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Sulle orme di Pietro e Paolo

Sono i locali sotterranei appena restaurati del quattrocentesco Palazzo della Cancelleria (che al termine dell’esposizione verranno adibiti ad Antiquarium degli scavi sottostanti l’edificio) a ospitare fino al 10 dicembre la grande mostra archeologica giubilare, che espone circa 150 reperti, dedicata agli apostoli “Pietro e Paolo. La storia, il culto, la memoria nei primi secoli”. La pertinenza di questa scelta a commemorazione dell’Anno Santo è evidente: Pietro e Paolo costituiscono le colonne portanti della chiesa delle origini e un approfondimento delle loro figure aiuta a riscoprire i significati originari del pellegrinaggio a Roma e le radici profonde della fede cattolica. La Roma dei primi secoli dell’era volgare è la città dove i due apostoli si fermarono per sostenere le neonate comunità cristiane e continuare l’opera di evangelizzazione, che si concluse con il loro martirio. La mostra si propone di seguirne le vicende, sia ricostruendo il tessuto storico, culturale e religioso in cui i due apostoli operarono, sia testimoniando la loro opera e i diffusi fenomeni di culto e devozione alla loro memoria, con le conseguenti ricadute in termini di arte, religione e sviluppo urbano della città tardo imperiale.Il punto di partenza del percorso espositivo testimonia, attraverso reperti di notevole bellezza e rarità, il potente influsso della cultura ebraica all’interno delle prime comunità cristiane come attestato dagli studi più recenti. Nella lastra funeraria di Calevius, conservata a Urbino, appaiono simboli ebraici e cristiani eccezionalmente insieme. Di particolare importanza è il grande sarcofago da vigna Rondanini (fine III secolo) con una menorah a rilievo sorretta da geni stagionali e vittorie alate. L’orizzonte si amplia con l’esame delle correnti filosofiche e dei credi religiosi diffusi a Roma tra il II e il IV secolo, quando al Pantheon pagano si affiancano culti misterici, dottrine orientali alla moda, credenze popolari, superstizioni e così via. Le opere esposte ritraggono divinità di vario genere, tra cui la statua del dio Arimanius rinvenuta in un mitreo di Ostia, il busto in bronzo di Giove Sabazio da Volsini, il disco bronzeo con il Sole invitto dal Palatino, oltre a numerosi amuleti contro il malocchio e maledizioni incise su tavolette in bronzo e in argento. Un’eccezionale serie di sarcofagi restituisce inoltre le credenze relative all’oltretomba, in gran parte ispirate a situazioni di pace e di serenità, con scene pastorali, lavori agricoli, dialoghi filosofici ma anche, in rari casi, testimonianze di amare delusioni dalla vita. La mostra entra nel vivo nelle sezioni successive interamente dedicate agli episodi salienti della vita di Pietro e Paolo e all’iconografìa delle loro figure. Qui abbiamo pezzi famosissimi e molto rari come il Sarcofago di Giona dei Musei Vaticani (fine III secolo) con la scena di " Pietro liberato dal carcere" , il papiro da Ossirinco del Museo Archeologico di Firenze (VI secolo) con la " Tempesta sul lago di Tiberiade" , un avorio di produzione imperiale dal Louvre con la " Negazione di Pietro" e diversi sarcofagi con storie relative ai due apostoli. Da non dimenticare anche i preziosi vetri dorati dei Musei Vaticani e un avorio del V secolo da Castellammare di Stabia con l’abbraccio tra Pietro e Paolo. Altri manufatti restituiscono più nel dettaglio le fisionomie dei due santi come furono codificate a partire dal III secolo. Anche in questo caso tanti i capolavori quali il San Paolo in bronzo da Comus (nei pressi di Cagliari), le lampade figurate dal Museo Archeologico di Firenze, alcune ampolle in argento, due icone lignee dai Musei Vaticani, la pisside in avorio dal Tesoro della Cattedrale di Pesaro e un paio di rilievi freschi di scavo dalle catacombe di San Callisto. La mostra si conclude con il culto dei due martiri nella storia, con la ricostruzione in plastici delle tre grandi basiliche costantiniane del IV secolo (San Pietro in Vaticano, San Paolo fuori le mura e la Basilica Apostolorum sulla via Appia, oggi San Sebastiano) e ancora pezzi d’eccezione come il pavone in bronzo dorato d’epoca adrianea utilizzato come cantharus (vasca per le abluzioni) nell’antica San Pietro e i grandi tondi affrescati da San Paolo scampati all’incendio del 1823. La mostra, realizzata dall’Associazione Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini con i Musei Vaticani, è curata per la parte scientifica da Fabrizio Bisconti, Elena Cavalcanti, Angelo Donati e Paolo Liverani.

