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I musei archeologici dei piccoli paesi sono un patrimonio straordinario (da salvare).

Se ci si trova a passeggiare per un piccolo paese italiano, non è raro imbattersi in curiosi musei dedicati ai temi e soggetti più disparati: il bottone, il rubinetto, la bilancia, le bambole, il cavatappi. Luoghi al limite del bizzarro, spesso nati per goliardia con l’intento di valorizzare tradizioni e peculiarità locali, e che proprio per la loro originalità attirano l’attenzione del pubblico diventando meta per molti turisti.
Assai più facile, invece, è passare davanti a un piccolo museo archeologico senza nemmeno accorgersene. Eppure, dietro l’aspetto dimesso di edifici che sfiorano l’abbandono, con facciate scolorite e portoni che reclamano una mano di vernice, si custodiscono alcune delle testimonianze più preziose della storia del nostro Paese.
In un museo archeologico di provincia può capitare di trovarsi davanti a oggetti che hanno attraversato migliaia di anni: coppe etrusche ed elmi piceni, iscrizioni d’epoca romana, spille, anelli e corredi funerari. Non sono reperti scelti per rappresentare la “grande storia” nazionale, ma frammenti di storie “minori”, locali, che, messe insieme, compongono il mosaico della nostra identità.

I piccoli musei archeologici delle aree interne
Molti di questi oggetti provengono da necropoli, campagne, insediamenti e santuari situati a pochi chilometri dal museo che li ospita. È proprio il forte legame con il territorio a rendere queste piccole istituzioni così significative: in modo poco eclatante e spettacolare, i musei archeologici sparsi nelle aree interne del Paese raccontano i luoghi in cui si trovano, e il modo in cui quei luoghi sono cambiati nel corso dei secoli. Eppure, vista la lontananza dai grandi circuiti turistici, questi preziosi baluardi di storia vivono una condizione di costante fragilità, tra risorse limitate e scarsa visibilità.
“L’archeologia è la più politica delle discipline legate al patrimonio culturale”, dice Anna Rizzo, antropologa, studiosa e attenta osservatrice dei fenomeni relativi alle aree interne. “I piccoli musei di provincia raccontano la storia profonda di un territorio. Sono poco conosciuti e in molti casi devono la loro costituzione alla comunità dei residenti, appassionati di storia e di archeologia che hanno conservato in maniera informale piccole collezioni di reperti: rinvenimenti fortuiti avvenuti durante le lavorazioni agricole, pastorali o la movimentazione della terra. Ceramiche, monete, epigrafi, oggetti di uso quotidiano che permettono di ricostruire la vita delle antiche popolazioni e di valorizzare il contesto. Il coinvolgimento della comunità dei residenti è fondamentale per la conservazione della memoria, perché custodiscono reperti provenienti dagli scavi locali”.

Un patrimonio che parla alle comunità
I piccoli musei archeologici (in Italia se ne contano circa quattrocento sparsi da Nord a Sud) svolgono una funzione che va ben oltre la semplice conservazione dei reperti. Sono luoghi in cui una comunità può riconoscere le proprie radici, comprendere come il paesaggio che la circonda si sia formato, e riscoprire il legame con le popolazioni che lo hanno abitato prima.
Questa dimensione narrativa rende i musei archeologici strumenti preziosi anche sul piano educativo. Ogni anno accolgono scolaresche, organizzano laboratori, visite guidate e attività pensate per avvicinare le nuove generazioni alla storia del proprio territorio. Per molti bambini e ragazzi rappresentano il primo incontro con l’archeologia e con l’idea che il passato non sia qualcosa di distante, ma una presenza concreta sotto i propri piedi.
“In primo luogo i musei archeologici devono essere attrattivi per i giovani, cercando di coniugare il rigore scientifico con un approccio multimediale e immersivo”, spiega Stefano Papetti, curatore scientifico delle Collezioni Comunali di Ascoli Piceno. “Il Museo dell’Alto Medioevo di Ascoli Piceno ha infatti rinunciato alla consueta pannellistica, privilegiando la realtà aumentata, il ricorso al video, a pannelli retroilluminati che presentano i longobardi, i loro costumi, le consuetudini di vita. Per questo tipo di allestimento coinvolgente abbiamo ricevuto nel 2020 il ‘Premio Francovich’ da parte dei medievisti italiani. Attraverso questo percorso interattivo il Dipartimento Educativo contribuisce con le proprie attività didattiche a sottolineare la continuità storica delle tradizioni, del linguaggio che deriva dalla presenza dei longobardi nel territorio Piceno; questo ovviamente è molto attraente per i giovani e contribuisce a una migliore consapevolezza della loro identità”.

