L’arte, si sa, vive nel sistema dell’arte. Il sistema dell’arte è una realtà concettuale ormai accettata da tutti, come il contenitore entro cui interagiscono artista, critico, gallerista, collezionista, mass media, museo e pubblico.Tale catena, ben oleata dal circuito internazionale, ha funzionato a pieno ritmo dagli anni Sessanta agli Ottanta. Ma in quest’ultima decade del secolo la razionalizzazione di ogni sistema produttivo ha cambiato anche quello dell’arte, ridimensionando alcuni anelli di questa catena: galleria, collezionismo e riviste specializzate.La globalizzazione sembra segnare anche le strategie del sistema dell’arte, con un’attenzione non all’opera ma al suo emblema eccellente: il museo. L’arte è diventata un grande condominio in cui il museo è il proprietario, i curatori sono i ragionieri e il pubblico un veloce ospite-voyeur. E gli artisti rischiano di essere solo i locatori, sempre sottoposti al rischio di sfratto.La notizia di alcuni mesi fa dell’accordo tra il Modern Art Museum e il P.S.1 di New York segna esplicitamente un salto di qualità nel sistema dell’arte che si preserva grazie a una rete di alleanze e fusioni tipiche dei grandi gruppi finanziari multinazionali. In questo caso, premiato è il riconoscimento di una diversità complementare.Il Moma, sacrario americano delle avanguardie storiche e recenti. Il P.S.l, diretto da Alanna Heiss, luogo sperimentale di mostre internazionali che al posto della collezione ha dato spazio ad ateliers di artisti. Ecco un’opportuna miscela di volontà conservativa e spirito creativo.Possiamo rintracciare tra Europa e Stati Uniti un vero e proprio cartello delle Sette Sorelle del sistema dell’arte, anch’esso governato dalle ferree regole della globalizzazione.Sicuramente al polo di grande prestigio Moma – P.S.l se ne contrappongono altri due in America: il Guggenheim ed il Metropolitan Museum. Il primo, ha costituito una holding museografica con le due sedi newyorkesi (una sulla Fifth Avenue e un’altra a Soho), quella di Bilbao, una possibile a Salisburgo e la fondazione Guggenheim di Venezia a fianco alla costituenda alla Punta della Dogana. Il gruppo, guidato da Thomas Krens, funziona giocando su un doppio pedale tra centralizzazione e decentramento, come la Fiat nei vari paesi del mondo.Il Met, presieduto da Philippe de Montebello, costituisce il modello di una struttura museografica che diversifica l’offerta dei lavori esposti: dall’arte primitiva alla pittura italiana del Cinquecento, da quella spagnola del Seicento alla Transavanguardia. Mostre di vario tipo si sovrappongono con buona organizzazione in spazi differenziati, accompagnate da una grande opera di merchandising, ormai emulato da tutti i musei del mondo.Le altre Quattro Sorelle convivono in Europa. Una Sorella di stato, quella francese, ma sempre col piglio imperiale del cartello: il Beaubourg, diretto da Werner Spies, allocato a Parigi, è in via di ampliamento, con altre sedi nella capitale. Con una strategia di valorizzazione dell’arte francese, impressionismo e postimpressionismo, movimenti di entrata all’arte contemporanea.Forte è anche la tentazione di declinare nella propria lingua i movimenti cosmopoliti delle avanguardie storiche sviluppatisi nella Ville Lumière (da Brancusi a Modigliani, da Balthus a Christo). Anche con un’attenzione alle figure preminenti delle neoavanguardie del dopoguerra e a quelle dell’attualità internazionale.Il trend globalizzante è in ogni caso segnato da “Les magiciciines de la terre”, a cura di Jean Hubert Martin (1989), progetto museografico di un’esposizione multiculturale comprendente artisti occidentali nonché del Terzo Mondo.In Inghilterra anche la Tate Gallery, diretta da Nick Serota, ha ristrutturato il proprio spazio e si prepara a ultimare quello specificamente dedicato alla contemporaneità. Un museo che, oltre a celebrare il proprio Settecento, sembra accendere l’attenzione sull’attualità come momento vitale per le ultime generazioni inglesi, sostenute patriotticamente dal collezionista Saatchi. Pur perseverando in una