SAN SEVERINO MARCHE (Mc). Apre nelle Marche il MARec – Museo dell’Arte Recuperata. Con le opere portate in salvo dal sisma.

E’ stato inaugurato a San Severino Marche il Museo dell’Arte Recuperata (MARec), il nuovo museo dell’Arcidiocesi di Camerino e San Severino Marche destinato alla raccolta e alla salvaguardia delle opere d’arte salvate dalle chiese rese inagibili dal sisma che ha colpito il territorio nel 2016. In attesa che possano fare ritorno nelle loro originarie sedi, le opere torneranno così fruibili dalla collettività, per un progetto di esposizione temporanea che riconsegna alla popolazione locale una parte importante del suo patrimonio storico-artistico. Alla cerimonia di inaugurazione del MARec parteciperà inoltre il critico Vittorio Sgarbi.
Il museo sorge all’interno del palazzo vescovile di San Severino Marche, noto anche come palazzo Scina Gentili, edificio la cui costruzione risale al 1590 e che ha subito ingenti danni a causa del sisma del 1997. Consolidato e restaurato, è rimasto indenne al sisma del 2016, motivo per cui è stato scelto dalla Soprintendenza delle Marche come luogo in cui portare al sicuro le opere degli edifici danneggiati dal terremoto. Il MARec assume quindi un importante valore culturale “sul fronte della raccolta, della catalogazione e della ricerca, ma anche un valore simbolico di rinascita di un territorio profondamente ferito che trova qui l’occasione di raccogliere dalle macerie i propri valori e di costruire con essi una realtà nuova, moderna, all’avanguardia nel settore museale all’interno del quale possa qualificarsi come una eccellenza”, spiegano i promotori del progetto.
All’interno degli spazi interessati alla destinazione museale sono stati condotti lavori di adeguamento impiantistico finalizzati all’esposizione, al deposito e allo studio delle opere d’arte; altri ambienti sono stati poi allestiti per le funzioni amministrative e per ospitare aree multimediali, queste ultime pensate per rendere più stimolante l’offerta museale e per avvicinare più target di pubblico possibili alle collezioni del MARec, di cui fanno parte la Madonna del Monte di Lorenzo d’Alessandro e la statua lignea della Madonna di Macereto. Sono settanta in tutto le opere esposte nei tre piani espositivi, e presentate in base alla loro provenienza, per sottolineare il forte legame che questi lavori hanno con il territorio in cui sono state create. Legame, questo, raccontato anche da un documentario realizzato dal collettivo fotografico Cesura.
“La realizzazione di questo Museo dell’Arte Recuperata (MARec) è stata prima di tutto una grande sfida”, spiega Barbara Mastrocola, Direttrice del MARec. “Abbiamo adottato lo slogan ‘Chiusi per inagibilità, aperti per vocazione’ fin dal 2016, l’anno del terremoto che ha costretto a chiudere la maggior parte delle chiese e dei musei dell’arcidiocesi. Lo slogan intende comunicare l’idea di che cosa vogliamo che sia il MARec: non solo un susseguirsi di sale, un posto dove conservare ed esporre dipinti e sculture, ma un luogo vero, dotato di una propria identità. I musei non solo custodiscono capolavori, ma ci raccontano esperienze e, spesso, sempre più spesso, sono essi stessi parte della storia. E la storia che qui abbiamo raccontato è quella delle nostre opere d’arte che ritrovano una casa in senso concreto, affettivo, culturale, una dimora dell’anima in attesa di ritornare nei luoghi d’origine. Per questo”, continua Mastrocola, “diventa essenziale ricostruire il contesto in cui esse sono nate, perché ciò che resta non sono solo i tetti, ma anche affetti, vita vissuta, sogni. Sostanziale è stata, quindi, la scelta di esporre le opere non in ordine cronologico o tipologico, ma per luogo d’origine, perché prima di tutto gli oggetti d’arte sono parte di un paesaggio collettivamente vissuto, prima di essere oggetto di competenze erudite, e vivono solo se attorno c’è una comunità attiva”.

Autore: Desirèe Maida

Fonte: www.artribune.com, 10 giu 2022

Info:
San Severino Marche (MC)
MARec – Museo dell’Arte Recuperata
Arcidiocesi Camerino – San Severino Marche
Via Cesare Battisti, 11
www.marecmuseo.it

TORINO. Visita guidata a Palazzo Madama con il robot umanoide R1.