I piccoli musei italiani, tra sfide e possibilità
Nonostante il loro valore, molti musei archeologici locali devono però confrontarsi quotidianamente con difficoltà strutturali e di gestione. Le risorse economiche sono spesso limitate e dipendono in larga parte dai bilanci dei piccoli Comuni, che devono conciliare la tutela del patrimonio con molte altre esigenze, spesso più urgenti. Ne derivano allestimenti che faticano ad aggiornarsi, interventi di manutenzione rinviati per anni, attività didattiche ridotte e una comunicazione spesso insufficiente (per la stesura di questo articolo abbiamo provato a contattare diversi musei, con risultati a volte sconfortanti: numeri di telefono non più attivi, siti internet a dir poco antiquati, giri dell’oca infiniti per parlare con i responsabili).
Anche il personale rappresenta una delle principali criticità con cui questi luoghi sono costretti a confrontarsi. Non è raro trovare musei aperti solo in alcuni giorni della settimana o affidati a collaboratori e volontari che, pur con grande passione, non possono garantire una presenza continuativa – né tantomeno competenze adeguate al ruolo. La mancanza di archeologi, curatori ed educatori museali limita, inoltre, la possibilità di trasformare i reperti in un racconto accessibile e coinvolgente, creando una frattura tra il pubblico presente e il contenuto. In altre parole, la fragilità di queste istituzioni non dipende dalla qualità del patrimonio custodito, spesso di valore eccezionale, bensì dalla difficoltà di trasformarlo in una risorsa condivisa e accessibile.

Salvare i piccoli musei per salvare la memoria dei territori
La sfida, oggi, non consiste soltanto nel conservare gli oggetti, ma nel renderli comprensibili e vivi. Servono allestimenti che sappiano valorizzare e mettere in relazione reperti, paesaggio e storia locale, ma anche reti di collaborazione tra musei, siti archeologici, amministrazioni e associazioni culturali di territori diversi, chiamati a fare squadra per sopperire all’assenza di un adeguato sostegno pubblico, creando partenariati e collaborazioni stabili. Un buon esempio in merito è il Parco Archeologico di Altino, che dal 2024 è parte dei Musei Archeologici di Venezia e della Laguna; un cambio di gestione e di prospettiva che ha garantito alla struttura maggiore consistenza e capacità di azione sul territorio.
Così Marianna Bressan, direttrice dei Musei archeologici nazionali di Venezia e della Laguna: “Il Parco Archeologico di Altino si trova a Quarto d’Altino, in provincia di Venezia, e dal 2024 fa parte dei Musei Archeologici nazionali di Venezia e della Laguna, istituto autonomo del Ministero della Cultura che comprende anche il Museo Archeologico nazionale di Venezia, Palazzo Grimani e il futuro Museo Archeologico nazionale della Laguna al Lazzaretto Vecchio. L’ingresso in questo sistema consente di raccontare l’archeologia del territorio in modo più ampio e completo: i quattro Musei sono capitoli di un’unica storia che include l’antica città di Altino, l’antropizzazione della Laguna e delle isole fino ad arrivare al collezionismo dei reperti archeologici.
Con il passaggio all’istituto autonomo ripensiamo al ruolo del Parco come parte integrante di un sistema che a Venezia e nella Laguna parla di archeologia. La sfida è consolidare e aumentare il rapporto con le scuole e con il pubblico locale, che rappresentano da sempre interlocutori fondamentali, e allo stesso tempo, grazie alla rete con i musei di Venezia, aprire sempre di più Altino ai visitatori italiani e internazionali”.

