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Michele Santulli. La scultrice di Abramo Lincoln, Ciociara.

Lavinia ‘Vinnie. E. REAM (1847-1914 Wisconsin, Nord-Est) da umili origini, già a 16 anni trovò occupazione in un ufficio postale, straordinario per una donna, anche nell’America dell’epoca, a Washington, dove la famiglia si era trasferita a causa di grave infermità del padre. Abile e attenta anche alla importanza delle relazioni, grazie alla conoscenza di un politico della zona entrò in contatto con uno scultore che la ingaggiò nel suo studio, dove perfezionò la sua pratica di modellare la creta, estremamente consona con le sue vere inclinazioni ed aspirazioni artistiche: in prosieguo grazie allo scultore protettore e maestro, abbandonò l’occupazione all’ufficio postale per dedicarsi pienamente alla scultura, sua autentica passione.
Vinnie aveva trovato la realizzazione delle proprie inclinazioni e capacità. Il lavoro intenso, lo spirito estroverso e l’amabilità contribuirono, pur se ancora adolescente, a spianarle la via del successo che già non ancora ventenne poté assaporare con opere e commissioni pubbliche estremamente significative per un principiante, specie se donna e giovanissima, in quei tempi di feroce maschilismo.
Grazie ai primi lavori presso il maestro ed anche ad una spigliata capacità relazionale, il politico amico e protettore si sentì stimolato a entrare in contatto con la squadra di collaboratori di Abramo Lincoln, il presidente degli Stati Uniti, passato alla storia per l’abolizione della schiavitù a costo di una sanguinosa guerra civile ed a costo anche della propria vita, assassinato da un fanatico antiabolizionista. Frequentando dunque gli uffici presidenziali Vinnie entrò in contatto col presidente stesso che apprezzò molto questa ragazzina così estroversa e volitiva e determinata, dagli occhi vivacissimi ed una capigliatura corvina fluente a boccoli fino sulle spalle.
Apprendere che doveva lavorare per la famiglia essendo il padre morto, contribuì non poco all’apertura del presidente che qualcosa del genere aveva conosciuto e perciò fu molto disponibile ad ordinarle l’esecuzione del proprio ritratto, Vinnie aveva circa sedici anni: le mise a disposizione uno studio nell’interrato della Casa Bianca ed ogni mattina, si racconta, durante cinque mesi, acconsenti a che la giovane scultrice riprendesse i dettagli della sua fisionomia.
Tale commissione al massimo livello politico e sociale significò per la appena diciassettenne giovane artista il suo primo importante incarico pubblico e la verifica delle proprie capacità -siamo nel 1863/64- permettendo allo stesso tempo ad Abrahm Lincoln di apprezzarne ancora maggiormente sensibilità, schiettezza e grande volontà. Intanto la guerra civile per l’abolizione della schiavitù iniziata nel 1862 fino al 1866, infuriava specie negli stati del Sud.
Il busto al quale Vinnie lavorò con il più grande impegno e sensibilità soprattutto nello sforzo di rendere e di interpretare quella fisionomia così perennemente malinconica e triste del Presidente, una volta terminato ed approvato fu presentato ad una mostra organizzata dal Congresso che doveva valutare il più degno scultore per la realizzazione di una scultura in marmo del presidente da destinare nella cosiddetta Rotonda del Campidoglio, cioè l’ambiente sotto la cupola: infatti il Presidente, il 15 aprile del 1865 come già detto era caduto sotto i colpi di un fanatico schiavista e perciò il Congresso si stava occupando del concorso organizzato per la realizzazione di una statua da dedicargli. E il concorrente che più rispondeva ai requisiti sembrava essere questa giovane, ora diciannovenne, dai capelli lunghissimi e neri, dagli occhi vivacissimi, bella, estroversa, volitiva, che aveva già goduto fattivamente l’ammirazione dell’ormai defunto e rimpianto Presidente.
