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ROMA. Fernando Botero.

Dal 17 settembre 2024 al 19 gennaio 2025 a PALAZZO BONAPARTE di ROMA verrà esposta la grande mostra dedicata a FERNANDO BOTERO, con opere di medie e grandi dimensioni, tra dipinti, acquerelli e sculture, dalle immagini più celebri fino a lavori inediti.

In allegato tutta l’informativa con i dettagli per ingressi e visite di gruppo: Botero

Info e prenotazioni:
Tel. 06 8715111 (lun-ven, 10-13).

Fonte:
Arthemisia
Palazzo Santacroce – Piazza Benedetto Cairoli, 6 – 00186, Roma
didattica@arthemisia.itwww.arthemisia.it

GIARDINI NAXOS (ME). Al Parco di Naxos per la mostra “Ècate” con le sculture di Stefania Pennacchio.

Ultimi giorni di lavoro nell’area archeologica del Parco di Naxos per l’allestimento di “Ècate: la via del desiderio”, mostra della scultrice Stefania Pennacchio visitabile fino al 30 ottobre 2024.
Tra sacerdotesse oranti, volti di dee che affiorano tra gli scavi e l’agrumeto sullo sfondo dell’Etna e grandi trottole, a Naxos lungo il sentiero che porta all’abitato ed al santuario eretto dai primi coloni greci in Sicilia rivive il mito di Écate dea capace di far sorgere i desideri e di infondere la forza necessaria per realizzarli.
La mostra – nata da un’idea dell’artista e della direttrice del Parco Archeologico Naxos Taormina, l’archeologa Gabriella Tigano – vede la curatela di Angelo Crespi, Direttore generale della Pinacoteca di Brera a Milano.

La Fiaccola, Pennacchio al lavoro

Il progetto include un’esperienza di arte relazionale con il supporto di QR code che, con frasi che evocano il rituale profetico di sacerdotesse e sibille dell’antichità, accompagnano i visitatori a ritrovare i propri sogni, a darvi corpo e ad affidarli simbolicamente alla dea.
Che sia argilla declinata secondo la tecnica giapponese del raku, o – come in questo caso – il semire, impasto ceramico refrattario a grana grossa, Stefania Pennacchio è un’artista la cui produzione è segnata da una continua sperimentazione: uno stile personale e riconoscibile, declinato con l’uso dell’argilla e del bronzo.
“Una cifra estetica che fa appello alla sua intera esistenza mediterranea declinata in una voce decisa e femminile”, spiega Jean Blanchaert, critico d’arte e artista, co-curatore con Philippe Daverio nel 2010 a Berlino della sua mostra “Ananke – Dei ed eroi tra Scilla e Cariddi”, allestita all’Istituto Italiano di Cultura. Mentre Vassilis Vassiliades, curatore della Biennale di Larnaca, (Cipro, 2021) l’ha descritta così: “Quando Stefania Pennacchio tocca l’argilla, ascolta i ricordi della sua terra che con piccole impercettibili vibrazioni riaffiorano in superficie, come la preghiera delle ragazze del tempio, come il richiamo al visitatore sconosciuto (…) Cerca di intervenire il meno possibile. Rimane concentrata sulla vera missione dell’artista che, durante l’atto creativo, sta in realtà rivelando ciò che già esiste”.

      Ecate l’Oscura, 2024

Per Naxos, Pennacchio ha immaginato un percorso condiviso con i visitatori che, inquadrando i QR Code, potranno interagire con le sei grandi sculture disseminate lungo l’area archeologica. Una di queste, in particolare, rievocherà una tradizione religiosa degli antichi abitanti di Naxos. Sarà infatti collocata proprio all’incrocio di una delle vie principali (la platèia B), della polis, in corrispondenza delle basi quadrangolari in basalto lavico dell’Etna che, forse, erano altari dove ogni giorno – come succede ancora oggi nei centri storici di città e borghi di tutta Italia – i cittadini onoravano le divinità con offerte votive.
A spiegare il rituale che attende i visitatori al Parco di Naxos è la stessa Pennacchio, che ha elaborato il progetto con lo psichiatra e psicanalista Andrea Rapisarda: “Lungo il percorso dell’antica polis saranno presenti otto domande, fruibili attraverso la scansione di QRcode e che aiuteranno i visitatori a mettersi in contatto con la fonte personale dei propri desideri”.
L’esperienza si concluderà con la scultura “Grande trottola di Ecate” che raccoglierà i desideri di tutti coloro che vorranno lasciarne traccia.

