Archivi categoria: Tutela e Salvaguardia

Maria Luisa Nava. Le nuove regole proposte per l’Archeologia preventiva (VIPIA ex VIARCH): come vanificare la tutela e la conservazione del patrimonio storico-culturale.

Nella legge di bilancio in corso di approvazione si propongono nuove regole che mirano a vanificare le indagini archeologiche preliminari oggi obbligatorie per la realizzazione di lavori pubblici che abbiano incidenza sul territorio, limitandone l’esecuzione alle sole aree già vincolate. Poiché, come è noto, solo una minima parte del territorio italiano è sottoposto a vincolo, a fronte di una grande e ricca diffusione di testimonianze storiche che lo caratterizzano in tutta la sua estensione e che vengono alla luce solo a seguito degli scavi, ciò comporterebbe la sicura perdita di moltissimi dati e informazioni, fondamentali per la conoscenza della nostra storia, nonché gravi e irrimediabili perdite per il nostro patrimonio culturale.

Lo scorso 24 novembre Giuliano Volpe ha segnalato su Huffpost “l’emendamento Matera, Gelmetti all’Art. 108-bis della legge di bilancio, con il quale si propone di modificare l’articolo 28, c. 4 del d. Lgs. 22 gennaio 2004 n.42 (Codice dei Beni Culturali e Ambientali): “In caso di realizzazione di lavori pubblici ricadenti in aree di interesse archeologico, il soprintendente può richiedere l’esecuzione di saggi archeologici preventivi sulle aree medesime a spese del committente solo quando per esse siano intervenute la verifica di cui all’articolo 12, comma 2, o la dichiarazione di cui all’articolo 13”.

Il tracciato dell’oleodotto nella piana di Metaponto

Un attentato alla tutela e alla conoscenza
Con ciò si propone che “si possano applicare le procedure dell’archeologia preventiva solo per le opere pubbliche poste in aree per le quali sia già presente un vincolo archeologico. Un vero controsenso: l’archeologia preventiva ha senso proprio nelle aree prive di dati, di presumibile interesse archeologico, e non certo nelle aree per le quali la presenza di beni archeologici sia già stata accertata, tanto da essere già vincolate”.
In pratica, non si potranno più effettuare ricerche preventive necessarie ”per acquisire informazioni prima ancora di elaborare un progetto e di effettuare lavori pubblici, grazie alle indagini diagnostiche preliminari effettuate proprio per evitare o limitare al massimo il rischio di un doppio danno: il blocco dei lavori, con inevitabili ritardi e aggravio di costi, e/o la distruzione di patrimonio archeologico.”

Planimetria dei tubuli dell’età del bronzo antico nei pressi di Viggiano

Condivido totalmente quanto denunciato da Volpe nella sua giusta e doverosa segnalazione.

Tuttavia, chiediamoci anche quali sono le motivazioni per le quali si è arrivati a queste proposte, al di là delle ovvie motivazioni di interesse economico e dell’evidente insofferenza di dover sottostare a controlli e autorizzazioni.
Da ex soprintendente che ha operato sempre in regioni molto sensibili dal punto di vista archeologico e storico, mi corre l’obbligo di evidenziare come molti, anzi moltissimi, dirigenti e funzionari archeologi siano stati (e lo siano ancor di più oggi) ciechi e sordi alle esigenze di sviluppo e di ammodernamento del territorio nazionale.
Sia ben chiaro, sono la prima ad affermare che inderogabile è la necessità di tutela e di conservazione dei beni culturali.
Spesso, però, vi è stato (e vi è tutt’ora) un atteggiamento di totale chiusura e di completa e sorda incomprensione alle necessità di adeguamento e di trasformazione di determinate strutture e infrastrutture alle moderne esigenze della nostra società. D’altra parte, l’uomo almeno dal Neolitico in poi, ha sempre esercitato sull’ambiente interventi di modifica: i pochi che conoscono la mia vita professionale sanno che nel 2001 sono stata promotrice di un Convegno dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia incentrato proprio su questo tema, e cioè sulle modifiche operate sull’ambiente magnogreco a partire dai prodromi (e anche gli antecedenti) della colonizzazione.

