Archivi categoria: Mostre

BOLOGNA. Rileggere Dante attraverso la fotografia. La mostra di Jacopo Valentini.

È un cammino tra le opere di arte antica del bellissimo Museo Civico Medievale di Bologna e quelle di uno dei più interessanti giovani artisti contemporanei italiani, che utilizzano la fotografia come strumento per la loro ricerca. Stiamo parlando di una mostra carica di rimandi storici, letterari, paesaggistici, con un titolo che potrebbe spaventare il popolo del mordi e fuggi, Concerning Dante ‒ Autonomous Cell, a cura di Carlo Sala, allestita nel museo bolognese.
L’attenzione è d’obbligo per cogliere le sfumature, i rimandi poetici, paesaggistici e non solo.
Quello che ci ha stupiti, visitando la mostra stanza per stanza, accompagnati dall’artista Jacopo Valentini (Modena, 1990), è stata la genesi del progetto, che pur sembrando site specific così non è. Si tratta di percorsi autonomi, le fotografie, la creazione del libro omonimo, pubblicato da Humboldt Books, e quindi la collocazione delle stesse in alcuni punti specifici del museo. Uno dei temi è il viaggio nell’immaginario dantesco. Viaggio reale e letterario. Vi sono immagini dedicate a opere in cui il capolavoro dantesco è stato rappresentato dal Trionfo della Morte di Buffalmacco del Camposanto di Pisa, sino a Federico Zuccari con il suo Dante Istoriato, e ad Alberto Martini. Le opere sono collocate sui tre piani del museo, dalle cui pareti è possibile leggerne la ricca stratificazione, che lo vede protagonista lungo i secoli della storia bolognese.
Le fotografie dell’artista trasportano Dante in quel luogo, dove troneggia una colossale statua di Manno di Bandino, che ritrae il famigerato papa Bonifacio VIII, personaggio centrale nei rivolgimenti politici fiorentini che provocarono l’esilio del poeta.
La ricerca di Valentini parte da tre luoghi simbolici, che sono varchi, soglie, tra una dimensione e l’altra, le bocche vulcaniche dei Campi Flegrei, per i romani antro di Caronte, il burbero traghettatore delle anime dei morti al di là del fiume dell’Ade. In quel luogo Virgilio nell’Eneide colloca la discesa agli inferi.
Il secondo luogo era già stato fotografato più volte da Valentini, la Pietra di Bismantova, che simboleggia il Purgatorio. Dante stesso ne fa un richiamo nel IV Canto della Cantica.
Il terzo luogo è il delta del Po, che con le sue atmosfere sospese rimanda, a detta di Valentini, al Paradiso.
Il nocciolo della ricerca di Valentini è come la lettura dei luoghi, delle situazioni venga influenzata dalle sovrastrutture, fornite dai testi letterari e non solo.
Un’immagine è dedicata alla copertina dell’opera incompiuta, La Divina Mimesis, iniziata nel 1963, pubblicata qualche giorno dopo l’assassinio del suo autore, Pier Paolo Pasolini. Si tratta di una riscrittura in chiave moderna del capolavoro dantesco. Che Valentini ci riservi qualche sorpresa anche in questo senso?

Autore: Angela Madesani

Fonte: www.artribune.com, 5 lug 2022

Info:
Mostra dal titolo “Concerning Dante ‒ Autonomous Cell” dal 13/05/2022 al 18/09/2022
Spazio espositivo: MUSEO CIVICO MEDIEVALE – Via Alessandro Manzoni 4 – Bologna

FORLI’. “MADDALENA. IL MISTERO E L’IMMAGINE.