Sacerdotesse 2023, dettaglio

Dea che protegge – e dalla quale proteggersi – Ecate era percepita come una divinità misteriosa, al contempo benevola e crudele verso i mortali. Così la descrivono gli studiosi della cultura greca. Una ulteriore sfida per l’artista, come sottolinea il curatore: “Mi ha sempre incuriosito — spiega Angelo Crespi — l’idea che la parola “desiderio” sia etimologicamente affine al termine “disastro”, quasi che la caduta delle stelle fosse nello stesso tempo un momento di anelito ma anche di timore. Ecate è la dea che rappresenta questo duplice sentimento. E non trovo modo migliore, perché un’artista contemporanea attenta qual è Stefania, si confronti con l’archeologia, in un misto di riverenza e di complicità”.
Alla mostra è dedicato un evento in notturna, il 10 agosto, con “La Notte di Ècate”: visita sotto le stelle con la colonna sonora di versi e strumenti dell’antica Grecia a cura della musicologa e lirista Rosa Fragorapti e le installazioni visual di Giuseppe La Spada, fotografo e regista da sempre focalizzato sul rapporto uomo-natura. Per l’occasione, con la partecipazione del curatore, sarà anche presentato il catalogo della mostra.

Stefania Pennacchio è un’artista dedita all’indagine e alla sperimentazione della scultura ceramica. Le sue origini calabresi e la cultura ionica sono chiaramente presenti nell’uso delle tecniche di lavorazione dei materiali. L’artista mescola e dialoga la millenaria conoscenza artigianale del Mediterraneo con quella altrettanto lontana ed affascinante della tecnica giapponese del Raku. I materiali prediletti sono le argille, i metalli, le pietre. La scelta non è casuale poiché tutte le loro caratteristiche e qualità vengono tradotte nella complessità della figura femminile raccontata con introspezione attraverso gli archetipi della cultura classica e mitologica occidentale. Apprezzata da critici come Philippe Daverio e Jean Blanchaert. È stata ambasciatrice della cultura italiana nel mondo per EXPO Milano 2015. Le sue opere sono presenti in numerose gallerie e collezioni private (Versace, Blanchaert, Rocco Guglielmo). Ha esposto a Monaco, Nizza, New York, alla Biennale di Venezia, in Cina, Giappone, Cipro e Grecia. Dal 2017, venticinque delle sue opere sono state esposte in Cina al Zhengzhou Grand Emporium e dal 2018 fanno parte del Padiglione Italiano al NIEC a Ningbo e all’IMIEC a Hohhot. Nel 2020 è stata presente con un’installazione e video arte negli spazi della Triennale di Milano.

Naxos fu la prima colonia greca in Sicilia, fondata nel 734 a.C. da coloni provenienti da Calcide in Eubea e dall’isola di Naxos, nelle Cicladi, giunti – e forse guidati dai segnali di fumo e di luce del vulcano Etna, vero “faro” del Mediterraneo – a quello che era un naturale punto di approdo per le navi provenienti dalla Grecia. Conquistata da Ippocrate di Gela (492 a.C.) e da Ierone di Siracusa (476 a.C) – che deportò a Leontinoi gli abitanti di Naxos (gli esuli rientrarono intorno al 461 a.C., con la caduta del tiranno – la città presenta un impianto a griglia ortogonale. Come città ionica, Naxos fu alleata di Atene già prima della Pace di Gela del 424, e dopo con le sue colonie di Leontinoi e Katane (Thuc. 6.20.3) supportò gli Ateniesi nelle campagne contro Siracusa. Un’alleanza costata cara a Naxos: dopo la sconfitta di Atene, Dionigi di Siracusa la rase al suolo nel 403 a.C. Nonostante dal IV sec. a.C. il principale centro urbano fosse Tauromenion, a nord, Naxos continua a vivere con il suo porto e le attività marittime.

