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VICO EQUENSE (Na). La Santissima Annunziata tra le 10 chiese più belle sul mare (se non addirittura la più bella), d’Italia.

Quando l’arte religiosa si plasma meravigliosamente con i tesori natural-paesaggistici, ecco scaturire un mosaico di eccellenze.
Ritenuta tra le 10 chiese sul mare più belle d’Italia, se non addirittura la più bella, grazie alla sua singolare posizione panoramica, che abbraccia il Golfo di Napoli ed affaccia sul borgo marinaro, la monumentale Chiesa della SS. Annunziata rappresenta una testimonianza unica di architettura gotica, in tutta l’area della Penisola Sorrentina.
Si tratta dell’antica cattedrale di Vico Equense, ubicata nel centro storico della cittadina, mentre si staglia su un promontorio, un costone roccioso di circa 90 metri a strapiombo sul mare ‘del mito’.
Da sempre, la facciata e l’area antistante il sagrato del sacro edificio, sono state lungo i secoli protagoniste indiscusse nei dipinti dei più conosciuti pittori.
Il tempio venne edificato tra il 1320 e il 1330, su indicazioni dell’allora vescovo Giovanni Cimmino, così da trasferire l’originaria sede vescovile dal borgo di Marina d’Equa a Vico centro. All’epoca, erano troppe e disastrose le incursioni saracene provenienti dal mare e, pertanto, fu necessario spostare il centro cittadino e religioso nella parte alta della città.
Sebbene oggi la facciata della chiesa si presenti in stile chiaramente Barocco, segno inequivocabile di rimaneggiamenti importanti che l’edificio ha subìto nel corso dei secoli, al suo interno la struttura rivela la propria origine trecentesca (pregio dell’ultimo restauro avvenuto a seguito del sisma del 1980).
Tra le opere presenti nella chiesa, è da attribuire particolare attenzione sia alla tela, che domina l’abside raffigurante una ‘Annunciazione’ del pittore Giuseppe Bonito, che al monumento funerario del vescovo Giovanni Cimmino (1313-1343).
La sagrestia, di impianto gotico, conserva una serie di 33 dipinti incorniciati da medaglioni in stucco, opera del pittore Francesco Palummo (1786), disposti lungo le pareti della stanza e raffiguranti gli altrettanti vescovi equensi. Il trentatreesimo dipinto: un Angelo in gesto che invita al silenzio, sostituisce quello che apparteneva all’ultimo vescovo di Vico Equense (mons. Michele Natale), impiccato pubblicamente in Piazza Mercato, a Napoli, durante la rivoluzione napoletana del 1799.
Oggi, inoltre, la chiesa presenta un ambiente sottostante la navata centrale, che funge da area espositiva permanente degli antichi arredi della Cattedrale, tra cui resti degli affreschi trecenteschi che decoravano il tempio, nonchè paramenti ed arredi sacri appartenuti ai vari vescovi susseguitisi, infine lapidi sepolcrali delle antiche famiglie nobili di Vico Equense. Il vano (non si tratta dell’impianto medievale), crea una sorta di cripta, a tutti gli effetti adibita a polo del Museo Diocesano Sorrentino-Stabiese.
La Cattedrale è a impianto basilicale, composta da tre navate, divise originariamente in colonne di tufo, successivamente inglobate in pilastri. L’abside pentagonale, anch’essa oggetto di un lungo restauro, è stata riportata quanto più possibile al suo impianto originario in stile gotico, ed è profilata da sottili costoloni. Si ipotizza fosse interamente affrescata, secondo usi stilistici ed architettonici dell’epoca. Intuizione più che attendibile, tenendo presente che sono giunti fino ai giorni nostri due frammenti di affreschi di scuola tardo-giottesca, provenienti proprio dalla zona absidale, simboleggianti la Crocifissione e Santi.
