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TORINO. Il Rinascimento di Sodoma.

Vasari lo disconoscerà, chiamandolo «fannullone», pittore «dedito al divertimento». E poi quel soprannome, Sodoma (il suo nome è in realtà Giovanni Antonio Bazzi) che lo ha fatto additare per secoli come artista troppo «allegro», dai comportamenti non consoni. Forse è anche
per questo che si sono dovuti attendere ben 76 anni per ritrovare una mostra dedicata ad uno dei protagonisti meno conosciuti, ma più affascinanti, del Rinascimento italiano.
«Sodoma. Alla conquista del Rinascimento», alla Fondazione Accorsi-Ometto di via Po, da oggi e fino al prossimo 6 settembre, intende colmare questa mancanza.
A partire dall’ultimo oggetto esposto, che è in realtà un rarissimo poster del 1950. Reclamizza la mostra a suo tempo organizzata tra Vercelli, città nativa, e Siena, città della morte e di molte opere mature. La particolarità è che la grafica è di Armando Testa, in assoluto il primissimo lavoro del pubblicitario torinese.
La mostra si concentra sulle opere giovanili del Sodoma, e dell’influenza che il suo mondo esercita nell’ultimo quarto del Quattrocento sull’artista tra Piemonte, Milano, Mantova e Roma.
«Abbiamo voluto organizzare un’esposizione che mette in luce la grande ricchezza e la varietà del patrimonio artistico piemontese – dice la storica dell’arte Serena D’Italia, che con Vittorio Natale e Luca Mana cura la retrospettiva – recuperando un dialogo con i grandi centri del Rinascimento italiano».
Non è un caso che nella prima sala campeggi un documento datato 1490. Attesta che in quell’anno il Sodoma entra a bottega di Martino Spanzotti a Vercelli, e qui ci rimane per sette anni.
Un grande ambiente espone, come in una pinacoteca, le più importanti opere di arte quattrocentesca tra la città del riso e Casale Monferrato, con tavole dello stesso Spanzotti e Defendente Ferrari. Sono i modelli in cui si è formato il giovane Sodoma.
«Abbiamo scelto di concentrarci su questi anni – incalza Vittorio Natale – per far dialogare le opere: dagli anni giovanili si arriva al 1508, quando Sodoma affianca Raffaello nella Stanza delle Segnature per papa Giulio II al Vaticano». Dopo, l’artista raggiunge la maturità.
Per il resto la mostra della Fondazione Accorsi, che si contraddistingue come sempre per mostrare al pubblico soprattutto opere di collezioni private, molte mai esposte prima, è un viaggio geografico e artistico.
«Dall’area piemontese si passa a Milano e Mantova e poi a Roma e infine a Siena».
Sempre dal Vaticano spicca un’opera eccezionale, il frammento di un affresco del Pinturicchio già nell’appartamento privato di papa Alessandro VI Borgia. Gli influssi si fanno sentire.
La prima opera del Sodoma, realizzata a 15 anni, è una Sacra Famiglia. «Si nota che è ancora acerba», precisa Serena D’Italia.
Nella sala dedicata a Milano e a Mantova, due opere dell’artista vercellese si stagliano chiaramente nel contesto culturale lombardo. Un Compianto sul Cristo morto del 1503, che riprende distintamente il Mantegna, e un’espressiva Pietà in prestito dall’arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto a Roma, altra chicca assoluta.
E poi Roma, con una Natività di Gesù, tondo di grande maturità, oggi custodito alla Pinacoteca Nazionale di Siena, che dialoga con la Madonna con il bambino di Macrino d’Alba della Pinacoteca Capitolare di Roma.
Dalla vicina Galleria Sabauda di Torino la Morte di Lucrezia va a chiudere una carrellata di opere che arriva alla conclusione di questo viaggio nella bellezza rinascimentale. «Una bellezza che emerge da un mondo, quello che vive il Sodoma, da cui traiamo la nostra cultura europea contemporanea – precisa il direttore della Fondazione, Luca Mana –; un mondo, il Rinascimento, che inventa quello che noi oggi chiamiamo Made in Italy, che dà forma e colore alla creatività, alla moda e al cibo». Un mondo in cui accompagnarsi a un giovane dello stesso sesso non era assolutamente un tabù: era un rapporto di protezione e di supremazia, prima che carnale.
Erano soliti farlo anche artisti come Leonardo e Michelangelo, così come uomini di cultura del calibro di Poliziano, Pico della Mirandola emMarsilio Ficino. La bisessualità era propria della cultura anche del mondo antico, greco e romano. Ma solo per Sodoma diventa un aspetto negativo.
«Questo perché nasce questo nomignolo ai nostri occhi ingiurioso – conclude Mana – ma non per la società del tempo».
Sodoma si firmava tale lui stesso. Vasari dà la colpa di queste pratiche quotidiane alle distrazioni gioiose che portano ad essere un artista pigro e poco attivo, in un’epoca in cui gli artisti creavano per comporre su commissione, come gli odierni artigiani.
La riforma di Martin Lutero, ma soprattutto la Controriforma, cancellano questa visione culturale e la additano come peccaminosa. —

