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SAVONA / ALBISOLA. ‘Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato’.

Grande mostra al Centro Esposizioni del MuDA – Museo Diffuso di Albisola – e al Museo della Ceramica di Savona, dal 30 maggio al 6 settembre 2026. Oltre trenta nuove opere in ceramica di Ugo Nespolo celebrano il legame tra l’artista torinese e la terra ligure. Un ritorno alle origini che si traduce in nuova linfa creativa.

Dal 30 maggio al 6 settembre 2026, Albissola Marina e Savona ospitano la mostra ‘Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato’, un’ampia rassegna dedicata alla recente produzione ceramica di Ugo Nespolo, a cura di Riccardo Zelatore. In esposizione oltre trenta opere inedite, realizzate dall’artista alla storica manifattura Ceramiche Pierluca di Albissola. L’esposizione è promossa dalla Fondazione Museo della Ceramica di Savona ETS – ente strumentale della Fondazione De Mari CR Savona – e dal Comune di Albissola Marina.

Il titolo scelto per la mostra, ‘Fuoco ritrovato’, evoca calore, energia ma suggerisce anche l’alchimia della cottura e il rinnovarsi della tensione creativa e della passione per la ceramica, che Ugo Nespolo coltiva fin dagli anni Sessanta.
In questo contesto, la Fondazione Museo della Ceramica di Savona ha riconosciuto la portata di un lavoro che non si limita a riattivare un legame storico, ma lo rinnova in forma contemporanea. La scelta di accogliere la mostra all’interno della propria programmazione risponde alla volontà di sostenere quei processi nei quali la tradizione ceramica albisolese torna a configurarsi come spazio di produzione attiva e aggiornata. In collaborazione con il Comune di Albissola Marina, nell’ambito del MuDA – Museo Diffuso di Albisola – la Fondazione ha quindi voluto dare forma a un progetto che restituisce al pubblico la densità di un momento generativo, in cui il sapere manifatturiero locale e la ricerca artistica si incontrano nuovamente su un piano di reciproca trasformazione.

Ugo Nespolo utilizza un linguaggio fatto di incastri cromatici, dinamismo e ironia. L’artista è capace di tradurre la sua espressione nella tridimensionalità della terra plasmata, nella quale il segno si fa volume. Ecco allora che campiture e composizioni sono portate ben oltre i limiti della bidimensionalità. Per Ugo Nespolo il rapporto con la ceramica non è frutto di un incontro occasionale, ma costituisce un capitolo fondamentale di una ricerca che attraversa pittura, cinema, design e decorazione. In questo senso, la ceramica diventa il terreno in cui convergono l’eredità delle avanguardie storiche, il lessico della Pop Art e la sapienza artigianale italiana. In particolare, questo nuovo ciclo di lavori testimonia la mai attenuata ammirazione di Ugo Nespolo per il Futurismo. Proprio ad Albisola, negli anni Trenta, la corrente futuristica ha trovato alcune fra le espressioni più originali, grazie alla sinergia tra poesia, ceramica, pittura e architettura. Non a caso, molte delle ceramiche del maestro dialogano con quell’universo espressivo, senza mai rinunciare alla propria personale carica generativa.

La mostra si articola su due sedi espositive, creando un dialogo tra due luoghi emblematici della ceramica ligure. Il Centro Esposizioni del MuDA – Museo Diffuso Albisola – costituisce il fulcro del percorso. Le opere di Nespolo – in prevalenza sculture autoportanti, sferiche e cilindriche, più alcune inedite piastre di poesia visiva e dei piatti graffiti e a rilievo – saranno chiamate a inaugurare il nuovo display museografico firmato dallo studio Gianluca Peluffo & Partners. Il cuore della mostra è stato pensato al Centro Esposizioni per la sua collocazione fisica e culturale: a poche decine di metri dalla bottega artigiana dove le opere sono state forgiate e dal Lungomare degli Artisti, galleria a cielo aperto popolata dalle opere degli autori che Nespolo ben conosceva e frequentava, a partire da Lucio Fontana.

Il Museo della Ceramica di Savona propone invece un inserimento dell’alfabeto essenziale delle forme create da Nespolo all’interno dell’ala più antica dell’edificio che ospita le maioliche rinascimentali e barocche. Volutamente poste in confronto e frizione con la collezione permanente, le modernissime sculture di Nespolo dimostrano la continuità storica del comparto manifatturiero ceramico locale, da sempre orientato all’unione delle competenze dei maestri artigiani e degli artisti. Tanto nel Seicento quanto oggi, le basilari forme del vaso, della coppa e del piatto vengono adattate agli usi simbolici e rappresentativi di una società mediterranea ed europea basata sui codici comunicativi delle immagini, reinventati e contaminati in modi sempre nuovi.