Autore: F.C.G.

Fonte:Il Giornale dell’Arte

Arte e beni Culturali in Fiera.

E’ giunto alla terza edizione il Salone dei Beni artistici e culturali di scena a Torino nella sede del Lingotto dal 17 al 21 novembre. Organizzata dalla società Iniziative di Roma e promossa dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, dal Ministero degli Affari Esteri, dalla Città e Provincia di Torino in collaborazione con diversi enti e industrie, l’iniziativa si è proposta sin dal suo primo anno di vita come occasione di incontro e di confronto tra pubblico e privato, tra le istituzioni e le imprese per migliorare la gestione del patrimonio artistico culturale italiano e valorizzare una nuova rete di itinerari turistici diversa da quella già consolidata e già troppo affollata. L’attuale salone è diviso in 12 sezioni e tra convegni e incontri con personalità della cultura, mostre d’arte moderna e contemporanea, televisione, cinema, scienza e cultura materiale e laboratori didattici per i giovani, propone un calendario fitto di appuntamenti. Tra i convegni si segnala il 17 e 18 novembre “Beni culturali e Sviluppo del territorio” al quale sono stati invitati rappresentanti del Ministero per i Beni e le attività culturali di Regioni, Province e Comuni, soprintendenti, dirigenti di associazioni di tutela del patrimonio e dell’ambiente, e il 20 novembre, “Regioni, Beni culturali e sviluppo economico” nel quale interverranno Cesare Annibaldi, presidente di Palazzo Grassi e del Castello di Rivoli, Marialina Marcucci, vice presidente della Regione Toscana, Alberto Vanelli, direttore dei Beni culturali della Regione Piemonte, Massimo Zucconi, Presidente dei Parchi di Val di Cornia e l’imprenditore Enrico Mapelli. Due le mostre allestite in occasione del Salone: quella sul restauro della reggia sabauda della Venaria Reale e quella dedicata a ” L’ombra della sera” , poetico nome dato da D’Annunzio ad una piccola scultura bronzea del III secolo a.C. proveniente dalla collezione di tesori etruschi del Museo Guarnacci di Volterra.Anche il Salone dei Beni e delle attività culturali di Venezia, in programma al Centro culturale Zitelle della Giudecca dal 2 a 15 dicembre (inaugurazione il 1° dicembre alle 16) è al suo terzo anno di vita. Mentre resta confermata la sede della passata edizione in attesa che venga reso agibile uno spazio fieristico permanente nell’ambito dell’Arsenale, alcune modifiche riguardano, invece, l’ente promotore, Venezia fiere, con un nuovo presidente, Gabriele Zanetto e un nuovo amministratore delegato, Fulvio Landillo. Come curatore è confermato Antonio Brescacin, che quest’anno ha al suo attivo, in questa veste, anche il I Salone della fotografia moderna e contemporanea, svoltosi a Venezia dal 24 al 26 settembre. Rispetto alle edizioni precedenti quest’anno si profila una maggiore partecipazione delle imprese, quasi un terzo su un totale di un centinaio di espositori. Del resto nel tempo, l’appuntamento va sempre più specializzandosi nella direzione degli incontri tecnici e operativi. Il salone si pone, infatti, come punto di raccordo degli avvenimenti culturali quanto meno nel nord-est, promuovendo una borsa del turismo e delle sponsorizzazioni culturali, allo scopo di definire un calendario concordato delle iniziative culturali e di mettere in contatto l’ente (pubblico o privato) che formula un progetto con le persone o le risorse finanziarie in grado di realizzarlo.Due appuntamenti riguardano aspetti economici, normativi e giuridici: il primo in programma il 3 dicembre, tratterà del primo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro Federcultura per i lavoratori di questo settore che operano nei musei, nelle biblioteche e negli archivi, finora aggregati ad altre categorie di lavoratori. Il secondo previsto per il 14 dicembre, prenderà in esame le ” Fondazioni di Partecipazioni: pubblico e privato per il no profit” , un nuovo tipo di fondazione che non richiede come requisito preliminare