Le sepolture dei tumuli dell’età del bronzo antico nei pressi di Viggiano

L’applicazione delle norme dell’Archeologia Preventiva richiede anche un grande e attento impegno da parte delle Soprintendenze.
Ricordo come proprio in quegli anni tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, allorché non esisteva alcuna normalizzazione dell’archeologia preventiva dei cui effetti oggi si discute, ho posto in essere un accordo con i vertici di ENI per consentire la realizzazione dell’oleodotto di raccordo tra il Centro Oli di Viggiano, in Basilicata (all’epoca ne ero il Soprintendente Archeologo) e la raffineria di Taranto. Si è trattato, come ben si sa, di un’opera di grande impatto sul territorio, che, purtuttavia, ha consentito la realizzazione di quella che mi risulta essere stata l’unica grande opera di interesse pubblico realizzata nei tempi previsti e senza aggravi di costi. Va ben sottolineato come ciò abbia comportato un grande impegno e uno strenuo lavoro da parte mia e di tutti i miei collaboratori, ma tutto è stato fatto nell’ottica di permettere la costruzione di una struttura fondamentale per lo sviluppo e la crescita economica della Nazione, salvaguardando il suo patrimonio culturale. E ci siamo riusciti pienamente, tanto che da quell’accordo sono poi scaturite le norme che hanno portato alla regolamentazione poco più tardi dell’archeologia preventiva.

Tomba a cassa con sepoltura bisoma di IV sec. a. C. presso Policoro

I costi dell’Archeologia Preventiva sono a carico del committente.
Ora però il punto è un altro: quanto costa alla collettività, in termini di tempo, denaro e disagi, l’opposizione delle Soprintendenze alla realizzazione di un’opera, sia essa un singolo fabbricato, o un’espansione edilizia o ancora un’infrastruttura che porterebbe indubbi vantaggi alla cittadinanza? A mio modo di vedere è questa la ragione fondamentale da tenere ben presente, pur nella ovvia (e per me inderogabile: il mio operato in passato ne è chiara testimonianza) e imprescindibile necessità della tutela e della conservazione. Purtuttavia, personalmente ritengo che, ove possibile, ci si debba sforzare di trovare un punto di incontro che risponda ad entrambe le necessità. Quante volte abbiamo assistito a lavori che si bloccavano per decenni, in attesa di infinite (e spesso maniacali, fatevelo dire da chi è stata sempre un’archeologa da campo) esplorazioni archeologiche? Posso fare esempi infiniti: uno per tutti, però. Costruzione dell’ampliamento della terza corsia della A1 tra Salerno e Pontecagnano. Area archeologica estesa circa 300 metri, indagata per oltre 8 anni. Ritrovamenti: strutture di fondazione di un’area abitativa e di un piccolo santuario (l’unico che abbia restituito materiali interessanti). Costi iniziali: 5 miliardi di lire, divenuti poi 10 per la prosecuzione e la fine dei lavori in un settore viario che per tutto il periodo ha sofferto di intasamenti e code che hanno interessato tutti i collegamenti tra Napoli e Reggio Calabria …
Si capisce bene come, di fronte ad esempi (innumerevoli) di questo genere la società diventi intollerante e come la classe politica possa pensare di ridurre un potere così coercitivo e stravolgente per la gestione del territorio.

La necessità di una maggior responsabilizzazione e di una più ampia collaborazione da parte degli Organi di Controllo per favorire uno sviluppo sostenibile, garantendo la tutela e la conservazione del patrimonio culturale.
E allora, facciamoci tutti quanti noi che abbiamo lavorato e che lavoriamo in questo settore un esame di coscienza e chiediamoci se – forse – quello che sta avvenendo non sia anche il frutto di una nostra chiusura e di una mancanza di una più ampia comprensione delle esigenze del progresso. Forse, ce lo siamo meritato.
Personalmente sono molto avvilita e amareggiata che si stia pensando di ridurre l’intervento della tutela alle sole aree archeologiche già oggetto di dichiarazione di interesse. Condivido lo sconcerto e risentimento di Volpe e di tutte le Associazioni attive nel campo archeologico e mi unisco alle loro iniziative per ostacolare il prosieguo di questa manovra che toglierebbe inevitabilmente la possibilità di tutelare e conservare la maggior parte del nostro patrimonio culturale e della nostra storia. Ma ci si deve anche rendere conto che si è arrivati a questa situazione proprio per gli atteggiamenti vessatori e oppressivi posti in essere da molti di noi che hanno scambiato il loro ruolo di tutori temporanei di un bene nella facoltà di esercitare in maniera tirannica e dispotica un loro presunto potere.
E’ questa l’interpretazione sbagliata e che deve essere necessariamente cambiata e riportata ai giusti e doverosi termini di rispetto della legge, in primis, ma anche nella giusta e doverosa considerazione delle esigenze della collettività.
Diversamente, come accade oggi, il nostro operato sarà sempre e sempre più inviso e sempre meno tollerato dalla società. Dunque, avranno ben ragione coloro i quali, con il potere loro conferito, lo ridurranno a mera guardiania di ciò che c’è già, con le conseguenti e gravissime perdite che ci possiamo inevitabilmente aspettare per la nostra storia e, anche, per la nostra crescita culturale e sociale futura.

