, si rigenera e si riqualifica. Sono stati consegnati il 30 settembre 2026, presso la Reggia di Portici, i lavori per il restauro dello Scalone di ingresso al Palazzo residenziale, uno degli ambienti più rappresentativi del complesso borbonico, bene di eccezionale importanza della Città Metropolitana di Napoli.
L’intervento, per un importo complessivo di 1.800.000 euro, è realizzato nell’ambito del Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS): “Vesuvio-Pompei-Napoli”, con risorse del Piano Strategico “Grandi Progetti Beni Culturali” – Annualità 2020, e quelle aggiuntive del D.M. 21 gennaio 2021. Il progetto di restauro -riporta un comunicato della Sabap Napoli- durerà circa un anno e mira al recupero delle superfici decorate ed alla realizzazione di un nuovo ascensore a servizio del polo museale. Il progetto de quo sarà eseguito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli, che ha affidato i lavori ad un raggruppamento temporaneo di imprese, composto dalle aziende specializzate Tecnicon srl e Cosedo srl.
La consegna dei lavori si è svolta alla presenza di Paola Ricciardi, Soprintendente ABAP per l’Area Metropolitana di Napoli; del Generale dei Carabinieri Giovanni Capasso, Direttore Generale per il Supporto all’Attuazione dei Programmi del Ministero della Cultura (già Grande Progetto Pompei); di Giuseppe Cirillo, Vicesindaco della Città Metropolitana di Napoli, che ha portato i saluti del sindaco metropolitano Gaetano Manfredi; dell’ex Rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Matteo Lorito; del Responsabile del progetto Valeria Fusco; della Direttrice dei lavori Serena Borea e del Direttore del MUSA Stefano Mazzoleni. Non hanno fatto mancare la loro presenza: Danilo Ercolini, direttore del Dipartimento di Agraria, che ha portato i saluti del rettore dell’Università degli studi di Napoli Federico II Andrea Mazzuzzi; il sindaco di Portici Claudio Teodonno insieme all’ex sindaco Vincenzo Cuomo, ora assessore al Governo del Territorio al Patrimonio della Regione Campania.
Il progetto -si afferma- nasce con l’obiettivo di restituire leggibilità ed integrità allo straordinario apparato decorativo dello Scalone, intervenendo sulle superfici dipinte, sugli elementi lapidei e sulle pavimentazioni, oltre che sugli elementi lignei dipinti e dorati.
Inoltre, particolare attenzione sarà dedicata alle decorazioni pittoriche che caratterizzano le pareti e le volte dello Scalone, con le architetture illusionistiche attribuite allo scenografo Vincenzo Re, databili intorno al 1746. Le superfici pittoriche presentano, infatti, diffuse condizioni di degrado, tra alterazioni cromatiche, abrasioni, sollevamenti e cadute di colore, ridipinture e fenomeni legati all’umidità. Il progetto prevede, poi, operazioni di pulitura, consolidamento, rimozione delle stuccature incongrue, trattamento delle lacune e protezione delle superfici, secondo criteri di compatibilità, reversibilità e minimo intervento, da intendersi probabilmente non invasivi.
Accanto al restauro, uno degli elementi qualificanti dell’intervento riguarda il miglioramento dell’accessibilità del polo museale. In un ambiente di servizio adiacente allo Scalone, attualmente privo di caratteri monumentali, sarà realizzato un nuovo accesso direttamente da Piazza Carlo di Borbone, con l’installazione di un ascensore destinato a collegare il piano terra con il piano nobile della Reggia. Il nuovo impianto consentirà il pieno superamento delle barriere architettoniche per l’accesso all’area museale del piano nobile, permettendo altresì una migliore organizzazione dei percorsi e dei flussi di visitatori.
