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Mario Zaniboni. Monastero di sant’Antonio in Polesine in Ferrara.

Il monastero di Sant’Antonio in Polesine è un complesso architettonico sito nella parte medievale della città di Ferrara, in via Gambone 17, del quale non è noto con esattezza quando sia stato costruito, ma sicuramente esso risale ai primordi del Medioevo ad opera dei monaci agostiniani; successivamente, in occasione del loro trasferimento, rimase libero.
Di questa struttura, nel 1297, si interessò Beatrice II d’Este, nata fra il 1226 e il 1230, a Colaone sui Colli Euganei (oggi nel comune di Baone), figlia del marchese Azzo VII Novello d’Este e di Giovanna di Puglia e nelle grazie della seconda moglie del padre, la buona e religiosa Mabilia Pallavicini. Tutta la famiglia ed i cortigiani si erano stabiliti a Colaone, perché, essendo a 200 metri s.l.m., dava maggiore tranquillità di sicurezza contro eventuali nemici e contro le malattie che circolavano in pianura. Tutto questo è stato indirettamente dimostrato dai cantastorie, che decantavano le qualità delle dame della famiglia.
La sua educazione fu impostata sugli esempi che le derivavano dall’omonima zia Beatrice I d’Este, monaca a Gemmola, località del padovano, e della nonna Leonora di Savoia. Rimase orfana della madre all’età di sette anni; questa disgrazia, associata alla partenza per l’Ungheria della cugina Beatrice III, alla quale era molto affezionata, avvenuta pochi anni dopo, la fece soffrire atrocemente.
Però, la vita familiare trascorreva serena, sotto l’occhio benevolo della matrigna Mabilia, che la educò inculcandole una devozione per la fede attraverso la lettura delle sacre scritture e favorendole una vita contemplativa ed avviandola verso la spiritualità.
Nel 1249 divenne la sposa di Galeazzo, podestà di Vicenza, figlio di Manfredi. Purtroppo egli perse la vita partecipando alla battaglia contro Federico II; Beatrice ebbe la terribile notizia della scomparsa del marito mentre era in viaggio per raggiungerlo a Milano.
Quel poco che si conosce della sua vita è dovuto all’atto della monacazione, del testamento del padre, della biografia, molto concisa, scritta da un monaco suo contemporaneo, di un richiamo che si trova nella “Chronica parva ferrariensis” e della biografia dovuta ad una monaca ferrarese del Monastero di Sant’Antonio Abate.
Tornata a Ferrara, a quel punto la vedova decise di dedicarsi completamente a Dio. Pertanto, si ritirò in una villa di famiglia nell’isola di San Lazzaro nel Po di Volano, sita ad oriente della città di Ferrara, dove si ha la sua separazione nei rami Po di Volano e Po di Primaro, in meditazione, e lì ci fu la conferma della sua scelta: Beatrice decise di dedicarsi completamente alla fede ed a Dio. Tale determinazione incontrò il favore del padre, che ne accettò la seria decisione, favorendone il seguito; e, infatti, con il consenso paterno, poté portare avanti il suo progetto. E, così, insieme con la fedele damigella Meltruda, si trasferì nel monastero Santo Stefano della Rotta di Focomorto, sito nei pressi della città, ed esse, il giorno 26 giugno 1254, si consacrarono al Signore. Con la crescita del numero delle nuove monache, si accese l’interessamento da parte del papa Innocenzo IV, che affidò loro le Regole di San Benedetto; ma l’assegnazione definitiva avvenne nel 1256 per l’intervento del papa Alessandro IV, il successore alla sua morte. Vicino al Monastero, nel 1267, fu costruita la chiesa di Sant’Antonio Abate. Il tutto fu sempre protetto e patrocinato dagli Estensi.
