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SAN SEVERINO MARCHE (Mc). Apre nelle Marche il MARec – Museo dell’Arte Recuperata. Con le opere portate in salvo dal sisma.

E’ stato inaugurato a San Severino Marche il Museo dell’Arte Recuperata (MARec), il nuovo museo dell’Arcidiocesi di Camerino e San Severino Marche destinato alla raccolta e alla salvaguardia delle opere d’arte salvate dalle chiese rese inagibili dal sisma che ha colpito il territorio nel 2016. In attesa che possano fare ritorno nelle loro originarie sedi, le opere torneranno così fruibili dalla collettività, per un progetto di esposizione temporanea che riconsegna alla popolazione locale una parte importante del suo patrimonio storico-artistico. Alla cerimonia di inaugurazione del MARec parteciperà inoltre il critico Vittorio Sgarbi.
Il museo sorge all’interno del palazzo vescovile di San Severino Marche, noto anche come palazzo Scina Gentili, edificio la cui costruzione risale al 1590 e che ha subito ingenti danni a causa del sisma del 1997. Consolidato e restaurato, è rimasto indenne al sisma del 2016, motivo per cui è stato scelto dalla Soprintendenza delle Marche come luogo in cui portare al sicuro le opere degli edifici danneggiati dal terremoto. Il MARec assume quindi un importante valore culturale “sul fronte della raccolta, della catalogazione e della ricerca, ma anche un valore simbolico di rinascita di un territorio profondamente ferito che trova qui l’occasione di raccogliere dalle macerie i propri valori e di costruire con essi una realtà nuova, moderna, all’avanguardia nel settore museale all’interno del quale possa qualificarsi come una eccellenza”, spiegano i promotori del progetto.
All’interno degli spazi interessati alla destinazione museale sono stati condotti lavori di adeguamento impiantistico finalizzati all’esposizione, al deposito e allo studio delle opere d’arte; altri ambienti sono stati poi allestiti per le funzioni amministrative e per ospitare aree multimediali, queste ultime pensate per rendere più stimolante l’offerta museale e per avvicinare più target di pubblico possibili alle collezioni del MARec, di cui fanno parte la Madonna del Monte di Lorenzo d’Alessandro e la statua lignea della Madonna di Macereto. Sono settanta in tutto le opere esposte nei tre piani espositivi, e presentate in base alla loro provenienza, per sottolineare il forte legame che questi lavori hanno con il territorio in cui sono state create. Legame, questo, raccontato anche da un documentario realizzato dal collettivo fotografico Cesura.
“La realizzazione di questo Museo dell’Arte Recuperata (MARec) è stata prima di tutto una grande sfida”, spiega Barbara Mastrocola, Direttrice del MARec. “Abbiamo adottato lo slogan ‘Chiusi per inagibilità, aperti per vocazione’ fin dal 2016, l’anno del terremoto che ha costretto a chiudere la maggior parte delle chiese e dei musei dell’arcidiocesi. Lo slogan intende comunicare l’idea di che cosa vogliamo che sia il MARec: non solo un susseguirsi di sale, un posto dove conservare ed esporre dipinti e sculture, ma un luogo vero, dotato di una propria identità. I musei non solo custodiscono capolavori, ma ci raccontano esperienze e, spesso, sempre più spesso, sono essi stessi parte della storia. E la storia che qui abbiamo raccontato è quella delle nostre opere d’arte che ritrovano una casa in senso concreto, affettivo, culturale, una dimora dell’anima in attesa di ritornare nei luoghi d’origine. Per questo”, continua Mastrocola, “diventa essenziale ricostruire il contesto in cui esse sono nate, perché ciò che resta non sono solo i tetti, ma anche affetti, vita vissuta, sogni. Sostanziale è stata, quindi, la scelta di esporre le opere non in ordine cronologico o tipologico, ma per luogo d’origine, perché prima di tutto gli oggetti d’arte sono parte di un paesaggio collettivamente vissuto, prima di essere oggetto di competenze erudite, e vivono solo se attorno c’è una comunità attiva”.

Autore: Desirèe Maida

Fonte: www.artribune.com, 10 giu 2022

Info:
San Severino Marche (MC)
MARec – Museo dell’Arte Recuperata
Arcidiocesi Camerino – San Severino Marche
Via Cesare Battisti, 11
www.marecmuseo.it

ROMA. Il 90% delle opere nei musei italiani sono conservate male. Il Senato approva una risoluzione.

