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CARRARA (Ms). Le signore dell’arte.

Una mostra rivelatrice di un luogo comune da superare. Dopo le esposizioni dedicate al Mare, al Novecento a Carrara, alla Belle Epoque e al Gioco, il curatore Massimo Bertozzi stavolta propone un interessante sguardo “di genere” che punterà i riflettori su un lato poco noto dell’universo artistico a cavallo tra XIX e XX secolo, ovvero sul “peso” dei rapporti familiari nella formazione e poi nell’affermazione delle artiste italiane, a fronte del cambiamento della loro condizione sociale ed artistica tra la metà dell’800 e la metà del ‘900,

Si intitola Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna la mostra che dal 27 giugno al 25 ottobre caratterizzerà l’estate (e l’inizio dell’autunno) a Palazzo Cucchiari di Carrara.

Nelle intenzioni di Bertozzi – attraverso la selezione ragionata di 131 opere che portano la firma di ben 42 artiste, più tre dipinti di Giacomo Balla e ben quattro opere di Felice Casorati – vi è la volontà di richiamare l’attenzione dei visitatori cioè quei cento anni durante i quali i cambiamenti si rivelarono drastici.

Info:
Fondazione Giorgio Conti
LE SIGNORE DELL’ARTE.LA PARITÀ DEL TALENTO NELL’ARTE ITALIANA MODERNA, a cura di Massimo Bertozzi
Dal 27.06.2026 fino a 25.10.2026
Palazzo Cucchiari, via Cucchiari 1, Carrara
Orari dal 27.06 fino al 13.09: MA-GI-DO ore 9.30-12.30 e 16-20; VE-SA ore 9.30-12.30 e 16-23
Orari dal 15.09 fino al 25.10: da MA a DO ore 9.30-12.30 e 15-20
Ingresso 12 euro, ridotto 10 euro
Tel. +39 0585 72355 – info@palazzocucchiari.itwww.palazzocucchiari.it

ROMA. Con oltre 80 capolavori, una grande mostra esplora Le Metamorfosi di Ovidio.

La stasi non esiste, tutto scorre. Lo sapevano bene gli antichi, e Ovidio, al mutamento permanente della realtà, ispirò il suo capolavoro maggiore, Le Metamorfosi.
Al poeta di origini sulmonesi, ed alla grande influenza sulla cultura artistica del suo libro scritto tra il 2 e l’8 d.C., dedica una esposizione la Galleria Borghese dal 23 giugno al 20 settembre 2026, accompagnata da un catalogo Allemandi riccamente illustrato e corredato da saggi (Francesca Cappelletti, Claudia Cieri Via, Bart Ramakers, Frits Scholten e Lucia Simonato), che mostra come i miti di Ovidio continuino a parlare con forza alla nostra immaginazione. Curata da Francesca Cappelletti, direttrice del museo di Villa Borghese, e dallo storico dell’arte Frits Scholten, la mostra «Metamorfosi. Ovidio e le arti» ha avuto una prima tappa al Rijksmuseum di Amsterdam.
Giunge ora, con il sostegno di Intesa Sanpaolo-Gallerie d’Italia e Webuild S.p.A., nella città dove il poema epico-mitologico, che raccoglie circa 250 racconti della mitologia greca e romana in fantasmagorici intrecci, venne composto. Il premio? L’esilio del poeta a Tomi, una desolatissima località sul Mar Nero, nell’attuale Romania, dove morì nel 18 d.C. di solitudine e tristezza. I motivi dell’esilio non sono noti, probabilmente trame di palazzo, di certo non relative al grande libro, ma ai rapporti turbolenti del poeta con l’imperatore Augusto. L’ultima metamorfosi, quella del destino, Ovidio la visse quindi sulla sua pelle. Eppure, senza il suo opus magnum, mancherebbe una parte essenziale della cultura occidentale, tanto fu grande l’influsso sulla letteratura (da Dante a Shakespeare) e nelle arti visive. Lo dimostrano le opere in mostra, di Tiziano, Correggio, Michelangelo, Rubens, Poussin, Bernini, Gerôme, Rodin e Brâncuși, a menzionare solo i casi più eclatanti di un mare d’arte a cui Ovidio ha offerto temi e suggestioni. Per questo Le Metamorfosi sono definite la «Bibbia degli artisti». Se c’è un mito da illustrare, in gran parte dei casi c’è Ovidio, che quindi è stato letto, coltivato e amato per millenni, e lo è tuttora. Che d’altronde tutto si trasformi perennemente è una condizione universale posta fuori dal computo dei secoli.
Abbiamo intervistato Francesca Cappelletti.