la costituzione di un patrimonio.Quanto all’aspetto più specifico del Salone, vi saranno rappresentati 60 musei, si parlerà del documentario d’arte in Italia e del recupero della conservazione dei legni dei reperti marini. Di particolare rilievo la presentazione del restauro della Madonna dei Pellegrini di Caravaggio, nella chiesa di Sant’Agostino a Roma, curato dall’Istituto Italiano Arte Artigianato e Restauro di Roma.Intanto crescono i patrocinii istituzionali: a quelli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione, della Provincia e del Comune di Venezia si è aggiunto significativamente, l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica.Anche quest’anno viene confermato il premio alla Comunicazione, assegnato da una giuria di professionisti, coordinata da Adriano Donaggio, mentre nell’ambito del Salone si parlerà della possibile istituzione di un Prix Européen de valorisation du Patrimoine, a cura di Les Rencontres-Association des Villes et Régions de la Grande Europe pour la Culture.Per i visitatori dei Salone sono previsti sconti in tutti i musei della città e nei parcheggi comunali e dei Tronchetto.

Il successo a ogni costo

Sentiamo spesso parlare del sogno americano. Cos’è? Niente di speciale. E’ quello di diventare qualcuno, di eccellere nella professione, di guadagnare molti soldi, di diventare famoso, di entrare nel Guiness dei primati, di essere il number one in qualcosa, di apparire sui giornali, di scrivere dei best-sellers, e via dicendo. Si dirà che il sogno americano, in realtà, è un sogno universale. Tutti da ragazzi ci immaginiamo di riuscire un giorno a fare grandi cose, che poi si rivelano troppo difficili, troppo lontane e quindi vengono lasciate perdere, come miraggi. I primi insuccessi a scuola o nella vita ci fanno rimediare a tutta la faccenda. Spesso ci accorgiamo che i primati, di qualsiasi natura, sono faticosi e li lasciamo perdere, per mancanza di sostanza e di fermezza. Ma ciò che rende spesso pericoloso o rovinoso il sogno americano è che esso negli Stati Uniti è vissuto e sofferto in modo molto più intenso che in Europa. Da noi esso mostra avere dimensioni fisiologiche, mentre troppo spesso in America è patologico. Noi europei disponiamo di doti (la saggezza, il senso della misura, il senso del passato) che in America sono molto più rare. I nostri sogni sono raffreddati da una sorta di consapevolezza storica di fondo, che ci accompagna quasi per ragioni generiche. Appartenere ad un continente così carico di storia contribuisce a sviluppare un autocontrollo quanto mai salutare, creatore di armonia ed equilibrio. Non europei siamo un po’ come i nobili che in genere non sono molto ambiziosi, perché le vette delle vita sono già state raggiunte dai loro antenati. Invece negli americani il sogno del successo è sovente pauroso e malato. Essi sono impegnati in quel sogno spesso fino allo spasmo e alla nevrosi. Per entrare nell’elenco dei numeri uno sono capaci non di rado di qualunque azione, di firmare un patto col diavolo, di mettere il loro nome su qualsiasi pergamena, usando il loro stesso sangue. Troppi artisti americani, siano essi cantanti, pittori, musicisti, scrittori, sono capaci di qualunque stramberia per costringere i giornali a parlare di sé e per guadagnarsi un posto sul video. L’arte informale, (una specie di negazione di se stessa perché l’arte è sempre formale) è nata laggiù con Jackson Pollock, nel 1946. Prima di allora egli era un buon pittore, anzi ottimo, ma non riusciva a sfondare. Poi cominciò a versare il colore su tele con vasetti bucati da un chiodo, o a usare tecniche consimili, e così diventò noto in tutto il mondo anche se cessò di essere un pittore autentico, ossia cessò di dipingere come sentiva. Agli artisti americani, troppo spesso, non importa nulla della sincerità, dell’autenticità che è un po’ la conditio sine qua non dell’arte. All’americano in genere interessano la notorietà e i soldi. Per arrivarci riesce a scalare