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Devolution anche sull’arte. La Toscana vuole il fai da te

Beni artistici e musei da gestire " in casa" , in piena autonomia, " senza l’ingombro oppressivo del ministero chiamato a decidere su qualsiasi questione, persino sui turni di lavoro dei custodi" . Il presidente toscano Claudio Martini ha deciso di fare il primo passo sulla strada della devolution culturale: chiederà al governo l’autonomia speciale nella gestione dell’immenso patrimonio artistico che ogni anno attira in Toscana milioni di turisti e che rappresenta una ricchezza di valore incalcolabile. La conquista dell’indipendenza passa attraverso una legge a cui gli uffici della Regione stanno già lavorando e che presto sarà presentata a Roma per essere ratificata dal Parlamento. " Aspetto solo l’esito del referendum sul federalismo – dice Martini – a cui vedo che dopo Ghigo e Storace adesso anche Formigoni chiede di votare " si" . Dopo tante inutili polemiche contro la riforma approvata dall’Ulivo, alla fine è stata abbandonata dai presidenti del centro destra una posizione prettamente ideologica e si è capito che era nell’interesse delle Regioni arrivare a questo primo traguardo. Che significa finalmente la possibilità di ottenere l’autonomia speciale in alcune materie. La Toscana inizia dai beni culturali" . Cosa vuol dire gestione in proprio Martini lo spiega così: " C’è bisogno di maggiore efficienza, di orari più lunghi, di nuovo personale da inserire nei circuiti espositivi. Ma soprattutto una gestione autonoma dei beni culturali ci darà la libertà di inventare qualcosa di nuovo, di creare ricchezza e occupazione, di collegare un settore chiave della nostra regione al sistema economico. Se non è la Toscana a guidare questa esperienza pilota, allora temo che moriremo tutti ministeriali" .Sa bene Martini che la proposta non sarà accolta con grande entusiasmo dagli addetti ai lavori. A cominciare dal fatto che nel suo progetto i sovrintendenti non avrebbero più come referente il ministro ma, appunto, il presidente della giunta regionale. " Mi aspetto qualche polemica, certamente" , confessa. " Ma faccio notare che nessuno si scandalizza quando Formigoni chiede autonomia totale su materie come sicurezza, scuola e sanità. E nessuno trovava niente da ridire neppure quando il presidente della Lombardia voleva a tutti i costi il referendum sulla devolution" . E’ innegabile, però, che i tesori d’arte posseduti dalla Toscana non superino in quantità e qualità quelli di molte altre regioni, che non sarebbero avvantaggiate allo stesso modo dalla riforma. " E invece vogliamo che questa sia l’occasione per creare forme di collaborazione" , ribatte Martini, " non solo con le regioni che hanno caratteristiche simili, ma anche con quelle che ancora devono cominciare a lavorare sull’autonomia di gestione dei beni culturali. Si potrebbero costruire forme di partenariato anche con il sud creando percorsi tematici integrati come la grande arte gotica, il romanico, il Rinascimento. Federalismo non significa provincialismo. Della maggiore autonomia si deve fare un uso di respiro nazionale. E valorizzare i beni della Toscana significa prima di tutto questo. Sono temi che ho già proposto a Berlusconi di discutere ma senza ottenere risposta. Lo inviterò di nuovo a farci visita, mi aspetto di vederlo molto presto in Toscana" .

