Archivi categoria: Musei

L’amore e i situazionisti

E per un buon inizio di 2002 a Torino una mostra sull’amore. Ma cos’è l’amore? Uno stato elettrico del corpo e della mente, un movimento sincopato, una danza frenetica del corpo. Magia e passione insieme. Per la sua seconda personale negli spazi della galleria Luigi Franco .(v. S. Agostino 23, fino all¹8 febbraio) Marzia Migliora ha scelto il titolo: The Flicker ovvero " il guizzo" , " il fremito" , " il tremolio" : due video proiezioni e una serie di scatti fotografici. In " Campo magnetico" l’artista tenta di afferrare con la bocca una mela rossa appesa a un filo: un gioco di attrazione evidenziato da una continua intermittenza di luci ed ombre, un movimento continuo dei sensi accompagnato da un sonoro che da lento si fa, pian piano, sempre più veloce. La lentezza accompagna invece il video " Stato elettrico" dove i capelli di una donna immobile, vestita di rosso, si alzano espandendosi intorno al viso. La corona di capelli, che si compone nel corso di una paziente attesa, rimanda ai prodigi delle fiabe e insieme alla condizione miracolosa dell¹innamorarsi." C’est pas joli joli" è invece il titolo curioso di un¹unica mostra che inaugurerà l’11 gennaio in due differenti sedi espositive: l’Oratorio di San Filippo (via Maria Vittoria 5, fino al 9 febbraio) e il Centre Culturel Francais (via Pomba 23, fino al 2 marzo). In mostra i lavori di nove artisti della Station di Nizza. Nel 1996 nel centro della città francese, i locali di una stazione di servizio di benzina in disuso vengono trasformati da un gruppo di giovani artisti in uno spazio no profit che ha riunito negli anni una parte significativa della ricerca artistica contemporanea francese, ma non solo. Nello spazio di rue Gambetta si sono svolte infatti, moltissime mostre di artisti internazionale con l¹obiettivo di testimoniare temi e ricerche dell¹arte di questi ultimi anni.L’invito agli artisti di Nizza parla di pittura che si trasforma in istallazione con i lavori di Cédric Teisseire, Marc Chevalier, Olivier Bartoletti, Agnès Vitani, Stéphane Dafflon, Ingrid Marie Sinibaldi, Stéphane Steiner ma anche di fotografia e video ridisegnando il proprio corpo e la propria immagine come nei lavori di Natacha Lesueur, Brice Dellsperger.

Autore: Lisa Parola

Fonte:La Stampa

Musei l’arte del Marketing

Ci sono più visitatori al Venetian (albergo-casinò di Las Vegas, che rappresenta in scala reale piazza San Marco e il ponte di Rialto) in un anno che alle Gallerie dell’Accademia a Venezia e il museo del vetro muranese di Hakone, sotto il Fujama, ha dieci volte gli ingressi di quelli di Murano. Qual è il museo ideale, quello organizzato per i cultori dell’arte – un’elite minoritaria – o quello che sa parlare all’immaginario e al gusto delle masse? Come rendere compatibili l’utilizzo economico e l’uso storico-artistico dei beni culturali? Cosa è preferibile: la privatizza-zione o l’autonomia, il «marketing strategico» o il museo che si limita a esporre e rappresentare quanto contiene? Se ne discute da anni e adesso che il ministro Urbani nell’ambito della Finanziaria presenta un progetto che suona come l’annuncio di una rivoluzione per il destino di Musei e aree archeologiche, il tema è rovente.Nel 1993 c’era stata la legge Ronchey. «Quel disegno di legge prevedeva l’ingresso sulla scena dei privati con un ruolo attivo, sebbene limitato, nella gestione del nostro patrimonio artistico al fianco dell’amministrazione pubblica modificando così uno scenario che rimaneva fisso e invariato da più di un secolo» dice Antonio Maccanico, presidente dell’Associazione Civita, nel presentare il Rapporto che un’equipe di esperti – economisti, direttori di gallerie e musei, direttori di servizi culturali italiani e stranieri – ha preparato sul tema. «Museo contro Museo. Le strategie, gli strumenti, i risultati» ripropone il dibattito che s’è aperto e registra i cambiamenti che nel settore si sono verificati nell’ultimo decennio. , ;Sono nati fenomeni prima sconosciuti di concorrenza fra musei, per. accattivarsi il favore del pubblico nazionale e internazionale. Si è attribuito ai gusti degli utenti il potere di influenzare le strategie di gestione. La sfera della cultura e quella del mercato si sono spesso sovrapposte: per cui «sembra che i musei non siano completi se non hanno a disposizione bar, negozi, ristoranti o se non padroneggiano le tecniche del marketing. Le mostre sono sempre più destinate ad accrescere le entrate e meno legate a obbiettivi di " politica culturale" . Gli obiettivi dei " ricavi" sono messi sullo stesso piano di quelli educativi».Come esempio del ruolo preminente affidato al bene economico viene citata la Gran Bretagna,’indicata quale anticipatrice di quanto succede e può succedere in Italia (anche se in Gran Bretagna si e ridotto .il costo dei biglietti e c’è battaglia per garantire l’accesso gratuito tanto che -grazie anche alle prese di posizione di Sir Denis Mahon – di recente 14 musei di nuovo fanno entrare gratis, i visitatori nel ’99 sono cresciuti dell’11,6% , mentre in Italia l’incremento nel periodo ’90-99 è stato del 4,5% di cui il 54,2% è rappresentato da stranieri). Sono aumentati i musei nel mondo (in Gran Bretagna negli ultimi 30 anni ne sono stati aperti più di 1000). Sono cresciute le aspettative sugli impatti economici dei musei. E’ aumentata l’offerta, spesso superiore alla crescita della domanda (in Italia, nel periodo ’83-99, la prima è aumentata del4,5%, la seconda del 3%).Quanto mai variegata è la forma giuridica dei musei nel mondo. Ci sono le Fondazioni, le società no-profit, le imprese in cui convivono realtà diverse. Ogni Paese ha la sua storia: negli Usa il 66% dei musei sono privati, filiazione diretta del collezionismo privato. Gli ‘effetti sui bilanci sono vistosi. Neppure i musei " superstar" – capofila il Metropolitan -Museum di New York, che da anni opera come impresa, proprietario di una catena di 40 negozi sparsi nel mondo che vendono riproduzioni di opere del museo – riescono mai a perseguire il pareggio.

