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POMPEI, di Augusto De Luca.

Era da moltissimo tempo che desideravo tornare agli scavi di Pompei e, finalmente, qualche anno fa, era esattamente il 2011, io e Nataliya decidemmo di fare una visita proprio a quello stupendo sito archeologico, rimasto intatto per secoli sotto la cenere del Vesuvio.
La giornata era splendida e il cielo terso; per l’occasione, portai con me la piccolissima fotocamera Leica D-Luxe, con soli 10 megapixels. In verità non avevo nessuna intenzione di lavorare, volevo al massimo fare qualche foto ricordo.
Quella mattina, per mia fortuna, c’era davvero poca gente e quella straordinaria città deserta appariva in tutta la sua bellezza piena di fascino, che riportava alla mente ricordi di una vita dove riecheggiavano suoni ed immagini fantasma di un passato lontano. Cominciammo a girare per le antiche strade vuote, un tempo trafficate e piene di vita, e, quasi automaticamente, guardavo e scattavo, senza neanche rendermene conto. Tutto mi sembrava interessante e fotograficamente accattivante. Perlustrammo il luogo in lungo e in largo per qualche ora, senza accorgercene e io feci davvero molte istantanee.
Quegli scatti volevano essere soprattutto degli appunti di viaggio, dei ricordi di scorci e frammenti che colpivano di volta in volta il mio sguardo facendomi sognare ad occhi aperti, senza nessuna pretesa e finalità professionali: souvenir di una mattina diversa in un luogo misterioso e magico, che apparteneva alla memoria, e che sollecitava in maniera così feconda la mia fantasia.
Tornato a casa, nel tardo pomeriggio, lavorando i file al computer, ho cercato di elaborare le immagini in modo da dare un carattere e un gusto retrò, che credo si addica meglio ad una città così antica e piena di storia; però, non è detto che cambi idea modificandole nuovamente, perché ancora non sono sicuro che quelle istantanee abbiano raggiunto la loro perfezione e la loro completezza, almeno per me.
Forse, prima o poi, attraverso di esse riuscirò a restituire, inequivocabilmente, proprio le stesse emozioni che provavo al momento dello scatto; mi occuperò presto di loro.

Autore:
Augusto De Luca, (Napoli, 1 luglio 1955) (delucaaugusto885@gmail.com) è un fotografo e performer. Ha ritratto molti personaggi celebri.
Studi classici, laureato in giurisprudenza. E’ diventato fotografo professionista nella metà degli anni ’70. Si è dedicato alla fotografia tradizionale e alla sperimentazione utilizzando diversi materiali fotografici.
Il suo stile è caratterizzato da un’attenzione particolare per le inquadrature e per le minime unità espressive dell’oggetto inquadrato. Immagini di netto realismo sono affiancate da altre nelle quali forme e segni correlandosi ricordano la lezione della metafisica. E’ conosciuto a livello internazionale, ha esposto in molte gallerie italiane ed estere.
Le sue fotografie compaiono in collezioni pubbliche e private come quelle della International Polaroid Collection (USA), della Biblioteca Nazionale di Parigi, dell’Archivio Fotografico Comunale di Roma, della Galleria Nazionale delle Arti Estetiche della Cina (Pechino), del Museo de la Photographie di Charleroi (Belgio).

CAPORCIANO (L’Aquila). A Bominaco la Cappella Sistina d’Abruzzo, un tesoro d’arte inaspettato.

Arte sacra, storia, cultura, natura incontaminata, paesaggi mozzafiato, tradizioni, si fondono in un mosaico di meraviglie eccezionali, da restare semplicemente incantati. La chiamano la Cappella Sistina d’Abruzzo: è uno spettacolo che in pochi conoscono.
A Bominaco (con la sua Abbazia), unico, piccolo, suggestivo borgo del comune di Caporciano (L’Aquila), tra le montagne d’Abruzzo, scopri così un tesoro inaspettato di affreschi millenari, nascosto tra gli intrichi di montagne e colline che caratterizzano l’incantevole altopiano di Navelli, là dove si coltiva l’oro rosso abruzzese.
Questo luogo, apparentemente modesto, custodisce un gioiello di inestimabile valore artistico e storico, noto ai più come la Cappella Sistina d’Abruzzo. Si tratta dell’Oratorio di San Pellegrino, un nome che evoca la prima comunità religiosa locale ed un’epoca di fervore spirituale. Varcare la soglia di questo edificio è un’esperienza che lascia letteralmente senza fiato, data anzitutto l’impressione immediata di essere catapultati in un mondo di colori e narrazioni, che avvolgono completamente lo sguardo. Un catalogo di immagini inaspettate si dispiega sulle pareti interne, in una profusione di affreschi che richiamano alla mente la magnificenza e la complessità di opere d’arte sacra, di spessore internazionale, come la celebre Cappella degli Scrovegni.