pareti di sesto grado superiore. Riesce a tutte le dismisure. A tutte le iperbole, a tutti gli estremismi; non disdegna la violenza, i ricatti, le simulazioni, i malocchi, le stregonerie, e messe nere, gli scandali. L’importante è riuscire a far parlare di sé, colpire l’immaginario della gente, e trascinarsela dietro.L’America è anche il paese delle stramberie, delle americanate, e in proposito ricordo un bel libro di Emilio Cecchi, America amara, scritto nel Quaranta. Già allora gli Stati Uniti erano il paese dei primati balordi. Ricordo il caso di un tale che si era fatto raccoglitore di sterni di pollo. Non si potrebbe scegliere un oggetto più sciocco da collezionare, ma in quel modo un cittadino qualsiasi riuscì a far parlare di sé i giornali di tutto il mondo. Una volta vidi un film il cui tema era, appunto, il sogno americano (gli americani migliori hanno la coscienza ben viva di questo triste fenomeno). La fine era terrificante. Poiché il protagonista cercava invano il successo per duemila metri di pellicola, senza riuscire a coglierlo, negli ultimi si spargeva di benzina e cercava di darsi fuoco. Un lugubre ricatto. Poiché nessuno gli badava, lo fece per davvero. E’ certo il colmo in cui un cercatore di successo può giungere, perché per conseguire la cosa tanto bramata, distrugge ciò che serve per apprezzare il successo: la vita e la coscienza. Quel film mi ricorda la storiella di quel tale che faceva collezione di figli, e ne aveva di tutti i tipi e di tutti i colori. Gli mancava soltanto il figlio postumo, e per averlo si sparò.In America adesso va di moda lo studentello che si porta a scuola il revolver, e poi massacra un gruppo di compagni e qualche professore che gli è antipatico. Conseguenze dell’odio e della violenza? Anche. Ma soprattutto del gusto di far parlare di sé. Il nome di chi ammazza parecchi coetanei in una scuola è senza dubbio destinato a far il giro del mondo. E’ il risultato di uno squallore etico pauroso. Anche la letteratura americana è spesso una grande rappresentazione di quel sogno spaventoso.La letteratura statunitense del primo Ottocento è ancora di matrice europea. Poe, Melville, Hawthorne, Thoreau, Emerson, Dickinson sono ancora per buona parte scrittori europei. Per cominciare a parlare di letteratura autenticamente americana arrivare a Stephen Crane. Jack London, Walt Whitmann, Mark Twain, Theodore Dreiser. Ebbene, tutti costoro già coltivano il sogno americano. Primeggiare in qualche maniera, magari come cercatori d’indiani, scrittori, geni dell’economia. L’importante è essere primi, avere una catena di negozi, un trust, vantare un primato prestigioso. Jack London è un grande scrittore popolare, e i suoi primati sono conseguiti non tanto da uomini in competizione tra loro, quanto in lotta contro la natura, per sottometterla. Bisogna riconoscere che gli americani dell’Ottocento ebbero la necessità di avere un gran concetto di sé e una buona dose di fegato e di costanza per conquistare la natura selvaggia del West e poi dell’Alaska. Senza il sogno americano forse l’impresa non sarebbe stata possibile. Però il complesso del primato è rimasto incollato all’anima americana per sempre. Chi l’ha rappresentato in maniera più convincente è Dreiser. E’ il suo grande tema. Tutti i suoi personaggi sono in genere degli ambiziosi. Il più tipicamente americano è Cowperwood, il protagonista del Titano: è la crescita enorme di un personaggio dell’alta finanza, e la crescita di una città, Chicago. Ma Dreiser sa che spesso un’ambizione di questo tipo può condurre alla morte, e scrisse una tragedia americana. E mentre per molti quel sogno, francamente detestabile, è il fiore all’occhiello della cultura americana, per altri statunitensi è soltanto fonte di stupendi drammi. Penso a certi film di Capra, come La vita è meravigliosa, o Morte di un commesso viaggiatore, di Arthur Miller, che nel personaggio di Billy Loman ha rappresentato le squallide conseguenze di quel sogno famigerato.