Fonte:
Carmela Grasso
email: melagrasso@gmail.com – tel. 349 2684564

FIRENZE. 100 anni di Galleria d’Arte Moderna a Palazzo Pitti. Gli Uffizi li celebrano con una mostra virtuale.

Accessibile liberamente sul sito web del museo, la mostra 1924-2024 ripercorre il processo di fondazione e crescita della collezione ospitata negli appartamenti dei Granduchi di Lorena, raccolta preziosa per raccontare l’arte italiana tra Settecento e Novecento.

Era l’11 giugno del 1924 quando a Firenze inaugurava la Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, oggi nel circuito museale delle Gallerie degli Uffizi.
Proprio l’imponenza di uno dei poli museali più visitati al mondo fa spesso dimenticare la varietà e il prestigio delle collezioni che le Gallerie custodiscono su entrambe le sponde dell’Arno.
Ma al secondo piano dei Palazzo Pitti, negli ambienti che un tempo furono residenza dei Granduchi di Lorena e saltuariamente ospitarono i rappresentanti di Casa Savoia fino agli anni Trenta, il nucleo di sculture e pitture che spaziano dalla fine del Settecento fino ai primi decenni del Novecento (in crescita costante, grazie a donazioni e acquisti) non ha nulla da invidiare ai capolavori medievali e rinascimentali conservati agli Uffizi.

La Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti: storia e finalità
La collezione della pinacoteca si formò nella seconda metà dell’Ottocento dalla raccolta delle migliori opere provenienti dai concorsi dell’Accademia delle Arti e del Disegno, un tempo esposte nella galleria dell’Accademia, e più tardi fu arricchita dal confluire di numerose collezioni cittadine d’arte del periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, come quella del critico e mecenate Diego Martelli, acquisita nel 1897, che diede l’impulso essenziale alla nascita della Galleria. L’allestimento attuale, articolato cronologicamente in 30 sale che comprendendo tutte le stanze dell’ala laterale settentrionale posteriore del complesso architettonico (con affaccio sui Giardini di Boboli), risale invece ai primi anni Settanta del Novecento.
Nella sua prima forma espositiva, infatti, la Galleria d’Arte Moderna si presentava come una sequenza storica nella quale ai dipinti di Pietro Benvenuti e di Giuseppe Bezzuoli si avvicendavano sale monografiche dedicate ad Antonio Ciseri e a Stefano Ussi, un “sacrario” dei pittori macchiaioli costruito intorno al lascito di Martelli e, infine, una rassegna di artisti contemporanei selezionata entro i limiti della tradizione figurativa toscana incarnata da Libero Andreotti, Felice Carena, Giovanni Colacicchi, Baccio Maria Bacci, esposti accanto ad altri protagonisti dell’arte italiana fra le due guerre. L’idea, all’epoca, fu quella di utilizzare la neonata Galleria come vetrina per le opere di arte contemporanea locale, assecondando la lungimiranza dello stesso Martelli, che era stato capace di raccogliere le testimonianze artistiche più aggiornate del suo tempo. Nel Dopoguerra, la raccolta si sarebbe aperta anche ad artisti internazionali.

La Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti dagli anni Settanta a oggi
Con la riapertura del museo nel 1972 si volle dare spazio al dialogo tra il contesto architettonico e le opere esposte senza tralasciare gli arredi che, a partire dall’Esposizione Universale tenuta a Firenze nel 1861, Vittorio Emanuele II aveva cominciato a collezionare. Fu allora che si propose il criterio della divisione in generi. La collezione venne incrementata con l’apporto di collezioni privati quali la raccolta di Leone Ambron (1947), il comodato di Emilio Gagliardini, le donazioni di Pietro Saltini e Domenico Trentacoste, fino ad arrivare a quella recentissima (2022) di Carlo Del Bravo.
Oggi la Galleria propone innanzitutto una ricognizione completa dell’arte italiana tra XVIII e inizio del XX secolo: si scoprono così lavori ascrivibili al Neoclassicismo e al Romanticismo, prima dell’importante nucleo di pittura della scuola dei Macchiaioli. L’itinerario ottocentesco si conclude con espressioni del decadentismo, simbolismo, postimpressionismo, divisionismo, correnti coeve e in relazione l’una con l’altra, in un periodo di grande fermento artistico per l’Italia, ben espresso da autori come Francesco Hayez, Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Medardo Rosso, Giovanni Boldini. In tempi recenti, a seguito dell’accorpamento delle collezioni dei musei di Palazzo Pitti e della Galleria degli Uffizi, infatti, le raccolte ottocentesche e novecentesche si sono arricchite ancora, attraverso una politica di acquisizioni condivisa con la commissione Gam relativa a opere di età moderna e contemporanea: l’ingresso del Ritratto del Conte Arese in carcere di Hayez è uno dei risultati più significativi di questo impegno, insieme a lavori grafici e sculture di Adriano Cecioni, Libero Andreotti e Manzù.