Come e quando è nata l’idea di una mostra sull’influenza di Ovidio nell’arte?
La mostra ha una lunga storia: Le Metamorfosi in particolare sono state una sorta di serbatoio iconografico inesauribile per gli artisti, dal Rinascimento in poi, ma in realtà se guardiamo anche all’arte antica e alla tradizione della miniatura e del libro illustrato sembra che il desiderio di tradurre Ovidio in immagini non si sia mai affievolito, dalla composizione del poema in poi. Ovidio stesso aveva le sue fonti letterarie e iconografiche che rielabora nel poema, ovviamente, e a volte sembra quasi descrivere opere esistenti. La forza dei rimandi fra poesia e arte figurativa è intensa, e questo legame, in un luogo come la Galleria Borghese, la villa delle metamorfosi, andava sottolineato.

Com’è nata la collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam?
Da una conversazione con il direttore, Taco Dibbits, sulle metamorfosi e sul mito classico. Confrontavamo i modi diversi e i linguaggi distanti con cui gli artisti hanno rappresentato le storie ovidiane, riflettendo su analogie e differenze e anche sulla difficoltà, a volte, di rendere comprensibili al pubblico dei musei queste storie. Alcune sono più note, altre più oscure e magari le vicende dei protagonisti sono state dimenticate, ma intuitivamente le loro passioni e le loro sofferenze sono riconoscibili, così come la trasformazione dei corpi e della materia sono fenomeni universali. Ovidio appartiene a tutti. La collaborazione ha preso poi forma e con Frits Scholten, curatore della scultura al Rijksmuseum, abbiamo definito il percorso e selezionato gli argomenti e le opere.

Com’è stata la risposta del pubblico olandese a questa mostra?
La risposta è stata in parte inaspettata: un grande entusiasmo! Le opere presentate sono eccezionali, dall’«Ermafrodito» già Borghese del Louvre, alle «poesie» di Tiziano e alle eroine di Correggio, alle letture di Rubens e dei grandi artisti europei del Barocco. Ma sono anche i soggetti e la possibilità di specchiarsi nella favola antica ad aver attirato un pubblico così numeroso e interessato. La potenza dell’amore, la metamorfosi come punizione divina o come riscatto del dolore, la contiguità fra esseri umani e natura, temi che hanno messo alla prova gli artisti fino al Surrealismo e all’arte contemporanea, in cui i personaggi di Ovidio resistono e si materializzano in video, sono tutti elementi alla base di un’esperienza visiva ed emotiva di grande impatto, che mostra la vitalità del mito e della poesia.

Che cosa lega la Galleria Borghese al mondo mitologico ovidiano?
Nella Galleria ci si muove fra la storia e il mito, e le opere raccontano continuamente miti che poi Ovidio ha incluso nelle Metamorfosi, oppure derivano direttamente dal poema. Ovidio risuona in ogni stanza e in particolare i capolavori della Galleria Borghese, come «Apollo e Dafne» di Bernini, ci rimandano in maniera così immediata e adesiva al poema, da aver suscitato in passato il desiderio di porre i versi delle Metamorfosi sul basamento della statua. Il miracolo della poesia che diventa marmo prende vita ogni momento davanti ai nostri occhi. La lettura del poema fu profonda, la fantasia trascinante di Ovidio e l’irruenza improvvisa del racconto stabilirono una sintonia con Bernini attraverso i secoli.

Che cosa può insegnarci oggi Ovidio?
Che il nostro mondo è fatto di storie e che nulla deve sfuggire alla nostra comprensione umana. Le trasformazioni sono sotto i nostri occhi e sono continue, irrefrenabili, provocate da forze a volte incontrollabili. Però tutto si trasforma e niente scompare per sempre, e un tocco divino è sempre presente nella vita quotidiana. Dal caos e dalle incoercibili passioni umane, dobbiamo sempre cercare di emergere, considerando che nulla ci è estraneo, dai fiori alle stelle tutti gli elementi del cosmo potrebbero avere un passato umano e aver condiviso la nostra condizione.