Autore: Carlo Sgorlon

Le sette sorelle del sistema dell’arte

L’arte, si sa, vive nel sistema dell’arte. Il sistema dell’arte è una realtà concettuale ormai accettata da tutti, come il contenitore entro cui interagiscono artista, critico, gallerista, collezionista, mass media, museo e pubblico.Tale catena, ben oleata dal circuito internazionale, ha funzionato a pieno ritmo dagli anni Sessanta agli Ottanta. Ma in quest’ultima decade del secolo la razionalizzazione di ogni sistema produttivo ha cambiato anche quello dell’arte, ridimensionando alcuni anelli di questa catena: galleria, collezionismo e riviste specializzate.La globalizzazione sembra segnare anche le strategie del sistema dell’arte, con un’attenzione non all’opera ma al suo emblema eccellente: il museo. L’arte è diventata un grande condominio in cui il museo è il proprietario, i curatori sono i ragionieri e il pubblico un veloce ospite-voyeur. E gli artisti rischiano di essere solo i locatori, sempre sottoposti al rischio di sfratto.La notizia di alcuni mesi fa dell’accordo tra il Modern Art Museum e il P.S.1 di New York segna esplicitamente un salto di qualità nel sistema dell’arte che si preserva grazie a una rete di alleanze e fusioni tipiche dei grandi gruppi finanziari multinazionali. In questo caso, premiato è il riconoscimento di una diversità complementare.Il Moma, sacrario americano delle avanguardie storiche e recenti. Il P.S.l, diretto da Alanna Heiss, luogo sperimentale di mostre internazionali che al posto della collezione ha dato spazio ad ateliers di artisti. Ecco un’opportuna miscela di volontà conservativa e spirito creativo.Possiamo rintracciare tra Europa e Stati Uniti un vero e proprio cartello delle Sette Sorelle del sistema dell’arte, anch’esso governato dalle ferree regole della globalizzazione.Sicuramente al polo di grande prestigio Moma – P.S.l se ne contrappongono altri due in America: il Guggenheim ed il Metropolitan Museum. Il primo, ha costituito una holding museografica con le due sedi newyorkesi (una sulla Fifth Avenue e un’altra a Soho), quella di Bilbao, una possibile a Salisburgo e la fondazione Guggenheim di Venezia a fianco alla costituenda alla Punta della Dogana. Il gruppo, guidato da Thomas Krens, funziona giocando su un doppio pedale tra centralizzazione e decentramento, come la Fiat nei vari paesi del mondo.Il Met, presieduto da Philippe de Montebello, costituisce il modello di una struttura museografica che diversifica l’offerta dei lavori esposti: dall’arte primitiva alla pittura italiana del Cinquecento, da quella spagnola del Seicento alla Transavanguardia. Mostre di vario tipo si sovrappongono con buona organizzazione in spazi differenziati, accompagnate da una grande opera di merchandising, ormai emulato da tutti i musei del mondo.Le altre Quattro Sorelle convivono in Europa. Una Sorella di stato, quella francese, ma sempre col piglio imperiale del cartello: il Beaubourg, diretto da Werner Spies, allocato a Parigi, è in via di ampliamento, con altre sedi nella capitale. Con una strategia di valorizzazione dell’arte francese, impressionismo e postimpressionismo, movimenti di entrata all’arte contemporanea.Forte è anche la tentazione di declinare nella propria lingua i movimenti cosmopoliti delle avanguardie storiche sviluppatisi nella Ville Lumière (da Brancusi a Modigliani, da Balthus a Christo). Anche con un’attenzione alle figure preminenti delle neoavanguardie del dopoguerra e a quelle dell’attualità internazionale.Il trend globalizzante è in ogni caso segnato da “Les magiciciines de la terre”, a cura di Jean Hubert