Non è passata inosservata la notizia delle prime sperimentazioni che hanno visto l’applicazione di tecnologie digitali innovative al servizio di esperienze culturali all’interno dei musei di Torino grazie alla rete 5G. I test, inseriti nell’ambito del progetto finanziato dall’Unione Europea 5G-TOURS “5G smarT mObility, media and e-health for toURists and citizenS”, Città di Torino – Assessorato e Direzione Innovazione, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura – Ericsson, TIM, Fondazione Torino Musei e Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, con il contributo dei partner internazionali Atos e Samsung, si sono svolti (e sono tutt’ora in corso) nel mese di maggio nelle sale della GAM e di Palazzo Madama.
In particolare, Palazzo Madama ha dato la possibilità ai propri visitatori di vivere tre diverse esperienze: una visita guidata in telepresenza dei sotterranei del Palazzo, di norma non aperti al pubblico, grazie al Minirobot Double 3 che, sfruttando la tecnologia 5G, è in grado di spostarsi con reattività e precisione anche negli spazi più ristretti; un’attività didattica che attraverso visori Meta Quest, anch’essi connessi alla rete 5G, permette al pubblico di risolvere un puzzle riposizionando i dipinti di Camera delle Guardie nelle proprie cornici, maneggiando e spostando virtualmente le opere presenti nella sala che, nella realtà, non è possibile toccare; e, infine, la visita guidata nella Sala Ceramiche del secondo piano accompagnati da R1, robot umanoide progettato dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e concepito per operare in ambienti domestici e professionali, il cui sistema di navigazione autonomo e remoto ben si integra con la larghezza di banda e la latenza offerta da una connessione 5G.
Durante le giornate delle sperimentazioni ho avuto modo di partecipare a una di queste visite, quella con il robot umanoide R1: ecco com’è andata.

Come funziona il robot umanoide per le visite guidate
Il robot R1 è alto 1 metro e 25 centimetri, pesa 50 kg ed è composto per il 50% in plastica e per il restante 50% in fibra di carbonio e metallo. Secondo quanto riportato sul sito web del museo, R1 “è in grado di descrivere le opere e rispondere alle domande relative all’autore o al periodo storico cui appartengono. La connettività 5G è necessaria a trasmettere a calcolatori esterni la consistente mole di dati generata dai sensori e dagli algoritmi che gestiscono la percezione dell’ambiente, la navigazione autonoma e la gestione dei dialoghi da parte del robot, con tempi di risposta molto rapidi”.
Il microfono principale, collocato sopra la spalla sinistra del robot, permette di selezionare prima della visita la lingua con la quale parlerà. Ci sono anche altri microfoni, posizionati in altre zone del corpo dell’umanoide, ma si tratta per il momento di prototipi. Pur essendo dotato di occhi, questi non svolgono alcuna funzione, ma sono in realtà solo disegnati sullo schermo che costituisce la testa del robot, al fine di rendere i tratti della macchina più umanizzati dal punto di vista estetico (esiste un dipartimento apposito che si occupa proprio dell’interazione uomo-macchina).
A far muovere R1, che si sposta su ruote, sono più telecamere a infrarossi che creano una ricostruzione 3D dello spazio. Questa viene confrontata dal robot con una mappa dell’ambiente che gli è stata fornita in precedenza, permettendogli di individuare eventuali ostacoli come, ad esempio, la bordatura lignea delle teche che conservano le ceramiche. Nella parte bassa del corpo, un laser tipo fascio su un piano serve a misurare ulteriori ostacoli e a fargli capire dove si trova. Un altro laser, collocato sopra la testa, gli permette di individuare ingombri che non poggiano sul suolo, come ad esempio le vetrine a parete. Il materiale di cui è rivestito esternamente è pensato appositamente per consentire al robot di sentire la pressione e permettergli di reagire, nel caso in cui dovesse incontrare degli intralci di cui non era stato messo precedentemente a conoscenza.
Prima di ogni visita, R1 ha bisogno di essere ricaricato. Gli servono circa 10-15 minuti per poter svolgere a pieno le proprie funzioni. Se non fosse che a condurre l’attività è una macchina, per quanto riguarda l’impostazione della visita (percorso prestabilito, discorso da fare, linguaggio da utilizzare) non ci sarebbero molte differenze con una visita guidata tradizionale svolta attraverso le classiche audioguide che si noleggiano all’ingresso del museo.
Le nozioni che il robot trasmette, grazie a un sistema vocale dai toni piuttosto femminili, così come il percorso da svolgere gli sono state fornite in precedenza, alla stregua della mappa dello spazio in cui si muove. Se nell’ambiente, però, ci sono troppi rumori, tende a confondersi e a ripetere quanto appena detto. Nel caso in cui non riesca a riconoscere lo spazio nel quale si sta muovendo o se trova degli ostacoli inaspettati come, per esempio, delle persone, ricalcola il percorso al grido di “Fatemi spazio”. Ogni interruzione al naturale (o artificiale?) corso degli eventi, siano ostacoli fisici o uditivi, viene riconosciuto dal robot come una sorta di errore del sistema. Al termine della visita, R1 invita i partecipanti a fargli delle domande e, nel caso in cui nessuno si faccia avanti, a consultare una lista delle domande creata appositamente. In alternativa, si può scegliere di dare il comando vocale “Fine tour”.

