Archivi categoria: Restauri e recuperi

CHIERI (To). Restaurata la Cappella del Corpus Domini nel Duomo.

A Chieri, presentati gli interventi di restauro effettuati nella Cappella del Corpus Domini, all’interno del Duomo. L’intervento fa parte di un programma di recupero e manutenzione che si era reso necessario per importanti danni causati da infiltrazioni di acqua meteorica dalle coperture. Da una parte l’assenza di un programma manutentivo dell’edificio, dall’altra i danni provocati dalla perdita di efficienza delle coperture, avevano seriamente compromesso gli apparati decorativi e le pitture ad affresco.
Il progetto di restauro si è articolato in due tappe successive: prima un immediato pronto intervento per la messa in sicurezza delle parti a rischio di caduta; poi il recupero di una porzione importante dell’apparato decorativo della Cappella del Corpus Domini, che comprende il primo sottarco e la porzione di volta a botte con i relativi affreschi. Sotto la direzione dei funzionari territoriali della Soprintendenza (Massimiliano Caldera, David Lucidi e Manuela Pratissoli) i restauratori del Consorzio San Luca (che nel 2026 si avvia a celebrare i 20 anni di attività), guidati da Anna Coppola, hanno lavorato per restituire una lettura coerente dell’apparato decorativo originale.

La Chiesa Collegiata di Santa Maria della Scala, cioè il Duomo della città di Chieri, è un interessante esempio di architettura gotica piemontese. L’antica chiesa romanica, poggiante su precedenti luoghi di culto romani, venne completamente ricostruita a partire dal 1405.
Nel 1632 la Compagnia del Corpus Domini ottenne uno spazio attiguo al presbiterio con lo scopo di ampliarlo e farne una cappella unica. Nel 1651, superate alcune difficoltà, il capomastro Francesco Garove poté dare inizio alla costruzione della struttura.
Dopo una sospensione dei lavori dovuta alla scarsità di fondi, fra il 1659 e il 1661 maestranze luganesi, fra cui lo stesso Francesco Garove, Tommaso Carlone, Giovanni Luca Corbellino e Giovanni Marocco, e insieme a loro anche il chierese Francesco Fea, eseguirono la decorazione: in un complesso sistema di cornici a stucco affrescarono scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Pochi anni dopo, negli anni 1668-70, quando dall’altra parte del presbiterio Giovanni Battista Bertone costruì la cappella del Crocifisso arricchendola con una profusione di grandi tele dei migliori artisti del momento, i Confratelli del Corpus Domini temettero che, al confronto, dal punto di vista decorativo la loro cappella risultasse stilisticamente sorpassata. Perciò ingaggiarono artisti in voga come Sebastiano Taricco e Giovanni Antonio Mari, commissionando loro due tele a testa destinate a sostituire gli affreschi dipinti solo dieci anni prima.

L’impegno dei restauratori si è tradotto nel massimo rispetto delle superfici pittoriche. Sono state ricostruite ampie zone di modellato scegliendo di intervenire, laddove possibile, fino alla completa reintegrazione. L’intervento pittorico è stato minimamente invasivo, limitandosi ad una colorazione neutra eseguita ad acquerello, che ha permesso di ricollegare ogni porzione originale ritrovata. L’intervento di restauro ha anche consentito il recupero dell’apparato decorativo policromo che in precedenza non era più visibile.
Con il recupero della superficie originale sono state eliminate le numerose riprese pittoriche incongrue che impedivano una corretta lettura del testo pittorico originale: tuttavia, anche in ottica conservativa degli interventi del passato, si è voluto mantenere un rifacimento di un particolare della scena affrescata «La caduta della manna», eseguita con la tecnica del buon fresco, presumibilmente nell’Ottocento.

Autore: Vittorio Bertello

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 14 gen 2026

CASERTA. La Peschiera Grande riapre nel Parco della Reggia, quale simbolo di bellezza, storia e rinascita.

