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Museomania

Sia chiaro, il museo non è un’azienda. Ma come “misurare” la sua efficienza?Le nuove autonomie locali e la necessità di far quadrare il bilancio, coperto solo al 25% dai visitatori, rendono indispensabile un corretto controllo di gestione.Che ci piaccia o no, i musei italiani si stanno avviando sulla strada già intrapresa dai musei del resto d’Europa dell’essere una istituzione al servizio dei bisogni educativi e culturali della società nella quale si trova a vivere e operare; e quindi soggetta anche alle regole economiche e funzionali espresse dai diversi attori della società con i quali entra in contatto. Ciò non vuol dire che un museo, accettando di funzionare con le regole del mercato accetti anche, o peggio legittimi, una società del mercato. Anzi il museo non deve mai dimenticare di essere un luogo di pensiero, di memoria, di riflessione; il che può voler dire anche di contraddizione e di contestazione nei riguardi di tutto quanto lo circonda. Si dunque alle regole del mercato civile; no a una società di mercato; no a una società che faccia del mercato il proprio idolo. Ma come giustificare, e comprovare, la richiesta che il direttore di un museo fa all’ente proprietario (sia esso una pubblica amministrazione o un Consiglio di amministrazione di una fondazione) di coprire un bilancio medio annuo di un museo medio che in Europa è di circa 3 miliardi, dei quali solo il 25%, se va bene, si ricava dai visitatori? Solo con un corretto e intelligente controllo di gestione.Parola che evoca oscuri incubi da globalizzazione. Dei danni culturali (e anche economici) causati da controlli di gestione incontrollati e incontrollabili (leggasi anche non condivisi) sono pieni i quotidiani europei. Tutti però sappiamo che uno strumento non è di per sé un prodotto del demonio; dipende da come lo si usa.Come valutare dunque la gestione di un museo? Sono necessari parametri e “indicatori di gestione” molto particolari. Per i musei gli indicatori di efficienza e di efficacia sono molto più complessi e difficili da precisare che per ogni altra entità soggetta alle leggi dell’economia di mercato.Mai però bisogna dimenticare, come mi ha detto più volte Neil MacGregor, direttore della National Gallery di Londra, uno dei musei di maggior successo in Europa, che “il successo di un museo non è quantificabile. Le parti misurabili dell’attività di un museo sono quelle marginali: quanti visitatori, quanti incassi, quanti comprano un catalogo, quanti si fermano al bar… Ma il momento centrale della visita a un museo, il dialogo tra il visitatore e l’opera d’arte, non è misurabile. Il museo esiste per rendere questo dialogo possibile, ricco e profondo. Questa è la vera missione del museo. Come si può misurare la trasformazione, l’arricchimento che le opere provocano nel visitatore?”. La National Gallery chiarisce comunque nel proprio report annuale che risponde a “indicatori di performance” del tipo:numero di visitatori, media contributi-visitatori, numero di mostre organizzate o ospitate, metri quadrati di gallerie riallestite.Pur tuttavia vorrei tentare di segnalare a chi si dibatte di questi (empi con le conseguenze delle leggi sulle autonomie locali e la relativa gestione che alcuni indicatori potrebbero rendere misurabili almeno i servizi di un museo. Indicatori “operativi”, cioè quelli che possono monitorare l’attività corrente; per segnalare se è stata svolta regolarmente e nei tempi previsti. Misurare una attività culturale può risultare impossibile; vanno comunque calcolati tempi e costi per la realizzazione di obiettivi che andranno sempre più chiariti a se stessi e agli altri (amministratori ai quali il museo risponde).1. Indicatore descrittivo: descrizione (dati grezzi) sulle risorse (quantità-consistenza delle collezioni, attività, mq spazi gestiti o disponibili, personale-dotazione organica, pubblicazioni, risorse finanziarie); serve per la leggibilità del servizio.2. Indicatore di risultato: quantificazione degli obiettivi da raggiungere nella gestione: dati numerici controllabili, relativi a numero di utenti (n. di biglietti venduti), tipo di utenti che si vogliono ottenere (giovani, anziani, italiani, residenti, turisti, ecc.), numero di incrementi, numero di mostre, numero di pubblicazioni, numero di restauri, numero di schede di catalogo redatte, numero di convegni, elenco progetti in essere, con scadenze e obiettivi per progetto; ma anche semplificazione delle procedure burocratiche. 