Fonte:La Repubblica

San Paolo e San Lotto: Grande Brera il 31 dicembre 2002

Sembra finalmente avviata alla conclusione la storia infinita della Grande Brera. Il 9 febbraio scorso il ministro Melandri ha infatti siglato, insieme a Gianni Zandano, presidente della Fondazione San Paolo, ed Ennio Brion, presidente dell’Associazione Amici di Brera, la convenzione che permetterà di portare a compimento un progetto pensato fin dai primi anni Settanta dall’allora soprintendente Franco Russoli, avviato nel 1988 grazie proprio al San Paolo, quando la progettazione di Palazzo Citterio (il palazzetto settecentesco affacciato su via Brera che offrirà altri ottomila metri quadrati alla Pinacoteca di Brera) fu affidata a James Stirling, e poi interrotto, rinviato, quasi dimenticato a causa di mille traversie: dalla scomparsa del progettista al franare delle fondamenta di Palazzo Citterio, che richiedono importanti lavori di consolidamento. La nascita della Grande Brera si colloca fra i primi e più importanti progetti avviati dal Ministero sul sistema museale italiano, insieme al raddoppio delle Gallerie dell’Accademia a Venezia, alla reggia di Venaria, ai Grandi Uffizi, alla reggia di Caserta, e ai progetti sul contemporaneo. La Pinacoteca di Brera ha straordinarie potenzialità, anche per il Novecento, ma le sue collezioni erano finora troppo compresse, e mancavano quegli spazi di accoglienza e quei servizi che fanno di un museo un luogo vivo. Soddisfatta per il concorso di forze pubbliche (il Ministero) e private sia profit (San Paolo, mecenate ormai " storico" della Grande Brera) che non-profit (Amici di Brera), il ministro Melandri ha fornito anche numeri e date, perché solo dandoci scadenze certe e finanziando sin dall’inizio i nostri progetti, ha detto, siamo riusciti a rispettare al secondo gli impegni presi, dalla Galleria Borghese alla Domus Aurea. Otto miliardi e settecento milioni costituiscono dunque l’ingente contributo della Fondazione San Paolo, mentre il Ministero è pronto sin d’ora a investire 23 miliardi nel prossimo triennio, provenienti dai fondi raccolti con il Lotto. Quanto ai tempi, il cantiere della Grande Brera dovrebbe concludersi il 31 dicembre del 2002. Nelle prossime settimane la Soprintendenza per i Beni architettonici bandirà la gara per i lavori di consolidamento dei sotterranei, già interamente progettati, ed entro il 31 marzo 2001 si prevede di completare l’intera progettazione esecutiva di tutti gli interventi. L’obiettivo, dice il Ministro, è quello di riaccendere i riflettori su uno dei musei più importanti d’Italia, i cui visitatori (180-200 mila all’anno), sebbene siano più che decuplicati negli ultimi 20 anni, non sono proporzionati all’importanza delle sue raccolte. Quanto alla destinazione dei nuovi spazi, il soprintendente ai Beni artistici Bruno Contardi ha fatto notare che molto è cambiato da quando Russoli pensò alla sua Grande Brera; che il suo contemporaneo è ormai storicizzato e che perciò il suo progetto andava attualizzato. Palazzo Citterio è ora destinato a diventare il luogo del collezionismo milanese, il luogo della memoria di quella borghesia che tra Ottocento e Novecento ha fatto grande Milano. Famiglie che spesso hanno formato raccolte importantissime e, spesso, le hanno poi donate alla Pinacoteca. Sarà un contributo alla storia della città. Degli ottomila metri quadrati di Palazzo Citterio, circa quattromila saranno destinati alle collezioni permanenti; gli altri offriranno spazio a uffici e grandi mostre (molti milanesi ricordano le due uniche mostre che vi si tenne per volere di Carlo Bertelli, allora soprintendente: quella di Burri e " Gli ori di Tarante" ). Delle opere antiche, ha aggiunto Bruno Contardi, quelle arrivate a Brera prima del 1815, resteranno nel palazzo storico. A Palazzo Citterio si snoderà invece il percorso dal Canaletto e da Belletto, attraverso l’Ottocento (con il celeberrimo " Bacio" di Hayeze e " Fiumana" di Pellizza da Volpedo, tra gli altri) e il Novecento. E qui saranno ospitate la donazione Jesi e il lascito di Lamberto Vitali (a questo collezionista sarà dedicata una mostra entro la fine dell’anno), con i loro Picasso, Boccioni, Morandi. In tal modo potranno essere esposte nel palazzo storico opere importantissime, come gli affreschi staccati del Luini, che finora giacevano nei depositi. Lì dovranno poi restare tutti gli istituti teresiani, che tuttavia hanno bisogno di spazi ulteriori, poiché se cresce il patrimonio sia della Pinacoteca che della Biblioteca Braidense, crescono anche gli studenti dell’Accademia, ai quali è stata opportunamente destinata dal Comune, per i corsi di scenografia, una vasta area dell’Ansaldo, proprio a fianco dei laboratori scenografici della Scala. L’obiettivo, ha poi sostenuto Gianni Zandano, è quello di fare della Pinacoteca di Brera (le cui due sedi, indipendenti ma vicine, saranno collegate attraverso l’Orto Botanico di Brera) il primo museo davvero vivibile d’Italia: un museo in cui le famiglie potranno entrare e trascorrervi l’intera giornata.