Dopo la mostra dedicata nel novembre 2024 al rapporto con le arti di Giovan Battista Marino, ora l’affondo su Ovidio: la Galleria Borghese si fa anche Galleria di poeti?
La Galleria Borghese, in verità, è una Galleria di poeti. Per la prima volta è stata raccontata in versi già nel 1613, da Scipione Francucci, e le opere di Bernini, che ne sono in gran parte l’immagine, come «Apollo e Dafne» che abbiamo già citato, e «Plutone e Proserpina», rimandano direttamente a Ovidio, mentre in «Enea e Anchise» rivive l’Eneide, e alla base dei capolavori di Tiziano come «L’Amor sacro e l’Amor profano» e «Venere che benda amore», così come alla base delle storie e delle immagini di Venere, fino alla Paolina di Antonio Canova, la poesia antica, con tutte le sue rielaborazioni, è sempre presente.

Che ruolo svolge questa mostra sulle «Metamorfosi» di Ovidio nella sua carriera culturale? Che cosa le ha dato?
Ho studiato la tradizione delle Metamorfosi, fra testo e immagini, fin dagli anni dell’Università e dai progetti di ricerca guidati da Claudia Cieri Via; anni di convegni con filologi, storici della cultura, studiosi del mondo antico, mesi passati nella fototeca del Warburg Institute per studiare il passaggio del mito all’emblema… La tentazione di pensare che questa mostra sia un punto di approdo c’è, ma sarebbe la negazione delle metamorfosi: in Ovidio tutto scorre e continua a cambiare.

Il mito è ancora utile a capire il mondo?
Il mito raccoglie e dà forma all’esperienza umana, la rende eterna e condivisibile. La passione, la perdita, il sentimento della natura, l’esigenza di razionalità e l’attrazione per il caos: ritroviamo tutto in Ovidio. Terenzio scriveva che nulla di umano gli era estraneo, formulando già un principio fondamentale. Con Ovidio e con i suoi miti concatenati nulla ci è estraneo, anche al di fuori della sfera dell’umano.

Che cosa disvela il principio metamorfico?
È questa la straordinaria novità e la chiave di interpretazione del mondo. Condividiamo qualcosa con tutto il resto dell’universo.

Qual è l’opera in mostra che più la commuove?
Potrei guardare per ore le miniature, ma anche «Apollo e Dafne» di Pollaiolo. Immagino la difficoltà dei pittori nel rendere vivo il passaggio delle forme. Però l’opera che mi commuove di più non è solo nella mostra, per fortuna, ma rimane qui ed è «Apollo e Dafne» di Bernini.

Autore: Guglielmo Gigliotti

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 19 giugno 2026

SAVONA / ALBISOLA. ‘Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato’.

Grande mostra al Centro Esposizioni del MuDA – Museo Diffuso di Albisola – e al Museo della Ceramica di Savona, dal 30 maggio al 6 settembre 2026. Oltre trenta nuove opere in ceramica di Ugo Nespolo celebrano il legame tra l’artista torinese e la terra ligure. Un ritorno alle origini che si traduce in nuova linfa creativa.

Dal 30 maggio al 6 settembre 2026, Albissola Marina e Savona ospitano la mostra ‘Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato’, un’ampia rassegna dedicata alla recente produzione ceramica di Ugo Nespolo, a cura di Riccardo Zelatore. In esposizione oltre trenta opere inedite, realizzate dall’artista alla storica manifattura Ceramiche Pierluca di Albissola. L’esposizione è promossa dalla Fondazione Museo della Ceramica di Savona ETS – ente strumentale della Fondazione De Mari CR Savona – e dal Comune di Albissola Marina.

Il titolo scelto per la mostra, ‘Fuoco ritrovato’, evoca calore, energia ma suggerisce anche l’alchimia della cottura e il rinnovarsi della tensione creativa e della passione per la ceramica, che Ugo Nespolo coltiva fin dagli anni Sessanta.
In questo contesto, la Fondazione Museo della Ceramica di Savona ha riconosciuto la portata di un lavoro che non si limita a riattivare un legame storico, ma lo rinnova in forma contemporanea. La scelta di accogliere la mostra all’interno della propria programmazione risponde alla volontà di sostenere quei processi nei quali la tradizione ceramica albisolese torna a configurarsi come spazio di produzione attiva e aggiornata. In collaborazione con il Comune di Albissola Marina, nell’ambito del MuDA – Museo Diffuso di Albisola – la Fondazione ha quindi voluto dare forma a un progetto che restituisce al pubblico la densità di un momento generativo, in cui il sapere manifatturiero locale e la ricerca artistica si incontrano nuovamente su un piano di reciproca trasformazione.