strategia di connessione con artisti europei ed americani.Le ultime Due Sorelle si muovono in un territorio tra Mitteleuropa e quella dell’Est: portano il nome di Ludwig e Soros.Tra Vienna, Colonia, Aachen, Budapest, l’industriale del cioccolato Ludwig (recentemente scomparso) ha fondato una struttura ramificata, tra pubblico e privato, tra collezione ed attività espositiva, in spazi museografici appositamente costruiti: opere di artisti di tutto il mondo e tendenze (dal realismo socialista sovietico alla pop art americana, dal concettualismo al neoespressionismo) e mostre documentanti figure e movimenti internazionali si succedono incessantemente nelle varie sedi.Soros, il finanziere di origine ungherese destabilizzatore di monete e mecenate di artisti abbandonati alle economie disastrate dei paesi dell’Est, ha promosso una serie di fondazioni in diverse capitali, chiamando a dirigerle curatori di sua fiducia, magari americani ma originari di quelle contrade, dai Balcani ai Paesi Baltici, dalla Russia all’Ucraina.Ecco il parterre del sistema dell’arte attuale, che in ogni caso, il sistema contraendosi nei tre anelli opera, critico e museo, ha creato une sorta di opificio dell’arte, teso a globalizzare opzioni artistiche e la formazione del gusto sociale, a suo tempo garantito nel suo pluralismo anche dalla costellazione di gallerie ormai ridotte per numero ed incidenza culturale.La contrazione del sistema dell’arte ha determinato anche una trasformazione dell’identità del critico, non più militante e proverbialmente libero ma organico e consociativo alla politica del museo.Si afferma sempre più la figura del curatore, portato e costretto ad un’unica scrittura, quella organizzativa, e puramente documentativa di ciò che si produce e si rassomiglia nel territorio internazionale. Ecco costituita una vera e propria corporazione di curatori che si scambiano artisti ed occasioni di mostre, rinunciando alle differenze e al miraggio di futuri diversi dell’arte.Così perdono quasi senso le grandi mostre internazionali e gli appuntamenti biennali e quinquennali come Venezia e Kassel.L’eterno presente della produzione artistica si srotola sotto i nostri occhi, se ne allagano inesausti musei…E questi ne sono sempre più convinti e coesi in una politica che è gestione dell’attualità come fragorosa novità, perché il suo pubblico esulti riconoscendola. Già perché alla clonazione dell’opera e del critico segue quella del pubblico, fuso nel ready-made collettivo dell’esposizione museale, bell’e incorniciato, tutt’uno con la cronaca dell’epifania artistica.Su tutto trionfa la cerimonia espositiva che, per la sua natura puramente documentativa, risulta alla fine performativa, assolutamente spettacolare (in fine affatto priva di qualità perturbative).Trionfa la griffe del museo: che non è più la cornice storica che garantisce il passato, la soglia aurea che celebra il riconoscimento della persistenza dell’arte, ma il gancio multinazionale che garantisce il circuito di un medesimo presente senza frontiere e senza memoria.
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L’Isola del Tesoro
Parte dall’Alte Nationalgalerie la realizzazione dell’ambizioso e discusso progetto di restauro per i cinque edifici che costituiscono la “Museumsinsel”, uno dei complessi museali più importanti del mondo. Si prevedono dieci anni di lavoro e costi nell’ordine di 1.800 miliardi di lire.Il 4 ottobre la Stiftung Preussischer Ulturbesitz (Fondazione del Patrimonio Prussiano) assieme ai musei statali berlinesi che di essa fanno pane hanno festeggiato il “Richtfet” dell’Alte Nationalgalerie, la cerimonia che tradizionalmente segue la copertura col tetto di un edificio. Chiuso al pubblico dall’inizio del 1998, l’edificio classicista che ospitava la collezione di pittura e scultura del XIX secolo è stato ormai completamente smantellato all’interno, e il restauro della facciata è terminato. I lavori di ricostruzione sono già partiti, dagli impianti indispensabili per un museo moderno sino alla messa a punto della soluzione da adottare per