Fonte:Il Sole-24 Ore

Aperto per restauri

Nel volume di Brambilla-Marani le caratteristiche storiche e tecniche dell’intervento, uno dei migliori del nostro secolo: peccato che l’assetto generale del contesto non consenta la migliore delle visioniE’ innegabile che lavorare ad un manufatto particolarmente conosciuto ed amato, sotto un’attenzione pubblica vigile e costante, possa aggiungere uno stress particolare alle difficoltà già esistenti. Oggi che il Cenacolo leonardiano è tornato a proporsi integralmente all’ammirazione di tutti, e che uno splendido volume, dovuto all’ultimo direttore dei lavori e al restauratore, giunge a raccontarci le caratteristiche dell’impresa (Pinin – Brambilla – Barcilon – Pietro C. Marani, Leonardo. L’Ultima Cena, Electa, Milano, 1999) dal punto di vista storico e tecnico, penso che la signora Brambilla abbia dovuto certamente lavorare sotto una pressione straordinaria: come si suol dire, col fucile puntato. Spero l’abbiano confortata nei venti lunghi anni che ha dedicato a questo lavoro, i segni di apprezzamento giunti numerosi da parte di coloro che si rendevano conto almeno in parte di quanto arduo e complesso fosse il suo compito; mi auguro abbia provato il sentimento di non esser sola davanti alla parete di fondo del Refettorio di Santa Maria delle Grazie, in presenza unicamente delle sue aiutanti (Licinia Antonielli, Laura Betlani, Pierangela Fonnaggini). Intendo dire che le difficoltà poste dal restauro del Cenacolo non erano soltanto tecniche, anche se sarebbe bastato; ma psicologiche.Una diagnosi assai complessaL’enorme pressione dell’attenzione pubblica si esercitava difatti in un caso nel quale era particolarmente difficile, al momento della diagnosi, rendersi conto con esattezza del risultato ottenibile. Le stratificazioni delle ridipinture applicate in maniera non uniforme ad una superficie bistrattata dalle puliture e, come abbondantemente noto, ad un testo estremamente sofferto nella materiale conservazione fin dalle origini, facevano sì che si rendesse in qualche modo inevitabile navigare a vista. Questo non significa, si badi bene, che l’operazione fosse contrassegnata dall’improvvisazione; ma che era necessario uno sforzo particolare per lavorare di centimetro quadrato in centimetro quadrato, avendo sempre in mente, come termine di riferimento, la superficie intera. In nessun altro caso come in questo il risultato finale è determinato dalla somma di innumerevoli minuscole componenti. In qual misura esse sarebbero approdate a ricomporsi nell’unità visiva dell’insieme era materia di mera ipotesi, o potremmo dire fiducia; credo che anche la signora Brambilla abbia atteso, diciamo con curiosità se vogliamo applicare l’understatement, che, tolti i ponteggi dopo due decenni, il grande dipinto murale tornasse visibile nella sua interezza. E’ stata una grande operazione, supportata dalla Olivelli che, secondo quanto scrive nell’introduzione Renzo Zorzi, si sarebbe trovata addirittura in qualche momento a surrogare le istituzioni: che ha visto succedersi soprintendenti e direttori dei lavori; ma che ha ricevuto garanzia di continuità dalla presenza attiva di Pinin Brambilla.La lettura dello storico dell’arteNel volume, Pietro Marani presenta il Cenacolo dal suo punto di vista di storico dell’arte; e qui ricordiamo soltanto il terzo capitolo del suo ampio saggio, quello che ripercorre le testimonianze antiche e moderne relative al degrado della pittura, giungendo fino al restauro della fine anni Quaranta operato da Mauro Pellicioli. Ecco dunque le prime testimonianze del degrado, con la famosa descrizione vasariana del 1566, secondo cui il pittore e critico aretino vedeva ormai non più di “una macchia abbagliata”. Ed ecco i restauri del Belletti nel 1726, del Mazza nel 1770, del Barezzi nel 1821, di Luigi Cavenaghi fra il 1903 e il 1908, del Pellicioli infine nel 1947-49. Ma si leggerà come già nel Seicento dovessero esservi stati interventi non documentati apertamente, e desumibili soltanto da considerazioni indiziarie. Quel che conta è che tutto ciò (senza voler naturalmente gettar la croce addosso agli ultimi interventi. in particolare quello del Pellicioli), unito con il degrado in corso fin dall’origine, aveva condotto ad una situazione in cui nessuno