1924 – 2024: la mostra virtuale per i 100 anni della Gam di Firenze
E per celebrare il primo secolo di vita della Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, gli Uffizi hanno deciso di organizzare una mostra virtuale, ora accessibile sul sito del museo. A cura di Elena Marconi e Chiara Ulivi, l’esposizione virtuale presenta una selezione di 50 opere significative per raccontare la storia della collezione, e propone un percorso digitale guidato, arricchito da approfondimenti testuali sulle origini della Galleria e sui singoli lavori “esposti”, oltre che da foto degli allestimenti storici.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 12 giu 2024

MODENA. La storia dell’alimentazione attraverso le nature morte.

La natura morta come veicolo per parlare della vita, passata e attuale. Nasce dalla volontà di proporre dei capolavori anche inediti della collezione di BPER Banca la mostra “L’incanto del vero. Frammenti di quotidiano nella natura morta tra Sei e Settecento” (fino al 30 giugno 2024), e di avvicinare all’arte le nuove generazioni e quei visitatori meno avvezzi ai percorsi espositivi di ricerca. A Modena sono presentati quindici tra i dipinti più significativi del nucleo tematico della collezione, cui si affianca una selezione di undici pezzi da collezioni private e istituzioni pubbliche come i dipinti di Pier Francesco Cittadini dalla risorta Pinacoteca di Cento, in un afflato tra l’estetico, il didattico e il sociologico.
Lungi da una (anche apparente) banalità, lo studio del vero, che spazia dalle tavole imbandite alle variopinte raffigurazioni floreali, risveglia nell’oggetto domestico e inanimato una dimensione simbolica e permette ai soggetti di uscire “dalla loro dimensione meramente estetica e decorativa per ritrovare anche il senso del forte legame con lo scorrere della vita”, illustra la curatrice Lucia Peruzzi. Una lettura che si presta anche a confronti storici più ampi: l’esposizione affianca infatti alle opere pittoriche una raccolta di preziosi documenti d’archivio, che vanno dalle ricette alle curiosità, che permettono di osservare somiglianze e differenze con le nostre abitudini alimentari odierne.
In bilico tra maioliche di pregio e semplici mazzi di fiori, tra mense aristocratiche e sporte domestiche, la mostra realizza così un tableau vivant che conduce il pubblico nella scoperta delle mode dell’epoca – come per i tulipani de La terra dona a Nettuno i bulbi di tulipano di Giovanni Andrea Sirani –, delle credenze religiose e popolari – come nella simbologia cristiana de La Madonna della rosa di Michele Desubleo e nel Contadino che suona il liuto di Bartolomeo Passerotti – ma anche solo del semplice gusto. È il caso delle Nature morte con vaso di fiori di Cittadini, in dialogo con il capolavoro d’ambiente estense Natura morta con frutta e spartito di Cristofaro Munari, e ancora di più nella Natura morta di ortaggi, frutta e cacciagione con figure di Adriaen Van Utrecht, che porta alla corte piacentina temi e stili mutuati dalla sua nativa Anversa. La riflessione che ne risulta è estetica, psicologica, pedagogica, ponendo l’accento su temi dal carattere indispensabile, non da ultimo lo spreco alimentare.