l’allestimento e la decorazione dei tre piani espositivi.E’ iniziato così a tutti gli effetti il restauro del primo dei cinque edifici che costituiscono la Museumsinsel, quella famosa Isola dei Musei che nel corso di un secolo (1825-1930) sorse sull’isolotto fra il fiume Sprea e il canale Kupfergraben che ospitava il castello degli HohenzolIern. i sovrani che patrocinando la costruzione di tale complesso museale avevano inteso realizzare proprio nel cuore della città un nucleo interamente dedicato all’arte e alla scienza.Maldestri restauri sovieticiDanneggiala per circa 1’80% in seguito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale e finita a trovarsi nel settore sovietico dopo la spartizione della città, l’isola venne restaurata in modo piuttosto maldestro sotto il governo Ddr. Sintomatica in questo senso la sorte del Neues Museum, il più colpito dei cinque musei, le cui rovine dal tetto squarciato erano lasciate in balia delle intemperie ancora alla fine degli anni Ottanta. Con la riunificazione delle due Germanie, che nel settore dei beni culturali berlinesi significò il ricongiungimento tempestivo (almeno a livello amministrativo) delle collezioni un tempo divise tra est e ovest, l’isola dei Musei ebbe un ruolo determinante nell’accesa discussione sulla ridistribuzione del panorama museale cittadino, discussione che agli inizi degli anni Novanta coinvolse addetti ai lavori e pubblico anche in campo internazionale.Tre gruppi monotematiciLa decisione finale della Stiftung (1992) ha raccolto i 17 musei statali originati dalla riunificazione in tre gruppi monotematici corrispondenti ad altrettanti centri geograficamente distinti: l’archeologia all’Isola dei Musei, dove occuperà almeno tre musei su cinque, l’arte europea al Kulturforum. in quella zona già a ridosso del muro dove ora è risorta la Pois-damer Platz, e infine l’arte e le culture extraeuropee a Dahlem, nella parte sud-ovest della città. A ragione si è parlato, più ancora che di una vittoria degli archeologi sui rappresentanti delle altre discipline, dell’imporsi della corrente “funzionalista” rispetto a quella “tradizionalista”. Rinunciando al tentativo di riproporre l’Isola come summa della produzione artistica dell’umanità dall’antichità al XIX secolo, così come il complesso museale era stato concepito in origine, e rifiutando l’idea di un recupero anche parziale degli allestimenti evocativi e storicizzanti che avevano fatto del Bode Museum un gioiello della storia dei musei (esso ospiterà invece la collezione di scultura dal Medioevo al XVIII secolo, nonché il Museo di arte tardoantica e bizantina), i musei berlinesi hanno scelto in modo chiaro la soluzione probabilmente più adatta a dirigere e smistare quel traffico turistico che già ha cominciato a modificare i ritmi della nuova capitale.“Feticci” per 4 milioni di visitatoriInoltre, concentrando nell’Isola i massimi “feticci” delle proprie collezioni (la Strada processionale di Babilonia. l’Altare di Pergamo e persino il busto di Nefertiti, che presto lascerà Charlottenburg) essi vogliono garantirsi un afflusso che si prevede potrà toccare i quattro milioni di visitatori all’anno. E’ alla luce di questa “funzionalità” spregiudicata che vanno lette le successive decisioni della Stiftung, come l’aver tolto la commissione per la ricostruzione del Neues Museum a Giorgio Grassi, che pure nel 1994 aveva vinto il concorso relativo (cfr. Il Giornale dell’Arte n. 122. mag. ’94. p. 24). L’eleganza sobriamente schinkeliana di quel progetto non aveva convinto i direttori dei musei interessati, che sorprendentemente avevano trovato più stimolanti proposte come quella, classificatasi quarta, di Frank Ghery, che comportava un totale stravolgimento delle vie d’accesso alle collezioni come dei percorsi interni. In questa stessa direzione si muove anche il progetto di David Chipperfield, a suo tempo arrivato secondo e nel 1997 definitivamente incaricato della ricostruzione del Neues Museum (cfr. n. 155. mag. ’97, p. 29).Efficientismo macina-turistiIl medesimo spirito innovativo ed