sapeva più quanto e che cosa del dipinto leonardiano fosse ancora in esistenza. In nessuna parte vi era la possibilità di un accesso diretto alla superficie; la visione era sempre mediata dalle ridipinture, dalle ripuliture spietate, dai film di sostanze organiche applicati l’uno sopra l’altro tanto da costituire una superficie vischiosa e opaca. Si poteva unicamente sperare che la composizione, nel suo complesso, restituisse almeno un’idea del progetto originale dell’artista, ma anche questo era poco più che un atto di fede, un testo lacero e diminuito all’estremo, ma leggibile.E’ dunque chiaro che condivido appieno le motivazioni che indussero Carlo Bertelli, proseguendo con convinzione dopo l’inizio dato da Stella Matalon, ad impostare l’operazione straordinaria per difficoltà che si è conclusa in quest’anno. Il testo che ci sta oggi davanti è lacero e diminuito all’estremo, ma è leggibile nella sua autenticità, ed è ciò che conta. Quand’anche i risultati non fossero stati appaganti quali li giudico, tenendo conto dello stato di partenza, avremmo sempre e comunque ottenuto una situazione incomparabilmente preferibile al santino ingrandito di cui disponevamo in precedenza. Pinin Brambilla ha pulito ogni particella di colore con ripetute applicazioni di solventi, differenziati secondo esperienza: alcol metilico e dicloroetano in parti uguali, diclorometano e formiate di metile ugualmente in parti uguali (con modestissima aggiunta di acido formico), e metiletilchetone con acqua rispettivamente per uno e tre quarti. Le applicazioni dovevano esser ripetute fino a quattro volte; e immagino sia stato ampiamente necessario anche intervenire con una pulitura a secco. Le fissature sono state eseguite con gommalacca decerata diluita in alcol etilico, seguendo il metodo applicato da Pellicioli; credo che la scelta, se si decontestualizza non entusiasmante per le ben note controindicazioni della gommalacca, sia stata condizionata e resa inevitabile appunto dall’intervento precedente. Nelle lunette, in cui la situazione era tecnicamente diversa, si è fatto uso più normalmente di Primal al 5%. I difetti di adesione fra l’intonaco e la parete sono stati risarciti con resine viniliche e cascinaio di calcio, in aggiunta o in alternativa.Un difficilissimo restauro pittoricoMa un compito di difficoltà pari a quello della pulitura era costituito dal restauro pittorico. Aver saputo riconnettere con l’acquerello le isolette di colore, spesso lontane l’una dall’altra, trovando i toni e i sottotoni giusti, alternando sfumature fredde con altre più accostanti, tanto che quanto rimane di originale emerge a proporsi con tutta la forza del pensiero e del pennello di Leonardo, lo ritengo davvero uno dei migliori risultati che il restauro possa annoverare nel nostro secolo. Non ripropongo qui la quantificazione in percentuale del testo originale sopravvissuto, che in maniera del tutto esemplificativa e simbolica ho avanzato, io come altri, in altra occasione: c’è sempre qualcuno che li prende letteralmente, o perché non capisce davvero, o perché è in mala fede; e che si mette a paragonare le percentuali espresse dai vari studiosi, per affermare trionfalmente che non c’è consenso. Basti dire che del Cenacolo originale rimane poco, in alcuni casi drammaticamente poco, ma che il restauro ci ha riscoperto in continuazione valori espressivi e formali spesso inaspettati, che procurano commozione sincera in chi sia ancora capace di emozionarsi ed entusiasmarsi. E le illustrazioni del volume, di qualità spesso straordinaria, rendono giustizia alla difficoltà del lavoro svolto e alla bontà dei risultati conseguiti, consentendo di leggere nella loro minima tridimensionalità le zone di colore superstiti, di valutare la brutalità delle ridipinture. Uno dei motivi di ammirazione, e non il minore, che si conserva per il lavoro della restauratrice, è la sicurezza motivata con cui è progressivamente giunta a riconoscere autori ed epoche delle ridipinture in ogni minima zona che il microscopio le andasse rivelando.Un dipinto che galleggia nel vuotoAl Cenacolo si accede oggi per prenotazione e, seguendo le indicazioni dell’Istituto Centrale del Restauro, attraverso un percorso che depura della polvere. Giunti nel refettorio, però, la