Ad accompagnare il processo di realizzazione delle opere, lo sguardo di Marcello Campora, architetto e fotografo, vicepresidente della Fondazione Museo della Ceramica di Savona, che ha seguito con attenzione poetica le fasi di realizzazione, mettendo a disposizione della mostra una selezione dei suoi scatti. Le immagini, integrate nel percorso espositivo, restituiscono il tempo della lavorazione e il dialogo tra gesto, materia e fuoco.

Ugo Nespolo è un infaticabile sperimentatore di nuove possibilità creative e opera in un ampio campo di discipline. Laurea in Lettere con tesi in Semiologia (UniTo), Diploma in Pittura all’Accademia Albertina di Torino e Laurea Honoris Causa in Filosofia (UniTo). Nella seconda metà degli anni Sessanta fa parte della Galleria Schwarz di Milano che annovera tra i suoi artisti Duchamp, Picabia, Schwitters, Arman. La sua prima mostra milanese presentata da Pierre Restany, dal titolo Macchine e Oggetti Condizionali, rappresenta in qualche modo il clima e le innovazioni del gruppo che Germano Celant chiamerà Arte Povera.
Nel 1967, a seguito dell’incontro con Jonas Mekas, P. Adams Sitney, Andy Warhol e Yōko Ono, è pioniere del Cinema Sperimentale Italiano, nato sulla scia del New American Cinema. A Parigi Man Ray gli dona il testo per un film che Nespolo realizzerà col titolo Revolving Doors. I suoi film sono stati proiettati e resi oggetto di dibattito in importanti musei tra i quali il Centre Pompidou a Parigi, la Tate Modern a Londra e la Biennale di Venezia.
Con Baj Nespolo fonda l’Istituto Patafisico Ticinese e ad oggi è riconosciuto come una delle maggiori autorità in questo campo. Verso la fine degli anni Sessanta, con Ben Vautier, dà il via a una serie di concerti Fluxus: tra questi, il primo concerto italiano dal titolo Les Mots et les Choses. Sicuro che la figura dell’artista non possa che essere quella dell’intellettuale, studia e scrive con assiduità di discipline e fatti legati all’estetica e al sistema dell’arte. Collabora con continuità alle pagine culturali del Sole 24 Ore, La Stampa, Il Foglio, pubblica i suoi scritti con Einaudi e Skira. Ha esposto con grande successo in gallerie e musei in Italia e nel mondo.

Il curatore, Riccardo Zelatore: “Per Ugo Nespolo la ceramica è un terreno di sperimentazione”
Commenta il curatore, Riccardo Zelatore: “Per Ugo Nespolo la ceramica non è un semplice supporto, ma un terreno di sperimentazione, dove il colore si fa sostanza. In queste nuove sculture, realizzate presso Ceramiche Pierluca, ritroviamo la sintesi tra la sapienza artigiana del territorio e l’eclettismo intellettuale dell’artista”.

Il catalogo, edito da Moebius Books, raccoglie contributi di Nespolo, Zelatore, di Dario Bevilacqua delle Ceramiche Pierluca e di Luca Bochicchio, direttore scientifico del Museo della Ceramica di Savona, documentando la recente produzione ceramica dell’artista.

Info.
Al MuDA Centro Esposizioni (Via dell’Oratorio 2, Albissola Marina) è possibile visitare la mostra con i seguenti orari: da martedì a domenica dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dalle ore 17:00 alle ore 19:00; lunedì chiuso.
Al Museo della Ceramica (Via Aonzo 9, Savona) è possibile visitare la mostra con i seguenti orari: lunedì, martedì, giovedì dalle ore 10:00 alle ore 13:00; venerdì dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 15:00 alle ore 18:00; sabato dalle ore 10:00 alle ore 18:00; domenica dalle ore 10:00 alle ore 14:00. Mercoledì chiuso.

Autore: Sara Debora Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.com 6 giugno 2026

CAORLE (Ve). Mostra “Futurism: Prophecy and Revolution”,

Balla, Boccioni, Carrà, Russolo, Depero, Ambrosi, Fasullo, Tato e molti altri protagonisti della grande avanguardia storica saranno esposti in “Futurism: prophecy and revolution” dal 5 giugno al 6 settembre 2026 al Centro Culturale A. Bafile di Caorle (Ve)

“Per essere futurista non ci vuole patente.
Per essere futurista non occorre schedario.
Per essere futurista basta amare ed odiare: odiare il conformismo, odiare l’ipocrisia, amar l’intelligenza, amar la libertà”