efficientista, che a voler essere cattivi potrebbe anche venir definito “macina-turisti”, ha dettato i punti principali del piano regolatore per l’isola dei Musei che la Stiflung ha licenziato lo scorso giugno: costruzione di un nuovo corpo di fabbrica che centralizzi l’ingresso ai diversi musei (e qui inevitabilmente il pensiero corre alla piramide del Grand Louvre, che pur ha rivelato i propri limiti); collegamenti agevoli e veloci fra un edificio e l’altro (si parla di un tunnel sotterraneo che partendo dall’Altes Museum arrivi sino al Bode, lasciando però indipendente la Nationalgalerie); organizzazione di un programma espositivo omogeneo fra le diverse collezioni archeologiche non solo per poterne evidenziare i punti di contatto, ma anche per permettere la messa a punto di un percorso principale che consenta di toccare tutte le “highlights” in una volta sola (e ancora viene in mente il nuovo Louvre che ha pubblicato una Guida per il visitatore frettolosa): infine, recupero delle superfici libere dell’isola per destinarle ad uso pubblico, così come costruzione di almeno un altro edificio per i servizi ai visitatori.Il ruolino di marciaPremessa indispensabile per la realizzazione di questo progetto ambizioso e già molto discusso è il restauro dei singoli edifici, che è previsto in quest’ordine: il Nationalgalerie e Bodemuseum, entrambi già chiusi al pubblico; Neues Museum, cui è collegata la costruzione del nuovo corpo centrale d’ingresso, che sorgerà nello spiazzo fra il museo stesso e il Kupfergraben: da ultimi, Altes Museum e Pergamonmuseum. La durata prevista per l’intera operazione è di una decina d’anni, ammesso e non concesso che la Stiftung riceva i finanziamenti necessari, considerando che per i costi futuri si parla della spaventosa cifra di 1.8 miliardi di marchi (1.800 miliardi di lire). Il cancelliere Schroder, che ha presenziato al “Richtfcst” dell’Alte Nationalgalerie, per ora non ha potuto che garantire l’appoggio del Bund e dei Lander, in particolare del Land Berlin, a coprire i costi complessivi del restauro dell’Alte Nationalgalerie, per cui sono stati preventivati 132 milioni di marchi (in lire, 132 miliardi). La scadenza stabilita per questi lavori e l’autunno 2001, quando il museo celebrerà il 125° anniversario della fondazione (1876). In un’esemplare sintonia fra contenuto e contenitore, l’elegante edificio in forma di tempio pseudoperiptero (cioè circondato, ma non completamente, da colonne) su alto zoccolo realizzato da Heinrich Strack su progetto di August Stiller, a sua volta allievo di Schinkel, tornerà ad ospitare la collezione d’arte che copre l’arco di tempo dalla Rivoluzione francese alla prima guerra mondiale. A Menzel. Bockiin, Lovis Corinth e agli impressionisti francesi torneranno finalmente a ricongiungersi Friedrich e Schinkel. che negli ultimi anni erano stati isolati in una loro Galleria dei Romantici al castello di Charlottenburg. Questo comporta l’esigenza di nuovi spazi che in parte sono stati ricavati al terzo piano nei vani risultanti dall’abbassamento delle grandi sale ottocentesche del piano sottostante, un’operazione che era stata realizzata durante il riallestimento del museo negli anni Trenta per rendere quelle stesse sale meno monumentali e più luminose tramite l’inserimento di una copertura a lucernario. Eccoci dunque nuovamente davanti a una scelta più funzionale che filologica e che proprio per questo è già stata criticata, anche se c’è da chiedersi. ad onor del vero, fino a che punto l’aura degli spazi ottocenteschi avrebbe potuto essere recuperata. Comunque sia, i 4.800 metri quadrati di superficie espositiva assicurati alla Nationalgalerie dopo il restauro non permetteranno che di mostrare una selezione di capolavori (solo per i Romantici la collezione è la migliore della Germania) dove pittura e scultura verranno fuse per meglio illustrare le diverse epoche e scuole. Il museo avrà come dépendance la Friedrichswerdcrsehe Kirche di Schinkel, dove è presentata l’attività del famoso architetto e numerose sculture del classicismo berlinese.
