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Tate modern un museo-lager

Non so se vi è mai capitata l’occasione di visitare un museo, quando sono in commando le scolaresche dei più piccini, precoci kamikaze d’asilo spesso deportati con buone intenzioni a odiare per sempre l’arte, soprattutto se messi a contatto con artisti più grandi della loro capacità di comprensione, Malevic, Merz o altri concettuali che siano. Costretti a forza (seduti o graziosamente stravaccati controvoglia a terra, tra gli squittii commossi delle mammine, e dediti soltanto alla scappatoia liberatrice del dispetto del compagno), mentre un intemerato docente blatera luoghi comuni divenuti dogmi, chiedendo loro di riconoscere qui un inesistente limone là una virtuale lambretta (come se fosse questo il vero valore dell’arte). Ebbene, a vedere come vanno le cose negli ultimi musei più à-la-page , c’è davvero il rischio di considerarci noi tutti dei coatti bambini analfabeti, costretti a una “asilizzazione” rampante.Basta l’esempio della neonata, Tate modern, così sontuosa e spettacolare nelle sue forme esteriori. Ma se sali ai piani e (via folli effetti speciali d’accoglienza) ti fermi a riflettere un poco a come è stato organizzato (non più cronologicamente ma tematicamente) il viaggio-charter attraverso i capolavori britannici della collezione del Museo, un poco di brividi ti assalgono. Intanto quelle nere scritte impositive, che ti accolgono sulla soglia come marchi da Lager: se giri a destra sei costretto come Dante a entrare nel girone di Materia, Paesaggio, Ambiente, se svolti dall’altro lato eccoti finito nel pelago di Storia, Memoria, Società, e guai se ti viene da guardare un’opera, così, per le sue intrinseche qualità, senza vigilare se sta nel sacchettino dei Nudi oppure nelle Nature Morte (e allora, povero Picasso, che disse un giorno che anche le nature morte erano per lui dei nudi?). Insomma, non che il vecchio metodo della cronologia fosse la panacea, ma almeno ti lasciava libero di reagire ad un’opera come meglio ti pareva. Qui, invece, ormai è tutto impacchettato, predigerito, surgelato, un attimo di sguardo-scongelo e devi già passare a un altro capitoletto del bigino d’avanguardia, godendoti al massimo la schiccheria snob e stolta d’un Morandi accanto a Kossuth, perché entrambi hanno a che fare col Tempo! Oppure Long vis-à-vis di Cèzanne perché entrambi destinati allo scaffalino del Paesaggio. Che tristezza questi manicaretti della New Aesthetics col vizietto del vetrinismo! L’unico effetto è che il ligio visitatore, d’un complesso Bonnard, non veda altro che il soggetto, nudo e null’altro. Un bel colpo davvero!

