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Mostre: Palazzo Braschi racconta Roma

La Roma dei papi, delle grandi famiglie nobiliari, degli artisti, che per secoli si sono riversati nella citta’ ‘caput mundi’, rivive raccontata dagli inestimabili tesori d’arte di Palazzo Braschi, che il 4 maggio riapre dopo 15 anni di chiusura.

”Un’occasione per conoscere meglio Roma e la sua evoluzione nel tempo”, ha commentato il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che ha visitato in forma privata il palazzo, sede del Museo di Roma, apprezzando il restauro architettonico e l’allestimento museale di una piccola parte delle oltre 100mila opere della raccolta. Una realta’ cittadina di grande importanza per il sindaco Walter Veltroni, che ha sottolineato l’impegno, anche economico (9 milioni di euro), per riportare al suo splendore Palazzo Braschi con un recupero architettonico che ne valorizza con luminosita’ la struttura neoclassica. Ci sono voluti molti anni, ha detto Veltroni, perche’ si e’ trattato di lavorare su opere di pregio, che richiedono sempre grande attenzione. Senza contare che in questi anni, nonostante la chiusura, e’ stata curata anche la gia’ ricchissima collezione del museo con nuove acquisizioni. Tanto che, ha proseguito Veltroni, si e’ scelto di esporre a rotazione le opere, con lo scopo di far tornare piu’ volte romani e turisti a scoprire i tesori di Palazzo Braschi. Per la riapertura, l’allestimento e’ una sorta di mostra, dal titolo emblematico ‘Il Museo racconta la citta” ed e’ una scelta delle opere piu’ importanti e rappresentative che mostrano l’evoluzione architettonico-urbanistica e dei costumi di Roma dal XVI al XIX secolo.

Il restauro, ha detto l’assessore Giancarlo D’Alessandro, ha riguardato per il momento la facciata, il cortile interno, lo scalone d’onore e i primi due piani del palazzo che Pio VI Braschi dono’ al nipote Luigi alla fine del ‘700. Le condizioni del palazzo, quando nel ’98 e’ stato presentato il progetto di restauro, erano drammatiche, ha proseguito d’Alessandro e ci sono voluti 15 miliardi di lire per il consolidamento delle strutture, durato 15 mesi. L’intervento ha previsto inoltre l’impianto di climatizzazione e quelli di illuminazione e anti-intrusione. Entro l’anno, ha annunciato D’Alessandro, sara’ pronto il bando di gara per il restauro conclusivo del palazzo che, con un finanziamento di 8 milioni di euro riguardera’ il terzo piano. E forse, ha aggiunto l’assessore Gianni Borgna, l’eventuale apertura dell’ingresso del palazzo da Piazza Navona, che ne farebbe risaltare la monumentalita’. Borgna ha anche ricordato il grande lavoro di ricatalogazione dell’immensa collezione e la realizzazione del Centro di documentazione multimediale, da cui e’ possibile connettersi alla banca dati del Museo di Roma, accessibile anche via Internet. Un servizio indispensabile per un museo moderno, ha detto la curatrice della mostra Maria Elisa Tittoni, ancora di piu’ per quello ‘in itinere’ di Palazzo Braschi, che con ‘Il Museo racconta la citta” entra nella storia di Roma attraverso diverse sfaccettature.

Si inizia con le sale al primo piano, splendidamente illuminate (ma e’ un’esperienza anche la scala d’onore con statue del II secolo, stucchi e marmi) dove sono esposti dipinti e statue raffiguranti i fasti della citta’ papale e dei pontefici, a cominciare da Pio VI Braschi, il cui busto e’ stato acquistato due anni fa dagli eredi della famiglia. Davvero sorprendente la seconda sezione della mostra, dedicata ai luoghi della citta’ eterna, dove troneggia uno studiolo di legno intagliato con 18 vedute di Roma su pergamena. Molti i dipinti che raccontano una citta’ che non c’e’ piu’, Piazza del Popolo al tramonto, vedute del Quirinale (che hanno interessato moltissimo il Presidente Ciampi), un’irriconoscibile Piazza Navona senza chiese e fontane.