Il progetto prevede inoltre la riconfigurazione della scala di collegamento con il piano superiore, oggi realizzata in epoca contemporanea, per renderla maggiormente integrata con l’architettura della Reggia. Soddisfazione per l’avvio dei lavori è stata espressa da tutti gli Enti presenti. <<Con la consegna di questi lavori – dichiara la Soprintendente Paola Ricciardi – prende avvio un intervento che unisce tutela, conservazione e accessibilità. Restaurare lo Scalone significa restituire leggibilità ad uno degli spazi più significativi della Reggia di Portici, mentre la realizzazione del nuovo ascensore consentirà di rendere il percorso museale più accessibile e fruibile. È un progetto che si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del patrimonio del territorio e che testimonia il valore della collaborazione tra le istituzioni coinvolte nel CIS “Vesuvio-Pompei-Napoli”.>>.
«Ancora una volta la Reggia di Portici ha il merito di riunire tutte le istituzioni coinvolte che lavorano per la sua massima valorizzazione e fruizione in piena sinergia. Ricordo che solo qualche mese fa abbiamo inaugurato la Galleria del piano nobile, un altro spazio recuperato alla fruizione con fondi della Città Metropolitana di Napoli ed oggi con l’avvio del restauro dello scalone, diamo il via ad un altro step significativo, usufruendo di una differente fonte di finanziamento, potendo contare sul coinvolgimento diretto della Sovrintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli. E questo non può che renderci felici», ha affermato il vicesindaco della Città Metropolitana di Napoli, Giuseppe Cirillo.
«Oggi è una giornata di festa perché si iniziano i lavori allo Scalone monumentale della Reggia di Portici, attesi da anni. I lavori contribuiranno ad abbellire ulteriormente questo splendido luogo della cultura, presente nel territorio vesuviano», ha affermato il Generale dei Carabinieri Giovanni Capasso.
Il sindaco di Portici, Claudio Teodonno, saluta con favore un restauro su uno dei monumenti più iconici della città, così come l’ex sindaco e oggi assessore regionale al Governo del territorio Vincenzo Cuomo che ricorda i passi avanti, fatti negli anni, per rendere pienamente fruibile la Reggia, grande attrattore del territorio, nonché elemento strategico di sviluppo per l’intera area vesuviana. Lo scalone monumentale d’ingresso alla Reggia di Portici, oltre a costituire un pregevole esempio di spazialità architettonica, presenta sulle pareti e sulla volta dipinti raffiguranti scenografie architettoniche e giochi di prospettiva, databili attorno al 1746 ad opera del pittore Vincenzo Re, allievo di Andrea Pozzo. Il progetto di restauro mira al recupero della fastosa spazialità dello Scalone Reale, il cui l’apparato decorativo, in particolar modo per quanto riguarda l’aspetto pittorico, costituisce un elemento essenziale. Le complesse prospettive illusionistiche, dipinte sulle pareti dello scalone da Vincenzo Re, completano la percezione dell’ambiente come originariamente concepito in epoca tardo barocca; pertanto, il restauro dei dipinti murali si configura come elemento fondamentale ed indispensabile per il recupero delle qualità non soltanto decorative, ma anche pienamente architettoniche. Inoltre, la realizzazione di un nuovo accesso all’area museale, in un ambiente di servizio posto in uno dei lati corti dell’ottagono del cortile principale ed in adiacenza allo Scalone Reale, permette di ampliare sensibilmente la fruibilità del piano nobile della Reggia, nonché dell’intero complesso museale collocato a questo livello. Sfruttando un ambiente attualmente sottoutilizzato e privo di valenza monumentale, si prevede -come detto- la realizzazione di un nuovo ascensore che permetta l’accesso al primo piano, consentendo un completo abbattimento delle barriere architettoniche presenti per raggiungere l’area museale.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