Ne parliamo con Sabrina Bianchi, responsabile del patrimonio BPER.
Come nasce la Collezione di BPER?
La Galleria Corporate Collection nasce nel 2017 come presa coscienza dell’importante patrimonio culturale, sia pittorico sia archivistico, accumulato da BPER sin dagli Anni Cinquanta. Quando tutte le banche acquistavano dipinti per decorare palazzi e stanze di rappresentanza, anche la Banca Popolare di Modena acquistò un nucleo di opere emiliano-romagnole dal Quattrocento al Settecento, e oggi ha uno dei nuclei più significativi di opere del tempo. Con le incorporazioni e acquisizioni esterne, dalla ex Cassa di Risparmio di Ferrara, Ubi Banca e infine Cassa di Risparmio di Genova, la collezione si è arricchita: a fine 2022 il patrimonio è di 10mila opere inventariate, di cui 2500 di elevato valore storico artistico. A fianco delle opere sono entrati importanti archivi storici delle città ove le banche risiedevano, che raccontano la storia del territorio dall’Ottocento.

Oggi la collezione è diffusa sul territorio?
Sì, a livello nazionale: c’è l’Emilia-Romagna con Modena, la Lombardia con Brescia, la Liguria con Genova, l’Abruzzo con L’Aquila, la Campania con Napoli, e la Sardegna, con un nucleo importante di opere di autori come Sironi. Di fatto è proprio una collezione diffusa.

Come avete deciso di condividere il vostro patrimonio?
Una volta completata la ricognizione, cioè la precisa catalogazione e gestionale digitale per capire quali sono le opere, in che stato di conservazione sono e quale sia il loro valore d’acquisto fair value (considerando che molte opere sono vincolate), abbiamo preso coscienza di questo immenso patrimonio, e si è subito pensato alla valorizzazione. Con diverse modalità: la più semplice è la conservazione corretta, il restauro e il libero accesso per motivi di studio. A questo concetto quotidiano e costante, BPER ha aggiunto anche il prestito a progetti scientifici significativi, e il passo ulteriore è stata la prioritarizzazione della fruizione.

E quindi avete aperto diverse sedi…
L’idea è quella di restituire alla collettività il patrimonio, a lungo chiuso nelle stanze dei palazzi: da qui la scelta di aprire la prima sede, la Pinacoteca di Modena, cui nell’ultimo anno si sono aggiunte le sedi espositive di Brescia, Genova e Milano. La restituzione alla collettività contribuisce alla sostenibilità e al miglioramento della società: BPER è una banca molto impegnata, tra tutela dell’ambiente, governance e sociale, dal sostegno ai centri antiviolenza alla creazione di percorsi formativi dei giovani in centri periferici. La fruizione del patrimonio nasce proprio da questo concetto di “restituire al sociale” e di promuovere una crescita sostenibile, e le mostre fatte negli anni (quasi una ventina) stimolano anche dei percorsi di riflessione, dalla parola alla diversità fino al valore del talento femminile.

Nella vostra ottica di sviluppo c’è un dialogo con il territorio?
Sì, ne è esempio il sostegno al Festival della Filosofia di Modena, n’ iniziativa importante per il territorio modenese, o ancora il lavoro con la Fondazione Brescia Musei a Brescia, con cui abbiamo uno stretto rapporto di reciproci comodati, a Genova lavoriamo con la Fondazione Carige, sia in termini di apertura della nostra sede al 14esimo piano sia in occasione dei Rolli: ne risulta un dialogo con la città e un percorso di visita difficile da eguagliare. La nostra sede, ancora arredata come al tempo, non è più appannaggio di un’élite ma aperto a tutti. Poi a Milano, in Duomo, ci sono i progetti site specific che danno spazio a giovani artisti come Fabrizio Dusi, e apriamo la nostra sede anche qui con le giornate del FAI. La nostra idea non è quella di sostituirsi all’offerta delle istituzioni pubbliche ma di affiancarvisi.

Una vera collaborazione tra pubblico e privato
Stiamo scrivendo e muovendo i primi passi in questo senso: siamo nel mezzo di un percorso evolutivo che prevede la crescita della Galleria BPER e si concluderà nel giro di un paio d’anni. La prospettiva è quella di un’apertura di nuovi poli culturali, guardando oltre i grandi centri, alle città di provincia: hanno un altissimo potenziale culturale, ed è giusto che beneficino di un ulteriore propulsione culturale dai privati. Pubblico e privato secondo devono dialogare in modo trasparente e diretto.