La terza sezione mostra il mondo dell’arte e della cultura, mentre la quarta, al secondo piano, e’ incentrata sulle grandi famiglie protagoniste della scena romana. Si comincia con l’arazzo dei Barberini e il dipinto che raffigura il torneo in onore di Cristina di Svezia. Molte sale sono dedicate ai Rospigliosi, con ritratti di fanciulli e amatissimi cavalli. Mentre dei Torlonia e’ ricostruita l’atmosfera del palazzo demolito nel 1902 ed in particolare la straordinaria Alcova, restaurata grazie all’intervento di Lottomatica e degli Amici dei Musei.

Fonte:ANSA

Archeologia: Museo grandi fiumi inaugurata nuova sezione

La Sezione dedicata all’eta’ del ferro nel Museo dei Grandi Fiumi a Rovigo, ospitata nel complesso dell’ex Monastero olivetano di San Bortolo, e’ stata inaugurata oggi dal presidente della Regione del Veneto Giancarlo Galan. Ad un anno dall’apertura al pubblico, e’ detto in una nota della Regione, il Museo amplia cosi’ il suo settore espositivo che finora aveva riguardato l’eta’ del bronzo significativamente rappresentata dalla terra bagnata dai bassi corsi dei due grandi fiumi italiani il Po e l’Adige e da quanto emerso dalle ricerche avviate piu’ di trent’anni fa e tuttora in corso.

”Inauguro volentieri un’opera che abbiamo concepito insieme”, ha detto Galan durante la cerimonia, alla quale erano presenti numerose autorita’, ed ha aggiunto: ”Ci tenevo molto all’apertura ufficiale di questa nuova sezione. Capita spesso ai pubblici amministratori di inaugurare un’opera magari iniziata da chi li ha preceduti; ma non e’ questo il mio caso. Quando l’amministrazione comunale precedente l’attuale, che era di centrosinistra, e’ venuta a propormi l’iniziativa l’ ho reputata buona ed ha trovato corrispondenza. Continueremo ad appoggiare il Museo dei Grandi Fiumi”.

”La presenza del presidente Galan – ha sottolineato il sindaco di Rovigo Paolo Avezzu’ – e’ un segno dell’attenzione che la Regione ha avuto verso questa iniziativa. Del resto lo attesta anche il finanziamento di 1,5 miliardi di lire stanziato per la prima Sezione, quella dell’eta’ del bronzo. Inoltre nella legge finanziaria regionale del 2002 sono stati resi disponibili per il Museo altri 500mila euro. Aperto al pubblico nell’aprile scorso ha avuto nel 2001 circa 5000 visitatori ed in questi mesi del 2002 altri 1200”. Avezzu’ ha voluto espressamente ringraziare il direttore scientifico del Museo il dott. Raffaele Peretto e la Sovrintendenza archeologica e l’amministrazione provinciale per il loro apporto ed sostegno. Le panoramiche storiche, culturali e commerciali dell’esposizione museale, riguardanti l’area mediterranea ed europea nell’eta’ del ferro si inseriscono in suggestive scenografie che portano a ripercorrere il vivace processo sociale ed economico dell’antico territorio palesano nei secoli VI. e V. a.C..

Attraverso ricostruzioni virtuali e avanzate tecnologie, l’acqua e le sue molteplici manifestazioni sono esaminate in stretto rapporto con la storia dell’uomo e portano il visitatore a ripercorrere un viaggio immaginario attraverso le tappe fondamentali dell’evoluzione biologica e culturale.