Una mostra di oltre 60 opere, promossa dal Comune di Caorle e curata da Matteo Vanzan di MV Arte, che vuole raccontare il Futurismo come la vera grande rivoluzione che fu, in grado di rinnovare non solamente le arti visive, ma, per certi versi, anche la vita stessa.
Le opere, provenienti da prestigiose collezioni private e pubbliche come il Patrimonio artistico Banco BPM e il Museo dell’Aeronautica G. Caproni di Trento, si alterneranno in un percorso di pittura, scultura, fotografia, manifesti e arte applicata con una particolare attenzione per le pubblicazioni futuriste come nel caso di “Mafarka il futurista” del 1911 e “Zang Tumb Tumb” di Filippo Tommaso Marinetti del 1914 oppure “Guerrapittura” di Carlo Carrà del 1915 e “L’Arte dei rumori” di Luigi Russolo del 1916.
Nel mezzo opere iconiche o riscoperte come la “Battaglia di Sassabaneh” di Italo Fasolo (Fasullo) esposta nella Biennale di Venezia del 1938, “Scendendo in città dal cielo” di Alfredo Gauro Ambrosi, tra le massime espressioni di aeropittura datato 1933, che si affiancheranno a quelle di Cesare Andreoni, Luigi Bonazza, Bot, Anselmo Bucci, Tullio Crali, Giulio D’Anna, Renato Di Bosso, Michele Falanga, L. R. Johannis, Marisa Mori, Francesco Balilla Pratella, Fides Testi Stagni, Osvaldo Toschi, Tato e molti altri.

“La mostra Futurism: Prophecy and Revolution” afferma il Vice Sindaco e Assessore alla Cultura Luca Antelmo “rappresenta un’occasione preziosa per avvicinarsi a uno dei fenomeni più dirompenti della storia dell’arte contemporanea. Il percorso espositivo invita il pubblico a scoprire la forza visionaria di artisti che seppero anticipare temi ancora attuali: il dinamismo urbano, il rapporto con la tecnologia, la trasformazione dei linguaggi e la continua tensione verso il nuovo. Portare a Caorle un progetto di tale valore significa offrire un’esperienza capace di unire approfondimento scientifico e coinvolgimento emotivo”.
“Profezia e rivoluzione”, dichiara il curatore Matteo Vanzan, “intende offrire uno spaccato del Futurismo presentandolo come un movimento coerente e compatto che, dal Manifesto di Marinetti, attraversa la prima metà del Novecento fino al secondo dopoguerra. Il titolo trae ispirazione da una lettera di Umberto Boccioni, esposta in mostra, dal tono sorprendentemente profetico e scritta un anno esatto prima della sua morte. Profezia e rivoluzione sono, del resto, due anime fondative del Futurismo, capaci di intrecciarsi con le visioni e i radicali mutamenti che il movimento introdusse non solo nelle arti, ma anche nella moda, nella musica, nella poesia, nell’editoria e perfino nella cucina”.

Più che un’avanguardia artistica, il Futurismo fu infatti una vera rivoluzione culturale: un movimento capace di travolgere persino il modo stesso di vivere la modernità, trasformandosi in una chiamata collettiva all’azione, al cambiamento e alla velocità. «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità», proclamava Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto del Futurismo, dando voce a una generazione decisa a rompere definitivamente con il passato. Non soltanto una nuova estetica, ma una nuova idea di società, fondata sul dinamismo, sull’energia e sulla volontà di rinnovamento. Con le sue intuizioni radicali, il Futurismo anticipò molti dei linguaggi che avrebbero caratterizzato il secondo Novecento, dalla Pop Art alla poesia sonora, dalla comunicazione pubblicitaria al design contemporaneo. Ancora oggi il movimento appare sorprendentemente attuale nella capacità di interpretare temi come la velocità delle immagini, la contaminazione tra discipline e il rapporto tra arte e vita quotidiana. “Futurism: Prophecy and Revolution” propone così un ampio sguardo sul Futurismo come fenomeno unitario e trasversale, raccontandone non solo la portata estetica, ma soprattutto la forza visionaria e rivoluzionaria che ne fece uno dei movimenti più influenti e controversi del XX secolo.

Info:
Centro Culturale A. Bafile – Rio Terà delle Botteghe, Caorle (Ve)
La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Caorle (Ve) ed organizzata da MV Arte, è aperta tutti i giorni dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 18:30 alle 22:00 con ultimo accesso 30 minuti prima della chiusur
BIGLIETTO: Intero: 10 euro Ridotto: 6 euro Biglietto gratuito per under 18, studenti universitari fino a 25 anni, portatore di handicap e accompagnatore
www.caorle.eu www.mvarte.it

CODROIPO (Ud). A Villa Manin il capolavoro di Klimt, Nuda Veritas.

