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OGGI GLI ANTICHI EGIZI SONO MOLTO PIU&#8217 VIVI DI UN TEMPO

Il 27 giugno si è svolta a Torino la prima riunione della commissione incaricata di definire le linee guida del bando di concorso internazionale per il futuro assetto espositivo del Museo Egizio di Torino.

Il lavoro degli egittologi Silvio Curto, Dietrich Wildung e Francesco Tiradritti coadiuvati da Vittorio Bo per gli aspetti inerenti alla divulgazione culturale e scientifica, rientra negli studi preparatori necessari per la trasformazione del Museo Egizio in Fondazione, per la quale il ministro per i Beni Culturali Giuliano Urbani alla fine dello scorso anno ha creato un apposito comitato esecutivo.

Ne fanno parte tecnici e specialisti di diverse Istituzioni (Ministero, Soprintendenza regionale, Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt) allo scopo di presentare lo studio sui costi di gestione e la fattibilità della ristrutturazione dell’edificio e del suo ampliamento nei locali adiacenti attualmente occupati dalla Galleria Sabauda, che si trasferirà a Palazzo Reale.

Sarà quindi la costituenda Fondazione del Museo Egizio a inaugurare il primo esempio di cooperazione tra pubblico e privato nella gestione di un museo, cui dovrebbero seguire le Fondazioni per la Reggia di Caserta, per il complesso di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna e per l’area archeologica dei Fori a Roma.

Abbiamo chiesto a Dario Disegni, responsabile del settore Arte e Cultura della Compagnia di San Paolo, impegnata in prima linea nel progetto dell’Egizio e nella riorganizzazione dell’intero sistema museale torinese, quali potranno essere le conseguenze pratiche che si determineranno in seguito alla nascita della Fondazione del Museo Egizio: “Sarà un’esperienza pilota per la costituzione di altre fondazioni che porterà a una valorizzazione del Museo più prestigioso di Torino. Al momento i modelli organizzativi e gestionali sono in corso di studio da parte dell’Ires, l’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali cui è stato affidato l’incarico di preparare il business plan del futuro Museo Egizio. Al personale attuale del Museo sarà data la possibilità di scegliere tra due soluzioni: diventare dipendente della Fondazione e quindi lasciare lo Stato, oppure continuare a lavorare con incarichi diversi presso altri Enti pubblici”.

Per la soprintendente del Museo Egizio Anna Maria Donadoni Roveri è ancora prematuro formulare ipotesi sul futuro del Museo. A tutt’oggi la bozza dello statuto della costituenda Fondazione è all’esame del Ministero. Dopo la sua approvazione e la nomina degli organi, la Fondazione potrà immediatamente procedere con il bando del concorso internazionale.

“I tempi sono abbastanza ristretti, spiega Disegni. Parallelamente alla definizione dello statuto, entro l’anno dovrà essere portato a termine il lavoro della commissione dei tre egittologi. Alla Compagnia di San Paolo è stato affidato di predisporre gli studi necessari per la formulazione del bando di concorso. A una prima fase di lavoro, che si è già conclusa e che ha riguardato lo studio degli spazi del palazzo dell’Accademia delle Scienze e dei locali adiacenti, ne è seguita una seconda, ancora in corso, relativa alla “diagnosi” delle collezioni e ai principi di riferimento alla base del futuro allestimento del Museo che dovrà tenere conto delle diverse fasce di età dei visitatori”.

Per Francesco Tiradritti, già coinvolto nella precedente commissione ministeriale che ha escluso l’ipotesi di trasferimento del Museo alla Reggia di Venaria e curatore aggiunto della mostra sui Faraoni a Palazzo Grassi, il Museo Egizio avrebbe bisogno di un momento di tranquillità “per riflettere su quello che può e vuole divenire in futuro. Dovrebbe essere una riflessione che parte dall’interno, ma che tenga conto di quelle aspettative di un pubblico in continua evoluzione, sempre più attento e sempre più maturo, che alla visita di un museo richiede un arricchimento delle proprie conoscenze. Il visitatore del Duemila non è più quello che si aggirava tra le sale di un museo egizio dell’Ottocento aspettandosi di essere stupito dalle antichità di una cultura alla quale si attribuiva una maggiore distanza dalla nostra di quella che ha in realtà. L’egittologia ha fatto passi da gigante nell’ultimo secolo. La cultura nilotica non è più legata a falsi cliché che la volevano protesa quasi esclusivamente verso la morte e la rinascita esterna. Oggigiorno gli antichi egiziani sono molto più vivi di quello che erano un tempo. La gente è curiosa proprio di questi aspetti. Vuole, in qualche modo, riconoscersi in quello che vede e il Museo Egizio di Torino può offrire molto. Sotto questo punto di vista è unico al mondo e secondo a nessuno”.