Fonte:ANSA

Il libero desiderio in 300 opere

Andrè Breton saltò giù dall’autobus. Aveva visto nella vetrina della galleria di Paul Guillaume, a Parigi, un’immagine enigmatica, che lo aveva colpito. «Il cervello di bambino», dipinto da Giorgio de Chirico due anni prima, nel 1914, era il ritratto del padre del pittore, brutto, ma denso di significati. Le colonne, i buchi neri degli archi sullo sfondo erano inequivocabili simboli sessuali. Breton rimase a guardarlo per quasi mezz’ora in silenzio e se ne andò. Riuscì a comprarlo solo nel 1919 e per tutta la vita lo tenne appeso sulla parete accanto al suo letto.Con questo quadro si apre la mostra Surrealism: Desire Unbound, «Surrealismo, desiderio libero», appena arrivata dalla Tate Modern di Londra al Metropolitan Museum, dove rimarrà fino al 12 maggio. È una carrellata attraverso più di trecento quadri, sculture, fotografie, documenti, libri, poesie, lettere, manoscritti, film e memorabilia di quel movimento, che considerando il desiderio, l’amore, il sesso e la libertà la salvezza dell’umanità, scosse le certezze dei benpensanti in una Francia severa e bacchettona. Nel 1920, infatti, era stata approvata la legge che considerava crimini il controllo delle nascite e l’aborto e fino a tutti gli anni trenta il tribunale militare condannava senza tregua cercava di sopprimere la letteratura sovversiva dei militanti comunisti. In questo clima, nel 1924 Andrè Breton emanò il manifesto del Surrealismo, quel movimento che attraversava le arti e provocava la borghesia. I primi a fare parte del gruppo furono Paul Eluard, Louis Aragon, Giorgio de Chirico, Philippe e Marie Louise Soupault. Si ritrovavano in un appartamento al 15 di rue de Grenelle, dove per sei mesi, fino all’aprile del 1925, organizzarono l’Ufficio Centrale di Ricerche Surrealiste aperto a chiunque volesse avere informazioni più dettagliate e capirne di più sul surrealismo. Nel frattempo appiccicavano sui muri di Parigi manifesti del tipo «Se amate l’Amore, amerete il Surrealismo», e contagiavano con la loro febbre di libertà chiunque entrasse nel loro raggio d’azione.De Chirico con i suoi paesaggi metafisici degli anni dieci era stato il precursore di questa corrente che abbatteva tutte le barriere fra le varie forme d’arte e di conoscenza, si ispirava ai sogni, dava spazio all’immaginazione e pretendeva di esplorare il corso dei pensieri. Erano inevitabili i collegamenti con la psicoanalisi di Sigmund Freud, che con le sue teorie aveva contagiato le menti ricettive degli artisti. Nel grande fiume del surrealismo che scorrendo travolgeva chi era pronto a farsi travolgere, confluirono i protagonisti del movimento Dada, da Marcel Duchamp a Man Ray, Francis Picabia, che da Parigi avevano attraversato l’oceano per portare negli Stati Uniti il vento della protesta. Ma se la rivoluzione dada era stata in nome della follia, del gioco, dell’ironia per dissacrare tutto quello che fosse razionale nell’arte, il