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TORINO. Alla Pinacoteca Agnelli arriva una grande mostra dedicata ad Alberto Savinio.

La Pinacoteca Agnelli inaugura la stagione autunnale 2026 con una grande mostra dedicata al pittore ed autore Alberto Savinio (Atene, 1891 – Roma, 1952), tra le personalità più originali della cultura europea del Novecento. La retrospettiva, la prima così grande mai realizzata in un contesto istituzionale dedicata, sarà presentata in occasione della Torino Art Week 2026 insieme ad altri due progetti espositivi che, tra Novecento e ricerca contemporanea, metteranno in relazione la collezione con nuove produzioni e riletture della storia dell’arte.

Savinio ha contribuito alla costruzione della cultura visiva del Novecento, ma non solo: il suo ruolo attraversa musica, letteratura, teatro e arti visive costruendo un immaginario in cui convergono mito, ironia e invenzione. A cura di Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, e realizzata in collaborazione con l’Archivio Alberto Savinio e con il supporto di un comitato scientifico internazionale, la mostra Alberto Savinio. Souvenir riunisce circa settantacinque opere tra dipinti e disegni, offrendo una rilettura della sua ricerca pittorica dagli Anni Venti ai primi Anni Cinquanta.

La mostra – a cui sarà affiancata la prima pubblicazione istituzionale in lingua inglese dedicata all’artista – si concentra sulla straordinaria capacità di Savinio di anticipare questioni ancora oggi centrali: il rapporto tra identità e rappresentazione, il dialogo tra culture, la costruzione della memoria ed il ruolo dell’immaginazione come strumento di conoscenza. Il percorso espositivo segue quindi i nuclei tematici più significativi della sua produzione, come il mondo classico e la Grecia della sua infanzia, il tema della memoria, i ritratti di famiglia, le figure ibride umano-animale, i “giocattoli”, i paesaggi antropomorfi e la produzione grafica.

Info:
Alberto Savinio. Souvenir, a cura di Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, dal 30 ottobre 2026 al 4 aprile 2027
Pinacoteca Agnelli – Via Nizza 262, Torino
https://www.pinacoteca-agnelli.it

Fonte: www.artribune.com 8 ago 2026

FERRARA. Da Monet a Van Gogh a Kandinsky, Nuovi sguardi sulla natura e la modernità.

Monet, Van Gogh, Kandinsky, Mondrian: nomi che segnano le tappe di una svolta epocale. In meno di ottant’anni, tra Otto e Novecento, la pittura europea passa dall’osservazione diretta della natura alla dissoluzione del reale.
Al centro del racconto il paesaggio – naturale e urbano – e la vita moderna diventano il punto di osservazione di un’epoca in cui il rapporto tra l’artista e il mondo visibile si ridefinisce radicalmente, aprendo la strada a nuove modalità di percezione e rappresentazione della realtà.

Il percorso espositivo attraversa snodi e correnti fondamentali – dalla Scuola di Barbizon ai Macchiaioli, dall’impressionismo al postimpressionismo, dal divisionismo al futurismo fino all’astrattismo – e restituisce la straordinaria pluralità di linguaggi di questi decenni cruciali attraverso 120 opere provenienti dal Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam e da altre importanti collezioni pubbliche e private.

Info:
Capolavori dal Museum Boijmans Van Beuningen e da altre importanti collezioni.
Ferrara, Palazzo dei Diamanti dal 19 settembre 2026 al 10 gennaio 2027.

MILANO. I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa.

Dal 29 settembre 2026 al 31 gennaio 2027, Palazzo Reale a Milano accoglie una grande mostra dedicata ai Brueghel, una delle dinastie artistiche più influenti del Rinascimento europeo. Intitolata I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa, la mostra, attraverso oltre ottanta opere tra dipinti, disegni e stampe, ripercorre la vicenda di una famiglia di artisti che contribuì in maniera determinante alla definizione della pittura moderna e alla nascita di quei generi pittorici che ancora oggi costituiscono una delle principali chiavi di lettura della storia dell’arte occidentale. Per i Brueghel si tratta dunque di un ritorno in Italia a undici anni di distanza dalla mostra che, nel 2015, portò le opere della stirpe a Bologna, a Palazzo Albergati, con 110 opere che esploravano l’apporto della famiglia Brueghel all’arte del tempo, e a quattordici da quella che si tenne a Como, a Villa Olmo (La dinastia Brueghel), con circa un centinaio di opere.

Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE, la mostra, fanno sapere gli organizzatori, è “un progetto a firma di Bernard Aikema con la curatela di Carlotta Striolo”. La mostra propone una rilettura della produzione dei Brueghel non soltanto attraverso i capolavori della famiglia, ma soprattutto mettendo in evidenza il ruolo svolto da questa straordinaria dinastia artistica nella trasformazione del sistema figurativo europeo tra la fine del Cinquecento e il Seicento. L’esposizione intende accompagnare il pubblico in un percorso che attraversa la storia di una famiglia di pittori attiva nei Paesi Bassi ma capace di esercitare un’influenza destinata a estendersi ben oltre i confini delle Fiandre, coinvolgendo l’Italia e gran parte dell’Europa. Attraverso il loro lavoro, i Brueghel contribuirono infatti alla progressiva definizione di nuove categorie della rappresentazione pittorica, inaugurando un sistema di specializzazioni che avrebbe caratterizzato l’arte europea nei secoli successivi.

Il percorso espositivo prende in esame alcuni dei soggetti che diventeranno emblematici della pittura moderna: i paesaggi innevati, le burrasche marine, le nature morte, le scene di vita contadina e le rappresentazioni di battaglie. Temi che oggi appaiono familiari e codificati, ma che tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo rappresentavano un’importante innovazione destinata a modificare profondamente il modo stesso di concepire la pittura. La mostra intende dimostrare come proprio attraverso queste nuove tipologie di immagini abbia preso forma il sistema dei generi pittorici, destinato a influenzare in maniera duratura la produzione artistica europea. Un processo che non riguardò soltanto l’evoluzione dello stile o delle tecniche esecutive, ma investì il rapporto tra gli artisti, il mercato e il pubblico.

L’esposizione ricostruisce infatti un momento cruciale della storia dell’arte, illustrando come le invenzioni dei Brueghel e le strategie sviluppate dalla famiglia nella produzione e nella diffusione delle proprie opere abbiano contribuito in modo decisivo alla nascita di un nuovo modello artistico, perfettamente adattato a un mercato in continua espansione. Secondo il progetto scientifico della mostra, il contributo della dinastia fiamminga non si limitò alla creazione di immagini destinate a esercitare una forte influenza sui contemporanei, ma riguardò anche la capacità di interpretare le profonde trasformazioni culturali, economiche e sociali che interessarono l’Europa del Seicento In quegli anni il sistema artistico attraversò infatti una fase di profondo cambiamento. Accanto alle tradizionali committenze religiose e aristocratiche si sviluppò progressivamente un mercato sempre più ampio, alimentato soprattutto dalla crescente domanda proveniente dalla borghesia urbana, in particolare nei Paesi Bassi.

L’affermarsi di questo nuovo pubblico modificò radicalmente il modo di produrre e commercializzare le opere d’arte. I pittori iniziarono a rivolgersi a una clientela molto più vasta rispetto al passato e, di conseguenza, svilupparono una progressiva specializzazione, concentrandosi su soggetti specifici in grado di soddisfare i gusti e le richieste di differenti fasce di acquirenti. Fu proprio all’interno di questo contesto che i Brueghel elaborarono un sistema produttivo particolarmente efficace, capace di rispondere alle esigenze di un mercato dinamico e in costante crescita. La loro attività contribuì così a consolidare alcuni dei principali generi della pittura europea, rendendoli riconoscibili e destinati a una lunga fortuna.

La mostra mette inoltre in evidenza come il cambiamento non riguardasse esclusivamente il piano economico, ma coinvolgesse anche la riflessione teorica sull’arte. Tra la fine del Cinquecento e il Seicento, infatti, la nascita della moderna letteratura artistica favorì un processo di classificazione delle diverse scuole, delle maniere e delle tipologie di rappresentazione. Critici, teorici e storici dell’arte iniziarono a definire criteri e categorie destinati a codificare la produzione artistica, stabilendo quei canoni interpretativi che ancora oggi vengono utilizzati per distinguere un paesaggio da una natura morta, una scena di genere da una battaglia o da una rappresentazione storica.
Secondo il progetto espositivo, il contributo dei Brueghel si inserisce pienamente in questo processo di definizione dei generi pittorici. La loro produzione costituisce infatti uno dei momenti decisivi nella costruzione di quel sistema classificatorio che continua a orientare la lettura della pittura europea. Attraverso dipinti, disegni e stampe, il percorso promette dunque di comprendere non soltanto l’evoluzione stilistica della dinastia, ma anche il modo in cui le loro opere dialogarono con le trasformazioni del mercato, della teoria artistica e della società europea.