Ugo Nespolo utilizza un linguaggio fatto di incastri cromatici, dinamismo e ironia. L’artista è capace di tradurre la sua espressione nella tridimensionalità della terra plasmata, nella quale il segno si fa volume. Ecco allora che campiture e composizioni sono portate ben oltre i limiti della bidimensionalità. Per Ugo Nespolo il rapporto con la ceramica non è frutto di un incontro occasionale, ma costituisce un capitolo fondamentale di una ricerca che attraversa pittura, cinema, design e decorazione. In questo senso, la ceramica diventa il terreno in cui convergono l’eredità delle avanguardie storiche, il lessico della Pop Art e la sapienza artigianale italiana. In particolare, questo nuovo ciclo di lavori testimonia la mai attenuata ammirazione di Ugo Nespolo per il Futurismo. Proprio ad Albisola, negli anni Trenta, la corrente futuristica ha trovato alcune fra le espressioni più originali, grazie alla sinergia tra poesia, ceramica, pittura e architettura. Non a caso, molte delle ceramiche del maestro dialogano con quell’universo espressivo, senza mai rinunciare alla propria personale carica generativa.

La mostra si articola su due sedi espositive, creando un dialogo tra due luoghi emblematici della ceramica ligure. Il Centro Esposizioni del MuDA – Museo Diffuso Albisola – costituisce il fulcro del percorso. Le opere di Nespolo – in prevalenza sculture autoportanti, sferiche e cilindriche, più alcune inedite piastre di poesia visiva e dei piatti graffiti e a rilievo – saranno chiamate a inaugurare il nuovo display museografico firmato dallo studio Gianluca Peluffo & Partners. Il cuore della mostra è stato pensato al Centro Esposizioni per la sua collocazione fisica e culturale: a poche decine di metri dalla bottega artigiana dove le opere sono state forgiate e dal Lungomare degli Artisti, galleria a cielo aperto popolata dalle opere degli autori che Nespolo ben conosceva e frequentava, a partire da Lucio Fontana.

Il Museo della Ceramica di Savona propone invece un inserimento dell’alfabeto essenziale delle forme create da Nespolo all’interno dell’ala più antica dell’edificio che ospita le maioliche rinascimentali e barocche. Volutamente poste in confronto e frizione con la collezione permanente, le modernissime sculture di Nespolo dimostrano la continuità storica del comparto manifatturiero ceramico locale, da sempre orientato all’unione delle competenze dei maestri artigiani e degli artisti. Tanto nel Seicento quanto oggi, le basilari forme del vaso, della coppa e del piatto vengono adattate agli usi simbolici e rappresentativi di una società mediterranea ed europea basata sui codici comunicativi delle immagini, reinventati e contaminati in modi sempre nuovi.

Ad accompagnare il processo di realizzazione delle opere, lo sguardo di Marcello Campora, architetto e fotografo, vicepresidente della Fondazione Museo della Ceramica di Savona, che ha seguito con attenzione poetica le fasi di realizzazione, mettendo a disposizione della mostra una selezione dei suoi scatti. Le immagini, integrate nel percorso espositivo, restituiscono il tempo della lavorazione e il dialogo tra gesto, materia e fuoco.

Ugo Nespolo è un infaticabile sperimentatore di nuove possibilità creative e opera in un ampio campo di discipline. Laurea in Lettere con tesi in Semiologia (UniTo), Diploma in Pittura all’Accademia Albertina di Torino e Laurea Honoris Causa in Filosofia (UniTo). Nella seconda metà degli anni Sessanta fa parte della Galleria Schwarz di Milano che annovera tra i suoi artisti Duchamp, Picabia, Schwitters, Arman. La sua prima mostra milanese presentata da Pierre Restany, dal titolo Macchine e Oggetti Condizionali, rappresenta in qualche modo il clima e le innovazioni del gruppo che Germano Celant chiamerà Arte Povera.
Nel 1967, a seguito dell’incontro con Jonas Mekas, P. Adams Sitney, Andy Warhol e Yōko Ono, è pioniere del Cinema Sperimentale Italiano, nato sulla scia del New American Cinema. A Parigi Man Ray gli dona il testo per un film che Nespolo realizzerà col titolo Revolving Doors. I suoi film sono stati proiettati e resi oggetto di dibattito in importanti musei tra i quali il Centre Pompidou a Parigi, la Tate Modern a Londra e la Biennale di Venezia.
Con Baj Nespolo fonda l’Istituto Patafisico Ticinese e ad oggi è riconosciuto come una delle maggiori autorità in questo campo. Verso la fine degli anni Sessanta, con Ben Vautier, dà il via a una serie di concerti Fluxus: tra questi, il primo concerto italiano dal titolo Les Mots et les Choses. Sicuro che la figura dell’artista non possa che essere quella dell’intellettuale, studia e scrive con assiduità di discipline e fatti legati all’estetica e al sistema dell’arte. Collabora con continuità alle pagine culturali del Sole 24 Ore, La Stampa, Il Foglio, pubblica i suoi scritti con Einaudi e Skira. Ha esposto con grande successo in gallerie e musei in Italia e nel mondo.