Certamente, anche le pareti della chiesa dovevano essere affrescate ma, sfortunatamente, non si ha alcuna testimonianza documentale.
Per il portale d’ingresso furono commissionate, all’inizio degli anni Ottanta, due porte in bronzo, realizzate dallo scultore Michele Attanasio, dedicate a papa Giovanni Paolo II e ritraente un Cristo ieratico.
Tornando alla tela di Bonito, che rappresenta l’Annunciazione, tale capolavoro è affiancato ai lati da episodi della vita di Maria, come la Presentazione di Maria al tempio, il Matrimonio della Vergine, l’Adorazione dei pastori e, poi, la Presentazione di Gesù al tempio, opere di Jacopo Cestaro; negli spicchi dell’abside quattro tele di Francesco Palumbo, commissionati dal vescovo Paolino Pace, effigie gli evangelisti. Nella navata centrale, sono collocate quattro tele che hanno per soggetti gli apostoli Andrea, Pietro, Giacomo e Taddeo. In una cappella della navata destra, è posto un crocifisso in legno, decorato con pittura di scuola giottesca; in quella sinistra, si aprono le cappelle dedicate a Sant’Antonio, alla Madonna del Rosario con Bambino, al Sacro Cuore di Gesù, a San Giuseppe col Bambino e a Sant’Anna.
Tra le altre opere presenti: le urne funerarie di Gaetano Filangieri e del vescovo Cimmino, quest’ultima caratterizzata da un pluteo romanico, decorato con un cavallo alato ed una lastra in marmo bianco, con raffigurazioni della Madonna col Bambino in braccio, San Paolo e San Luca, ed opere pittoriche di Armando De Stefano, che rappresentano Cristo alla colonna, la visita di Maria ad Elisabetta e San Gennaro Repubblicano.
La sagrestia come detto è in stile gotico, anche se presenta influssi neoclassici del XVIII secolo.
Interessanti anche la cupola, nella quale si aprono otto finestre e reca al centro una tempera, con la Colomba dello Spirito Santo ed una balaustra decorata con marmi policromi. Dunque, uno scrigno di straordinarie memorie culturali che, in uno con un panorama mozzafiato, restano onore e vanto della Costiera, denominata a giusta ragione “La Divina”.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi e Jago Museum : si rigenera il quartiere Sanità.

Rigenerare ed umanizzare la Cultura. Dopo quarant’anni di degrado, un nuovo spazio è diventato luogo restituito al quartiere Sanità (uno dei più difficili di Napoli), grazie all’opera di recupero ed alle sculture tra le più famose di Jago, prima come atelier del noto artista, che ha visto la realizzazione della Pietà, un’opera di grandezza naturale che rappresenta una rielaborazione, in chiave contemporanea, di un momento di raccoglimento e di dolore. E subito dopo, dal 2022, in esposizione permanente, corpo a corpo con la chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, magnifico edificio barocco e rococò, situato nell’omonima piazzetta, all’inizio dell’antico Borgo dei Vergini.
Dedicato al primo vescovo-patrono della città partenopea, il sacro complesso fu costruito nel 1633 e ricostruito circa un secolo dopo, a causa delle alluvioni che scorrevano nel Rione Sanità, dette lave dei Vergini. In origine, la chiesa era un monastero dedicato alla cura degli infermi del quartiere, in cui prestavano la propria opera i Crociferi, impegnati nell’assistenza ai malati in tutta la città di Napoli. Tuttavia fu presto abbandonata, a causa della distruzione causata dalle acque piovane, per cui il nuovo progetto, realizzato dagli architetti Bartolomeo e Luca Vecchione, collaboratori di Luigi Vanvitelli, fu posto in posizione sopraelevata rispetto alla strada, con una rampa di scalini in pietra lavica per preservare la chiesa dagli allagamenti.
Numerosi artisti diedero il loro contributo per la ricostruzione, con opere come le pale d’altare di Francesco La Marra e le tele di Domenico Mondo, ispirate a prototipi di Luca Giordano.