In effetti erano disponibili non pochi artisti, alcuni già affermati e consolidati, per di più uomini: le donne a quell’epoca non contavano, non esistevano come artisti. Ed ora per la prima volta nella pur giovane storia del Paese si stava correndo il rischio che una donna, intelligente, oltre che esperta scultrice, combattiva, prendesse il loro posto.
Grande l’imbarazzo dei membri del Congresso nel dover valutare una candidata, ora di diciannove anni -siamo nel 1866- senza formazione ed esperienza, di umili origini, donna in una società di soli maschi. E non poche le critiche e le calunnie ed i sospetti visto il suo fascino e libertà, di possibili pratiche illecite e corruzione e raccomandazioni. Pur tuttavia la qualità incontestabile del ritratto presentato al concorso, la personalità decisa di Vinnie nonché la sua maturità e, in aggiunta, le attenzioni particolari del defunto presidente verso di lei, convinsero il Congresso a conferirle l’incarico prestigiosissimo.
Si immagini la baraonda mediatica in tutti gli Stati Uniti, questa giovanissima affascinante ragazza che oscurava la vecchia tradizione maschilista ed in aggiunta, apriva nuove possibilità al femminismo ed ai diritti delle donne. Pettegolezzi in quantità.
Iniziò il suo lavoro a modellare l’argilla da cui trarre in seguito l’esemplare definitivo in marmo o bronzo: lavoro particolarmente impegnativo anche per la mole del modello in quanto il presidente Lincoln era alto più di un metro e novanta e che lei aumentò di una decina di cm. Dopo circa parecchi mesi di lavoro meticoloso ed accurato, la scultura era terminata con soddisfazione di tutti e fu confermata la traduzione in marmo.
Vinnie decise di far eseguire il lavoro da marmorari italiani tutti grandi esperti nella lavorazione della pietra; così organizzò la spedizione del modello a Roma e si mise in viaggio. Era il 1868. Una volta a Roma approfonditi colloqui coi marmorari di Via del Babuino e di Via Margutta, accompagnata dal console americano a Roma, fecero maturare in lei, specie a causa delle dimensioni fuori del comune del modello, di trasferirsi direttamente a Carrara dove i marmorari avevano più dimestichezza ed esperienza dei grandi formati. E così avvenne ed il contratto fu concluso con una ditta locale specializzata, con la quale scelsero anche il blocco di marmo bianchissimo.
Il soggiorno a Roma intervallato con ripetuti viaggi a Carrara e anche con un soggiorno a Parigi, Vinnie, visti anche gli impegni familiari incombenti, dovette anche darsi da fare per guadagnare e così promuovere la propria presenza di scultrice che fu apprezzata, si racconta, dal compositore Liszt in quel periodo a Roma, dal pittore Gustavo Doré, dal cardinale legato della segreteria di Pio IX Giacomo Antonelli, ciociaro di Sonnino ed altri.
Durante la sua permanenza romana Vinnie entrò in contatto anche con i membri della ricca colonia di americani, tra questi due pittori non mancarono di ritrarre la scultrice: si rammenti che in questi due anni 1868-1870 di permanenza in città, a Roma, prima della “usurpazione dello Stato della Chiesa da parte dei Piemontesi” era ancora visibile ed evidente la sua ciociarizzazione cioè la presenza preponderante ed imponente della umanità ciociara nei suoi costumi ormai celeberrimi. Ed i due artisti americani hanno ritratto la splendida Vinnie in uno sgargiante costume ciociaro!
Uno dei due, quello realizzato da un notissimo ritrattista, G. Healy, si trova presso una istituzione specializzata nella raccolta di opere di artisti americani, il Smithsonian Institute.
La scultura in marmo di Carrara bianchissimo si ammira oggi nella Rotonda del Campidoglio (Casa Bianca) dove fu inaugurata nel gennaio 1873 alla presenza delle massime autorità tra cui il nuovo Presidente. E Vinnie aveva 23 anni.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