Quando ci scandalizziamo facilmente nella visione dell’aula di Montecitorio o di Palazzo Madama vuote durante qualche importante votazione raramente consideriamo che una significativa parte dell’attività parlamentare degli eletti si svolge non in plenaria, nell’aula principale, ma piuttosto sul territorio o ancor più nelle commissioni.
La Commissione Istruzione&Cultura di Palazzo Madama, ad esempio, ha recentissimamente approvato una risoluzione che impegna il Governo su questioni importanti rispetto alla conservazione e alla tutela delle opere d’arte nei nostri musei, spesso archiviate e esposte in maniera assai inadeguata con pericoli seri per la loro durabilità. La Commissione si è riunita cinque volte da settembre 2021 a fine novembre 2021 audendo anche enti come il CNR, l’ICOM, l’Istituto Centrale del Restauro e altre realtà. Alla fine la risoluzione è stata approvata rendendolo noto poco più di un mese fa: il 14 dicembre 2021.
museiMa cosa dice questa risoluzione approvata dalla Commissione presieduta dal socialisa Riccardo Nencini? Premettendo che è fondamentale conservare al meglio il nostro patrimonio, che la tecnologia è andata molto avanti, che l’Italia ha tantissime eccellenze in questo campo, che spesso le opere sono conservate in condizioni di illuminazione e microclima spesso assolutamente inadatte e in teche che magari sono accettabili per l’esposizione ma dannose per la conservazione, giunge a impegnare il Governo a muovere dei passi.
Tra questi passi la richiesta di un monitoraggio intenso che valuti volta per volta le reali condizioni degli spazi espositivi, la fissazione di standard e best practices, l’implementazione di un sistema di sensori, una reportistica che i tecnici dovranno offrire al Ministero della Cultura. E poi l’utilizzo a questi fini dei fondi del PNRR.
La Commissione invita pure il Governo, e quindi il Ministro Franceschini, a muoversi sulla accessibilità dei depositi facendo espresso riferimento al grande progetto del Depot del Boijmans di Rotterdam che abbiamo lungamente raccontato. In definitiva la Commissione mette il dito nella piaga nei numerosi problemi di conservazione delle opere d’arte in Italia: abbiamo una enorme quantità di patrimonio, dicono i senatori dopo essersi documentati, ma lo conserviamo malissimo, non abbiamo regole, lo teniamo in spazi che pensiamo siano di protezione e invece condannano le opere a deperire. Ecco perché, tra le altre cose, la risoluzione spinge il Governo a creare un albo di aziende capaci di realizzare allestimenti idonei in modo tale che musei, fondazioni e istituzioni culturali possano attingere lì evitando il fenomeno della teca fatta dal fabbro dietro l’angolo, magari esteticamente accettabile ed economicamente economica ma incapace di proteggere davvero le opere all’interno.
“Il punto è” spiega il presidente della Commissione Cultura del Senato Riccardo Nencini ad Artribune “che soltanto il 10 o il 15 per cento delle opere nei nostri musei sono conservate come dio comanda. Abbiamo un patrimonio straordinario, abbiamo molte tecnologie a disposizione, abbiamo ottimi centri di ricerca e aziende leader nel mondo che si occupano di questi temi e dunque dobbiamo prenderne atto. Ecco il perché di questa iniziativa e il perché il voto di approvazione è stato unanime“.
Si attendono ora le mosse da parte dell’esecutivo.

Autore: Massimiliano Tonelli

Fonte: www.artribune.com, 21 gen 2022

ROMA. La storia di Roma spiegata al museo.

