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NAPOLI. Alla chiesa dell’Incoronata il restauro si guarda da vicino.

Si tratta della chiesa di Santa Maria dell’Incoronata, un gioiello gotico nel cuore storico di via Medina, e al centro di un intervento di restauro, seguito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune partenopeo, con la collaborazione degli studenti del corso di Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa.
Il sacro edificio, per lungo tempo rimasto ai margini, conserva uno dei cicli pittorici più importanti della Napoli angioina. Il restyling artistico lo sta restituendo alla città: focus dell’intervento, gli affreschi staccati riferiti a Roberto d’Oderisio ed al Maestro delle Storie di San Ladislao, su cui gli studenti di Suor Orsola hanno lavorato affiancando le restauratrici della Soprintendenza.
Oggi la chiesa si presenta in una veste parzialmente restaurata, posto che i lavori proseguiranno. Nei giorni di apertura, i restauratori sono all’opera e chi entra può parlare con loro. Non un “cantiere chiuso” -si spiega- ma il restauro mentre accade.
«Un cantiere aperto mostra ai cittadini che cosa significa prendersi cura del patrimonio», ha affermato la Soprintendente Rosalia D’Apice.
È la cura la parola su cui torna la restauratrice della Soprintendenza Barbara Balbi: l’attenzione costante ed il lavoro paziente sulle superfici sono ciò che permette di riconsegnare alla collettività un bene che le appartiene. L’Incoronata sarà tra i luoghi protagonisti delle Giornate Europee del Patrimonio, la più ampia manifestazione culturale d’Europa, in programma sabato 26 e domenica 27 settembre 2026. Un appuntamento che, osserva Balbi, trova il suo fondamento nella Convenzione di Faro: il riconoscimento del diritto delle comunità a partecipare al patrimonio culturale ed a prendersene cura.
Le aperture gratuite rispondono a questo principio: un accesso democratico al bene, e la possibilità di parlare con chi lo sta restaurando. Per gli studenti dell’Ateneo, il cantiere è “insieme tutela e formazione: chi domani si prenderà cura di questo patrimonio sta imparando a farlo oggi, sul campo”.
Il progetto è stato raccontato da Run Radio, l’emittente dell’Università Suor Orsola Benincasa. Qui di seguito la storia della chiesa, sempre a cura della sabap.napoli.
Nascosta sotto il livello dell’attuale via Medina, l’Incoronata è uno degli edifici medievali meno conosciuti ed affascinanti della città. Fondata nella seconda metà del XIV secolo per volontà di Giovanna I d’Angiò, la chiesa è tradizionalmente collegata all’incoronazione della regina e del marito Luigi di Taranto. Da una reliquia lì custodita, una spina ritenuta appartenente alla Corona di Cristo, deriva il nome con cui la chiesa è conosciuta. La posizione ribassata di circa tre metri rispetto alla strada non è un’anomalia originaria, ma la conseguenza delle opere difensive cinquecentesche realizzate attorno ai fossati di Castel Nuovo, che comportarono l’innalzamento del piano stradale e finirono per “interrare” l’edificio.
Il cuore artistico della chiesa è la sua decorazione pittorica trecentesca. La navata maggiore conserva i cicli di Roberto d’Oderisio, tra i maggiori interpreti della pittura napoletana di matrice giottesca, con il Trionfo della Religione, i Sette Sacramenti e le Storie bibliche. Nella Cappella del Crocifisso si conservano invece i frammenti delle Storie di San Ladislao, attribuiti ad un anonimo maestro di area marchigiana attivo agli inizi del Quattrocento.
Un patrimonio che fa dell’Incoronata una testimonianza preziosa della Napoli angioina e del suo ruolo di capitale del Regno.
La chiesa ospita attualmente due laboratori di restauro, che affiancano le attività di tutela e rappresentano un’importante occasione di formazione e ricerca. Uno dei laboratori è curato dalla Scuola di Alta Formazione e Studio per il Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa, nell’ambito del protocollo d’intesa sottoscritto con la Soprintendenza, a conferma della proficua collaborazione tra le due istituzioni, per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale. Sull’edificio la Soprintendenza esercita la propria azione di tutela, di cui le aperture straordinarie rappresentano il naturale completamento: consentire ai cittadini di conoscere questi luoghi significa non solo conservarli, ma restituirli pienamente alla vita della città. Le aperture -si conclude- rientrano nel programma di aperture straordinarie diurne dei luoghi della cultura promosso dalla Soprintendenza per il 2026, che nei prossimi mesi interesserà anche altri siti della città.

