Archivi categoria: Restauri e recuperi

NAPOLI. Verrà restaurato a Capodimonte il Trittico Eucaristico del Duomo di Pozzuoli.

Lo scrigno museale di Capodimonte, sempre più inclusivo e comunitario: verrà restaurato e ricomposto il Trittico Eucaristico di Agostino Beltrano del Duomo di Pozzuoli.
<< Capodimonte, principale pinacoteca del Mezzogiorno, seconda in Italia per importanza dopo gli Uffizi, vuole dialogare sempre più con il territorio in particolare contribuendo con il patrimonio dei propri depositi a scrivere la storia dell’arte in Campania attraverso restauri, restituzioni ed esposizioni anche di lungo periodo -annuncia Eike Schmidt, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, su https: //capodimonte.cultura.gov.it/capodimonte-diffuso…/
Particolarmente significativa, poiché si collega alla valorizzazione del territorio flegreo, è la prima collaborazione di questo nuovo programma, che chiameremo ‘Capodimonte diffuso’, con la Diocesi di Pozzuoli per lo storico riallestimento del trittico eucaristico di Agostino Beltrano>>.
Le due tele, attualmente in restauro, sono state -si legge- identificate nei depositi di Capodimonte nel 2022 dal professor Giuseppe Porzio, dell’Università di Napoli L’Orientale, grazie all’incrocio tra analisi stilistica e fonti documentarie. E che, unicamente registrate nell’inventario. avviato intorno al 1970 dall’allora soprintendente Raffaello Causa, raffigurano rispettivamente il sacerdote Melchisedek nell’atto di offrire pane e vino (Genesi 14, 18-20), e il re Davide assiso in trono.
Il ritrovamento della firma di Agostino Beltrano, sulla prima tela, ha consentito -si spiega- di ricondurre entrambe le opere ad un ciclo di soggetto eucaristico, incentrato sull’Ultima Cena firmata dello stesso autore napoletano. Esso fu commissionato per la cappella del Santissimo Sacramento del Duomo di Pozzuoli, da fra Martín de León y Cárdenas, vescovo dal 1631 al 1650. Il complesso pittorico è menzionato, per la prima volta, in una relazione del dicembre 1649, redatta in occasione della visita pastorale del presule puteolano. Del trittico in parola, sopravvive oggi nel Duomo di Pozzuoli, sebbene trasferita ed adattata nella sacrestia, soltanto la monumentale Ultima Cena, uno dei cardini per la definizione critica del percorso dell’artista, mentre restano ancora oggetto di studio archivistico, le modalità con cui le due opere siano giunte a Capodimonte, non essendo infatti chiaro se il trasferimento sia avvenuto prima o dopo l’incendio del 1964, che devastò il Duomo di Pozzuoli (al Rione Terra). Di pari passo alla ricostruzione di questa vicenda, la volontà condivisa dal Museo di Capodimonte e dalla Diocesi flegrea, con la collaborazione scientifica dell’Università L’Orientale di Napoli e la Soprintendenza ABAP dell’area metropolitana di Napoli, è quella di “ricucire uno strappo nelle vicende del patrimonio culturale del territorio”. O meglio -si evidenzia- l’identificazione ha rappresentato il primo passo verso il recupero critico e conservativo di uno degli episodi artistici più significativi del complesso puteolano, accanto alle opere di Massimo Stanzione – di cui fu stretto collaboratore Beltrano, marito della pittrice Diana De Rosa, nota anche come Annella di Massimo –, Artemisia Gentileschi e Giovanni Lanfranco. Dipinti, il cui tessuto pittorico si presenta oggi difficilmente leggibile dal punto di vista stilistico e cromatico, a causa del sofferto stato conservativo, riscontrandosi -si fa notare-diffusi depositi di sporco, vernici ossidate ed estese ridipinture, riconducibili ad un intervento di restauro molto antico. I pochi brani ancora leggibili suggeriscono, tuttavia, un vigore naturalistico ed una caratterizzazione fisionomica del tutto coerente con i lavori migliori dell’artista. Un complesso intervento di restauro, sostenuto dalla Diocesi di Pozzuoli, grazie ad un cospicuo contributo dei fondi 8xMille alla Chiesa Cattolica, e condotto presso il laboratorio Studio Ermes di Iriana Suprina in Napoli, è attualmente in corso e restituirà una più corretta lettura del testo pittorico originale. A partire da maggio, verrà restaurata anche ‘L’Ultima cena’, intervento le cui fasi finali coinvolgeranno le tre tele insieme. “Seguiremo con attenzione e con cura tutto il processo di restauro del trittico originario che restituirà una ricchezza pittorica adesso non più leggibile – dichiara Paola Ricciardi, Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli –. Già dai primi tasselli si capisce che si tratta di un’opera con molto colore e con molti dettagli.
Per la comunità flegrea questa ricomposizione sarà un passaggio molto importante: restauri di opere di questo livello hanno comunque una ricaduta ben oltre il territorio, per tutti i beni culturali italiani, essendo Beltrame una figura principale nell’arte del 600. Si tratta di una operazione virtuosa che vede insieme il Ministero della Cultura nelle sue varie articolazioni e la Diocesi. Questo recupero costituisce un segno di speranza per il nostro territorio flegreo, che nonostante il bradisismo, desidera riappropriarsi della propria vita, ripartendo sempre e di nuovo dalla bellezza dei suoi luoghi e della sua storia. Inoltre tornare all’Eucaristia attraverso l’espressione artistica di Beltrano sarà per ogni visitatore l’occasione di ripensare a quel segno che annuncia la presenza di Dio nella storia, il suo farsi carne, il suo donarsi per amore come vita del mondo…”.
Questo gesto -sembra il caso di chiudere- sia di monito perché trasformi l’esistenza, dando senso al tempo e ai valori ineccepibili del sociale.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. Il trono del Palazzo Reale torna, restaurato, nella “sua” Sala tra ori e splendori.