SCOZIA (GB). Un fermaporta da due milioni e mezzo di sterline.

Una scultura, valutata alcuni milioni di dollari, a lungo è rimasta a fungere da fermaporta all’interno di un capannone: incredibile, ma vero! Si ritiene, purtroppo, che siano capitati diversi casi in cui, per ignoranza o superficialità, opere di grande valore artistico e storico siano stati utilizzati come semplici oggetti comuni.
Quando, nel 1938, il consiglio comunale scozzese acquistò per la somma di 5 sterline, era noto l’autore della scultura: infatti si trattava del famoso artista francese Edmè Bouchardon; ma forse non si diede il giusto peso all’oggetto, al punto che nel 1938 la sua importanza era uscita dalla memoria di tutti ed il manufatto era stato promosso a fermaporta, posto su un uscio interno di un capannone.
La scultura, un busto maschile, raffigura John Gordon, colui che, forse e secondo il parere dell’Highland Council della città di Invergordon, un porto scozzese, ne fu il fondatore.
Artisticamente la scultura è ritenuta appartenente ad un neoclassicismo ante litteram, in quanto il suo stile, che dominò la fine del XVIII secolo, ricalca i dettami provenienti dalle arti greca e romana.
Bouchardon fu un artista che operò attivamente alla corte del re Luigi XV e fra le sue opere sono da annoverare la Fontana delle Quattro Stagioni, che iniziò a spruzzare acqua a partire dal 1745, e il dio Amore, che ricava il suo arco dalla clava di Ercole, opera terminata nel 1750.
Il busto, di cui si parla, è anteriore, cioè fu scolpito attorno al 1728, quando Bouchardon, trovandosi a Roma, incontrò Gordon e ne scolpì il busto. Questo è quanto è stato riportato da Steven McKenzie di BBC News. Gordon lo espose nel suo castello di Invergordon, dove rimase per diversi anni.
Verso la fine degli anni ì90 del XX secolo, Maxime Smith, consigliere di Inverdordon, cercando dipinti e abiti da cerimonia in un capannone, incappò nella statua, che teneva aperta una porta interna. La vide, ma non le diede il giusto peso, sicché se ne andò, senza pensarci più. E meno male che un altro, magari più addentro alla conoscenza dell’arte scultorea, la apprezzò e finì all’Highland Council dove, essendosi valutato il suo valore, non la espose mai al pubblico, pur avendola concessa in prestito al Louvre di Parigi nel 2006 ed al Getty Museum di Los Angeles nel 2017.
E il tutto sembrava che finisse lì. Invece, abbastanza recentemente ha attratto l’attenzione di uno sconosciuto ammiratore, il quale ha incaricato la casa di aste Sotheby’s di farla mettere in vendita, confermando che sarebbe disponibile a spendere due milioni e mezzo, o anche più, di sterline pur di averla; per di più, qualora il suo acquisto andasse in porto, ne farebbe scolpire una Naturalmente, la proposta ha attivato lunghi dibattiti, alla fine dei quali – almeno questo è il sentore – pare che si sia giunti alla decisione di dare il via alla vendita. Del resto, secondo il parere del consigliere Lyndsey Johnston, da un lato sarebbe un buon investimento per la città di Invergordon, mentre dall’altro i visitatori avrebbero potuto ammirare la copia, identica, dell’originale.
Il comune scozzese, nella sua qualità di proprietario del busto, pur avendo avuto il beneplacito per venderlo da parte della corte dello sceriffo di Tain, oggi ne è ancora il proprietario.
Finora, non mi sono giunte notizie in merito al futuro di questo busto, staremo a vedere in quale collezione andrà a finire.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Carlo Sbisà, pittore triestino.

Guardava i capolavori di Mario Sironi ma anche le opere di arte antica, con una sensibilità che aveva convinto perfino un’intenditrice come Margherita Sarfatti, grande ammiratrice dei dipinti di Carlo Sbisà (1899-1964).