Alcuni esempi virtuosi dal nord al sud
Ma gli esempi degni di nota su scala nazionale potrebbero essere tanti; strutture che, grazie a una gestione lungimirante e al sostegno di contesti sociali e politici favorevoli, hanno saputo crescere nel tempo, garantendo alle collezioni custodite al loro interno un’esposizione adeguata e una fruizione di qualità. Rientrano in questa categoria il Museo Archeologico Provinciale della Lucania Occidentale, nel Comune di Padula (provincia di Salerno), il Museo Civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (provincia di Grosseto) e il Museo Archeologico di Verucchio (provincia di Rimini): istituzioni che, pur disponendo di risorse limitate, continuano a raccontare storie straordinarie e a valorizzare un patrimonio di grande rilievo, lontano dai grandi centri del Paese.
Cristina Giovagnetti, direttrice del Museo Archeologico di Verucchio e Silvia Cesari, operatrice museale, raccontano così la loro realtà, attiva in un Comune di 10mila abitanti: “Tra le colline della Valmarecchia, Verucchio è il cuore di scoperte archeologiche uniche in Italia. Il suo Museo Archeologico custodisce uno dei più importanti patrimoni della cultura villanoviana: raccoglie reperti eccezionali datati tra il IX e il VII secolo a.C., testimonianze di una società aristocratica raccontata attraverso raffinati corredi funerari, armi, tessuti, gioielli e oggetti di straordinario valore. Un patrimonio che da sempre rappresenta un motivo di orgoglio per la comunità locale e richiama l’interesse di studiosi e appassionati anche dall’estero. Eppure, nonostante il suo prestigio scientifico, il museo resta una realtà poco conosciuta. La distanza dai principali flussi turistici e la cronica scarsità di risorse rendono difficile valorizzare un’eccellenza che meriterebbe ben altra visibilità. Chi entra al museo ne esce sempre sorpreso, ma far conoscere questa realtà resta una sfida quotidiana. Nonostante i mezzi limitati, il lavoro di valorizzazione non si ferma: attività e iniziative scientifiche continuano a raccontare un patrimonio unico, con l’obiettivo di far crescere un luogo che merita di essere scoperto”.

Piccoli musei archeologici: un patrimonio da sostenere
Investire in queste realtà vuol dire promuovere una cultura diffusa, sostenere un turismo più lento e consapevole, e offrire alle nuove generazioni strumenti per comprendere il passato del proprio territorio. Significa, anche, riconoscere che il patrimonio italiano non è fatto soltanto di grandi monumenti e musei celebri, ma di centinaia di piccole istituzioni che, silenziosamente e con supporti statali sempre più limitati, continuano a custodire le radici del Paese.

Autore: Alex Urso

Fonte: www.artribune.com 29 lug 2026

L’AQUILA. Capitale della Cultura 2026, punto di forza il dipinto Ecce Homo.

L’ Aquila: Capitale della Cultura 2026, l'”Ecce Homo” di Antonello da Messina arriva al Museo Nazionale d’Abruzzo.
Lunedì 8 giugno, inaugurazione alla presenza del Ministro Giuli. Il capolavoro rinascimentale, recentemente acquisito dal MiC, diventa patrimonio vivo, bene comune ed identità condivisa, del MuNDA. L’Aquila si prepara, così, a vivere uno dei momenti più significativi del suo percorso di Capitale della Cultura 2026.
Il Museo appena indicato accoglierà, nel Castello Cinquecentesco, l’“Ecce Homo”. La tavola, celebre in tutto il mondo per la sua rivoluzionaria intensità psicologica e la drammaticità dello sguardo del Cristo, troverà nell’istituto museale aquilano la sua residenza definitiva e stabile, dando il via ad un percorso strategico che valorizzerà maggiormente il patrimonio culturale dell’Abruzzo, all’interno del Sistema Museale Nazionale.