movimento capitanato da Breton andava oltre e metteva in cima alla piramide il desiderio, l’amore, la sessualità. Salvador Dalì coi suoi paesaggi rarefatti, ma impregnati di ansietà sessuali e ossessioni oniriche, diventò uno degli interpreti più fertili, spaziando dalle tele alla produzione di oggetti, alla creazione dei soggetti cinematografici. Insieme a Louis Bunuel firmò quello di Un Chien Andalou e de L’Age d’Or. Il primo fu pubblicato da Breton alla fine del 1929 sull’ultimo numero della rivista La Rivoluzione Surrealista.Fu l’ingresso ufficiale dei due artisti, che avevano coniugato satira politica e tensione sessuale. «Il mio film non esisterebbe se non esistesse il surrealismo», commentò il regista.Sono gli anni in cui Dalì, s’invaghisce di Gala, la moglie di Paul Eluard, che era già stata, col consenso del marito, amante di Max Ernst. Gala, di dieci anni più grande di lui diventerà sua moglie e musa per il resto della vita. Questa era la peculiarità del movimento surrealista, che nell’abbattere le barriere tra la realtà e la fantasia, tra il cinema, la letteratura e le arti figurative, spazzava via le gabbie, eliminava le etichette, sganciava chiunque lo avesse abbracciato da qualsiasi tipo di legame, a meno che non fosse una scelta dettata dal desiderio, che Guillaume Apollinaire considerava la forza più potente nell’essere umano. Anche Giacometti, prima ancora di trovare la sua lingua nelle figure solitàrie e filiformi fu cooptato nel gruppo. Quando Breton vide al suo studio L’Oggetto Invisibile, fu calamitato dall’aria innocente e nello stesso tempo di attesa che emanava da quella figura acerba di ragazza con gli occhi sgranati, la bocca aperta, le mani dalle dita sottili, che sembravano reggere appunto un oggetto invisibile. Come Giacometti, Picasso entrò ed uscì dal Surrealismo. Con la sua personalità prepotente, che non si era fatta nemmeno imbrigliare dal cubismo di cui era stato precursore dietro l’impulso di Cezanne, diede il suo contributo con opere tipo L’urlo del 1927 o Nudo in piedi sulla spiaggia del 1929 e poi se ne andò. Chi fu identificato col movimento stesso fu Magritte. Chi rimase fedele senza scalpitare fu Max Ernst. Anzi, quando sposò Peggy Guggenheim, che nell’ottobre del 1941 aprì sulla 57ma strada la galleria «Art of thè Century», insieme a Marcel Duchamp diventò il suo consigliere artistico e le opere dei surrealisti invasero la collezione dell’ereditiera americana. Max Ernst, però, la lasciò per sposare una giovane pittrice americana, surrealista pure lei, come dimostra The Birthday, l’autoritratto, che incantò Ernst. Era Dorothea Tanning. Insieme a Frida Khalo e le fotografo Lee Miller, grande amore di Man Ray e Dora Maar, una delle muse di Picasso sono tra le poche donne ammesse a fare -parte del movimentò. Era sempre Breton che decideva chi fare entrare e. chi escludere da questa corrente che in nome della libertà aveva finito per creare un’altra gabbia.