Autore: Laura Giuliani

Fonte:Il Giornale dell’Arte

GLI UFFIZI SENZA PIU&#8217 SOLDI. L&#8217ENEL: STACCHIAMO LA LUCE

Al buio Giotto, Botticelli, Leonardo e tutti i capolavori degli Uffizi. Luci spente anche sul David alla Galleria dell’Accademia, e sui sepolcri scolpiti da Michelangelo alle Cappelle Medicee. Per ora è una minaccia, ma potrebbe accadere se il polo museale fiorentino non pagherà la bolletta dell’Enel di 250 mila euro.
L’ultimatum – “che vergogna, è la prima volta che accade”, mormorano in soprintendenza – è contenuto in una lettera di sollecito che giace sul tavolo degli uffici amministrativi. Non è il solo conto inevaso e penalizzato da more. Il pacchetto di fatture e forniture da saldare è ben nutrito. Le casse della soprintendenza, da marzo diventata speciale e autonoma come Venezia, Napoli e Roma – sono completamente a secco: non solo non ci sono soldi per pagare la bolletta dell’Enel, ma neppure per provvedere alle spese correnti, alla normale manutenzione, fino a toccare le forniture di asciugamani, estintori, carta igienica. Mancano i fondi ordinari per le spese 2002 del polo museale. Ossia non sono mai arrivati dal ministero i 3 milioni di euro necessari a farla funzionare, a pagare la gestione ordinaria e i lavori programmati per quest’anno. “Se fossimo un’azienda avremmo il bilancio in profondo rosso”, ammette l’ex ministro e ora soprintendente speciale Antonio Paolucci.

Solo debiti, frutto dell’autonomia amministrativa rimasta sulla carta. “E’ stato smantellato il vecchio sistema dei trasferimenti, ma non è stato attivato con un regolamento il passaggio al nuovo, all’autonomia. E il ministero si è dimenticato di darci i soldi – dichiara la direttrice dell’Accademia Franca Falletti – Che dire? Anche questo è uno dei modi, tutt’altro che dignitosi, per mettere alle corte il sistema pubblico”.

“Tutti i musei sono in una situazione drammatica”, aggiunge la direttrice degli Uffizi Annamaria Petrioli Tofani. Ditte e fornitori che aspettano di veder saldati crediti da gennaio. Lavori già fatti, o in corso e bloccati. Eppure il polo museale fiorentino – che comprende Uffizi, Accademia, Cappelle Medicee, Bargello, i musei di Pitti, il giardino di Boboli, le ville medicee, i cenacoli, ecc. – dovrebbe avere precisi poteri per gestire un suo bilancio, autonomia di incassi e spese, con un suo consiglio di amministrazione e quant’altro riguardi la nuova gestione tenuta a battesimo dal ministro Giuliano Urbani.

“Aspettiamo ancora il regolamento, doveva arrivare in estate. Intanto servono i soldi per i debiti”, prosegue Paolucci. L’atteso regolamento attuativo è fermo negli uffici del ministero. Un’impasse burocratica che ha lasciato le casse della soprintendenza completamente vuote. Cosa dicono al Collegio Romano? Da un mese la risposta è sempre la stessa: questione di giorni. Invece, denunciano in soprintendenza, è a rischio il funzionamento di tutti i musei. E battono cassa anche svariate ditte che hanno eseguito lavori e restauri.

Leonetto Mugelli, che dirige un’impresa edile con maestranze specializzate e che da tre generazioni opera alle dipendenze della soprintendenza, invita alla pazienza: “Non era mai capitato un simile ritardo. Si dice che è colpa della nuova gestione, e che si deve sperare di avere i soldi tra un po’. Magari ci arriva il regalo di Natale”.