Fonte e immagini: sabap.napoli

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. L’ascensore del Re torna a salire al Palazzo Reale.

La funzionalità che ha consentito e consente di ammirare il patrimonio artistico-culturale “in vetrina”, riprende a…salire, dopo che si era interrotta a partire dall’8 aprile scorso. Torna, cioè, ad essere visitabile l’installazione “L’ascensore del Re”, viaggio “verticale” virtuale attraverso i secoli al Palazzo Reale di Napoli, volto ad interagire con il variegato, meraviglioso, spazio espositivo del prestigioso edificio storico di Piazza del Plebiscito.
Completato l’intervento di manutenzione tecnica, che ne aveva richiesto la temporanea chiusura, è di nuovo aperta al pubblico la messa in opera interattiva, ospitata nell’ex “passetto del Generale”, accanto alla Sala del Trono, che permette ai visitatori di compiere un viaggio virtuale, mediante un ascensore speciale che li conduce in una narrazione visiva emozionante, immaginando la vita di corte attraverso i secoli.
Quattro secoli di storia della Reggia, partecipati quali memoria del passato, sotto la classica luce dei riflettori.
Un piano quindi per ogni secolo, cui i visitatori possono accedere mediante una pulsantiera che li trasporta dal ‘600, anno di costruzione del Palazzo ad opera del VI conte di Lemos (nelle immagini si susseguono alcuni vicerè spagnoli di Napoli), fino ai nostri giorni, attraversando l’epoca di Carlo di Borbone con la ricchezza del Regno Borbonico e la sua affermazione in Europa, e l’800.
L’ultimo piano trasporta lo spettatore sul Belvedere del Palazzo, dove la splendida vista panoramica ed i suoni della città ci riportano alla contemporaneità.
Il manoscritto di Renao, portiere di camera e non solo, per circa 30 anni, descrive i cerimoniali di corte.
Il ‘600 a Napoli si caratterizza con colori scuri e caravaggeschi, suggeriti dagli avvenimenti luttuosi della peste e dalle violente eruzioni del Vesuvio.
Schiacciando il pulsante del secondo piano si arriva al ‘700, con la presenza di Carlo di Borbone, dove il re diventa visibile e non è più l’entità lontana che governa dalla Spagna.
Si susseguono le immagini delle trasformazioni del Palazzo, ma anche la costruzione di nuove regge, che rappresentano la ricchezza del nuovo Regno Borbonico e la sua affermazione in Europa: si evincono dagli abiti sfarzosi, e che, attraverso accordi commerciali con l’Oriente, danno l’avvio a mode esotiche che caratterizzeranno il Palazzo nei dipinti e nell’arredo.
L’800 è rappresentato al terzo piano, con una pantomima di epoca post-napoleonica e si prosegue con il famoso incendio del 1837, a causa del quale il Palazzo conoscerà le trasformazioni architettoniche del Genovese giunte fino ai giorni nostri. Un ballo nelle sale sancisce la fine del Regno Borbonico e l’avvento dei Savoia.
Tra un piano e l’altro si intravedono e si percepiscono il lavoro, la fatica, il disagio, ma anche l’allegria del popolo mai ammesso a corte, che è in realtà il vero protagonista del Regno di Napoli. Le scene prendono spunto e si relazionano con i dipinti, i vasi, i dettagli e gli arazzi del Palazzo Reale.
Una narrazione visiva, il cui progetto è stato realizzato da “Kaos produzioni”, con la direzione artistica di Stefano Gargiulo, per colmare l’allora assenza temporanea del trono reale, che era stato inviato al Centro di Restauro e Conservazione La Venaria di Torino, nell’ambito del progetto “Restituzioni” Intesa Sanpaolo, e facendo poi ritorno nella sala della Reggia partenopea a febbraio 2026.
È possibile accedervi dalle ore 9.00 alle ore 20.00 tutti giorni escluso il mercoledì, giorno di chiusura del Museo. Androne delle Carrozze – Palazzo Reale di Napoli.