Autore: Fiamma Arditi

Fonte:L’Unità – Orizzonti

Quando i Musei fanno i conti con le folle

Come gestire le opere d’arte quando i soldi sono sempre più abbondanti, e come presentarle quando la cultura dei visitatori si fa più scarsa? E gli allestimenti si vogliono protagonisti come gli " eventi" ; e quindi i contenitori e le trovate e gli addobbi prevaricano su tutto; e col pretesto delle mode in corso si addensano gli intrecci fra i musei e le manifestazioni e il mercato e la critica…Allora, si discute: quali materiali e quali colori sulle pareti, dietro i dipinti dei vari secoli? Pietre o intonaci o stoffe, bianche o rosse o verdi o gialle o blu? Con quale luce o quali tecniche illuminarli? Ma soprattutto,con quale criterio sistemare, l’ordinamento? Storico e geografico, . nazionale, decorativo, ideologico, tematico, provocatore-scandalistico?I visitatori sono sempre più numerosi; e anche più passivi, circa i must «da non perdere». Vale sempre l’esperienza del Mauritshuis, all’Aia: un museo piccolo, con poche stanze, ma pochissimi durante la mostra di Vermeer facevano qualche passo per vedere anche i Rembrandt; e reciprocamente, quando l’«evento» era Rembrandt, molti venivano di lontano con prenotazioni e spese, ma non percorrevano queidueotre metri in più per guardare anche i Vermeer.Ora si potrebbe confrontare l’esperienza di Basilea.Quasi nessuno al Kunstmuseum, pieno di magnifici Léger e Giacometti e Kokoschka e Kirchner. E ritratti mirabili di Picasso e Schiele. Una piccola folla invece alla nuova Fondation Beyeler, dove i classici del Novecento sono i medesimi, e arrivano addirittura a Warhol. (Conle professoresse che spiegano ai giovani Elvis Presley e Jackie Kennedy, in quanto icone ormai antiche).Il padiglione di Renzo Piano è bellissimo: come già era felice, anche là in una periferia verde, la sua Fondazione Menil a Hou-ston. Qui i blocchetti di granito rosso suggeriscono un effetto-Missoni all’esterno, sotto un tetto molto techno. Mentre le pareti bianche delle sale appaiono eleganti e nobili, sopra il parquet chiaro, perché i quadri sono appesi isolati, molto lontani l’uno dall’altro. (Tutto l’opposto della Collezione Bùhrie, a Zurigo, che ha ancora la civetteria di tenere sette o otto Van Gogh su una sola paretina, in una saletta di una villa vecchiotta. Ma la paretina vicina ha altrettanti Cézanne; e così via).Il signor Beyeler è un grande gallerista, da oltre mezzo secolo. Dunque ha tenuto opere splendide e poetiche, soprattutto di Picasso e Matisse e Rousseau e Braque. Ma in ogni sala ha disposto delle stupende opere lignee africane e oceani- queste pareti così bianche e che: per non dimenticare che le smisurate sono una sfida per i avanguardie storiche col gusto conformisti dello spray selvag-dei " primitivismi" le copiavano così come gli scultori romani rifacevano gli originali greci; e come le transavanguardie " anni 70" riproducevano i disegni dei bambini, recuperando la cotta surrealista per gli schizzi dei pazzi. Ma c’è anche una morale: ecco una creazione novecente-sca di ricchezza già " virtuale" , quando i galleristi valorizzano con quotazioni altissime i manufatti che in epoche " coloniali" venivano portati via spendendo zero.Tutto l’ambiente è insieme rigido e soft: color latte, con divanoni gradevoli e " chicche" tipo riflessi da uno stagno (fuori) tipo quello di Monet a Giverny, qui ammiccanti a un pannello -ne di ninfee, di Monet stesso. Ma con un saluto, intanto, oltre lo stagno, ai profilini di sasso su un pendio d’erba messi da Gae Aulenti sotto il castello di Emilio Pucci in Toscana. E i Léger e i Mirò e i Bacon f sono solo di qualità extra:non come quelle antologiche dove il livello medio abbassa pericolosamente la valutazio-ne. Scoppiala felicità dei grandi metraggi, quando ai " pop" degli anni Sessanta è chiaro che i musei (e non più i privati) li comprano subito. Ma queste pareti così bianche e smisurate sono una sfida per i conformisti dello spray selvaggio: ai graffiti metropolitani si addice di più una facciata appena restaurata di qualche Sangallo, oppure una galleria nuova e moderna di Piano? («Siamo writers o vandali?» si chiedereb be il sommo Totò). Qui, comunque, si tengono sottovetro i Mondrian dove c’è