Martin (1989), progetto museografico di un’esposizione multiculturale comprendente artisti occidentali nonché del Terzo Mondo.In Inghilterra anche la Tate Gallery, diretta da Nick Serota, ha ristrutturato il proprio spazio e si prepara a ultimare quello specificamente dedicato alla contemporaneità. Un museo che, oltre a celebrare il proprio Settecento, sembra accendere l’attenzione sull’attualità come momento vitale per le ultime generazioni inglesi, sostenute patriotticamente dal collezionista Saatchi. Pur perseverando in una strategia di connessione con artisti europei ed americani.Le ultime Due Sorelle si muovono in un territorio tra Mitteleuropa e quella dell’Est: portano il nome di Ludwig e Soros.Tra Vienna, Colonia, Aachen, Budapest, l’industriale del cioccolato Ludwig (recentemente scomparso) ha fondato una struttura ramificata, tra pubblico e privato, tra collezione ed attività espositiva, in spazi museografici appositamente costruiti: opere di artisti di tutto il mondo e tendenze (dal realismo socialista sovietico alla pop art americana, dal concettualismo al neoespressionismo) e mostre documentanti figure e movimenti internazionali si succedono incessantemente nelle varie sedi.Soros, il finanziere di origine ungherese destabilizzatore di monete e mecenate di artisti abbandonati alle economie disastrate dei paesi dell’Est, ha promosso una serie di fondazioni in diverse capitali, chiamando a dirigerle curatori di sua fiducia, magari americani ma originari di quelle contrade, dai Balcani ai Paesi Baltici, dalla Russia all’Ucraina.Ecco il parterre del sistema dell’arte attuale, che in ogni caso, il sistema contraendosi nei tre anelli opera, critico e museo, ha creato une sorta di opificio dell’arte, teso a globalizzare opzioni artistiche e la formazione del gusto sociale, a suo tempo garantito nel suo pluralismo anche dalla costellazione di gallerie ormai ridotte per numero ed incidenza culturale.La contrazione del sistema dell’arte ha determinato anche una trasformazione dell’identità del critico, non più militante e proverbialmente libero ma organico e consociativo alla politica del museo.Si afferma sempre più la figura del curatore, portato e costretto ad un’unica scrittura, quella organizzativa, e puramente documentativa di ciò che si produce e si rassomiglia nel territorio internazionale. Ecco costituita una vera e propria corporazione di curatori che si scambiano artisti ed occasioni di mostre, rinunciando alle differenze e al miraggio di futuri diversi dell’arte.Così perdono quasi senso le grandi mostre internazionali e gli appuntamenti biennali e quinquennali come Venezia e Kassel.L’eterno presente della produzione artistica si srotola sotto i nostri occhi, se ne allagano inesausti musei…E questi ne sono sempre più convinti e coesi in una politica che è gestione dell’attualità come fragorosa novità, perché il suo pubblico esulti riconoscendola. Già perché alla clonazione dell’opera e del critico segue quella del pubblico, fuso nel ready-made collettivo dell’esposizione museale, bell’e incorniciato, tutt’uno con la cronaca dell’epifania artistica.Su tutto trionfa la cerimonia espositiva che, per la sua natura puramente documentativa, risulta alla fine performativa, assolutamente spettacolare (in fine affatto priva di qualità perturbative).Trionfa la griffe del museo: che non è più la cornice storica che garantisce il passato, la soglia aurea che celebra il riconoscimento della persistenza dell’arte, ma il gancio multinazionale che garantisce il circuito di un medesimo presente senza frontiere e senza memoria.