Autore: Alessandra Galizzi-Kroege
Fonte:Il Giornale dell’Arte
L’Obelisco va restituito
La querelle sull’obelisco dì Axum deve essere valutata alla luce dì una doppia considerazione: storico-artistica e diplomatica. La seconda merita precedenza visto che uno Stato serio, come non si dovrebbe dubitare sia l’Italia, ha firmato un trattato di pace con l’Etiopia, e inoltre il presidente del consiglio e il presidente della Repubblica del tempo si sono impegnati a rendere l’obelisco al paese a cui fu sottratto nel 1937, in un’odiosa guerra fascista che non onora la nostra recente storia. Vicenda che merita l’oblio e l’atto simbolico della riparazione. Che l’obelisco possa essere reso intatto senza subire danni nel corso dello smontaggio e del trasporto è cosa oggi realizzabile senza mettere a rischio l’opera stessa. Il ruolo che l’obelisco ha nel panorama romano della passeggiata archeologica è del tutto insignificante, ridotto com’è a cippo spartitraffico.Ciò detto rimane sul tappeto la questione di principio, per così dire storico-artistica; tutto cominciò molti anni fa alla conferenza mondiale dell’Unesco di Città del Messico quando il ministro della cultura ellenica Melina Mercuri chiese alla Gran Bretagna la restituzione delle metope del Partenone. La richiesta di questa donna intelligente aveva un valore altamente simbolico, ma nessuna ragione storica. E’ vero infatti che per alcuni secoli le potenze coloniali depredarono i Paesi che sviluppati non erano, sottraendo a essi testimonianze essenziali della loro civiltà. I " marbles" del Partenone sono tra le più alte espressioni della civiltà occidentale, uno dei massimi documenti-monumenti della perfezione a cui è giunta l’umana fabbrilità e sono greci quei marmi non certo inglesi: anche se nessuno dubita che le opere d’arte non hanno né patria né nazionalità. I marmi giunsero a Londra dopo l’azione di spoliazione di Lord Elgin che li acquistò dal sultano turco che governava Atene e così li salvò dalla distruzione visto che il Partenone fu ridotto a deposito di munizioni e per larga parte fu distrutto nel corso del conflitto con la Repubblica dì Venezia che bombardò la città e l’Acropoli. Le ragioni morali erano tutte dalla parte della Mercuri ma la storia era ed è contro di lei. Il British Museum ha il merito di aver preservato nei secoli quelle memorande vestigia per la storia della civiltà occidentale. Se il governo Blair decidesse di rendere le metope alla Grecia sarebbe il suo un atto di civiltà ma non c’è ragione – diplomatica e storica – che possa costringerlo a questa restituzione. Né, aggiungo, avrebbe senso che gli obelischi egizi che adornano alcune delle più importanti piazze di Roma fossero rese all’Egitto né l’intero Museo Egizio di Torino perché queste vestigia fanno parte della storia universale e conta poco risalire alle ragioni che le hanno condotte in Italia da millenni o da secoli. I musei di tutto il mondo sono l’esito di una politica di rapina nei confronti dei poveri e dei diseredati di tutto il mondo: non si pensa mai a cosa si è sottratto a India, Cina, civiltà precolombiane? Il sottosegretario Vittorio Sgarbi, che queste cose le sa, dovrebbe pertanto parlare subito col suo collega Mario Baccini che imprudentemente vorrebbe chiedere alla Francia la restituzione della Gioconda. Ci riderebbero in faccia! Infatti il ritratto di Leonardo fu acquistato, nelle mani del venerando re Francesco I, per la somma di quattromila ducati d’oro (una bella cifra) e dal 1584 nelle collezioni reali di Fontainebleau. Ogni opera d’arte ha una storia a sé e non ha senso alcuno né storico né diplomatico presumere di rifare i musei del mondo alla luce delle (talvolta labili) ragioni del maltolto. Altra questione è quella dei furti più o meno recenti: celeberrimo il caso del Cratere di Eufronio o di opere altrettanto rilevanti di cui soprattutto i musei americani hanno fatto incetta. Ma si sa che gli Stati Uniti per decenni hanno rifiutato di aderire a convenzioni internazionali volte a fermare il saccheggio e il furto in aree archeologiche, chiese, palazzi, a volte persino pubblici musei.Mi sembra abbastanza evidente che un nobile moto di coscienza ha avuto ed avrà scarsi effetti pratici perché si scontra con infinite ragioni; talune fondate, tal’altre diplomatiche e giuridiche che non facilmente potranno essere risolte. L’importante è che si vada affermando la tendenza che riconosce ad ogni civiltà il diritto all’esistenza e che contraddice la politica della rapina perseguita, ieri, dai Paesi ex coloniali, oggi dal grande mercato internazionale dell’arte. E’ su questo terreno che un’intesa globale tra le grandi potenze va perseguita, al fine di frenare lo spirito di rapina che non si è estinto nonostante l’età del colonialismo sia estinta.