molto bianco, e i Klee su un sacco sfrangiabile. I Kandinskij e Picasso molto colorati sono invece sotto sorveglianza di guardiani attentissimi. Come gli Ernst e i Rothko e i Dubuffet.Mal’attuale buona mostra di Warhol è addirittura commovente. I multipli degli incidenti colorati e le Gioconde sbiancate e le Ultime Cene capovolte e le variazioni su falci e martelli coi marchi industriali di fabbricari-sultano trovate epocali come gli attigui " découpages" di Matisse. E davanti alle confezioni di detersivi da supermarket si commemorano ancora i bei tempi dell’arte fai-da-te con gli scato-loni. Però di fronte alle famose lattine di zuppe si aggrottano pensose molto ciglia giovani: quei brodi sembrano ormai difficili da capire.Andy li ritrae senza irriverenze: non è arrivato fino alla contestazione del fast food globale. Altro che la moda di Seattle, in quel Village. Tutta assolutamente all’opposto, la Collezione Bùhrie può sembrare una sfida provocatoria, nell’ostentata intimità casalinga della villetta borghese in un sobborgo residenziale sul lago di Zurigo. Stanzette minuscole ove si faticherebbe a pranzare in dodici; buccia d’arancia in cementite modestissima " anni Cinquanta" alle pareti; parquet economico.Ma subito dietro il portiere, un ritratto della moglie di Rembrandt; su per la scaletta, file di Delacroix e Courbet strabilianti. (Di Delacroix, perfino il «Tasso all’Ospedale di Sant’Anna», già appartenuto al facoltoso turco-parigino Khalil Bey). E appena affacciandosi, qua un " pieno" di Canaletto, Guardi, Goya, Tiepolo, Greco, Bernardo Strozzi, Tintoretto. Là, quattro pareti di Greuze, Ingres, Corot, Fragonard, Degas. Con fiordi bei mobili, ceramiche, sculture ligneeIl signor Buehrle era un ricchissimo industriale delle armi, morto nel 1956; e la figlia erede fu sposa del celebre pianista Geza Anda, specialista di Mozart e Liszt.Ma la richiesta di prestiti d’opere era talmente intensa che dopo una tournée della quadreria in Germania e Inghilterra e Stati Uniti e Giappone e Canada fu deciso di non concederle più. (Una eccezione epocale: «L’Italiana» di Picasso a Palazzo Grassi, tre anni fa). Mai la minima pubblicità. Apertura di poche ore pomeridiane, ogni settimana. E dunque, una tranquillità totale per guardare sette Manet in una stanza da letto, con ninfee di Monet e ballerine di Degas, un piccolo Rubens sopra una stufa di ceramica, una sensazionale «Messalina» di Tou-louse-Lautrec, i parecchi Gau-guin e Renoir e Seurat e Fantin-Latour qua e là. Anche un " office" femminile: Berthe Morisote Mary Cassati. Con scelte paragonabili alla raccolta Cour-tauid, ora sistemata in grande splendore a Londra.Tutto molto pieno, su queste cementiti limone pallido o rosa cipria o cenere spenta. I Matisse e i Braque sono su un pianerottolo, evidentemente per non spostare i Ruysdael e Saenredam e gli Hais che affollano un salottino con un piano a mezza coda e due poltroncine, su un parquet verniciato a quadratini verdi color cedrata.E anche i Modigliani e i Chagall e i Rouault ricolmano una rampa di scale. Fra le gemme: un vecchio giardiniere di Cézanne, una famigliola a pranzo di Monet, e due Manet sensazionali. Un parapetto diagonale come un ponte giapponese; e un volo basso di rondini intorno agli uccelli sui cappellini di due signore sedute su un prato. (Ma le sculture lignee qui sono solo dell’Alto Medioevo e del Rinascimento tedesco).E gli italiani?Può diventare interessante – fuor idalle attuali ristrutturazioni-spettacolo a Londra — guardare come sono appesi i nostri cari nelle illustri raccolte di Oxford e Cambridge. Là i facoltosi e nobili ex-alunni donavano parte dei tesori d’arte acquistati nel Grand Tour: dunque, non solo i Domenichino ex-Giustiniani e i Pietro da Cortona ex-Sacchetti e i Poussin o Lorrain già di casa Colonna, e i Tiziano già di Cristina di Svezia: una Lucrezia e una Venere. Anche i bei Cézanne lasciati da Lord Keynes al Fitzwilliam di Cambridge. E all’Ash-molean di Oxford, a pochi mesi dalla morte del grande studioso Francis Haskell, ecco già un altro Tiziano (un ritratto di Giacomo Doria) donato dagli amici in sua memoria. E acquistato evidentemente a un’asta di adesso: in un battibaleno.Scatta dunque il solito ingenuo tormentone: come mai nei nostri musei migliori (anche lombardi e piemontesi e veneti) generalmente i cartellini delle munificenze si arrestano ai primi del Novecento? E che cosa avranno donato, gli amici, in memoria di Cesare Brandi o Federico Zeri? E nelle più presti giose università secolari, con quali munificenze erudite e tangibili si onorarono concretamente i più venerati Rettori Magnifici e i più ammirati luminari «honoris causa»?Dietro i colonnati ionici e corinzi dell’età vittoriana, dentro l’Ashmolean e il Fitzwilliam si accumulano — ristrutturati — oltre due secoli eclettici di lasciti eterogenei spesso allucinanti:bronzi e marmi greci e romani e indiani e persiani, argenterie e maioliche, armi e miniature e monete, codici e cineserie e fondi-oro. Ma considerando la pittura italiana, le scuole dell’arredo sono differenti, per gli stessi artisti.A Cambridge, sobrie stoffe in tinte unite non troppo chiare: verdone per gli italiani, tabacco per gli olandesi e fiamminghi, rosso pompeiano per i ritratti aristocratici inglesi, giallo spento per le composizioni di fiori. Quindi, un effetto ottimale per i Pinturicchio e i Veronese e i Palma e i Bassano e i Carracci e i Quercino e i Reni e i Dolci e i Rosa e i Belletto. Come per i Rubens, gli Hais, i Van Dyck, gli Hogarth, i Raeburn, i Wright ofDerby. Ma con un reticolo metallico cangiante dietro i fondi-oro toscani. Un po’ da vetrinistica.A Oxford usano invece i damaschi di colori sgargianti e disegni lucidissimi — come nelle sale più sfacciate della National Gallery londinese — perfino dietro il misterioso «Incendio nella foresta» di Piero di Cosimo, con tutti quegli animali enigmatici e assorti. Quanti aggressivi scarlatti e turchesi e lavande e resede ghiacciate e rosa-confetto da bordello della Belle Époque, fra Ghirlandaio e Orcagna e Giorgione e Bellini e Bronzino e Crivelli e Tintoretto e Lanfranco e i post-impressio-nisti fra cui abbonda Pissarro. Oltre agi i scavi di Arthur Evans a Creta, qui le chicche sono forse i ritratti russi: un Andrej Belyi di Leon Bakst, un Riike di Pasternak padre, una Caterina II di Alexandr Benois. Ma la gemma rimane la «Caccia in foresta» di Paolo Uccello, assolutamente il dipinto più elegante che si conosca: tutti illuminatiin un buio notturno, e tutti stanno gridando con espressioni interessantissime, coi loro berrettini e le giacche rosse tra cani araldici fantastici e chic come gli animali espressivi di Piero di Cosimo.Al piano di sopra, violenti e vistosi paonazzi da arredo kitsch per i peggiori preraffaelliti: con monache sante fra gigli e piccine derelitte nel fango: e ben gli sta?Ma proprio nella medesima Oxford, l’illustre collezione dei lasciti al Christ Church College è stata sistemata in un ampio garage apposito, tutto severamente nudo e bianco, da elettrauto minimalista. In fondo, la celeberrima «Macelleria» d’Annibale Carracci, e una sua cospicua «Madonna di Bologna». Inoltre, dieci Sibille e un Centauro di Filippino Lippi, tré Lorenzo Lotto fra cui una ragguardevole «Cena in Emmaus», Calvari e Mosè e Nascite della Vergine e Continenze di Scipione e San Lorenzi (di Giovanni di Paolo, Salvator Rosa, Giaquinto, Van Dyck, Tintoretto) con un contorno di Bambini Vispi e di Tebaidi.Qui si studiarono John Ru-skin, Lewis Carrol, W.H. Au-den, quando la «Macelleria» era ancora appesa nelle cucine del collegio.Ma chissà se le prossime mode porteranno qui i broccati abbaglianti del Museo a pochi passi, sbiancando severamente là dentro le pareti oggi abbigliatissime? A teatro lo si vede ogni giorno: le Aide si svolgono ormai in nudi obitori, mentre gli addobbi delle Cleopatre e dei Radames passano ad agghindare le mostre spettacolo…E dopo guardando poi nel castello di Windsor tutti gli stucchi e gli ori sette-ottocenteschi rifatti adesso nuovi e dunque ‘falsi’ dopo l’incendio di qualche anno fa, si potrebbe forse riflettere: sarà più opportuno ‘ripristinare tutto’ (come anche nelle grandi residenze russe Pavlosk e Petrhof, presso San Pietroburgo), o conservare gli sfregi delle bombe, come nel palazzo Reale di Milano? Due scuole, forse non solo di restauro: chi vince la guerra cancella le ferite, anche se l’assedio di Leningrado fu epico. Chi perde le fa vedere ai nipotini.