La Peschiera Grande, un lago stupendo con un isolotto al centro, riapre nel Parco della Reggia di Caserta: un simbolo di bellezza e storia, una meraviglia inestimabile.
Nel giorno dell’Epifania, quando la tradizione affida alla Befana il compito dei doni, con in essi la ritualità implicita dell’accettazione-condivisione, la Reggia di Caserta ha scelto di fare un regalo speciale da restituzione simbolica ai suoi visitatori, di offrire al suo Sito reale un segno concreto di rinascita e riqualificazione: la riapertura di uno dei luoghi più amati e suggestivi del Bosco vecchio, quale gesto dal valore simbolico profondo. Dopo anni, si afferma, segnati da un lungo e complesso contenzioso con l’impresa prima classificata nella procedura di gara, che ha inciso in modo significativo sui tempi e sulle modalità di realizzazione dell’intervento, oggi la Peschiera grande torna accessibile grazie ad una determinazione condivisa e mai interrotta, nonché al contributo risultato fondamentale dell’Avvocatura dello Stato, che ha accompagnato l’Istituto con continuità e competenza, nell’affrontare le criticità giuridiche e amministrative, consentendo di “governare il contenzioso e, al tempo stesso, di non arrestare il percorso dei lavori”.
Accanto a questo presidio istituzionale, decisivi -si aggiunge- sono stati l’impegno e la professionalità della ditta subentrata (in quanto seconda classificata nella procedura di gara), il lavoro della Direzione dei lavori e la volontà dell’Istituto di proseguire con coerenza e responsabilità, anche nei momenti più complessi.
Il progetto di restauro di questo scrigno della memoria, è stato realizzato grazie al finanziamento dei Fondi Speciali di Sviluppo e Coesione, e ha potuto contare -si spiega ancora- sulla costante disponibilità e collaborazione dei servizi centrali del Ministero della Cultura, in particolare del Servizio V del Segretariato Generale, che ha seguito con attenzione l’avanzamento dell’intervento, contribuendo a creare le condizioni amministrative ed operative per il suo completamento. Insomma una sinergia virtuosa tra centro e territorio, capace di trasformare la complessità procedurale in un’occasione di buona amministrazione.
La Peschiera grande, realizzata a partire dal 1762 dall’architetto Francesco Collecini, su disegno di Luigi Vanvitelli, si presenta oggi restituita non solo come specchio d’acqua, ma anche come percorso architettonico e paesaggistico, alla luce di uno studio del progetto vanvitelliano, che ha consentito di ridisegnare l’intero tracciato, secondo l’idea originaria di Vanvitelli, così come tradotta in opera da Collecini, eliminando deformazioni e superfetazioni, oltre a restituire al monumentale complesso la sua geometria, i suoi punti di sosta e la qualità dell’esperienza pensata nel Settecento.
L’area -si evidenzia- versava in uno stato di forte degrado, tanto nella componente architettonica e strutturale, quanto in quella vegetale, ragion per cui l’opera di restauro ha richiesto un’azione complessiva, capace di tenere insieme acqua, architettura e verde, come parti inscindibili di un unico disegno.
Dal recupero dei parapetti e del bauletto in cemento, alla sostituzione della pavimentazione in grès con adeguato cotto; dalla sistemazione dei percorsi di fruizione e accesso allo specchio d’acqua, alla bonifica del sottobosco; dal ripristino del manto erboso (completato dall’impianto d’irrigazione realizzato secondo il progetto PNRR), agli interventi puntuali sull’isolotto centrale, fino all’inserimento di quattro siepi angolari, conducendo intanto ogni fase con attenzione e rispetto dell’identità storica del luogo.
Un intervento complesso, che ha messo in dialogo conoscenze storiche, tecniche di restauro di materiali diversi, capacità operative, manutenzione programmata del verde, impegno amministrativo ed una visione orientata alla futura valorizzazione culturale dell’area. L’inaugurazione ufficiale della Peschiera grande, momento di piena celebrazione pubblica di questo traguardo, è prevista per il 21 marzo 2026, nel segno quindi della primavera.
<<La Peschiera grande – afferma il Direttore della Reggia di Caserta, Tiziana Maffei – è, oggi, molto più di un luogo restituito. È il segno visibile di come si possano attraversare le difficoltà senza perdere la direzione. In questi sette anni molti lavori avviati stanno giungendo a compimento, ed il senso profondo di questo tempo è stato quello di consolidare, dare struttura, lasciare basi solide per il futuro della Reggia e del suo Parco. La Peschiera grande racconta una storia di responsabilità pubblica condivisa: tra l’Istituto, i servizi centrali del Ministero, l’Avvocatura dello Stato, i tecnici e le imprese. Racconta che anche un contenzioso lungo e complesso può essere affrontato con rigore e visione, senza fermare il cantiere della bellezza. Restituire la Peschiera grande alla fruizione pubblica nel giorno dell’Epifania significa riconoscere questo luogo come un dono: al Parco reale, ai visitatori ed a chi crede che la tutela del patrimonio passi anche dalla capacità di tenere insieme competenze, perseveranza e futuro>>.
“Nei primi mesi del 1769, -si racconta- il giovane re Ferdinando comunicò che desiderava fosse pronta, già per l’autunno di quello stesso anno, una nuova opera nel parco della reggia di Caserta… Così, nella torrida estate del 1769, oltre 3000 uomini, e fra essi forzati e schiavi turchi, seminudi, scavarono senza soste, nella zona del bosco vecchio, un ampio bacino per consentire al re d’esercitarsi nella milizia navale, con navicelle, apposta costruite, e dove avrebbe anche potuto pescare, come amava tanto fare… e, man mano, prese forma un gran bacino di figura mista, avendo dritti i due lati lunghi e curvi i due corti. Tutt’intorno ad esso un parapetto, arricchito da otto balconcini, con ringhiere in ferro. E, a renderne comodo l’uso, due ampi sbarcatoi, sui lati lunghi, e due varatoi su quelli tondi”.
L’inaugurazione ufficiale come detto è prevista per il 21 marzo 2026, a simboleggiare la primavera e un nuovo inizio per uno dei luoghi più iconici della Reggia.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. Palazzo Reale, secondo in classifica speciale, dopo il Quirinale, per gli orologi storici nei musei.