L’esterno della struttura è in cotto e ha uno stupendo porticato. La parte esterna della chiesa, accessibile al pubblico, è in stile barocco, caratterizzata da soffitto del XVI secolo, affrescato da Francesco Ferrari con le figure del Padre Eterno, della Madonna con il Bambino e i santi Benedetto e Antonio Abate.
La parte interna, riservata alle suore, detta “Coro delle Monache”, ha tre cappelle affrescate. Quelle di sinistra e destra sono di scuola giottesca; la prima presenta Gesù Bambino e la vita della Vergine, mentre l’altra mostra storie della Passione; quella centrale ha affreschi di diverse date e stili, fra i quali è l‘Annunciazione di Domenico Panetti, mentre il soffitto è decorato con grottesche del XVI secolo. Inoltre, esiste una pala che descrive una Flagellazione cinquecentesca. Fanno parte del complesso un chiostro.
Ma il 18 gennaio 1262, Beatrice rese l’anima al Signore nel suo convento, quando era poco più che trentenne. La sua salma fu sepolta in un lato del grande chiostro, trasformato in cappella, nella quale fu inserita la tomba monumentale della fondatrice, la cui regola era: “Tutto sia comune a tutti!”. Da allora quel luogo è diventato la meta dei pellegrinaggi di tantissimi fedeli.
Dopo la sua scomparsa, lei divenne oggetto di un culto religioso e tutti gli anni il suo corpo, allora perfettamente integro, veniva riesumato e lavato e quell’acqua veniva donata a persone affette da malattie. Successivamente, nel 1270, Beatrice fu proclamata Beata, con la conferma del 16 luglio 1774 da parte del papa Clemente XIV ed in quell’occasione fu fissata la data della memoria per il 18 gennaio di ogni anno. A partire dal 1512, il suo corpo si era disciolto, ma la gente continuava a chiedere la sua acqua, che era benedetta. E più tardi, attorno all’anno 1527, si verificò per la prima volta un prodigio: nel periodo compreso fra ottobre e marzo, dalla sua pietra tombale iniziò a sgorgare un liquido simile all’acqua, trasparente, inodore, insapore, che le monache raccoglievano in ampolle e lo donavano alle persone con problemi di salute. Da allora, il fenomeno si verificò senza interruzione e puntualmente ogni anno, con fuoriuscita massima in corrispondenza del 18 gennaio e con termine nel momento del Transito di San Benedetto, il 21 marzo; e come sempre, quel liquido benedetto viene donato a chi lo richiede. E tutti gli anni si può osservare quanto ora descritto.
Quando il Monastero fu eretto, era perfettamente isolato in un’isola del Fiume Po, poi fu inserito nel contesto urbano, ma mantenne sempre e comunque la sua peculiare caratteristica di essere un’oasi di tranquillità, di pace e di spiritualità.
E per chi intende fare una visita al complesso architettonico e religioso, si consiglia di non lasciarsi sfuggire l’occasione di ascoltare la “Preghiera dell’Ora Nona” cantata dalle monache accompagnate da una cetra, alle ore 15, e di seguire lo svolgimento dei vespri con l’accompagnamento delle suore con i loro canti gregoriani, alle ore 17.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Vedi un’ampia sequenza di immagini degli affreschi esistenti nel monastero:
https://iviaggidiraffaella.blogspot.com/2017/08/ferrara-gli-affreschi-del-monastero-di.html