Autore: Andrea Parodi

Fonte: La Stampa 31 mar 2026

LUCCA. Si celebra Giovanni Boldini con una grande mostra tutta fatta di confronti.

Nel 1901 Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 – Parigi, 1931) è all’apice della carriera: dalla natia Ferrara è diventato uno dei più apprezzati artisti di Parigi, all’epoca indiscussa capitale mondiale della cultura. La mostra lucchese (fino al 2 agosto 2026) ripercorre tutte le fasi di un’importante carriera che dall’Italia è proseguita in Francia, ma che ebbe un’eco mondiale, nel segno della pittura macchiaiola prima e impressionista poi. Un allestimento sobrio ed elegante, con un’ottima illuminazione, permette di apprezzare al meglio la qualità delle opere esposte.
Il Boldini fiorentino è quello legato alla macchia di Signorini, Lega, Borrani, esponenti di un movimento che si discosta dallo storicismo delle accademie per raccontare la realtà di un’Italia, popolare o aristocratica che sia, che è nata da poco e che è ancora tutta da scoprire e in parte da inventare.
Stabilitosi nel 1862 in Via Lambertesca a Firenze, Boldini conobbe da vicino i fautori del nuovo corso pittorico italiano, all’interno del quale poté maturare artisticamente e costruire quella solida “tessitura” luministica che caratterizzerà i suoi successivi dipinti francesi; la sua pennellata, tuttavia, ben più dinamica di quella dei macchiaioli, lo portò ben presto a guardare oltre, concentrandosi sul ritratto e interessandosi molto meno alla pittura en plein air. Tuttavia, le sue sperimentazioni lo posero sin da subito in posizione di avanguardia rispetto ai colleghi, e in un certo senso non è azzardato pensare che il suo dinamismo pittorico con quelle guizzanti pennellate che trasformano i colori in fuochi d’artificio, non abbia in parte anticipato il Futurismo. Ma intanto, l’omaggio di Boldini alla nuova Italia è suggellato dal Ritratto di Vittorio Emanuele II, il re borghese incoronato sovrano della Penisola unita nel 1861, un ritratto dove appunto spicca la “anomala” nobiltà del sovrano sabaudo.
Già a Firenze, frequentando le pinacoteche degli aristocratici stranieri (in particolare i principi Demidoff), Boldini conobbe gli impressionisti francesi; e furono questi raffinati collezionisti, il cui scopo andava oltre il semplice possesso delle opere, a diffondere nell’ambiente culturale cittadino la conoscenza della pittura moderna francese. Per Boldini fu una nuova tappa nella sua maturazione artistica, e dal 1867 cominciarono i soggiorni parigini, che divennero quasi perpetui nel 1871. Fra tutti i colleghi d’Oltralpe, quello che sentiva più vicino era Edgard Degas, anch’egli caratterizzato da una profonda raffinatezza del tratto. Non meno raffinato, Boldini s’inserì nella Parigi mondana affermandosi come ritrattista e narratore pittorico di quel beau monde fatto di grandi dame, teatri, parchi. È quello il lato splendente della Belle Époque, controversa epoca di passaggio che cercava di affogare nello champagne le inquietudini di un’Europa che si scopriva antisemita (l’affaire Dreyfuss scoppiò proprio in Francia) e che in maniera strisciante preparava la Grande Guerra, fra nazionalismi e tensioni sociali sempre più accesi. L’arte di Boldini, forse, è un tentativo di trasferire su una dimensione più accettabile la durezza dei tempi, perché la bellezza non salverà forse il mondo, ma può almeno mitigare i dolori dell’anima.

