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Matteo Braconi, Raffaella Giuliani. L’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma. Un itinerario tra culture, temi e immagini.

San Girolamo nei suoi Commentaria in Ezechielem ricordava le visite domenicali di quando era giovane studente alle catacombe romane: «Spesso entravamo nelle gallerie, scavate nelle viscere della terra, completamente interessate dalle sepolture e così oscure che sembrava si realizzasse il motto profetico: “Discendano vivi nell’Inferno” (Salmo 54, 16)». Ed è questa una delle indimenticabili emozioni che prova ancora oggi chi ha il privilegio di scendere nelle viscere di Roma, in uno dei luoghi più misteriosi, inviolabili e segreti della città, a circa 20 metri sottoterra dove si trova quel meraviglioso complesso sotterraneo di catacombe denominato Ipogeo di Via Dino Compagni.
Un robusto fossore apre un tombino che sembra quello del gas e fa luce all’intorno indicando una scala piuttosto ripida da cui si cala per primo per preparare la strada a chi dovrà scendere. E in due minuti si passa dal sole e dal calore della più bella giornata estiva a una tenebra fredda come la mano di Thanatos da cui ci si riprende solo quando vengono all’improvviso accese le luci che sono state poste per illuminare il luogo.
La prima sensazione è di infinito stupore, di meraviglia e di un silenzio avvolgente e molto più denso di qualsiasi rumore, un silenzio a cui non siamo più abituati: il silenzio dei sepolcri. Tutto quello che c’è sopra scompare, le brutte palazzine di una zona non centrale di Roma, in un quartiere malinconico come in certi quadri di Scipione, il traffico, la gente, i negozi. Sopra non c’è più nulla. Rifiorisce davanti ai nostri occhi la verde campagna romana sparsa di ville e di edifici sacri, con i suoi avvallamenti e il suo sottosuolo tufaceo, perfetto per essere scavato: siamo tornati indietro di quasi 2mila anni. Una vertigine.

Era il 1955, in piena espansione edilizia di Roma, e i palazzinari avrebbero fatto sparire anche Giulio Cesare in una colata di cemento se l’avessero incontrato; purtroppo, costruirono una palazzina proprio sopra quest’ipogeo (che avevano ben visto che c’era) e ci impiantarono degli orrendi piloni di cemento armato che ancor oggi lo deturpano. Fu solo grazie alla segnalazione di un giovane ingegnere, Mario Santa Maria, che questo luogo si salvò da uno scempio definitivo, fra le proteste dei costruttori e l’ostruzionismo degli abitanti del luogo. Ma le fondazioni della palazzina erano state già fatte e alcuni danni alle strutture dei cubicoli e agli affreschi erano ormai irreparabili. Quello che restava però era straordinario, con architetture in negativo (scavate cioè direttamente nel tufo colonne comprese), uno spazio per circa 400 defunti appartenenti a più gruppi familiari fra loro omogenei, economicamente e culturalmente distinti.
Queste catacombe sono caratterizzate da un’infinità di affreschi che la decorano in tutte le sue muraglie e, come affermò padre Antonio Ferrua, che per primo la studiò, formano una «ben fornita pinacoteca cristiana», qualcosa che ha fatto parlare nel tempo di una «Cappella Sistina dell’Antichità».

I temi di questi affreschi vanno dal paganesimo al cristianesimo passando per soggetti biblici (anche rari) e costituiscono un imprescindibile tassello della costruzione della nuova iconografia cristiana. Costruito nel IV secolo, in piena età costantiniana, l’ipogeo è, come affermano Raffaella Giuliani e Matteo Braconi, «una testimonianza chiara della complessità del travaglio spirituale all’interno della società romana, specie delle classi più elevate […] nel processo di adesione ai valori della nuova religione cristiana».
Noi oggi non siamo più in grado di comprendere bene cosa dovette essere quel passaggio e di come i Romani dovettero strapparsi letteralmente di dosso la pelle del loro pensiero imbevuto di violenza e sopraffazione per approdare alla mitezza dell’insegnamento di Cristo e degli apostoli. Ma quel rovesciamento dell’anima, quell’angoscia terribile che spaccò famiglie, istituzioni e comunità che credevano di durare nei millenni, si vede assai bene in questo spazio a cui è stato ora dedicato un libro sapiente e colto (in italiano e inglese) curato dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Il libro guida passo a passo il lettore attraverso la scoperta del monumento e della sua storia delle sue iconografie e dei più recenti studi in merito.
Un viaggio che ci proietta indietro di almeno 1700 anni all’origine del nostro pensiero europeo e della nostra anima.