Autore: Amorevoli Mara

Fonte:La Repubblica

SE I MUSEI DIVENTANO SUPERMERCATI

I musei fanno ormai parte in modo organico delle strutture di servizio per l’impiego del tempo libero come le multisale, i team park, le discoteche, i villaggi turistici e gli shopping mall dei centri commerciali organizzati. Possiamo magari avere molto rincrescimento ma certo nessuna meraviglia, quindi, che i musei abbiano perduto ogni carattere auratico: niente più ma musei come pilastri delle meraviglie offerte dai servizi per il tempo libero. Non che le antiche funzioni di cura, selezione critica, conservazione, restauro, si siano dissolte ma certo esse, nonostante i notevoli progressi, sono state collocate in secondo piano: nascoste come scarsamente interessanti. Giusto quindi parlare di musei dell’iperconsumo e della dilatazione delle loro funzioni sociali ma a questo è necessario aggiungere che il fenomeno della musealizzazione si è molto espanso: non solo musei delle arti, della scienza, del lavoro, della cultura materiale, archeologici, ecc., ma anche, secondo il modello del collezionismo, musei del fiammifero, del formaggio, delle bambole e dell’ombrello. Forse un tentativo di fermare la memoria prima che diventi solo un vocabolo di computer.

Poi, per estensione, i monumenti museo, le città museo e il territorio museo con le relative combinazioni. Si va in una città museo a visitare un museo che, con slittamento tipologico, è collocato in luogo improprio da cui poi deriva una parte importante del suo fascino: secondario se si tratti di un palazzo antico o di un’ex centrale tecnologica. La prevalente funzione è sempre più quella del consumo e del turismo come sua forma specifica. Così ogni città di provincia sogna di costruire il proprio esoterico museo per incentivarle. Non sorprenderebbe quindi se i musei diventassero dei dipartimenti degli shopping center : per entrate nel nuovo Guggenheim Museum di Las Vegas si passa attraverso la hall-sala da gioco di un grande albergo.

Bisogna subito dire che nonostante la invasiva diffusione nel mondo quotidiano dell’arte visiva contemporanea i musei a essa dedicati sono una frazione assai piccola anche se significativa del fenomeno generale del museo dell’iperconsumo. Significativa, soprattutto, per il discorso che ci tocca da vicino e che ci riguarda: l’architettura del museo.

Il museo e in particolare i musei di arti visive e ancora più in particolare quelli di arte visiva contemporanea hanno dovuto certamente affrontare il problema della amplissima diffusione della nozione stessa di arti visive, le incertezze nella definizione del loro campo di competenze, le discussioni critiche sul tema dell’arte diffusa e della riproducibilità che si prolungano da più di un secolo, le relazioni con i temi della comunicazione e in generale la costitutiva instabilità dell’esperienza estetica contemporanea. Inoltre gli artisti sono via via divenuti più importanti dell’opera, poi si sono trasformati in creativi, nuova classe economica emergente, e a tutto questo si è prepotentemente accostato un nuovo modo di essere del museo nell’età dell’ideologia assoluta del mercato.

Il museo oggi sviluppa la cultura delle arti visuali o le Utilizza per il proprio autosviluppo istituzionale? E i suoi edifici sono al servizio delle arti o si servono di esse per mettere in primo piano le qualità plastico-visive dell’edificio in allineamento con la sua funzione turistica? Dobbiamo concludere che si sta avverando la previsione di Andy Warhol che negli anni’60 scriveva: " Tutti i musei diventeranno grandi magazzini e tutti i grandi magazzini diventeranno musei come sembra concludere anche la recente mostra viennese dal titolo I shop therefore I am?"

Q u e s t e connessioni, ormai ovvie, pongono con evidenza agli architetti un triplice problema: un’analisi delle condizioni delle arti visive come contenuto del proprio fare, un’interrogazione sulla sostanza stessa dell’architettura e una riflessione sulla relazione tra le due diverse pratiche artistiche. E’ necessario quindi riguardare come qualcosa di specialmente significativo ciò che si produce in quanto architetti quando il soggetto del lavoro sia il museo e in particolare il museo delle arti contemporanee.

(…) Shelling considerava l’architettura un’arte plastica vicina alla sartoria proponendo l’instabilità del panneggio come modello: un’idea che qualcuno oggi ha interpretato come modello dell’instabilità, dell’incompiutezza, della frammentarietà quale destino dell’architettura, siano costruzione, processi di messa in opera di materiali complessi, di memoria, volontà e desideri che si propongono con la precisione che fa di ogni soluzione un nuovo enigma. In particolare, è un’aggiunta alla costruzione ma un suo modo di essere messo in forma. Credo che, alla fine, dobbiamo quindi essere grati al tema del museo dell’iperconsumo che più di ogni altro ha messo in evidenza le contraddizioni più vistose dell’architettura dei nostri anni.