L’esposizione cercherà inoltre di evidenziare la capacità dei Brueghel di sviluppare modelli iconografici destinati a essere ripresi da numerose generazioni di artisti. Le loro invenzioni compositive e i loro soggetti contribuirono infatti alla formazione di un linguaggio figurativo condiviso, destinato a diffondersi ben oltre i confini delle Fiandre.

Info:
Milano, Palazzo Reale, dal 30/09/2026 al 31/01/2027

Fonte: www.finestresullarte.info 23 lug 2026

PARMA. LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre.

Dopo il successo della retrospettiva “Giacomo Balla. Un universo di luce”, dal 2 ottobre 2026 va in scena a Parma, nelle sale del Palazzo del Governatore, il secondo capitolo del protocollo d’intesa tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea con una nuova esposizione, LEI, concepita per la città emiliana con capolavori provenienti esclusivamente dalla collezione della galleria.
La mostra, dal titolo “LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre“. Capolavori dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea presenta oltre 60 opere allestite in 13 sale – dipinti, sculture, disegni, fotografie e arazzi – che compongono una sorprendente rassegna di sguardi tra figure reali e ideali dell’universo femminile, lungo oltre due secoli di storia. Alcuni lavori sono di recente acquisizione, a partire da Nu Debout, il pastello del 1906 ca. di Pablo Picasso donato lo scorso anno dalla Cy Twombly Foundation.

La figura femminile ha saputo catturare l’interesse, il dibattito e l’ispirazione delle arti visive; è stata vero e proprio motore della creatività umana e tema privilegiato della ricerca artistica tra XIX e XX secolo. Attraverso il ritratto femminile si sono manifestate le tensioni estetiche, psicologiche, culturali e politiche che hanno accompagnato il passaggio alla modernità.
«La GNAMC propone a Parma una straordinaria selezione di ritratti femminili, con diversi capolavori, per celebrare l’ottantesimo anniversario del voto alle donne. Conferma, in questo modo, il concreto impegno nel progetto “Museo migrante”, ideato proprio per diffondere la conoscenza della propria collezione in Italia e all’estero. La mostra, inoltre, offre l’occasione per perfezionare e aggiornare gli studi sulla collezione, anche alla luce di alcune importanti nuove acquisizioni promosse recentemente in vista della mostra, secondo una visione dinamica del patrimonio culturale che mira ad arricchirlo costantemente.», afferma Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.
«Credo che il compito delle amministrazioni pubbliche e delle grandi istituzioni culturali non si esaurisca nella conservazione del patrimonio. La sua funzione è anche quella di creare occasioni di conoscenza, confronto e riflessione, affinché le opere continuino a dialogare con il presente e ad arricchire la vita della comunità. È questo il senso della collaborazione tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea: permettere a una grande collezione pubblica nazionale di incontrare la città e, allo stesso tempo, rafforzare Parma come luogo di progettazione culturale, capace di promuovere iniziative di rilievo nazionale attraverso la sinergia tra istituzioni. È attraverso queste collaborazioni che una città cresce, amplia i propri orizzonti e rende la cultura una componente centrale della vita pubblica. La collaborazione con la GNAMC va esattamente in questa direzione e rappresenta un investimento sul presente e sul futuro culturale di Parma», dichiara Lorenzo Lavagetto, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Parma.

Prodotta dal Comune di Parma e dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, con la collaborazione di Solares Fondazione delle Arti, grazie al sostegno di Fondazione Cariparma e di Regione Emilia-Romagna, l’esposizione è curata da Renata Cristina Mazzantini e Cesare Biasini Selvaggi, ed è visitabile al primo piano del Palazzo del Governatore dal 2 ottobre 2026 fino all’8 marzo 2027.