“I Musei Capitolini sono bellissimi ma la parte romana semplicemente non spiega Roma”.
Con queste parole, estratte da un tweet dello scorso 18 agosto, Carlo Calenda accendeva una delle polemiche che maggiormente hanno segnato l’ultima campagna elettorale per le amministrative. Via i Capitolini, e via pure il Comune, sostituiti da un immenso museo dedicato alla storia antica della città, dal granitico nome di Museo Unico Romano.
“Spiegare” la storia dell’Urbe, spazzandone via un capitolo fondamentale, che è al contempo una pagina di primaria importanza della storia del collezionismo e dei musei, trattandosi della prima istituzione pubblica di questo genere aperta al pubblico (1734). La proposta calendiana, peraltro irrealizzabile, è già stata ampiamente (e giustamente) criticata, respinta, sbeffeggiata da storici, direttori di museo, giornalisti. Lasciamo dunque stare la pars destruens e proviamo a vedere se c’è del buono, almeno al livello delle intenzioni, in quanto ha proferito il candidato sindaco.
Con il suo tweet Calenda sembra aver riaperto – non si sa quanto consapevolmente – un annoso dibattito: se vi sia bisogno a Roma di un museo che “spieghi” la storia della città, ai cittadini e ancor di più ai turisti, che spesso, nei loro frettolosi tour, posano il piede sul suolo dell’Urbe senza sapere nulla di consoli, imperatori e pontefici. Un museo siffatto sarebbe senz’altro utile: ma come realizzarlo? L’impresa, per un luogo dalla storia unica come è la Città Eterna, è di quelle da far tremare i polsi. Si potrebbe pensare a una grande struttura, la cui prima parte sia occupata da un grandioso affresco sulla storia di Roma, capace di informare e al tempo stesso affascinare il visitatore, appoggiandosi su pochi reperti altamente significativi e sulle nuove possibilità messe a disposizione dalla tecnologia. Un’introduzione che sia in grado di trasmettere al pubblico poche e fondamentali nozioni, di fornire come una mappa essenziale con cui poi il turista possa avventurarsi alla scoperta della città. All’introduzione dovrebbero seguire gli approfondimenti, in forma di una o più mostre dedicate a momenti e temi specifici, allestite con pezzi provenienti in massima parte dalle raccolte civiche e statali dell’Urbe. Mostre che “spieghino” porzioni della storia della città, puntando su un taglio, per l’appunto, storico, sostenuto da una narrazione efficace e coinvolgente.
“Un museo che spieghi la storia di Roma sarebbe utile: ma come realizzarlo?”
Il discorso vale anche Oltretevere. Non esiste un museo della Basilica di San Pietro. A dispetto del fatto che i musei delle chiese principali di alcune città italiane (Milano, Firenze, Pisa) sono stati in anni recenti magnificamente rinnovati e si annoverano oggi tra gli elementi di spicco dei panorami museali di quelle città, manca un museo che racconti la storia della Basilica Vaticana. Esiste un Museo del Tesoro ma, come si intuisce dal nome, non si tratta che di una selezione di pezzi eccellenti, che non pretendono di dare forma a un racconto. Molti oggetti (opere d’arte, modelli) si trovano nei locali annessi alla basilica, non accessibili; altri “ingolfano” il già ricchissimo percorso dei Musei Vaticani (della Pinacoteca, in particolare).
Un grande museo che racconti la storia di San Pietro sarebbe, naturalmente, strepitoso, sia per l’importanza religiosa, culturale, artistica del sito, che per l’avvincente storia architettonica del complesso, con una basilica di Età Moderna che ha preso il posto di una assai più antica, della quale peraltro il visitatore non avvertito ha scarsa contezza, nell’esiguità di tracce materiali che il tempo costantiniano ha lasciato.

Autore: Fabrizio Federici

Fonte: www.artribune.com, 14 gen 2022

FAENZA (Ra). Riapre la Pinacoteca. Nuovo percorso dal Medioevo al contemporaneo.

Nuovo allestimento e nuova vita per la Pinacoteca Comunale di Faenza, la più antica istituzione museale della Romagna che, lo scorso dicembre, ha inaugurato un rinnovato percorso espositivo con opere che attraversano secoli di storia, dall’alto Medio fino al contemporaneo, in sezioni e fondi dedicati all’arte antica – con reperti della storia cittadina dal X alla fine del XVIII secolo –, alla pittura e alla scultura dell’Ottocento e Novecento italiani.
La storia della Pinacoteca di Faenza inizia nel 1797, quando la Municipalità acquista una raccolta di stampe, disegni, gessi e quadri da Giuseppe Zauli, fondatore della Scuola Comunale di Disegno. La sua apertura al pubblico risale al 1879 e, nel corso del tempo, la Pinacoteca ha assistito all’ampliamento delle sue raccolte, dovuto alle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi che ha portato, in particolare, all’incremento della collezione costituita da pale d’altare.
Tra le opere custodite nella Pinacoteca, spiccano lavori del Maestro dei Crocifissi francescani, Giovanni da Rimini, lavori di epoca rinascimentale e moderna e gli artisti del Cenacolo Baccariniano. A queste si aggiungono le opere della collezione contemporanea, frutto della donazione Bianchedi Bettoli/Vallunga che conta lavori, tra gli altri, di Alberto Savinio, Gino Severini, Filippo De Pisis, Carlo Carrà, Mario Sironi, Giorgio Morandi, Massimo Campigli, Felice Casorati.