FIRENZE. Restauro della Cappella Bardi dipinta da Giotto nella chiesa di Santa Croce.

È con buona probabilità correlato al talento e allo spirito innovativo di Giotto, comuni ai più grandi artisti della storia, il fatto che i suoi lavori continuino a regalare sorprese e nuove prospettive ogni qualvolta si decida di intervenire sul loro stato di conservazione o riprendere le ricerche scientifiche.

A Firenze, nella Cappella Bardi in Santa Croce, Giotto fu attivo per conto di Ridolfo de’ Bardi (la potente famiglia di banchieri fiorentini) per rappresentare alcuni dei momenti cruciali della vita di San Francesco in un magnifico ciclo esteso su una superficie pittorica di 180 metri quadrati. Sulle pareti laterali, Giotto e la sua bottega rappresentarono sei grandi scene (la fonte è la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio dove Francesco viene presentato come l’alter Christus; si ripercorrono la rinuncia ai beni paterni, l’approvazione della Regola, l’apparizione al Capitolo di Arles, la prova del fuoco davanti al Sultano, la morte, l’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido), cui si aggiungono le Stimmate dipinte sopra l’arcone d’ingresso, le figure dei santi sulla parete di fondo e le allegorie delle Virtù francescane nella volta.
Per datare la conclusione dell’opera si fa riferimento alla presenza tra le figure rappresentate di San Ludovico di Tolosa, canonizzato nel 1317: è dunque solo un termine post quem quello che si può azzardare per una datazione ancora oggetto di confronto tra gli studiosi. Di certo, comunque, Giotto si approcciò al lavoro in Santa Croce in una fase matura della sua attività, e il ciclo della Cappella Bardi divenne un testo fondamentale per gli artisti delle generazioni a venire, anche per la presenza di numerosi pittori all’opera sui ponteggi, che contribuirono a divulgare la maniera e le invenzioni del maestro.