Dal 10 febbraio 2026, il trono del Palazzo Reale di Napoli rientra tra ori e splendori, con una storia completamente riscritta, nella “sua” Sala dopo i restauri condotti dal Centro Conservazione e Restauro: “La Venaria Reale”, nell’ambito della XX edizione del progetto Restituzioni, finanziato da Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Ministero della Cultura.
Una volta presentato per una preview alla Venaria Reale di Torino, dal 13 maggio al 12 ottobre 2025, il prezioso manufatto è stato messo in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma (28 ottobre 2025 -18 gennaio 2026), in occasione di detta importante iniziativa.
Gli interventi di riattamento, iniziati nel settembre del 2024, seguendo protocolli già applicati a manufatti analoghi (come il trono del Palazzo del Quirinale), si sono conclusi nel maggio 2025 e hanno previsto anche una campagna diagnostica, mirata alla caratterizzazione dei materiali ed allo studio della storia conservativa dell’opera. Le indagini scientifiche, supportate dal CNR, sono state condotte con approccio multi-analitico, comprendente tecniche di tipo non invasivo e micro-invasivo, ma sostenibili ed ecocompatibili. Buona parte della pulitura superficiale è stata compiuta con l’utilizzo del laser, che ha consentito alla sottile lamina metallica dorata di ritrovare una perduta e inaspettata luminosità, cui han fatto seguito un lungo intervento di consolidamento delle aree decoese ed un’attenta riequilibratura cromatica, a garanzia di una piena godibilità estetica. Ciò ha permesso, sulla base dei risultati emersi da specifiche analisi scientifiche, di riconsegnare il prezioso manufatto completamente restaurato nella struttura lignea scolpita e dorata, e rinnovato per quanto riguarda la parte tessile e la passamaneria.
In occasione del rientro del trono presso il Palazzo Reale, sono stati inoltre condotti importanti lavori sui tessili della Sala, che hanno interessato nello specifico il tappeto che orna il baldacchino, le fasce laterali e le mantovane. Eseguito da Graziella Palei, della ditta Graziella Palei- Conservazione e Restauro opere d’arte, il restauro dei tessili ha previsto per tutta la sua durata (da novembre 2025), l’istallazione di un cantiere a vista presso la Sala del Trono, che ha consentito al pubblico di assistere in diretta ai lavori. L’intervento, pensato specificatamente per garantire la futura conservazione di ogni elemento ed il rallentamento dei fenomeni di degrado, è consistito per il tappeto, le fasce laterali e le mantovane, in una pulitura fisico-meccanica volta alla rimozione del particolato atmosferico, seguita da un consolidamento delle zone degradate ed infine nella cucitura di una nuova fodera, mentre il baldacchino è stato oggetto di una accurata pulitura. Durante il periodo di restauro, durato sedici mesi, la Sala del Trono non è rimasta vuota: al suo posto è stata collocata una seduta borbonica settecentesca.
Il rientro del trono originale segna ora la conclusione di un articolato progetto che ha coinvolto restauratori, storici dell’arte, scienziati e istituzioni pubbliche e private. La sorpresa più importante è arrivata dalle ricerche archivistiche, condotte parallelamente al restauro. Fino ad oggi il trono era considerato un manufatto borbonico, databile tra il 1845 e il 1850. Gli studi hanno, invece, dimostrato che fu commissionato dai Savoia e pagato nel 1874. Questa nuova attribuzione sposta la realizzazione di circa trent’anni e modifica la lettura storica dell’oggetto, inserendolo nel contesto della Napoli postunitaria. Non cambia solo la biografia del trono, ma anche la cronologia delle trasformazioni del Palazzo Reale dopo l’Unità d’Italia.
<<L’attribuzione del Trono del Palazzo Reale di Napoli all’età sabauda rappresenta una scoperta di grande rilievo storico – ha commentato il Direttore generale Musei, Massimo Osanna – che conferma quanto fossero importanti Napoli e il suo Palazzo per i nuovi sovrani, a pochi anni dall’unificazione della penisola. Oggi il Palazzo Reale è al centro di un ampio intervento di trasformazione, reso possibile grazie ai fondi del Grande Progetto Beni Culturali del MIC, che permetterà di restituire ai visitatori un percorso museale rinnovato e accessibile a tutti i pubblici. I nostri luoghi della cultura non sono più soltanto spazi di conservazione e fruizione, ma si configurano sempre più come laboratori di ricerca e innovazione…>>.
Ma il documento rivelatore della nuova datazione, è la fattura presentata dall’intagliatore Luigi Ottajano, attestante l’esecuzione dell’intero trono (“una ricca sedia del trono scolpita e dorata stile Impero”) e di altre pose in opera per il rinnovamento della Sala (Carteggio del 1874). “Il documento è stato rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Napoli dallo studioso Carmine Napoli, oggi ex funzionario, che ringraziamo per la sensazionale scoperta, ha sottolineato l’architetto Paola Ricciardi, dirigente delegata del Palazzo Reale di Napoli. Notizia approfondita dai colleghi che hanno condotto lo studio della documentazione parallela conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli da cui proviene il materiale”.
All’Ottajano, già artefice con Domenico Morelli della culla per la nascita di Vittorio Emanuele III, donata dalla città di Napoli alla Regina Margherita e oggi esposta presso la Reggia di Caserta, era finora attribuito, come aggiunta successiva, il solo coronamento con l’aquila con scudo crociato sul petto, emblema della nuova casa regnante, mentre la sedia era ritenuta di età borbonica. La decisione di dotare la Reggia napoletana di un trono realizzato ex novo, è indicativa dell’importanza che la nuova dinastia attribuiva al complesso monumentale ed alla città, in precedenza capitale del Regno borbonico. Il trono, con sedile a tamburo, presenta elementi di stile Impero che rimandano all’artigianato della Restaurazione, come i braccioli decorati da leoni alati di grande effetto scultoreo. La spalliera, di forma ottagonale, è ornata da borchie e rosette classicheggianti che compaiono, ad esempio, nel trono di Napoleone I, disegnato da Charles Percier e Pierre-François Fontaine, oggi “in vetrina” al Louvre.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