Mostra organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC FVG e MondoMostre, in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum di Vienna.
È un’opera che sicuramente vale un viaggio. Perché “Nuda Veritas” di Gustav Klimt non è solo uno dei capolavori dell’artista viennese ma è un dipinto che intriga, e poi interroga, chi lo osserva. Spinge a riflessioni che vanno oltre la semplice ammirazione dell’opera.
Un’opportunità realmente eccezionale quella di mettersi vis a vis con questo clamoroso dipinto che, fino al 6 settembre 2026, viene esposto in Villa Manin a Passariano di Codroipo in una mostra dell’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC FVG con MondoMostre, in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum di Vienna.
L’esposizione è curata da Cäcilia Bischoff. Il prestito di “Nuda Veritas” di Gustav Klimt rappresenta un evento culturale di grande rilievo internazionale e testimonia l’importanza del dialogo culturale europeo nella condivisione dei capolavori. L’opera, concessa grazie alla collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum, testimonia il prestigio raggiunto dal territorio friulano nel panorama artistico europeo.
“Nuda Veritas” è considerata una delle espressioni più intense della modernità artistica, capace di unire bellezza estetica e riflessione etica. Il dipinto rappresenta una donna nuda, di una nudità volutamente esibita, persino sfrontata, totalmente diversa dalle rappresentazioni di nudi femminili dell’epoca. Questa è una donna sicura di sé, che affronta lo sguardo di chi la giudica, senza temerlo.
La “Nuda Veritas” “con i suoi riccioli selvaggi e la bocca cattiva e fanatica” venne dipinta da Gustav Klimt nel 1899. È un olio su tela, di centimetri 252 x 56,2, conservato a Vienna presso il Theatermuseum. Il fuoco aranciato dei riccioli e dei peli del pube spicca sul corpo bianco, calamitando lo sguardo. Ma è una esibizione non destinata a catturare i sensi bensì l’intelletto. Perché la verità è potente, conquista l’attenzione, il palcoscenico, quasi. E nessuno può tenerla nascosta. L’occhio poi si fissa sullo specchio che lei tiene non rivolto a sé ma a chi la osserva: un invito a riflettere; quasi un gesto di sfida. Lo sguardo si allarga ad un cielo perlaceo, iridescente, al serpente che risale la gamba della donna, ai carnosi fiori di magnolia…
Nulla qui è casuale, sembra di assistere, forse incapaci di decrittarlo fino in fondo, ad un potente, vitale messaggio in codice. Klimt non ha dipinto un “nudo” sotto le spoglie di un’allegoria, bensì ha dipinto un’allegoria sotto le spoglie della nudità. La verità è una costruzione precaria. Stranamente indecisa e priva di contorni. Ambivalente ed ambigua, ma anche la notte indistinta ha le sue qualità, perché “l’oscurità non solo vela le cose, ma può anche proteggerle e nasconderle”.
La composizione, simile a una colonna che sfiora quasi i piedi e la testa della figura, è incorniciata da due tavolette dorate con iscrizioni. Il serpente risale dalla cornice, vicino allo spettatore ed al centro della composizione, scavalcando la tavoletta inferiore recante l’iscrizione “Nuda Veritas”.
Con il corpo blu acciaio delineato in nero e gli occhi penetranti, il rettile si allontana da noi, si avvolge intorno ai polpacci della donna e poi torna in nostra direzione. Due soffioni di tarassaco fungono da luminosi punti luce. L’iscrizione della tavoletta superiore recita: “Kannst du nicht allen gefallen durch deine that und dein kunstwerk = mach es wenigen recht. vielen gefallen ist schlimm. Schiller.” (“Se non puoi piacere a tutti con la tua opera e il tuo lavoro artistico = accontenta pochi. Piacere a molti è male. Schiller.”).
Sebbene datata 1899, Klimt dipinse questo capolavoro nel 1898 e nel marzo del 1899 l’opera fu inclusa nella quarta esposizione della Secessione. A oltre un secolo dalla sua realizzazione, “Nuda Veritas”, conserva una sorprendente attualità sociale: Klimt mette in scena una figura che sfida il giudizio pubblico e rivendica con forza la libertà di essere vista, ascoltata e riconosciuta senza compromessi.
Nel Salone centrale di Villa Manin, “Nuda Veritas” è allestita in modo elegante e, per così dire, senza tempo. Il contesto e gli approfondimenti sono riportati sui pannelli informativi a corredo.
Nelle prime due sale, prima di arrivare al dipinto, vengono illustrati i legami di Klimt con l’Italia e viene presentata la sua biografia.
La sala successiva è dedicata ai molteplici livelli di significato dell’opera, poiché la “Nuda Veritas” è più complessa di quanto il titolo lasci supporre. Dopo aver potuto ammirare con calma l’affascinante capolavoro di Klimt, il tema delle “molte verità” viene ripreso in modo creativo.
Infine, nell’ultima sala, il visitatore viene condotto nel mondo reale di Villa Manin con un riferimento alle decorazioni murali storiche. Gustav Klimt fu uno dei protagonisti della Vienna moderna di fine Ottocento, contribuendo al superamento degli stili storicisti verso l’arte moderna.
Il dipinto dialoga idealmente con gli affreschi di Louis Dorigny conservati a Villa Manin, che affrontano temi come desiderio, identità, bellezza e trasformazione. Villa Manin, luogo storico legato al Trattato di Campoformio, diventa così uno spazio di incontro tra memoria storica e arte contemporanea.
«La presenza della “Nuda Veritas” a Villa Manin rende possibile instaurare un dialogo tra questa riflessione sulla verità senza compromessi e un luogo che, in termini storici, segna anch’esso uno spostamento di paradigma. Antica residenza dell’ultimo Doge di Venezia e quartier generale di Napoleone, la villa fu teatro del Trattato di Campoformio, che sancì la fine della Repubblica Veneziana e ridisegnò gli equilibri politici dell’Europa: un luogo di memorie ed uno spazio di soglia, oggi trasformato in sede espositiva».
Mario Anzil, Vicepresidente e Assessore Regionale alla Cultura e allo Sport «Abbiamo costruito un programma solido e riconoscibile, guidato da linee che pongono al centro le collaborazioni internazionali, rafforzate dalla reputazione consolidata grazie ai risultati raggiunti nel corso del 2025 e nella prima parte del 2026. In questo percorso si inserisce il ruolo di ERPAC FVG nella promozione e valorizzazione del patrimonio culturale regionale, attraverso iniziative capaci di coniugare qualità scientifica e apertura al grande pubblico. L’opportunità di ospitare la “Nuda Veritas” di Gustav Klimt – peraltro alla sua ultima tappa espositiva – rappresenta in questo senso un’occasione davvero eccezionale: un’opera che non si limita ad essere ammirata, ma che interroga profondamente chi la osserva. Una scelta che assume un valore particolare anche per Villa Manin, dove si attiva un dialogo estetico tra la poetica klimtiana e l’identità architettonica della Villa, in relazione anche con gli apparati decorativi storici, generando un confronto capace di valorizzare entrambe».
Lydia Alessio-Vernì, Direttrice generale Ente regionale per il Patrimonio culturale – ERPAC FVG «La “Nuda Veritas” di Gustav Klimt incarna una visione artistica che concepisce la verità non come una zona di comfort, ma come una sfida intellettuale. Presentare questo capolavoro iconico proveniente dal Theatermuseum di Vienna a Villa Manin è quindi anche un gesto europeo di potente significato: i legami culturali tra Vienna e l’Italia, tra il Modernismo viennese e il mondo mediterraneo, fanno da tempo parte di una storia europea condivisa di idee e scambi artistici. Soprattutto in un’epoca di menzogne strategiche e rinnovate tensioni sociali, l’opera di Klimt ci ricorda che l’Europa è sempre stata anche un progetto di apertura, di dialogo sulla verità e di libertà artistica».Jonathan Fine, Direttore Generale del KHM Museum Association
«L’arrivo della “Nuda Veritas” di Gustav Klimt a Villa Manin rappresenta un’importante occasione di collaborazione internazionale grazie al prezioso prestito del KHM-Museumsverband. Si tratta di un’opera eccezionale, raramente concessa in prestito, che offre al pubblico la possibilità di un incontro ravvicinato con uno dei capolavori più emblematici della modernità europea. Siamo orgogliosi di affiancare ERPAC FVG in un progetto che conferma Villa Manin come sede privilegiata di iniziative espositive di profilo internazionale e luogo di dialogo tra patrimoni, storie e culture europee».
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Moebius.