Autore: Vittorio Gregotti

Fonte:La Stampa

Pubblico protagonista al museo del domani

Getti d´aria mi colpiscono da tutte le parti mentre attraverso il varco che porta alla galleria dell´innovazione. È una vera e propria doccia d´aria che mi toglie la polvere dai vestiti. Infatti sto entrando in una " camera pulita" un´area esente da gran parte delle impurità inevitabilmente presenti in ogni ambiente (quelle più spinte riescono a garantire la presenza di meno di una particella impura ogni 100.000 particelle d´aria, un´aria 10 volte più pura di quella che troviamo in cima al Monte Bianco). Dietro un cristallo di separazione osservo granelli di sabbia che si trasformano magicamente nelle lucide superfici dei wafer di silicio, mentre in un´altra postazione posso esplorare con un microscopio elettronico l´universo infinitesimale dei microchip regolato dalle leggi del codice digitale. Sono a San José, nel cuore della Valle di Santa Clara, in California, che da una ventina d´anni tutti chiamano Silicon Valley.

Alla fine degli Anni 50 questa assolata cittadina, poche miglia a sud di San Francisco, aveva circa centomila abitanti e William Hewlett e David Packard gettarono qui il seme dell´innovazione fondando la Hewlett-Packard. Iniziava così quella straordinaria rivoluzione che doveva trasformare l´economia della valle: dall´era dei frutteti a quella dei microchip. San José oggi ha più di 900 mila abitanti e da due anni ha un nuovo museo, «The Tech», il museo tecnologico dell´innovazione. Il suo impegnativo obiettivo è quello di coinvolgere il pubblico di tutte le età nell´esplorazione e sperimentazione delle tecnologie e di incoraggiare i giovani a diventare gli innovatori delle tecnologie del futuro. I software che normalmente sono utilizzati per applicazioni medico diagnostiche o per creare effetti speciali video e installazioni artistiche, a «The Tech» vengono usati nella postazione del Cyberhead (testa cibernetica).

no scanner mi scandaglia la testa girandomi attorno a 360° e la mappa completa del cranio è acquisita. Introducendo il biglietto d´ingresso in un lettore di codice a barre, posso accedere a un computer per controllare e modificare l´immagine tridimensionale della mia testa, oppure distorcerla cambiandone lo sfondo o la tessitura, e infine stampare e portare a casa questo singolare autoritratto cyber: fa venire un po´ i brividi. Se vuoi diventare progettista di ottovolanti, The Tech è il posto giusto. Una potente work station ti aiuta a progettare queste complesse strutture tenendo conto dei parametri limite: velocità, momento, attrito, accelerazione gravitazionale. Completata la progettazione puoi fare il collaudo sul Cyclone, una vettura di ottovolante che simula il percorso appena disegnato per la valutazione dei fattori soggettivi, compreso tasso di adrenalina e quante volte si urla nell´intero giro.

A «The Tech» puoi provare la risonanza magnetica e condurre indagini poliziesche utilizzando le impronte digitali e quelle genetiche, oppure, immergendo la mano in una vaschetta d´acqua e agitando le dita, puoi osservare le ossa della tua mano in movimento su un monitor: un trasduttore ultrasonico immerso nell´acqua, cattura infatti l´immagine della parte scheletrica della mano. Ma le sorprese non sono finite: una postazione con telecamera all´infrarosso legge le temperature delle diverse parti del tuo corpo assegnando loro colori diversi. Sfregandoti le mani, puoi vedere come cambia il colore che le rappresenta sullo schermo, mentre ancor più impressionante è se ti tiri su le maniche della camicia: si passa dal blu scuro, la temperatura del tessuto, all´arancio vivo, il colore del calore della tua pelle.

Una sezione del museo è dedicata all´esplorazione degli ambienti estremi, dalla simulazione su piattaforma ad aria compressa per sperimentare sensazioni simili a quelle che provano gli astronauti che si muovono liberi nello spazio, con la Jet Pack Chair (poltrona a reazione), alla simulazione di guida di veicoli automatici su Marte o nella profondità degli abissi oceanici, per finire con una emozionante simulazione di terremoto. Infine la galleria della comunicazione con la lunga teoria di computer connessi alla rete e un´applicazione dimostrativa delle trasmissioni TV satellitari, forse la parte meno impressionante, perché è ormai parte della nostra vita quotidiana.