Michele Santulli. Una celebrità mondiale … rimossa.

Se si ricorda che la gran parte degli artisti europei per almeno centocinquantanni, fine 1700-prime decadi del 1900, hanno dipinto ed illustrato pecorai e pifferari e zampognari e briganti e donne col tamburello o il bambino in testa o in braccio e di regola pagandoli, non facendosi pagare come di solito è la norma, allora scocca apertamente una realtà fuori del comune. Se poi si considera che queste creature sono le ultime nella scala sociale, equiparate ai mendicanti, allora evidente la eccezionalità della situazione e cioè il particolare, pertanto fenomenale aspetto, che è la prima volta che gli ultimi della società non solo vengono pagati per ritrarli quando appaiono in primo piano nell’opera pittorica, come non mai visto prima, al posto delle scene accademiche di nobili e regine o mitologiche con veneri ed apolli, ecc., ora sono diventati addirittura i protagonisti! E in che cosa risiede il motivo e la ragione di tale infatuazione quasi collettiva da parte degli artisti europei?
Siccome la pagina di storia che stiamo ricordando si è scritta, inizialmente, fine 1700-inizi 1800, a Roma, si immagini una strada cittadina in quegli anni in un giorno qualsiasi: preti monaci e monache, sagrestani, orfanelli e orfanelle e chierichetti e pellegrini in quantità, nobili e cardinali e servitù in processione pure in quantità ed in mezzo a loro anche quelle creature, in gran parte venute dalla Valcomino, l’ultimo lembo di Terra di Lavoro borbonica, che abbiamo menzionato cioè i pezzenti della società, coperti di stracci colorati quali vestiture e scalzi o, alcuni, con un pezzo di pelle sotto il piede legato con filacci attorno al calcagno.
La vistosità ed esuberanza dei colori delle misere vestiture risaltavano e si imponevano in mezzo alla folla amorfa e incolore, basti rendersi conto che non si vedeva un rosso uguale all’altro o un marrone uguale all’altro…Una autentica sinfonia di tonalità. E avvenne il prodigio, l’innamoramento collettivo dei giovani artisti per questa umanità “azzuppata” nei colori, come avrebbe scritto una penna perspicace del FATTO QUOTIDIANO ed iniziò un rapporto che a Roma durò tutto il secolo e che allo stesso tempo si estese a Parigi, a Londra, a Monaco… con successo ed evoluzione enormi fino alle prime decadi del 1900.
Gli stracci colorati tinti in casa con le erbe ed ingredienti che si rinvenivano nei campi come pure quelle specie di calzature ai piedi, progressivamente evolsero nel celebrato costume ciociaro (ecco il nome!) quale documentato dalla veramente immensa produzione artistica. Se poi aggiungiamo a siffatta attenzione degli artisti europei la realtà che, senza citare H. Vernet, Schnetz, Navez, Coignet, Michallon, L.L.Robert, anche i titani dell’arte dell’epoca hanno illustrato queste creature cioè Degas, Renoir, Corot, Manet, Cézanne, Leighton, Sargent, Whistler, Matisse, Rodin, Briullov, Leighton, Sargent, Whistler, Van Gogh, Picasso, perfino i Futuristi Severini, Boccioni, Scipione alcuni mesi a Collepardo, Depero ….. e non c’è nessun altro soggetto nell’arte occidentale che possa vantare tali firme, eccetto Cristi e Madonne nei secoli precedenti! allora si pone la domanda: come si spiega che un soggetto di tale entusiasmo e quasi fanatismo generali durati quasi un secolo e mezzo, visibile nella gran parte dei musei e pinacoteche del pianeta, in effetti oggi ancora non si conosca e non si sappia come si chiami? A parte talvolta la dicitura ‘italienne’ ve ne sono altre venti che vengono impiegate e connotate: tradizionale, regionale, romano, laziale, napoletano, abruzzese, romanesco, savoiardo, siciliano, basco, zingaro, calabrese…
Quello che è stato senza eccezioni il soggetto più illustrato e documentato nella pittura occidentale ottocentesca, dopo Venezia e Napoli sempre le medesime dieci vedute, risulta in verità segregato, perfino discriminato!! I responsabili del degrado a tutti i livelli, a partire dalle istituzioni italiane oggi ancora pigramente anchilosate alle glorie rinascimentali, sorde e insensibili alle aperture ed a certe realtà divenute nei secoli altrettanto qualificanti non solo italiane: e quelli a mio avviso altrettanto biasimevoli sono i musei al di là delle Alpi che ne posseggono le opere i quali fino ad oggi non hanno, nessuno di essi, sentita la curiosità scientifica e storica di andare un pizzico oltre la pigra e vuota connotazione originaria!
Oltre al degrado scientifico che, considerata tale ignoranza connotativa, non di rado ha il risultato di tenere in deposito, quindi non in esposizione, le opere con la iconografia ciociara si è persa ancora una volta la possibilità, in più, di fare la conoscenza della regione italiana più antica e certamente più ricca di eventi e di avvenimenti leggendari e storici e di molto altro ancora storicamente primario: alludiamo alla Ciociaria cioè all’antica Campania augustea poi Latium Novum o adiectum poi alla Campagna di Roma, poi a Marittima e Campagna, poi ecc. Infatti il termine ciociaro dopo circa trecento anni è ancora quasi sconosciuto, ma noto, ecco la nemesi, solo quale insulto e sberleffo, anche in televisione, ad onore e ricordo del popolino fannullone dei tempi di Pinelli che primo, e sempre, fece suo segno di beffa e di derisione il ciociaro che vedeva per le strade di Roma! Ed è avvenuto che tutti i cultori di arte o i visitatori dei musei conoscano e ammirino questi soggetti fuori del comune ed eccezionali epperò, ecco il paradosso, ne ignorano la origine e provenienza.
Pertanto mai ammirato in primo piano, protagonista dunque dell’opera d’arte, un brigante o un pifferaio o una bella ciociara nel suo costume o i contadini che mietono il grano o zappano all’ombra dell’Acquedotto Claudio o la ciociarella con la tina dell’acqua in testa: era nato un nuovo genere pittorico all’italiana! secondo la felice definizione degli artisti europei degli inizi del 1800, una rivoluzione nell’arte occidentale dell’epoca, pertanto ignota, estranea, a grande disdoro e danno del Paese.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Immagine: C.E.ZANDER-1813-1868-La-balia.-Olio-su-tela-725×592-cm