Boldini, raffinato impressionista assai sensibile alla bellezza femminile, proprio fra il gentil sesso si era costruita molta della sua fama d’artista. Fama del tutto meritata, in virtù della sua capacità di esaltare quella bellezza del corpo che però emergeva anche dalla grazia seducente delle pose, dalla profondità degli sguardi, dall’accennata alterità dei sorrisi. Attrici, aristocratiche, ballerine: a ognuna di loro Boldini presta caratteri di dea, cesella una già notevole bellezza e ne accentua la grazia; abiti sontuosi che la pennellata pastosa e sfuggente rende simili a fuochi d’artificio, metafore di quel brio ineffabile che solo bellezza e ricchezza possiedono; quei corpi di donna prendono vita attraverso la tela e i colori, e anticipando Gustav Klimt, Boldini costruisce ritratti dalla profonda valenza psicologica, che fanno risaltare la personalità del soggetto, pur in una cornice di bellezza formale, ricchezza e una certa sensualità.

Un altro punto di forza della mostra, oltre alla qualità delle opere di Boldini esposte, è l’inquadramento che offre nel contesto della pittura italiana dell’epoca; pittori noti e meno noti quali Cristiano Banti, Telemaco Signorini, Vittorio Corcos, Giuseppe De Nittis, Edoardo Gelli, Salvatore Postiglione, Gaetano Esposito, ed altri, si presentano al pubblico dei visitatori come cornice che arricchisce ed esalta l’opera di Boldini; dal confronto si comprende come le tante affermazioni sul talento del ferrarese nel rappresentare la figura femminile siano completamente fondate, perché indubbiamente possiede una delicatezza di tratto che, in paragone con Esposito o Postiglione, fa delle sue donne una sorta di carnale e terreno componimento poetico sottoforma di colori. Negli altri, l’accuratezze estetica è tuttavia più fredda, più accademica; Corcos, per quanto di tratto raffinato, rimane ancorato a quelle pose fotografiche di maniera che appunto lasciano prevalere la forma sulla sostanza. La grandezza di Boldini sta anche nell’aver saputo creare un giusto equilibrio fra estetica e concettualità.

Autore: Niccolò Lucarelli

Fonte: www.artribune.com 4 apr 2026

ROMA. Vasari e Roma: l’inventore della “Maniera Moderna”.

Il dialogo tra Giorgio Vasari (1511–1574) e la Città Eterna rivive ai Musei Capitolini con la mostra “Vasari e Roma”, un’esposizione che celebra il maestro aretino come protagonista della scena culturale romana, luogo determinante per la sua formazione, per la maturazione della sua visione artistica e per lo sviluppo della sua carriera.
Dal 20 marzo al 19 luglio 2026, Palazzo Caffarelli ospita un viaggio attraverso opere e documenti che testimoniano come Roma sia stata la prima officina creativa e la chiave di volta per la sua straordinaria carriera di artista e scrittore d’arte del Rinascimento.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è organizzata con MetaMorfosi Eventi in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. La mostra e il catalogo, edito da Gangemi, sono curati da Alessandra Baroni.