Autore: Alberto Arbasino

Fonte:La Repubblica

La natura della natura morta: pittura e fotografia a confronto a Bologna

«Bologna è la città di Morandi, il più grande pittore della natura morta del XX secolo. E quindi ci è sembrato quasi naturale organizzare una mostra che ripercorresse le fortune d’un genere a torto considerato minore e che potesse essere considerata un omaggio a questo artista». Così Peter Weiermair drettore tedesco della Galleria d’Arte Moderna di Bologna preenta la mostra «La natura della natura morta». Dal primo dicembre al primo aprile la manifestazione propone, attraverso 140 quadri e quasi altrettante istantanee, un doppio percorso nella pittura e nella fotografia, inseguendo analogie e contrapposizioni su uno stesso tema.«Per molto tempo – spiega Weiermair – la natura morta quasi non piaceva ai pittori, sembrava più importante fare paesaggi o ritratti. Ci siamo chiesti perché non fare un’analisi di questo soggetto, non in tutta la storia dell’arte, ma dall’inizio della modernità. Partiamo così da Manet e cerchiamo opere chiave, che possano illustrare il cambiamento del modo di pensare o di vedere la natura morta». In ordina cronologico la sezione «Da Manet ai giornki nostri» presenta l’alternarsi di sperimentazioni stilistiche e di riprese della tradizione. «Componenti convenzionali come fiori, frutti, stoviglie o strumenti musicali – dice ancora Weiermair – offrono agli artisti spunti inesauribili per la sperimentazione: si va dalle indagini ottiche di Manet agli scardinamenti prospettici di Cézanne, dalla vorticosità spaziale dei Futuristi alla disarticolazione percettiva dei cubisti, dall’esuberanza cromatica di Jawlensky alle classiche cadenze di Morandi, alla matericità di Fautrier».L’attenzione e la sensibilità degli artisti intercettano nuovi oggetti, mode e abitudini: vasi e ventagli orientali sono frequenti alla fine dell’Ottocento, più in là troveremo piante grasse, frutti e cibi esotici, giocattoli e soprattutto strumenti meccanici e prodotti industriali, mentre nella pop art saranno protagonisti i fedeli ritratti di merci di consumo come la Coca-Cola o le zuppe Campbell. La pittura ha spesso influenzato la fotografia, ma talora è successo l’inverso, così la sezione «Da Fox Talbot ai nostri giorni» mette in evidenza i reciproci influssi. Composta da 140 vintages, stampe originali d’epoca provenienti da importanti collezioni pubbliche e private, documenta l’evoluzione della fotografia nell’arco di 150 anni. «Fin dagli inizi – dice ancora Weiermair – il desiderio dei neofiti di questo strumento è stato di vedere considerato il proprio lavoro in tutto e per tutto un’arte». Così agli inizi i fotografi cercano in qualche modo di «rifare» la pittura più o meno classica: il repertorio degli oggetti ritratti – composto per lo più da frutta, vasi, uova, bicchieri e teschi – diventa protagonista anche sulle prime immagini al collodio o all’albumina.«Ma durante il percorso evolutivo della fotografia si assiste a un ribaltamento di ruoli nei confronti dell’arte tradizionale: da una condizione di subordinazione come strumento tecnicamente utile per virtuosismi pittorici a medium del fare artistico contemporaneo». La convergenza tra arte e fotografia si consolida dopo il 1915, tanto che Man Ray afferma «ciò che non posso dipingere fotografo e ciò che non posso fotografare dipingo». Il match tra pittura e fotografia vede sul fronte dell’immagine le opere di grandi autori dell’Ottocento come William Henry Fox Talbot, Adolphe Braun, Eugène Cuvelier. Si passa poi ai maestri del «pittorialismo» come Heinrich Kuhn e Adolf De Mayer, quindi a big del Surrealismo come Herbert List e Madame Yevonde. Non mancano esponenti della Nuova Oggettività come Piet Zwart o Emmanuel Sougez, e attraverso Bayer, Reichmann, Man Ray si arriva ai protagonisti del dopoguerra da Wols a Warhol, fino a Hockney e Mapplethorne. «Questa mostra – conclude Weiermair – è la prima parte di una trilogia, abbiamo infatti in cantiere due altre grandi esposizioni sul tema del corpo e sul ritratto-autoritratto. Anche in questi casi cammineremo sulle due gambe della pittura e della fotografia».

Autore: Rocco Moliterni

Fonte:La Stampa