Eventi oggi. Presso detti spazi, si tiene un importante appuntamento culturale che vede l’apertura in contemporanea di tre straordinarie mostre fotografiche: “Con i tuoi occhi” di Salvatore Liguori, “Siria” di Romeo Civilli e “Jazz: La pellicola del suono” di Salvatore Pastore.
L’iniziativa si configura come un ricco itinerario visivo, dal forte valore artistico, sociale e documentaristico. Attraverso tre narrazioni, profondamente diverse per temi e linguaggi, l’evento espositivo si propone di esplorare la realtà e la memoria, coniugando la sensibilità del reportage umano e geopolitico al rigore della fotografia analogica e teatrale.
Il percorso espositivo si articola in tre sezioni distinte: CON I TUOI OCCHI (Fotografie di Salvatore Liguori): Un omaggio alla memoria e al talento di un giovane fotografo napoletano scomparso prematuramente a 37 anni. La mostra riunisce le sue tre grandi anime espressive, ovvero il teatro, il cinema e la street photography. Un invito a far vivere ancora lo sguardo autentico dell’autore attraverso gli occhi del visitatore. SIRIA (Fotografie di Romeo Civilli): Un potente reportage d’indagine introspettiva, che racconta la popolazione siriana all’indomani della caduta del regime, dopo 14 anni di devastante conflitto. Gli scatti catturano l’essenza di chi è sopravvissuto, dei liberati dal carcere di Sednaya e di chi oggi, tra le macerie da Damasco a Idlib, guarda all’orizzonte. Volti che parlano di resistenza e resilienza, dove la vita vince sulla distruzione e rivendica un nuovo inizio.
JAZZ: LA PELLICOLA DEL SUONO (Fotografie di Salvatore Pastore): Una preziosa selezione di stampe fine art (sviluppate rigorosamente in analogico su carta baritata), che riapre un archivio d’autore rimasto a lungo custodito, oltre a documentare la grande stagione del jazz a Napoli e provincia, tra il 1990 e i primi anni Duemila.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it

NAPOLI. Verrà restaurato a Capodimonte il Trittico Eucaristico del Duomo di Pozzuoli.

Lo scrigno museale di Capodimonte, sempre più inclusivo e comunitario: verrà restaurato e ricomposto il Trittico Eucaristico di Agostino Beltrano del Duomo di Pozzuoli.
<< Capodimonte, principale pinacoteca del Mezzogiorno, seconda in Italia per importanza dopo gli Uffizi, vuole dialogare sempre più con il territorio in particolare contribuendo con il patrimonio dei propri depositi a scrivere la storia dell’arte in Campania attraverso restauri, restituzioni ed esposizioni anche di lungo periodo -annuncia Eike Schmidt, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, su https: //capodimonte.cultura.gov.it/capodimonte-diffuso…/
Particolarmente significativa, poiché si collega alla valorizzazione del territorio flegreo, è la prima collaborazione di questo nuovo programma, che chiameremo ‘Capodimonte diffuso’, con la Diocesi di Pozzuoli per lo storico riallestimento del trittico eucaristico di Agostino Beltrano>>.
Le due tele, attualmente in restauro, sono state -si legge- identificate nei depositi di Capodimonte nel 2022 dal professor Giuseppe Porzio, dell’Università di Napoli L’Orientale, grazie all’incrocio tra analisi stilistica e fonti documentarie. E che, unicamente registrate nell’inventario. avviato intorno al 1970 dall’allora soprintendente Raffaello Causa, raffigurano rispettivamente il sacerdote Melchisedek nell’atto di offrire pane e vino (Genesi 14, 18-20), e il re Davide assiso in trono.