Orologi storici nei musei: ecco la speciale classifica del Ministero della Cultura, che vede il Palazzo Reale di Napoli al secondo posto in Italia.
Dai pendoli neoclassici del Quirinale alle pendole musicali di Napoli, alla Venaria, gli orologi custoditi nei palazzi storici italiani raccontano secoli di ingegno, scienza e bellezza. Al primo posto il Quirinale, con circa duecento esemplari tra XVIl e XIX secolo, firmati dai più grandi maestri europei. Segue il Palazzo Reale di Napoli, con la rarissima “Macchina di Clav”, del 1730, e decine di capolavori musicali, perfettamente funzionanti grazie alle cure del maestro orologiaio Diego Ferventino. Sul terzo gradino i Musei di Genova, con preziosi orologi notturni seicenteschi, decorati con intarsi, smalti e pietre dure. Un viaggio nel tempo che unisce arte, storia e tecnologia, scandendo i secoli del nostro patrimonio culturale.
Sponsor: Tarì Società Consortile per Azioni.
Oggetto: Restauro dell’orologio “Il Tempo e la Storia”, di quello da caminetto stile Luigi XVI e dell’orologio con Giulio Cesare.
Periodo: Luglio/Ottobre 2025.
Collocazione: Palazzo Reale di Napoli e intervento eseguito da “Antea restauri”, per le casse esterne, e dal maestro orologiaio Diego Ferventino per il meccanismo interno, con il coordinamento del progetto di Ilaria La Volla, funzionaria restauratrice – conservatrice, in collaborazione con l’Ufficio Mostre di Palazzo Reale.
Intanto, tre orologi della collezione di Palazzo Reale sono stati sottoposti a restauro conservativo, grazie ad una sponsorizzazione del Tarì, il centro Orafo Campano che raccoglie oltre 400 aziende e costituisce un punto di riferimento indiscusso, in campo nazionale e internazionale del settore. Gli orologi sono: “Il Tempo e la Storia”, esposto nella Galleria; l’orologio da caminetto stile Luigi XVI nel salotto del Re, e quello con Giulio Cesare, posizionato nella sala del Trono. L’Orologio con “Il Tempo e la Storia”, opera di Charles Guilleme Manière e Philippe Thomire, è un raffinato oggetto del II decennio del XIX secolo, in marmo rosso, bronzo dorato e patinato, e metallo smaltato. L’orologio raffigura allegoricamente il “Tempo”, come vecchio barbuto alato impugnante la falce, e la “Storia”, come una giovane donna che regge un libro, in atto di arrestare con la mano l’avanzata distruttrice del tempo. All’interno del globo blu, decorato con stelle dorate, è contenuto il meccanismo dell’orologio. L’obiettivo è stato quello di preservare la stratificazione materica e storica dell’opera, recuperandone l’integrità estetica e funzionale. L’imponente orologio di manifattura francese del XIX secolo, collocato nella sala del Trono, è conosciuto come “l’orologio con Giulio Cesare”, per la presenza della statua in bronzo patinato del celebre personaggio appoggiato alla cassa che, a sua volta, poggia su una base rettangolare, decorata con foglie d’acanto e con un sontuoso trofeo centrale e quattro corone imperiali, intrecciate sugli spigoli anteriori della base. Questo magnifico oggetto testimonia il gusto per l’ingegno meccanico e la celebrazione del potere attraverso l’arte. L’intervento è stato finalizzato a ristabilire l’equilibrio formale tra le superfici marmoree e metalliche, compromesso dall’azione del tempo. Particolare cura è stata riservata alla figura di Giulio Cesare, trattata con procedimenti a basso impatto, mirati alla conservazione della patina originale. Il progetto si è concluso con il rimontaggio finale, garantendo solidità strutturale e coerenza stilistica dell’opera. L’orologio da caminetto, di manifattura francese (1840 circa), era destinato ad impreziosire un salone di rappresentanza, distinguendosi per la struttura