Info: www.pinacotecafaenza.it

Autore: Giulia Ronchi – Desirèe Maida

Fonte: www.artribune.com, 8 gen 2022

ASTI. Nasce Musei di Asti. Rete di 8 istituzioni della città in un unico percorso di visita.

Otto musei all’interno di un unico circuito di visita, creando così un percorso all’insegna della valorizzazione e della promozione dei tesori in essi custoditi e, di conseguenza, dell’intero territorio. Sono queste le premesse di Musei di Asti, network nato dall’impegno di Fondazione Asti Musei – costituita dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti e dal Comune di Asti – che ha dato un nuovo volto, anche attraverso un nuovo logo – al sistema museale astigiano, coinvolgendo in questo percorso otto siti: Palazzo Mazzetti, Palazzo Alfieri, Domus Romana, Torre Troyana, Complesso di San Pietro, Cripta di Sant’Anastasio, Museo Guglielminetti, Museo Paleontologico.
Il progetto si pone come obiettivo quello di avvicinare i musei astigiani gli uni agli altri, per “dare valore a ognuno di essi”, e per guidare i visitatori alla loro scoperta, puntando su una comunicazione condivisa e integrata che spazia dalle brochure, dalla cartellonistica, fino ai social network. “Il patrimonio di questa città è inestimabile e l’amore che, da astigiano, nutro per ogni sito ed ogni museo disseminato per la città è stato forse ciò che ci ha spinti ad intraprendere questo progetto”, dichiara Mario Sacco, Presidente della Fondazione Asti Musei. “Abbiamo voluto infatti valorizzare ognuno dei nostri musei, ogni nostro sito e patrimonio artistico, legandoli l’uno all’altro nella stessa narrazione: un elegante filo rosso che unisce i puntini sulla mappa creando un’immagine unica, accogliente, riconoscibile”.
Fino al prossimo 1 maggio Palazzo Mazzetti ospita I Macchiaioli. L’avventura dell’arte moderna, mostra che attraverso oltre 80 opere ripercorre un importante capitolo di storia dell’arte dell’Ottocento italiano. Palazzo Alfieri è la casa natale del poeta e drammaturgo Vittorio Alfieri, di cui viene narrata la vita lungo sale che presentano arredi originali e oggetti appartenuti al letterato; la Domus Romana, in via Varrone, testimonia la presenza nel territorio di insediamenti romani risalenti al II secolo a.C.; la medievale Torre Troyana, costruita nel XIII secolo, con i suoi 199 scalini, offre una suggestiva vista panoramica sulla città. Il percorso museale continua con il Complesso di San Pietro, nato nel XII secolo e costituto dall’ospedale gerosolimitano e la chiesa del Santo Sepolcro sede, dalla sua costruzione fino al 1798, dell’Ordine dei Cavalieri di Gerusalemme; con la Cripta di Sant’Anastasio, di cui oggi si possono ancora scorgere i resti dell’omonima chiesa costruita poco dopo l’anno mille; con il Museo Guglielminetti, dedicato al pittore, scultore e scenografo Eugenio Guglielminetti, allievo di Felice Casorati; e infine, il Museo Paleontologico, in cui sono custoditi resti scheletrici fossili di cetacei astigiani risalenti all’epoca pliocenica (tra 5,3 e 1,8 milioni di anni fa), quando la Pianura Padana era occupata dal mare.

Autore: Desirèe Maida

Fonte: wwww.artribune.com, 6 gen 2021

ROMA. Il nuovo allestimento di Palazzo Barberini. Le nuove sale dedicate al Cinquecento.