Il percorso espositivo ricostruisce le tappe del rapporto tra Vasari e Roma attraverso i suoi soggiorni nella capitale pontificia, restituendo al pubblico la ricchezza e la complessità della sua figura poliedrica di pittore, architetto e biografo. Accanto alla sua attività artistica emerge infatti il ruolo di straordinario interprete e testimone della vita culturale e politica del XVI secolo, raccontata anche attraverso le celebri Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori.
Grazie a importanti prestiti provenienti da prestigiose istituzioni italiane e internazionali – le Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini, il VIVE-Vittoriano e Palazzo Venezia, le Gallerie degli Uffizi, l’Archivio di Stato di Firenze, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’Archivio della Fondazione Casa Buonarroti, la Biblioteca Apostolica Vaticana, il Museo e Real Bosco di Capodimonte, il Convento e Sacro Eremo di Camaldoli, la Pinacoteca Nazionale di Siena, il Móra Ferenc Múzeum di Szeged (Ungheria), la Badia delle Sante Flora e Lucilla, il Museo Diocesano di Arte Sacra e la Fraternita dei Laici di Arezzo – la mostra presenta una ricca selezione di opere che documentano l’evoluzione artistica e intellettuale dell’autore.
Il progetto mette in luce il ruolo determinante che Roma ebbe nella formazione del giovane Vasari, nel confronto con l’arte antica e con i grandi modelli della modernità, in particolare Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti. Nella capitale l’artista consolidò i contatti con influenti personalità della cultura e della politica del tempo, come il banchiere fiorentino Bindo Altoviti e il collezionista Paolo Giovio, che favorirono il suo inserimento nei più prestigiosi ambienti romani.

“Vasari e Roma” restituisce così il ritratto di un artista profondamente immerso nelle dinamiche culturali e politiche del suo tempo, capace di trasformare l’esperienza romana in un passaggio decisivo della propria vicenda creativa e intellettuale e interprete assoluto delle maggiori imprese decorative monumentali della ‘Maniera Moderna’ caratterizzate dallo stretto connubio tra architettura, pittura e scultura.
“Senza il ruolo di Giorgio Vasari, come artista e primo storico dell’arte moderna con il suo ‘Le vite’, un trattato moderno e organico sulle vite degli artisti vissuti tra Duecento e Cinquecento, da Cimabue a Michelangelo Buonarroti, non avremmo avuto la Roma rinascimentale che conosciamo, fatta di tante figure artistiche che hanno lasciato un segno nel tessuto culturale della città.
‘Vasari e Roma’, come recita il titolo di questa straordinaria mostra, testimonia la capacità dell’artista e intellettuale, Giorgio Vasari, di mettere in contatto le esperienze artistiche più importanti e di trasformare la sua esperienza romana in un passaggio centrale per la vita professionale anche di altri artisti, portando Roma in una dimensione nazionale e che poi diventerà internazionale. Roma mutua la sua ambizione artistica a partire da quella fase storica, nel Rinascimento. Questa esposizione, quindi, è un omaggio e una testimonianza preziosa, oltre che bellissima, per tutte le cittadine e i cittadini” così Massimiliano Smeriglio, Assessore alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale.