valutazione del dipinto viene rallentata e complicata da una somma di elementi che non appaiono collaborare alle migliori condizioni che si vorrebbero. Intendo dire che l’assetto generale del contesto non risulta risolto con lo stesso grado di approfondimento del restauro del dipinto. Già in altre occasioni mi sono espresso in proposito, ma ritengo di farlo un’ultima volta in maniera assai esplicita, oggi che il restauro è finito e il Cenacolo aperto al pubblico. Un disturbo alla visione è dato dall’assoluta, completa assenza di qualsiasi tentativo di contestualizzazione. Intendo dire che oggi il dipinto galleggia del tutto incongruamente nel vuoto, a notevole distanza dal suolo, avendo perduto qualsiasi riferimento spaziale che consenta di comprenderne i parametri prospettici. Prima del 1943, come testimonia anche la foto a p. 16, sotto il dipinto stava un lambì in legno, che funzionava da piedistallo ed appoggio per la superficie dipinta; e tutto funzionava infinitamente meglio. Oggi il Cenacolo corre già abbondantemente il rischio di risultare mero oggetto di culto popolare, promosso a feticcio; in questa situazione, ogni soluzione che ne aiuti un minimo di contestualizzazione o ne suggerisca un’ambientazione non può che essere benvenuta. E’ indispensabile riproporre il fatto che ci troviamo, nonostante tutto, in un refettorio, dove i frati sedevano su lunghe panche per mangiare su lunghe tavole, appoggiandosi a lunghi schienali. Non dico di riproporre tavoli e panche, ma almeno gli schienali sì; essi verrebbero ad assumere la funzione di una cornice per un quadro (ci si rilegga il Brandi, “Togliere o conservare le cornici come problema di restauro”, ora in Teoria del Restauro), che ha valore architettonico, non decorativo. In mancanza di un’architettura, un affresco viene assimilato sempre più ad un gigantesco dipinto da cavalletto, esposto con la sola tela, così come il pittore lo ha realizzato sul telaio, con un profondo fraintendimento delle sue specificità d’origine. La situazione è resa ancor più incoerente dalla eccessiva frammentazione delle tinteggiature al di sotto, che devono, nell’ordine: riprendere il colore delle pareti, per la fascia orizzontale dal suolo al margine del dipinto; riprodurre verticalmente gli stipiti della porta aperta nel Seicento, e che continuano in alto confondendosi incongruamente con l’imbotte della porta stessa: porta non più esistente, ed oggi la parete di tamponamento nella sua parte alta (quella che sta sopra la fascia inferiore e che si insinua nel dipinto) è tinta di un color bianco grassello, ed è a sua volta contornata da un’altra fascia che non si comprende cosa rappresenti. Si aggiungano le stuccature scure sul margine inferiore del dipinto, particolarmente visibili a sinistra, e davvero abbiamo una serie di soluzioni che si contraddicono e che producono un patchwork incomprensibile. Ci si domanda per di più se non converrebbe ricondurre il tutto ad una soluzione “minimal”, riprendendo le dimensioni della porta originale quattrocentesca, dal momento che le funzioni di quella seicentesca sono del tutto cessate, e che comunque si trattò di un intervento distruttivo e deturpante, perpetrato inoltre quando la situazione del dipinto murale era del tutto diversa. Il tutto è reso ancor più inaccettabile dal madornale elemento di metallo nero che alberga l’illuminazione del dipinto, brutalmente incompatibile per materiale, forma e colore con quanto vi sta sopra. Non discuto la funzionalità meramente illuminotecnica, ben realizzata dalla Targetti Sankey; ma mi sembra inconcepibile che l’illuminazione del Cenacolo leonardiano venga affidata ad un oggetto di tanto stridente con ogni altra componente ambientale. A mio parere, è urgente trovare una soluzione diversa, e anche se dovesse risultare visivamente più “antiquata”, pazienza; non potrà che essere comunque migliore di quella attuale. Nella situazione presente, il restauro del Cenacolo per me non può considerarsi finito; perché restaurare significa anche proporsi un’operazione globale, da condurre a termine seguendo un’idea progettuale. Il recupero del dipinto non può dirsi completo se non all’interno di una discreta operazione di riassetto ambientale.* Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze

Autore: Giorgio Bonsanti *

Tate modern un museo-lager

Non so se vi è mai capitata l’occasione di visitare un museo, quando sono in commando le scolaresche dei più piccini, precoci kamikaze d’asilo spesso deportati con buone intenzioni a odiare per sempre l’arte, soprattutto se messi a contatto con artisti più grandi della loro capacità di comprensione, Malevic, Merz o altri concettuali che siano. Costretti a forza (seduti o graziosamente stravaccati controvoglia a terra, tra gli squittii commossi delle mammine, e dediti soltanto alla scappatoia liberatrice del dispetto del compagno), mentre un intemerato docente blatera luoghi comuni divenuti dogmi, chiedendo loro di riconoscere qui un inesistente limone là una virtuale lambretta (come se fosse questo il vero valore dell’arte). Ebbene, a vedere come vanno le cose negli ultimi musei più à-la-page , c’è davvero il rischio di considerarci noi tutti dei coatti bambini analfabeti, costretti a una “asilizzazione” rampante.Basta l’esempio della neonata, Tate modern, così sontuosa e spettacolare nelle sue forme esteriori. Ma se sali ai piani e (via folli effetti speciali d’accoglienza) ti fermi a riflettere un poco a come è stato organizzato (non più cronologicamente ma tematicamente) il viaggio-charter attraverso i capolavori britannici della collezione del Museo, un poco di brividi ti assalgono. Intanto quelle nere scritte impositive, che ti accolgono sulla soglia come marchi da Lager: se giri a destra sei costretto come Dante a entrare nel girone di Materia, Paesaggio, Ambiente, se svolti dall’altro lato eccoti finito nel pelago di Storia, Memoria, Società, e guai se ti viene da guardare un’opera, così, per le sue intrinseche qualità, senza vigilare se sta nel sacchettino dei Nudi oppure nelle Nature Morte (e allora, povero Picasso, che disse un giorno che anche le nature morte erano per lui dei nudi?). Insomma, non che il vecchio metodo della cronologia fosse la panacea, ma almeno ti lasciava libero di reagire ad un’opera come meglio ti pareva. Qui, invece, ormai è tutto impacchettato, predigerito, surgelato, un attimo di sguardo-scongelo e devi già passare a un altro capitoletto del bigino d’avanguardia, godendoti al massimo la schiccheria snob e stolta d’un Morandi accanto a Kossuth, perché entrambi hanno a che fare col Tempo! Oppure Long vis-à-vis di Cèzanne perché entrambi destinati allo scaffalino del Paesaggio. Che tristezza questi manicaretti della New Aesthetics col vizietto del vetrinismo! L’unico effetto è che il ligio visitatore, d’un complesso Bonnard, non veda altro che il soggetto, nudo e null’altro. Un bel colpo davvero!