Sino al 10 luglio 2022 le sale dei Musei San Domenico di Forlì ospitano Maddalena. Il mistero e l’immagine, un nuovo appuntamento espositivo dedicato a un grande mito femminile della nostra storia.
Ma chi era davvero la Maddalena? Perché si è sviluppata quella confusa e affascinante sequenza di rappresentazioni che hanno portato alla costruzione della sua sfaccettata identità? A lei la letteratura e il cinema hanno dedicato centinaia di opere, così come l’arte, ponendola al centro della propria produzione e dando vita a capolavori che hanno segnato, nel corso dei secoli, la sua stessa storia e i suoi sviluppi.
Maria Maddalena è stata così, di volta in volta, peccatrice, penitente, intellettuale, cortigiana, santa e apostola. Di lei, in una sovrapposizione di figure reali e immaginarie, sono state date nei secoli tante interpretazioni: a fianco di San Francesco nella riforma mendicante del Duecento e Trecento, dama cortese nel Quattrocento, venere cristiana a partire dal Cinquecento e lungo i secoli successivi per trasformarsi poi, nel XIX secolo, nel simbolo della rivoluzione femminile e, nel “secolo breve”, nel vessillo del dolore e della protesta.
Il percorso espositivo della mostra si sviluppa in 12 sezioni che comprendono straordinari esempi di pittura, scultura, miniature, arazzi, argenti e opere grafiche. La mostra attraversa secoli di fascinazione per la figura della Maddalena grazie alle interpretazioni che ne diedero i più importanti artisti di ogni epoca: Donatello, Bellini, Tiziano, Tintoretto, Guercino, Artemisia Gentileschi, Guido Reni, Delacroix, Böcklin, Previati, De Chirico, Guttuso e Chagall, solo per citarne alcuni.

Info:
Tutti i giovedì basterà presentarsi in mostra alle ore 16:20 e acquistare la visita guidata (€ 5,00 oltre al regolare biglietto) per godersi gli oltre 200 capolavori con approfondimenti e curiosità, senza l’obbligo di alcuna prenotazione.
Visite guidate dedicate alle famiglie: Sabato 7 e 21 maggio alle ore 15:00 e domenica 15 e 29 maggio alle ore 10:00 saranno i bambini (dai 6 agli 11 anni) ad essere protagonisti, accompagnati da un massimo di due adulti.
La guida costa sempre € 5,00 oltre al regolare biglietto, ma in questo caso la prenotazione è obbligatoria.
Orari: La mostra è aperta tutti i giorni con orario continuato (lun-ven 9:30-19:00 / sab, dom. e festivi 9:30-20:00).
tel: 0543.36217 – email: mostraforli@tosc.it
sito: www.mostramaddalena.it

Nota:
Infine perché non stupirsi davanti a un quadro che “prende vita”? Scaricando l’app MaddalenaAR sul proprio cellullare sarà possibile, grazie alla realtà aumentata, animare alcuni dei quadri esposti e vivere un’esperienza indimenticabile ed interattiva: basterà inquadrare le opere contrassegnate dall’apposito simbolo con la fotocamera per godere della potenza dell’arte attraverso la magia del digitale.

ROMA. Il tempo sospeso di Giorgio Morandi in mostra.

“Raramente un artista ha saputo trasmettere ragione e sentimento fusi insieme come ha fatto Giorgio Morandi con le sue composizioni di oggetti, i suoi scorci di natura, i suoi fiori di seta, immagini in apparenzacosì ‘neutrali’e in realtà così forti, così vuote di uomini e così colme di umanità” dichiara la curatrice Marilena Pasquali, fondatrice e direttrice del Centro Studi Giorgio Morandi di Bologna.
Giorgio Morandi, Il tempo sospeso, ospitata nella Galleria Mattia De Luca di Roma, comprende una quarantina di opere, tra dipinti e grafiche, che ripercorrono la carriera artistica di Giorgio Morandi (Bologna, 1890 – 1964), trovando nuovi spunti critici grazie ad alcuni documenti inediti emersi recentemente dagli archivi di famiglia.
Con Giorgio Morandi, Il tempo sospeso la normalità si esprime nelle decise pennellate del grande pittore bolognese. La sua tavolozza è armonica, i toni si accordano in una sinfonia che non si può ascoltare, si può solo ammirare. Le iconiche nature morte, protagoniste di cataloghi e tomi universitari, mostrano tutto il loro intramontabile fascino. Bottiglie, vasi e tovaglie vibrano sulla tela, lasciandole lì, in un tempo sospeso, indefinito, dove nulla può scalfirle.
“Morandi”, continua la curatrice Pasquali, “è artista ‘sull’orlo’, sempre inequilibrio sulla soglia di un tempo e di un mondo che stanno cambiando a grande velocità, e come tale oggi è più che mai necessario, in questo tempo difficile e sempre più veloce, inafferrabile e spesso incomprensibile”.
Lo stesso vale per i quadri floreali, dove il colore cangiante dei petali si imprime negli occhi del pittore, successivamente nelle setole del pennello e, infine, sul quadro. Alcuni di questi ritraggono composizioni di fiori veri, altri finti, attingendo ad una delle tradizioni settecentesche bolognesi, ovvero quella di non utilizzare il baco da seta per filarlo, bensì per “aprirlo leggermente e tingerlo”, così da realizzare dei piccoli boccioli di fiori per le loro dimore. Un escamotage capace di vincere lo scorrere di un tempo, inesorabile e disumano, come quello che sfocia nella guerra e nella morte, dove infatti i toni si fanno più scuri e le ombre più decise. In quel periodo, la luce che prima riempiva i quadri ora sembra quasi nascondersi, timorosa che non possa più splendere come nei verdeggianti paesaggi che incorniciavano –quasi inghiottendo – tanto le case quanto il cielo.
La mostra Giorgio Morandi, Il tempo sospeso si annovera tra i progetti espositivi che la Galleria Mattia DeLuca dedica ai grandi Maestri del Novecento italiani e internazionali. Con questo progetto, il gallerista ha deciso di restituire un ritratto puntuale dell’artista bolognese grazie ad una serie di prestigiosi prestiti edepositi di importanti istituzioni, fra cui spiccano, ovviamente, quelle bolognesi, il Museum für Gegenwartskunst Siegen e le collezioni private. Per l’occasione la galleria romana ha anche ampliato il proprio spazio espositivo dedicando il piano inferiore alla ricca esposizione di grafiche che accompagnano la mostra. Dopo questa prima tappa nella Capitale, la mostra viaggerà oltreoceano, per poi essere ospitata nella sede di New York in autunno per un’antologica ancor più ampia e variegata grazie alla selezione dei lavori su carta.