VENEZIA. Mecenatismo contemporaneo: si conclude il restauro della Sala delle Quattro Porte a Palazzo Ducale.

Ci sono voluti più di due anni di lavoro per completare il restauro della Sala delle Quattro Porte al Palazzo Ducale di Venezia. Un periodo in cui la stanza, tra le più riconoscibili del palazzo dei Dogi per la particolare struttura della copertura e per la presenza di un sontuoso programma decorativo, è rimasta aperta al pubblico, pur con la presenza dei restauratori all’opera.
Il merito dell’operazione si deve a Save Venice, organizzazione non profit americana che da oltre 50 anni è impegnata nella conservazione del patrimonio artistico di Venezia. Nata nel 1971, Save Venice ha dato origine nel 2025 a una Fondazione (Save Venice ETS) per facilitare le donazioni da parte di aziende e privati italiani, beneficiando degli incentivi fiscali previsti dalla normativa nazionale. I progetti di restauro promossi dall’organizzazione – che a oggi hanno interessato più di duemila opere tra arte e architettura – sono infatti sostenuti dalle donazioni di privati (molti donatori sono americani) e aziende. Una forma di mecenatismo contemporaneo che, negli anni, ha permesso di intervenire, solo per citare le ultime campagne concluse, sulla Crocifissione di Tintoretto alla Scuola Grande di San Rocco, sull’Assunta di Tiziano nella Basilica dei Frari, sui cicli decorativi di Paolo Veronese nella chiesa di San Sebastiano, sui mosaici absidali della Basilica dei Santi Maria e Donato a Murano e della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello. E recentemente il raggio d’azione è stato esteso a comprendere anche altri siti sulla terraferma, sempre limitatamente al Veneto: come il Monumento equestre al Gattamelata di Donatello a Padova o il ciclo narrativo di Vittore Carpaccio alla Scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni, intervento quest’ultimo molto ambizioso e prossimo a concludersi: attesissimo, restituirà il ciclo alla piena visibilità del pubblico a settembre 2026.
A Palazzo Ducale, i fondi raccolti da Save Venice, che qui ha potuto beneficiare del mecenatismo dell’hotel The Gritti Palace, a Luxury Collection Hotel, Venice, sponsor principale del progetto, ammontano a 662mila euro, sul totale di 747mila euro di investimento complessivo, completato grazie a ulteriori contributi attivati tramite Art Bonus.
Così, la Fondazione Musei Civici di Venezia festeggia la conclusione di un cantiere protrattosi dal novembre 2023 a gennaio 2026, concentratosi sulla volta a botte della fine del Cinquecento – decorata con dipinti murali di Jacopo Tintoretto e stucchi di Giovanni Battista Cambio, detto il Bombarda – ma anche sulla stabilizzazione degli elementi architettonici strutturali. Si è inoltre intervenuti sui monumentali portali in pietra con relativi gruppi scultorei, inclusa la Porta del Senato con sculture di Girolamo Campagna, sulle finestre incorniciate in pietra e sulle tele monocrome dipinte. Tutto grazie a una squadra di 16 restauratori specializzati nel restauro di materiali diversi, con l’ampio ricorso a tecnologie all’avanguardia e il supporto di un team di storici dell’arte, in stretta collaborazione con la Fondazione MUVE e sotto la supervisione della Soprintendenza di Venezia.