Continua il progetto di riallestimento di Palazzo Barberini a Roma, avviato nel 2017 con il riallestimento dell’Ala Sud e continuato nel 2019 con le sale del Seicento. A essere protagonista dell’ultimo intervento a cura della direttrice del museo Flaminia Gennari Santori con Maurizia Cicconi e Michele Di Monte (con progetto di allestimento di Enrico Quell), è il piano nobile del Palazzo (tra le sedi, insieme a Palazzo Corsini, delle Gallerie Nazionali di Arte Antica), in particolare le sale dedicate all’arte del Cinquecento.
PalazzoBarberini_SaleDelCinquecento_Sala14_FotoAlbertoNovelli-3-630x420“L’intento è quello di restituire al pubblico un percorso organico e facilmente leggibile”, sottolinea Gennari Santori, “in una struttura espositiva narrativa che metta in risalto anche la storia del palazzo e delle sue collezioni”. Le sale interessate all’ultimo intervento di rinnovamento e riallestimento vanno dalla 12 alla 18, per un totale di 42 opere esposte provenienti dalle collezioni delle Gallerie e da collezioni pubbliche e private come prestiti temporanei. Il nuovo allestimento segue un criterio cronologico-geografico, anche se non mancano approfondimenti tematici e monografici.
Il nuovo percorso prevede l’ingresso dall’atrio Bernini, dove si trova la Velata di Antonio Corradini del 1743. La prima opera del percorso espositivo è l’iconico Galata, scultura romana antica appartenente alla collezione Barberini. La sala 12, sul tema Tradizione e devozione, ospita la Sacra Famiglia di Andrea del Sarto, la Madonna con Bambino e san Giovannino del Beccafumi, la Sacra Famiglia di Perin del Vaga e la Madonna Hertz di Giulio Romano.
La sala 13 invece è dedicata a Lorenzo Lotto, di cui è esposto il Matrimonio mistico di santa Caterina con i santi Girolamo, Giorgio, Sebastiano, Antonio Abate e Nicola di Bari.
La sala 14 approfondisce la pittura ferrarese con opere di Garofalo e Dosso Dossi; la sala 15 quella senese con lavori di Marco Bigio, Girolamo Genga e il Sodoma.
È invece dedicata al genere del ritratto la sala 16, intitolata Lo sguardo del Rinascimento, con alcune delle opere più celebri delle Gallerie Nazionali, dalla Fornarina di Raffaello al Ritratto di Stefano IV Colonna del Bronzino, dalla Maria Maddalena di Piero di Cosimo all’Enrico VIII attribuito a Hans Holbein, oltre ai ritratti di Niccolò dell’Abate, di Quentin Metsys e di Bartolomeo Veneto. La pittura della Maniera centro-italiana è il tema della sala 17, dove è esposta la grande pala di Giorgio Vasari e bottega con l’Allegoria dell’Immacolata Concezione, recuperata dal deposito del Museo Statale di Arezzo. L’opera sarà fruibile al pubblico durante le prime due settimane di esposizione, per poi essere sottoposta a un intervento di restauro.
PalazzoBarberini_SaleDelCinquecento_Sala12_FotoAlbertoNovelli-630x420La sala 18, infine, ovvero la Sala Sacchi detta anche della Divina Sapienza, presenta opere che ritraggono i protagonisti della famiglia Barberini, come i ritratti dipinti e scolpiti di Urbano VIII e dei suoi nipoti realizzati da Gian Lorenzo Bernini, Giuliano Finelli, Lorenzo Ottoni. Al centro della sala sono, inoltre, i due Globi della sfera celeste e terrestre di Matthäus Greuter, testimonianza dell’interesse che i Barberini nutrirono per le discipline ottiche, fisiche e astronomiche. Ecco le immagini del nuovo allestimento.

Info:
www.barberinicorsini.org

Autore: Desirèe Maida

Fonte: www.artribune.com, 7 ott 2021

PESCARA. Aperto il Museo dell’Ottocento: 270 dipinti dalla collezione Di Persio e Pallotta.