Il ritrovamento della firma di Agostino Beltrano, sulla prima tela, ha consentito -si spiega- di ricondurre entrambe le opere ad un ciclo di soggetto eucaristico, incentrato sull’Ultima Cena firmata dello stesso autore napoletano. Esso fu commissionato per la cappella del Santissimo Sacramento del Duomo di Pozzuoli, da fra Martín de León y Cárdenas, vescovo dal 1631 al 1650. Il complesso pittorico è menzionato, per la prima volta, in una relazione del dicembre 1649, redatta in occasione della visita pastorale del presule puteolano. Del trittico in parola, sopravvive oggi nel Duomo di Pozzuoli, sebbene trasferita ed adattata nella sacrestia, soltanto la monumentale Ultima Cena, uno dei cardini per la definizione critica del percorso dell’artista, mentre restano ancora oggetto di studio archivistico, le modalità con cui le due opere siano giunte a Capodimonte, non essendo infatti chiaro se il trasferimento sia avvenuto prima o dopo l’incendio del 1964, che devastò il Duomo di Pozzuoli (al Rione Terra). Di pari passo alla ricostruzione di questa vicenda, la volontà condivisa dal Museo di Capodimonte e dalla Diocesi flegrea, con la collaborazione scientifica dell’Università L’Orientale di Napoli e la Soprintendenza ABAP dell’area metropolitana di Napoli, è quella di “ricucire uno strappo nelle vicende del patrimonio culturale del territorio”. O meglio -si evidenzia- l’identificazione ha rappresentato il primo passo verso il recupero critico e conservativo di uno degli episodi artistici più significativi del complesso puteolano, accanto alle opere di Massimo Stanzione – di cui fu stretto collaboratore Beltrano, marito della pittrice Diana De Rosa, nota anche come Annella di Massimo –, Artemisia Gentileschi e Giovanni Lanfranco. Dipinti, il cui tessuto pittorico si presenta oggi difficilmente leggibile dal punto di vista stilistico e cromatico, a causa del sofferto stato conservativo, riscontrandosi -si fa notare-diffusi depositi di sporco, vernici ossidate ed estese ridipinture, riconducibili ad un intervento di restauro molto antico. I pochi brani ancora leggibili suggeriscono, tuttavia, un vigore naturalistico ed una caratterizzazione fisionomica del tutto coerente con i lavori migliori dell’artista. Un complesso intervento di restauro, sostenuto dalla Diocesi di Pozzuoli, grazie ad un cospicuo contributo dei fondi 8xMille alla Chiesa Cattolica, e condotto presso il laboratorio Studio Ermes di Iriana Suprina in Napoli, è attualmente in corso e restituirà una più corretta lettura del testo pittorico originale. A partire da maggio, verrà restaurata anche ‘L’Ultima cena’, intervento le cui fasi finali coinvolgeranno le tre tele insieme. “Seguiremo con attenzione e con cura tutto il processo di restauro del trittico originario che restituirà una ricchezza pittorica adesso non più leggibile – dichiara Paola Ricciardi, Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli –. Già dai primi tasselli si capisce che si tratta di un’opera con molto colore e con molti dettagli.
Per la comunità flegrea questa ricomposizione sarà un passaggio molto importante: restauri di opere di questo livello hanno comunque una ricaduta ben oltre il territorio, per tutti i beni culturali italiani, essendo Beltrame una figura principale nell’arte del 600. Si tratta di una operazione virtuosa che vede insieme il Ministero della Cultura nelle sue varie articolazioni e la Diocesi. Questo recupero costituisce un segno di speranza per il nostro territorio flegreo, che nonostante il bradisismo, desidera riappropriarsi della propria vita, ripartendo sempre e di nuovo dalla bellezza dei suoi luoghi e della sua storia. Inoltre tornare all’Eucaristia attraverso l’espressione artistica di Beltrano sarà per ogni visitatore l’occasione di ripensare a quel segno che annuncia la presenza di Dio nella storia, il suo farsi carne, il suo donarsi per amore come vita del mondo…”.
Questo gesto -sembra il caso di chiudere- sia di monito perché trasformi l’esistenza, dando senso al tempo e ai valori ineccepibili del sociale.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. Il trono del Palazzo Reale torna, restaurato, nella “sua” Sala tra ori e splendori.

Dal 10 febbraio 2026, il trono del Palazzo Reale di Napoli rientra tra ori e splendori, con una storia completamente riscritta, nella “sua” Sala dopo i restauri condotti dal Centro Conservazione e Restauro: “La Venaria Reale”, nell’ambito della XX edizione del progetto Restituzioni, finanziato da Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Ministero della Cultura.
Una volta presentato per una preview alla Venaria Reale di Torino, dal 13 maggio al 12 ottobre 2025, il prezioso manufatto è stato messo in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma (28 ottobre 2025 -18 gennaio 2026), in occasione di detta importante iniziativa.