Il curatore, Riccardo Zelatore: “Per Ugo Nespolo la ceramica è un terreno di sperimentazione”
Commenta il curatore, Riccardo Zelatore: “Per Ugo Nespolo la ceramica non è un semplice supporto, ma un terreno di sperimentazione, dove il colore si fa sostanza. In queste nuove sculture, realizzate presso Ceramiche Pierluca, ritroviamo la sintesi tra la sapienza artigiana del territorio e l’eclettismo intellettuale dell’artista”.

Il catalogo, edito da Moebius Books, raccoglie contributi di Nespolo, Zelatore, di Dario Bevilacqua delle Ceramiche Pierluca e di Luca Bochicchio, direttore scientifico del Museo della Ceramica di Savona, documentando la recente produzione ceramica dell’artista.

Info.
Al MuDA Centro Esposizioni (Via dell’Oratorio 2, Albissola Marina) è possibile visitare la mostra con i seguenti orari: da martedì a domenica dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dalle ore 17:00 alle ore 19:00; lunedì chiuso.
Al Museo della Ceramica (Via Aonzo 9, Savona) è possibile visitare la mostra con i seguenti orari: lunedì, martedì, giovedì dalle ore 10:00 alle ore 13:00; venerdì dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 15:00 alle ore 18:00; sabato dalle ore 10:00 alle ore 18:00; domenica dalle ore 10:00 alle ore 14:00. Mercoledì chiuso.

Autore: Sara Debora Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.com 6 giugno 2026

CAORLE (Ve). Mostra “Futurism: Prophecy and Revolution”,

Balla, Boccioni, Carrà, Russolo, Depero, Ambrosi, Fasullo, Tato e molti altri protagonisti della grande avanguardia storica saranno esposti in “Futurism: prophecy and revolution” dal 5 giugno al 6 settembre 2026 al Centro Culturale A. Bafile di Caorle (Ve)

“Per essere futurista non ci vuole patente.
Per essere futurista non occorre schedario.
Per essere futurista basta amare ed odiare: odiare il conformismo, odiare l’ipocrisia, amar l’intelligenza, amar la libertà”

Una mostra di oltre 60 opere, promossa dal Comune di Caorle e curata da Matteo Vanzan di MV Arte, che vuole raccontare il Futurismo come la vera grande rivoluzione che fu, in grado di rinnovare non solamente le arti visive, ma, per certi versi, anche la vita stessa.
Le opere, provenienti da prestigiose collezioni private e pubbliche come il Patrimonio artistico Banco BPM e il Museo dell’Aeronautica G. Caproni di Trento, si alterneranno in un percorso di pittura, scultura, fotografia, manifesti e arte applicata con una particolare attenzione per le pubblicazioni futuriste come nel caso di “Mafarka il futurista” del 1911 e “Zang Tumb Tumb” di Filippo Tommaso Marinetti del 1914 oppure “Guerrapittura” di Carlo Carrà del 1915 e “L’Arte dei rumori” di Luigi Russolo del 1916.
Nel mezzo opere iconiche o riscoperte come la “Battaglia di Sassabaneh” di Italo Fasolo (Fasullo) esposta nella Biennale di Venezia del 1938, “Scendendo in città dal cielo” di Alfredo Gauro Ambrosi, tra le massime espressioni di aeropittura datato 1933, che si affiancheranno a quelle di Cesare Andreoni, Luigi Bonazza, Bot, Anselmo Bucci, Tullio Crali, Giulio D’Anna, Renato Di Bosso, Michele Falanga, L. R. Johannis, Marisa Mori, Francesco Balilla Pratella, Fides Testi Stagni, Osvaldo Toschi, Tato e molti altri.