Oggi, come detto all’inizio, la Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi è stata messa in sicurezza dopo 40 anni di abbandono per ospitare le opere di Jago, nel suo “Jago Museum”, richiamando probabilmente la lezione di Papa Francesco, riferita ai beni ecclesiastici, come risorsa da mettere a disposizione, specie per le persone che si trovano in situazioni di disagio.
Allo stesso modo, il Rione Sanità ha cercato nuove forme creative e coraggiose per manifestare la propria fede, come ha sottolineato don Antonio Loffredo (ex parroco), per esempio attraverso l’impegno nella valorizzazione-riqualificazione delle risorse del territorio, una delle esperienze più innovative in Italia.
La riapertura al pubblico della Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, avvenuta il 20 maggio 2023, è stata resa possibile da una convenzione firmata con il Fondo Edifici di Culto, e grazie al sostegno di Fondazione CON IL SUD, Fondazione di Comunità San Gennaro, insieme a Intesa Sanpaolo.
Nel 2021 la chiesa è diventata il laboratorio del noto artista Jago, un luogo che ha visto la realizzazione della Pietà, una scultura di grandezza naturale che rappresenta una rielaborazione in chiave contemporanea di un momento di raccoglimento e di dolore. Da citare, anche l’opera “Aiace e Cassandra”, che oggi arricchisce la collezione del presente all’interno della suggestiva Basilica, al cui interno si trova altresì la Cappella dei Bianchi, un vero e proprio tesoro con opere di artisti, come Giordano, Fracanzano e Vaccaro, mentre lungo le pareti laterali ben 12 tele raccontano storie di Sant’Antonio.
Nel 2018, vi è stato collocato il capolavoro: “Il Figlio Velato” dello scultore Jago, scolpito in un unico blocco di marmo e raffigurante un fanciullo coperto da un velo, che racconta la morte di tutti gli innocenti del nostro tempo. Il Figlio Velato si ispira al Cristo Velato, di Giuseppe Sammartino, che celebra il sacrificio di un uomo che muore per la collettività. L’opera di Jago, invece, fissa nel marmo la realtà contemporanea, costringendoci a confrontarci con una delle immagini che spesso ci lasciano indifferenti.
Tra le opere esposte: Self (2019), Apparato circolatorio (2017), Ego Laurentius (2007-2022), Minerale (2015-2017), David (2021), Venere (2018).
Tantissimi, i turisti provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero, in visita a questi “scrigni d’arte”. Il tour, guidato allo Jago Museum a cura dei più che esperti “ragazzi della Sanità”, autentico capitale umano, ha una durata di 30 minuti, e il biglietto include l’ingresso alla vicina Basilica di San Severo fuori le mura che ospita, nella straordinaria Cappella dei Bianchi, la già menzionata opera : “ Il Figlio Velato”.
Insomma, Napoli che diventa ispirazione e meta, e il Rione Sanità che costituisce un’opera d’arte vivente, un mosaico di cambiamenti e trasformazioni, esempio “sul campo” di riscatto civile e sociale, ma soprattutto di inclusione culturale.
Un quartiere che, attraverso una valorizzazione continua del suo variegato patrimonio storico-artistico, sta tornando finalmente alla Luce (nome del progetto), ad illuminare meritatamente il Rione Sanità, altra meraviglia pulsante del cuore di Napoli.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Michele Santulli. Sul costume ciociaro e sulle modelle e modelli.

Tutto quanto si riferisce ad un certo tipo di iconografia e cioè il costume ciociaro, la modella e il modello di artista, la figura del brigante, del pifferaio e anche dello zampognaro e dell’organettaro, sono ancora oggi pagine parecchio sbiadite, quindi quasi sconosciute della Storia dell’Arte.