Info:
Martedì – domenica dalle 10:00 alle 19:00 Apertura straordinaria: lunedì 1 giugno
Intero Klimt: €8,00 Ridotto* Klimt: €5,00 Ridotto gruppi** Klimt: €4,00 Intero cumulativo (mostra Klimt + mostra “Ruota Libera”): €10,00 Ridotto cumulativo (mostra Klimt + mostra “Ruota Libera”): €7,00 Ridotto gruppi cumulativo (mostra Klimt + mostra “Ruota Libera”): €5,00.
Bambini fino a 12 anni non compiuti; accompagnatori di gruppi (1 ogni gruppo); insegnanti in visita con alunni/studenti (2 ogni gruppo); un accompagnatore per disabile; tesserati ICOM; giornalisti con regolare tessera in servizio.
Prenotazioni: telefono +39 0432 821211 | email: bookshop@villamanin.it *Ridotto: Tesserati FAI; FVG Card; over 65 anni; ragazzi da 12 a 18 anni non compiuti; studenti fino a 26 anni non compiuti; diversamente abili; prima domenica di ogni mese.**Ridotto gruppi: min. 15 – max 25 persone, previa prenotazione abookshop@villamanin.it
www.villamanin.it

CORTONA (Ar). Gino Severini. Modernità come dialogo.

Cortona, la città natale che conserva le sue spoglie, celebra la figura identitaria e l’eredità artistica di Gino Severini e dedica al grandioso pittore, a sessant’anni dalla scomparsa, una straordinaria mostra internazionale di studio e fascinazione.
Un’esposizione emozionante per Cortona e inedita nel progetto scientifico, che indaga il ruolo di mediatore condotto da Severini, nella prima metà del XX secolo, tra Italia e Francia, tra culture e linguaggi figurativi, mondi ed epoche, avanguardie e tradizioni.
Oltre 80 opere, con capolavori e rarità di Severini, lavori di artisti contemporanei come Grubicy, Balla, Boccioni, Picasso, Soffici e Carrà e preziose opere antiche, fonte d’ispirazione e riflessione; ma anche documenti originali e un’installazione multimediale immersiva.