“Negli anni scorsi, con mostre di grande successo ai Musei Capitolini, abbiamo celebrato Leonardo, Filippo e Filippino Lippi, Pintoricchio, Raffaello, Parmigianino e Barocci e, a più riprese, Michelangelo. Molte di queste mostre avevano come primo riferimento culturale le Vite di Vasari. Non poteva quindi mancare questo appuntamento, che permette di riconoscere il posto di primo piano che Giorgio Vasari riveste nella storia dell’arte di Roma e dell’intero Rinascimento” continua Pietro Folena, Presidente di MetaMorfosi.
Esposte oltre settanta opere tra disegni, stampe, incisioni, lettere, medaglie, sculture e dipinti, di cui sedici autografi insieme a sette disegni. Tra questi spiccano la Resurrezione realizzata insieme a Raffaellino del Colle (1545 ca., Museo e Real Bosco di Capodimonte), la Resurrezione di Cristo del 1550 (Pinacoteca Nazionale di Siena) e il Ritratto di gentiluomo conservato nei Musei di Strada Nuova – Palazzo Bianco di Genova.
Di particolare rilievo sono inoltre due capolavori provenienti dal Monastero di Camaldoli, nel Casentino: la Natività del 1538, celebre come “Notte di Camaldoli”, raffinata opera giovanile dipinta “alla fiamminga”, e l’Orazione nell’Orto del 1571, intensa testimonianza della fase conclusiva della carriera dell’artista. Completa il percorso un importante prestito del Museo ungherese Móra Ferenc di Szeged: l’Annunciazione (1570–1571), un tempo nella Cappella di S. Michele in Vaticano.
Le quattro sezioni della mostra seguono la cronologia dei soggiorni vasariani a Roma: I. Vasari a Roma nel 1532 e nel 1538: lo studio dall’antico e da Raffaello; II. Alla corte del cardinale Alessandro Farnese: la sala dei Cento Giorni e gli artisti ‘forestieri’ (1542-1546); Il ‘cantiere’ delle Vite; Vasari e Michelangelo e i lavori per papa Giulio III Ciocchi Del Monte (1550-1555). IV. Vasari in Vaticano: le cappelle per Pio V e la Sala Regia (1570-1572), opere per le quali il papa gli conferì l’onorificenza dello “spron d’oro” che spicca sul petto di Vasari nel ritratto degli Uffizi di Giovanni Stradano.
Il racconto prende avvio dal primo soggiorno romano di Vasari, giunto in città nel gennaio del 1532 al seguito del cardinale Ippolito de’ Medici. Il giovane artista trova una città cosmopolita, ancora segnata dalle ferite del Sacco del 1527, ma animata da una straordinaria vitalità culturale. Qui confluiscono artisti e intellettuali da tutta Europa, attratti dalle meraviglie dell’antichità e dai capolavori moderni come le Stanze di Raffaello e la Cappella Sistina.
Negli anni successivi, grazie anche alla protezione di importanti mecenati e pontefici – tra cui Paolo III, Giulio III e Pio V – la presenza di Vasari si consolida, accompagnando l’ascesa di una carriera che lo porterà a diventare uno degli artisti più influenti del suo tempo.
Tra i momenti più significativi di questo rapporto con la città vi sono i grandi cantieri romani, dalle decorazioni della Cancelleria fino ai lavori in Vaticano culminati nella decorazione della Sala Regia, realizzata nel 1572 sotto il pontificato di Gregorio XIII, con la collaborazione di Lorenzo Sabatini e Denijs Calvaert.

La mostra prevede approfondimenti audiovisivi sui luoghi vasariani a Roma, e due audioguide, di cui una riservata al percorso accessibile e integrata da tavole tattili con audiodescrizione.

Info:
Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura – Chiara Sanginiti (+39) 340 4206787 c.sanginiti@zetema.it
Ufficio stampa MetaMorfosi Eventi – Maria Grazia Filippi (+39) 333 2075323 mariagraziafilippi@associazionemetamorfosi.com

GENOVA. Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra.

Inaugurata (aperta fino al 19 luglio 2026) al Palazzo Ducale di Genova Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, la più grande mostra del nostro secolo dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, la mostra ripercorre l’intero arco della carriera di un artista di talento eccezionale. Il percorso si sviluppa come il viaggio intrapreso da Van Dyck dalla sua patria, le Fiandre, fino alla corte di Carlo I re d’Inghilterra, attraverso numerosi spostamenti e, soprattutto, dopo un lungo soggiorno in Italia, durato ben sei anni. La sua è una carriera di incredibile successo, che lo porta a essere il ritrattista più rinomato d’Europa, stroncata dalla morte prematura, a soli 42 anni.