Tale costatazione non prescinde però da un’altra presa di coscienza molto più significativa ed attuale e che cioè tali iconografie – pur quasi, ripeto, sempre senza nome, se non contrabbandate con altri, ecco perché quasi sconosciute! -in effetti sono presenti sistematicamente nella gran parte dei musei e delle gallerie del pianeta e perciò quelle sicuramente le più abituali e quindi più note al pubblico visitatore!
Se, per esempio, si prende atto che il Museo Rodin di Parigi ancora oggi non conosce o trascura perfino il nome di battesimo di quello che è da considerare il modello più conosciuto al mondo dell’arte, Pignatelli, così caro all’artista Rodin o che ancora ignora completamente la modella “bella come la Venere di Milo” che posò per la prima Eva, per la prima donna accovacciata, per il celebre Torso di Adele, per la prima edizione del Bacio o, in aggiunta, che i vari Musei Matisse non conoscono chi sia la modella, la enigmatica ‘Lorette’ -ancora oggi gli eredi la connotano, storcendo il naso, come ‘la femme italienne’– che per parecchi mesi, quasi in clausura con l’artista, al quarto piano di Quai S. Michel, di molto contribuì, grazie parecchio alla sua intelligenza e sensibilità, a favorire l’apertura ed il dischiudersi nell’artista di sentieri e orizzonti dell’arte prima inesplorati e che, oltre a ciò, fu eternata in almeno cinquanta opere – e qui ci arrestiamo, la elencazione non sarebbe breve!- offriamo le prove evidenti di quanto non dico lassismo e supponenza ma certamente noncuranza ed indifferenza e, si dica pure, negligenza, contrassegnano il comportamento di tali nobili istituzioni -musei, ecc.- nei confronti dei modelli di artista ciociari!
Gli inizi e gli embrioni sono tutti in Valcomino, questa piccola valle sconosciuta perfino agli abitanti, conficcata nel Molise, ad una diecina di chilometri dall’Abbazia di Montecassino: esiste la Ciociaria, palcoscenico della Storia tutto ancora da scoprire, non solo nella realtà folklorica; esiste il costume ciociaro, il soggetto più amato e più ripetuto nell’arte occidentale del 1800; esistono i modelli d’artista che hanno reso possibile con la loro presenza la creazione di capolavori incredibili nella storia dell’arte tra 1800 e inizi 1900 e che, ancora, hanno letteralmente inventato la professione ed il mestiere del modello; esiste il primato della emigrazione grazie ai nomadi ed agli artisti girovaghi non solo pifferari e zampognari ma anche venditori di fortuna ed ammaestratori di cani e di scimmie ed altro ancora, partiti da San Biagio Saracinisco, da certe frazioni di Picinisco, da Cardito frazione di Vallerotonda, da Villalatina, da Filignano e sue frazioni, località ignorate perfino dalla geografia, pertanto grondanti nostalgia e rimpianto e lacrime per tante creature che per primi hanno messo piede in Iscozia, a Londra, a Parigi, a Berlino già fine 1700; esiste la ciociarizzazione di Roma cioè la realtà storica a confermare che nel corso dell’ottocento i ciociari erano talmente prorompenti ed imponenti e numerosi nella Città Eterna da essere ritenuti da tutti -dalle autorità ecclesiastiche stesse- i veri abitanti della città: nate e maturate in Valcomino, tutte queste realtà sono nei fatti glorie e conseguimenti non solo della Ciociaria ma dell’Italia e del Mondo Occidentale.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

MONREALE (Pa). Nuova luce sugli straordinari mosaici del Duomo di Monreale.