L’evento di presentazione, nato dalla stretta sinergia tra il Ministero, il Comune dell’Aquila e il MuNDA, vedrà la partecipazione del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e si svilupperà lungo un programma ben definito.
I lavori si apriranno alle ore 18 con l’anteprima e la preview riservata ai media, momento dedicato a riprese e interviste, a cui parteciperanno la Direttrice del MuNDA, Federica Zalabra; il Direttore Generale Musei, Massimo Osanna, e il Direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR), Luigi Oliva.
Alle ore 18:30 seguirà la cerimonia istituzionale, alla presenza del Ministro Giuli, del Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, e delle autorità. La giornata culminerà con il classico abbraccio della cittadinanza: dalle ore 20 a mezzanotte, il museo aprirà eccezionalmente le proprie porte al pubblico per uno speciale svelamento serale dell’opera, esposta per la prima volta in Italia al Senato della Repubblica lo scorso marzo, e che arriva all’Aquila dopo una verifica dello stato conservativo ed alcuni interventi preliminari, finalizzati alla valorizzazione museale dello scrigno d’arte, effettuati dall’Istituto Centrale per il Restauro.
L’inserimento di capolavori assoluti, all’interno del circuito museale locale, agisce come un input strategico in grado di generare un ritorno concreto e strutturale per il territorio in termini di flussi turistici, offrendo al contempo nuove risorse da destinare alla ricerca e alla tutela.
“L’arrivo di un’opera di questo valore assoluto dimostra come la cultura sia l’architrave su cui si compie definitivamente la nostra ricostruzione. Passiamo dalla celebrazione del bello alla definizione di un modello gestionale e scientifico, trasformando il primato artistico in un vantaggio competitivo di sistema indispensabile per l’Italia delle aree interne. Questa operazione non è un evento isolato, ma un investimento strategico contro lo spopolamento, capace di generare un ritorno economico. È una delle ‘eredità’ di Capitale che riconosce il coraggio e la capacità tutta aquilana di aver colto la sfida della ricostruzione sociale. Per questo sono grato al ministro Giuli per l’attenzione e l’intuizione”, ha dichiarato il Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi.
L’Ecce Homo è stato acquistato agli inizi di febbraio 2026, dal MiC, tramite la Direzione Generale Musei, da “Sotheby’s, la seconda casa d’arte più antica d’Inghilterra, per 14,9 milioni di dollari. Un’operazione di altissimo livello culturale: da “devozione privata”, è diventata parte di una strategia mirata di ampliamento e di valorizzazione del patrimonio nazionale, ora a disposizione dei cittadini italiani e dei visitatori di tutto il mondo. Il dipinto, opera di eccezionale valore storico-artistico, è e resta un unicum del Rinascimento italiano. Un piccolo pannello a tempera, dipinto su entrambi i lati: da uno l’Ecce Homo, con Cristo coronato di spine; dall’altro, San Girolamo penitente in un aspro paesaggio roccioso.
La Cultura, quella con la maiuscola, dunque, non si ferma. Diventa sempre più inclusiva ed aperta ai territori, al sociale, promuovendo la parità di accesso alle opportunità, accogliendo e riqualificando le diversità in tutte le sue forme. Un punto di forza e arricchimento reciproco. Di valore umano universale.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. La Natura Morta allo Jago Museum, un cesto pieno di armi, anziché frutti.