“La mostra Futurism: Prophecy and Revolution” afferma il Vice Sindaco e Assessore alla Cultura Luca Antelmo “rappresenta un’occasione preziosa per avvicinarsi a uno dei fenomeni più dirompenti della storia dell’arte contemporanea. Il percorso espositivo invita il pubblico a scoprire la forza visionaria di artisti che seppero anticipare temi ancora attuali: il dinamismo urbano, il rapporto con la tecnologia, la trasformazione dei linguaggi e la continua tensione verso il nuovo. Portare a Caorle un progetto di tale valore significa offrire un’esperienza capace di unire approfondimento scientifico e coinvolgimento emotivo”.
“Profezia e rivoluzione”, dichiara il curatore Matteo Vanzan, “intende offrire uno spaccato del Futurismo presentandolo come un movimento coerente e compatto che, dal Manifesto di Marinetti, attraversa la prima metà del Novecento fino al secondo dopoguerra. Il titolo trae ispirazione da una lettera di Umberto Boccioni, esposta in mostra, dal tono sorprendentemente profetico e scritta un anno esatto prima della sua morte. Profezia e rivoluzione sono, del resto, due anime fondative del Futurismo, capaci di intrecciarsi con le visioni e i radicali mutamenti che il movimento introdusse non solo nelle arti, ma anche nella moda, nella musica, nella poesia, nell’editoria e perfino nella cucina”.

Più che un’avanguardia artistica, il Futurismo fu infatti una vera rivoluzione culturale: un movimento capace di travolgere persino il modo stesso di vivere la modernità, trasformandosi in una chiamata collettiva all’azione, al cambiamento e alla velocità. «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità», proclamava Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto del Futurismo, dando voce a una generazione decisa a rompere definitivamente con il passato. Non soltanto una nuova estetica, ma una nuova idea di società, fondata sul dinamismo, sull’energia e sulla volontà di rinnovamento. Con le sue intuizioni radicali, il Futurismo anticipò molti dei linguaggi che avrebbero caratterizzato il secondo Novecento, dalla Pop Art alla poesia sonora, dalla comunicazione pubblicitaria al design contemporaneo. Ancora oggi il movimento appare sorprendentemente attuale nella capacità di interpretare temi come la velocità delle immagini, la contaminazione tra discipline e il rapporto tra arte e vita quotidiana. “Futurism: Prophecy and Revolution” propone così un ampio sguardo sul Futurismo come fenomeno unitario e trasversale, raccontandone non solo la portata estetica, ma soprattutto la forza visionaria e rivoluzionaria che ne fece uno dei movimenti più influenti e controversi del XX secolo.

Info:
Centro Culturale A. Bafile – Rio Terà delle Botteghe, Caorle (Ve)
La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Caorle (Ve) ed organizzata da MV Arte, è aperta tutti i giorni dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 18:30 alle 22:00 con ultimo accesso 30 minuti prima della chiusur
BIGLIETTO: Intero: 10 euro Ridotto: 6 euro Biglietto gratuito per under 18, studenti universitari fino a 25 anni, portatore di handicap e accompagnatore
www.caorle.eu www.mvarte.it

CODROIPO (Ud). A Villa Manin il capolavoro di Klimt, Nuda Veritas.