Danza del Pan-Pan al ‘Monico’, 1909 – Severini, Gino (1883-1966) – Artwork Location: Musee National d’Art Moderne – Centre Pompidou, Parigi, Francia – Permission for usage must be provided in writing from Scala.

“Gino Severini. Modernità come dialogo” è la mostra internazionale con cui la Città di Cortona – negli ultimi anni impegnata a ridefinire e riannodare il legame tra uno dei principali protagonisti dell’arte del Novecento e la sua città natale, valorizzandone i luoghi di riferimento, l’eredità culturale e artistica, il legame affettivo e gli stimoli reciproci – celebra, dal 5 luglio all’1 novembre 2026 al Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona, a Palazzo Casali, il sessantesimo anniversario dalla morte di Severini (1886 – 1966).

Una mostra volutamente di ricerca, con un taglio critico a tesi pensato dalle curatrici Daniela Fonti e Margherita d’Ayala Valva e, nel contempo, di grande impatto per percorso e allestimento: con oltre 80 opere tra dipinti e disegni prestati da tanti musei italiani ed esteri e da collezioni private di assoluto rilievo – a partire dal Centre Pompidou di Parigi, dall’Estorick Collection di Londra e dal Musée d’Art et Industrie Saint- Etienne, fino al Museo del Novecento di Milano, alla Pinacoteca Vaticana, al MART di Rovereto e soprattutto alle Collezioni Romana Severini e Franchina -; con documenti originali che, oltre ad emozionare, aiutano a definire il contesto storico e culturale, i dibattiti, le relazioni tra i maggiori artisti del tempo, le riflessioni teoriche e la gestazione di alcuni lavori; e, infine, con l’eccezionale testimonianza, attraverso bozzetti, studi ed una inedita documentazione fotografica, degli affreschi realizzati da Severini in numerose chiese nella Svizzera romanda – momento centrale del suo confronto con l’arte religiosa dopo il ritorno alla fede cristiana del ’23 – e con un’installazione multimediale immersiva realizzata da LimenXR.
Quest’ultima ci farà entrare nel mondo di inizi Novecento così come Severini lo ha interpretato nel suo magnifico “La danse du Pan Pan a Monico” (1911-1960) opera monumentale di 4 metri x 2,80 che giungerà eccezionalmente a Cortona dal Centre Pompidou di Parigi, esposta l’ultima volta in Italia oltre 35 anni fa, seppure realizzata Roma nel 1960, quando l’artista quasi ottantenne volle a tutti i costi ricreare, basandosi su antichi cliché a stampa, l’iconica opera del 1911, purtroppo dispersa.

Ritratto di Madame M.S., 1915 circa
pastello su cartone applicato su tela, 91 x 65 cm
firmata in basso a destra “G. Severini”
Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, collezione L.F.
Crediti fotografici: MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

Una mostra, soprattutto, che è l’esito di un lavoro di squadra, che ha coinvolto tantissimi soggetti e istituzioni: i promotori Comune di Cortona in collaborazione con Accademia Etrusca e MAEC e in co-produzione con il Ministero della Cultura; i sostenitori fondamentali a partire dalla Regione Toscana, Fondazione CR Firenze e Banca Popolare di Cortona; le curatrici Daniela Fonti e Margherita D’Ayala Valva e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International; lo Studio di Architettura-Roma per il progetto di allestimento e grafica, il pool scientifico coinvolto per le ricerche e i saggi in catalogo edito da Cimorelli Editore: Giovanni Casini, Alessandro Del Puppo, Alice Ensabella, Alessandra Franchina, Maria Rosa Lanfranchi, Francesca Piqué e Alessandra Tiddia; la collaborazione di SUPSI (Scuola Universitaria della Svizzera Italiana) cui si devono gli studi condotti sulle opere murali svizzere, e infine la figlia di Gino, Romana Severini, che personalmente, generosamente e con entusiasmo sta sostenendo Cortona in questo suo viaggio alla riscoperta di un dialogo mai sopito con il geniale artista, e che tanto ha contribuito anche a questa esposizione.
Già il titolo è un’esplicita dichiarazione di come venga interpretato e rivelato, attraverso la mostra, il ruolo fondamentale e unico svolto da Severini nella storia delle avanguardie artistiche del XX secolo: un ruolo – da lui stesso ricercato con caparbia volontà e orgogliosa consapevolezza – di mediatore tra culture e linguaggi figurativi, tra mondi ed epoche, tra tradizione e innovazione, tra Paesi, artisti, esperienze e visioni.
Severini fa della Francia la sua patria adottiva, lavora in Svizzera, si nutre di tutte le istanze che s’intrecciano nel panorama artistico internazionale, ma il suo retaggio e le sue fonti restano italiane e toscane; e tra questi mondi, tra quello che all’epoca è il centro del cosmopolitismo e della sperimentazione culturale e il provincialismo italiano, egli continua a gettare ponti.
Un “bilinguismo culturale” lo definiscono le curatrici “che si esprime in uno sguardo sul proprio paese d’origine, insieme dall’interno e dall’esterno, come è il destino di molti espatriati”. Ma non solo: Severini media tra tendenze artistiche, favorisce incontri, pacifica e concilia, si fa promotore culturale.