Non è un caso che l’Oratorio di San Pellegrino sia stato dichiarato Patrimonio mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, a testimonianza della sua straordinaria importanza culturale, della bellezza intrinseca degli affreschi, ma anche del valore storico di un’arte e di una spiritualità, che hanno plasmato il territorio abruzzese per secoli, lungo le antiche vie battute da monaci, pellegrini e pastori. Una storia del lontano passato. Dedicato a San Pellegrino, figura centrale per la comunità religiosa originaria di Bominaco, l’oratorio ha attraversato i secoli, conservando intatto un patrimonio figurativo eccezionale.
Gli affreschi, realizzati in gran parte tra il XII e il XIII secolo, costituiscono un vero e proprio manuale illustrato di teologia medievale, dipingendo scene del Vecchio e Nuovo Testamento, nonché episodi della vita dei santi, con una vivacità ed un dettaglio sorprendenti. Ogni superficie interna -si legge- è stata sapientemente decorata, trasformando le austere mura in un’esplosione cromatica che narra storie bibliche e agiografiche, con una maestria rara per l’epoca. Il ciclo pittorico si distingue per la sua narrazione fluida e coinvolgente, dove figure stilizzate e colori vibranti catturano l’attenzione, guidando il visitatore attraverso un percorso spirituale e didattico.
La tecnica pittorica, sebbene antica, rivela una profondità emotiva ed una ricchezza iconografica che, ancora oggi, affascinano studiosi e visitatori. Non solo opere d’arte, ma documenti storici preziosi che offrono uno spaccato unico sulla cultura, la religiosità e la vita quotidiana del Medioevo abruzzese. Un miracolo la loro conservazione, si sottolinea, a voler considerare le vicende storiche e naturali che hanno interessato la regione: ogni personaggio, ogni scena, ogni simbolo dipinto sulle pareti dell’Oratorio di San Pellegrino, è una finestra aperta su un mondo perduto, un richiamo potente alla forza espressiva dell’arte sacra medievale.
Visitare l’Oratorio di San Pellegrino, non è semplicemente un’escursione culturale, ma altresì un’immersione profonda in un’atmosfera senza tempo, dove il silenzio delle montagne si plasma con l’eloquenza muta delle immagini. Una volta arrivati a Bominaco, si percepisce immediatamente la sensazione di aver scoperto un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato, un angolo d’Abruzzo che custodisce gelosamente le sue tradizioni ed i suoi segreti.
L’oratorio si presenta, dall’esterno, con una semplicità quasi disarmante, un contrasto stridente con la magnificenza che si rivela all’interno, rendendo la scoperta degli affreschi ancora più potente e sorprendente, come aprire uno scrigno antico e trovare al suo interno gemme di rara bellezza.
Un’esperienza che rimane impressa nella memoria, tra profondità ed un senso di mistero. Un luogo sospeso tra storia, arte e misticismo. Qui, davvero, la pittura diventa preghiera. Visitando l’oratorio di San Pellegrino, il pensiero corre inevitabilmente alla Cappella degli Scrovegni di Padova, capolavoro immortale di Giotto, con le pareti che si trasformano in un libro illustrato, dove ogni affresco è una pagina di fede, di umanità, di luce.
La “Cappella Sistina d’Abruzzo” è più di un monumento : è un simbolo della resilienza e della ricchezza culturale di una regione, spesso sottovalutata. Ma di certo non a ragione, anzi. Anzi è e resta l’icona di un patrimonio storico-culturale e di sani valori umani, che ha ancora tanto -se si vuole- da insegnare, inclusivamente parlando.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Michele Santulli. Sargent e Parigi.

John Singer Sargent (1856-1925) il maggiore artista americano dell’epoca, particolarmente noto per i suoi ritratti della finanza ed aristocrazia europea e americana. Numerose anche le opere da soggetti della umanità comune che l’artista in verità preferiva perché libero di esprimersi senza vincoli e limitazioni: parecchi dunque i soggetti ripresi per esempio durante i frequenti viaggi e le opere realizzate in Spagna, a Capri, a Venezia.