Autore: Valentina Muzi

Info:
Giorgio Morandi. Il tempo sospeso, fino al 7 luglio 2022
Galleria Mattia De Luca
Piazza di Campitelli 2, Roma RM
https://www.mattiadeluca.com/it/

Fonte: www.artribune.com, 2 mag 2022

FIRENZE. Donatello e il Rinascimento in una grande mostra.

“Questa non è solo una mostra storica, ma un momento storico”. Il direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino, non ha dubbi.
Donatello, il Rinascimento è una delle mostre del 2022. Centotrenta opere da tutta Europa, di cui cinquanta solo di Donatello, ricostruiscono un’immagine monumentale del genio fiorentino, la più completa mai composta, che riporta alla sua figura l’inizio del Rinascimento e della gloria fiorentina: una grandissima occasione per conoscere l’artista nel suo tempo, anche grazie al contributo di circa sessanta istituzioni internazionali.
Donato di Niccolò di Betto Bardi (Firenze, 1386-1466) emerge qui come il nume tutelare dell’arte rinascimentale insieme al maestro e amico Filippo Brunelleschi ‒ con cui lavorò alla cattedrale fiorentina dopo essere stato l’allievo del suo “rivale”, quel sommo orafo Ghiberti che si aggiudicò la porta nord del Battistero con Il sacrificio di Isacco ‒, nonché artista rivoluzionario e dirompente.
Dall’interpretazione tridimensionale dello strumento prospettico alla creazione della tecnica dello “stiacciato”, con cui dava forma a bassorilievi tridimensionali attraverso variazioni di spessore millimetrico, fino all’attenzione per la psicologia e alle emozioni dei soggetti, Donatello semplicemente cambiò ogni parametro artistico catapultandolo nella modernità. “Donatello non è solo un patriarca di un’epoca, come Giotto prima e Michelangelo poi”, spiega il curatore Francesco Caglioti, professore di Storia dell’Arte Medievale alla Scuola Normale di Pisa, “è un uomo che esorbita dall’arte occidentale”.
Il percorso espositivo, che si snoda tra Palazzo Strozzi e il Museo Nazionale del Bargello, accompagna i visitatori dalla giovane età del maestro alle ultime creazioni, accostando alle sue opere sculture, dipinti e disegni di Brunelleschi, Masaccio, Mantegna, Bellini, Raffaello, Michelangelo e molti altri artisti. Il percorso di Donatello viene qui studiato ed esposto con rigore scientifico impeccabile, prima di tutto del curatore Caglioti, facendone emergere lo spirito moderno e trasgressivo, alla base di una continua ridiscussione dei canoni artistici preesistenti. “È stato il più grande allievo di Brunelleschi, ma lo ha superato introducendo sempre nuovi elementi e giocando con i tempi della rappresentazione. Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Pontormo sono allievi ideali di Donatello, più intelligenti di quelli troppo vicini al suo fuoco”, ricorda il professore, che lo indica senza esitazione come una delle personalità più influenti dell’arte italiana di tutti i tempi. Basti guardare la Madonna della Scala di Michelangelo, una perfetta rielaborazione della Madonna dei Pazzi, così come l’Imago Pietatis di Bellini è figlia diretta dell’omonima opera del fiorentino, per non parlare della Testa Carafa, la gigantesca protome di cavallo in bronzo “tanto perfetta da sembrare antica”, disse il Vasari (allestita qui accanto alla greca Testa Medici del 340 a. C.).