Nature morte, 1918
olio su tela, 65 x 50 cm
Milano, Museo del Novecento
Crediti fotografici: Foto Mauro Ranzani

La mostra, suddivisa in cinque sezioni, si concentra dunque sulle stagioni della vita del Maestro, che sono sempre di formazione ma anche di elaborazione di un linguaggio personale, frutto di una riflessione mai superficiale sul lavoro dei contemporanei: un ponte tra la macchia e il Divisionismo, la fondamentale mediazione tra la dinamicità del Futurismo e la geometrizzazione del Cubismo, il passaggio dal Cubismo al Classicismo, la pittura decorativa in relazione con l’architettura e il tema delle maschere e, infine, il dialogo tra la Chiesa e la modernità, dalla Svizzera a Cortona.
La modernità di Severini – che ha cercato di unire in modo innovativo influenze artistiche e culturali provenienti da mondi e tradizioni diverse – emerge nel percorso grazie a opere singolari e rare e a grandi capolavori del cortonese; oppure attraverso mirati confronti, tanto con artisti del tempo, come Elisabeth Chaplin, Vittore Grubicy de Dragon, Benvenuto Benvenuti, Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Picasso, Ardengo Soffici, Carlo Carrà, quanto con i maestri antichi cui egli stesso si richiama nei suoi scritti e nelle riflessioni: dalla Madonna in trono con Bambino ed angeli di Maestro Lucchese (1240 – 1250) prestata dalle Gallerie dell’Accademia di Firenze, al San Francesco (1260) di Margarito d’Arezzo dal Museo d’Arte Medievale e Moderna del capoluogo, fino ai bronzetti etruschi del MAEC di cui lo stesso Severini manda le immagini fotografiche a Picasso.

Ritmo plastico del 14 luglio, 1913
olio su tela con cornice dipinta dall’artista, 85 x 68 cm
firmata e datata in b/d: “G. Severini 1913”
Roma, collezione privata

Tra i passaggi fondamentali che la mostra rievoca, troviamo prima di tutto gli esordi, in cui Severini è ancora alla ricerca di un linguaggio personale: i ritratti di famiglia dei primissimi del Novecento si affiancano a uno splendido pastello con “Autoritratto” di un Severini venticinquenne, da due anni a Parigi, atteggiato a bohémien; “Paesaggio” (1903) documenta l’adozione della pennellata divisionista e ben si confronta con “La Vela” opera tra le più innovative di Grubicy pioniere in Italia della nuova scuola; mentre l’attenzione alla questione sociale si manifesta nel confronto tra “il Cantiere” di Severini (1908) e “La casa in costruzione” di Boccioni (1907 – 1908) – entrambe rivisitazioni di opere di Balla.
La piena adesione al Futurismo, la più profetica avanguardia italiana, è esplicitata da opere chiave come l’ “Autoritratto” (1913) dal Castello di Rivoli e il fondamentale “Ritmo plastico del 14 luglio” in Collezione Franchina, da importanti ritratti “astratti” e da una serie meravigliosa di Danseuses degli anni ‘13 e ’14, soggetto iconico che emerge dal suo immaginario, ispirato dalla ballerina Loïe Fuller: figura femminile danzante sotto le luci del cabaret, scomposta dal movimento ritmico e presto metafora astratta della stessa idea di dinamismo.
Ma anche in questo contesto fondamentale è l’opera di mediazione e di dialogo tra avanguardie che ispira Severini: sono gli stessi Boccioni, Carrà e Russolo a chiedergli, in una lettera dell’ottobre 1912, di intercedere presso il gruppo dei futuristi fiorentini che fa capo alla rivista “Lacerba” vista la sua “ben conosciuta abilità diplomatica”.
Il risultato sarà la mostra che si tiene a Firenze alla Galleria Gonelli tra la fine del ’13 e il gennaio del ’14 dove i futuristi milanesi si confrontano con Ardengo Soffici che da Firenze guarda a Parigi. L’esposizione a Cortona richiama il clima che circonda quel momento, proponendo alcune opere evocative del contesto – le Sintesi di paesaggio di Soffici affiancate agli Stati d’animo di Boccioni – ed altre opere esposte proprio nelle sale di Gonnelli: il “Ritmo astratto di Madame M.S.” (qui presentato nella versione del 1915 dal MART) o i due pastelli del 1913 “Tram in corsa” e “Tramway sur le boulevard” e il “Tango argentino” posti accanto ad analoghe ricerche condotte da Balla e Carrà.
Ma la necessità di trovare un sincretismo tra Cubismo francese e Futurismo italiano permane e la bellissima “Danseuse (Ballerina + mare)” dell’Estorick Collection è un manifesto delle teorizzate “analogie plastiche del dinamismo” e della ricerca con cui Severini mira a integrare aspetti della realtà della visione, con contenuti psichici che emergono liberamente nella memoria del soggetto percipiente.
Anche il confronto con Picasso, Braque e gli artisti della galleria “L’Effort Moderne” di Léonce Rosenberg vede un altro importante intervento conciliatore, per nulla facile, da parte di Severini che cura un intero numero della rivista “Valori Plastici” dedicato al Cubismo francese, mentre il suo avvicinamento al Classicismo si fa sempre più evidente nel richiamo ai trecentisti toscani, nella straordinaria “Maternità” del 1916, fiore all’occhiello delle collezioni severiniane di Cortona e in alcune incredibili nature morte cubiste – da “Le pot bleu” del 1917 dalla Fondazione Giorgio Cini a “Bohémien jouant de l’accordéon” datato 1919 dal Museo del Novecento di Milano – fino alla “Maternità (Jeanne e Gina)” del 1919-20, interamente costruita secondo proporzioni auree e nell’accordo dei toni arancio- verde-viola.
Le pitture murali dello studiolo delle maschere nel castello toscano di Montegufoni, ben descritte nel catalogo dell’esposizione e tra le quali ci condurrà il multimediale immersivo della mostra, saranno un altro passaggio fondamentale, che segna un esplicito richiamo alla toscanità e anche l’interesse crescente di Severini per le maschere della Commedia dell’arte italiana, condiviso con gli ambienti parigini d’avanguardia, compreso Picasso e i “balletti russi” di Diaghilev.
Quegli stessi personaggi agiscono, giocano e compiono funambolismi nello scenario dei Fori romani in alcuni pannelli realizzati, a fianco di un nutrito gruppo di artisti, per la celebre casa parigina del mercante Rosenberg e l’esposizione non mancherà di documentare, fra opere pittoriche e disegni preparatori, il ciclo completo delle scene.
La mostra si chiude con un altro focus, frutto di studi recentissimi e assolutamente nuovo per la ricostruzione della personalità artistica e del ruolo di mediatore di Severini: ovvero il dialogo, che il pittore cortonese si propone di risolvere, tra la Chiesa e la modernità, che trova l’appoggio del filosofo Jacques Maritain.