SORIANO AL CIMINO (Vt). La Ninfa Oniride Driope. Custode e guardiana protettrice del Pasco delle Cascate di Chia.

Nel suggestivo ambiente del Parco delle Cascate di Chia lo scorso 11 settembre 2025 è stata installata un’opera monumentale alta sei metri in vetroresina, collocata nella prima radura a sinistra del parco, in una posizione scenografica che invita all’ammirazione e si pone alla guida dei visitatori, invitandoli a contemplare il mondo attraverso uno sguardo poetico e rinnovato tra sogno, mito e natura. …

Leggi tutto nell’allegato: La Ninfa Oniride Driope

Autore: Francesca Pandimiglio – pandimigliofrancesca@gmail.com

Maria Luisa Nava, Gibellina, città d’arte o città di firme?

Gibellina non è un caso di improvvisazione; è un caso di programmazione alta e di esito discontinuo. Il problema non è l’assenza di pensiero, ma l’eccesso di pensieri autoriali non sempre ricondotti a città vissuta. Burri, in questo quadro, non è “uno dei tanti”: è il punto in cui memoria, forma e destino del luogo coincidono davvero. Il resto, molto spesso, oscilla tra invenzione civile e narcisismo di firma.

La recente consacrazione di Gibellina come Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026, con il dossier *Portami il Futuro*, ha riportato al centro dell’attenzione nazionale una vicenda che da decenni divide, affascina e irrita: quella della città ricostruita dopo il sisma del Belìce e trasformata in laboratorio di arte e architettura contemporanee. Il programma 2026 insiste esplicitamente su rigenerazione urbana, progettazione culturale, restauro e futuro condiviso; ed è giusto che lo faccia. Ma proprio questa nuova investitura impone una domanda meno celebrativa e più seria: Gibellina è diventata davvero una città, oppure è rimasta, almeno in parte, un repertorio di segni d’autore appoggiati sul territorio con intensità diverse e con esiti urbani molto diseguali?
Sarebbe sbagliato liquidare tutto come improvvisazione o capriccio estetizzante. Un progetto ci fu, e di alto profilo. La nuova Gibellina nacque dentro un processo di pianificazione reale: prima il piano ISES, poi le correzioni e gli approfondimenti successivi, fino al ruolo cruciale del centro civico progettato da Oswald Mathias Ungers (1926-2007), chiamato a integrare il piano originario attraverso un asse centrale, una promenade e un più forte rapporto fra infrastrutture, edifici privati e spazi pubblici. La letteratura recente continua infatti a leggere Gibellina Nuova come un’operazione unica, in cui arte e architettura furono assunte come strumenti fondativi della ricostruzione e della memoria. Il punto, dunque, non è l’assenza di regia, ma la difficoltà di tenere insieme nel tempo una pluralità di gesti fortemente autoriali, non sempre restituiti a una vera continuità urbana.