Le donne rappresentate appartengono a mondi differenti, hanno età, condizioni, caratteri e destini eterogenei, eppure condividono la capacità di raccontare un’esperienza umana che supera il tempo in cui furono ritratte. Dalla Signora Ginoux (L’Arlesiana di Vincent van Gogh), moglie del proprietario del Café de la Gare di Arles, alla marchesa Luisa Casati, diva eccentrica e collezionista immortalata da Giovanni Boldini; dalla facoltosa aristocratica polacca Hanka Zborowska (la Signora dal collaretto di Amedeo Modigliani) a Carminella, figlia del popolo la cui storia il tempo ha lasciato nella penombra, ma non il pennello di Antonio Mancini; da Palma Bucarelli (la donna che rivoluzionò l’arte contemporanea italiana alla guida della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) dipinta da Savinio, all’attrice Elsa Martinelli nell’interpretazione di Giosetta Fioroni. Un immaginario al femminile rivelatore e generatore di una moltiplicazione dell’Io di donne attraverso altre donne. I soggetti esposti agiscono, in taluni casi, sia da rappresentazione di una realtà sia sotto forma di variazioni possibili dell’identità femminile. Da qui nascono ritratti di donne con potenti personalità, esaltate nella loro energia grazie alla cattura “magistrale” di uno sguardo rivelatore, di un gesto segreto o di un respiro appena trattenuto.

La mostra (che si avvale di un comitato scientifico composto – oltre dai curatori – da Stefano Marson, Alberto Salvadori e Simona Tosini Pizzetti) comprende un prestito eccezionale di capolavori alla città di Parma, molti dei quali raramente concessi, provenienti dalle collezioni della GNAMC di Roma, la più ampia sul territorio nazionale di arte italiana e internazionale del XIX e XX secolo. Dai raffinati disegni di Gustav Klimt (tra cui uno studio per Le tre età della donna) in cui la linea sigilla l’erotismo e l’eleganza della donna della Secessione viennese, alla Figura (Femme de Venise VI) di Alberto Giacometti, un totem ancestrale, una madre-matrice scarnificata, fino alle Femmes di Man Ray, dove il corpo femminile smette di essere oggetto di contemplazione per farsi rebus, ombra perturbante, enigma che rifiuta di essere catalogato dallo sguardo maschile. Mentre la cera della Bambina che ride di Medardo Rosso cattura il guizzo dell’infanzia della piccola protagonista prima che venga normata dalle ristrettive convenzioni sociali del decoro borghese di fine Ottocento, la Donna in bianco invece viene dipinta da Kees van Dongen agli albori del XX secolo con occhi enormi, inquisitori, che non subiscono la posa e iniziano a guardare dritto il pubblico, costringendolo a fare i conti con la fiera indipendenza di un secolo in cui le donne non hanno più voglia di chiedere il permesso.
Legata a doppio filo all’emancipazione sociale e politica delle donne, la nascita di una nuova identità femminile guida anche la pratica delle artiste in mostra. Con i rispettivi e differenti linguaggi – dalla densità plastica della scultura di Antonietta Raphaël all’obiettivo fotografico di Dora Maar e Francesca Woodman, fino alle performance dalle complesse coreografie di Vanessa Beecroft e Marinella Senatore –, queste autrici hanno scardinato vecchi paradigmi e aperto una riflessione profonda sui concetti di personalità, libertà, autodeterminazione e riappropriazione del corpo.

Una sezione del percorso espositivo è dedicata alla ricerca in Italia tra le due guerre mondiali. In questa complessa fase di transizione, l’universo delle donne si impone sulla scena sempre più autonomo, volitivo, protagonista. La mostra ricompone questo straordinario mosaico culturale attraverso i ritratti femminili dei maggiori protagonisti del periodo (tra cui i pittori Giorgio de Chirico, Gino Severini, Carlo Carrà, Cagnaccio di San Pietro, Antonio Donghi, Achille Funi, Mario Sironi, Enrico Prampolini, Renato Guttuso, e scultori come Arturo Martini, Adolfo Wildt, Arturo Dazzi, Giacomo Manzù, Pericle Fazzini) facendo risaltare la varietà delle esperienze tra Metafisica, “Valori Plastici”, il Novecento italiano, la poetica del Realismo magico, insieme alle grandi mitologie dei primi decenni del XX secolo. L’attività di questi artisti si rivela d’avanguardia anche nel respingere, negli anni Trenta e Quaranta, i rigidi stereotipi domestici e materni che la propaganda del regime fascista tenterà di imporre, scegliendo piuttosto di raccontare l’intimità delle donne, solcata da silenziosa e tenace resistenza nonché da inquietudini esistenziali.