A Palazzo Ducale, la Sala delle Quattro Porte aveva funzione di anticamera e accoglieva gli alti rappresentanti del governo prima che potessero accedere alle quattro sale in cui avevano luogo le assemblee del collegio, del senato, del consiglio dei Dieci e della cancelleria. Il suo nome si deve alla presenza delle quattro porte monumentali poste su due delle pareti, con architravi sostenuti da colonne corinzie, e decorati ciascuno da un gruppo scultoreo che evoca i compiti degli organi di governo delle sale a cui davano accesso. Dopo l’incendio del 1574, la Repubblica diede incarico di ricostruire la sala ad Andrea Palladio e Giovanni Antonio Rusconi; Tintoretto fu invece scelto per eseguire il ciclo di pitture murali della volta che avrebbe dovuto esaltare il governo veneziano in un momento difficile, trasmettendo invece un messaggio di solidità politica. Per questo fu affidato al poligrafo Francesco Sansovino il compito di elaborare un programma decorativo legato alla mitica fondazione di Venezia e al suo dominio sul mare, il cui fulcro, nel riquadro centrale, vede Venezia accompagnare Zeus e vedere l’Adriatico. Tutt’intorno si affastellano figure in stucco e oro, con elementi quasi a tutto tondo raffiguranti un pantheon di divinità, eseguiti dal Bombarda.
E la particolarità più evidente della sala, che è stato anche il principale elemento di complessità della campagna di restauro, risiede proprio nella scelta di utilizzare una “pesante” decorazione a stucco, con figure tridimensionali, non frequente a Venezia, perché gravosa per le coperture tradizionali realizzate in centine di legno e canne intrecciate. Per questo, la struttura nascosta della volta fu completata con un tavolato di legno, che sin dal Seicento è stato causa di distaccamenti e problemi di stabilità della decorazione. Molteplici sono stati, dunque, gli interventi di manutenzione operati nei secoli, non sempre gentili, anche se mirati a preservare lo stile “alla Tintoretto” dei dipinti murali, comunque piuttosto rimaneggiati.
Il restauro appena concluso si è dunque concentrato, innanzitutto sulla messa in sicurezza della struttura estradossale della copertura, per poi lavorare sui dipinti e sugli stucchi secondo un approccio conservativo; rimuovendo, cioè, sono le vernici legate a interventi novecenteschi, preservando, invece, quelli che nei secoli hanno fatto la storia della Sala. Comprensibile, dunque, il grande lavoro diagnostico, di mappatura e di ricerca pregresso all’intervento – condotto sotto la direzione dell’architetto Arianna Abate – che ha consentito anche di fare nuove scoperte sulla natura dei materiali e sulla storia decorativa della Sala.
The Gritti Palace ha affiancato in tutto il percorso Save Venice. L’albergo veneziano – esso stesso custode di una storia secolare, ospitato nel palazzo che fu residenza gotica della famiglia Pisani e poi, nel Cinquecento, dimora privata del doge Andrea Gritti, affacciata sul Canal Grande dirimpetto alla Basilica di Santa Maria della Salute – fa oggi parte del circuito Luxury Collection Hotel (di Marriott International), e da tempo sostiene iniziative dedicate alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico veneziano. Ha collaborato con Venetian Heritage per il restauro della monumentale doppia scala di Mauro Colussi alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, e con Venice Gardens Foundation ha favorito il restauro del giardino conventuale della Chiesa del Santissimo Redentore, con le sue Antiche Officine e la Serra, danneggiato dall’acqua alta del 2019. La partnership con Save Venice, avviata nel 2023 proprio per sostenere i lavori a Palazzo Ducale, si è intensificata con la nascita della Fondazione, e permetterà, nel corso del 2026, di avviare un progetto pilota di conservazione sulla Scala dei Giganti del palazzo, dopo una accurata campagna di indagini scientifiche.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 5 feb 2026