Gli interventi di riattamento, iniziati nel settembre del 2024, seguendo protocolli già applicati a manufatti analoghi (come il trono del Palazzo del Quirinale), si sono conclusi nel maggio 2025 e hanno previsto anche una campagna diagnostica, mirata alla caratterizzazione dei materiali ed allo studio della storia conservativa dell’opera. Le indagini scientifiche, supportate dal CNR, sono state condotte con approccio multi-analitico, comprendente tecniche di tipo non invasivo e micro-invasivo, ma sostenibili ed ecocompatibili. Buona parte della pulitura superficiale è stata compiuta con l’utilizzo del laser, che ha consentito alla sottile lamina metallica dorata di ritrovare una perduta e inaspettata luminosità, cui han fatto seguito un lungo intervento di consolidamento delle aree decoese ed un’attenta riequilibratura cromatica, a garanzia di una piena godibilità estetica. Ciò ha permesso, sulla base dei risultati emersi da specifiche analisi scientifiche, di riconsegnare il prezioso manufatto completamente restaurato nella struttura lignea scolpita e dorata, e rinnovato per quanto riguarda la parte tessile e la passamaneria.
In occasione del rientro del trono presso il Palazzo Reale, sono stati inoltre condotti importanti lavori sui tessili della Sala, che hanno interessato nello specifico il tappeto che orna il baldacchino, le fasce laterali e le mantovane. Eseguito da Graziella Palei, della ditta Graziella Palei- Conservazione e Restauro opere d’arte, il restauro dei tessili ha previsto per tutta la sua durata (da novembre 2025), l’istallazione di un cantiere a vista presso la Sala del Trono, che ha consentito al pubblico di assistere in diretta ai lavori. L’intervento, pensato specificatamente per garantire la futura conservazione di ogni elemento ed il rallentamento dei fenomeni di degrado, è consistito per il tappeto, le fasce laterali e le mantovane, in una pulitura fisico-meccanica volta alla rimozione del particolato atmosferico, seguita da un consolidamento delle zone degradate ed infine nella cucitura di una nuova fodera, mentre il baldacchino è stato oggetto di una accurata pulitura. Durante il periodo di restauro, durato sedici mesi, la Sala del Trono non è rimasta vuota: al suo posto è stata collocata una seduta borbonica settecentesca.
Il rientro del trono originale segna ora la conclusione di un articolato progetto che ha coinvolto restauratori, storici dell’arte, scienziati e istituzioni pubbliche e private. La sorpresa più importante è arrivata dalle ricerche archivistiche, condotte parallelamente al restauro. Fino ad oggi il trono era considerato un manufatto borbonico, databile tra il 1845 e il 1850. Gli studi hanno, invece, dimostrato che fu commissionato dai Savoia e pagato nel 1874. Questa nuova attribuzione sposta la realizzazione di circa trent’anni e modifica la lettura storica dell’oggetto, inserendolo nel contesto della Napoli postunitaria. Non cambia solo la biografia del trono, ma anche la cronologia delle trasformazioni del Palazzo Reale dopo l’Unità d’Italia.
<<L’attribuzione del Trono del Palazzo Reale di Napoli all’età sabauda rappresenta una scoperta di grande rilievo storico – ha commentato il Direttore generale Musei, Massimo Osanna – che conferma quanto fossero importanti Napoli e il suo Palazzo per i nuovi sovrani, a pochi anni dall’unificazione della penisola. Oggi il Palazzo Reale è al centro di un ampio intervento di trasformazione, reso possibile grazie ai fondi del Grande Progetto Beni Culturali del MIC, che permetterà di restituire ai visitatori un percorso museale rinnovato e accessibile a tutti i pubblici. I nostri luoghi della cultura non sono più soltanto spazi di conservazione e fruizione, ma si configurano sempre più come laboratori di ricerca e innovazione…>>.
Ma il documento rivelatore della nuova datazione, è la fattura presentata dall’intagliatore Luigi Ottajano, attestante l’esecuzione dell’intero trono (“una ricca sedia del trono scolpita e dorata stile Impero”) e di altre pose in opera per il rinnovamento della Sala (Carteggio del 1874). “Il documento è stato rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Napoli dallo studioso Carmine Napoli, oggi ex funzionario, che ringraziamo per la sensazionale scoperta, ha sottolineato l’architetto Paola Ricciardi, dirigente delegata del Palazzo Reale di Napoli. Notizia approfondita dai colleghi che hanno condotto lo studio della documentazione parallela conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli da cui proviene il materiale”.