compatta e la ricca decorazione di gusto neo rocaille, che ne fa un perfetto esempio di orologeria decorativa per interni aristocratici. La cassa in bronzo dorato, con riccioli e figurine di satiri suonatori, presenta al centro una placca di porcellana, le cui superfici sono state trattate con soluzioni acquose, debolmente alcaline, per rimuovere lo sporco senza intaccarne la brillantezza. Al termine, tutti i materiali sono stati protetti con rivestimenti consolidanti trasparenti, secondo criteri di reversibilità e compatibilità chimica. L’intervento, pur conservativo, è stato finalizzato a restituire al manufatto la sua raffinata luminosità, in linea con l’originaria funzione ornamentale e rappresentativa.
Grazie a questi interventi è oggi possibile ammirare i tre orologi nelle sale del Palazzo Reale restaurati e nuovamente funzionanti. La “Macchina di Clay”, quell’orologio invidiato da Casa Windsor, è l’esemplare più prezioso della collezione storica di Palazzo Reale, la seconda per importanza in Italia (con 26 pezzi pregiati). Palazzo Reale come il Castello di Windsor: nella reggia di piazza del Plebiscito a Napoli, c’è una delle collezioni più importanti (e rare!), di orologi antichi d’Italia. È di recente, la notizia del Ministero della Cultura che Palazzo Reale è in cima alla classifica dei musei che conservano il maggior numero di orologi storici, secondo solo al Quirinale.
Seguono i musei di Genova, le collezioni medicee di palazzo Pitti a Firenze, quelle di Palazzo Madama a Torino e la Reggia di Venaria Reale (To).
Il palazzo del Quirinale, che figura infatti al primo posto, possiede circa 200 esemplari tra pendole e orologi del XVII-XIX secolo (di cui 40 esposti), molti provenienti dalle principali regge preunitarie. A Napoli, un’altra dozzina è a Villa Pignatelli, tra cui l’orologio di manifattura francese, incastonato nella struttura muraria nella scala che porta al primo piano, e due giacenti in deposito. Ma a Palazzo Reale è esposta, sebbene non funzionante, la rarissima “Macchina di Clay” del 1730, del quale esistono pochissimi esemplari al mondo: due di proprietà della famiglia reale inglese ed un terzo del Museo nazionale della Cina. Si tratta di un orologio con organo che, allo scoccare delle ore, suonava melodie di Händel, e quello della reggia napoletana è forse il primo modello costruito dall’orologiaio inglese.
«Nel corso dell’ultimo anno abbiamo riservato un’attenzione particolare alla collezione di orologi di Palazzo Reale, avvalendoci anche del prezioso contributo di mecenati che hanno reso possibile il restauro di ben sei esemplari», spiega Tiziana D’Angelo, direttrice delegata ad interim del Palazzo Reale. «Tra i nostri obiettivi c’è quello di esporre al pubblico anche gli orologi al momento conservati in deposito. Ma il nostro principale desiderio è quello di creare un team con esperti orologiai, restauratori ed organai per il restauro dell’Organ Clock di Clay del 1730, che è considerata una vera e propria macchina musicale».
Lo stilista Francesco Scognamiglio ha contribuito al restauro di un orologio con Planetario del XVII secolo.
Appassionati mecenati del passato, furono Gioacchino Murat e sua moglie Carolina Bonaparte, che commissionarono a Breguet il primo orologio da polso della storia, e che portarono a Palazzo Reale, nel 1808, una serie di orologi che furono realizzati per Napoleone Bonaparte. Tra i più celebri, il Genio delle Arti di Thomire et C./Bourdier Hr à Paris, e l’Orologio con la Meditazione firmato Bailly, orologiaio personale di Napoleone.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. Il trono di Palazzo Reale, restaurato. E’ viva attesa del viaggio di ritorno.