Ne avevamo davvero bisogno?
Il mio approccio a esperienze di questo tipo, forse frutto di uno scetticismo di partenza, è un misto di curiosità e sospetto. Non c’è dubbio che l’attività di ricerca scientifica, innovativa e digitale che sta alla base del progetto sia di grande valore e che sia frutto del lavoro eccellente di menti esperte. Quello che mi chiedo è però: ne avevamo davvero bisogno? Non sarebbe, invece, più utile applicare lo stesso tipo di tecnologia in contesti in cui la “macchina” possa generare un beneficio reale per l’uomo?
Probabilmente è un modo di pensare semplicistico il mio, che relega l’uso della tecnologia a mero strumento assoggettato al servizio delle persone. E, verosimilmente, lo stesso tipo di scetticismo ha accompagnato le varie fasi che hanno caratterizzato l’evoluzione tecnologica nel tempo, in diversi settori. Ma in un contesto come quello museale, in cui il digitale trova da tempo (anche se, forse, in modo non sufficientemente ampio) impiego, la presenza di un robot umanoide alla conduzione di visite guidate non aggiunge nulla di più all’esperienza svolta, anzi. Ciò che viene narrato da R1 nel corso della visita potrebbe essere detto da una qualunque guida museale, preparata ed esperta nel svolgere il proprio lavoro. Chiaramente, la memoria umana è fallace e il database di informazioni del quale ognuno di noi può essere dotato è sicuramente inferiore alla capacità di immagazzinare dati di un robot, fermo restando che anche in questo caso un limite esiste. C’è, infatti, una componente empatica e caratteriale che, inevitabilmente, in un’esperienza di questo genere viene a mancare. Le visite guidate condotte da una persona in carne e ossa sono costituite, oltre che da nozioni, anche da sguardi, gesti, sorrisi, intenzioni, intuibili persino sotto le mascherine. Insomma, il tutto è ben più della somma delle singole parti.
Il vero vantaggio nell’impiego di un umanoide in sostituzione dell’uomo resta quello economico. I costi di produzione, oltre le prime sperimentazioni, di un robot come R1 dipendono soprattutto dal tipo di materiali che lo compongono. Nel momento in cui si riuscissero a trovare materiali performanti e poco costosi, la macchina potrebbe essere riprodotta in serie e, a quel punto, subentrare all’uomo. Nel microcosmo del mondo della cultura in cui migliaia di giovani laureati faticano a trovare spazio, questo scenario potrebbe assumere i connotati di una sconfitta. Le guide nei musei sono, purtroppo, tra le vittime di un sistema malato che caratterizza il mercato del lavoro in ambito culturale in Italia, con contratti precari e stipendi non adeguati.
Tornando alla mia esperienza di visita guidata con il robot umanoide R1, mi chiedo se non sarebbe forse il caso di fare un passo indietro e rivedere gli elementi che compongono l’equazione: da un lato il grande potenziale dell’evoluzione tecnico-scientifica, dall’altro i punti cardine che caratterizzano l’attività dei musei, ovvero la conservazione e la valorizzazione del patrimonio. Una soluzione realmente innovativa non dovrebbe mai dimenticarsene.

Autore: Monica Mariosi

Fonte: www.finestresullarte.info, 18 mag 2022

FORLI’. “MADDALENA. IL MISTERO E L’IMMAGINE.