Arte non come investimento, ma come mecenatismo. È questo il pensiero dei coniugi pescaresi Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta (e dell’omonima fondazione), che in oltre trent’anni hanno sapientemente collezionato centinaia di opere d’arte napoletane e francesi per poter, un giorno, condividere con la comunità lo sguardo sulla bellezza di dipinti che hanno tracciato la storia della pittura figurativa del XIX secolo. Un sogno coronato ora nell’apertura del Museo dell’Ottocento, dopo anni di fatiche e rallentamenti causati da ostacoli burocratici e amministrativi. Talent scout di questa coppia così fortemente legata alla visione dell’arte come veicolo di arricchimento culturale su larga scala, è il professore Stefano Papetti, direttore dei Musei Civici di Ascoli Piceno, che nel 2015 realizzò una mostra dedicata al dipinto di De Nittis, prestito del collezionista pescarese.
Pescara-Museo-dellottocento-Gioacchino-Toma-Ritratto-di-famiglia-533x420Gustave Coubert, Charles Francois Daubigny, Alexandre Gabriel Decamps, Charles Emile Jacques, Pierre Etienne Theodore Rousseau, Anton Sminck van Pitloo, Giuseppe De Nittis, Joseph Rebell, gli abruzzesi Valerico Laccetti, Giuseppe Palizzi, Gabriele Smargiassi, il pescarese Basilio Cascella, i triestini Pietro Fragiacomo e Giuseppe Pogna; i veneziani Antonio Canella e Federico Zandomeneghi; e ancora il napoletano Domenico Morelli, il pugliese Saverio Altamura, e molti altri dialogano in francese e napoletano: 260 tele, tutte rigorosamente con cornici antiche anche rinascimentali, che testimoniano la Scuola di Barbizon e la Scuola di Posillipo in un confronto con pennellate impressioniste e pellicole pittoriche veriste al seguito del capolavoro di Antonio Mancini Ritratto di Mrs Fly (1907), che nel 1987 fu il primo acquisto di Di Persio a cui seguirono altri due dipinti: Prevetariello in preghiera (1873) e Verità (1873), opere prestigiose di un Maestro oggi conteso per mostre retrospettive da musei tra Europa e Stati Uniti.
Narcisse-Virgile-Diaz-De-La-Pena-LInnocence-tentee-par-trois-Amours-1867-383x420Inizia così il collezionismo di questo mecenate e di sua moglie, che dalla “amorosa folla di maestri dell’Ottocento stretti nelle stanze di un moderno appartamento di Pescara” (nelle parole di Vittorio Sgarbi) trova la residenza nel palazzo che ospitò da inizio Novecento la Banca d’Italia: Di Persio individua in questo edificio il conservatore del suo patrimonio artistico che acquista, ristruttura e destina a sede museale.
Il Museo dell’Ottocento – Fondazione Di Persio – Pallotta è “il più importante del centro – sud Italia”, prosegue Sgarbi, che ha partecipato all’apertura assieme al Ministro del Turismo Massimo Garavaglia e al sindaco di Pescara Carlo Masci. “Si tratta, a Pescara, per esclusiva tenacia e volontà dei collezionisti, della invenzione di un museo, che nessuno altro, dopo Giuseppe Ricci Oddi a Piacenza e Peggy Guggenheim a Venezia, avrebbe saputo prima costituire, poi istituire”, conclude. “Per la prima funzione occorrono conoscenza, passione, amore per la caccia e, da ultimo, denaro; per la seconda ci vogliono doti di pazienza sovraumana, di gentilezza e di determinazione per la comunità”.
Non solo dipinti, ma anche sculture e antichi tavoli arredano le quindici sale poste su tre piani collegati da una scala in marmo bianco. L’edificio neoclassico risalente alle importanti trasformazioni architettoniche e urbanistiche del primo ventennio del Novecento, ospita nell’ampio atrio la biblioteca con una vasta raccolta di libri di storia dell’arte e monografie d’artista e le tre sale dedicate alla storia della pittura napoletana del XIX secolo. Indaco e amaranto sono i colori che contraddistinguono le pareti di tutte le sale museali con l’attenzione alla gestione dello spazio: ampie e non sovraccariche di opere, la visione è agevolata dalla discreta quanto appropriata illuminazione e la conoscenza è supportata dalle integrazioni di brevi didascalie e pannelli descrittivi.
Una particolare attenzione è riservata alle cornici, “perché i dipinti siano vestiti per presentarsi in società” che, in questo progetto di restauro e musealizzazione, richiama l’enunciato brandiano di “raccordo spaziale fra osservatore e dipinto, fra dipinto e fondo”.
Al primo piano, di particolare interesse sono i dipinti della Scuola di Resina con il celebre Rovine di Pompei di Alceste Campriani e le sale monografiche dedicate a Antonio Mancini e Michele Cammarano con l’importante opera Incoraggiamento al vizio del 1868. Il secondo piano ospita la pittura di storia, quella di genere e il ritratto: si trovano le opere di De Nittis, i fratelli Palizzi, Federico Zandomeneghi e i pittori della Scuola di Barbizon con i paesaggi Le rive della Loue (1862) e Le ruisseau entre les rochers (1876) di Gustave Coubert. Inoltre, le interpretazioni della foresta di Fontainbleau di Narcisse Virgilio Diaz de la Pena e Vaches à l’abreuvoir di Constant Troyon.
Non percorso espositivo: il Museo dell’Ottocento, infatti, è dotato anche di una sala studio e di una ricca biblioteca, in cui sono conservati volumi rari e riviste specializzate relativi al periodo storico di pertinenza delle collezioni. Ci sono anche uno spazio per conferenze e una foresteria, ospitati all’ultimo piano dell’edificio, in vista di accogliere eventi e istituire premi e borse di studio indirizzati ai giovani studiosi. Insomma, un polo culturale specializzato, in piena regola.