L’Isola del Tesoro

Parte dall’Alte Nationalgalerie la realizzazione dell’ambizioso e discusso progetto di restauro per i cinque edifici che costituiscono la “Museumsinsel”, uno dei complessi museali più importanti del mondo. Si prevedono dieci anni di lavoro e costi nell’ordine di 1.800 miliardi di lire.Il 4 ottobre la Stiftung Preussischer Ulturbesitz (Fondazione del Patrimonio Prussiano) assieme ai musei statali berlinesi che di essa fanno pane hanno festeggiato il “Richtfet” dell’Alte Nationalgalerie, la cerimonia che tradizionalmente segue la copertura col tetto di un edificio. Chiuso al pubblico dall’inizio del 1998, l’edificio classicista che ospitava la collezione di pittura e scultura del XIX secolo è stato ormai completamente smantellato all’interno, e il restauro della facciata è terminato. I lavori di ricostruzione sono già partiti, dagli impianti indispensabili per un museo moderno sino alla messa a punto della soluzione da adottare per l’allestimento e la decorazione dei tre piani espositivi.E’ iniziato così a tutti gli effetti il restauro del primo dei cinque edifici che costituiscono la Museumsinsel, quella famosa Isola dei Musei che nel corso di un secolo (1825-1930) sorse sull’isolotto fra il fiume Sprea e il canale Kupfergraben che ospitava il castello degli HohenzolIern. i sovrani che patrocinando la costruzione di tale complesso museale avevano inteso realizzare proprio nel cuore della città un nucleo interamente dedicato all’arte e alla scienza.Maldestri restauri sovieticiDanneggiala per circa 1’80% in seguito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale e finita a trovarsi nel settore sovietico dopo la spartizione della città, l’isola venne restaurata in modo piuttosto maldestro sotto il governo Ddr. Sintomatica in questo senso la sorte del Neues Museum, il più colpito dei cinque musei, le cui rovine dal tetto squarciato erano lasciate in balia delle intemperie ancora alla fine degli anni Ottanta. Con la riunificazione delle due Germanie, che nel settore dei beni culturali berlinesi significò il ricongiungimento tempestivo (almeno a livello amministrativo) delle collezioni un tempo divise tra est e ovest, l’isola dei Musei ebbe un ruolo determinante nell’accesa discussione sulla ridistribuzione del panorama museale cittadino, discussione che agli inizi degli anni Novanta coinvolse addetti ai lavori e pubblico anche in campo internazionale.Tre gruppi monotematiciLa decisione finale della Stiftung (1992) ha raccolto i 17 musei statali originati dalla riunificazione in tre gruppi monotematici corrispondenti ad altrettanti centri geograficamente distinti: l’archeologia all’Isola dei Musei, dove occuperà almeno tre musei su cinque, l’arte europea al Kulturforum. in quella zona già a ridosso del muro dove ora è risorta la Pois-damer Platz, e infine l’arte e le culture extraeuropee a Dahlem, nella parte sud-ovest della città. A ragione si è parlato, più ancora che di una vittoria degli archeologi sui rappresentanti delle altre discipline, dell’imporsi della corrente “funzionalista” rispetto a quella “tradizionalista”. Rinunciando al tentativo di riproporre l’Isola come summa della produzione artistica dell’umanità dall’antichità al XIX secolo, così come il complesso museale era stato concepito in origine, e rifiutando l’idea di un recupero anche parziale degli allestimenti evocativi e storicizzanti che avevano fatto del Bode Museum un gioiello della storia dei musei (esso ospiterà invece la collezione di scultura dal Medioevo al XVIII secolo, nonché il Museo di arte tardoantica e bizantina), i musei berlinesi hanno scelto in modo chiaro la soluzione probabilmente più adatta a dirigere e smistare quel traffico turistico che già ha cominciato a modificare i ritmi della nuova capitale.“Feticci” per 4 milioni di visitatoriInoltre, concentrando nell’Isola i massimi “feticci” delle proprie collezioni (la Strada processionale di Babilonia. l’Altare di Pergamo e persino il busto di Nefertiti, che presto lascerà Charlottenburg) essi vogliono garantirsi un afflusso che si prevede potrà toccare i quattro milioni di visitatori all’anno. E’ alla luce di questa “funzionalità” spregiudicata che vanno lette le successive decisioni della Stiftung, come l’aver tolto la commissione per la ricostruzione del Neues Museum a Giorgio Grassi, che pure nel 1994 aveva vinto il concorso relativo (cfr. Il Giornale dell’Arte n. 122. mag. ’94. p. 24). L’eleganza sobriamente schinkeliana di quel progetto non aveva convinto i direttori dei musei interessati, che sorprendentemente avevano trovato più