Sino al 10 luglio 2022 le sale dei Musei San Domenico di Forlì ospitano Maddalena. Il mistero e l’immagine, un nuovo appuntamento espositivo dedicato a un grande mito femminile della nostra storia.
Ma chi era davvero la Maddalena? Perché si è sviluppata quella confusa e affascinante sequenza di rappresentazioni che hanno portato alla costruzione della sua sfaccettata identità? A lei la letteratura e il cinema hanno dedicato centinaia di opere, così come l’arte, ponendola al centro della propria produzione e dando vita a capolavori che hanno segnato, nel corso dei secoli, la sua stessa storia e i suoi sviluppi.
Maria Maddalena è stata così, di volta in volta, peccatrice, penitente, intellettuale, cortigiana, santa e apostola. Di lei, in una sovrapposizione di figure reali e immaginarie, sono state date nei secoli tante interpretazioni: a fianco di San Francesco nella riforma mendicante del Duecento e Trecento, dama cortese nel Quattrocento, venere cristiana a partire dal Cinquecento e lungo i secoli successivi per trasformarsi poi, nel XIX secolo, nel simbolo della rivoluzione femminile e, nel “secolo breve”, nel vessillo del dolore e della protesta.
Il percorso espositivo della mostra si sviluppa in 12 sezioni che comprendono straordinari esempi di pittura, scultura, miniature, arazzi, argenti e opere grafiche. La mostra attraversa secoli di fascinazione per la figura della Maddalena grazie alle interpretazioni che ne diedero i più importanti artisti di ogni epoca: Donatello, Bellini, Tiziano, Tintoretto, Guercino, Artemisia Gentileschi, Guido Reni, Delacroix, Böcklin, Previati, De Chirico, Guttuso e Chagall, solo per citarne alcuni.

Info:
Tutti i giovedì basterà presentarsi in mostra alle ore 16:20 e acquistare la visita guidata (€ 5,00 oltre al regolare biglietto) per godersi gli oltre 200 capolavori con approfondimenti e curiosità, senza l’obbligo di alcuna prenotazione.
Visite guidate dedicate alle famiglie: Sabato 7 e 21 maggio alle ore 15:00 e domenica 15 e 29 maggio alle ore 10:00 saranno i bambini (dai 6 agli 11 anni) ad essere protagonisti, accompagnati da un massimo di due adulti.
La guida costa sempre € 5,00 oltre al regolare biglietto, ma in questo caso la prenotazione è obbligatoria.
Orari: La mostra è aperta tutti i giorni con orario continuato (lun-ven 9:30-19:00 / sab, dom. e festivi 9:30-20:00).
tel: 0543.36217 – email: mostraforli@tosc.it
sito: www.mostramaddalena.it

Nota:
Infine perché non stupirsi davanti a un quadro che “prende vita”? Scaricando l’app MaddalenaAR sul proprio cellullare sarà possibile, grazie alla realtà aumentata, animare alcuni dei quadri esposti e vivere un’esperienza indimenticabile ed interattiva: basterà inquadrare le opere contrassegnate dall’apposito simbolo con la fotocamera per godere della potenza dell’arte attraverso la magia del digitale.

ROMA. Il tempo sospeso di Giorgio Morandi in mostra.

“Raramente un artista ha saputo trasmettere ragione e sentimento fusi insieme come ha fatto Giorgio Morandi con le sue composizioni di oggetti, i suoi scorci di natura, i suoi fiori di seta, immagini in apparenzacosì ‘neutrali’e in realtà così forti, così vuote di uomini e così colme di umanità” dichiara la curatrice Marilena Pasquali, fondatrice e direttrice del Centro Studi Giorgio Morandi di Bologna.
Giorgio Morandi, Il tempo sospeso, ospitata nella Galleria Mattia De Luca di Roma, comprende una quarantina di opere, tra dipinti e grafiche, che ripercorrono la carriera artistica di Giorgio Morandi (Bologna, 1890 – 1964), trovando nuovi spunti critici grazie ad alcuni documenti inediti emersi recentemente dagli archivi di famiglia.
Con Giorgio Morandi, Il tempo sospeso la normalità si esprime nelle decise pennellate del grande pittore bolognese. La sua tavolozza è armonica, i toni si accordano in una sinfonia che non si può ascoltare, si può solo ammirare. Le iconiche nature morte, protagoniste di cataloghi e tomi universitari, mostrano tutto il loro intramontabile fascino. Bottiglie, vasi e tovaglie vibrano sulla tela, lasciandole lì, in un tempo sospeso, indefinito, dove nulla può scalfirle.
“Morandi”, continua la curatrice Pasquali, “è artista ‘sull’orlo’, sempre inequilibrio sulla soglia di un tempo e di un mondo che stanno cambiando a grande velocità, e come tale oggi è più che mai necessario, in questo tempo difficile e sempre più veloce, inafferrabile e spesso incomprensibile”.
Lo stesso vale per i quadri floreali, dove il colore cangiante dei petali si imprime negli occhi del pittore, successivamente nelle setole del pennello e, infine, sul quadro. Alcuni di questi ritraggono composizioni di fiori veri, altri finti, attingendo ad una delle tradizioni settecentesche bolognesi, ovvero quella di non utilizzare il baco da seta per filarlo, bensì per “aprirlo leggermente e tingerlo”, così da realizzare dei piccoli boccioli di fiori per le loro dimore. Un escamotage capace di vincere lo scorrere di un tempo, inesorabile e disumano, come quello che sfocia nella guerra e nella morte, dove infatti i toni si fanno più scuri e le ombre più decise. In quel periodo, la luce che prima riempiva i quadri ora sembra quasi nascondersi, timorosa che non possa più splendere come nei verdeggianti paesaggi che incorniciavano –quasi inghiottendo – tanto le case quanto il cielo.
La mostra Giorgio Morandi, Il tempo sospeso si annovera tra i progetti espositivi che la Galleria Mattia DeLuca dedica ai grandi Maestri del Novecento italiani e internazionali. Con questo progetto, il gallerista ha deciso di restituire un ritratto puntuale dell’artista bolognese grazie ad una serie di prestigiosi prestiti edepositi di importanti istituzioni, fra cui spiccano, ovviamente, quelle bolognesi, il Museum für Gegenwartskunst Siegen e le collezioni private. Per l’occasione la galleria romana ha anche ampliato il proprio spazio espositivo dedicando il piano inferiore alla ricca esposizione di grafiche che accompagnano la mostra. Dopo questa prima tappa nella Capitale, la mostra viaggerà oltreoceano, per poi essere ospitata nella sede di New York in autunno per un’antologica ancor più ampia e variegata grazie alla selezione dei lavori su carta.