Info:
L’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma. Un itinerario tra culture, temi e immagini.
ediz. italiana e inglese, a cura di Matteo Braconi e Raffaella Giuliani, 160 pp., ill. col., Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Città del Vaticano, De Luca Editori, Roma 2026, € 47.

Autore: Arabella Cifani

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 29 maggio 2026

Davide Uria. Capire l’arte contemporanea con Davide Uria: un viaggio tra tagli, stanze e sopravvivenze.

L’arte contemporanea, si sa, non è facile. Non parla sempre un linguaggio immediato, non si lascia spiegare con formule semplici, spesso provoca più smarrimento che entusiasmo. Eppure, può succedere che proprio in mezzo a un museo pieno di installazioni incomprensibili, o davanti a una tela tagliata in due, ci si senta vivi. È da questa tensione – tra spaesamento e fascino – che nascono i due libri di Davide Uria: “Lucio Fontana spiegato a mia nonna: Perché i tagli sono opere d’arte” e “Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea: Dieci stanze, dieci artisti, dieci sopravvivenze possibili“. Due titoli ironici, certo, ma anche estremamente seri, se si guarda sotto la superficie.

Nel primo volume, Uria prende per mano il lettore e lo porta a conoscere uno degli artisti più emblematici del Novecento: Lucio Fontana. Ma non lo fa con il tono accademico di chi sa e vuole insegnare. Lo fa parlando a una nonna – simbolo di quel pubblico che guarda un’opera contemporanea e chiede candidamente: “Ma questo è davvero arte?”. È proprio da lì che parte il dialogo. Perché il taglio di Fontana non è uno sfregio, ma un gesto filosofico, un’apertura verso lo spazio reale. È la negazione della pittura come finestra e l’inizio di un’arte che dialoga con il vuoto, con la luce, con il pensiero. Uria riesce a raccontare tutto questo con uno stile che unisce la chiarezza alla profondità, senza rinunciare a una buona dose di ironia.

Ma se il primo libro è in qualche modo una monografia atipica, il secondo si presenta come un vero e proprio percorso narrativo. Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea è una sorta di guida esistenziale. Dieci stanze, dieci artisti, dieci modi per affrontare le difficoltà – spesso psicologiche – che si provano dentro un museo. Chi non si è mai sentito a disagio davanti a un’opera troppo concettuale? Chi non ha mai pensato, almeno una volta, di non essere “all’altezza”? Uria ribalta questa percezione: non sei tu a non capire, è l’arte che ti invita a cambiare prospettiva. Attraverso riferimenti filosofici, ma anche con un linguaggio narrativo, l’autore suggerisce che il museo non è un tempio da temere, ma un campo di prova per la mente e per il cuore.

I due libri, letti insieme, formano un dittico coerente. Da un lato la spiegazione simbolica di un gesto rivoluzionario, dall’altro la preparazione mentale ad un’esperienza immersiva. Il centro resta sempre lo stesso: rendere l’arte contemporanea accessibile, senza svilirla. Con leggerezza, sì, ma anche con metodo. E questo è forse il punto più interessante del lavoro di Uria: la sua è una divulgazione colta, fondata su studi e letture, ma mai ostentata. Un sapere che si offre con naturalezza, senza pedanteria.

Nel panorama editoriale italiano, dove spesso l’arte contemporanea è spiegata con toni aulici o, al contrario, ridotta a puro intrattenimento, Davide Uria ci presenta una terza via: quella dell’ironia consapevole, che non semplifica ma accompagna. Un’arte dello spiegare che parte dal basso, da una domanda ingenua, per arrivare a riflessioni filosofiche che interrogano il senso stesso del guardare, del creare, del comprendere.
Se siete curiosi, se vi siete sentiti fuori posto in un museo, se avete mai pensato che l’arte contemporanea fosse “una presa in giro”, questi due libri potrebbero cambiare il vostro punto di vista. Non offrono risposte definitive, ma lasciano aperte molte porte. Proprio come i tagli di Fontana.

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Davide Uria. “Fontana spiegato a mia nonna: perché i tagli sono opere d’arte” – Un viaggio ironico nel mondo dell’arte contemporanea.