Info:
Palazzo del Governatore – Piazza Giuseppe Garibaldi 1, Parma
contatti: governatore@comune.parma.it; turismo@comune.parma.it
tel. biglietteria: 0521 218035
Dal 2 ottobre 2026 all’8 marzo 2027
mercoledì, giovedì, sabato e domenica e festivi: 10.00 – 19.00 (ultimo ingresso alle 18.00)
venerdì: 10.00 – 22.00 (ultimo ingresso alle 21.00)
chiuso lunedì e martedì
aperture straordinarie: martedì 8 dicembre dalle 10:00 alle 19:00, giovedì 31 dicembre dalle 10:00 alle 15:00, lunedì 8 marzo dalle 10:00 alle 19:00 – chiuso il 25 dicembre e il 1° gennaio
Tariffe: intero data fissa:€ 12,00 – ridotto:€ 8,00 – ridotto convenzionati:€ 5,00
catalogo mostra:€ 34,00

PIEVE DI CADORE (Bl). “Tiziano e il Paesaggio” e “Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert”

A Pieve di Cadore, una nuova inedita mostra per continuare ad indagare il ruolo innovativo del paesaggio nell’opera di Tiziano, a 450 anni dalla sua morte.
Giungono nella terra natale del pittore tre eccezionali dipinti del Maestro e 30 opere grafiche tratte da suoi disegni o di grandi artisti precursori della nuova sensibilità o eredi dei modelli tizianeschi in tutta Europa: da Lucas Cranach e Albrecht Dürer, fino a Rembrandt, Watteau e Marco Ricci.

Nella Casa Natale del pittore anche la mostra “Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert”: il diario di viaggio del letterato e artista inglese alle origini del mito ottocentesco di Tiziano e delle terre dell’artista.

“Vi ho parlato così tante volte della sua abilità nel fare bene ogni genere di paesaggio e nel renderli così gradevoli e naturali, che si può dire che, a parte Tiziano, non esiste nessun altro pittore che ne abbia creati di paragonabili ai suoi”.
André Félibien scrittore d’arte nella Francia del Re Sole non usa giri di parole nei suoi “Entratiens” (1666 – 1688) per esaltare la qualità della pittura di paesaggio in Tiziano, mentre qualche decennio più tardi Roger de Piles figura centrale del mondo parigino dell’arte, nel lungo capitolo sul tema nel suo “Cours de peinture par principes” – una delle prime trattazioni moderne sulla pittura di paesaggio in Europa (1708) – segnala Tiziano come il migliore tra i maestri nel genere.
Suggestioni, che testimoniano come nel XVIII secolo il grande pittore cadorino fosse ancora ammirato (soprattutto in Francia, ma non solo !) per la resa dei paesaggi e anzi considerato il Maestro da cui imparare.

La mostra “Tiziano e il Paesaggio”, che si tiene a Pieve di Cadore presso il Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore dal 18 luglio al 18 ottobre 2026 è il secondo appuntamento, dopo quello organizzato in occasione delle Olimpiadi Invernali, di un progetto espositivo che nella città natale di Tiziano mira ad approfondire il ruolo innovativo svolto dall’artista nello sviluppo della concezione moderna del paesaggio nell’arte veneta ed europea.
Un progetto promosso dalla Magnifica Comunità di Cadore e dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, con la collaborazione del Comune di Pieve di Cadore, curato da Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa con il supporto del Comitato scientifico della Fondazione e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International, punta di diamante delle celebrazioni per i 450°anni della morte del Maestro, “Titianus Cadorinus 1576 – 2026”.
Ricerca scientifica e fascino espositivo (allestimento su progetto di FormaUbis) si uniscono in questa nuova mostra che – dopo la presenza straordinaria a Pieve di Cadore della Pala Gozzi (Ancona, Pinacoteca “F. Podesti”) – porta altri importanti capolavori di Tiziano nella sua terra natale.