Le quattordici sezioni cronologico-tematiche mostrano come Donatello fosse “versato in tutte le tecniche della scultura. Per questo si rese immediatamente conto dei limiti di questa rispetto alla pittura, a confronto della quale veniva considerata un’arte più primitiva, che aveva perso importanza con il procedere dei secoli. Così lui rompe e sconvolge la scultura e la storia dell’arte, e dialoga da maestro con i discepoli scultori e tanti pittori”, spiega Caglioti. La prospettiva brunelleschiana, pensata come una scienza perfetta, era un vincolo troppo oneroso: “Donatello lascia a Paolo Uccello e Piero della Francesca il proseguimento di quelle ricerche e sceglie di farne un uso patetico, drammatico, romantico”.
L’esposizione, seppur intrisa di fiorentinità ‒ il Marzocco in pietra serena è il perfetto simbolo della città, nato dall’unione del Martocus d’età romana con il giglio rosso in campo bianco di derivazione guelfa ‒, ha una piena dimensione europea, e non solo per la sua genesi. Realizzata in collaborazione con la Skulpturensammlung und Museum für Byzantinische Kunst dei Musei Statali di Berlino e il Victoria and Albert Museum di Londra, la mostra proseguirà proprio in queste due sedi: una funzione da tedofora, quella della città di Firenze, che sancisce una storica alleanza inter-europea per entità e qualità.
“Abbiamo dimostrato, con questi prestiti straordinari e il profondo dialogo in corso, che l’Europa unita nella cultura funziona”, riassume la direttrice del Museo Nazionale del Bargello, Paola D’Agostino. La mostra è un trionfo. Ma di quelli non “facili”. La scultura gode meno di quella immediata comprensione garantita alla pittura da successo e diffusione ‒ motivo per cui si rende necessaria la lettura di una densa mole di informazioni, presenti in tutte le sale ‒ e osservare in tutta la sua gloria l’arte di Donatello trasforma la comune visione del Rinascimento, umiliando la pre-concezione scolastica e aprendo a una autentica rivelazione.

DOMANDE AD ARTURO GALANSINO
Questa mostra è un omaggio semplicemente grandioso, ma anche un’occasione storica, è corretto?
È così. È l’unica occasione per poter comprendere qualcosa di questo genio incredibile. Ma non solo. Molte delle opere qui presenti non si erano mai mosse prima di essere esposte e sicuramente non si sposteranno mai più. Non è solo un’occasione unica nella vita, ma un’occasione unica nella storia.
Donatello è un artista famoso ma, rispetto a quanto ha influito sulla storia dell’arte, neanche poi così noto.
Sorprendentemente. Il grande pubblico non è infatti sempre in grado di collocare Donatello nel tempo e nello spazio, e definire le sue opere principali. Non è un artista così mainstream, eppure nel suo patetismo è più contemporaneo dei contemporanei.
L’allestimento della scultura è complicato: come vi siete mossi per ospitare Donatello a Palazzo Strozzi?
La scultura non è “instagrammabile” quanto la pittura, è molto difficile da fotografare, da riportare sulla carta dei libri e sugli schermi (sfida che Sky Arte ha raccolto con un documentario per l’occasione), anche se dal vero resta fortissima. Abbiamo allestito le opere considerando quello che era il punto di vista pensato dallo scultore, la sua idea “estrema” di prospettiva ‒ che comprendeva meglio di chi l’aveva inventata ‒, sia a livello di rilievi sia di statuaria.