La Cultura, l’Arte, sempre in movimento, non conoscono limiti ed eventuali difficoltà di sorta. E’ cominciato, infatti, il viaggio di ritorno del 𝘁𝗿𝗼𝗻𝗼 di Palazzo Reale che, dopo una tappa romana, si concluderà a Napoli ad inizio 2026.
Dopo il restauro effettuato presso i laboratori del Centro Conservazione Restauro (CCR): “La Venaria Reale” (qui fu trasferito il 12 settembre dell’anno scorso), e l’esposizione temporanea alla Reggia di Venaria, il capolavoro è esposto, dal 28 ottobre 2025 al 18 gennaio 2026, al Palazzo Esposizioni Roma per la XX edizione di ‘𝗥𝗲𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶’, il programma di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Ministero della Cultura, dedicato alla tutela e valorizzazione del patrimonio artistico nazionale.
In mostra 117 opere recuperate, risanate, che coprono un arco cronologico di 35 secoli, dall’antichità al contemporaneo, tra manufatti, sculture, disegni, oreficerie, tessuti, reperti etnografici e strumenti musicali, in dialogo con ‘tesori’ di grandi maestri.
Nell’esposizione, spicca anche il 𝘁𝗿𝗼𝗻𝗼 che ha acquistato nuova luce specie in termini di dorature e di integrità dei rivestimenti in velluto. Due sono stati i laboratori di restauro del CCR coinvolti: quello di Arredi Lignei e quello di Manufatti tessili, supportati da specifiche analisi scientifiche condotte sempre dal Centro.
Lo straordinario arredo si mostra così al pubblico, completamente rinnovato nella parte tessile e nella passamaneria, oltre che restaurato nella struttura lignea scolpita e dorata. Buona parte della pulitura superficiale è stata effettuata attraverso l’uso del laser, che ha consentito alla sottile lamina metallica dorata di ritrovare una perduta ed inaspettata luminosità, a cui è seguito un lungo intervento di consolidamento delle aree decoese (= processo degenerativo), ed un’attenta riequilibratura cromatica a garanzia di una piena godibilità estetica.
All’intervento di restauro, è stata parallelamente intrapresa un’attenta ricerca archivistica documentaria, effettuata dai solerti funzionari di Palazzo Reale di Napoli che ha portato ad una attribuzione certa del manufatto a lavorazione napoletana, con una nuova datazione per la sua realizzazione al 1874.
Il trono, considerato sino ad oggi un’opera di epoca borbonica, risalente al periodo 1845-1850, fu in realtà commissionato dai Savoia, come esplicita dichiarazione d’intenti che Napoli dovesse essere considerata una capitale del Regno unitario. Questa scoperta posticipa la sua datazione di trent’anni e, soprattutto, ne cambia radicalmente la storia, l’origine ed il contesto cronologico all’interno del Palazzo. La notizia, si sa, è stata resa pubblica durante la presentazione del restauro presso la Reggia di Venaria.
<<L’attribuzione del Trono del Palazzo Reale di Napoli all’età sabauda rappresenta una scoperta di grande rilievo storico, ha commentato il Direttore generale Musei Massimo Osanna, “che conferma quanto fossero importanti Napoli ed il suo Palazzo per i nuovi sovrani, a pochi anni dall’unificazione della penisola. Oggi il Palazzo Reale è al centro di un ampio intervento di trasformazione, reso possibile grazie ai fondi del Grande Progetto Beni Culturali del MIC, che permetterà di restituire ai visitatori un percorso museale rinnovato ed accessibile a tutti i pubblici>>.
“I nostri luoghi della cultura”, ha proseguito, “non sono più soltanto spazi di conservazione e fruizione, ma si configurano sempre più come laboratori di ricerca edm innovazione. Grazie al lavoro quotidiano dei professionisti del patrimonio culturale, siamo oggi in grado di integrare ricerche documentali, interventi di restauro e progetti di valorizzazione, anche attraverso collaborazioni virtuose tra istituzioni pubbliche e realtà private, come dimostra l’esperienza di successo con la Reggia di Venaria, il Centro Conservazione e Restauro e Intesa Sanpaolo”.