Negli ultimi quattro anni, il ciclo è stato oggetto di una complessa campagna di restauro promossa dall’Opera di Santa Croce con l’Opificio delle Pietre Dure, e sostenuta, oltre che dal Ministero della Cultura, dalla Fondazione CR Firenze, da ARPAI,e da un gruppo di donatori privati, tra cui Veronica e Dominque Marzotto e William von Mueffling. Parte dei fondi è stata raccolta anche attraverso la campagna Giving4 Giotto, con donazioni private pervenute da tutto il mondo.
E la restituzione degli affreschi, che ora tornano visibili al pubblico (comunque coinvolto durante il cantiere, con visite sui ponteggi), avviene in concomitanza con l’ottavo centenario della morte di Francesco.

L’operazione risulta di grande valore anche in relazione alla fragilità dell’opera. Prima del 1730, le pitture murali furono nascoste sotto diverse imbiancature a calce. All’inizio dell’Ottocento, inoltre, nel registro inferiore delle pareti laterali, furono inseriti i cenotafi di due architetti granducali: Giuseppe Salvetti, nel 1812, e Niccolò Gaspero Maria Paoletti, nel 1818. Solo nel 1851, lavorando a una nuova decorazione della cappella, il ciclo giottesco fu accidentalmente riscoperto. Si procedette quindi al descialbo, che però provocò numerose abrasioni, graffi e perdite della pellicola pittorica. Le porzioni di affresco al di sotto dei cenotafi, invece, andarono completamente perdute con la rimozione dei monumenti. Furono dunque “ricostruite” le parti mancanti e uniformate le superfici con una diffusa patinatura a tempera, imprimendo un’interpretazione ottocentesca al ciclo. Tra il 1957 e il 1959, però, il soprintendente Ugo Procacci e il restauratore Leonetto Tintori rimossero le ridipinture (conservando le integrazioni ottocentesche per il loro valore documentario). Si intervenne inoltre con leggere velature sulle cadute della pellicola pittorica, lasciando i a tinta neutra le grandi e piccole lacune dell’intonaco – circa cinquemila – secondo un criterio di restauro moderno.

L’obiettivo della campagna appena conclusa, quindi, è stato duplice: garantire la conservazione dell’opera, ma anche migliorare la leggibilità di un ciclo caratterizzato da uno statomolto frammentario. “Quello concluso sulla cappella Bardi è stato un restauro necessario e non semplice” sottolinea Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure “Necessario perché le pareti presentavano criticità molteplici, sia strutturali che legate alla pellicola pittorica. Non semplice perché confrontarsi con un testo capitale, e questo lo è, è cosa che non si fa mai a cuor leggero; perché è un insieme entrato negli occhi di tutti dopo un restauro coraggioso che aveva eliminato i veri e propri rifacimenti ottocenteschi; perché è gravemente lacunoso e conservato in modo molto diseguale”.