La bellezza in una nuova luce. È questo lo slogan scelto per presentare l’ultimo intervento di valorizzazione del Duomo di Monreale, una nuova illuminazione mirata a esaltare, in particolar modo, i mosaici che rivestono integralmente gli interni dell’edificio, esempi tra i meglio conservati dell’architettura arabo-normanna siciliana. Sito Unesco riconosciuto dal 2015, il Duomo alle porte di Palermo si raggiunge alle pendici del Monte Caputo, da cui si gode anche di una bella vista sul capoluogo siciliano. Ma la vera sorpresa si scopre all’interno della cattedrale, intitolata a Santa Maria Nuova, voluta da Guglielmo II, detto il Buono, e completata nel 1172: le decorazione musiva che illustra le scene principali della Bibbia, dalla Creazione all’Ascensione di Cristo, è infatti concepita come unico tappeto narrativo su fondo oro, esteso su una superficie imponente di 6.340 metri quadrati. Quasi un ettaro di tessere di pietra che fanno del Duomo di Monreale la seconda chiesa al mondo per estensione dell’impianto decorativo a mosaico, subito dopo Santa Sofia a Istanbul.

Oggetto di un recente restauro (consolidamento delle tessere e pulizia delle superfici), il tappeto musivo è articolato in singole scene e figure ieratiche che devono, però, considerarsi al contempo una sorta di “icona globale”, volta a raccontare la storia dell’umanità dal suo inizio al suo compimento, facendo della cattedrale una dimora di luce. E questa interpretazione teologica si è scelto di assecondare nel definire l’intervento affidato a Zumbotel, azienda austriaca leader internazionale nel settore dell’illuminotecnica. Il progetto si è però concentrato, innanzitutto, sulla messa in opera di una soluzione luminosa su misura, in grado di valorizzare i colori vivaci delle figure mantenendo intatta la sacralità del luogo e rispettando l’architettura storica, e di migliorare la leggibilità dell’opera nella sua dimensione storico-artistica. Non ultimo, si è puntato a perseguire un risultato sostenibile in termini di dispendio energetico, con l’ausilio di un impianto innovativo.

L’illuminazione preesistente, infatti, utilizzava lampade alogene che comportavano da un lato costi operativi e di manutenzione estremamente elevati, dall’altro, a causa della loro scarsa resa cromatica nei toni blu e rosso, riproducevano i colori gialli e dorati dei mosaici in modo distorto. La nuova illuminazione LED, invece, valorizza la ricchezza dei dettagli senza produrre ombre o evidenziare specifiche porzioni a scapito di altre. Per approntare il sistema è stato necessario più di un anno e mezzo di lavoro, con l’installazione (non invasiva e reversibile) di apparecchi LED di ultima generazione, progettati per adattarsi ai vincoli architettonici della Cattedrale e restare invisibili. D’ora in avanti, inoltre, l’intensità luminosa potrà essere modulata in base alle diverse esigenze, dalle celebrazioni liturgiche alle visite turistiche.

Dunque i famosi mosaici del Duomo di Monreale si apprezzeranno come mai prima nella storia dell’edificio. Realizzato nell’arco di diversi anni, dal 1177 al 1183, impiegando più squadre di artigiani arrivati in Sicilia direttamente da Bisanzio, però con il contributo di maestranze locali, il ciclo segue una precisa logica teologico-dogmatica, che si muove dalle scene dell’Antico Testamento (dalla Creazione al ciclo di Giacobbe) nella navata agli episodi del Nuovo Testamento (la vita di Cristo) nelle navate laterali; e continua, celebrando il ruolo della Chiesa, con le vite di San Pietro e San Paolo nelle navate laterali, per concludersi con la glorificazione di Cristo tra le gerarchie celesti (profeti e re biblici, patriarchi, santi, apostoli, angeli, arcangeli e la Vergine), che si svolge nell’area del presbiterio all’interno del coro e nell’abside centrale.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: artribune.com 4 gen 2025

MILANO. Pubblico e privato insieme per il Cenacolo di Leonardo. 800mila euro dalla famiglia Bonomi per tutelarlo.