Info:
Palazzo Strozzi, fino al 31/07/2022

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.com, 20 apr 2022

TORINO. Il Grande Vuoto. Dal suono all’immagine.

Una nuova mostra al Museo d’Arte Orientale, dal 6 maggio al 4 settembre 2022,
Un incontro inedito con la collezione buddhista del Museo. Un’esperienza multisensoriale particolarmente coinvolgente che è anche un segno forte di speranza per un futuro che si rivela incerto e sconfortante.
La mostra si apre con un grande spazio vuoto. Non si tratta però di un vuoto vero e proprio, ma di uno spazio che si satura gradualmente con la presenza delle note del giovane e pluripremiato compositore romano Vittorio Montalti, che per l’occasione ha composto il brano “Il Grande Vuoto”.
I visitatori sono invitati dalla musica a compiere un percorso esperienziale e meditativo, per giungere al fulcro della mostra, in Sala Colonne: qui è infatti esposta una rarissima thangka tibetana del XV secolo, la più preziosa delle collezioni del MAO, che ritrae Maitreya, il Buddha del Futuro.

Fonte: Museo d’Arte Orientale Torino – https://www.maotorino.it

TRENTO. I COLORI DELLA SERENISSIMA. La Pittura Veneta del Settecento in Trentino.

E’ una mostra di intense emozioni quella che il Castello del Buonconsiglio annuncia per la prossima stagione estiva. I fantastici colori, le invenzioni, le grandi storie del più sontuoso Settecento veneziano brilleranno nei saloni del Magno Palazzo dei Principi Vescovi di Trento.
Non solo per conquistare con la loro bellezza ma per documentare, per la prima volta in modo realmente ampio, l’influsso dell’arte veneziana nella vallate del Trentino. Settanta opere, molte di grandi dimensioni, che arriveranno (alcune torneranno) a Trento da musei e collezioni europee e statunitensi. Sono dipinti che ornavano palazzi e chiese di queste vallate e che tempo, guerre, vicende familiari hanno disperso.
Con tenacia i curatori hanno inseguito le loro tracce, scovandole infine in musei o sul mercato antiquario internazionale, riuscendo a riunirle e, in alcuni casi, a ricomporle, in una esposizione dove ricerca scientifica e spettacolarità esprimono un perfetto connubio.
“La mostra – annuncia il Direttore del Buonconsiglio, Laura Dal Prà – vuole fornire un quadro delle presenze di artisti e di opere di maestri veneti nei territori del Principe Vescovo o del Tirolo meridionale tra la fine del Seicento e il Settecento, rivelando un’intensità di scambi che si possono ben comprendere per motivazioni storiche, per ragioni di gusto, per gli interessi e la formazione culturale dei committenti, per le relazioni che le comunità locali hanno intrattenuto con i principali centri della Repubblica di Venezia.
La vicinanza ai territori della Serenissima ha inevitabilmente condotto a una serie di strettissimi legami, secondo ‘rotte’ percorse in una duplice direzione: da un lato con l’arrivo di opere d’arte inviate da Venezia o con la presenza di artisti veneti in Trentino; dall’altra con soggiorni di formazione di pittori del Principato Vescovile nei due centri principali della Repubblica Veneta, ovvero la capitale e Verona. È, infatti, rilevante il potere attrattivo esercitato lungo tutto il secolo dalla Scuola Veronese, che nel 1764 si organizzò in una vera e propria Accademia di pittura, riconosciuta ufficialmente e guidata dalla autorevole personalità di Giambettino Cignaroli. Ma molteplici sono i fattori che hanno contribuito a corroborare questi scambi, determinando una situazione quanto mai complessa e stratificata. Diversi territorio del Principato trentino erano, ad esempio, soggetti all’autorità religiosa dei vescovi veneti, senza tralasciare che dal Trentino si trasferirono a Venezia intere comunità, poi gli interessi in area trentina di alcune importanti famiglie, i Giovanelli in particolare, infeudati in Valsugana a partire dal 1662. Un contesto che ha trasformato il Principato vescovile e il suo territorio in un crocevia di esperienze che ne hanno marcato il clima artistico, facendolo diventare fertile terreno di confronto e di crescita, anche per gli artisti locali”. “La mostra costituisce l’occasione per allargare lo sguardo e annodare fra loro con un filo rosso le opere sul territorio di artisti come Fontebasso o Giambattista Pittoni e Gaspare Diziani”, sottolinea Denis Ton. “Su tutti prende rilievo la presenza di Antonio e Francesco Guardi, indiscussi protagonisti della stagione pittorica tardo-settecentesca veneziana, ma con le proprie radici familiari in Val di Sole, dove torneranno più volte”. La mostra è curata da Andrea Tomezzoli (Università degli Studi di Padova) e Denis Ton (Castello del Buonconsiglio) .