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: a Palazzo Ducale saranno esposte opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera e nei suoi vari spostamenti. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.
Van Dyck fu un genio, in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. L’artista riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.
L’eccezionalità della mostra si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (60 in dieci sezioni tematiche), concesse in prestito dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, i Musei Reali di Torino, la Galleria Nazionale di Parma oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Il percorso espositivo non segue una rigorosa sequenza cronologica: le opere, distribuite nelle dodici sale, sono accostate per temi e ambiti della sua attività, così da stimolare un confronto diretto tra la maniera del Van Dyck giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese. Il confronto coinvolge anche opere con soggetti analoghi: sarà infatti possibile, ad esempio, accostare il ritratto di una dama genovese a quello di una dama di Anversa o di Bruxelles e a quello di una dama inglese. Ritratti realizzati in momenti diversi, ma soprattutto per committenze caratterizzate da sensibilità e gusti profondamente differenti. Emergerà così con chiarezza la straordinaria capacità di Van Dyck di sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste di committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti, allora come oggi.
Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento. Forse il capitolo meno conosciuto e meno studiato della sua arte e soprattutto quasi mai presentato in Italia con un numero di opere così consistente: tra le opere che giungono a Palazzo Ducale il Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid, o lo splendido San Sebastiano della National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, come l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale, a conclusione della mostra, l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.

Ad accogliere i visitatori all’inizio del percorso è invece uno degli highlight della mostra: il primo autoritratto conosciuto del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e permetterà di comprendere sin da subito la genialità dell’artista.
Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, il ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foundation e Le tre età dell’uomo come Vanitas conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

Genova con le sue collezioni civiche avrà un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori città, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco) e dei Musei Nazionali di Genova Palazzo Reale, Palazzo Spinola). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.
La mostra è stata preceduta da anni di ricerche da parte delle curatrici e di un prestigioso gruppo di studiosi internazionali, così da presentare un lavoro critico corale firmato dai maggiori e più aggiornati specialisti dell’artista. Il catalogo è edito da Allemandi (in Italia) e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, l’esposizione si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.

Info:
VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge dal 20 marzo al 19 luglio 2026
Ingresso: intero 15€ ridotto 13€ – ridotto 14€ over65 ridotto 9€, under25 – ridotto 6€, dai 6 ai 18 anni compiuti
Orari: Lunedì: 14-19; martedì/domenica: 10-19; venerdì: apertura fino alle 20
Catalogo: Allemandi editore (italiano) Hannibal Books (inglese)
Palazzo Ducale – Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it tel. +39 010 8171626 – 335 5699135
www.palazzoducale.genova.it

ROMA. “Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum” in mostra al Museo del Corso.

Due storie diverse che nei secoli si sono intrecciate più volte e a lungo, restando legate dalle comuni radici cristiane dell’Occidente, sono al centro della mostra “Le meraviglie degli Asburgo” dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, aperta fino al 5 luglio a Roma al Museo del Corso di Palazzo Cipolla.
Promossa e prodotta dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Kunsthistorishes Museum, curata da Cacilia Bischoff, storica dell’arte del KHM, l’esposizione riunisce opere commissionate fra il XVI e XIX secolo da grandi esponenti della Casa d’Asburgo, dall’imperatore Rodolfo II all’arciduchessa Isabella Clara Eugenia, dall’arciduca Leopoldo Guglielmo fino all’imperatrice Maria Teresa, figure apicali di un impero multietnico, multiculturale e multireligioso che fece dell’arte uno strumento di cultura, di diffusione del sapere.
Una mostra che invita a riflettere sul dialogo fra due storiche capitali europee come Vienna e Roma unite dal linguaggio dell’arte, la pittura in particole col tramite dell’architettura. Al centro la pittura europea tra Cinquecento e Ottocento in tutte le sue articolazioni, vista attraverso l’ottica del gusto collezionistico della famiglia imperiale degli Asburgo che sono stati raffinati promotori, committenti e acquirenti dell’arte europea in tutte le sue manifestazioni di cui la mostra è preziosa testimonianza. Con nomi di primo piano, geni che hanno segnato in modo indelebile la storia dell’arte del loro paese e del mondo intero. Artisti come Arcimboldo, Velazquez, Rubens, van Dyck, Cranach, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Caravaggio…
Un prezioso saggio di questa vorace passione collezionistica degli Asburgo è visibile fino 5 luglio al Museo del Corso a Palazzo Cipolla in una mostra. avvincente che presenta per la prima volta esemplari di grandissimo pregio.