Fig. 1. Ludovico Corrao davanti alla “Montagna di Sale” di M. Paladino al Baglio di Santo Stefano

Al centro di questa impresa sta la figura di Ludovico Corrao (1927-2011), avvocato, pubblicista, uomo politico e soprattutto regista culturale di una ricostruzione che volle essere non soltanto edilizia ma simbolica. Corrao comprese che, dopo la distruzione della vecchia Gibellina, non bastava rimettere in piedi case e servizi: occorreva rifondare un orizzonte civile e immaginativo, chiamando artisti, architetti, intellettuali, e facendo della città stessa una scommessa culturale. Senza Corrao, Gibellina non sarebbe esistita in questa forma. Ma proprio la grandezza della sua intuizione ha favorito anche un fenomeno ambiguo: l’arrivo di molte personalità forti, ciascuna desiderosa di lasciare il proprio segno, non sempre però disposta a subordinare quel segno alla misura della città abitata. (fig. 1. Ludovico Corrao davanti alla “Montagna di Sale” di M. Paladino al Baglio di Santo Stefano)

Fig. 2. A. Burri, Grande Cretto

In questo quadro, Alberto Burri (1915-1995) occupa un posto che non è soltanto eminente: è qualitativamente diverso. Il Grande Cretto, iniziato negli anni Ottanta e completato nel 2015, non è un’opera “in più” nel sistema di Gibellina, ma la sua verità più profonda. Burri non si limita a collocare un oggetto nel paesaggio: prende il luogo della distruzione, ne conserva il tracciato urbano e lo trasforma in una forma assoluta di memoria. Il Cretto non abbellisce il trauma, non lo illustra, non lo addomestica. Lo rende percorribile. Lo rende silenziosamente presente. Per questo si può dire, senza forzare troppo, che Burri ha inaugurato la vera operazione di senso di Gibellina, anche se non ne ha aperto cronologicamente la vicenda. Dove altri inseriscono un segno, lui misura una ferita. Dove altri portano il proprio linguaggio, lui lascia che il luogo trovi finalmente la propria forma. (fig. 2. A. Burri, Grande Cretto)

Fig. 3. P. Consagra, Porta del Belice

Ed è qui che il confronto con gli altri interventi diventa inevitabile. Non perché manchino figure di rilievo, anzi. A Gibellina operano Pietro Consagra (1920-2005), protagonista dell’astrazione italiana e di Forma 1 (fig. 3 P. Consagra, Porta del Belice); Carla Accardi (1924-2014), fra i nomi maggiori dell’astrattismo novecentesco; Emilio Isgrò (n. 1937), che ha fatto della “cancellatura” una poetica riconoscibilissima; Ludovico Quaroni (1911-1987), grande architetto e urbanista; Alessandro Mendini (1931-2019), figura chiave del design postmoderno e della cultura progettuale italiana; Francesco Venezia (n. 1944); Franco Purini (n. 1941) e Laura Thermes (n. 1943); Nanda Vigo (1936-2020); Mimmo Paladino (n. 1948). Il loro profilo culturale è indiscutibile e, in ciascun caso, le opere realizzate a Gibellina riflettono con chiarezza il clima storico e teorico di provenienza: neorazionalismo, astrazione, transavanguardia, design narrativo, scultura come soglia, spazio pubblico come testo. Ma proprio questa ricchezza di matrici culturali rende ancora più evidente la domanda decisiva: quanto di tutto ciò si è davvero fatto città?

Fig. 4. A. Mendini, Torre Civica

La Torre civica di Mendini è, da questo punto di vista, esemplare. Il Ministero della Cultura la descrive come un importante punto di riferimento della città, un segnale urbano capace di distinguersi dai volumi bassi e compatti dell’abitato, collocato nella piazza del Municipio come segno di nuova vita dopo il sisma. Tutto vero. E tuttavia proprio questa sua evidenza iconica rivela il problema: la Torre funziona perfettamente come landmark, come manifesto, come immagine mentale; meno persuadente è il suo ruolo nella continuità di una vita civica ordinaria. È un oggetto eloquente, non c’è dubbio. Ma la sua eloquenza resta in larga misura autoreferenziale, più forte come dichiarazione che come uso. È il destino di molta Gibellina: i segni orientano lo sguardo, ma non sempre organizzano l’abitare. (fig. 4. A. Mendini, Torre Civica)

Fig. 5 F Purini e. L. Thermes, Piazza.