E delle nuove aperture potete anticiparci qualcosa?
Sicuramente l’Emilia-Romagna verrà potenziata, tra Modena e Ferrara. Poi si aprirà in Abruzzo, all’Aquila, in un’ottica di sostegno a un territorio che ha sofferto tantissimo ma che ha anche altissime potenzialità di crescita culturale, e anche qui ci affiancheremo alle istituzioni territoriali. Poi guarderemo alla Campania, non possiamo dimenticarcela! È un percorso innovativo e in fieri: abbiamo tantissimi palazzi storici importanti, a cui possiamo abbinare dei grandi nuclei collezionistici. Sarà una restituzione ancora più importante.

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.com 25 mag 2024

FANO (PU). La Pala di Pietro Perugino protagonista di una grande mostra nelle Marche.

Tra i numerosi eventi organizzati lo scorso anno in occasione delle celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Pietro Vannucci, meglio conosciuto come Pietro Perugino (Città della Pieve, 1446 – Fontignano, 1523), resta ancora fruibile “Pietro Perugino a Fano. Primus pictor in orbe”, la mostra – dossier ospitata al Museo Civico di Palazzo Malatestiano a Fano. Il progetto espositivo, a cura di Anna Maria Ambrosini Massari e Emanuela Daffra, ha preso forma con il ritorno in città della celebre Pala di Durante, realizzata dal divin pittore a fine Quattrocento, dopo un lungo e scrupoloso restauro condotto dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
“Abbiamo voluto chiamarla mostra-dossier, perché consente di mettere insieme un’operazione intorno ad un’opera che unisce tanti aspetti”, spiega la curatrice Ambrosini Massari. “La protagonista è la Pala, che si potrà ammirare eccezionalmente con le sue tre parti posizionate ad altezza d’uomo, compresa la vista del retro della tavola centrale”.
La mostra-dossier offre al pubblico l’opportunità di vedere la Pala di Durante del Perugino in ogni sua sezione, attorno alla quale si snoda il percorso espositivo. Questo si compone di documenti storici, resoconti post restauro (su cui sono annotate le novità emerse sui materiali, le tecniche pittoriche, l’organizzazione della bottega dell’artista e dei suoi collaboratori) e ricostruzioni virtuali, in particolare quello con la cosiddetta “pala gemella”, realizzata per l’altare maggiore della Chiesa degli osservanti di Senigallia. Non solo, attraverso la mostra è possibile approfondire la storia della realizzazione della Pala, passando dalla commissione arrivata nel 1488 fino alla conclusione dell’operanel 1497, quando l’artista era all’apice della carriera vestendo anche i panni di direttore del cantiere sistino in Vaticano.
La Pala di Durante fu commissionata nell’aprile 1488 a Pietro Vannucci detto il Perugino per l’altare maggiore della chiesa di Santa Maria Nuova in San Lazzaro a Fano, dove i frati Minori Osservanti si trasferirono nel 1480 dal precedente insediamento in Santa Maria al Metauro; nel 1517 venne concessa loro la chiesa in San Salvatore, ubicata nel centro storico della cittadina, alla quale passò anche il titolo di Santa Maria Nuova. Qui vennero spostate tutte le opere esistenti nella sede francescana precedente, compreso il dipinto del Perugino.
L’opera è dipinta ad olio su tavola e si compone di un grande corpo centrale, raffigurante: la Madonna con il Bambino e i Santi Giovanni Battista, Ludovico di Tolosa, Francesco, Pietro, Paolo e Maria Maddalena; la cimasa (modanatura curva e sporgente con cui culmina la pala) dove sono rappresentati il Cristo in Pietàe la predella (piccola fascia dipinta) con cinque episodi della vita della Vergine. Con lo spostamento cinquecentesco di sede dell’ordine, la Pala venne collocata nel coro della nuova chiesa dove dalla prima metà del Settecento occupa il terzo altare a destra.

Info:
Fano, Museo Civico di Palazzo Malatestiano, fino al 15/09/2024

Autore: Valentina Muzi

Fonte: www.artribune.com 15 mag 2024