Il percorso indaga infatti le origini culturali e figurative dell’interesse del pittore cadorino per la resa dell’ambiente naturale e l’impatto avuto dai suoi paesaggi sugli artisti europei delle generazioni successive, mettendo in dialogo tre dipinti di Tiziano, prestati eccezionalmente dai Musei Capitolini di Roma (Il Battesimo di Cristo, 1511-1512), dall’Accademia Carrara di Bergamo (Orfeo ed Euridice, 1515 c.) e dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia (San Giovanni Battista, 1540 – 1542) e, con oltre trenta tra disegni e xilografie d’epoca di Tiziano e di altri importanti artisti che hanno gettato le basi della nuova sensibilità paesaggistica, o che al grande pittore si sono ispirati: da Lucas Cranach e Albrecht Dürer, fino a Rembrandt, Watteau e Marco Ricci.

Ad accompagnare la mostra – che ha il patrocinio del Ministero della Cultura e della Fondazione Dolomiti Unesco, progetto sostenuto e finanziato da Regione del Veneto, Fondo Comuni Confinanti, Provincia di Belluno, Camera di Commercio Treviso Belluno-Dolomiti, D.M.O. Dolomiti Bellunesi, con il sostegno di Fondazione Cariverona ed il supporto di tanti partner – ci sarà anche un importante catalogo (ZeL edizioni), realizzato grazie al contributo di Save Venice e di Tavolozza Foundation, con saggi e schede dei curatori, Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa, e di Irene Brooke, Beverly Brown, Francesco Di Mauro, Juliette Ferdinand, Peter Lüdemann, Camilla Pietrabissa, Jaco Rutgers, Carolina Trupiano e Matthias Wivel; quindi una fascinosa mostra presso la vicina Casa Natale di Tiziano, di cui si è appena concluso il restauro – “Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert”- che ci porterà a rivedere i paesaggi di Tiziano con gli occhi e attraverso le opere su carta di un romantico viaggiatore ottocentesco, pittore, scrittore, saggista e fine intellettuale, che in Cadore volle ricercare le fonti d’ispirazione del sommo artista.

Da non perdere infine i tantissimi appuntamenti che rientrano nel programma dell’Estate Tizianesca promossa ormai da ventidue anni dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore in collaborazione con la Magnifica Comunità e il Comune di Pieve di Cadore. Quest’anno il progetto – che propone un nuovo modo di vivere la montagna ed i centri minori, valorizzando il dialogo tra arte, paesaggio e comunità nel segno di Tiziano e dei suoi legami con queste aree – conta ben 35 eventi diffusi nel territorio, tra conferenze e incontri con prestigiosi storici e studiosi, concerti di musica classica e visite riservate, coinvolgendo venti località e venticinque luoghi d’arte del Cadore, del bellunese e delle province di Treviso, Venezia e Padova.