Autore: Tiziana Ovelli

Info:
Il Museo dell’Ottocento – Fondazione Di Persio-Pallotta
Via Gabriele D’Annunzio 128 – Pescara
Aperto dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle ore 13 e dalle 16 alle 19
Tel. 085-73023
https://museodellottocento.eu/

Fonte: www.artribune.com, 19 sett 2021

VENEZIA Le Gallerie dell’Accademia inaugurano due nuove sale.

63 opere, molte mai esposte prima, alcune appena restaurate e due nuove acquisizioni che vanno a completare il percorso espositivo al pianterreno. Una maxi operazione culturale resa possibile dalla collaborazione fra pubblico e privato. È quanto è successo alle Gallerie dell’Accademia di Venezia con l’inaugurazione di due nuove sale.
Secondo quanto riportato dal presidente Roberto Cicutto, la Biennale di Architettura conta a oggi il 16,5% di ingressi in più rispetto all’edizione pre-Covid del 2018. I dati raccolti dall’Osservatorio Turistico Regionale del Veneto sul primo semestre del 2021 registrano una flessione nelle presenze in laguna rispetto al 2020.
A uno sguardo più attento ci si accorge tuttavia che a essere in calo sono i visitatori provenienti dall’Italia e dall’Europa, mentre sono in aumento quelli che arrivano dagli Stati Uniti e dai Paesi asiatici. Un dato interessante, se si pensa alle limitazioni negli spostamenti ancora in vigore e al fatto che, globalmente, la pandemia sembra tutt’altro che in recessione.
I numeri sembrano suggerire una generale seppur timida ripartenza per la Laguna, dopo i lunghi mesi di chiusura che hanno stremato l’economia di una città che ha fondato la propria fortuna sul turismo. Secondo il Governatore Zaia e l’Assessore al Turismo Venturini, Venezia starebbe vivendo una sorta di nuovo “rinascimento”, di cui l’ampliamento delle Gallerie dell’Accademia è un chiaro segnale.
venezia 2Al di là della retorica, se di rinascita si vuole parlare, a Venezia questa non può essere disgiunta dalla valorizzazione e dalla tutela del suo straordinario patrimonio artistico e culturale. In questo senso, il fatto che la più importante collezione d’arte veneta al mondo possa disporre di due nuovi ambienti per colmare quella che era una lacuna nel percorso espositivo – ossia la produzione pittorica della scuola locale fra Sei e Settecento – è una notizia gradita a tutti, turisti e non. Non solo perché va a grande vantaggio dell’allestimento scientifico del museo, ma soprattutto perché rende nuovamente fruibili opere rimaste a lungo nei depositi, o per mancanza di spazio o perché talmente danneggiate da dover essere restaurate prima di venire esposte.
L’operazione fa parte di un generale ripensamento e ampliamento del museo, che aveva già portato nel 2015 all’apertura delle prime cinque sale del piano terra, proseguito nel 2019 con l’inaugurazione dell’area dedicata al Rinascimento nell’ala palladiana. Come sottolinea il Direttore delle Gallerie, Giulio Manieri Elia, il restauro degli ambienti e delle opere ora esposte è stato reso possibile grazie alla straordinaria mole di professionisti e competenze messe in campo.
230 metri quadrati di superfici pittoriche restaurate, 330 metri lineari di cornici ripristinate o realizzate ex novo, 12 ditte di restauro coinvolte per un totale di almeno 31 restauratori altamente formati attivi nel progetto. Alla faccia di chi sostiene, per usare un altro po’ di retorica, che “con la cultura non si mangia”.
Originariamente adibiti a deposito, in seguito utilizzati per le lezioni dell’Accademia di Belle Arti, i due monumentali saloni vanno a completare il percorso che dal Seicento all’Ottocento si snoda attraverso le 13 sale complessive del pianterreno. L’allestimento dei due nuovi ambienti è il tassello finale di un puzzle funzionale a far comprendere meglio l’evoluzione della scuola pittorica locale.