3. Indicatori di efficienza e di efficacia: sono gli indicatori veri e propri per i quali bisognerà dare parametri di riferimento (per esempio agli standard Icom internazionali e nazionali; dedotti per esempio dal Codice deontologico del l’Icom) in base ai quali si dà il giudizio sugli obiettivi specifici più o meno raggiunti nel rapporto risorse-risultati. Questi obiettivi sono quelli che danno conto dell’andamento del servizio nei confronti dell’utenza, della qualità ed economicità del processo produttivo e della relativa erogazione:a) afflusso di pubblico. Certo si possono coniare i visitatori; ma questo può non essere in alcun modo indicativo (forse sarebbe meglio «pesare» i visitatori);ma anche:b) numero visite guidate, numero incontri e conferenze forniti dai curatori e direttori, presenze del pubblico che si vuole raggiungere (precisare quali strumenti di misurazione si usano);e poi indicatori più sofisticati come:e) novità e importanza delle segnalazioni sulla stampa: ma anche incontri, contatti (lettere, telefonate, e-mail) con studiosi;d) gradimento e soddisfazione degli utenti-visitatori (risposte a questionari); ma anche di altre categorie di fruitori (altri musei, amici del museo, studiosi, editori);e) capacità editoriale (produzione sussidi didattici, cataloghi scientifici, ecc.);f) costo unitario in rapporto al numero di utenti. Si può inserire tra gli obiettivi di gestione di un museo quello di corrispondere a una certificazione di qualità dei propri servizi? Non possiamo negare che spesso il rapporto tra i costi di un museo e il grado di soddisfazione dei visitatori (ma anche degli utenti specialistici) è squilibrato.Al Comune di Milano si comincia a elaborare una “carta dei servizi” dei musei che corrisponde a una sorta di patto da stabilire, con opportuni regolamenti. tra gli utenti e i gestori dei musei circa l’offerta di servizi propri di una istituzione culturale museale. Per esempio: orari di apertura; offerta di occasioni educative e di svago per tutti i tipi di pubblico; spiegazioni divulgative in due lingue e per tutti i tipi di utenti (dai cartellini, agli opuscoli didattici, alle visite guidate); disponibilità alla visita (su richiesta) dei depositi; rapidità di risposta alle richieste di informazioni e di fotografie da parte di studiosi e editori; coinvolgimento e sostegno della comunità alle proprie iniziative; gestione responsabile (per quanto riguarda la buona conservazione) di depositi ed esposizioni. Ma anche aggiornamento delle esposizioni permanenti (anche con l’uso di nuove tecnologie didattiche), livelli di pulizia dei luoghi e di gradevolezza del servizio di custodia. È’ certo comunque che senza autonomia e responsabilità dei direttori nella gestione del museo nessun controllo di gestione potrà essere utile: troppe essendo le condizioni dipendenti da altre volontà e capacità che possono impedire il raggiungimento degli obiettivi. Uno dei pochissimi libri pubblicati sul problema del controllo di gestione nei musei (Stéphanie Chatelain, Le control de gestion dans les musées, nella collana “Recherche et Gestion”, ed. Economica. Parigi. 1998) conclude dicendo che la migliore garanzia per un museo è nei propri dirigenti, la felice combinazione di conservazione specialistica e managerialità.Detto tutto questo, resta almeno una certezza economico-gestionale: un museo non è, nè mai potrà essere, una azienda. Per due semplici fatti: che i suoi beni, le collezioni, sono inalienabili e insostituibili (altrimenti il museo stesso non esisterebbe più o sarebbe un altro) e che i suoi clienti sono soprattutto le generazioni a venire. * Direttore centrale per la Cultura, Musei. Sport e Tempo libero del Comune di Milano