Qualcosa di analogo si può dire del Sistema delle piazze di Purini e Thermes, concepito come dispositivo ordinatore dello spazio pubblico. L’idea era alta e, sulla carta, anche necessaria: dare al centro di Gibellina una struttura riconoscibile, una misura, una sequenza, una grammatica civile. Ma il progetto fu realizzato solo in parte, e l’incompiutezza pesa. A Gibellina l’incompiuto non è un incidente marginale: è una componente strutturale della percezione urbana. La città risulta così segnata da episodi forti, spesso intelligentissimi, che però faticano a comporsi in una continuità persuasiva. (Fig. 5. Purini e. L. Thermes, Piazza)

Fig. 6. F. Venezia, Palazzo Di Lorenzo

Più convincente appare Francesco Venezia con il Palazzo Di Lorenzo. Qui l’autorialità non scompare, ma si disciplina. Il palazzo non nasce per soddisfare genericamente un programma espositivo; nasce, come ricorda la scheda ufficiale del MiC, per custodire la facciata superstite del Palazzo Di Lorenzo, crollato nel 1968, rimontandola in un cortile a cielo aperto. È un gesto colto, ma non arbitrario. La memoria non viene ridotta a reliquia scenografica, né schiacciata dall’invenzione contemporanea; viene invece assunta come nucleo stesso del progetto. Venezia è forse uno dei pochi, insieme a Burri, a comprendere che a Gibellina non si trattava solo di “mettere” arte e architettura, ma di misurarsi con il carattere residuale e lacerato del luogo. (fig. 6. F. Venezia, Palazzo Di Lorenzo)
Il Baglio Di Stefano, restaurato fra 1982 e 1999 da Marcella Aprile, Roberto Collovà e Teresa La Rocca, è un altro passaggio importante perché mostra il doppio volto dell’operazione gibellinese. Da un lato, il recupero di una masseria fortificata del paesaggio trapanese trasformata in sede della Fondazione Orestiadi e del Museo delle Trame Mediterranee è un’operazione intelligente e radicata; dall’altro, l’apertura della corte come spazio espositivo all’aperto ribadisce la tendenza di Gibellina a farsi scena culturale permanente.

Fig. 7. M. Paladino, Montagna di sale.

E proprio lì si colloca la Montagna di Sale di Paladino, nata nel 1990 come scenografia per le Orestiadi e poi resa installazione stabile. Qui il giudizio può anche essere schietto: il cavallo paladiniano, reiterato, totemico, immediatamente riconoscibile, finisce per apparire soprattutto come firma. Non è questione di simpatia o antipatia per l’artista; è una questione di pertinenza urbana. L’opera impone la propria immagine, ma il suo rapporto con la necessità civile del luogo resta più debole di quanto accada in Burri o, in modo diverso, in Venezia. (Fig. 7. M. Paladino, Montagna di sale)

Fig. 8. Il Museo “MAC Ludovico Corrao”.