Fonte:La Repubblica
Packard mette la firma su Ercolano
In gran segreto arrivano, osservano i restauri fatti negli anni passati, studiano la situazione generale di quanto scavato a Ercolano; poi, vanno via. Gli americani del Packard Humanities Institute, la fondazione per la cultura dell’azienda statunitense di elettronica presieduta da Dave Woodley Packard, stanno raccogliendo tutti i dati preliminari ai progetti di recupero e restauro dell’intera città che partiranno, forse, gia dal prossimo gennaio. Dopo quasi un anno di contatti e incontri è stato, difatti, finalmente firmato il protocollo d’intesa tra la fondazione filantropica statunitense e la Soprintendenza archeologica di Pompei per il completo recupero degli scavi di Ercolano (cfr. Il Giornale dell’Arte n. 192, ott. 2000, p. 1). “Non si tratta di una, sponsorizzazione, precisa il soprintendente Pietro Giovanni Guzzo, ma di un rapporto nuovo in cui la Soprintendenza pompeiana farà da pilota per eventuali interventi in altri siti”. In una primissima fase il piano prevede interventi d’urgenza e il restauro di una tra le più interessanti dimore ercolanesi, la casa di Galba. Gli interventi immediati saranno rivolti sia al puntellamento dei muri delle case (i cedimenti sono frequenti e sempre più vasti), al fine di garantire la sicurezza dei percorsi, sia a una pulizia generale della città le cui pitture, mosaici e statue subiscono la corrosione provocata dagli escrementi depositati da centinaia di piccioni. In un secondo tempo si potrebbe concretizzare un progetto ancora più vasto che porterebbe, tra le altre cose, anche alla definitiva messa in luce di Villa dei Papiri, la grandiosa dimora dei Pisoni già identificata a metà del ‘700 e tuttora sepolta sotto metri di lava, che ha restituito circa 2mila rotoli carbonizzati in fase di decifrazione e di restauro.“Parlando con Packard, uomo di grande cultura classica” commenta Antonio De Simone, l’archeologo che nel decennio passato e stato il responsabile del recupero di una vasta area dell’antica città vesuviana, “ho avuto la sensazione che il gioiello dell’operazione, in termini di conoscenza del mondo letterario antico, sia appunto il recupero di Villa dei Papiri. Occorre, però, che il quadro delle spese sia efficace, veloce e operativo, tenendo conto di chi su Ercolano ha acquisito competenze specifiche”.Per il filologo Marcello Gigante tra i massimi esperti dei papiri ercolanesi la vera emergenza è “quella della dimora dei Pisoni, visto che l’acqua la sta sommergendo. Perché se è vero che quando una casa sta per cadere deve essere restaurata, è anche vero che quello che è stato portato alla luce della villa dei Papiri dev’essere protetto e salvaguardato. Ercolano tradizionalmente è la sorella povera di Pompei, ma se recuperata e ancora indagata non le è seconda per interesse scientifico e per bellezza. Figurarsi cosa potremmo offrire al mondo intero se recuperassimo i papiri ancora sigillati nel fango”. Riguardo ai fondi che l’Istituto americano renderà disponibili, non ci sono ancora dati certi; le prime indiscrezioni sull’accordo parlavano di somme illimitate, qualunque cifra, e per tutto il tempo necessario, pur di raggiungere l’obiettivo prefissato. Di sicuro per questa prima tranche di lavori i soldi non mancheranno: il denaro dovrebbe arrivare tramite la Pmg (un gruppo internazionale di controllo gestione) che eserciterebbe anche la supervisione sui costi e sui lavori realizzati. A quanto è dato sapere fino a questo momento le ipotesi di lavoro prevederebbero che lo studio globale dell’esercizio fosse diviso in sei tranche (tante quante sono le insulae cittadine) con interventi analitici da affidare ad altrettanti istituti di ricerca o Università italiane. Un comitato scientifico, che comprenderebbe il soprintendente di Pompei Pietro Giovanni Guzzo, Stefano De Caro, soprintendente archeologo di Napoli, Paul Zanker, direttore dell’Istituto archeologico germanico di Roma e Herman Geertmann, responsabile della Scuola archeologica olandese, garantirà la scientificità degli interventi che sul campo saranno seguiti da Maria Paola Guidobaldi, attuale direttore dell’area.