Autore: Alessandra Mottola Molfino*

Odissea tra gli scaffali

Orari impossibili, spazi insufficienti, impiegati che confondono manoscritti e opere stampate, volumi introvabili. I " magazzini della cultura" , nel nostro paese, sono dei luoghi di penitenza.L’ho capito da poco. Solo da qualche mese. Da quando sul mio tavolo, all’università, ho trovato un plico. Lo aprii senza emozione, e senza curiosità, quel pacchetto lindo: privo di affrancatura e di timbri. Era facile immaginare che contenesse un libro. Ma non di quelli che hai voglia di leggere. Uno di quei libri scritti per far carriera all’università, e che ogni mattina il fattorino distribuisce, affidatigli direttamente dagli autori, a discrezion di fortuna: nella speranza che il collega della porta accanto, prima di cestinare, abbia almeno la cortesia di dare un’occhiata agli indici; per poi poter fingere, l’indomani, di aver letto e apprezzato. Al gioco ci stanno tutti, chi invia e chi riceve. Ognuno se ne compiace, e vi s’acquieta. Il libro era lì, finalmente spacchettato. Mi piace annusarli, i libri, quando sono freschi di stampa. E mentre premevo il naso sul taglio delle pagine, un santino sfuggì alla pressione della copertina. Era stampato in caratteri bodoniani, eleganti e nitidi. In alto, lessi l’intestazione: University of Catania, non so che Department. E sotto, in un inglese ossequioso e americanato, i saluti omaggianti di un Chairman. Caspita. Il libro, di argomento locale, era stato interamente finanziato dall’Università. Era stato stampato da un editore, che non ha distribuzione; e che ha sede di fronte all’Università stessa. Sì e no era destinato a vivere l’emozione di un viaggio di duecento metri, tra produttore e consumatore. E per tutto questo, per tanta avventura, aveva avuto bisogno di un passaporto in lingua inglese. L’America è vicina. E l’italiano è una lingua straniera, in Italia.Del resto, con la riforma in atto, l’Università italiana guarda ormai all’America. Lavorando a ritagli, però. Perché tutto vuole cambiare: programmi, didattica, modalità di studio, e sistema di esami. Tutto vuole importare: tutorato, crediti e valutazione dei docenti da parte degli studenti. Ma su un punto sorvola e glissa. Ed è sostanziale e decisivo. Senza il quale si rischia di andare per svolazzi e avventatezze, se non a vuoto. Il modello americano si regge sulla frequenza obbligatoria degli studenti. E sull’organizzazione di studenti e professori, della loro vita nel campus e dei loro studi, attorno alla biblioteca. A non parlare della frequenza obbligatoria, che presuppone le aule (problema enorme in una università di massa), le biblioteche così come in Italia sono, e come sono gestite, non reggono al cambiamento.Anzi lo frenano, lo bloccano. E lo snaturano. In America le biblioteche delle università sono aperte fino a tarda notte. E consentono quindi agli studenti e ai professori di ritagliarsi, nell’arco lungo della giornata, spazi consistenti per la ricerca scientifica; pur tra tanti impegni didattici e burocratici. Sono aggiornatissime, ben attrezzate e funzionali. Danno l’accesso libero agli scaffali dei libri, con gran risparmio di tempo; e con la possibilità di scoprire, nei vari settori, libri che neppure si pensava che esistessero. Garantiscono inoltre studi e studioli, nei quali studenti e professori possono isolarsi e trasferire libri e riviste; e lì tenerli per tutto il tempo della ricerca. In Italia, nel migliore dei casi, le biblioteche universitarie hanno orari che coincidono con quelli delle lezioni. E’ impossibile frequentarle, se non disertando le aule. E poi hanno tantissimi tempi morti. Bisogna aspettare che gli impiegati (quando ci sono, e in numero sufficiente) raccolgano le richieste e vadano a prendere i libri. Molte biblioteche non hanno una sala di consultazione; e neppure una sala delle riviste. E alcune neppure i libri. Per deficienze economiche. O perché i professori se li sono portati a casa. O semplicemente perché, quando si tratta di sedi universitarie distaccate, quei libri non ci sono mai stati. Il pericolo è, in questa situazione, che la nuova università italiana continui a essere un esamificio, e diventi in più la bassa industria di una sperimentazione didattica senza libri e senza ricerca; e persino senza alunni, se quelli messi in grado di frequentare resteranno una minoranza rispetto alla massa degli iscritti (inevitabilmente destinata al fuoricorso, che la riforma vorrebbe eliminare). L’America è vicina. Certo. Come per quel libro senza smercio che, esibendo un pass in lingua inglese, sembrava voler dire meticciamente: vado per il mondo, anch’io da parte mia. La frequentazione delle biblioteche italiane è un buon esercizio di penitenza. Da raccomandare e propagandare. Gli americani ce lo invidiano. E noi, riottosi e sconfortanti, irsuti più che mai, non sappiamo apprezzarlo. E ce ne lamentiamo, addirittura. Vado a Torino, alla Biblioteca Nazionale. Compilo la cedolina e chiedo in lettura le Rime e le prose di Claudio Achillini nell’edizione veneziana del 1673. Il servizio non è poi tanto lento. Dopo mezz’ora il libro è già sul bancone. Con rigida compostezza, una impiegata mi accompagna nella sala riservata. Il libro è antico, e bisogna che qualcuno ne sorvegli la lettura. Giusto, giustissimo. Tanti libri preziosi sono stati mutilati, purtroppo. Pagine strappate e segnacci con penna lo dimostrano. Il sorvegliante, al quale vengo affidato, è di pensierosa concisione. Mi squadra, borbotta, e smozzica fra i denti: " questo è un manoscritto" . Rimango allibito. E lui, da cordiale diventa diffidente. Insiste. E per amor di pace, e di lettura, tra il sì e il no confuso, sono costretto ad ammettere che quel libro, stampato a Venezia da Nicolo Pezzana, è proprio un manoscritto. Un manoscritto stampato. Un ossimoro barocco, ingegnoso, degno del più sbardellato dei secentisti. Di quell’Achillini che, nei suoi versi, aveva fatto sudare i fuochi. Fa spettacolo, e impressione, che il sorvegliante della sala riservata, di una grande biblioteca, neppure sappia cosa sia un libro, e cosa un manoscritto. Mi è andata peggio a Roma. Alla Biblioteca Nazionale. Arrivo in mattinata, poco prima delle dieci. Mi sembra un orario ragionevole. Vado ai cataloghi. Prendo la collocazione, e chiedo in lettura il De origine et statu Bibliothecae Ambrosianae di Pietro Paolo Bosca, anno di pubblicazione 1672. Dal bancone di accettazione mi mandano alla sala riservata. Rieccoci. Vado di corsa. La sala è disagiata per i lavori in corso.Solo quattro impiegati, adagiati nella penombra, si dimenano in una fitta discussione. Sono discreto, e aspetto che si accorgano di me, con la richiesta in mano. Tossisco. E non succede niente. Torno a tossire. E mi ignorano. Butto giù un saluto. Lo lascio cadere in mezzo ai torneamenti e alle giostre di un fitto repertorio gestuale. Finalmente si accorgono della mia presenza. Un impiegato mi esibisce il braccio sinistro, e con un dito della mano destra picchietta sul suo orologio. Non capisco. Si spazientisce con un " ah vedi, questo" . E poi, pacatesi, con piglio didattico e scandendo le parole, mi spiega che sono in ritardo, e quindi inopportuno.Le richieste dei libri vanno presentate entro le dieci. Sono ormai le dieci e un quarto. Fuori orario massimo. Non mi lascia scelta. Debbo tornare l’indomani. Ritorno alle nove, stavolta. Prendo la richiesta, e mi dicono di tornare il giorno dopo. Avevano dimenticato di dirmi che i libri della sala riservata si chiedono un giorno per l’altro. O così mi sembra di capire, perché non è che spendano molto in parole. Non hanno tempo da perdere. Il loro lavoro è arduo, in mezzo allo sfacelo della ristrutturazione. Capisco e immedesimo. Tuttavia guardo attorno per la saletta. Continua a essere vuota. Insisto perché mi prendano il libro. Spiego che sono in partenza per New York e che ho già disdetto la camera dell’albergo. Improvvisamente diventano comprensivi. Si commuovono quasi, quando aggiungo che sono sulle spese; e sulle spine, per il tempo. Diventano velocissimi. Dopo manco un quarto d’ora, ho il libro fra le mani. Finalmente. Mi serve riscontrare una citazione. Lo faccio in cinque minuti. Ma c’erano voluti due giorni d’attesa. Tanto trambusto. E tante emozioni.Diceva Nicole che le biblioteche sono " i magazzini delle fantasie degli uomini" . Si riferiva ai " sogni" che i libri custodiscono e tramandano. A quel tanto di aereo che loro rinserrano; e che altrimenti svaporerebbe. Non avrebbe mai pensato, Nicole, a un altro genere di " fantasie" . A quelle elaborate per dar stanchezza ai lettori. E meriti di un faticoso vincere; o di un eroico soccombere. Esco la mattina presto per andare in biblioteca. Il singolare è fuori posto, in questo caso. La Biblioteca Regionale di Catania è una e