All’Ottajano, già artefice con Domenico Morelli della culla per la nascita di Vittorio Emanuele III, donata dalla città di Napoli alla Regina Margherita e oggi esposta presso la Reggia di Caserta, era finora attribuito, come aggiunta successiva, il solo coronamento con l’aquila con scudo crociato sul petto, emblema della nuova casa regnante, mentre la sedia era ritenuta di età borbonica. La decisione di dotare la Reggia napoletana di un trono realizzato ex novo, è indicativa dell’importanza che la nuova dinastia attribuiva al complesso monumentale ed alla città, in precedenza capitale del Regno borbonico. Il trono, con sedile a tamburo, presenta elementi di stile Impero che rimandano all’artigianato della Restaurazione, come i braccioli decorati da leoni alati di grande effetto scultoreo. La spalliera, di forma ottagonale, è ornata da borchie e rosette classicheggianti che compaiono, ad esempio, nel trono di Napoleone I, disegnato da Charles Percier e Pierre-François Fontaine, oggi “in vetrina” al Louvre.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

VENEZIA. Mecenatismo contemporaneo: si conclude il restauro della Sala delle Quattro Porte a Palazzo Ducale.

Ci sono voluti più di due anni di lavoro per completare il restauro della Sala delle Quattro Porte al Palazzo Ducale di Venezia. Un periodo in cui la stanza, tra le più riconoscibili del palazzo dei Dogi per la particolare struttura della copertura e per la presenza di un sontuoso programma decorativo, è rimasta aperta al pubblico, pur con la presenza dei restauratori all’opera.
Il merito dell’operazione si deve a Save Venice, organizzazione non profit americana che da oltre 50 anni è impegnata nella conservazione del patrimonio artistico di Venezia. Nata nel 1971, Save Venice ha dato origine nel 2025 a una Fondazione (Save Venice ETS) per facilitare le donazioni da parte di aziende e privati italiani, beneficiando degli incentivi fiscali previsti dalla normativa nazionale. I progetti di restauro promossi dall’organizzazione – che a oggi hanno interessato più di duemila opere tra arte e architettura – sono infatti sostenuti dalle donazioni di privati (molti donatori sono americani) e aziende. Una forma di mecenatismo contemporaneo che, negli anni, ha permesso di intervenire, solo per citare le ultime campagne concluse, sulla Crocifissione di Tintoretto alla Scuola Grande di San Rocco, sull’Assunta di Tiziano nella Basilica dei Frari, sui cicli decorativi di Paolo Veronese nella chiesa di San Sebastiano, sui mosaici absidali della Basilica dei Santi Maria e Donato a Murano e della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello. E recentemente il raggio d’azione è stato esteso a comprendere anche altri siti sulla terraferma, sempre limitatamente al Veneto: come il Monumento equestre al Gattamelata di Donatello a Padova o il ciclo narrativo di Vittore Carpaccio alla Scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni, intervento quest’ultimo molto ambizioso e prossimo a concludersi: attesissimo, restituirà il ciclo alla piena visibilità del pubblico a settembre 2026.
A Palazzo Ducale, i fondi raccolti da Save Venice, che qui ha potuto beneficiare del mecenatismo dell’hotel The Gritti Palace, a Luxury Collection Hotel, Venice, sponsor principale del progetto, ammontano a 662mila euro, sul totale di 747mila euro di investimento complessivo, completato grazie a ulteriori contributi attivati tramite Art Bonus.
Così, la Fondazione Musei Civici di Venezia festeggia la conclusione di un cantiere protrattosi dal novembre 2023 a gennaio 2026, concentratosi sulla volta a botte della fine del Cinquecento – decorata con dipinti murali di Jacopo Tintoretto e stucchi di Giovanni Battista Cambio, detto il Bombarda – ma anche sulla stabilizzazione degli elementi architettonici strutturali. Si è inoltre intervenuti sui monumentali portali in pietra con relativi gruppi scultorei, inclusa la Porta del Senato con sculture di Girolamo Campagna, sulle finestre incorniciate in pietra e sulle tele monocrome dipinte. Tutto grazie a una squadra di 16 restauratori specializzati nel restauro di materiali diversi, con l’ampio ricorso a tecnologie all’avanguardia e il supporto di un team di storici dell’arte, in stretta collaborazione con la Fondazione MUVE e sotto la supervisione della Soprintendenza di Venezia.