Il nuovo libro di Davide Uria trasforma i misteri dell’arte moderna in un racconto accessibile e divertente, spiegando opere complesse come quelle di Fontana con un linguaggio semplice e ironico, alla portata di tutti, anche della nonna!
Il nuovo libro di Davide Uria, un’opera ironica, e allo stesso tempo profondamente riflessiva, che promette di conquistare il pubblico con il suo approccio unico all’arte contemporanea. Intitolato “Lucio Fontana spiegato a mia nonna: perché i tagli sono opere d’arte”, il libro rappresenta la prima pubblicazione di Uria in ambito artistico e nasce dall’esperienza delle sue lezioni di arte rivolte a un pubblico adulto. Durante questi incontri, l’autore ha maturato l’idea di creare un racconto in grado di spiegare i misteri e le provocazioni dell’arte contemporanea con un linguaggio semplice e accessibile, utilizzando la figura di sua nonna come espediente narrativo. “Mi è venuta l’idea di costruire una storia attorno ai miei insegnamenti, immaginando di raccontare Fontana a mia nonna, una persona pragmatica e lontana dal mondo dell’arte moderna”, afferma Uria. Da qui è nato il libro, che si snoda tra umorismo, dialoghi immaginari e riflessioni profonde sul significato dell’arte.
Al centro dell’opera, i celebri “tagli” di Lucio Fontana diventano il punto di partenza per esplorare concetti artistici apparentemente semplici ma carichi di significato. Uria spiega come questi tagli, che a prima vista possono sembrare rotture o danni accidentali alla tela, in realtà aprono lo spazio verso nuove dimensioni e possibilità interpretative. E proprio come cerca di far capire a sua nonna che quei tagli non sono semplicemente buchi da riparare, ma aperture verso l’infinito, così guida il lettore attraverso un mondo artistico che spesso sembra sfuggire alla comprensione.
Il libro, però, non si limita a trattare Fontana: l’autore utilizza questa figura come pretesto per un viaggio che attraversa l’intero panorama dell’arte contemporanea, senza dimenticare di fare riferimenti a movimenti e artisti del passato, creando così un percorso che unisce la storia dell’arte classica e moderna. Dai colori monocromatici alla ricerca dello spazio e dell’infinito, Uria esplora tematiche complesse con un tono leggero e brillante, rendendo concetti difficili alla portata di tutti.

Davide Uria è insegnante di disegno e storia dell’arte presso l’Università della Terza Età di Trani, dove ha sempre unito passione e ironia nella sua divulgazione artistica. Laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, Uria ha lavorato nel campo della comunicazione culturale collaborando con il MART di Rovereto, uno dei musei d’arte contemporanea più prestigiosi d’Italia, dove ha affinato le sue competenze nel settore della comunicazione museale. Successivamente, ha ricoperto il ruolo di cultore della materia presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, dove ha curato eventi artistici e culturali, mostre e workshop dedicati alla comunicazione in ambito culturale.
Parallelamente alla sua carriera nel campo dell’arte visiva, Davide Uria si è dedicato alla scrittura e alla poesia, con pubblicazioni in raccolte e antologie su riviste e testate internazionali di rilievo. La sua versatilità gli ha permesso di spaziare tra diversi linguaggi artistici, dal visivo al letterario, sempre con uno stile che unisce profondità e leggerezza, riflessione e ironia.

“Lucio Fontana spiegato a mia nonna: perché i tagli sono opere d’arte” è un libro pensato per tutti, dagli appassionati di arte agli amanti della cultura pop, passando per chi si affaccia per la prima volta al mondo dell’arte contemporanea. È un viaggio che, attraverso un dialogo immaginario e situazioni quotidiane, mostra come l’arte possa essere non solo uno strumento di riflessione, ma anche di scoperta e divertimento. Con la sua scrittura, Uria riesce a rendere temi complessi comprensibili e affascinanti, restituendo l’idea che l’arte, con tutte le sue sfumature e provocazioni, può essere accessibile a chiunque, anche a una nonna con il suo senso pratico.
Un’uscita da non perdere per chi ama l’arte e vuole esplorare nuove prospettive con una risata in tasca.

Recensione: Lucia Giusto – cosmonautacomunicazione@gmail.com

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Stefania Macioce. Michelangelo Merisi da Caravaggio. Documenti, fonti, inventari 1513-1883.