quadrupla. E’ divisa in quattro sedi diverse, dislocate in quattro punti lontani della città. Prima di mettermi in moto è bene che sappia decidermi sulle urgenze. Se mi servono delle riviste andrò nella sede tale (aperta solo un giorno la settimana; e per mezza giornata: chi sa perché qualcuno ha deciso che gli studiosi possano fare a meno delle riviste per sei giorni la settimana). Se ho bisogno di consultare dei libri dell’Ottocento, dovrò fare un altro percorso. E così via. In ogni caso non potrò mai usufruire, nello stesso giorno, dei vari fondi della Biblioteca. Scelgo di andar per riviste? È rischioso, lo so. E lo metto in conto. Se c’è mancanza di personale, troverò tutto chiuso. Mi avventuro lo stesso. Le saracinesche sono abbassate. Non c’è nessuno. Mi informo. Nella sezione ci sono stati dei lavori di adeguamento strutturale. Moderni e funzionali. Ma le autorità non hanno riconosciuto l’agibilità dei locali. Risultato: la sezione è chiusa a tempo indeterminato. Addio riviste. I libri antichi /e di storia dell’arte sono nella sede storica della Biblioteca. In un bel palazzo. Di anno in anno la sala di lettura è diventata sempre più piccola. Il personale stesso, ingrossatosi, non sa più come distribuirsi negli spazi angusti. Lavora male, in sacrificio; ed è sofferente. Con ragione. Eppure si fa in quattro, per quello che può. Che faccio? Vado nella sede storica? Qualcosa mi trattiene. Un ricordo di qualche anno fa. Forse tragico, forse comico. Ilarotragico, diciamo, o eroicomico. Una folla fittissima faceva tappa all’ingresso, Non c’era modo di entrare. Ed era inutile lavorare di gomiti. Un varco, per quanto sottile, era un’ipotesi di lusso. A un certo punto un coro si alza, or crescendo or decrescendo. Un doppio coro, alternante e dialogante: dentro e fuori della Biblioteca. Non era facile capirci qualcosa, in quel confluire di voci pingui e spremute. Venne l’unisono. E fu il responso della Sibilla. Per quel giorno (e per altri ancora) la Biblioteca era inagibile. Era regolarmente aperta. Non c’era nessun sciopero in atto. Era avvenuto, semplicemente che da Palermo erano stati mandati in massa i custodi. Tanti, tantissimi custodi. Mancavano però i distributori. E il coro di custodi informava che non si potevano prendere i libri, per mancanza di personale.Se mi decido ad andare, voglia il caso che il libro non sia posto in alto, negli scaffali. In questa sciagurata eventualità, è proibito prenderlo, il libro, per motivi di sicurezza. Anche se la disponibilità fattiva del personale, ha trovato modo di aggirare l’inciampo legale. Va fatta la richiesta. Ma bisogna tornare qualche giorno dopo. Nel frattempo qualcuno, autorizzato (presumo), e con tutte le precauzioni, tenterà di arrampicarsi. E’ solo questione di tempo. Che non è poco. E di fegato e resistenza. Ci vuole pacatezza e coraggio, a intraprendere una ricerca nelle nostre biblioteche. Che custodiscono sì le " fantasie degli uomini" . Ma per renderle sempre più inaccessibili.Un sogno aveva un mio amico, conservatore di biblioteca. Peraltro bravissimo, nel suo lavoro. Si scervellava di trovare la maniera di imbracare i libri dentro custodie delicate e preservative, con tanto di lucchetto. Era convinto di diventare ricco, brevettando l’invenzione. Ma il denaro gli interessava fino a un certo punto. La sua era una missione. Aveva aperto una crociata per la salvaguardia dei libri nelle biblioteche. Non sopportava nemmeno il fruscio delle pagine sfogliate, in una sala di lettura. Trabalzava e gli si accapponava la pelle. Per lui i libri andavano chiusi a chiave, uno per uno. Mi mostrò i disegni della sua invenzione. E ci rimase male, quando dissi che quegli oggetti celibi mi ricordavano le cinture di castità. Da allora, non l’ho più visto. Intanto è nato un nuovo turismo. Discreto e riservato. Molti dei nostri studiosi preferiscono prendere l’aereo, e rifugiarsi per qualche tempo a studiare nelle biblioteche americane. L’America è vicina, dopo tutto. E vero che, nella scalinata d’ingresso della New York Public Library, i due leonacci di pietra di Clark Potter simboleggiano la Pazienza e la Fortitudine. Ma se ne stanno accucciati lì, per anglosassone autoironia. Come i mostri gotici acquattati nelle rientranze e nelle sporgenze della Sterling Memorial Library della Yale Unversity. Nessuna virtù di resistenza è messa alla prova nella New York Public Library.