La “Natura Morta”, l’ultima opera realizzata da Jago (pseudonimo di Jacopo Cardillo), arriva a Napoli: è stata valutata 12 milioni di euro, una tra le piú costose. L’artista e scultore italiano vi porta una delle sue opere più significative, il “cesto di armi” scolpito in marmo. Un messaggio potente sul nostro tempo.
Da domenica 22 dicembre p-v-, sarà infatti visibile l’installazione del capolavoro che, reduce dalla prestigiosa, iconica, esposizione (dall’8 maggio al 4 novembre 2025), nella pinacoteca della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, posto proprio di fronte, in un continuo dialogo tra passato e presente, col celebre dipinto: “Canestra di frutta’ di Caravaggio, entra ufficialmente nello Jago Museum, presso la storica chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi (nell’omonima Piazzetta).
Viene, così, arricchito il percorso espositivo di Jago, nel cuore verace del rione Sanità, del capoluogo partenopeo, çjttà,. che lo scultore ciociaro considera ormai la sua casa, oltre a creare un confronto tra il linguaggio contemporaneo e la tradizione artistica. Un’opera, quindi, che rompe gli schemi.
Scolpita, come detto, in marmo statuario, “Natura Morta” raffigura un cesto pieno di armi, anzichè frutti e piante tipiche del genere artistico. Una scelta, questa, che ribalta l’abituale concetto di natura morta e lo trasforma in una potente quanto cruda, riflessione sulla nostra epoca. I| contrasto tra la purezza solida del marmo e la violenza degli oggetti scolpiti, costruiti per uccidere, prodotti in serie, svuotati di senso eppure terribilmente reali, determina un effetto di forte impatto; bellezza e distruzione convivono, costringendo l’osservatore ad interrogarsi su temi come la fragilità della vita, il conflitto e le responsabilità collettive.
L’ingresso della scultura di cui trattasi, segna anche un momento importante, una nuova tappa, per lo Jago Museum, rinnovato di recente grazie ad interventi di recupero-restauro della monumentale struttura, che hanno valorizzato la chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi.
“Natura Morta” amplia il percorso dedicato allo scultore che, negli ultimi anni, ha coniugato meravigliosamente e sempre più la sua ricerca artistica, con l’identità culturale di Napoli. In questo senso, l’opera di Jago si presenta come un invito alla consapevolezza, particolarmente significativo nel periodo deļl’Avyento; sollecita domande, incrina incertezze ed apre uno spazio interiore di riflessione. Ovvero una ulteriore conferma del modo in cui l’Artista utilizza la scultura, non solo come espressione estetica, ma come strumento per interpretare e restituire la complessità del presente.
Insomma, un’opportunità per riflettere sulla funzione dell’arte, quale chiave di lettura della realtà, di una natura -nel caso in commento- contaminata dalla violenza e dalla serialità della produzione umana. Che vorremmo non argomentare mai.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

FAENZA (Ra). Al MIC un nuovo allestimento per la sezione Asia.

Il 13 dicembre 2025 inaugura il riallestimento della collezione asiatica del MIC, con ceramiche appartenenti a culture che hanno influenzato a lungo lo sviluppo della ceramica del mondo. L’Asia ha affascinato l’Europa entrando con i suoi canoni estetici nelle arti e, in particolare, nell’arte ceramica. Il riallestimento valorizza il grande patrimonio del Museo, con alcuni inediti provenienti da recenti acquisizioni.

Il nuovo percorso, curato da curato da Eline van den Berg, ricercatrice di arte e cultura asiatica con la collaborazione di Fiorella Rispoli e Roberto Ciarla, mette a fuoco in diverse aree della sezione la millenaria produzione di porcellana bianca e blu e di celadon; il rapporto con l’occidente attraverso la Compagnia delle Indie e la via della seta; la cerimonia del the e del sakè; le committenze per l’Europa e le conseguenti influenze sulla produzione occidentale; il viaggio di Marco Polo; l’eredità di artisti contemporanei che creano opere in dialogo con una tradizione affascinate e millenaria.

Nella sala riallestita vengono esposti circa 300 manufatti dall’VIII secolo (opere dalle Dinastie Han, Tang, Song, Ming, Qing) per un confronto tra civiltà e per presentare lo sviluppo dell’arte ceramica in Asia dove questo materiale è fortemente identitario, con alcune incursioni nell’arte contemporanea.

Il nuovo allestimento – che ha vinto il Bando PNRR M1C3 del Ministero della Cultura finalizzato alla realizzazione di allestimenti accessibili, finanziato dall’Unione europea NextGeneration EU – porrà una grande attenzione all’accessibilità e fruibilità del patrimonio da parte di un pubblico eterogeneo che comprende anche persone con disabilità fisiche e cognitive nel rispetto del “diritto alla cultura” con l’obiettivo di favorire il dialogo fra le culture del mondo.

Oltre ai lavori edili per il superamento di dislivelli fisici, la realizzazione di apparati didattici accessibili, introduzioni in braille, percorsi tattili e audio guide per le persone con difficoltà visive, la proposta di un percorso video in LIS per le persone sorde e utilizzo di pannelli con info-grafiche realizzate con il metodo CAA (Comunicazione Aumentativa e Alternativa), grande attenzione verrà fornita alle tecnologie multimediali che permettono di superare le barriere cognitive e fisiche.