Info:
Trento, Castello del Buonconsiglio
2 luglio – 23 ottobre 2022
www.buonconsiglio.itinfo@buonconsiglio.it – T 0461233770

CHIOGGIA (Ve). Salvador Dalì, tra psicanalisi e surrealismo.

L’Assessorato alla Cultura del Comune di Chioggia (Ve), in collaborazione con l’agenzia MV Eventi di Vicenza, presenta la mostra “Salvador Dalì: tra psicoanalisi e Surrealismo”, terzo appuntamento della programmazione museale dopo i successi registrati con le esposizioni di Andy Warhol e Banksy, che si terrà al Museo Civico della Laguna Sud fino al 31 luglio 2022.
Oltre 50 opere dell’artista catalano, alcune delle quali esposte nella storica mostra “Dalì” tenutasi a New York, Tokyo e Ginevra dal 1964 al 1970, che racconteranno la vita e la psiche del genio surrealista in un excursus storico ed artistico che vuole coniugare l’esperienza artistica con gli influssi determinanti della psicoanalisi di Sigmund Freud. La mostra, curata da Matteo Vanzan, presenterà opere di scultura, acquerello, acqueforti con interventi pittorici, puntesecche ed incisioni provenienti da collezioni private di tutta Italia.
“La stampa italiana ed internazionale ci sta dando molta attenzione e noi non possiamo che esserne contenti”, afferma l’Assessore alla Cultura, Elena Zennaro, “Chioggia ha tutte le caratteristiche per distinguersi nel panorama internazionale e diventare una rinomata meta turistica, sotto la regia di una Amministrazione che vuole migliorare sempre più la qualità di vita dei suoi concittadini. Dal canto mio, c’è il massimo impegno perché la Cultura diventi asse portante della Città. La Cultura per combattere la povertà educativa. Il patrimonio culturale come incubatore di imprenditorialità. Continueranno quindi le grandi mostre e gli spettacoli e si avvieranno convenzioni con centri post universitari. Chiusa la mostra su Banksy, ci prepariamo ad ospitare la mostra su Salvador Dalì.”
“Salvador Dalì”, racconta il curatore della mostra Matteo Vanzan, “fu artista di incredibili doti narrative. Nella sua interiorizzazione estetica del mondo possiamo riconoscere i tratti di una riflessione tangenziale dei drammi dell’umanità che sconvolsero non solo l’artista, ma tutti coloro che vennero dopo la dispersione delle prime avanguardie storiche. Il dramma della guerra, della morte, dell’eros, della sessualità, dell’onirico e della fuggevole esistenza terrena sono raccontati con urgenza caratteriale in una pittura declinata nella perfezione storica manierista: linee chiuse e decise, toni marcati, cromie stranianti e dalla forte incidenza metafisica. Lo abbiamo conosciuto ed amato con opere come La persistenza della memoria, o con il Cristo di San Juan De la Cruz, nelle quali si riconoscono i simboli e gli elementi della sua ricerca pittorica, ma è nella calligrafia artistica che possiamo sondare e comprendere la personalità di questo protagonista dell’arte del primo Novecento. È nel segno inciso con perentoria certezza che la mano di Salvador Dalì rivela l’anima dell’uomo che la muove, esattamente come avviene per la scrittura. I lavori esposti in questa esposizione sono stati scelti e selezionati proprio perché ci permettono una lettura più profonda del surrealismo di Dalì, in un’analisi che viene accompagnata da un trattato sull’Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud redatto da Gianpiero Cesari, psichiatra e psicoterapeuta già Direttore Dipartimento Salute Mentale Azienda USL 8 – Arezzo. Questo tratto calligrafico delle opere esposte a Chioggia appare pienamente cosciente delle potenzialità espressive e diventa esso stesso narratore di sogni, incubi, frustrazioni e desideri di una mente in preda alle turbe della paranoia. Racconteremo dunque una vita dedicata alla pittura ma non solo: il visitatore sarà chiamato a rapportarsi con le opere interpretandole attraverso un apparato didattico ed emozionale fatto anche di letture, approfondimenti, aforismi, musica e proiezioni video”.