Autore: Valentina Muzi

Info:
Giorgio Morandi. Il tempo sospeso, fino al 7 luglio 2022
Galleria Mattia De Luca
Piazza di Campitelli 2, Roma RM
https://www.mattiadeluca.com/it/

Fonte: www.artribune.com, 2 mag 2022

FIRENZE. Donatello e il Rinascimento in una grande mostra.

“Questa non è solo una mostra storica, ma un momento storico”. Il direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino, non ha dubbi.
Donatello, il Rinascimento è una delle mostre del 2022. Centotrenta opere da tutta Europa, di cui cinquanta solo di Donatello, ricostruiscono un’immagine monumentale del genio fiorentino, la più completa mai composta, che riporta alla sua figura l’inizio del Rinascimento e della gloria fiorentina: una grandissima occasione per conoscere l’artista nel suo tempo, anche grazie al contributo di circa sessanta istituzioni internazionali.
Donato di Niccolò di Betto Bardi (Firenze, 1386-1466) emerge qui come il nume tutelare dell’arte rinascimentale insieme al maestro e amico Filippo Brunelleschi ‒ con cui lavorò alla cattedrale fiorentina dopo essere stato l’allievo del suo “rivale”, quel sommo orafo Ghiberti che si aggiudicò la porta nord del Battistero con Il sacrificio di Isacco ‒, nonché artista rivoluzionario e dirompente.
Dall’interpretazione tridimensionale dello strumento prospettico alla creazione della tecnica dello “stiacciato”, con cui dava forma a bassorilievi tridimensionali attraverso variazioni di spessore millimetrico, fino all’attenzione per la psicologia e alle emozioni dei soggetti, Donatello semplicemente cambiò ogni parametro artistico catapultandolo nella modernità. “Donatello non è solo un patriarca di un’epoca, come Giotto prima e Michelangelo poi”, spiega il curatore Francesco Caglioti, professore di Storia dell’Arte Medievale alla Scuola Normale di Pisa, “è un uomo che esorbita dall’arte occidentale”.
Il percorso espositivo, che si snoda tra Palazzo Strozzi e il Museo Nazionale del Bargello, accompagna i visitatori dalla giovane età del maestro alle ultime creazioni, accostando alle sue opere sculture, dipinti e disegni di Brunelleschi, Masaccio, Mantegna, Bellini, Raffaello, Michelangelo e molti altri artisti. Il percorso di Donatello viene qui studiato ed esposto con rigore scientifico impeccabile, prima di tutto del curatore Caglioti, facendone emergere lo spirito moderno e trasgressivo, alla base di una continua ridiscussione dei canoni artistici preesistenti. “È stato il più grande allievo di Brunelleschi, ma lo ha superato introducendo sempre nuovi elementi e giocando con i tempi della rappresentazione. Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Pontormo sono allievi ideali di Donatello, più intelligenti di quelli troppo vicini al suo fuoco”, ricorda il professore, che lo indica senza esitazione come una delle personalità più influenti dell’arte italiana di tutti i tempi. Basti guardare la Madonna della Scala di Michelangelo, una perfetta rielaborazione della Madonna dei Pazzi, così come l’Imago Pietatis di Bellini è figlia diretta dell’omonima opera del fiorentino, per non parlare della Testa Carafa, la gigantesca protome di cavallo in bronzo “tanto perfetta da sembrare antica”, disse il Vasari (allestita qui accanto alla greca Testa Medici del 340 a. C.).
Le quattordici sezioni cronologico-tematiche mostrano come Donatello fosse “versato in tutte le tecniche della scultura. Per questo si rese immediatamente conto dei limiti di questa rispetto alla pittura, a confronto della quale veniva considerata un’arte più primitiva, che aveva perso importanza con il procedere dei secoli. Così lui rompe e sconvolge la scultura e la storia dell’arte, e dialoga da maestro con i discepoli scultori e tanti pittori”, spiega Caglioti. La prospettiva brunelleschiana, pensata come una scienza perfetta, era un vincolo troppo oneroso: “Donatello lascia a Paolo Uccello e Piero della Francesca il proseguimento di quelle ricerche e sceglie di farne un uso patetico, drammatico, romantico”.
L’esposizione, seppur intrisa di fiorentinità ‒ il Marzocco in pietra serena è il perfetto simbolo della città, nato dall’unione del Martocus d’età romana con il giglio rosso in campo bianco di derivazione guelfa ‒, ha una piena dimensione europea, e non solo per la sua genesi. Realizzata in collaborazione con la Skulpturensammlung und Museum für Byzantinische Kunst dei Musei Statali di Berlino e il Victoria and Albert Museum di Londra, la mostra proseguirà proprio in queste due sedi: una funzione da tedofora, quella della città di Firenze, che sancisce una storica alleanza inter-europea per entità e qualità.
“Abbiamo dimostrato, con questi prestiti straordinari e il profondo dialogo in corso, che l’Europa unita nella cultura funziona”, riassume la direttrice del Museo Nazionale del Bargello, Paola D’Agostino. La mostra è un trionfo. Ma di quelli non “facili”. La scultura gode meno di quella immediata comprensione garantita alla pittura da successo e diffusione ‒ motivo per cui si rende necessaria la lettura di una densa mole di informazioni, presenti in tutte le sale ‒ e osservare in tutta la sua gloria l’arte di Donatello trasforma la comune visione del Rinascimento, umiliando la pre-concezione scolastica e aprendo a una autentica rivelazione.