Autore: Salvatore Silvano Nigro

Fonte:La Stampa

Sulle orme di Pietro e Paolo

Sono i locali sotterranei appena restaurati del quattrocentesco Palazzo della Cancelleria (che al termine dell’esposizione verranno adibiti ad Antiquarium degli scavi sottostanti l’edificio) a ospitare fino al 10 dicembre la grande mostra archeologica giubilare, che espone circa 150 reperti, dedicata agli apostoli “Pietro e Paolo. La storia, il culto, la memoria nei primi secoli”. La pertinenza di questa scelta a commemorazione dell’Anno Santo è evidente: Pietro e Paolo costituiscono le colonne portanti della chiesa delle origini e un approfondimento delle loro figure aiuta a riscoprire i significati originari del pellegrinaggio a Roma e le radici profonde della fede cattolica. La Roma dei primi secoli dell’era volgare è la città dove i due apostoli si fermarono per sostenere le neonate comunità cristiane e continuare l’opera di evangelizzazione, che si concluse con il loro martirio. La mostra si propone di seguirne le vicende, sia ricostruendo il tessuto storico, culturale e religioso in cui i due apostoli operarono, sia testimoniando la loro opera e i diffusi fenomeni di culto e devozione alla loro memoria, con le conseguenti ricadute in termini di arte, religione e sviluppo urbano della città tardo imperiale.Il punto di partenza del percorso espositivo testimonia, attraverso reperti di notevole bellezza e rarità, il potente influsso della cultura ebraica all’interno delle prime comunità cristiane come attestato dagli studi più recenti. Nella lastra funeraria di Calevius, conservata a Urbino, appaiono simboli ebraici e cristiani eccezionalmente insieme. Di particolare importanza è il grande sarcofago da vigna Rondanini (fine III secolo) con una menorah a rilievo sorretta da geni stagionali e vittorie alate. L’orizzonte si amplia con l’esame delle correnti filosofiche e dei credi religiosi diffusi a Roma tra il II e il IV secolo, quando al Pantheon pagano si affiancano culti misterici, dottrine orientali alla moda, credenze popolari, superstizioni e così via. Le opere esposte ritraggono divinità di vario genere, tra cui la statua del dio Arimanius rinvenuta in un mitreo di Ostia, il busto in bronzo di Giove Sabazio da Volsini, il disco bronzeo con il Sole invitto dal Palatino, oltre a numerosi amuleti contro il malocchio e maledizioni incise su tavolette in bronzo e in argento. Un’eccezionale serie di sarcofagi restituisce inoltre le credenze relative all’oltretomba, in gran parte ispirate a situazioni di pace e di serenità, con scene pastorali, lavori agricoli, dialoghi filosofici ma anche, in rari casi, testimonianze di amare delusioni dalla vita. La mostra entra nel vivo nelle sezioni successive interamente dedicate agli episodi salienti della vita di Pietro e Paolo e all’iconografìa delle loro figure. Qui abbiamo pezzi famosissimi e molto rari come il Sarcofago di Giona dei Musei Vaticani (fine III secolo) con la scena di " Pietro liberato dal carcere" , il papiro da Ossirinco del Museo Archeologico di Firenze (VI secolo) con la " Tempesta sul lago di Tiberiade" , un avorio di produzione imperiale dal Louvre con la " Negazione di Pietro" e diversi sarcofagi con storie relative ai due apostoli. Da non dimenticare anche i preziosi vetri dorati dei Musei Vaticani e un avorio del V secolo da Castellammare di Stabia con l’abbraccio tra Pietro e Paolo. Altri manufatti restituiscono più nel dettaglio le fisionomie dei due santi come furono codificate a partire dal III secolo. Anche in questo caso tanti i capolavori quali il San Paolo in bronzo da Comus (nei pressi di Cagliari), le lampade figurate dal Museo Archeologico di Firenze, alcune ampolle in argento, due icone lignee dai Musei Vaticani, la pisside in avorio dal Tesoro della Cattedrale di Pesaro e un paio di rilievi freschi di scavo dalle catacombe di San Callisto. La mostra si conclude con il culto dei due martiri nella storia, con la ricostruzione in plastici delle tre grandi basiliche costantiniane del IV secolo (San Pietro in Vaticano, San Paolo fuori le mura e la Basilica Apostolorum sulla via Appia, oggi San Sebastiano) e ancora pezzi d’eccezione come il pavone in bronzo dorato d’epoca adrianea utilizzato come cantharus (vasca per le abluzioni) nell’antica San Pietro e i grandi tondi affrescati da San Paolo scampati all’incendio del 1823. La mostra, realizzata dall’Associazione Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini con i Musei Vaticani, è curata per la parte scientifica da Fabrizio Bisconti, Elena Cavalcanti, Angelo Donati e Paolo Liverani.

Autore: F.C.G.

Fonte:Il Giornale dell’Arte

Arte e beni Culturali in Fiera.