Tornando alla datazione diversa da quella nota fino ad ora, è poi emersa l’esistenza di una fitta corrispondenza, relativa all’ammodernamento della Sala del Trono, voluto da casa Savoia. Ma il documento rivelatore è la fattura presentata dall’intagliatore Luigi Ottajano, che attesta l’esecuzione dell’intero trono (“una ricca sedia del trono scolpita e dorata stile Impero”), e di altre pose in opera per il rinnovamento della Sala. (Carteggio del 1874).
“Il documento è stato rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Napoli dallo studioso Carmine Napoli, oggi ex funzionario, che ringraziamo per la sensazionale scoperta”, ha dichiarato l’architetta Paola Ricciardi, dirigente delegata del Palazzo Reale di Napoli. “Notizia approfondita dai colleghi che hanno condotto lo studio della documentazione parallela conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli da cui proviene il materiale”.
La decisione di dotare la Reggia napoletana di un trono realizzato ex novo, si afferma, è indicativa dell’importanza che la nuova dinastia attribuiva al complesso monumentale ed alla città, in precedenza capitale del Regno borbonico. Il trono, con sedile a tamburo, presenta elementi di stile Impero che rimandano all’artigianato della Restaurazione, come i braccioli decorati da leoni alati di grande effetto scultoreo. La spalliera di forma ottagonale è ornata da borchie e rosette classicheggianti che compaiono, ad esempio, nel trono di Napoleone I, disegnato da Charles Percier e Pierre-François Fontaine (oggi al Louvre).
“L’esposizione temporanea del prezioso Trono di Napoli, restaurato dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, lungo il percorso di visita della Reggia di Venaria”, hanno dichiarato tra l’altro Michele Briamonte e Chiara Teolato, presidente e direttrice del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, “rappresenta per noi una grande opportunità che abbiamo voluto cogliere per perseguire il filone tematico dedicato alla storia, all’arte ed alla magnificenza delle corti, di cui la Venaria Reale è stata esempio paradigmatico”.
“La collaborazione tra il Centro Conservazione e Restauro ”La Venaria Reale“ e il Palazzo Reale di Napoli è nata anni fa nella condivisione dell’importanza della conservazione preventiva e programmata, che ha portato i professionisti del Centro a condurre una campagna di schedatura conservativa e definizione di attività dirette sulle opere delle collezioni del Palazzo”, ha spiegato Alfonso Frugis, presidente del CCR “La Venaria Reale”.
“Da più di 35 anni, grazie a Restituzioni, Intesa Sanpaolo è al fianco delle istituzioni pubbliche, partecipando al compito di proteggere e valorizzare il patrimonio d’arte nazionale”, ha commentato Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo. “Insieme, abbiamo finora portato a nuova luce oltre 2.500 pezzi della storia identitaria del Paese, di cui il Trono del Palazzo Reale di Napoli è straordinario esempio. Oggi ne condividiamo la bellezza, dopo i nuovi studi ed il restauro, negli spazi della Reggia di Venaria. L’iniziativa conferma il legame forte con le città di Napoli e Torino, dove il ruolo e le attività delle nostre Gallerie d’Italia favoriscono un profondo dialogo con le principali realtà del territorio”.
A questo punto non resta che attendere febbraio 2026, quando Napoli potrà salire ancora una volta in…Trono, a conferma, semmai ce ne fosse tuttora bisogno, della ricchezza, singolare e straordinaria, delle sue perle artistiche e culturali in senso ampio, che continuano ad onorare, con merito, la città di Partenope.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