Al centro del progetto espositivo, la curatrice colloca la pittura europea fra Cinquecento e Ottocento vista nella particolare ottica della famiglia imperiale degli Asburgo, raffinati promotori, committenti e acquirenti dell’arte europea nelle sue diverse declinazioni di cui sono testimonianza i capolavori in mostra.
Esposti per la prima volta in Italia raccontano la storia dell’impero asburgico, un impero che ha cercato di valorizzare l’arte come strumento di rappresentazione identitaria e al contempo di diffusione del sapere ed apertura al dialogo fra le civiltà integrando tradizioni diverse e anticipando in qualche modo l’idea stessa di Europa. Che si ritrova lungo il percorso espositivo a cominciare dai manifesti che hanno come immagini lancio “L’incoronazione di spine” di Caravaggio, “L’inverno” di Giuseppe Arcimboldo, l’ ”Infanta Margherita in abito blu “ di Diego Velazques, che tanto amava ritrarre la figlia del re Filippo IV di otto anni.
Cuore della mostra, scenografico l’allestimento, è la pittura europea fra cinquecento e seicento nelle sue diverse sfaccettature e generi, opere collezionate e commissionate fra il XVI e il XIX secolo dagli esponenti principali della Casa d’Asburgo, dall’imperatore Rodolfo II fino all’imperatrice Maria Teresa che trasformarono la loro corte in centri di elaborazione culturale riunendo i capolavori più raffinati del loro tempo e artisti provenienti da tutta Europa, dall’Italia come dalla Spagna, dalle Fiandre come dai paesi germanici.

Pittura, scultura, arti decorative, mirabilia naturali a formare una visione enciclopedica del sapere, cifra della collezione asburgica che univa tutto questo in dialogo fra scuole e tradizioni differenti. Come si vede in una grande mappa a inizio del suggestivo percorso espositivo, che si snoda fra ricostruzioni e immagini dei protagonisti della Casa d’Asburgo che commissionarono e raccolsero le opere d’arte esposte. Una collezione che si configura come una mappa culturale dell’Europa che non esisteva ancora come progetto politico, ma che forse ne anticipava lo spirito attraverso l’arte. Cuore della rassegna è la pittura europea fra cinquecento e seicento, la grande stagione fiamminga con le opere di Rubens, Anthony van Dyck, Jan Brueghel il Vecchio. E Anversa come nodo centrale della rete artistica. La sezione dedicata alla pittura olandese del Seicento è espressione della società borghese protestante in ascesa, mentre la pittura tedesca si presenta con Lucas Cranach. E la pittura italiana grazie alle acquisizioni dell’Arciduca Leopoldo Guglielmo diventa il fulcro simbolico della collezione viennese con opere di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Guido Cagnacci, Giovanni Battista Moroni. Ad emblema di questa svolta l’”Incoronazione di spine” di Caravaggio, datata 1603 – 1605, un capolavoro assoluto.

Da un lato i tesori d’arte dall’altro uno spaccato degli edifici che li ospitano, che hanno qualcosa in comune pur così diversi e lontani. Due palazzi emblematici dei loro ideatori: il Kuns progettato da Gottfried Semper e Carl Hasenauer inaugurato nel 1891 nell’ambito del grande piano urbanistico voluto dall’imperatore Francesco Giuseppe I e Palazzo Cipolla sede romana della mostra, opera di Antonio Cipolla, l’ultimo edificio della Roma pontificia e il primo della Roma italiana. Gli autori sono attivi negli stessi decenni e interpreti sensibili della cultura storicistica europea. Progettisti che condividono una concezione dell’architettura come spazio pubblico inclusivo che trasforma l’ambiente costruito in un luogo accessibile, abbattendo barriere fisiche e culturali, che mette in discussione ogni separazione tra etica, estetica e politica. Un progetto, dunque, di alto spessore culturale che in un periodo segnato da tensioni e sfide globali riafferma la volontà unificante dell’arte e della cultura e le responsabilità dell’Europa nei confronti del proprio patrimonio.

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.com 18 mar 2026