Carlo era nato alla fine dell’Ottocento a Trieste, figlio di Carlo, macchinista navale, e Annalia Pillon, operaia in uno stabilimento industriale. Nonostante le origini umili, la sua passione per il disegno dimostrata fin da ragazzo convinse i genitori ad iscriverlo alla sezione artistica della civica scuola reale superiore della città, dove si diplomò nel 1916, prima di cominciare a lavorare come disegnatore presso i cantieri navali di Monfalcone. L’anno successivo venne trasferito a Budapest, dove visitò la città e durante alcune gite a Vienna, poté ammirare le opere grafiche di Klimt e Schiele. Tornato a Trieste, nel 1919 si trasferì a Firenze deciso a proseguire gli studi artistici, e per farlo entrò in contatto con il giovane pittore triestino Giannino Marchig, che lo aiutò ad inserirsi nella scena artistica della città. Dopo aver frequentato il corso di pittura tenuto da Arturo Calosci, Sbisà interruppe gli studi per imbarcarsi come lubrificatore di macchine sulla nave Absirtea, guidata dal padre e diretta a New York.
Dopo un breve soggiorno negli Stati Uniti rientrò in Italia, dove concluse gli studi nel 1920: due anni dopo esordì pubblicamente alla Biennale di Venezia con un ritratto in bianco e nero su carta. In quegli anni frequentò molti triestini che vivevano a Firenze, oltre che diversi artisti legati alla rivista Solaria, come Bruno Bramanti, Giovanni Colacicchi e Silvio Pucci, ma si legò soprattutto con Felice Carena.
Nel 1925 arrivarono le prime commissioni di soggetto religioso: una pala d’altare per una chiesa a Rovigo e due tele con San Francesco d’Assisi, presentate al concorso legato al settimo centenario della morte del santo. Entrambe le scene sono ambientate nella stanza spoglia del Conventino a Firenze, dove Sbisà aveva preso una camera nel 1923: la stessa architettura presente nelle due tele esposte alla Biennale nel 1926, Elisabetta e Maria e Ritratto femminile. Sono anni molto fecondi per l’artista, che nel 1927 rientrò a Trieste, dove tenne la sua prima personale alla galleria Michelazzi, con la presentazione di Italo Svevo.
In città condivise il suo atelier con gli amici Leonor Fini e Arturo Nathan, che aveva conosciuto grazie alla sua amica e modella Franca Jäger Isotti. Nel 1929 entrò nell’orbita del movimento Novecento, e partecipò con l’opera Due voci – La signora Franca Isotti (1928), alla Seconda mostra del Novecento italiano a Milano, promossa da Margherita Sarfatti.
Rimasto nel capoluogo lombardo, frequentò letterati del calibro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Giovanni Scheiwiller e Sergio Solmi, ma a livello espositivo ebbe poca fortuna, tranne una mostra nel 1931 alla Galleria del Milione, passata inosservata. Così l’anno seguente Carlo decise di tornare a Trieste, dopo aver prodotto molti dei suoi capolavori, come La Venere della Scaletta (1928), dove si notano sia riferimenti a Sironi che ai pittori del Manierismo toscano. Oppure Santa Cecilia (1931), premiata all’Esposizione internazionale d’arte sacra, giudicata da Carlo Carrà “ben condotta formalmente ma di un’espressione pittorica un po’ vecchina”.
Negli anni Trenta si dedicò soprattutto alle opere pubbliche, come gli affreschi per il salone d’onore della Casa del combattente (1934-35) e gli interventi per il nuovo palazzo delle Assicurazioni Generali, tra i quali due affreschi di soggetti legati al regime: Il lavoro costruttivo e Dopolavoro e ricreazione, entrambi nel 1937.
La morte del suo caro amico Arturo Nathan nel campo di concentramento di Biberach alla fine del 1944 causò a Sbisà una crisi molto forte, culminata nell’abbandono della pittura all’inizio degli anni Cinquanta: oggi i suoi capolavori sono custoditi al museo Revoltella di Trieste.

Autore: Ludovico Pratesi

Fonte: www.artribune.com 17 agosto 2025

POZZUOLI (Na). Giovanbattista Pergolesi… 12 icone di Vincenzo Luise tra memoria e speranza.