Autore: Carlo Avvisati
Fonte:Il giornale dell’arte
La ricetta per i musei si chiama autonomia
Le dichiarazioni dell’onorevole Sgarbi riguardo le intenzioni del dicastero appena insediato di rendere gratuito l’ingresso ai musei, ispirandosi a politiche in uso nei musei britannici rappresenta ciò che gli stessi abitanti della notoriamente perfida Albione riterrebbero una dead duck (anitra morta). Una politica meno demagogica ma sicuramente più efficace consiglierebbe piuttosto un sistema meno monolitico di tariffe e biglietti cumulativi, studiati secondo le richieste di un pubblico differenziato. Il provvedimento ventilato é non meno inopportuno in quanto l’incasso dei musei rinnovati a fatica e a grande costo per la collettività, ha portato allo Stato nel ’99 circa 127 miliardi di lire, in gran parte provenienti dal turismo estero.Più urgente e degno di attenzione pare il tema di una vera autonomia dei musei che nella definizione dell’Icom sono “istituzione permanente senza scopo di lucro al servizio della società e del suo sviluppo” definizione acquisita da tempo negli altri Paesi europei, ma non ancora recepita dalla legislazione italiana in quanto il museo resta tuttora identificabile con la sola collezione.Oggi le formule di apertura verso il privato, previste dalla legge Ronchey sono in grave crisi (i cosiddetti servizi aggiuntivi): perché i privati non arrivano a stabilire un’economia di scala, ma soprattutto perché non è così, frazionando le competenze, che si possa governare e promuovere un’istituzione culturale. La vera sfida per un governo che si dica liberale è senz’altro quella di affrontare il nodo gordiano dell’identità museale, della sua missione (o meglio, la latineggiante missio, più cara ai gusti filologicamente corretti di alcuni).Un importante passo per avvicinare il museo, al pubblico e per incoraggiare quest’ultimo a vedere nei beni culturali una risorsa ambientale, come precisa Zanardi qui a fianco, è quello appena portato a termine dal Ministero stesso degli Standard museali.Il documento finalizzato pochi giorni prima della fine dell’ultima legislatura, elaborato da una commissione di esperti e studiosi, e un tentativo di misurarsi con molti aspetti della vita museale che mette a fuoco non soltanto la corretta conservazione delle opere, ma soprattutto il rapporto con il pubblico dall’accoglienza, alla qualità della comunicazione, ai “servizi per l’utente”, introducendo nel linguaggio ministeriale delle novità fin qui mai udite: un documento, infine, non burocratico, ma un manuale di uso pratico, di consultazione, a disposizione di ogni museo della Repubblica.Ma il problema dell’identità museale nella società non è che uno degli aspetti di una politica culturale ancora da concepire. Non si può ignorare, per fare soltanto un esempio, che le neonate fondazioni liriche (gli end lirici sono 13 in tutt’ltalia) hanno assorbito nell’anno 2000, 463 miliardi sul totale di mille miliardi a disposizione di tutti gli spettacoli dal vivo, quasi 10% in più dell’anno precedente. La danza, uno dei comparti più creativi e innovativi riceve per l’intero settore – che conta quasi 80 compagnie – soltanto 13,4 miliardi, forse per un antico pregiudizio che equipara la danza moderna al balletto; mentre il Teatro di Prosa aspetta da anni una legge e una razionalizzazione delle risorse.Un recente studio sempre in terra britannica ha rilevato che l’80 % della popolazione adulta è impegnata in qualche forma di apprendimento volontario e meno del 20% trova espressione dentro i canali tradizionali di scuola e università. La domanda di acculturamento esiste, ma resta potenziale e si rivela soltanto nel momento in cui l’offerta si avvicina alla domanda.Non potrebbe essere questa una strada importante per un rinnovato sistema della cultura, in grado di confrontare e commisurare insieme domanda e offerta?
Autore: Anna Detheridge
Fonte:Il Sole-24 Ore