Negli anni trascorsi a Parigi fu preso dalla presenza di una ragazza di quattordici-quindici anni originaria della Valcomino incontrata per le vie della città. Si chiamava ”Carmela Bertagna” e l’artista ne indicò sul quadro anche l’indirizzo, come soleva fare coi suoi modelli, in prevalenza giovani ciociari. La sola visione di questa opera su “Carmela Bertagna” non solo prova le capacità di Sargent a quell’epoca poco più che ventenne, altresì la qualità elevata del dipinto tanto da inserirlo tra i capolavori del pittore: quanto si lascia ammirare è il gioco magistrale delle sfumature cromatiche del curioso soprabito della ragazza nonché la perfezione della fisionomia e di certi dettagli. Molto inchiostro si è speso al fine di stabilire la sua provenienza, se spagnola o francese e la sua età.
A Parigi sta andando verso la conclusione al Museo d’Orsay una esposizione personale sull’artista di notevole impegno che termina tra pochi giorni dopo oltre tre mesi e circa novanta opere in mostra. Ma la ciociarella della Valcomino non è presente, pur essendo una delle opere realizzate a Parigi e pur possedendo tutti i crismi di un vero capolavoro! In compenso qui oltre ad esprimere il nostro disappunto sulla assenza alla esposizione, ne vogliamo ricordare, a buona memoria ed a informazione dei cultori ed appassionati, e fornire, ancora una volta, le sue vere generalità. “Bertagna” è un cognome inesistente, sicuramente un errore di trascrizione del prete che ha redatto il certificato di battesimo da cui si rileva anche che più che ”bertagna” si dovrebbe leggere “berstegna”: in realtà l’esame attento dei registri parrocchiali ancora disponibili, a dispetto della guerra che imperversò in questi luoghi, ci mostra inequivocabilmente che in realtà il cognome di Carmela è Bevilacqua nata il 16 luglio1867, diffuso cognome in Gallinaro, la Sionne, la Castiglioncello dei modelli di artista in Europa: quindi dopo circa centocinquanta anni di interpretazioni e congetture, si fornisce ora con piacere l’esatta generalità della ragazza-donna o della donna-ragazza Carmela Bevilacqua di Gallinaro in Valcomino in Ciociaria, di cui lamentiamo la assenza nella esposizione parigina, auspicando che quella che si inaugurerà a New York tra quattro mesi rimedi a tale grave torto a Sargent.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

VICO EQUENSE (Na). La Santissima Annunziata tra le 10 chiese più belle sul mare (se non addirittura la più bella), d’Italia.

Quando l’arte religiosa si plasma meravigliosamente con i tesori natural-paesaggistici, ecco scaturire un mosaico di eccellenze.
Ritenuta tra le 10 chiese sul mare più belle d’Italia, se non addirittura la più bella, grazie alla sua singolare posizione panoramica, che abbraccia il Golfo di Napoli ed affaccia sul borgo marinaro, la monumentale Chiesa della SS. Annunziata rappresenta una testimonianza unica di architettura gotica, in tutta l’area della Penisola Sorrentina.
Si tratta dell’antica cattedrale di Vico Equense, ubicata nel centro storico della cittadina, mentre si staglia su un promontorio, un costone roccioso di circa 90 metri a strapiombo sul mare ‘del mito’.
Da sempre, la facciata e l’area antistante il sagrato del sacro edificio, sono state lungo i secoli protagoniste indiscusse nei dipinti dei più conosciuti pittori.
Il tempio venne edificato tra il 1320 e il 1330, su indicazioni dell’allora vescovo Giovanni Cimmino, così da trasferire l’originaria sede vescovile dal borgo di Marina d’Equa a Vico centro. All’epoca, erano troppe e disastrose le incursioni saracene provenienti dal mare e, pertanto, fu necessario spostare il centro cittadino e religioso nella parte alta della città.
Sebbene oggi la facciata della chiesa si presenti in stile chiaramente Barocco, segno inequivocabile di rimaneggiamenti importanti che l’edificio ha subìto nel corso dei secoli, al suo interno la struttura rivela la propria origine trecentesca (pregio dell’ultimo restauro avvenuto a seguito del sisma del 1980).
Tra le opere presenti nella chiesa, è da attribuire particolare attenzione sia alla tela, che domina l’abside raffigurante una ‘Annunciazione’ del pittore Giuseppe Bonito, che al monumento funerario del vescovo Giovanni Cimmino (1313-1343).