Lungo il percorso sono previste esperienze di realtà aumentata e la costruzione di ambienti virtuali in grado di fornire al visitatore un’esperienza di apprendimento emotivo. Gli apparati multimediali verranno completati in primavera con l’inserimento di un touch screen per l’approfondimento di contenuti relativi alle culture esposte.

“Questo riallestimento si inserisce in un progetto di valorizzazione del patrimonio del Museo che abbiamo avviato in un’ottica di modernizzazione della fruizione, dei contenuti e della multimedialità. – commenta la direttrice Claudia Casali – Grazie al bando PNRR possiamo realizzare una sezione che presenta elementi di accessibilità oggi necessari alla fruizione ampliata. Da sempre il nostro Museo è attento alle tematiche dell’inclusione e dell’accessibilità: con questa sezione facciamo un passo avanti. Questo riallestimento sarà anche l’occasione per rivedere l’impianto strutturale dello spazio che tornerà alla sua originale dimensione architettonica”.

Per l’occasione verrà pubblicata una guida, edita da Silvana editoriale, della collana del MIC, utile per approfondimenti e contenuti di sala.

Info:
MIC Faenza, viale Baccarini 19, Faenza (RA) – Italy – www.micfaenza.org
tel +39 0546 697301 | +39 3391228409 | ufficiostampa@micfaenza.org

CETARA (Sa). La Torre Vicereale a picco sul mare, sentinella dell’identità e scrigno di tesori.