Autore: Maria Luisa Nava – mlsnava@gmail.com

BB.CC. Riportare la vita nei luoghi dell’antico: giusto o sbagliato?

L’estate scorsa, alcune storie provenienti dalla Sicilia hanno fatto tornare d’attualità il tema di un uso più ampio e diversificato del patrimonio artistico, nella fattispecie archeologico, ovvero di un utilizzo che vada al di là del momento contemplativo e conoscitivo del bene/sito, per aprirsi alla realizzazione di eventi spettacolari o creativi di vario genere. In particolare, hanno avuto una grande eco le immagini del Tempio di Segesta, interessato da un’installazione tessile di Silvia Scaringella: senza entrare nel merito dell’opera, sorprende l’arco temporale esageratamente lungo (quasi un anno, fino al giugno 2025) in cui l’aspetto del tempio appare alterato in maniera assai significativa. Possiamo immaginare la faccia di chi percorre distanze talora notevolissime per ammirare le maestose colonne doriche e le trova, in parte, fasciate da tessere colorate. Un risalto ancora maggiore l’hanno avuto la notizia e le immagini del doppio concerto agrigentino de Il Volo, anche perché il pubblico presente è stato tenuto a rispettare il bizzarro obbligo di indossare un abbigliamento invernale in una torrida serata estiva, visto che l’evento sarà trasmesso dalla Rai come concerto natalizio.
Si fa presto a indignarsi: “oh no, Il Volo, non ci piace, non è uno spettacolo degno di un luogo tanto sublime”. Ma la faccenda non può essere naturalmente ridotta a una questione di gusti personali e di patenti di dignità che alcuni vanterebbero e altri no. Ben diversi sono i criteri che dovrebbero guidare il nostro operare in aree ad alta valenza patrimoniale, nel caso di eventi spettacolari come in quello di installazioni artistiche. Innanzitutto, come sempre, il criterio della più rigorosa tutela del bene storico: criterio che, in occasione del concerto dei tre tenorini, non sembra essere stato a pieno rispettato, a giudicare dal video delle pesanti casse trasportate all’interno del Tempio della Concordia, con il grosso rischio di danneggiare le antichissime pietre di scalini e pavimentazione.
Non meno importante un altro punto: occorre pensare, più che in termini di eventi effimeri, a utilizzi che consentano un effettivo reinserimento sociale dell’antico, che riscattino monumenti e siti da una sorta di limbo(molto simile all’oblio) e portino la cittadinanza a vedere di nuovo quei luoghi e a frequentarli. Il riferimento non è tanto a siti molto visitati come i templi di Segesta ed Agrigento, ancora, almeno in parte, circondati da un paesaggio agreste, e che ancora possono beneficiare di un approccio contemplativo, emotivo, romantico; ma piuttosto a quelle testimonianze dell’antichità che sono sì immerse nella società contemporanea, ma solo materialmente e non effettivamente, né affettivamente, calate quindi nel tessuto edilizio moderno che le ingloba e quasi le soffoca, ma di fatto ignorate. Penso ad esempio a tante costruzioni e rovine antiche che si elevano nella città di Roma, all’interno e soprattutto all’esterno del circuito delle Mura Aureliane, su cui ha richiamato l’attenzione l’archeologa Andreina Ricci, in particolare nel pamphlet Attorno alla nuda pietra (2006). Un recupero concreto, ma anche percettivo di questi beni non può passare che attraverso un loro sfaccettato riuso, anche mediante, se è il caso, interventi architettonici, che ne consentano un utilizzo consapevole e condiviso da parte dei cittadini.
Se quanto sin qui esposto vale innanzitutto per antichità che sono state quasi dimenticate, un discorso analogo può essere fatto anche per la superstar dei beni archeologici italiani. Nell’ottica del reinserimento sociale dell’antico non può che essere accolto con favore il progetto della nuova copertura calpestabile dei sotterranei dell’Anfiteatro Flavio, per gli amici la nuova arena del Colosseo. Un progetto lanciato dal ministro Franceschini nel 2014 e che – lentamente, a dire il vero – avanza verso la messa in pratica: la copertura garantirà una migliore tutela del monumento, proteggendone le viscere, ora assurdamente esposte alle intemperie, e consentirà una più completa fruizione e una più agile lettura dell’edificio da parte del pubblico. Non mancheranno gli eventi e i concerti: e se il prezzo da pagare è quello di vedere esibirsi anche lì Il Volo, magari all’interno di un cartellone che preveda anche appuntamenti di tutt’altro genere, è un prezzo che siamo disposti a pagare.