DOMANDE AD ARTURO GALANSINO
Questa mostra è un omaggio semplicemente grandioso, ma anche un’occasione storica, è corretto?
È così. È l’unica occasione per poter comprendere qualcosa di questo genio incredibile. Ma non solo. Molte delle opere qui presenti non si erano mai mosse prima di essere esposte e sicuramente non si sposteranno mai più. Non è solo un’occasione unica nella vita, ma un’occasione unica nella storia.
Donatello è un artista famoso ma, rispetto a quanto ha influito sulla storia dell’arte, neanche poi così noto.
Sorprendentemente. Il grande pubblico non è infatti sempre in grado di collocare Donatello nel tempo e nello spazio, e definire le sue opere principali. Non è un artista così mainstream, eppure nel suo patetismo è più contemporaneo dei contemporanei.
L’allestimento della scultura è complicato: come vi siete mossi per ospitare Donatello a Palazzo Strozzi?
La scultura non è “instagrammabile” quanto la pittura, è molto difficile da fotografare, da riportare sulla carta dei libri e sugli schermi (sfida che Sky Arte ha raccolto con un documentario per l’occasione), anche se dal vero resta fortissima. Abbiamo allestito le opere considerando quello che era il punto di vista pensato dallo scultore, la sua idea “estrema” di prospettiva ‒ che comprendeva meglio di chi l’aveva inventata ‒, sia a livello di rilievi sia di statuaria.

Info:
Palazzo Strozzi, fino al 31/07/2022

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.com, 20 apr 2022

TORINO. Il Grande Vuoto. Dal suono all’immagine.

Una nuova mostra al Museo d’Arte Orientale, dal 6 maggio al 4 settembre 2022,
Un incontro inedito con la collezione buddhista del Museo. Un’esperienza multisensoriale particolarmente coinvolgente che è anche un segno forte di speranza per un futuro che si rivela incerto e sconfortante.
La mostra si apre con un grande spazio vuoto. Non si tratta però di un vuoto vero e proprio, ma di uno spazio che si satura gradualmente con la presenza delle note del giovane e pluripremiato compositore romano Vittorio Montalti, che per l’occasione ha composto il brano “Il Grande Vuoto”.
I visitatori sono invitati dalla musica a compiere un percorso esperienziale e meditativo, per giungere al fulcro della mostra, in Sala Colonne: qui è infatti esposta una rarissima thangka tibetana del XV secolo, la più preziosa delle collezioni del MAO, che ritrae Maitreya, il Buddha del Futuro.