Maestro Lucchese
Madonna con bambino in trono e angeli, 1240 – 1250 circa
tempera e oro su tavola, 130 x 73 x 6 cm

Per la prima volta, l’esposizione a Palazzo Casali propone un percorso completo attraverso il ventennio (1925 – 1947) che impegna Severini in prima persona – da promotore della conoscenza tecnica e della pittura murale tra gli artisti – nella decorazione di alcune chiese svizzere, attraverso immagini in alta risoluzione delle pitture parietali (riprodotte in una sezione apposita del catalogo) accostate ai bozzetti, a taccuini di lavoro e ad alcune fonti, a partire dagli stimoli che gli derivarono dalla visita della mostra giottesca del ’37, evocata qui grazie all’eccezionale prestito della “Madonna con Bambino ed Angeli” della Galleria dell’Accademia fiorentina: opera già esposta nella mostra giottesca e riprodotta da Severini tra le pagine dei suoi “Ragionamenti sulle arti figurative” (1942).
Nell’ultima chiesa a Sion, Severini realizza una sintesi di tinte piatte giustapposte geometricamente, con uno sguardo da un lato a Matisse, dall’altro ai pittori francescani della propria terra.
E’ pronto per riprendere i contatti con Cortona, la città natale che aveva lasciato a sedici anni a causa di un “fattaccio” scolastico e che torna a frequentare regolarmente ogni estate dal 1946.
Riallaccia gli affetti d’infanzia, s’invaghisce ancor più di Signorelli e degli Etruschi e realizza la Via Crucis, cui la mostra, le sale del MAEC dedicate al pittore nel percorso museale permanete e gli itinerari severiniani in città rinviano (itinerari realizzati nell’ambito del progetto celebrativo con i fondi del PAC ), in un connubio straordinario tra arte, paesaggio e memoria.

Info:
CORTONA, Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona
Palazzo Casali, 5 luglio – 1 novembre 2026
cortonamaec.org

ROMA, Ostia Antica. Biennale d’arte internazionale Arte in Memoria, presso la Sinagoga all’interno degli Scavi di Ostia antica.

La mostra, alla sua dodicesima edizione, è a cura di Adachiara Zevi.
Due le artiste invitate quest’anno: Ella Littwit e Natalia Romik; come per le edizioni passate, le opere sono realizzate appositamente per la Sinagoga, la più antica sinagoga d’Occidente risalente al II-III sec. d.C., situata all’interno dell’area degli Scavi di Ostia.
Le opere resteranno esposte fino al 27 settembre 2026.
Per saperne di più: https://ostiaantica.cultura.gov.it/arte-in-memoria-12/

Fonte:
Ufficio Comunicazione e Relazioni con il Pubblico
Parco Archeologico di Ostia Antica