Figlio di un notaio Salvador Dalì nasce in Catalogna, nella città di Figueras nel 1904 e, già da bambino, rivela doti eccezionali nel disegno. Viene accettato all’Accademia di Belle Arti di Madrid e nel convitto universitario incontra quelli che saranno i suoi migliori amici: Federico Garcla Lorca e Luis Buñel. Con grande dispiacere del padre, Salvador Dalì non porta a termine gli studi e viene espulso dall’Accademia per contestazioni nei confronti dei docenti. Libero dagli impegni accademici compie però, nel 1926, il primo viaggio a Parigi dove si reca a trovare Picasso prima ancora di visitare il Louvre. Tornato in patria si dedica con l’amico Buñel alla realizzazione de Un chien andalou.
Torna a Parigi nel 1929, accompagnato da Mirò, dove trova ad attenderlo l’intero gruppo dei surrealisti. L’adesione al movimento significa per Salvador Dalì il riconoscimento internazionale, la partecipazione alle esposizioni collettive del gruppo, oltre a pubblicazioni sulle numerose riviste che supportano il movimento. Significa poi l’incontro con Gala, l’amore della sua vita, musa ispiratrice e protagonista di moltissimi dei suoi quadri.
Anno della vera svolta sarà il 1930: Salvador Dalì teorizza il suo nuovo metodo paranoico-critico che consiste nella ripetizione ossessiva di elementi che alludono alla parte più profonda dell’inconscio, quella dei conflitti familiari, delle pulsioni sessuali, dell’amore e della morte. Il processo paranoico prevede l’osservazione di un oggetto e la sua trasmutazione in un altro e si opera in uno stato allucinatorio, frenetico, compulsivo, diverso quindi dallo stato di quiete ipnotica descritto da Breton nell’automatismo psichico. Il prestigio internazionale dell’artista è ai massimi livelli, in tutto il mondo si organizzano retrospettive in suo onore, la pubblicazione nel 1964 di Diario di un genio, sancisce la celebrazione del suo personaggio. Nel 1980 viene colpito da una sorta di paralisi che gli impedisce di dipingere; nel 1982 muore sua moglie e nel 1984 resta gravemente ferito in un incendio che si era sviluppato nella sua camera da letto. Si spegne nel 1989, nel suo castello di Figueras.

Info:
In programma collaterale all’esposizione sarà possibile, previa prenotazione e al costo di 5 euro a persona, partecipare alle visite guidate e agli incontri con il curatore e, sempre su prenotazione e con date da annunciare, cinque incontri di approfondimento nel corso di Arte contemporanea “Dopo Turner: viaggio verso il contemporaneo”, a cura di Matteo Vanzan.
La mostra sarà aperta al pubblico dal 27 marzo al 10 giugno 2022 dal martedì alla domenica: 10:00 – 13:00 e venerdì, sabato e domenica: 10:00 – 13:00 e 15:00 – 19:00 e dal 11 giugno al 31 luglio 2022 dal martedì alla domenica: 10:00 – 13:00 e venerdì, sabato e domenica: 10:00 – 13:00 e 18:00 – 22:00.

MUSEO CIVICO DELLA LAGUNA SUD – Campo Guglielmo Marconi, 1
Tel: 041-5500911 / Web: https://museo.chioggia.org
BIGLIETTI
Intero: 10 euro / Ridotto: 8,50 euro / Residenti: 7,00 euro / Gratuito minori di 14 anni accompagnati da adulto pagante
PRENOTAZIONI E VISITE GUIDATE
Visita guidata su prenotazione al costo di 5 euro a persona (gruppo minimo di 20 persone)
Email: info.prenotazionimuseo@chioggia.org

FIRENZE. Le tre Pietà di Michelangelo tutte e tre insieme in mostra.