La sala 5 infatti è dedicata alla pittura seicentesca ecclesiastica di grande formato, per mano di artisti “foresti” giunti a Venezia. Opere come la Strage degli Innocenti del fiorentino Sebastiano Mazzoni o l’ovato di Padovanino Parabola delle Vergini sagge e delle Vergini stolte – il primo appena acquisito e l’altro appena restaurato – testimoniano le innovazioni introdotte da pittori stranieri in una tradizione artistica, quella veneziana, poco incline al cambiamento.
Le colossali pale di Pietro da Cortona, Daniele nella fossa dei Leoni, e Luca Giordano, Deposizione di Cristo dalla Croce, raccordano questa sala all’attigua poiché contribuiscono all’affermarsi in laguna di alcune tendenze stilistiche che si propagheranno per tutto il secolo successivo: il gusto barocco per la decorazione nel primo caso, l’uso di tonalità cupe e forti contrasti chiaroscurali tipici del tenebrismo nel secondo.
Nella sala 6 la struttura a navate è utilizzata per raccogliere i dipinti in nuclei tematici. A sinistra troviamo la pittura di paesaggio di Ricci, Zais e Zuccarelli; al centro, in un ambiente raccolto, gli interni di Longhi e le scanzonate, forse un po’ provocatorie, scene di genere di Piazzetta e Giuseppe Angeli.
L’infilata destra è dedicata alla pittura storica: dall’appena restaurata Giuditta e Oloferne di una delle rarissime artiste donne del periodo, Giulia Lama, passando per quattro mitologie giovanili tiepolesche, si arriva al capolavoro del Castigo dei serpenti, dipinto da Tiepolo fra il 1732 e il 1734. La tela, che supera i 13 metri di lunghezza, è un susseguirsi di corpi umani e animali avvinghiati, di movimenti concitati, di tentativi inutili di scampare alla punizione divina. Il restauro appena concluso ha colmato le numerose lacune, restituendo al dipinto tutta la sua potenza espressiva.
L’intera operazione di restauro delle sale e delle opere è stata resa possibile grazie al supporto di enti e fondazioni private. Venetian Heritage, un’organizzazione non profit che dal 2015 collabora con le Gallerie, ha destinato oltre mezzo milione di euro al restauro delle sale Selva-Lazzari e delle opere di Tiepolo, Piazzetta e Giordano, a cui si somma il sostegno della Borsa Italia per il dipinto di Giulia Lama e il supporto di iGuzzini per la realizzazione della nuova illuminazione a LED dei due ambienti.
Questa capacità di attivare reti collaborative fra pubblico e privato dimostra “quanto siano cambiate le cose all’indomani della riforma dei musei del 2014, che li ha dotati di autonomia giuridica e amministrativa, e dell’introduzione dell’Art Bonus, uno dei migliori incentivi fiscali al mecenatismo in Europa”, sottolinea il Ministro della Cultura Franceschini.
“All’inizio si pensava che collaborare con i privati nella gestione e nella valorizzazione del patrimonio artistico-culturale significasse dissacrarlo”, svenderlo a chi fosse in grado di trarne profitto, continua il Ministro. È necessario abbattere queste barriere ideologiche per tutelare un patrimonio che rimane di tutti solo nella misura in cui è gestito, conservato e maneggiato da professionisti. E la professionalità richiede risorse.
“Con l’Art Bonus abbiamo raccolto in questi anni circa 500 milioni di donazioni”, conclude Franceschini, “ma non è ancora abbastanza. L’articolo 9 della Costituzione sancisce la tutela del patrimonio artistico come principio fondamentale della Repubblica. Ma è una cosa che spetta a tutti, non solo allo Stato”.
E se fosse il mecenatismo una delle chiavi per la ripartenza? Allora forse si potrebbe veramente parlare di un nuovo “rinascimento”. Questa volta senza retorica.

Autore: Irese Bagnara

Fonte: www.artribune.com, 4 sett 2021