CHIERI (To). Restaurata la Cappella del Corpus Domini nel Duomo.

A Chieri, presentati gli interventi di restauro effettuati nella Cappella del Corpus Domini, all’interno del Duomo. L’intervento fa parte di un programma di recupero e manutenzione che si era reso necessario per importanti danni causati da infiltrazioni di acqua meteorica dalle coperture. Da una parte l’assenza di un programma manutentivo dell’edificio, dall’altra i danni provocati dalla perdita di efficienza delle coperture, avevano seriamente compromesso gli apparati decorativi e le pitture ad affresco.
Il progetto di restauro si è articolato in due tappe successive: prima un immediato pronto intervento per la messa in sicurezza delle parti a rischio di caduta; poi il recupero di una porzione importante dell’apparato decorativo della Cappella del Corpus Domini, che comprende il primo sottarco e la porzione di volta a botte con i relativi affreschi. Sotto la direzione dei funzionari territoriali della Soprintendenza (Massimiliano Caldera, David Lucidi e Manuela Pratissoli) i restauratori del Consorzio San Luca (che nel 2026 si avvia a celebrare i 20 anni di attività), guidati da Anna Coppola, hanno lavorato per restituire una lettura coerente dell’apparato decorativo originale.

La Chiesa Collegiata di Santa Maria della Scala, cioè il Duomo della città di Chieri, è un interessante esempio di architettura gotica piemontese. L’antica chiesa romanica, poggiante su precedenti luoghi di culto romani, venne completamente ricostruita a partire dal 1405.
Nel 1632 la Compagnia del Corpus Domini ottenne uno spazio attiguo al presbiterio con lo scopo di ampliarlo e farne una cappella unica. Nel 1651, superate alcune difficoltà, il capomastro Francesco Garove poté dare inizio alla costruzione della struttura.
Dopo una sospensione dei lavori dovuta alla scarsità di fondi, fra il 1659 e il 1661 maestranze luganesi, fra cui lo stesso Francesco Garove, Tommaso Carlone, Giovanni Luca Corbellino e Giovanni Marocco, e insieme a loro anche il chierese Francesco Fea, eseguirono la decorazione: in un complesso sistema di cornici a stucco affrescarono scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Pochi anni dopo, negli anni 1668-70, quando dall’altra parte del presbiterio Giovanni Battista Bertone costruì la cappella del Crocifisso arricchendola con una profusione di grandi tele dei migliori artisti del momento, i Confratelli del Corpus Domini temettero che, al confronto, dal punto di vista decorativo la loro cappella risultasse stilisticamente sorpassata. Perciò ingaggiarono artisti in voga come Sebastiano Taricco e Giovanni Antonio Mari, commissionando loro due tele a testa destinate a sostituire gli affreschi dipinti solo dieci anni prima.