Pubblico e privato insieme per valorizzare il sistema culturale. Checché se ne dica è la via più fruttuosa per assicurare tutela, conservazione e fruizione del patrimonio storico-artistico italiano, non facile da amministrare proprio perché tanto ricco e articolato. Così a Milano il futuro del Cenacolo Vinciano passa dal sostegno dei fondi stanziati per la cultura nell’ambito del PNRR, ma pure dal generoso finanziamento messo sul piatto dalla famiglia Bonomi, tramite la Investindustrial Foundation.
Un contributo di 800mila euro che si aggiunge al milione di euro garantito dal Ministero della Cultura per alimentare il progetto di ammodernamento e messa in sicurezza del sito culturale più visitato di Milano, sviluppato in collaborazione con il Politecnico. il “nuovo percorso per un museo sostenibile”, presso il Cenacolo dipinto da Leonardo da Vinci nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, costerà complessivamente proprio 1,8 milioni di euro, cifra ora disponibile per concretizzare l’operazione.
L’intervento ha l’obiettivo di razionalizzare i flussi di visita, valorizzando il giardino e consentendo al visitatore di completare l’intero percorso senza mai uscire dagli spazi del museo, garantendo un’esperienza più agevole e completa. Per farlo si ricaverà un nuovo ambiente coperto e climatizzato, addossato al Refettorio, però con l’assicurazione di scongiurare interferenze con la struttura storica: lo spazio potrà essere destinato all’accoglienza dei gruppi e alla preparazione alla visita, ma ospiterà anche i laboratori didattici. Tutto questo a vantaggio di un ecosistema fragile com’è quello del Cenacolo Vinciano, a più riprese oggetto di interventi di restauro e vincoli preventivi per monitorare la sicurezza ambientale di una pittura fragile non solo per le condizioni del contesto, ma, sin dall’origine, per la tecnica d’esecuzione sperimentata da Leonardo (tecnica mista e secco su intonaco).
Già nel 2018, il contributo di una realtà privata – l’Eataly allora amministrata da Oscar Farinetti – aveva facilitato le operazioni conservative, finanziando con 700mila euro il progetto di recupero preventivo degli impianti di areazione del Cenacolo. Poi, nel 2021, il dipinto realizzato dall’artista toscano tra i 1494 e il 1498, Patrimonio dell’Unesco del 1980, era stato di nuovi interventi di restauro e riorganizzazione dei flussi di visita, per controllarne lo stato di salute dopo il ventennale intervento condotto da Pinin Brambilla e concluso nel 1999. E al 2021 risale l’avvio di una stretta collaborazione con il Politecnico di Milano per lo sviluppo di un sistema di gestione integrata dei dati utili al monitoraggio dell’opera, oltre al perfezionamento di un sistema di produzione di energia a pompa di calore (in ottica green) e alla nuova illuminazione progettata da Massimo Iarussi. Il nuovo ciclo di lavori, invece, non partirà prima del 30 giugno 2025, secondo il cronoprogramma previsto dal PNRR, per concludersi non oltre la fine del 2026.
A distinguersi in questa fase è l’atto di mecenatismo della famiglia Bonomi, storicamente impegnata nel sociale a beneficio della città di Milano. È Anna Bonomi Bolchini, prima donna protagonista della finanza, la figura di riferimento della famiglia in tal senso: nella Milano del dopoguerra fu lei a creare l’istituto de “Le Carline”, che accoglieva oltre 60 bambine, provvedendo alla loro completa assistenza fino alla maggiore età. Approccio che si rinnova nella figura di Andrea Bonomi, fondatore di Investindustrial, impegnata con la sua fondazione a sostenere l’istruzione, la protezione e la conservazione dell’ambiente, il patrimonio artistico e culturale e la scienza (in dieci anni di attività sono stati stanziati oltre 30 milioni di euro): “Per una famiglia con origine a Milano nell’Ottocento, partecipare al continuo rinnovamento della città è un onore e un privilegio, ma è soprattutto un dovere”.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com, 22 ago 2o23