Tutto su Caravaggio, ma proprio tutto.
Per gli specialisti di Caravaggio sarà destinato a diventare uno strumento di lavoro indispensabile, da prendere in mano di frequente per un controllo o una verifica. Gli amanti delle letture complesse possono anche provare a testarlo, sapendo in anticipo che si tratta di un’impresa non facile.
L’autrice è Stefania Macioce, nota studiosa di temi caravaggeschi che ha consegnato alle stampe un’edizione aggiornata di un suo libro del 2010, uscito in occasione del IV centenario della morte di Caravaggio. All’epoca Maurizio Calvesi (venerato maestro dell’autrice), firmando la presentazione, si compiaceva delle quasi 1.100 voci che componevano il volume. Quello attuale ne aggiunge 106, oltre a 22 fonti e 60 inventari.
I numeri fanno capire abbastanza bene in che impressionante regesto ci si imbatte. Ci sono tutti i documenti fondamentali sulla vita e sulle opere di Caravaggio, ma anche quelli relativi alla famiglia, ai colleghi, ai collezionisti ecc., oltre alle menzioni inventariali. Queste ultime, almeno per certi secoli, possono essere interpretate come il sintomo più vistoso dell’incomprensione di Caravaggio, al quale erano attribuiti soggetti triviali o profani, oggi per noi impensabili. Per fortuna è arrivata la filologia a fare un po’ di chiarezza. Spesso dimentichiamo che l’immagine che ci siamo fatti di un pittore dipende in larga parte da questo genere di studi.
Arrivati a questo punto della ricerca mi pare saggia la decisione di Stefania Macioce di spedire nell’etere il proseguimento del lavoro, destinato a incrementarsi rapidamente nel corso del tempo.

Info:
Michelangelo Merisi da Caravaggio. Documenti, fonti, inventari 1513-1883,
di Stefania Macioce, 768 pp., Ugo Bozzi Editore, Roma 2023, € 95

Autore: Simone Facchinetti

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com, 20 dic 2023

Max Seidel e Serena Calamai. Ambrogio Lorenzetti. I capolavori delle Gallerie degli Uffizi.

Questo volume dedicato ad Ambrogio Lorenzetti (1290 ca-1348) e alle sue opere nelle Gallerie degli Uffizi a Firenze è stato preceduto da studi che ci permettono oggi di conoscere più agevolmente lo stile del grande artista. Per scriverlo, Max Seidel ha collaborato con Serena Calamai. Seidel ha, da un lato, una concezione globale e comprensiva del fare storia, per cui gli orientamenti storico artistici si completano e sostanziano con ricerche in tutti i campi dello scibile, approdando così a risultati esemplari difficilmente replicabili; dall’altro, vi è una conoscenza profonda dell’arte gotica senese.

«Presentazione di Gesù al Tempio» (1342) di Ambrogio Lorenzetti (particolare)

Gli autori dichiarano di aver voluto riempire uno spazio lasciato vuoto nella mostra su Ambrogio Lorenzetti tenutasi a Siena nel 2018. Le regole interne degli Uffizi impedirono infatti di esporvi la «Presentazione di Gesù al Tempio» (1342), considerata la sua opera su tavola più emblematica. Il volume si concentra proprio su questa tavola con uno studio approfondito che include anche le quattro «Storie di san Nicola», ugualmente agli Uffizi. Vengono sviluppate ampiamente le contestualizzazioni storiche. Significative le ricerche sugli Ebrei, innescate dall’immagine del Gran Sacerdote nella «Presentazione».
Già nel catalogo della mostra, Seidel e Calamai avevano scritto della luce nella pittura di Ambrogio; e qui si presenta al lettore un saggio sulla concezione e funzione della luce nel Medioevo. Studiata, anche con l’apporto di sofisticati esami diagnostici, l’«Annunciazione» (1344) della Pinacoteca di Siena che offre una significativa innovazione iconografica nella figura della Vergine che si rivolge direttamente a Dio Padre circondato dal Tetramorfo.
Un’ultima menzione spetta agli approfondimenti sulla prospettiva policentrica. Il pittore realizzò infatti un’architettura davvero efficace dell’interno del Tempio della «Presentazione»: un ambiente dove i personaggi si dispongono in modo armonioso, con una prospettiva e una resa volumetrica della scena che rimasero ineguagliate fino al pieno Rinascimento.

Info:
Ambrogio Lorenzetti. I capolavori delle Gallerie degli Uffizi,
di Max Seidel e Serena Calamai, 368 pp., 283 ill. col. e b/n e XLIX tavv., Giunti, Firenze 2022, € 45

Autore: Giorgio Bonsanti

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com, 28 gen 2023