Autore: Liliana Madeo

Fonte:La Stampa

Sgarbi: Basta con le scolaresche nei musei””

Per una riforma della scuola si potrebbe cominciare da lì, dall’educazione artistica. Intanto rendendo la materia facoltativa come la religione (“Perché l’arte è come la religione”), e poi abolendo la dannosa abitudine delle scolaresche in visita ai musei (“Sono inutili deportazioni”). Vittorio Sgarbi, sottosegretario ai Beni Culturali interviene nel dibattito sulla scuola italiana con un ragionamento che ai più appare una provocazione. Ma sul quale lui insiste: “Bisogna scegliere visite d’arte virtuali tramite internet e rendere facoltativa l’ora di religione”, spiega in un’intervista a Italia Oggi, suggerendo un pronto intervento in tal senso del ministro Letizia Moratti. Dalla Pubblica Istruzione, alla fine di un giorno di fuoco sulle immissioni in ruolo degli insegnanti, solo il sottosegretario Valentina Aprea ha la pazienza di rispondere “all’amico” – come lei di Forza Italia – Sgarbi. E commenta: “L’ultima cosa che farei alla fine di questa giornata massacrante è prendere in considerazione le provocazioni di Sgarbi. Se però vogliamo parlare seriamente, allora rimando alla commissione sui cicli che già dalla prossima settimana affronterà la questione delle revisioni curricolari”. L’ex ministro della Scuola, Luigi Berlinguer replica: “Sgarbi è grottesco e paradossale; può certo dire ciò che vuole ma senza dimenticare di avere un ruolo istituzionale. Questo è un messaggio pericoloso, e inoltre c’è modo e modo di portare gli studenti nei musei. Se le visite sono preparate, si tratta di appuntamenti di straordinaria importanza culturale e educativa”. E sull’arte come religione invita a non mischiare il sacro con il profano, ma anche a “non ridurre” l’istruzione artistica. La polemica era già esplosa con il danneggiamento di due dipinti di Matisse nel ’98 ai Musei Capitolini a Roma, dopo la visita delle scolaresche. Di “utile richiamo” parla il soprintendente di Roma, Claudio Strinati.

Autore: G. C.