Fonte: Museo d’Arte Orientale Torino – https://www.maotorino.it

TRENTO. I COLORI DELLA SERENISSIMA. La Pittura Veneta del Settecento in Trentino.

E’ una mostra di intense emozioni quella che il Castello del Buonconsiglio annuncia per la prossima stagione estiva. I fantastici colori, le invenzioni, le grandi storie del più sontuoso Settecento veneziano brilleranno nei saloni del Magno Palazzo dei Principi Vescovi di Trento.
Non solo per conquistare con la loro bellezza ma per documentare, per la prima volta in modo realmente ampio, l’influsso dell’arte veneziana nella vallate del Trentino. Settanta opere, molte di grandi dimensioni, che arriveranno (alcune torneranno) a Trento da musei e collezioni europee e statunitensi. Sono dipinti che ornavano palazzi e chiese di queste vallate e che tempo, guerre, vicende familiari hanno disperso.
Con tenacia i curatori hanno inseguito le loro tracce, scovandole infine in musei o sul mercato antiquario internazionale, riuscendo a riunirle e, in alcuni casi, a ricomporle, in una esposizione dove ricerca scientifica e spettacolarità esprimono un perfetto connubio.
“La mostra – annuncia il Direttore del Buonconsiglio, Laura Dal Prà – vuole fornire un quadro delle presenze di artisti e di opere di maestri veneti nei territori del Principe Vescovo o del Tirolo meridionale tra la fine del Seicento e il Settecento, rivelando un’intensità di scambi che si possono ben comprendere per motivazioni storiche, per ragioni di gusto, per gli interessi e la formazione culturale dei committenti, per le relazioni che le comunità locali hanno intrattenuto con i principali centri della Repubblica di Venezia.
La vicinanza ai territori della Serenissima ha inevitabilmente condotto a una serie di strettissimi legami, secondo ‘rotte’ percorse in una duplice direzione: da un lato con l’arrivo di opere d’arte inviate da Venezia o con la presenza di artisti veneti in Trentino; dall’altra con soggiorni di formazione di pittori del Principato Vescovile nei due centri principali della Repubblica Veneta, ovvero la capitale e Verona. È, infatti, rilevante il potere attrattivo esercitato lungo tutto il secolo dalla Scuola Veronese, che nel 1764 si organizzò in una vera e propria Accademia di pittura, riconosciuta ufficialmente e guidata dalla autorevole personalità di Giambettino Cignaroli. Ma molteplici sono i fattori che hanno contribuito a corroborare questi scambi, determinando una situazione quanto mai complessa e stratificata. Diversi territorio del Principato trentino erano, ad esempio, soggetti all’autorità religiosa dei vescovi veneti, senza tralasciare che dal Trentino si trasferirono a Venezia intere comunità, poi gli interessi in area trentina di alcune importanti famiglie, i Giovanelli in particolare, infeudati in Valsugana a partire dal 1662. Un contesto che ha trasformato il Principato vescovile e il suo territorio in un crocevia di esperienze che ne hanno marcato il clima artistico, facendolo diventare fertile terreno di confronto e di crescita, anche per gli artisti locali”. “La mostra costituisce l’occasione per allargare lo sguardo e annodare fra loro con un filo rosso le opere sul territorio di artisti come Fontebasso o Giambattista Pittoni e Gaspare Diziani”, sottolinea Denis Ton. “Su tutti prende rilievo la presenza di Antonio e Francesco Guardi, indiscussi protagonisti della stagione pittorica tardo-settecentesca veneziana, ma con le proprie radici familiari in Val di Sole, dove torneranno più volte”. La mostra è curata da Andrea Tomezzoli (Università degli Studi di Padova) e Denis Ton (Castello del Buonconsiglio) .

Info:
Trento, Castello del Buonconsiglio
2 luglio – 23 ottobre 2022
www.buonconsiglio.itinfo@buonconsiglio.it – T 0461233770

Michele Santulli. Amleto Cataldi, alla Sapienza, finalmente.