The Tech Museum of Innovation, ingresso 9 dollari 201 S. Market St., San José, California-USA http://www.thetech.org

Autore: Pino Zappalà

Fonte:TuttoScienze

NON ROMPIAMO IL POLO (MUSEALE)

L’Amministrazione dei beni culturali ha ancora la febbre. La sindrome convulsiva e sussultoria con effetti di disarticolazione e spezzettamento appare tutt’altro che conclusa. Prendiamo il caso della Soprintendenza speciale al Polo museale fiorentino. La “corazzata musei” (una ventina di istituti, dagli Uffizi alle Ville Medicee, cinque milioni di visitatori ogni anno, incassi che sfiorano i venti milioni fra biglietterie e proventi ex legge Ronchey) ha mollato gli ormeggi e naviga verso il suo destino. Anche se il regolamento non c’è ancora, anche se lo strappo è stato doloroso perché dalla separazione fra musei e territorio esce seriamente vulnerato il principio della unitarietà della tutela, tuttavia l’operazione era utile e necessaria. Andava fatta ed è stata fatta. Bisogna dare atto a Giuliano Urbani di avere onorato gli impegni.

Le quattro Soprintendenze speciali italiane (Firenze, Roma, Napoli e Venezia più Roma archeologica) adesso esistono, sono ormai definite nelle loro competenze istituzionali e buon senso farebbe sperare che nessuno ne mettesse più in discussione né il ruolo né le competenze. Invece non è così. Un documento recente della Regione Toscana propone al ministro di discutere le procedure di trasferimento dallo Stato agli Enti locali per una serie di musei e monumenti raccolti sotto l’epigrafe del Polo fiorentino. Dovrebbero passare ai Comuni, fra gli altri, il Museo nazionale del Bargello, il Museo delle Cappelle Medicee, le ville della Corona dislocate nel territorio, il Giardino di Boboli. Per fortuna niente è ancora deciso.

Occorrerà spiegare e spiegheremo con tutta la pazienza di questo mondo che sì, le ville medicee di Poggio a Caiano, della Petraia, di Castello, di Cerreto Guidi possono anche far comodo ai sindaci per i loro festival e le loro sagre, ma che esse costituiscono un tutt’uno inscindibile, storico e collezionistico, con Palazzo Pitti. Così che sarebbe criminale separarne la gestione. Spiegheremo che il Bargello non è un museo civico. E’ nato come museo nazionale, è il Victoria and Albert italiano, è la più importante raccolta del Paese per la scultura e per le arti minori, è l’equivalente, in quel settore, degli Uffizi. Spiegheremo anche che Boboli non è un parco pubblico ma il giardino all’italiana più antico e più prezioso d’Europa e che le Cappelle medicee sono il sepolcreto monumentale dei granduchi i quali abitavano a Pitti da vivi e finivano nel mausoleo dei principi da morti. Come si fa a separare Boboli che passerebbe al Comune dalla Reggia di Pitti che rimarrebbe statale? E come si può pensare di affidare a due amministrazioni diverse il Palazzo dei granduchi e le tombe (divenute museo) dei granduchi medesimi? Anche il Museo delle porcellane andrebbe al Comune di Firenze dimenticando che quella raccolta è un pezzo del Museo degli argenti; museo quest’ultimo destinato a rimanere statale insieme agli altri di Pitti, secondo le proposte della stessa Regione.

Insomma il disordine è grande e gli esiti possono riuscire molto pericolosi, addirittura devastanti. Se si muove così la Toscana che nel settore del Beni Culturali ha un ruolo di capofila per tradizione e per delega, come si comporteranno le altre? Oggi si fa una gran confusione fra tutela, gestione e valorizzazione. Nel supermarket dei Beni culturali gli Enti locali hanno deciso di scegliere quello che fa loro più comodo. Coniugando tutela (dello Stato?) gestione e valorizzazione (della Regione) e mettendoci in più i soldi di ipotetici privati, c’è chi pensa, in perfetta buona fede, di riuscire a prendere due o più piccioni con una sola fava. Attenzione però (diceva parecchi anni fa Giulio Carlo Argan trattando di questi argomenti) attenzione … c’è il rischio che il piccione della cultura finisca arrosto e a noi restano le fave.

Autore: Antonio Paolucci

Fonte:Il Sole – 24 Ore del 27 ottobre 2002