Quanto al MAC “Ludovico Corrao”, esso è oggi il punto di raccolta, di ordinamento e di esposizione di questa storia: il sito del museo parla di 400 opere esposte, mentre la rete museale territoriale ricorda che esse sono solo una parte di una collezione di oltre duemila opere. Il MAC funziona dunque come archivio vivo e come nodo museale di un patrimonio diffuso. Ma proprio questo conferma il problema generale: un museo può conservare, interpretare, rendere leggibile; non può da solo trasformare una somma di opere e architetture in una città riuscita. Gibellina resta infatti una città in cui l’arte è fortissima come discorso, mentre la misura dell’abitare quotidiano rimane più fragile. (fig. 8- “MAC Ludovico Corrao”)
Su questo punto la riflessione critica più recente è istruttiva. Uno studio del 2026, fondato su pratiche partecipative e cartografia sensibile, osserva che Gibellina Nuova ospita più di settanta opere disseminate nel tessuto urbano, alcune delle quali incompiute o mal mantenute, e conclude che il loro valore per gli abitanti dipende meno dall’estetica astratta che dal rapporto con memoria, collocazione, scala e pratiche quotidiane. In termini ancora più netti, una precedente ricerca sul progetto urbano notava che la nuova stagione artistica di Gibellina tende a esaltare l’opera “come fosse un oggetto su uno sfondo bianco, un pezzo da museo, anziché una parte della città”. È una formula severa, ma coglie il nervo scoperto della vicenda. A Gibellina l’arte convince davvero quando smette di essere eccezione e diventa orientamento, uso, ricordo incorporato nella vita; convince molto meno quando resta pura emergenza di firma.
Il bilancio, allora, va formulato senza indulgenze ma anche senza sciocchezze demolitorie. Gibellina non è un fallimento: sarebbe una sentenza ingiusta e intellettualmente pigra. È invece un hapax urbano, quasi una cista contemporanea piena di opere, intenzioni, memorie, utopie e personalismi, nella quale convivono il meglio e il limite di una stagione culturale italiana. C’è il genio necessario di Burri; c’è la visione civile di Corrao; c’è la qualità alta, a tratti altissima, di molti interventi. Ma c’è anche, troppo spesso, la tentazione di imprimere un marchio prima ancora di costruire un luogo. Ed è qui che si riapre la questione centrale: una città ferita, trasferita e reinventata non ha bisogno solo di simboli; ha bisogno che quei simboli si lascino correggere dalla vita.
Gibellina, in altre parole, è un grande esperimento. Ma un esperimento non coincide automaticamente con una città riuscita. Dove Burri rende inseparabili memoria, forma e destino, molti altri interventi oscillano fra invenzione civile e narcisismo di firma. E il problema non è di gusto: è di urbanità. Se una città deve vivere il presente e avvantaggiarsi dell’arte che la abita, allora il criterio ultimo non è l’intensità del segno, ma la sua capacità di farsi parte del quotidiano. Proprio su questo, ancora oggi, Gibellina resta aperta, discussa, irrisolta. E forse è giusto così: perché la sua grandezza, come il suo limite, sta nel non lasciarsi chiudere in una formula celebrativa.

Bibliografia essenziale:
– Badami, A., *Gibellina, la città che visse due volte*.
– Concas, D. – Oliva, L., “Gibellina nuova, un connubio di opere moderne di architettura e di arte che non può morire”, Restauro Archeologico, 33, 2025.
– Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Grande Cretto di Gibellina* ([Treccani][13])
– AA. VV., Gibellina. Ideologia e utopia, Milano 2025
– Ministero della Cultura, *Atlante Architettura Contemporanea*: “Torre Civica”, “Palazzo Di Lorenzo”, “Restauro del Baglio Di Stefano”, www.atlantearchitetturacontemporanea.cultura.gov.it
– Ministero della Cultura, Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026: Gibellina.
– Pierini, L., “Sensitive Cartography to Analyze the Role of Public Art in the Relationship Between Inhabitants and the Territory”, Journal of Participatory Research Methods, 2026.
– Treccani, s. v.: Alberto Burri, Pietro Consagra, Carla Accardi, Emilio Isgrò, Ludovico Quaroni, Alessandro Mendini, Oswald Mathias Ungers, Mimmo Paladino.

Autore: Maria Luisa Nava – mlsnava@gmail.com

Michele Santulli. Le super top models ciociare.