Da valorizzare ulteriormente e più incisivamente, tenendola aperta, da visitare, posto che da lontano rende di più come attrattore culturale, mentre da vicino si evidenzia un certo degrado strutturale e decorativo. Parliamo della Torre vicereale, da ritenersi sentinella dell’identità culturale del luogo, riferimento connotativo del paesaggio della ‘gola’, nella quale si sviluppa il centro storico di Cetara.
Essa ha una struttura molto articolata, frutto di una integrazione tra una struttura cilindrica angioina ed una a doppia altezza vicereale: le due costruzioni sovrapposte, però, conservano una loro leggibile autonomia. È costituita da un corpo tronco-piramidale fino alla piazza, da cui si diparte un corpo più piccolo che forma la scudatura a monte, mentre lungo il perimetro di entrambi vi è un coronamento in controscarpa.
La Torre si trova a ridosso della scogliera ed ha una pianta ovoidale, leggermente allungata verso monte. La parte superiore, situata sopra quella a scarpata, con all’interno un unico ambiente fruibile, è collegata, attraverso un cunicolo, con il primo livello del monumentale edificio, che ha una pianta quadrata, a doppia altezza, con quattro troniere sul fronte mare e su quello posteriore; ai lati si trovano tre troniere in corrispondenza della piazza bassa e due sulla piazza alta, con un torrino laterale: il ‘batti ponte’, che consentiva l’accesso probabilmente con un ponte levatoio, alla struttura.
Nella relazione dell’ingegnere Jacopo Lentier, artefice del complesso delle torri sulla costa di Amalfi, riportata nella provvisione dell’Università di Cava, si legge che «a Cetara si trovano torri che hanno bisogno di rimedio a ciò che si possono guardare e difendere». Fu pertanto previsto di realizzare una nuova torre a ridosso di quella angioina, i cui lavori furono affidati nel 1567 al maestro di muro Camillo Casaburi di Cava, su mandato delle Regia Corte, insieme ai maestri e imprenditori di Cava: Raffaele De Marinis e Onofrio De Abbate.
Il 21 Aprile dello stesso anno, il commissario speciale della costruzione delle due torri, Giovanni Alfonso Bisbol, ordinava a seguito dell’avvistamento di vascelli corsari, al sindaco ed agli eletti dell’Università di Cava, di fornire «di legname, fascine e palle l’artiglieria della torre di Cetara, in modo da poter dare segnale di fuoco e di fumo e avvertire gli abitanti».
La trasformazione completa si è avuta con la sopraelevazione di due piani costruiti probabilmente dopo il 1878. L’unico documento che attesta questa data, è “una domanda del Municipio di Cetara” dello stesso anno, attestante l’esistenza di un “casotto costruito abusivamente sul fronte est della torre, edificato precedentemente ed alla destra di quello attuale adibito alla vigilanza dei dazi governativi e comunali”, con l’allora proprietario della fabbrica, l’ingegnere Giovanni Tagliaferri che, il 2 maggio 1878, chiese di poter ricostruire detto casotto con lo stesso materiale di quello demolito.
Altre radicali trasformazioni hanno, inoltre, interessato la parte interna con l’apertura di numerosi vani e la sostituzione degli antichi solai, tanto che, in quegli anni, la Torre divenne il tradizionale alloggio dei vari parroci che si succedettero nel tempo sino alla fine degli anni ’60.
Sul finire della seconda guerra mondiale vi soggiornò per un breve periodo lo scrittore Achille Campanile. Nel 1965, la torre fu venduta ad una famiglia di antiquari napoletani, che ne conservarono l’integrità. Finalmente nel 1998, dopo essere stata sottoposta a vincolo storico-monumentale dal Ministero dei Beni Culturali, è stata acquisita dal Comune di Cetara e restituita alla collettività.
Attualmente, la struttura costituita dal complesso della originaria torre angioina e della successiva torre vicereale con i rifacimenti ottocenteschi si articola su sei livelli. La parte basamentale ha all’interno un unico vano di forma ellittica, che si collega alla torre vicereale attraverso un corridoio, servito da una rampa di sei gradini da cui si accede in un ambiente di forma rettangolare che costituisce il livello più basso. Tale locale è collegato al vano sovrastante attraverso una botola provvista di scala di legno. Il locale posto al secondo livello si presenta ancora nelle vesti originarie, anche se manomesso nelle aperture e nelle scale.
Intanto, nel 2002, ebbero inizio i lavori di restauro-consolidamento e finalmente, dal marzo del 2011, la Torre è tornata ad essere il faro e il cuore pulsante della comunità locale. Sorgendo a picco sul mare, essa fa da cornice all’incantevole borgo di Cetara, uno dei gioielli della Costiera Amalfitana, un paese così piccolo ma allo stesso tempo così ricco di storia e tradizioni.
Oggi si presenta con una struttura articolata, composta da una torre cilindrica angioina ed una vicereale a doppia altezza, con una parte superiore che prevede due piani sopraelevati a scopo abitativo. Vista con incanto dal mare e meravigliosa in ogni prospettiva, nel 2011 -come detto- è stata riaperta al pubblico ed attualmente ospita un Museo Civico, con le mostre permanenti dell’artista cetarese Manfredi Nicoletti e di numerosi pittori della costiera, i cosiddetti “costaioli”; nonché il “Museo vivo” di un altro grande artista cetarese, Ugo Marano, allestimento che concepì negli anni ’70 e che ha potuto riproporre nella Torre di Cetara, poco prima della sua scomparsa.
La Torre-Museo è organizzata in sezioni principali che vi si intersecano, per la vicinanza ed i rapporti intercorsi tra gli artisti esposti e per i temi che raccontano il territorio circostante. Nelle sue meravigliose stanze, è presente un buon numero di opere dei maioresi, mentre lontane per formazione e per generazioni, si pongono le esperienze di Mario Carotenuto (Tramonti 1922), e Bartolo Savo (Atrani 1932), che hanno donato al Museo di Cetara due dipinti, significative testimonianze degli anni di amicizia con Manfredi Nicoletti.
Allestito nelle sale della parte inferiore originaria angioina della Torre Vicereale, il primo Museo Cantina dedicato alla Pesca ed alla Colatura di Alici, è un’iniziativa realizzata nell’ambito del protocollo d’intesa firmato dal Comune di Cetara, dall’Associazione per la Valorizzazione della colatura di alici di Cetara, dal Flag -Approdo di Ulisse, e dal Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali – Università Federico II di Napoli.
Si tratta di uno spazio, nel quale riposeranno ed invecchieranno botti antiche e terzigni, dove si ripone il prezioso liquido ambrato ottenuto dalla maturazione delle alici sotto sale, per poi includere -si rileva- anche una piccola, ma importantissima, biblioteca che raccoglierà nel tempo libri, documenti storici, giornali, riviste, fotografie dedicate alla colatura, alla pesca e alle radici di Cetara.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it