Eppure stiamo parlando dello Scultore di Roma, cioè non vi è artista che sia presente nella Città Eterna con tante opere quanto quelle di Cataldi sia nei musei sia nei palazzi istituzionali, sia negli spazi cittadini e, in aggiunta, un artista da annoverare tra i primi posti, se non al primo assoluto, in qualsiasi graduatoria sulla scultura del Novecento Europeo. Talmente presente a Roma e talmente significativo che alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, dove di sue opere ne sono conservate cinque, tra le quali ‘Risveglio’ in marmo premiata dalla giuria internazionale alla Mostra Nazionale del 1911, le opere sono in deposito quindi non visibili al pubblico e se si sfogliano gli ultimi cataloghi generali della Galleria, il suo nome non esiste!
E quel capolavoro di ‘Portatrice d’acqua’ su un alto piedistallo al caffè della Galleria, non lamento che ancora oggi è sprovvisto di una etichetta di riconoscimento che indichi l’autore ma lamento il fatto che non ho ben capito in quale registro della Galleria è registrato e se registrato!
Quel capolavoro di ‘Fontana della Ciociara’ collocato a suo tempo grazie al sindaco Ernesto Nathan, davanti alla Casina Valadier sul Pincio continua imperterrito a essere chiamato ‘Anfora’ o ‘Fontana dell’anfora’ o della ‘giara’ o ‘Venere’ o altro insensato appellativo e, inoltre, comunque nel tabellone di Villa Borghese dove sono elencate le opere presenti, la ‘Fontana della Ciociara’ l’unica scultura sul Pincio, manca.
Non vogliamo ricordare, perché offensivo, non per l’artista ma per la istituzione medesima, che inconsapevole possiede in casa un capolavoro, dove e come sono conservati, per esempio, i due Arcieri del Quirinale e della Banca d’Italia e come fino a ieri nella Protomoteca del Campidoglio risulti ancora assente il favoloso busto di Carducci. E qui ci arrestiamo: altro ci sarebbe da annotare sulla sempre attuale incapacità, o non volontà, di capire il significato e il valore di un‘opera d’arte vera e perciò dell’artista Cataldi, nella Città Eterna.
Più volte, per esempio, abbiamo ricordato lo stato di conservazione miserevole del suo monumento degli ‘Studenti caduti alla Prima Guerra Mondiale’ alla Università la Sapienza, da oltre cento anni mai fatto segno di cura e di attenzione: le istituzioni competenti hanno sempre risposto con le solite frasi ben note, perciò mai intervenute. Siccome il monumento si trova a pochi metri dallo scalone di accesso alla facoltà di Giurisprudenza, allora mi sono detto: chi più interessato e stimolato al prestigio e all’onore del restauro dell’opera? Ho interpellato alcuni giuristi amici ma tutti univoci nella risposta negativa. Eppure si tratta, a mio avviso, di pochi soldi forse diecimila Euro. Mi sono rivolto all’ordine degli avvocati di Frosinone, due volte a distanza di tempo: zero risposta. Idem all’ordine degli avvocati di Cassino. Un avvocato del luogo legato alla ‘Ordine Nazionale’ si fece promotore e perfino garante del restauro a cura di tale ente nazionale degli avvocati. Zero. Naturalmente in questi anni il Rettorato preso da tante altre incombenze, non si è mai preoccupato o interessato dello stato di conservazione del monumento.
Ora da poco più di un anno rettore della Sapienza è una donna, prof.ssa Antonella Polimeni e si direbbe che il destino del Cataldi della Sapienza stia mutando, in meglio: infatti in cooperazione con altra donna, Arch. Alessandra Marino, Direttrice dell’istituto Centrale del Restauro, tra i diversi impegni di un accordo-quadro firmato recentemente e valido per tre anni, ci sarà anche il restauro dell’opera del Cataldi previsto entro l’estate 2022!
Si ricorda che l’opera nel 1920, “in virtù del suo pregio artistico e del suo valore simbolico, fu collocata al centro del cortile dell’Antico Palazzo della Sapienza a Sant’Ivo” architettura sublime del Borromini. E da qui successivamente spostato nel contesto della attuale Università vera e propria, ai piedi, oggi, dello scalone di Giurisprudenza come detto più sopra; il 5 giugno 1921 fu inaugurato alla presenza dei Sovrani, del Presidente Salandra e delle autorità accademiche. Da allora lo splendido monumento del Soldato e della Gloria è stato invaso dall’ossidazione tipica del bronzo esposto alle intemperie e la scritta sul piedistallo in marmo divenuta illeggibile. Finalmente ora, grazie alla rettrice Polimeni, un’altra bella notizia per Cataldi, lo Scultore di Roma.

Autore: Michele Santulli – inciociaria@gmail.com