Mostra organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC FVG e MondoMostre, in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum di Vienna.
È un’opera che sicuramente vale un viaggio. Perché “Nuda Veritas” di Gustav Klimt non è solo uno dei capolavori dell’artista viennese ma è un dipinto che intriga, e poi interroga, chi lo osserva. Spinge a riflessioni che vanno oltre la semplice ammirazione dell’opera.
Un’opportunità realmente eccezionale quella di mettersi vis a vis con questo clamoroso dipinto che, fino al 6 settembre 2026, viene esposto in Villa Manin a Passariano di Codroipo in una mostra dell’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC FVG con MondoMostre, in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum di Vienna.
L’esposizione è curata da Cäcilia Bischoff. Il prestito di “Nuda Veritas” di Gustav Klimt rappresenta un evento culturale di grande rilievo internazionale e testimonia l’importanza del dialogo culturale europeo nella condivisione dei capolavori. L’opera, concessa grazie alla collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum, testimonia il prestigio raggiunto dal territorio friulano nel panorama artistico europeo.
“Nuda Veritas” è considerata una delle espressioni più intense della modernità artistica, capace di unire bellezza estetica e riflessione etica. Il dipinto rappresenta una donna nuda, di una nudità volutamente esibita, persino sfrontata, totalmente diversa dalle rappresentazioni di nudi femminili dell’epoca. Questa è una donna sicura di sé, che affronta lo sguardo di chi la giudica, senza temerlo.
La “Nuda Veritas” “con i suoi riccioli selvaggi e la bocca cattiva e fanatica” venne dipinta da Gustav Klimt nel 1899. È un olio su tela, di centimetri 252 x 56,2, conservato a Vienna presso il Theatermuseum. Il fuoco aranciato dei riccioli e dei peli del pube spicca sul corpo bianco, calamitando lo sguardo. Ma è una esibizione non destinata a catturare i sensi bensì l’intelletto. Perché la verità è potente, conquista l’attenzione, il palcoscenico, quasi. E nessuno può tenerla nascosta. L’occhio poi si fissa sullo specchio che lei tiene non rivolto a sé ma a chi la osserva: un invito a riflettere; quasi un gesto di sfida. Lo sguardo si allarga ad un cielo perlaceo, iridescente, al serpente che risale la gamba della donna, ai carnosi fiori di magnolia…
Nulla qui è casuale, sembra di assistere, forse incapaci di decrittarlo fino in fondo, ad un potente, vitale messaggio in codice. Klimt non ha dipinto un “nudo” sotto le spoglie di un’allegoria, bensì ha dipinto un’allegoria sotto le spoglie della nudità. La verità è una costruzione precaria. Stranamente indecisa e priva di contorni. Ambivalente ed ambigua, ma anche la notte indistinta ha le sue qualità, perché “l’oscurità non solo vela le cose, ma può anche proteggerle e nasconderle”.
La composizione, simile a una colonna che sfiora quasi i piedi e la testa della figura, è incorniciata da due tavolette dorate con iscrizioni. Il serpente risale dalla cornice, vicino allo spettatore ed al centro della composizione, scavalcando la tavoletta inferiore recante l’iscrizione “Nuda Veritas”.
Con il corpo blu acciaio delineato in nero e gli occhi penetranti, il rettile si allontana da noi, si avvolge intorno ai polpacci della donna e poi torna in nostra direzione. Due soffioni di tarassaco fungono da luminosi punti luce. L’iscrizione della tavoletta superiore recita: “Kannst du nicht allen gefallen durch deine that und dein kunstwerk = mach es wenigen recht. vielen gefallen ist schlimm. Schiller.” (“Se non puoi piacere a tutti con la tua opera e il tuo lavoro artistico = accontenta pochi. Piacere a molti è male. Schiller.”).
Sebbene datata 1899, Klimt dipinse questo capolavoro nel 1898 e nel marzo del 1899 l’opera fu inclusa nella quarta esposizione della Secessione. A oltre un secolo dalla sua realizzazione, “Nuda Veritas”, conserva una sorprendente attualità sociale: Klimt mette in scena una figura che sfida il giudizio pubblico e rivendica con forza la libertà di essere vista, ascoltata e riconosciuta senza compromessi.
Nel Salone centrale di Villa Manin, “Nuda Veritas” è allestita in modo elegante e, per così dire, senza tempo. Il contesto e gli approfondimenti sono riportati sui pannelli informativi a corredo.
Nelle prime due sale, prima di arrivare al dipinto, vengono illustrati i legami di Klimt con l’Italia e viene presentata la sua biografia.
La sala successiva è dedicata ai molteplici livelli di significato dell’opera, poiché la “Nuda Veritas” è più complessa di quanto il titolo lasci supporre. Dopo aver potuto ammirare con calma l’affascinante capolavoro di Klimt, il tema delle “molte verità” viene ripreso in modo creativo.