L’impegno dei restauratori si è tradotto nel massimo rispetto delle superfici pittoriche. Sono state ricostruite ampie zone di modellato scegliendo di intervenire, laddove possibile, fino alla completa reintegrazione. L’intervento pittorico è stato minimamente invasivo, limitandosi ad una colorazione neutra eseguita ad acquerello, che ha permesso di ricollegare ogni porzione originale ritrovata. L’intervento di restauro ha anche consentito il recupero dell’apparato decorativo policromo che in precedenza non era più visibile.
Con il recupero della superficie originale sono state eliminate le numerose riprese pittoriche incongrue che impedivano una corretta lettura del testo pittorico originale: tuttavia, anche in ottica conservativa degli interventi del passato, si è voluto mantenere un rifacimento di un particolare della scena affrescata «La caduta della manna», eseguita con la tecnica del buon fresco, presumibilmente nell’Ottocento.

Autore: Vittorio Bertello

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 14 gen 2026

NAPOLI. Palazzo Reale, secondo in classifica speciale, dopo il Quirinale, per gli orologi storici nei musei.

Orologi storici nei musei: ecco la speciale classifica del Ministero della Cultura, che vede il Palazzo Reale di Napoli al secondo posto in Italia.
Dai pendoli neoclassici del Quirinale alle pendole musicali di Napoli, alla Venaria, gli orologi custoditi nei palazzi storici italiani raccontano secoli di ingegno, scienza e bellezza. Al primo posto il Quirinale, con circa duecento esemplari tra XVIl e XIX secolo, firmati dai più grandi maestri europei. Segue il Palazzo Reale di Napoli, con la rarissima “Macchina di Clav”, del 1730, e decine di capolavori musicali, perfettamente funzionanti grazie alle cure del maestro orologiaio Diego Ferventino. Sul terzo gradino i Musei di Genova, con preziosi orologi notturni seicenteschi, decorati con intarsi, smalti e pietre dure. Un viaggio nel tempo che unisce arte, storia e tecnologia, scandendo i secoli del nostro patrimonio culturale.
Sponsor: Tarì Società Consortile per Azioni.
Oggetto: Restauro dell’orologio “Il Tempo e la Storia”, di quello da caminetto stile Luigi XVI e dell’orologio con Giulio Cesare.
Periodo: Luglio/Ottobre 2025.
Collocazione: Palazzo Reale di Napoli e intervento eseguito da “Antea restauri”, per le casse esterne, e dal maestro orologiaio Diego Ferventino per il meccanismo interno, con il coordinamento del progetto di Ilaria La Volla, funzionaria restauratrice – conservatrice, in collaborazione con l’Ufficio Mostre di Palazzo Reale.
Intanto, tre orologi della collezione di Palazzo Reale sono stati sottoposti a restauro conservativo, grazie ad una sponsorizzazione del Tarì, il centro Orafo Campano che raccoglie oltre 400 aziende e costituisce un punto di riferimento indiscusso, in campo nazionale e internazionale del settore. Gli orologi sono: “Il Tempo e la Storia”, esposto nella Galleria; l’orologio da caminetto stile Luigi XVI nel salotto del Re, e quello con Giulio Cesare, posizionato nella sala del Trono. L’Orologio con “Il Tempo e la Storia”, opera di Charles Guilleme Manière e Philippe Thomire, è un raffinato oggetto del II decennio del XIX secolo, in marmo rosso, bronzo dorato e patinato, e metallo smaltato. L’orologio raffigura allegoricamente il “Tempo”, come vecchio barbuto alato impugnante la falce, e la “Storia”, come una giovane donna che regge un libro, in atto di arrestare con la mano l’avanzata distruttrice del tempo. All’interno del globo blu, decorato con stelle dorate, è contenuto il meccanismo dell’orologio. L’obiettivo è stato quello di preservare la stratificazione materica e storica dell’opera, recuperandone l’integrità estetica e funzionale. L’imponente orologio di manifattura francese del XIX secolo, collocato nella sala del Trono, è conosciuto come “l’orologio con Giulio Cesare”, per la presenza della statua in bronzo patinato del celebre personaggio appoggiato alla cassa che, a sua volta, poggia su una base rettangolare, decorata con foglie d’acanto e con un sontuoso trofeo centrale e quattro corone imperiali, intrecciate sugli spigoli anteriori della base. Questo magnifico oggetto testimonia il gusto per l’ingegno meccanico e