A beneficiarne è stata, innanzitutto, la qualità della composizione giottesca, che ora si impone per la capacità dell’artista di riportare lo spazio reale nello spazio dipinto con invenzioni ardite per le conoscenze dell’epoca (le singole scene sono unite da una monumentale architettura dipinta che si sovrappone a quella reale della cappella, con ingegno illusionistico; quasi ogni scena, inoltre, si svolge all’interno di ambienti chiusi rappresentati frontalmente, come grandi scatole aperte verso lo spettatore). Ma il restauro ha restituito anche l’intensità espressiva in cui Giotto eccelse.
È stato possibile, inoltre, distinguere le diverse mani che lavorarono al ciclo, evidenziando le differenze tecniche e di stile che coesistono nelle diverse scene. Da un punto di vista tecnico, invece, arriva la conferma che Giotto fosse particolarmente incline a sperimentare secondo esigenza: in Santa Croce lavorò su una base a fresco, facendo poi diffusamente uso di tecniche a secco, per poter utilizzare una gamma di pigmenti più ampia, e variare così gli effetti cromatici e spaziali. Ma anche per ottimizzare i tempi del cantiere.
Sotto il profilo conservativo sono state consolidate le parti più fragili e ridotti i fenomeni di degrado, rimossi depositi e materiali alterati e sostituite molte delle vecchie stuccature sintetiche con impasti più compatibili con gli intonaci originali. Per l’integrazione delle lacune, alcune molto estese, si è lavorato con sistemi differenziati per ridare quando possibile continuità al testo figurativo rispettando però la storia conservativa del ciclo. Quasi come un inedito, in particolar modo, si rivela la volta: la pulitura, condotta in questa zona anche con l’ausilio di strumentazione laser, ha restituito la potenza inventiva e la qualità figurativa delle allegorie delle Virtù Francescane, in particolare l’Obbedienza e la Castità, facendo riemergere dettagli prima illeggibili o fraintesi.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 11 set 2026

NAPOLI. Alla chiesa dell’Incoronata il restauro si guarda da vicino.

Si tratta della chiesa di Santa Maria dell’Incoronata, un gioiello gotico nel cuore storico di via Medina, e al centro di un intervento di restauro, seguito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune partenopeo, con la collaborazione degli studenti del corso di Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa.
Il sacro edificio, per lungo tempo rimasto ai margini, conserva uno dei cicli pittorici più importanti della Napoli angioina. Il restyling artistico lo sta restituendo alla città: focus dell’intervento, gli affreschi staccati riferiti a Roberto d’Oderisio ed al Maestro delle Storie di San Ladislao, su cui gli studenti di Suor Orsola hanno lavorato affiancando le restauratrici della Soprintendenza.
Oggi la chiesa si presenta in una veste parzialmente restaurata, posto che i lavori proseguiranno. Nei giorni di apertura, i restauratori sono all’opera e chi entra può parlare con loro. Non un “cantiere chiuso” -si spiega- ma il restauro mentre accade.
«Un cantiere aperto mostra ai cittadini che cosa significa prendersi cura del patrimonio», ha affermato la Soprintendente Rosalia D’Apice.
È la cura la parola su cui torna la restauratrice della Soprintendenza Barbara Balbi: l’attenzione costante ed il lavoro paziente sulle superfici sono ciò che permette di riconsegnare alla collettività un bene che le appartiene. L’Incoronata sarà tra i luoghi protagonisti delle Giornate Europee del Patrimonio, la più ampia manifestazione culturale d’Europa, in programma sabato 26 e domenica 27 settembre 2026. Un appuntamento che, osserva Balbi, trova il suo fondamento nella Convenzione di Faro: il riconoscimento del diritto delle comunità a partecipare al patrimonio culturale ed a prendersene cura.
Le aperture gratuite rispondono a questo principio: un accesso democratico al bene, e la possibilità di parlare con chi lo sta restaurando. Per gli studenti dell’Ateneo, il cantiere è “insieme tutela e formazione: chi domani si prenderà cura di questo patrimonio sta imparando a farlo oggi, sul campo”.
Il progetto è stato raccontato da Run Radio, l’emittente dell’Università Suor Orsola Benincasa. Qui di seguito la storia della chiesa, sempre a cura della sabap.napoli.
Nascosta sotto il livello dell’attuale via Medina, l’Incoronata è uno degli edifici medievali meno conosciuti ed affascinanti della città. Fondata nella seconda metà del XIV secolo per volontà di Giovanna I d’Angiò, la chiesa è tradizionalmente collegata all’incoronazione della regina e del marito Luigi di Taranto. Da una reliquia lì custodita, una spina ritenuta appartenente alla Corona di Cristo, deriva il nome con cui la chiesa è conosciuta. La posizione ribassata di circa tre metri rispetto alla strada non è un’anomalia originaria, ma la conseguenza delle opere difensive cinquecentesche realizzate attorno ai fossati di Castel Nuovo, che comportarono l’innalzamento del piano stradale e finirono per “interrare” l’edificio.
Il cuore artistico della chiesa è la sua decorazione pittorica trecentesca. La navata maggiore conserva i cicli di Roberto d’Oderisio, tra i maggiori interpreti della pittura napoletana di matrice giottesca, con il Trionfo della Religione, i Sette Sacramenti e le Storie bibliche. Nella Cappella del Crocifisso si conservano invece i frammenti delle Storie di San Ladislao, attribuiti ad un anonimo maestro di area marchigiana attivo agli inizi del Quattrocento.
Un patrimonio che fa dell’Incoronata una testimonianza preziosa della Napoli angioina e del suo ruolo di capitale del Regno.
La chiesa ospita attualmente due laboratori di restauro, che affiancano le attività di tutela e rappresentano un’importante occasione di formazione e ricerca. Uno dei laboratori è curato dalla Scuola di Alta Formazione e Studio per il Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa, nell’ambito del protocollo d’intesa sottoscritto con la Soprintendenza, a conferma della proficua collaborazione tra le due istituzioni, per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale. Sull’edificio la Soprintendenza esercita la propria azione di tutela, di cui le aperture straordinarie rappresentano il naturale completamento: consentire ai cittadini di conoscere questi luoghi significa non solo conservarli, ma restituirli pienamente alla vita della città. Le aperture -si conclude- rientrano nel programma di aperture straordinarie diurne dei luoghi della cultura promosso dalla Soprintendenza per il 2026, che nei prossimi mesi interesserà anche altri siti della città.