Infine, nell’ultima sala, il visitatore viene condotto nel mondo reale di Villa Manin con un riferimento alle decorazioni murali storiche. Gustav Klimt fu uno dei protagonisti della Vienna moderna di fine Ottocento, contribuendo al superamento degli stili storicisti verso l’arte moderna.
Il dipinto dialoga idealmente con gli affreschi di Louis Dorigny conservati a Villa Manin, che affrontano temi come desiderio, identità, bellezza e trasformazione. Villa Manin, luogo storico legato al Trattato di Campoformio, diventa così uno spazio di incontro tra memoria storica e arte contemporanea.
«La presenza della “Nuda Veritas” a Villa Manin rende possibile instaurare un dialogo tra questa riflessione sulla verità senza compromessi e un luogo che, in termini storici, segna anch’esso uno spostamento di paradigma. Antica residenza dell’ultimo Doge di Venezia e quartier generale di Napoleone, la villa fu teatro del Trattato di Campoformio, che sancì la fine della Repubblica Veneziana e ridisegnò gli equilibri politici dell’Europa: un luogo di memorie ed uno spazio di soglia, oggi trasformato in sede espositiva».
Mario Anzil, Vicepresidente e Assessore Regionale alla Cultura e allo Sport «Abbiamo costruito un programma solido e riconoscibile, guidato da linee che pongono al centro le collaborazioni internazionali, rafforzate dalla reputazione consolidata grazie ai risultati raggiunti nel corso del 2025 e nella prima parte del 2026. In questo percorso si inserisce il ruolo di ERPAC FVG nella promozione e valorizzazione del patrimonio culturale regionale, attraverso iniziative capaci di coniugare qualità scientifica e apertura al grande pubblico. L’opportunità di ospitare la “Nuda Veritas” di Gustav Klimt – peraltro alla sua ultima tappa espositiva – rappresenta in questo senso un’occasione davvero eccezionale: un’opera che non si limita ad essere ammirata, ma che interroga profondamente chi la osserva. Una scelta che assume un valore particolare anche per Villa Manin, dove si attiva un dialogo estetico tra la poetica klimtiana e l’identità architettonica della Villa, in relazione anche con gli apparati decorativi storici, generando un confronto capace di valorizzare entrambe».
Lydia Alessio-Vernì, Direttrice generale Ente regionale per il Patrimonio culturale – ERPAC FVG «La “Nuda Veritas” di Gustav Klimt incarna una visione artistica che concepisce la verità non come una zona di comfort, ma come una sfida intellettuale. Presentare questo capolavoro iconico proveniente dal Theatermuseum di Vienna a Villa Manin è quindi anche un gesto europeo di potente significato: i legami culturali tra Vienna e l’Italia, tra il Modernismo viennese e il mondo mediterraneo, fanno da tempo parte di una storia europea condivisa di idee e scambi artistici. Soprattutto in un’epoca di menzogne strategiche e rinnovate tensioni sociali, l’opera di Klimt ci ricorda che l’Europa è sempre stata anche un progetto di apertura, di dialogo sulla verità e di libertà artistica».Jonathan Fine, Direttore Generale del KHM Museum Association
«L’arrivo della “Nuda Veritas” di Gustav Klimt a Villa Manin rappresenta un’importante occasione di collaborazione internazionale grazie al prezioso prestito del KHM-Museumsverband. Si tratta di un’opera eccezionale, raramente concessa in prestito, che offre al pubblico la possibilità di un incontro ravvicinato con uno dei capolavori più emblematici della modernità europea. Siamo orgogliosi di affiancare ERPAC FVG in un progetto che conferma Villa Manin come sede privilegiata di iniziative espositive di profilo internazionale e luogo di dialogo tra patrimoni, storie e culture europee».
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Moebius.

Info:
Martedì – domenica dalle 10:00 alle 19:00 Apertura straordinaria: lunedì 1 giugno
Intero Klimt: €8,00 Ridotto* Klimt: €5,00 Ridotto gruppi** Klimt: €4,00 Intero cumulativo (mostra Klimt + mostra “Ruota Libera”): €10,00 Ridotto cumulativo (mostra Klimt + mostra “Ruota Libera”): €7,00 Ridotto gruppi cumulativo (mostra Klimt + mostra “Ruota Libera”): €5,00.
Bambini fino a 12 anni non compiuti; accompagnatori di gruppi (1 ogni gruppo); insegnanti in visita con alunni/studenti (2 ogni gruppo); un accompagnatore per disabile; tesserati ICOM; giornalisti con regolare tessera in servizio.
Prenotazioni: telefono +39 0432 821211 | email: bookshop@villamanin.it *Ridotto: Tesserati FAI; FVG Card; over 65 anni; ragazzi da 12 a 18 anni non compiuti; studenti fino a 26 anni non compiuti; diversamente abili; prima domenica di ogni mese.**Ridotto gruppi: min. 15 – max 25 persone, previa prenotazione abookshop@villamanin.it
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