La sagrestia, di impianto gotico, conserva una serie di 33 dipinti incorniciati da medaglioni in stucco, opera del pittore Francesco Palummo (1786), disposti lungo le pareti della stanza e raffiguranti gli altrettanti vescovi equensi. Il trentatreesimo dipinto: un Angelo in gesto che invita al silenzio, sostituisce quello che apparteneva all’ultimo vescovo di Vico Equense (mons. Michele Natale), impiccato pubblicamente in Piazza Mercato, a Napoli, durante la rivoluzione napoletana del 1799.
Oggi, inoltre, la chiesa presenta un ambiente sottostante la navata centrale, che funge da area espositiva permanente degli antichi arredi della Cattedrale, tra cui resti degli affreschi trecenteschi che decoravano il tempio, nonchè paramenti ed arredi sacri appartenuti ai vari vescovi susseguitisi, infine lapidi sepolcrali delle antiche famiglie nobili di Vico Equense. Il vano (non si tratta dell’impianto medievale), crea una sorta di cripta, a tutti gli effetti adibita a polo del Museo Diocesano Sorrentino-Stabiese.
La Cattedrale è a impianto basilicale, composta da tre navate, divise originariamente in colonne di tufo, successivamente inglobate in pilastri. L’abside pentagonale, anch’essa oggetto di un lungo restauro, è stata riportata quanto più possibile al suo impianto originario in stile gotico, ed è profilata da sottili costoloni. Si ipotizza fosse interamente affrescata, secondo usi stilistici ed architettonici dell’epoca. Intuizione più che attendibile, tenendo presente che sono giunti fino ai giorni nostri due frammenti di affreschi di scuola tardo-giottesca, provenienti proprio dalla zona absidale, simboleggianti la Crocifissione e Santi.
Certamente, anche le pareti della chiesa dovevano essere affrescate ma, sfortunatamente, non si ha alcuna testimonianza documentale.
Per il portale d’ingresso furono commissionate, all’inizio degli anni Ottanta, due porte in bronzo, realizzate dallo scultore Michele Attanasio, dedicate a papa Giovanni Paolo II e ritraente un Cristo ieratico.
Tornando alla tela di Bonito, che rappresenta l’Annunciazione, tale capolavoro è affiancato ai lati da episodi della vita di Maria, come la Presentazione di Maria al tempio, il Matrimonio della Vergine, l’Adorazione dei pastori e, poi, la Presentazione di Gesù al tempio, opere di Jacopo Cestaro; negli spicchi dell’abside quattro tele di Francesco Palumbo, commissionati dal vescovo Paolino Pace, effigie gli evangelisti. Nella navata centrale, sono collocate quattro tele che hanno per soggetti gli apostoli Andrea, Pietro, Giacomo e Taddeo. In una cappella della navata destra, è posto un crocifisso in legno, decorato con pittura di scuola giottesca; in quella sinistra, si aprono le cappelle dedicate a Sant’Antonio, alla Madonna del Rosario con Bambino, al Sacro Cuore di Gesù, a San Giuseppe col Bambino e a Sant’Anna.
Tra le altre opere presenti: le urne funerarie di Gaetano Filangieri e del vescovo Cimmino, quest’ultima caratterizzata da un pluteo romanico, decorato con un cavallo alato ed una lastra in marmo bianco, con raffigurazioni della Madonna col Bambino in braccio, San Paolo e San Luca, ed opere pittoriche di Armando De Stefano, che rappresentano Cristo alla colonna, la visita di Maria ad Elisabetta e San Gennaro Repubblicano.
La sagrestia come detto è in stile gotico, anche se presenta influssi neoclassici del XVIII secolo.
Interessanti anche la cupola, nella quale si aprono otto finestre e reca al centro una tempera, con la Colomba dello Spirito Santo ed una balaustra decorata con marmi policromi. Dunque, uno scrigno di straordinarie memorie culturali che, in uno con un panorama mozzafiato, restano onore e vanto della Costiera, denominata a giusta ragione “La Divina”.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi e Jago Museum : si rigenera il quartiere Sanità.

Rigenerare ed umanizzare la Cultura. Dopo quarant’anni di degrado, un nuovo spazio è diventato luogo restituito al quartiere Sanità (uno dei più difficili di Napoli), grazie all’opera di recupero ed alle sculture tra le più famose di Jago, prima come atelier del noto artista, che ha visto la realizzazione della Pietà, un’opera di grandezza naturale che rappresenta una rielaborazione, in chiave contemporanea, di un momento di raccoglimento e di dolore. E subito dopo, dal 2022, in esposizione permanente, corpo a corpo con la chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, magnifico edificio barocco e rococò, situato nell’omonima piazzetta, all’inizio dell’antico Borgo dei Vergini.