stimolanti proposte come quella, classificatasi quarta, di Frank Ghery, che comportava un totale stravolgimento delle vie d’accesso alle collezioni come dei percorsi interni. In questa stessa direzione si muove anche il progetto di David Chipperfield, a suo tempo arrivato secondo e nel 1997 definitivamente incaricato della ricostruzione del Neues Museum (cfr. n. 155. mag. ’97, p. 29).Efficientismo macina-turistiIl medesimo spirito innovativo ed efficientista, che a voler essere cattivi potrebbe anche venir definito “macina-turisti”, ha dettato i punti principali del piano regolatore per l’isola dei Musei che la Stiflung ha licenziato lo scorso giugno: costruzione di un nuovo corpo di fabbrica che centralizzi l’ingresso ai diversi musei (e qui inevitabilmente il pensiero corre alla piramide del Grand Louvre, che pur ha rivelato i propri limiti); collegamenti agevoli e veloci fra un edificio e l’altro (si parla di un tunnel sotterraneo che partendo dall’Altes Museum arrivi sino al Bode, lasciando però indipendente la Nationalgalerie); organizzazione di un programma espositivo omogeneo fra le diverse collezioni archeologiche non solo per poterne evidenziare i punti di contatto, ma anche per permettere la messa a punto di un percorso principale che consenta di toccare tutte le “highlights” in una volta sola (e ancora viene in mente il nuovo Louvre che ha pubblicato una Guida per il visitatore frettolosa): infine, recupero delle superfici libere dell’isola per destinarle ad uso pubblico, così come costruzione di almeno un altro edificio per i servizi ai visitatori.Il ruolino di marciaPremessa indispensabile per la realizzazione di questo progetto ambizioso e già molto discusso è il restauro dei singoli edifici, che è previsto in quest’ordine: il Nationalgalerie e Bodemuseum, entrambi già chiusi al pubblico; Neues Museum, cui è collegata la costruzione del nuovo corpo centrale d’ingresso, che sorgerà nello spiazzo fra il museo stesso e il Kupfergraben: da ultimi, Altes Museum e Pergamonmuseum. La durata prevista per l’intera operazione è di una decina d’anni, ammesso e non concesso che la Stiftung riceva i finanziamenti necessari, considerando che per i costi futuri si parla della spaventosa cifra di 1.8 miliardi di marchi (1.800 miliardi di lire). Il cancelliere Schroder, che ha presenziato al “Richtfcst” dell’Alte Nationalgalerie, per ora non ha potuto che garantire l’appoggio del Bund e dei Lander, in particolare del Land Berlin, a coprire i costi complessivi del restauro dell’Alte Nationalgalerie, per cui sono stati preventivati 132 milioni di marchi (in lire, 132 miliardi). La scadenza stabilita per questi lavori e l’autunno 2001, quando il museo celebrerà il 125° anniversario della fondazione (1876). In un’esemplare sintonia fra contenuto e contenitore, l’elegante edificio in forma di tempio pseudoperiptero (cioè circondato, ma non completamente, da colonne) su alto zoccolo realizzato da Heinrich Strack su progetto di August Stiller, a sua volta allievo di Schinkel, tornerà ad ospitare la collezione d’arte che copre l’arco di tempo dalla Rivoluzione francese alla prima guerra mondiale. A Menzel. Bockiin, Lovis Corinth e agli impressionisti francesi torneranno finalmente a ricongiungersi Friedrich e Schinkel. che negli ultimi anni erano stati isolati in una loro Galleria dei Romantici al castello di Charlottenburg. Questo comporta l’esigenza di nuovi spazi che in parte sono stati ricavati al terzo piano nei vani risultanti dall’abbassamento delle grandi sale ottocentesche del piano sottostante, un’operazione che era stata realizzata durante il riallestimento del museo negli anni Trenta per rendere quelle stesse sale meno monumentali e più luminose tramite l’inserimento di una copertura a lucernario. Eccoci dunque nuovamente davanti a una scelta più funzionale che filologica e che proprio per questo è già stata criticata, anche se c’è da chiedersi. ad onor del vero, fino a che punto l’aura degli spazi ottocenteschi avrebbe potuto essere recuperata. Comunque sia, i 4.800 metri quadrati di superficie espositiva assicurati alla Nationalgalerie dopo il restauro non permetteranno che di mostrare una selezione di capolavori (solo per i Romantici la collezione è la migliore della Germania) dove pittura e scultura verranno fuse per meglio illustrare le diverse epoche e scuole. Il museo avrà come dépendance la Friedrichswerdcrsehe Kirche di Schinkel, dove è presentata l’attività del famoso architetto e numerose sculture del classicismo berlinese.

Autore: Alessandra Galizzi-Kroege

Fonte:Il Giornale dell’Arte