Autore: Fabrizio Federici

Fonte: artribune.com 23 nov 2024

MILANO. Pubblico e privato insieme per il Cenacolo di Leonardo. 800mila euro dalla famiglia Bonomi per tutelarlo.

Pubblico e privato insieme per valorizzare il sistema culturale. Checché se ne dica è la via più fruttuosa per assicurare tutela, conservazione e fruizione del patrimonio storico-artistico italiano, non facile da amministrare proprio perché tanto ricco e articolato. Così a Milano il futuro del Cenacolo Vinciano passa dal sostegno dei fondi stanziati per la cultura nell’ambito del PNRR, ma pure dal generoso finanziamento messo sul piatto dalla famiglia Bonomi, tramite la Investindustrial Foundation.
Un contributo di 800mila euro che si aggiunge al milione di euro garantito dal Ministero della Cultura per alimentare il progetto di ammodernamento e messa in sicurezza del sito culturale più visitato di Milano, sviluppato in collaborazione con il Politecnico. il “nuovo percorso per un museo sostenibile”, presso il Cenacolo dipinto da Leonardo da Vinci nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, costerà complessivamente proprio 1,8 milioni di euro, cifra ora disponibile per concretizzare l’operazione.
L’intervento ha l’obiettivo di razionalizzare i flussi di visita, valorizzando il giardino e consentendo al visitatore di completare l’intero percorso senza mai uscire dagli spazi del museo, garantendo un’esperienza più agevole e completa. Per farlo si ricaverà un nuovo ambiente coperto e climatizzato, addossato al Refettorio, però con l’assicurazione di scongiurare interferenze con la struttura storica: lo spazio potrà essere destinato all’accoglienza dei gruppi e alla preparazione alla visita, ma ospiterà anche i laboratori didattici. Tutto questo a vantaggio di un ecosistema fragile com’è quello del Cenacolo Vinciano, a più riprese oggetto di interventi di restauro e vincoli preventivi per monitorare la sicurezza ambientale di una pittura fragile non solo per le condizioni del contesto, ma, sin dall’origine, per la tecnica d’esecuzione sperimentata da Leonardo (tecnica mista e secco su intonaco).
Già nel 2018, il contributo di una realtà privata – l’Eataly allora amministrata da Oscar Farinetti – aveva facilitato le operazioni conservative, finanziando con 700mila euro il progetto di recupero preventivo degli impianti di areazione del Cenacolo. Poi, nel 2021, il dipinto realizzato dall’artista toscano tra i 1494 e il 1498, Patrimonio dell’Unesco del 1980, era stato di nuovi interventi di restauro e riorganizzazione dei flussi di visita, per controllarne lo stato di salute dopo il ventennale intervento condotto da Pinin Brambilla e concluso nel 1999. E al 2021 risale l’avvio di una stretta collaborazione con il Politecnico di Milano per lo sviluppo di un sistema di gestione integrata dei dati utili al monitoraggio dell’opera, oltre al perfezionamento di un sistema di produzione di energia a pompa di calore (in ottica green) e alla nuova illuminazione progettata da Massimo Iarussi. Il nuovo ciclo di lavori, invece, non partirà prima del 30 giugno 2025, secondo il cronoprogramma previsto dal PNRR, per concludersi non oltre la fine del 2026.
A distinguersi in questa fase è l’atto di mecenatismo della famiglia Bonomi, storicamente impegnata nel sociale a beneficio della città di Milano. È Anna Bonomi Bolchini, prima donna protagonista della finanza, la figura di riferimento della famiglia in tal senso: nella Milano del dopoguerra fu lei a creare l’istituto de “Le Carline”, che accoglieva oltre 60 bambine, provvedendo alla loro completa assistenza fino alla maggiore età. Approccio che si rinnova nella figura di Andrea Bonomi, fondatore di Investindustrial, impegnata con la sua fondazione a sostenere l’istruzione, la protezione e la conservazione dell’ambiente, il patrimonio artistico e culturale e la scienza (in dieci anni di attività sono stati stanziati oltre 30 milioni di euro): “Per una famiglia con origine a Milano nell’Ottocento, partecipare al continuo rinnovamento della città è un onore e un privilegio, ma è soprattutto un dovere”.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com, 22 ago 2o23