Se solo si tenesse a mente da dove venivano, quali le loro reali condizioni originarie, dove e come vivevano a Parigi, allora si scoprirebbe che, quasi ad indennizzo di sofferenze e di rinunce, la natura di quali straordinari requisiti le ha dotate per conseguire obiettivi così sbalorditivi e per pervenire a certi esiti: sto parlando delle modelle e modelli di artista nel secolo XIX e inizi XX; il degrado poteva raggiungere esiti inimmaginabili, quale quello del genitore che vende letteralmente la propria figlia di dieci anni -incredibile, modella di successo!- come un coniglio o un pollo, ad una nobildonna inglese, per un pugno di monete d’oro! Ma fortuna della bimba!
Scelte a caso, Lorette e Maria Antonia Amelia, Rosalia e Antonia Caira, le nostre top models, storicamente le prime della brillante futura categoria: erano originarie della Valcomino, che è quasi la Gerusalemme, la Giverny dei modelli di artista, a 7-8 Km dall’Abbazia di Montecassino, una piccola valle conficcata nel Molise, incoronata da dodici piccoli villaggi, completamente sconosciuta agli abitanti stessi, all’epoca parte del Regno di Napoli.
Analfabete, istruite e maturate in contesti esistenziali tali da risvegliare in loro sentimenti e pratiche che le resero degne di attenzioni particolari da parte degli artisti: non solo dunque dalla natura specialmente dotate nell’apparenza quanto anche intelligenti e sensibili e attente.
Alle modelle di artista la storia allude sin dai tempi dell’antica Grecia, fino al Rinascimento per poi fiorire e prorompere per tutto il 1800 a Roma prima, poi a Parigi in esuberanza e a Londra e in altre città europee. Oggi il ruolo della modella di artista è scomparso in pittura perché sono venuti meno gli antichi contesti e contenuti e sostituito, in prevalenza, da quello di modella di pubblicità e di fotografia e principalmente di moda: queste le cosiddette top models di oggi perché assieme all’apparenza fisica connotano quel quid individuale che consente agli abiti da loro indossati di venire ammirati e resi appetibili. E una di queste celebratissime top models dei nostri tempi è la canadese-ciociara di Pignataro Interamna Linda Evangelista, bellissima!
Sulla rappresentazione e trattazione di questi soggetti della storia dell’arte lo specialista e lo studioso si occupano quasi sempre molto parsimoniosamente soprattutto perché ardue a rinvenirne le fonti anagrafiche, da qui le approssimazioni che le colpiscono: in effetti trovandoci di fronte all’Eva di Rodin o all’Italienne Agostina di Van Gogh o alla Carmelina di Matisse o alla Carmela Bertagna-Bevilacqua di Sargent o alla Italienne di Manet o di Picasso, quello che attira l’attenzione immediata dell’osservatore, cioè la prima percezione, è il soggetto, donna o uomo, la immagine e la prestanza: prima di valutare e quasi sempre di ammirare gli elementi estetici ed artistici dell’opera, certi dettagli e particolari, cioè la grandezza o meno dell’artista, l’osservatore è dapprima colpito dalla apparizione cioè dalla raffigurazione del personaggio cioè chi è San Giovanni Battista, chi è Eva, chi è Carmelina o Lorette; non è tanto l’esecuzione dell’opera ad attirare immediatamente bensì il personaggio: cioè quello che piace non è la esecuzione o la tecnica comunque sempre determinanti e qualificanti bensì la raffigurazione cioè la modella o il modello in posa! E’ quanto avviene al cospetto del Davide di Michelangelo o del San Matteo di Caravaggio: sono le fisionomie o il corpo dei personaggi cioè dei modelli impiegati dagli artisti o immaginati, che è lo stesso.
Parimenti se ampliamo il discorso, per esempio, alla Cameriera al banco delle Folies Bergères di Manet, alla Danza di Bougival di Renoir o alla Stiratrice di Degas, sono i personaggi che impressionano prima di tutto poi l’opera d’arte: l’opera è bella ed attira perché è il modello o la modella che attrae! La qualità e il resto, sono il livello successivo.
E impiegando la terminologia attuale e tornando al nostro tema, ecco il ricordo di alcune autentiche super top models del 1800, oggi più vive e presenti che duecento anni fa. Infatti a Lorette e a Maria Antonia Amelia, a Rosalia Tobia e Antonia Caira è stato risparmiato il destino comune degli esseri umani e quindi delle top models di oggi che vivono lo spazio di una o due esibizioni: esse al contrario sono eterne, come eterne sono le opere d’arte che le raffigurano e per le quali hanno dato corpo e anima! Quale incredibile destino! Lorette à la tasse de café! Davanti allo specchio! La conchiglia! Andromeda!

Autore:
Michele Santulli – michele@santulli.eu

Didascalie:
Matisse, H.: Lorette et la tasse de café , Mus. Naz. Parigi, 1917
Browning, R. Pen: Maria Amelia davanti allo specchio. Coll.priv.,
Bouguereau W.A.: Rosalia Tobia e la conchiglia. Coll. priv., 1885
Poynter, E.: Antonia Caira come Andromeda. Coll.priv., 1865