L’ultimo concerto di musica sacra, organizzato dall’apposito Ufficio della Diocesi di Pozzuoli (vescovo, monsignor Carlo Villano), a cura della Cappella musicale San Procolo (patrono della città), diretta dall’ottimo, professionale, M° don Giovanni Varriale, non si è tenuto a causa dell’intensa crisi tellurica da bradisismo, purtroppo ancora insistente.
Il tanto atteso evento ‘in agenda’, da svolgersi presso l’omonima basilica cattedrale, nel cuore dello storico Rione Terra, nei Campi Flegrei, avrebbe voluto, tra le altre finalità, riallacciare “un filo musicale con il suo figlio prediletto Giovanni Battista Pergolesi (nato a Jesi, vissuto a Napoli e morto a Pozzuoli), e quindi col mondo della cultura, interrotto nel 2019 dopo il Convegno internazionale, svoltosi presso il Palazzo Migliaresi – De Fraja, proponendo appunto il concerto: “Pergolesi. Tra Memoria e Speranza”, manifestazione patrocinata dalla Regione Campania, dal comune di Pozzuoli, dal Conservatorio di Musica: ‘San Pietro a Majella’ di Napoli, dall’Università partenopea Federico II e così via, ed il cui comitato scientifico intese porne la figura, come tiene ad affermare in una recente, documentale, pubblicazione, l’artista flegreo Vincenzo Luise.
<<In quanto appassionato di musica, aggiunge lo studioso appena citato, sono giunto al nostro compianto concittadino Giovanni Battista Draghi, detto Pergolesi. Un nome magico ed un dono della musica nel ‘700 napoletano tanto da incantare Ludwig van Beethoven e Gaetano Donizzetti, da Giuseppe Mazzini a Gioacchino Rossini, oltre a maestri e Principi del suo tempo. Si è chiesto più volte, come mai con quel nome e scendendo da quel paesino delle Marche, il piccolo Giovanni Battista Draghi sia stato ‘sbalzato’ fin in Via dei Tribunali a Napoli: ma forse più del talento potè l’indigenza, piombata inattesa dopo le devastazioni degli austriaci che, con la scusa della guerra di successione spagnola, avevano preso di mira l’Italia in gran dispetto…>>.
Vincenzo Luise poi, nella sua interessante ricerca, ricorda altresì del marchese Gabriele Ripanti, cultore del violino, che gli insegnerà l’amore per questo strumento. Ottimismo che naufragò “sotto l’onda lunga della recessione agricola, innescata da quel passaggio delle truppe austriache nel 1707, ed i conti economici di casa Draghi – Pergolesi cominciarono a non quadrare più”.
Fu così che, con “salde amicizie napoletane, nel 1724 Giovanni Battista detto Jesi più che Pergolesi, si ritroverà catapultato al Conservatorio dei Poveri di Gesù a Napoli, e non fra i convittori che pagavano la retta, ma fra gli alunni indigenti e sovvenzionati dall’istituto”.
Il resto del racconto è significato, forse, dalle 12 icone ad acquerello, di Vincenzo Luise, circa la vita del noto compositore italiano, di cui emerge la musica sacra dello “Stabat Mater” (1736). Appunto tra memoria e speranza.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

POZZUOLI (Na). Pina Testa e la sua pittura fluida, la libertà nella sua arte.

“La mia libertà nella mia arte”. Non è il ‘caratteristico’ motto perché ci si distingua, bensì il segno, tangibile ed indelebile, che fa pulsare sentimenti e suggestioni, tenacia e professionalità, dell’artista puteolana Pina Testa che, coerentemente, afferma di essere “libera per natura”, ispirata com’è e come si sente ad uno spirito creativo dagli orizzonti infiniti, in continuo movimento-mutamento. Tale cioè, sembra interpretare, da sostituire al ‘soggetto’ tradizionalmente inteso, il ‘motivo’, la ragione del dipingere. In giro per il laboratorio, che si potrebbe definire anche didattico, sito in via Guglielmo Marconi nella città flegrea, con vista diretta sulla storica chiesa, detta ‘del Purgatorio’, e dagli ambienti che costituiscono una meravigliosa quanto armonica fucina ‘galleria’ (conosciuta anche all’estero!), di lavori che mostrano il processo innovativo, l’impegno appassionato, nell’esposizione di dipinti significativi e nel realizzare altri, attraverso cui Pina Testa esprime le sue straordinarie emozioni, avendo operato altresì nell’arte della fotografia, nel teatro, nella moda e così via.
La sua indole libera, quale soffio vitale, si esprime a pieno -è dato leggere- nella sua pittura fluida, dove rivoli di colore si espandono sciolti, si fondono, si intrecciano, si rapprendono imprevedibili, governati come sono da una armonia aperta, senza vincoli, e da una curiosità per la vita e per il cosmo, in tutti i suoi aspetti e, spaziando su più temi sempre in evoluzione, non si lascia chiudere in correnti o schemi di maniera.
La sua “fluid art” ha un legame speciale con la terra flegrea di cui è figlia: il magma, che non si lascia chiudere in forme e rompe gli argini, le onde del mare, le farfalle, gli uccelli, si trasformano in colori che scorrono incontenibili e liberi, come la vita. Ci sta però, spiega Testa, una superiore armonia entro cui la materia si libra, la stessa delicata armonia che sta nelle sue geishe, statuarie ma morbide, e che è la cifra della nobile indole rivoluzionaria e contemplativa al tempo stesso.
Che dire, ancora, delle sue creazioni in tema di astrattismo, dove l’espressione pura e la libertà appunto creativa, restano alla base dell’enfasi pittorica, esulando dalla rappresentazione di oggetti reali, cercando e trovando le ragioni ed i percorsi di ogni mutamento necessario e di cambiamento, ‘dentro’ la pittura. Per obiettivi mai definiti e/o definibili, ma sempre ‘in divenire’, non avendo altro limite che quello della propria coscienza, libera, ove questa la conduca.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it