Dedicato al primo vescovo-patrono della città partenopea, il sacro complesso fu costruito nel 1633 e ricostruito circa un secolo dopo, a causa delle alluvioni che scorrevano nel Rione Sanità, dette lave dei Vergini. In origine, la chiesa era un monastero dedicato alla cura degli infermi del quartiere, in cui prestavano la propria opera i Crociferi, impegnati nell’assistenza ai malati in tutta la città di Napoli. Tuttavia fu presto abbandonata, a causa della distruzione causata dalle acque piovane, per cui il nuovo progetto, realizzato dagli architetti Bartolomeo e Luca Vecchione, collaboratori di Luigi Vanvitelli, fu posto in posizione sopraelevata rispetto alla strada, con una rampa di scalini in pietra lavica per preservare la chiesa dagli allagamenti.
Numerosi artisti diedero il loro contributo per la ricostruzione, con opere come le pale d’altare di Francesco La Marra e le tele di Domenico Mondo, ispirate a prototipi di Luca Giordano.
Oggi, come detto all’inizio, la Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi è stata messa in sicurezza dopo 40 anni di abbandono per ospitare le opere di Jago, nel suo “Jago Museum”, richiamando probabilmente la lezione di Papa Francesco, riferita ai beni ecclesiastici, come risorsa da mettere a disposizione, specie per le persone che si trovano in situazioni di disagio.
Allo stesso modo, il Rione Sanità ha cercato nuove forme creative e coraggiose per manifestare la propria fede, come ha sottolineato don Antonio Loffredo (ex parroco), per esempio attraverso l’impegno nella valorizzazione-riqualificazione delle risorse del territorio, una delle esperienze più innovative in Italia.
La riapertura al pubblico della Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, avvenuta il 20 maggio 2023, è stata resa possibile da una convenzione firmata con il Fondo Edifici di Culto, e grazie al sostegno di Fondazione CON IL SUD, Fondazione di Comunità San Gennaro, insieme a Intesa Sanpaolo.
Nel 2021 la chiesa è diventata il laboratorio del noto artista Jago, un luogo che ha visto la realizzazione della Pietà, una scultura di grandezza naturale che rappresenta una rielaborazione in chiave contemporanea di un momento di raccoglimento e di dolore. Da citare, anche l’opera “Aiace e Cassandra”, che oggi arricchisce la collezione del presente all’interno della suggestiva Basilica, al cui interno si trova altresì la Cappella dei Bianchi, un vero e proprio tesoro con opere di artisti, come Giordano, Fracanzano e Vaccaro, mentre lungo le pareti laterali ben 12 tele raccontano storie di Sant’Antonio.
Nel 2018, vi è stato collocato il capolavoro: “Il Figlio Velato” dello scultore Jago, scolpito in un unico blocco di marmo e raffigurante un fanciullo coperto da un velo, che racconta la morte di tutti gli innocenti del nostro tempo. Il Figlio Velato si ispira al Cristo Velato, di Giuseppe Sammartino, che celebra il sacrificio di un uomo che muore per la collettività. L’opera di Jago, invece, fissa nel marmo la realtà contemporanea, costringendoci a confrontarci con una delle immagini che spesso ci lasciano indifferenti.
Tra le opere esposte: Self (2019), Apparato circolatorio (2017), Ego Laurentius (2007-2022), Minerale (2015-2017), David (2021), Venere (2018).
Tantissimi, i turisti provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero, in visita a questi “scrigni d’arte”. Il tour, guidato allo Jago Museum a cura dei più che esperti “ragazzi della Sanità”, autentico capitale umano, ha una durata di 30 minuti, e il biglietto include l’ingresso alla vicina Basilica di San Severo fuori le mura che ospita, nella straordinaria Cappella dei Bianchi, la già menzionata opera : “ Il Figlio Velato”.
Insomma, Napoli che diventa ispirazione e meta, e il Rione Sanità che costituisce un’opera d’arte vivente, un mosaico di cambiamenti e trasformazioni, esempio “sul campo” di riscatto civile e sociale, ma soprattutto di inclusione culturale.
Un quartiere che, attraverso una valorizzazione continua del suo variegato patrimonio storico-artistico, sta tornando finalmente alla Luce (nome del progetto), ad illuminare meritatamente il Rione Sanità, altra meraviglia pulsante del cuore di Napoli.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it