la celebrazione del potere attraverso l’arte. L’intervento è stato finalizzato a ristabilire l’equilibrio formale tra le superfici marmoree e metalliche, compromesso dall’azione del tempo. Particolare cura è stata riservata alla figura di Giulio Cesare, trattata con procedimenti a basso impatto, mirati alla conservazione della patina originale. Il progetto si è concluso con il rimontaggio finale, garantendo solidità strutturale e coerenza stilistica dell’opera. L’orologio da caminetto, di manifattura francese (1840 circa), era destinato ad impreziosire un salone di rappresentanza, distinguendosi per la struttura compatta e la ricca decorazione di gusto neo rocaille, che ne fa un perfetto esempio di orologeria decorativa per interni aristocratici. La cassa in bronzo dorato, con riccioli e figurine di satiri suonatori, presenta al centro una placca di porcellana, le cui superfici sono state trattate con soluzioni acquose, debolmente alcaline, per rimuovere lo sporco senza intaccarne la brillantezza. Al termine, tutti i materiali sono stati protetti con rivestimenti consolidanti trasparenti, secondo criteri di reversibilità e compatibilità chimica. L’intervento, pur conservativo, è stato finalizzato a restituire al manufatto la sua raffinata luminosità, in linea con l’originaria funzione ornamentale e rappresentativa.
Grazie a questi interventi è oggi possibile ammirare i tre orologi nelle sale del Palazzo Reale restaurati e nuovamente funzionanti. La “Macchina di Clay”, quell’orologio invidiato da Casa Windsor, è l’esemplare più prezioso della collezione storica di Palazzo Reale, la seconda per importanza in Italia (con 26 pezzi pregiati). Palazzo Reale come il Castello di Windsor: nella reggia di piazza del Plebiscito a Napoli, c’è una delle collezioni più importanti (e rare!), di orologi antichi d’Italia. È di recente, la notizia del Ministero della Cultura che Palazzo Reale è in cima alla classifica dei musei che conservano il maggior numero di orologi storici, secondo solo al Quirinale.
Seguono i musei di Genova, le collezioni medicee di palazzo Pitti a Firenze, quelle di Palazzo Madama a Torino e la Reggia di Venaria Reale (To).
Il palazzo del Quirinale, che figura infatti al primo posto, possiede circa 200 esemplari tra pendole e orologi del XVII-XIX secolo (di cui 40 esposti), molti provenienti dalle principali regge preunitarie. A Napoli, un’altra dozzina è a Villa Pignatelli, tra cui l’orologio di manifattura francese, incastonato nella struttura muraria nella scala che porta al primo piano, e due giacenti in deposito. Ma a Palazzo Reale è esposta, sebbene non funzionante, la rarissima “Macchina di Clay” del 1730, del quale esistono pochissimi esemplari al mondo: due di proprietà della famiglia reale inglese ed un terzo del Museo nazionale della Cina. Si tratta di un orologio con organo che, allo scoccare delle ore, suonava melodie di Händel, e quello della reggia napoletana è forse il primo modello costruito dall’orologiaio inglese.
«Nel corso dell’ultimo anno abbiamo riservato un’attenzione particolare alla collezione di orologi di Palazzo Reale, avvalendoci anche del prezioso contributo di mecenati che hanno reso possibile il restauro di ben sei esemplari», spiega Tiziana D’Angelo, direttrice delegata ad interim del Palazzo Reale. «Tra i nostri obiettivi c’è quello di esporre al pubblico anche gli orologi al momento conservati in deposito. Ma il nostro principale desiderio è quello di creare un team con esperti orologiai, restauratori ed organai per il restauro dell’Organ Clock di Clay del 1730, che è considerata una vera e propria macchina musicale».
Lo stilista Francesco Scognamiglio ha contribuito al restauro di un orologio con Planetario del XVII secolo.
Appassionati mecenati del passato, furono Gioacchino Murat e sua moglie Carolina Bonaparte, che commissionarono a Breguet il primo orologio da polso della storia, e che portarono a Palazzo Reale, nel 1808, una serie di orologi che furono realizzati per Napoleone Bonaparte. Tra i più celebri, il Genio delle Arti di Thomire et C./Bourdier Hr à Paris, e l’Orologio con la Meditazione firmato Bailly, orologiaio personale di Napoleone.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it