SALUZZO (Cn). Restaurato il Polittico della Madonna del Rosario di Oddone Pascale.

A Saluzzo (Cn) il prossimo 18 ottobre, nel Palazzo dei Vescovi, alla presenza di monsignor Cristiano Bodo e della soprintendente Lisa Accurti, sarà presentato il restauro del polittico della Madonna del Rosario di Oddone Pascale, conservato nella Chiesa di San Giovanni, già sede dei Domenicani e luogo di sepoltura dei marchesi di Saluzzo.
Il retablo, datato 1535 e firmato, appariva originariamente come un polittico ad ante mobili, i cui laterali erano dipinti recto-verso. Quando, nei giorni di festa, era aperto, mostrava ai fedeli l’immagine principale con la Madonna del Rosario ed i santi Domenico e Giovanni venerati dal marchese Francesco di Saluzzo e dalla sua corte. Tutt’intorno, all’interno della cornice, tuttora si dispongono i Misteri del Rosario. Sul «lato festivo» (a polittico aperto) sono rappresentate le Storie di Ester e di Giuditta, figure bibliche che prefigurano il ruolo della Vergine Maria. Al centro della predella è raffigurato l’assedio di Saluzzo del 1487 da parte delle truppe di Carlo I di Savoia. È una tra le più antiche raffigurazioni della città, ancora oggi perfettamente riconoscibile con la torre civica, il campanile di San Giovanni e le case lungo le mura.
La novità è stata il ritrovamento del «lato feriale» delle ante (a polittico chiuso), occultato dal 1668 quando tutti i dipinti vennero inseriti nell’altare barocco ancor oggi in chiesa: dopo più di trecento anni si può così tornare a rivedere nella sua originaria configurazione una tra le opere più interessanti e suggestive del Rinascimento saluzzese. Il lato feriale ha una gamma cromatica abbassata, con una prevalenza di figure a monocromo; nel nostro caso Oddone Pascale raffigura l’Annunciazione, un gruppo di Profeti e Dio Padre.
L’intervento, compiuto da parte del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale sotto la sorveglianza di Massimiliano Caldera per la Soprintendenza e la collaborazione di Sonia Damiano per l’Ufficio beni culturali della Diocesi, ha permesso di ritrovare i colori originari del dipinto e nello stesso tempo ha recuperato integralmente le parti pittoriche ora riscoperte.
Il grande polittico sarà temporaneamente allestito nel Museo Diocesano, per celebrarne il restauro, finanziato integralmente dal Ministero della Cultura, rendendo così possibile a tutti la visione ravvicinata dell’opera, anche nelle sue parti finora nascoste, prima del rientro nella Chiesa di San Giovanni, dove attualmente sono in corso altri restauri finanziati con i fondi Pnrr.
Un primo calendario di aperture prevede le date del 25 e 26 ottobre (in concomitanza con la Festa del libro medievale e antico di Saluzzo), il 30 ottobre (con una conferenza di presentazione su Oddone Pascale a cura della Soprintendenza e dell’Ufficio beni culturali diocesano), il 6 e il 13 novembre (con una conferenza sulle sculture della cappella marchionale di San Giovanni, a cura della Soprintendenza e dell’Ufficio beni culturali diocesano), il 3, l’8, l’11 e il 26 dicembre 2025, il 6 gennaio 2026, dalle 14.30 alle 18.30.
L’apertura è gratuita, con l’assistenza dei Volontari per l’Arte.

Oddone Pascale (e non Pascale Oddone, come spesso si legge) era originario di Trinità, nel Monregalese, ma visse a Savigliano, dove ebbe bottega almeno dal 1524. Nel 1531 eseguì le parti pittoriche della grande pala intagliata e dipinta per l’altare maggiore dell’abbazia di Staffarda. Nel 1533 fu in Liguria, dove realizzò un complesso simile per la chiesa dei Domenicani di Finalborgo (Sv). Il polittico è oggi nella collegiata di San Biagio, mentre le ante sono divise tra una collezione privata genovese ed il Museo del castello di Portofino.
È datato 1535 il politico del Rosario per la chiesa di San Giovanni, mentre quello della Deposizione per la collegiata di Revello (Cn) è del 1542. In questi stessi anni risultava essere attivo per la Confraternita di Savigliano, dove ricoprì incarichi di prestigio. Intorno al 1545 eseguì un secondo polittico con la Trinità per la chiesa di Revello. Morì a Savigliano nel 1546.

Autore: Vittorio Bertello

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 13 ottobre 2025