IL PERCORSO
Le tre sezioni in cui si articola la mostra mirano a rispondere a tre interrogativi fondamentali per esplorare con un diverso “piglio critico” il tema del paesaggio in Tiziano, senz’altro uno degli aspetti più rilevanti delle poetica del cadorino e fenomeno che ha avuto un impatto enorme nella cultura visiva successiva.
Per capire come il paesaggio contribuisca a definire il significato delle opere tizianesche, sia in pittura che nella grafica, e quali fonti formali possano aver influito nella sua personalissima interpretazione, in apertura della mostra troviamo una selezione di opere che rimandano agli esordi di Tiziano in una Venezia dai forti legami culturali e commerciali con le città dell’Europa settentrionale, e centro nevralgico della nascente industria della stampa.
Nel Battesimo di Cristo dei Musei Capitolini le figure sono armonicamente inserite in un’ambientazione che riveste un ruolo importante: un paesaggio costellato di simboli che arricchiscono semanticamente la scena proprio sopra il committente, il mercante Giovanni Ram, e un borgo con torre cilindrica e il profilo vagamente dolomitico di alcune montagne sullo sfondo; mentre nell’Orfeo ed Euridice di Bergamo (Accademia Carrara) Tiziano pare esplorare altre categorie espressive e di significato, sdoppiando il paesaggio: rassicurante e placido a sinistra, con all’orizzonte una chiesa e il suo campanile, e oscuro e intimidatorio sulla destra, con sullo sfondo la bocca dell’inferno.
Le fonti e il ruolo della pittura nordica sono resi evidenti grazie ad alcune opere di eccezionale rilievo qui esposte, come la Penitenza di San Giovanni Crisostomo di Lucas Cranach prestata dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze – una delle più note e grandi stampe dell’artista e l’unica, tra le nove a bulino da lui realizzate, che presenti un’ampia scena di paesaggio – e l’incisione, sicuramente nota nella Venezia di inizio XVI secolo, con Sant’Eustachio di Albrecht Dürer del 150: entrambe con una linea di orizzonte alta come quella del dipinto dell’Accademia Carrara, e quest’ultima grande lezione sulla varietà di effetti pittorici ottenibili utilizzando solamente la linea..
D’altra parte che Tiziano traesse ispirazione dalle stampe è testimoniato dalla xilografia in quattro blocchi, disposti su due registri, raffigurante il Sacrificio di Abramo, incisa da Ugo Carpi su disegno di Tiziano nel 1516 circa: una delle immagini (insieme alla Sommersione del Faraone nel Mar Rosso esposta nella precedente mostra) per cui lo stampatore Bernardino Benalio aveva chiesto al Senato di Venezia il privilegio di pubblicazione.
Nella figura del pastore in alto a destra evidente è la citazione del San Giuseppe de La fuga in Egitto di Dürer (anch’essa in prestito dagli Uffizi, parte della celeberrima serie dedicata dall’artista tedesco alla “Vita della Vergine” del 1511), mentre – a dimostrazione che si trattava di una pratica diffusa – notiamo che l’intero gruppo con Sacra Famiglia della stampa dureriana ricompare in controparte nella xilografia, in blocco unico, di analogo soggetto eseguita nel 1535 dal monogrammista DN su disegno di Domenico Campagnola. Qui, peraltro, lo sfondo montuoso appare una citazione quasi palmare dal blocco in alto a sinistra del Sacrificio di Abramo.
Ancora, il diverso peso assegnato al paesaggio all’interno delle opere e dunque il differente apporto semantico alla loro comprensione risulta chiaro nel confronto tra altre due importanti e bellissime opere grafiche: Paesaggio con grande cannone, incisione del 1518 di Albrecht Dürer, e Paesaggio con pastori e famiglia in viaggio di Domenico Campagnola. La prima, con una veduta sullo sfondo di notevole precisione topografica, con la valle del fiume Wiesent e un borgo nei pressi di Norimberga, è un’opera che ebbe enorme importanza, considerata uno dei primi esempi nell’arte occidentale in cui il paesaggio assume il ruolo di co-protagonista; nella seconda invece il paesaggio diventa proprio il reale protagonista, con le figure e il gregge sparso raffigurati su scala ridotta rispetto alla maestosità della natura che li circonda, quasi totalizzante e che richiama l’entroterra veneto.
È questa un’epoca, del resto, di grande fortuna e diffusione dei paesaggi disegnati e incisi grazie a una precisa domanda dei collezionisti che apprezzavano la sperimentazione di nuove tecniche e la capacità degli artisti di rendere il senso di luce e ombra e di descrivere la realtà circostante senza l’ausilio del colore, in opere monocromatiche.
Determinante nello sviluppo e nella diffusione di disegni e stampe raffiguranti paesaggi fu l’incontro e la collaborazione tra Tiziano, l’incisore e chierico Giulio Campagnola, di formazione umanistica, e il suo erede artistico Domenico, figlio in realtà di un calzolaio tedesco.

La seconda sezione analizza, anche attraverso questi incontri, l’evoluzione della rappresentazione grafica del paesaggio all’interno dell’entourage tizianesco. Dal precoce disegno del 1510 circa Paesaggio con mulino, Giulio Campagnola sperimenta con la penna nuovi linguaggi espressivi, alternando inclinazione e spessore linee e segni per elementi diversi. Presto Tiziano entra in contatto e comincia a collaborare sia con Giulio che, a partire dalla metà del secondo decennio, con il figlio adottivo Domenico. Spesso gli esercizi grafici di Domenico sono stati scambiati per opere di Tiziano come nel caso del Paesaggio con San Giovannino datato 1525 circa.

Info:
Pieve di Cadore, Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore

Fonte:
Ufficio Stampa Villaggio Globale International – lacchin@villaggio-globale.it