Fonte:La Repubblica

Devolution anche sull’arte. La Toscana vuole il fai da te

Beni artistici e musei da gestire " in casa" , in piena autonomia, " senza l’ingombro oppressivo del ministero chiamato a decidere su qualsiasi questione, persino sui turni di lavoro dei custodi" . Il presidente toscano Claudio Martini ha deciso di fare il primo passo sulla strada della devolution culturale: chiederà al governo l’autonomia speciale nella gestione dell’immenso patrimonio artistico che ogni anno attira in Toscana milioni di turisti e che rappresenta una ricchezza di valore incalcolabile. La conquista dell’indipendenza passa attraverso una legge a cui gli uffici della Regione stanno già lavorando e che presto sarà presentata a Roma per essere ratificata dal Parlamento. " Aspetto solo l’esito del referendum sul federalismo – dice Martini – a cui vedo che dopo Ghigo e Storace adesso anche Formigoni chiede di votare " si" . Dopo tante inutili polemiche contro la riforma approvata dall’Ulivo, alla fine è stata abbandonata dai presidenti del centro destra una posizione prettamente ideologica e si è capito che era nell’interesse delle Regioni arrivare a questo primo traguardo. Che significa finalmente la possibilità di ottenere l’autonomia speciale in alcune materie. La Toscana inizia dai beni culturali" . Cosa vuol dire gestione in proprio Martini lo spiega così: " C’è bisogno di maggiore efficienza, di orari più lunghi, di nuovo personale da inserire nei circuiti espositivi. Ma soprattutto una gestione autonoma dei beni culturali ci darà la libertà di inventare qualcosa di nuovo, di creare ricchezza e occupazione, di collegare un settore chiave della nostra regione al sistema economico. Se non è la Toscana a guidare questa esperienza pilota, allora temo che moriremo tutti ministeriali" .Sa bene Martini che la proposta non sarà accolta con grande entusiasmo dagli addetti ai lavori. A cominciare dal fatto che nel suo progetto i sovrintendenti non avrebbero più come referente il ministro ma, appunto, il presidente della giunta regionale. " Mi aspetto qualche polemica, certamente" , confessa. " Ma faccio notare che nessuno si scandalizza quando Formigoni chiede autonomia totale su materie come sicurezza, scuola e sanità. E nessuno trovava niente da ridire neppure quando il presidente della Lombardia voleva a tutti i costi il referendum sulla devolution" . E’ innegabile, però, che i tesori d’arte posseduti dalla Toscana non superino in quantità e qualità quelli di molte altre regioni, che non sarebbero avvantaggiate allo stesso modo dalla riforma. " E invece vogliamo che questa sia l’occasione per creare forme di collaborazione" , ribatte Martini, " non solo con le regioni che hanno caratteristiche simili, ma anche con quelle che ancora devono cominciare a lavorare sull’autonomia di gestione dei beni culturali. Si potrebbero costruire forme di partenariato anche con il sud creando percorsi tematici integrati come la grande arte gotica, il romanico, il Rinascimento. Federalismo non significa provincialismo. Della maggiore autonomia si deve fare un uso di respiro nazionale. E valorizzare i beni della Toscana significa prima di tutto questo. Sono temi che ho già proposto a Berlusconi di discutere ma senza ottenere risposta. Lo inviterò di nuovo a farci visita, mi aspetto di vederlo molto presto in Toscana" .

Fonte:La Repubblica

Tate modern un museo-lager

Non so se vi è mai capitata l’occasione di visitare un museo, quando sono in commando le scolaresche dei più piccini, precoci kamikaze d’asilo spesso deportati con buone intenzioni a odiare per sempre l’arte, soprattutto se messi a contatto con artisti più grandi della loro capacità di comprensione, Malevic, Merz o altri concettuali che siano. Costretti a forza (seduti o graziosamente stravaccati controvoglia a terra, tra gli squittii commossi delle mammine, e dediti soltanto alla scappatoia liberatrice del dispetto del compagno), mentre un intemerato docente blatera luoghi comuni divenuti dogmi, chiedendo loro di riconoscere qui un inesistente limone là una virtuale lambretta (come se fosse questo il vero valore dell’arte). Ebbene, a vedere come vanno le cose negli ultimi musei più à-la-page , c’è davvero il rischio di considerarci noi tutti dei coatti bambini analfabeti, costretti a una “asilizzazione” rampante.Basta l’esempio della neonata, Tate modern, così sontuosa e spettacolare nelle sue forme esteriori. Ma se sali ai piani e (via folli effetti speciali d’accoglienza) ti fermi a riflettere un poco a come è stato organizzato (non più cronologicamente ma tematicamente) il viaggio-charter attraverso i capolavori britannici della collezione del Museo, un poco di brividi ti assalgono. Intanto quelle nere scritte impositive, che ti accolgono sulla soglia come marchi da Lager: se giri a destra sei costretto come Dante a entrare nel girone di Materia, Paesaggio, Ambiente, se svolti dall’altro lato eccoti finito nel pelago di Storia, Memoria, Società, e guai se ti viene da guardare un’opera, così, per le sue intrinseche qualità, senza vigilare se sta nel sacchettino dei Nudi oppure nelle Nature Morte (e allora, povero Picasso, che disse un giorno che anche le nature morte erano per lui dei nudi?). Insomma, non che il vecchio metodo della cronologia fosse la panacea, ma almeno ti lasciava libero di reagire ad un’opera come meglio ti pareva. Qui, invece, ormai è tutto impacchettato, predigerito, surgelato, un attimo di sguardo-scongelo e devi già passare a un altro capitoletto del bigino d’avanguardia, godendoti al massimo la schiccheria snob e stolta d’un Morandi accanto a Kossuth, perché entrambi hanno a che fare col Tempo! Oppure Long vis-à-vis di Cèzanne perché entrambi destinati allo scaffalino del Paesaggio. Che tristezza questi manicaretti della New Aesthetics col vizietto del vetrinismo! L’unico effetto è che il ligio visitatore, d’un complesso Bonnard, non veda altro che il soggetto, nudo e null’altro. Un bel colpo davvero!

Autore: Marco Vallora

Fonte:La Stampa