Fonte e immagini: sabap.napoli

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. L’ascensore del Re torna a salire al Palazzo Reale.

La funzionalità che ha consentito e consente di ammirare il patrimonio artistico-culturale “in vetrina”, riprende a…salire, dopo che si era interrotta a partire dall’8 aprile scorso. Torna, cioè, ad essere visitabile l’installazione “L’ascensore del Re”, viaggio “verticale” virtuale attraverso i secoli al Palazzo Reale di Napoli, volto ad interagire con il variegato, meraviglioso, spazio espositivo del prestigioso edificio storico di Piazza del Plebiscito.
Completato l’intervento di manutenzione tecnica, che ne aveva richiesto la temporanea chiusura, è di nuovo aperta al pubblico la messa in opera interattiva, ospitata nell’ex “passetto del Generale”, accanto alla Sala del Trono, che permette ai visitatori di compiere un viaggio virtuale, mediante un ascensore speciale che li conduce in una narrazione visiva emozionante, immaginando la vita di corte attraverso i secoli.
Quattro secoli di storia della Reggia, partecipati quali memoria del passato, sotto la classica luce dei riflettori.
Un piano quindi per ogni secolo, cui i visitatori possono accedere mediante una pulsantiera che li trasporta dal ‘600, anno di costruzione del Palazzo ad opera del VI conte di Lemos (nelle immagini si susseguono alcuni vicerè spagnoli di Napoli), fino ai nostri giorni, attraversando l’epoca di Carlo di Borbone con la ricchezza del Regno Borbonico e la sua affermazione in Europa, e l’800.
L’ultimo piano trasporta lo spettatore sul Belvedere del Palazzo, dove la splendida vista panoramica ed i suoni della città ci riportano alla contemporaneità.
Il manoscritto di Renao, portiere di camera e non solo, per circa 30 anni, descrive i cerimoniali di corte.
Il ‘600 a Napoli si caratterizza con colori scuri e caravaggeschi, suggeriti dagli avvenimenti luttuosi della peste e dalle violente eruzioni del Vesuvio.
Schiacciando il pulsante del secondo piano si arriva al ‘700, con la presenza di Carlo di Borbone, dove il re diventa visibile e non è più l’entità lontana che governa dalla Spagna.
Si susseguono le immagini delle trasformazioni del Palazzo, ma anche la costruzione di nuove regge, che rappresentano la ricchezza del nuovo Regno Borbonico e la sua affermazione in Europa: si evincono dagli abiti sfarzosi, e che, attraverso accordi commerciali con l’Oriente, danno l’avvio a mode esotiche che caratterizzeranno il Palazzo nei dipinti e nell’arredo.
L’800 è rappresentato al terzo piano, con una pantomima di epoca post-napoleonica e si prosegue con il famoso incendio del 1837, a causa del quale il Palazzo conoscerà le trasformazioni architettoniche del Genovese giunte fino ai giorni nostri. Un ballo nelle sale sancisce la fine del Regno Borbonico e l’avvento dei Savoia.
Tra un piano e l’altro si intravedono e si percepiscono il lavoro, la fatica, il disagio, ma anche l’allegria del popolo mai ammesso a corte, che è in realtà il vero protagonista del Regno di Napoli. Le scene prendono spunto e si relazionano con i dipinti, i vasi, i dettagli e gli arazzi del Palazzo Reale.
Una narrazione visiva, il cui progetto è stato realizzato da “Kaos produzioni”, con la direzione artistica di Stefano Gargiulo, per colmare l’allora assenza temporanea del trono reale, che era stato inviato al Centro di Restauro e Conservazione La Venaria di Torino, nell’ambito del progetto “Restituzioni” Intesa Sanpaolo, e facendo poi ritorno nella sala della Reggia partenopea a febbraio 2026.
È possibile accedervi dalle ore 9.00 alle ore 20.00 tutti giorni escluso il mercoledì, giorno di chiusura del Museo. Androne delle Carrozze – Palazzo Reale di Napoli.
Eventi oggi. Presso detti spazi, si tiene un importante appuntamento culturale che vede l’apertura in contemporanea di tre straordinarie mostre fotografiche: “Con i tuoi occhi” di Salvatore Liguori, “Siria” di Romeo Civilli e “Jazz: La pellicola del suono” di Salvatore Pastore.
L’iniziativa si configura come un ricco itinerario visivo, dal forte valore artistico, sociale e documentaristico. Attraverso tre narrazioni, profondamente diverse per temi e linguaggi, l’evento espositivo si propone di esplorare la realtà e la memoria, coniugando la sensibilità del reportage umano e geopolitico al rigore della fotografia analogica e teatrale.
Il percorso espositivo si articola in tre sezioni distinte: CON I TUOI OCCHI (Fotografie di Salvatore Liguori): Un omaggio alla memoria e al talento di un giovane fotografo napoletano scomparso prematuramente a 37 anni. La mostra riunisce le sue tre grandi anime espressive, ovvero il teatro, il cinema e la street photography. Un invito a far vivere ancora lo sguardo autentico dell’autore attraverso gli occhi del visitatore. SIRIA (Fotografie di Romeo Civilli): Un potente reportage d’indagine introspettiva, che racconta la popolazione siriana all’indomani della caduta del regime, dopo 14 anni di devastante conflitto. Gli scatti catturano l’essenza di chi è sopravvissuto, dei liberati dal carcere di Sednaya e di chi oggi, tra le macerie da Damasco a Idlib, guarda all’orizzonte. Volti che parlano di resistenza e resilienza, dove la vita vince sulla distruzione e rivendica un nuovo inizio.
JAZZ: LA PELLICOLA DEL SUONO (Fotografie di Salvatore Pastore): Una preziosa selezione di stampe fine art (sviluppate rigorosamente in analogico su carta baritata), che riapre un archivio d’autore rimasto a lungo custodito, oltre a documentare la grande stagione del jazz a Napoli e provincia, tra il 1990 e i primi anni Duemila.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it