VENEZIA. “Patrimonio dell’umanità a rischio”.

“Il continuo sviluppo, gli impatti dei cambiamenti climatici e del turismo di massa rischiano di provocare cambiamenti irreversibili all’eccezionale valore universale di Venezia“, ha dichiarato seccamente il World Heritage Centre dell’Unesco. Che ha raccomandato anche di effettuare “la sua iscrizione nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità in pericolo“. Un pesante monito, che l’agenzia dell’Onu spera funzioni da spinta per una diversa gestione della secolare città sull’acqua.
Questa non è la prima volta che Venezia rischia di finire nella “lista nera” dell’Unesco: già due anni fa era stato lanciato un allarme, poi rientrato. Le misure adottate da allora per combattere il deterioramento sono però “insufficienti” per il World Heritage Centre, perché non bastano a contrastare la massa di turisti giornalieri e le frequentissime acque alte (anche influenzate dall’innalzamento del mare Adriatico), che rischiano di compromettere in toto l’integrità del sito. Non solo: a scopo estetico e storico, anche gli edifici alti avrebbero, secondo l’agenzia internazionale, “un notevole impatto visuale negativo” sul centro, e dovrebbero essere costruiti molto più lontano.
Contrastanti le reazioni italiane: “Che l’Unesco possa decidere sull’inserimento di Venezia nella black list, non posso che interpretarlo come la stigmatizzazione di un fallimento perché ci troviamo di fronte a una serie di problemi che via via si stanno aggravando e che finora non sono stati affrontati affatto“, ha commentato Luana Zanella, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera. “Pensiamo al turismo e all’uso sconsiderato di Venezia da parte di chi, proprio grazie a questo tipo di turismo, si sta arricchendo. O al tema della residenzialità, fortemente condizionata da una destinazione d’uso degli appartamenti legata al soggiorno breve. Elemento che dice tanto di una città che ha svenduto se stessa“.
Di tutt’altro parere la scena veneziana: Salvatore Pisani, presidente di Confindustria-Turismo Veneto Est, ha polemicamente invitato l’Unesco a “dare una mano alla salvaguardia della città“, aggiungendo che “Venezia sta già facendo tanto, è già molto avanti rispetto ad altre città con problemi simili, e si vedono i primi risultati“.
Amareggiato anche il sovrintendente del Teatro La Fenice, Fortunato Ortombina, che ha aggiunto: “Onestamente dispiace che l’Unesco giunga a certe conclusioni più che altro per una questione di immagine. Se il timore per la città è quello statico, personalmente non penso che il flusso dei turisti metta in serio pericolo Venezia“. Ortombina ha chiosato però con una nota più propositiva: “Forse dovremmo chiederci un po’ tutti cosa potremmo fare in più, perché risorse e potenzialità non mancano“.
Gli esperti del WHC ritengono tuttavia che Venezia, entrata nel Patrimonio Universale dei Beni Culturali nel 1987, si trovi oggi di fronte a un “rischio reale” di alterazione permanente, da cui la raccomandazione di iscrivere la città lagunare nella lista dei beni in pericolo, dove affiancherebbe siti come Cirene (in Siria), Assur (in Iraq) e la città vecchia di Gerusalemme. Nonostante il parere sia per il momento indicativo, dall’agenzia hanno precisato, severamente, che la risoluzione dei problemi di mantenimento della città è sistematicamente “ostacolata dall’assenza di una visione strategica comune globale” e da una “scarsa efficacia e coordinamento” tra le autorità locali e nazionali. Ora saranno gli Stati Membri a decidere, alla prossima riunione fissata a Ryad per il 10-25 settembre, se Venezia entrerà davvero in questa lista.