E’ giunto alla terza edizione il Salone dei Beni artistici e culturali di scena a Torino nella sede del Lingotto dal 17 al 21 novembre. Organizzata dalla società Iniziative di Roma e promossa dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, dal Ministero degli Affari Esteri, dalla Città e Provincia di Torino in collaborazione con diversi enti e industrie, l’iniziativa si è proposta sin dal suo primo anno di vita come occasione di incontro e di confronto tra pubblico e privato, tra le istituzioni e le imprese per migliorare la gestione del patrimonio artistico culturale italiano e valorizzare una nuova rete di itinerari turistici diversa da quella già consolidata e già troppo affollata. L’attuale salone è diviso in 12 sezioni e tra convegni e incontri con personalità della cultura, mostre d’arte moderna e contemporanea, televisione, cinema, scienza e cultura materiale e laboratori didattici per i giovani, propone un calendario fitto di appuntamenti. Tra i convegni si segnala il 17 e 18 novembre “Beni culturali e Sviluppo del territorio” al quale sono stati invitati rappresentanti del Ministero per i Beni e le attività culturali di Regioni, Province e Comuni, soprintendenti, dirigenti di associazioni di tutela del patrimonio e dell’ambiente, e il 20 novembre, “Regioni, Beni culturali e sviluppo economico” nel quale interverranno Cesare Annibaldi, presidente di Palazzo Grassi e del Castello di Rivoli, Marialina Marcucci, vice presidente della Regione Toscana, Alberto Vanelli, direttore dei Beni culturali della Regione Piemonte, Massimo Zucconi, Presidente dei Parchi di Val di Cornia e l’imprenditore Enrico Mapelli. Due le mostre allestite in occasione del Salone: quella sul restauro della reggia sabauda della Venaria Reale e quella dedicata a ” L’ombra della sera” , poetico nome dato da D’Annunzio ad una piccola scultura bronzea del III secolo a.C. proveniente dalla collezione di tesori etruschi del Museo Guarnacci di Volterra.Anche il Salone dei Beni e delle attività culturali di Venezia, in programma al Centro culturale Zitelle della Giudecca dal 2 a 15 dicembre (inaugurazione il 1° dicembre alle 16) è al suo terzo anno di vita. Mentre resta confermata la sede della passata edizione in attesa che venga reso agibile uno spazio fieristico permanente nell’ambito dell’Arsenale, alcune modifiche riguardano, invece, l’ente promotore, Venezia fiere, con un nuovo presidente, Gabriele Zanetto e un nuovo amministratore delegato, Fulvio Landillo. Come curatore è confermato Antonio Brescacin, che quest’anno ha al suo attivo, in questa veste, anche il I Salone della fotografia moderna e contemporanea, svoltosi a Venezia dal 24 al 26 settembre. Rispetto alle edizioni precedenti quest’anno si profila una maggiore partecipazione delle imprese, quasi un terzo su un totale di un centinaio di espositori. Del resto nel tempo, l’appuntamento va sempre più specializzandosi nella direzione degli incontri tecnici e operativi. Il salone si pone, infatti, come punto di raccordo degli avvenimenti culturali quanto meno nel nord-est, promuovendo una borsa del turismo e delle sponsorizzazioni culturali, allo scopo di definire un calendario concordato delle iniziative culturali e di mettere in contatto l’ente (pubblico o privato) che formula un progetto con le persone o le risorse finanziarie in grado di realizzarlo.Due appuntamenti riguardano aspetti economici, normativi e giuridici: il primo in programma il 3 dicembre, tratterà del primo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro Federcultura per i lavoratori di questo settore che operano nei musei, nelle biblioteche e negli archivi, finora aggregati ad altre categorie di lavoratori. Il secondo previsto per il 14 dicembre, prenderà in esame le ” Fondazioni di Partecipazioni: pubblico e privato per il no profit” , un nuovo tipo di fondazione che non richiede come requisito preliminare la costituzione di un patrimonio.Quanto all’aspetto più specifico del Salone, vi saranno rappresentati 60 musei, si parlerà del documentario d’arte in Italia e del recupero della conservazione dei legni dei reperti marini. Di particolare rilievo la presentazione del restauro della Madonna dei Pellegrini di Caravaggio, nella chiesa di Sant’Agostino a Roma, curato dall’Istituto Italiano Arte Artigianato e Restauro di Roma.Intanto crescono i patrocinii istituzionali: a quelli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione, della Provincia e del Comune di Venezia si è aggiunto significativamente, l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica.Anche quest’anno viene confermato il premio alla Comunicazione, assegnato da una giuria di professionisti, coordinata da Adriano Donaggio, mentre nell’ambito del Salone si parlerà della possibile istituzione di un Prix Européen de valorisation du Patrimoine, a cura di Les Rencontres-Association des Villes et Régions de la Grande Europe pour la Culture.Per i visitatori dei Salone sono previsti sconti in tutti i musei della città e nei parcheggi comunali e dei Tronchetto.