Autore: Marco Vallora

Fonte:La Stampa

Il Museo che parla. Forte di Exilles esperimento riuscito

MUSEO, parola arcigna. Che cosa c’è di insinuante e di attraente nel museo? Dov’è nascosto il virus della sua seduzione? Non è detto che le impennate dei visitatori coincidano con le impennate del gradimento. Il museo spesso è un obbligo, chiedetelo alle scolaresche e ai coatti del turismo di massa. E se qualcuno, per libera scelta, si avventura fra stanze anguste e male illuminate, davanti alle teche impolverate o fra i tesori affastellati per mancanza di spazio, ebbene costui può passare per eroe. Poiché il museo italiano è deprimente, inerte, scomodo, punitivo, muto. Direte: ma può avere la parola, un museo? Risponderemo che deve averla, se vuol essere vivo. E la parola, quando è il caso, può conquistarsela in vario modo, per esempio utilizzando le arti che di.solito non varcano le sue austere soglie. Prendiamo il Forte di Exilles, in Val di Susa. E’ diventato museo non solo di se stesso, ma delle uniformi delle truppe alpine che, nel corso dei secoli, qui vissero e combatterono. In tre mesi, quarantacinque mila visitatori: il museo piemontese più frequentato, dopo quello del Cinema. Perché questo successo? Forse perché vi ha messo mano un uomo di teatro, Richi Ferrero? Ciò che si vede a Exilles è un piccolo, folgorante esperimento. Invece di esporre le divise alpine sotto vetro e con la monotona serialità di un deposito sartoriale, queste vengono fatte " vivere" . Rivestono corpi che non sono semplici manichini, ma figure ottenute gramolando la stessa pietra grigia con cui è stato costruito il Forte. Nella parte più rigidamente espositiva, questi uomini di pietra obbediscono a qualche impulso dinamico, individuale o collettivo. Ma c’è una zona in cui il soldato di pietra ritrova un’eco della propria ipotetica vita. In sei nicchie dedicate alla roccia, al ferro, al ghiaccio, alla nebbia, alla neve, alla notte, ogni soldato ci offre il proprio modo di vivere e di soffrire. Se possibile, la propria anima. La nicchia è un microcosmo assoluto che grazie al teatro vive. Non in modo fieristico, ma con gli strumenti del teatro-immagine, anzi del Gran Teatro Urbano, secondo la sigla artistica di Richi Ferrero. Ed ecco che, giocando di specchi, che svelano a intermittenza parti nascoste della figura o della composizione; con un uso sagace dell’illuminazione; con l’irruzione di suoni improvvisi, quali gli stridii degli uccelli predatori o il pigolio domestico delle galline; con il lampo di un’inserzione fotografica, con lo squarcio d’un tuono, nasce davvero un mondo. E vediamo per esempio un capitano che, abbandonato su una sedia, riesce a dar corpo ai ricordi e alla nostalgia di casa riflessi sul tavolino accanto a lui. Ecco. Il miracolo del museo che parla lingua umana è avvenuto. Il museo ci ha aperto e ha fatto pulsare un mondo. Quando ne usciamo, non sappiamo se siamo stati spettatori di un miraggio o vittime di un trucco dell’inconscio. Ma conta qualcosa il saperlo?

Autore: Osvaldo Guerrieri

Fonte:La Stampa