A Palazzo Ducale, la Sala delle Quattro Porte aveva funzione di anticamera e accoglieva gli alti rappresentanti del governo prima che potessero accedere alle quattro sale in cui avevano luogo le assemblee del collegio, del senato, del consiglio dei Dieci e della cancelleria. Il suo nome si deve alla presenza delle quattro porte monumentali poste su due delle pareti, con architravi sostenuti da colonne corinzie, e decorati ciascuno da un gruppo scultoreo che evoca i compiti degli organi di governo delle sale a cui davano accesso. Dopo l’incendio del 1574, la Repubblica diede incarico di ricostruire la sala ad Andrea Palladio e Giovanni Antonio Rusconi; Tintoretto fu invece scelto per eseguire il ciclo di pitture murali della volta che avrebbe dovuto esaltare il governo veneziano in un momento difficile, trasmettendo invece un messaggio di solidità politica. Per questo fu affidato al poligrafo Francesco Sansovino il compito di elaborare un programma decorativo legato alla mitica fondazione di Venezia e al suo dominio sul mare, il cui fulcro, nel riquadro centrale, vede Venezia accompagnare Zeus e vedere l’Adriatico. Tutt’intorno si affastellano figure in stucco e oro, con elementi quasi a tutto tondo raffiguranti un pantheon di divinità, eseguiti dal Bombarda.
E la particolarità più evidente della sala, che è stato anche il principale elemento di complessità della campagna di restauro, risiede proprio nella scelta di utilizzare una “pesante” decorazione a stucco, con figure tridimensionali, non frequente a Venezia, perché gravosa per le coperture tradizionali realizzate in centine di legno e canne intrecciate. Per questo, la struttura nascosta della volta fu completata con un tavolato di legno, che sin dal Seicento è stato causa di distaccamenti e problemi di stabilità della decorazione. Molteplici sono stati, dunque, gli interventi di manutenzione operati nei secoli, non sempre gentili, anche se mirati a preservare lo stile “alla Tintoretto” dei dipinti murali, comunque piuttosto rimaneggiati.
Il restauro appena concluso si è dunque concentrato, innanzitutto sulla messa in sicurezza della struttura estradossale della copertura, per poi lavorare sui dipinti e sugli stucchi secondo un approccio conservativo; rimuovendo, cioè, sono le vernici legate a interventi novecenteschi, preservando, invece, quelli che nei secoli hanno fatto la storia della Sala. Comprensibile, dunque, il grande lavoro diagnostico, di mappatura e di ricerca pregresso all’intervento – condotto sotto la direzione dell’architetto Arianna Abate – che ha consentito anche di fare nuove scoperte sulla natura dei materiali e sulla storia decorativa della Sala.
The Gritti Palace ha affiancato in tutto il percorso Save Venice. L’albergo veneziano – esso stesso custode di una storia secolare, ospitato nel palazzo che fu residenza gotica della famiglia Pisani e poi, nel Cinquecento, dimora privata del doge Andrea Gritti, affacciata sul Canal Grande dirimpetto alla Basilica di Santa Maria della Salute – fa oggi parte del circuito Luxury Collection Hotel (di Marriott International), e da tempo sostiene iniziative dedicate alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico veneziano. Ha collaborato con Venetian Heritage per il restauro della monumentale doppia scala di Mauro Colussi alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, e con Venice Gardens Foundation ha favorito il restauro del giardino conventuale della Chiesa del Santissimo Redentore, con le sue Antiche Officine e la Serra, danneggiato dall’acqua alta del 2019. La partnership con Save Venice, avviata nel 2023 proprio per sostenere i lavori a Palazzo Ducale, si è intensificata con la nascita della Fondazione, e permetterà, nel corso del 2026, di avviare un progetto pilota di conservazione sulla Scala dei Giganti del palazzo, dopo una accurata campagna di indagini scientifiche.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 5 feb 2026