Il successo a ogni costo

Sentiamo spesso parlare del sogno americano. Cos’è? Niente di speciale. E’ quello di diventare qualcuno, di eccellere nella professione, di guadagnare molti soldi, di diventare famoso, di entrare nel Guiness dei primati, di essere il number one in qualcosa, di apparire sui giornali, di scrivere dei best-sellers, e via dicendo. Si dirà che il sogno americano, in realtà, è un sogno universale. Tutti da ragazzi ci immaginiamo di riuscire un giorno a fare grandi cose, che poi si rivelano troppo difficili, troppo lontane e quindi vengono lasciate perdere, come miraggi. I primi insuccessi a scuola o nella vita ci fanno rimediare a tutta la faccenda. Spesso ci accorgiamo che i primati, di qualsiasi natura, sono faticosi e li lasciamo perdere, per mancanza di sostanza e di fermezza. Ma ciò che rende spesso pericoloso o rovinoso il sogno americano è che esso negli Stati Uniti è vissuto e sofferto in modo molto più intenso che in Europa. Da noi esso mostra avere dimensioni fisiologiche, mentre troppo spesso in America è patologico. Noi europei disponiamo di doti (la saggezza, il senso della misura, il senso del passato) che in America sono molto più rare. I nostri sogni sono raffreddati da una sorta di consapevolezza storica di fondo, che ci accompagna quasi per ragioni generiche. Appartenere ad un continente così carico di storia contribuisce a sviluppare un autocontrollo quanto mai salutare, creatore di armonia ed equilibrio. Non europei siamo un po’ come i nobili che in genere non sono molto ambiziosi, perché le vette delle vita sono già state raggiunte dai loro antenati. Invece negli americani il sogno del successo è sovente pauroso e malato. Essi sono impegnati in quel sogno spesso fino allo spasmo e alla nevrosi. Per entrare nell’elenco dei numeri uno sono capaci non di rado di qualunque azione, di firmare un patto col diavolo, di mettere il loro nome su qualsiasi pergamena, usando il loro stesso sangue. Troppi artisti americani, siano essi cantanti, pittori, musicisti, scrittori, sono capaci di qualunque stramberia per costringere i giornali a parlare di sé e per guadagnarsi un posto sul video. L’arte informale, (una specie di negazione di se stessa perché l’arte è sempre formale) è nata laggiù con Jackson Pollock, nel 1946. Prima di allora egli era un buon pittore, anzi ottimo, ma non riusciva a sfondare. Poi cominciò a versare il colore su tele con vasetti bucati da un chiodo, o a usare tecniche consimili, e così diventò noto in tutto il mondo anche se cessò di essere un pittore autentico, ossia cessò di dipingere come sentiva. Agli artisti americani, troppo spesso, non importa nulla della sincerità, dell’autenticità che è un po’ la conditio sine qua non dell’arte. All’americano in genere interessano la notorietà e i soldi. Per arrivarci riesce a scalare pareti di sesto grado superiore. Riesce a tutte le dismisure. A tutte le iperbole, a tutti gli estremismi; non disdegna la violenza, i ricatti, le simulazioni, i malocchi, le stregonerie, e messe nere, gli scandali. L’importante è riuscire a far parlare di sé, colpire l’immaginario della gente, e trascinarsela dietro.L’America è anche il paese delle stramberie, delle americanate, e in proposito ricordo un bel libro di Emilio Cecchi, America amara, scritto nel Quaranta. Già allora gli Stati Uniti erano il paese dei primati balordi. Ricordo il caso di un tale che si era fatto raccoglitore di sterni di pollo. Non si potrebbe scegliere un oggetto più sciocco da collezionare, ma in quel modo un cittadino qualsiasi riuscì a far parlare di sé i giornali di tutto il mondo. Una volta vidi un film il cui tema era, appunto, il sogno americano (gli americani migliori hanno la coscienza ben viva di questo triste fenomeno). La fine era terrificante. Poiché il protagonista cercava invano il successo per duemila metri di pellicola, senza riuscire a coglierlo, negli ultimi si spargeva di benzina e cercava di darsi fuoco. Un lugubre ricatto. Poiché nessuno gli badava, lo fece per davvero. E’ certo il colmo in cui un cercatore di successo può giungere, perché per conseguire la cosa tanto bramata, distrugge ciò che serve per apprezzare il successo: la vita e la coscienza. Quel film mi ricorda la storiella di quel tale che faceva collezione di figli, e ne aveva di tutti i tipi e di tutti i colori. Gli mancava soltanto il figlio postumo, e per averlo si sparò.In America adesso va di moda lo studentello che si porta a scuola il revolver, e poi massacra un gruppo di compagni e qualche professore che gli è antipatico. Conseguenze dell’odio e della violenza? Anche. Ma soprattutto del gusto di far parlare di sé. Il nome di chi ammazza parecchi coetanei in una scuola è senza dubbio destinato a far il giro del mondo. E’ il risultato di uno squallore etico pauroso. Anche la letteratura americana è spesso una grande rappresentazione di quel sogno spaventoso.La letteratura statunitense del primo Ottocento è ancora di matrice europea. Poe, Melville, Hawthorne, Thoreau, Emerson, Dickinson sono ancora per buona parte scrittori europei. Per cominciare a parlare di letteratura autenticamente americana arrivare a Stephen Crane. Jack London, Walt Whitmann, Mark Twain, Theodore Dreiser. Ebbene, tutti costoro già coltivano il sogno americano. Primeggiare in qualche maniera, magari come cercatori d’indiani, scrittori, geni dell’economia. L’importante è essere primi, avere una catena di negozi, un trust, vantare un primato prestigioso. Jack London è un grande scrittore popolare, e i suoi primati sono conseguiti non tanto da uomini in competizione tra loro, quanto in lotta contro la natura, per sottometterla. Bisogna riconoscere che gli americani dell’Ottocento ebbero la necessità di avere un gran concetto di sé e una buona dose di fegato e di costanza per conquistare la natura selvaggia del West e poi dell’Alaska. Senza il sogno americano forse l’impresa non sarebbe stata possibile. Però il complesso del primato è rimasto incollato all’anima americana per sempre. Chi l’ha rappresentato in maniera più convincente è Dreiser. E’ il suo grande tema. Tutti i suoi personaggi sono in genere degli ambiziosi. Il più tipicamente americano è Cowperwood, il protagonista del Titano: è la crescita enorme di un personaggio dell’alta finanza, e la crescita di una città, Chicago. Ma Dreiser sa che spesso un’ambizione di questo tipo può condurre alla morte, e scrisse una tragedia americana. E mentre per molti quel sogno, francamente detestabile, è il fiore all’occhiello della cultura americana, per altri statunitensi è soltanto fonte di stupendi drammi. Penso a certi film di Capra, come La vita è meravigliosa, o Morte di un commesso viaggiatore, di Arthur Miller, che nel personaggio di Billy Loman ha rappresentato le squallide conseguenze di quel sogno famigerato.

Autore: Carlo Sgorlon