NAPOLI. Verrà restaurato a Capodimonte il Trittico Eucaristico del Duomo di Pozzuoli.

Lo scrigno museale di Capodimonte, sempre più inclusivo e comunitario: verrà restaurato e ricomposto il Trittico Eucaristico di Agostino Beltrano del Duomo di Pozzuoli.
<< Capodimonte, principale pinacoteca del Mezzogiorno, seconda in Italia per importanza dopo gli Uffizi, vuole dialogare sempre più con il territorio in particolare contribuendo con il patrimonio dei propri depositi a scrivere la storia dell’arte in Campania attraverso restauri, restituzioni ed esposizioni anche di lungo periodo -annuncia Eike Schmidt, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, su https: //capodimonte.cultura.gov.it/capodimonte-diffuso…/ –
Particolarmente significativa, poiché si collega alla valorizzazione del territorio flegreo, è la prima collaborazione di questo nuovo programma, che chiameremo ‘Capodimonte diffuso’, con la Diocesi di Pozzuoli per lo storico riallestimento del trittico eucaristico di Agostino Beltrano>>.
Le due tele, attualmente in restauro, sono state -si legge- identificate nei depositi di Capodimonte nel 2022 dal professor Giuseppe Porzio, dell’Università di Napoli L’Orientale, grazie all’incrocio tra analisi stilistica e fonti documentarie. E che, unicamente registrate nell’inventario. avviato intorno al 1970 dall’allora soprintendente Raffaello Causa, raffigurano rispettivamente il sacerdote Melchisedek nell’atto di offrire pane e vino (Genesi 14, 18-20), e il re Davide assiso in trono.
Il ritrovamento della firma di Agostino Beltrano, sulla prima tela, ha consentito -si spiega- di ricondurre entrambe le opere ad un ciclo di soggetto eucaristico, incentrato sull’Ultima Cena firmata dello stesso autore napoletano. Esso fu commissionato per la cappella del Santissimo Sacramento del Duomo di Pozzuoli, da fra Martín de León y Cárdenas, vescovo dal 1631 al 1650. Il complesso pittorico è menzionato, per la prima volta, in una relazione del dicembre 1649, redatta in occasione della visita pastorale del presule puteolano. Del trittico in parola, sopravvive oggi nel Duomo di Pozzuoli, sebbene trasferita ed adattata nella sacrestia, soltanto la monumentale Ultima Cena, uno dei cardini per la definizione critica del percorso dell’artista, mentre restano ancora oggetto di studio archivistico, le modalità con cui le due opere siano giunte a Capodimonte, non essendo infatti chiaro se il trasferimento sia avvenuto prima o dopo l’incendio del 1964, che devastò il Duomo di Pozzuoli (al Rione Terra). Di pari passo alla ricostruzione di questa vicenda, la volontà condivisa dal Museo di Capodimonte e dalla Diocesi flegrea, con la collaborazione scientifica dell’Università L’Orientale di Napoli e la Soprintendenza ABAP dell’area metropolitana di Napoli, è quella di “ricucire uno strappo nelle vicende del patrimonio culturale del territorio”. O meglio -si evidenzia- l’identificazione ha rappresentato il primo passo verso il recupero critico e conservativo di uno degli episodi artistici più significativi del complesso puteolano, accanto alle opere di Massimo Stanzione – di cui fu stretto collaboratore Beltrano, marito della pittrice Diana De Rosa, nota anche come Annella di Massimo –, Artemisia Gentileschi e Giovanni Lanfranco. Dipinti, il cui tessuto pittorico si presenta oggi difficilmente leggibile dal punto di vista stilistico e cromatico, a causa del sofferto stato conservativo, riscontrandosi -si fa notare-diffusi depositi di sporco, vernici ossidate ed estese ridipinture, riconducibili ad un intervento di restauro molto antico. I pochi brani ancora leggibili suggeriscono, tuttavia, un vigore naturalistico ed una caratterizzazione fisionomica del tutto coerente con i lavori migliori dell’artista. Un complesso intervento di restauro, sostenuto dalla Diocesi di Pozzuoli, grazie ad un cospicuo contributo dei fondi 8xMille alla Chiesa Cattolica, e condotto presso il laboratorio Studio Ermes di Iriana Suprina in Napoli, è attualmente in corso e restituirà una più corretta lettura del testo pittorico originale. A partire da maggio, verrà restaurata anche ‘L’Ultima cena’, intervento le cui fasi finali coinvolgeranno le tre tele insieme. “Seguiremo con attenzione e con cura tutto il processo di restauro del trittico originario che restituirà una ricchezza pittorica adesso non più leggibile – dichiara Paola Ricciardi, Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli –. Già dai primi tasselli si capisce che si tratta di un’opera con molto colore e con molti dettagli.
Per la comunità flegrea questa ricomposizione sarà un passaggio molto importante: restauri di opere di questo livello hanno comunque una ricaduta ben oltre il territorio, per tutti i beni culturali italiani, essendo Beltrame una figura principale nell’arte del 600. Si tratta di una operazione virtuosa che vede insieme il Ministero della Cultura nelle sue varie articolazioni e la Diocesi. Questo recupero costituisce un segno di speranza per il nostro territorio flegreo, che nonostante il bradisismo, desidera riappropriarsi della propria vita, ripartendo sempre e di nuovo dalla bellezza dei suoi luoghi e della sua storia. Inoltre tornare all’Eucaristia attraverso l’espressione artistica di Beltrano sarà per ogni visitatore l’occasione di ripensare a quel segno che annuncia la presenza di Dio nella storia, il suo farsi carne, il suo donarsi per amore come vita del mondo…”.
Questo gesto -sembra il caso di chiudere- sia di monito perché trasformi l’esistenza, dando senso al tempo e ai valori ineccepibili del sociale.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it