“Non vi si pensa quanto sangue costa” è la frase dantesca, tratta dalla cantica XIX del Paradiso, che Michelangelo scrisse poco prima della sua morte, appuntandola su un disegno della Pietà donato alla marchesa di Pescara Vittoria Colonna. Dalle stesse parole è tratto il titolo della mostra che avrà luogo nella sala della Tribuna di Michelangelo del Museo dell’Opera del Duomo a Firenze, dal 24 febbraio al 1 agosto 2022: per la prima volta, vengono riuniti tre capolavori di Michelangelo Buonarroti (Caprese, 1475 – Roma, 1564), tre Pietà realizzate in differenti momenti della sua vita che ne testimoniano l’evoluzione non solo artistica, ma anche spirituale.
La mostra, organizzata in occasione dell’incontro Mediterraneo frontiera di pace 2022, che vedrà riunirsi i Vescovi e i Sindaci del Mediterraneo a Firenze e in cui interverrà anche Papa Francesco, si avvale della collaborazione straordinaria di Musei Vaticani, il Museo dell’Opera del Duomo, il Museo Novecento di Firenze, il Castello Sforzesco di Milano e le istituzioni dell’Opera di Santa Maria del Fiore, Comune di Firenze, Comune di Milano e Fabbrica di San Pietro, oltre al coinvolgimento dei direttori dei musei Barbara Jatta, Sergio Risaliti, Claudio Salsi e Timothy Verdon. Risaliti ha già peraltro collaborato con il Museo e lavorato sul tema della Pietà nell’ambito della grande mostra diffusa dedicata a Jenny Saville.
L’originale della Pietà Bandini, di cui è da poco terminato il restauro, i calchi della Pietà Vaticana e della Pietà Rondanini provenienti dai Musei Vaticani: sono le tre opere al centro di “Non vi si pensa quanto sangue costa“, che evidenziano la sensibilità di Michelangelo dalla giovinezza, quando scolpì la celeberrima opera capitolina – di cui l’originale è collocato a destra della navata di San Pietro – commissionata dal cardinale Jean Bilhères de Lagraulas a ridosso del Giubileo del 1500. La scultura raffigura una Vergine giovanissima, umile e casta, avvolta in un profluvio di panneggi, nell’atto di sorreggere sulle proprie gambe il Figlio nudo il cui corpo non porta i segni della violenza subita.
Ben diversa è la Pietà Bandini, collocata dal 1981 al Museo dell’Opera del Duomo, realizzata in un periodo maturo della vita del maestro, contestualmente ad una situazione politica profondamente mutata a Firenze (Alessandro de’ Medici era stato ucciso dal cugino Lorenzo e sostituito dal duca Cosimo I che comandava come un principe assoluto) e a frequenti crisi depressive che intervallavano la sua attività artistica. Il gruppo scultoreo, iniziato nel 1547, non fu mai terminato e porta ancora oggi i segni delle martellate che Michelangelo inflisse dopo aver cercato di variare la posizione delle gambe di Cristo e aver rotto un arto.
L’ultimo passaggio è rappresentato dalla Pietà Rondanini, di cui l’originale è conservata al Castello Sforzesco di Milano (mentre il calco ai Musei Vaticani), datata tra il 1552 e il 1553 e rinvenuta nello studio di Michelangelo dopo la sua morte. Siamo in una fase mistica della sua arte e della sua spiritualità, rispecchiata nell’opera finale, “piuttosto una preghiera che un’opera d’arte, o meglio è la dimostrazione artistica del fatto che l’uomo di fede ha visto oltre le apparenze reali, che la mano non riesce a restituire quanto l’occhio interiore ha potuto contemplare”, spiegano i curatori. “Siamo già in un’esperienza di notte oscura”.
La mostra si sposterà in seguito a Milano: a partire dall’autunno del 2022, infatti, i tre calchi in gesso delle Pietà originali saranno esposti nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, con un nuovo allestimento pensato appositamente per il progetto.

Info:
LE TRE PIETÀ DI MICHELANGELO – Non vi si pensa quanto sangue costa, dal 24 febbraio al 1 agosto 2022, a cura di Barbara Jatta, Sergio Risaliti, Claudio Salsi, Timothy Verdon
Museo dell’Opera del Duomo – sala della Tribuna di Michelangelo, Firenze
https://duomo.firenze.it/it/scopri/museo-dell-opera-del-duomo

Autore: Giulia Ronchi

Fonte: www.artribune.com, 9 feb 2022