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.com, 2 ago 2023

NAPOLI. Scoperto un affresco nascosto dietro un muro dell’Archivio di Stato.

Il convento annesso alla chiesa dei Santi Severino e Sossio, oggi sede dell’Archivio di Stato di Napoli, rappresenta il cuore del complesso monastico benedettino tra i più grandi della città. È qui, nell’area di collegamento tra i due edifici, che è stata appena scoperta una piccola cappella completamente affrescata. Rimasta nascosta per secoli dietro un muro, è riemersa grazie ai recenti lavori di ristrutturazione, previsti nell’ambito del Grande Progetto Centro storico di Napoli – Valorizzazione dei siti Unesco.
Si tratta di un affresco di fine ‘400 o inizio ‘500, con una Deposizione in mezzo e due santi vescovi ai lati. “Al centro di questa gemma artistica si trova un affresco raffigurante il Cristo morto tra le braccia di Maria, ai lati, i santi benedettini Severino e Sossio, con pastorale e mitria, a testimonianza della ricchezza dell’iconografia religiosa che essa contiene”, spiega Candida Carrino, dal 2019 direttrice dell’Archivio di Stato che raccoglie documenti storici di tutti i tipi, dai regesti medioevali agli archivi notarili, giudiziari e commerciali. Un patrimonio immenso, collocato nell’ex monastero benedettino iniziato a edificare sin dal IX secolo e intitolato ai Santi Severino e Sossio, in una fuga di chiostri maestosi e di sale affrescate su ben 24mila metri quadrati.
Il centro storico di Napoli è iscritto nella lista del patrimonio mondiale Unesco dal 1995. Da anni è inserito in un piano di finanziamenti europei per la sua rigenerazione, con all’attivo 27 interventi di restauro. Uno di questi coinvolge proprio il complesso monumentale benedettino dei SS. Severino e Sossio, sede dell’Archivio di Stato di Napoli, che continua a svelare aspetti finora sconosciuti della storia del monumento. Dopo la scoperta degli affreschi di Belisario Corenzio sulle pareti della sala del Capitolo, ora è infatti il turno di questo vano, a probabile destinazione votiva.
“È una scoperta straordinaria nell’ambito di questo restauro del Grande Progetto Unesco sostenuto dal Comune”, dichiara il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. “Una scoperta che ci mostra uno spaccato della Napoli aragonese ed è anche una nuova gemma per i tanti turisti che frequentano la nostra città”.
Il piccolo ambiente, nella zona adiacente al chiostro del Platano, risale agli interventi quattrocenteschi prima delle modifiche attuate nel secolo successivo per la realizzazione di una scala di collegamento, anch’essa rimessa in luce con i lavori Unesco, attraversata dai monaci per raggiungere la chiesa. E proprio l’idea progettuale elaborata dalla Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per il comune di Napoli di ripristinare questo collegamento, ostruito nel 1835 in occasione del trasferimento dell’Archivio negli spazi del convento, ha consentito di evidenziare sulla parete laterale della scala le tracce di un muro che rivelavano la presenza di una nicchia: un luogo di raccoglimento, interno alla vita dei monaci, murato in occasione della realizzazione della scala. L’ipotesi è che possa aver contenuto i resti mortali dei due santi ai quali la chiesa è intitolata.
La scoperta è preziosa perché darà la possibilità di studiare approfonditamente l’affresco, i riferimenti iconografici, i simboli, permettendo di chiarire aspetti logistici del monastero, ma anche di allargare la conoscenza sugli orientamenti della cultura figurativa a Napoli tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, con una testimonianza inedita e preservata dal muro che l’aveva negata. “Ora andrà affrontata l’appassionante fase della datazione e dell’individuazione dell’autore”, conclude Carrino. “Questa scoperta ci ricorda ancora una volta che il lavoro meticoloso e la perseveranza premiano sempre. E che il nostro Archivio, scrigno di splendide vestigia documentali e di opere d’arte, rappresenta un unicum per un pubblico sempre più ampio, anche sotto il profilo museale”.

Info: www.archiviodistatonapoli.it/

Autore: Claudia Giraud

Fonte: www.artribune.com, 23 lug 2023