Autore: Marco Vallora

Fonte:La Stampa

Il Museo che parla. Forte di Exilles esperimento riuscito

MUSEO, parola arcigna. Che cosa c’è di insinuante e di attraente nel museo? Dov’è nascosto il virus della sua seduzione? Non è detto che le impennate dei visitatori coincidano con le impennate del gradimento. Il museo spesso è un obbligo, chiedetelo alle scolaresche e ai coatti del turismo di massa. E se qualcuno, per libera scelta, si avventura fra stanze anguste e male illuminate, davanti alle teche impolverate o fra i tesori affastellati per mancanza di spazio, ebbene costui può passare per eroe. Poiché il museo italiano è deprimente, inerte, scomodo, punitivo, muto. Direte: ma può avere la parola, un museo? Risponderemo che deve averla, se vuol essere vivo. E la parola, quando è il caso, può conquistarsela in vario modo, per esempio utilizzando le arti che di.solito non varcano le sue austere soglie. Prendiamo il Forte di Exilles, in Val di Susa. E’ diventato museo non solo di se stesso, ma delle uniformi delle truppe alpine che, nel corso dei secoli, qui vissero e combatterono. In tre mesi, quarantacinque mila visitatori: il museo piemontese più frequentato, dopo quello del Cinema. Perché questo successo? Forse perché vi ha messo mano un uomo di teatro, Richi Ferrero? Ciò che si vede a Exilles è un piccolo, folgorante esperimento. Invece di esporre le divise alpine sotto vetro e con la monotona serialità di un deposito sartoriale, queste vengono fatte " vivere" . Rivestono corpi che non sono semplici manichini, ma figure ottenute gramolando la stessa pietra grigia con cui è stato costruito il Forte. Nella parte più rigidamente espositiva, questi uomini di pietra obbediscono a qualche impulso dinamico, individuale o collettivo. Ma c’è una zona in cui il soldato di pietra ritrova un’eco della propria ipotetica vita. In sei nicchie dedicate alla roccia, al ferro, al ghiaccio, alla nebbia, alla neve, alla notte, ogni soldato ci offre il proprio modo di vivere e di soffrire. Se possibile, la propria anima. La nicchia è un microcosmo assoluto che grazie al teatro vive. Non in modo fieristico, ma con gli strumenti del teatro-immagine, anzi del Gran Teatro Urbano, secondo la sigla artistica di Richi Ferrero. Ed ecco che, giocando di specchi, che svelano a intermittenza parti nascoste della figura o della composizione; con un uso sagace dell’illuminazione; con l’irruzione di suoni improvvisi, quali gli stridii degli uccelli predatori o il pigolio domestico delle galline; con il lampo di un’inserzione fotografica, con lo squarcio d’un tuono, nasce davvero un mondo. E vediamo per esempio un capitano che, abbandonato su una sedia, riesce a dar corpo ai ricordi e alla nostalgia di casa riflessi sul tavolino accanto a lui. Ecco. Il miracolo del museo che parla lingua umana è avvenuto. Il museo ci ha aperto e ha fatto pulsare un mondo. Quando ne usciamo, non sappiamo se siamo stati spettatori di un miraggio o vittime di un trucco dell’inconscio. Ma conta qualcosa il saperlo?

Autore: Osvaldo Guerrieri

Fonte:La Stampa

La gioiosa bellezza del piacere fisico

L’attenzione e la raccolta di oggetti " osceni" ha costituito fin dagli inizi della riscoperta dell’Antico, nel Rinascimento, uno dei tratti caratteristici, anche se forse non tra i più rilevanti, del nuovo atteggiamento verso la classicità. La ripulsa medioevale delle immagini antiche era certamente stata anche la ripulsa cristiana, fondata sull’autorità dei Padri della Chiesa, della loro " impudicizia" ; a fronte di essa la nuova libertà umanistica si esprimeva anche nell’accettazione gioiosa della bellezza del piacere fisico e delle sue immagini. […] Sulla " libertà" rinascimentale cadde la dura condanna della Controriforma, che fece vittime illustri nei paesi cattolici, dai nudi michelangioleschi del Giudizio Universale alle statue antiche del Vaticano, chiuse da portelli di legno e poi escluse del tutto alla vista da Pio V. Le nuove norme del decoro da tenersi nelle esposizioni domestiche delle opere d’arte sono così sintetizzate da Giulio Mancini nelle sue Considerazioni sulla Pittura (1619): " [il padrone di casa faccia collocare le immagini] lascive, come Veneri, Marte, Tempi d’anno o donne ignude, nelle gallerie di giardini e comare terrene ritirate; le deità nelle comare più terrene, ma più comuni, e le cose lascive affatto si metteranno nei luoghi ritirati, e se fusse padre di fameglia, le terrà coperte, e solo alle volte farà scoprirle quando vi andrà con consorte o persona confidente e non scrupolosa" . Questi decorosi precetti vennero alquanto in disuso nel Settecento, messi da parte senza clamore dal frivolo mondo rocaille non meno che dal razionalismo illuministico europeo. Alexander Pope, nei suoi Moral Essays del 1731 (Epistola IV) parlava di " sporchi dei" (dirty Gods} a proposito delle statue antiche raccolte a Wilton House da Thomas Pembroke (1656-1733), ma una generazione più tardi le immagini delle dee e delle Menadi dei vasi, delle pitture e dei marmi antichi potevano far da pretesto per le discinte " Attitudes" di Emina Hart-Hamilton, esibite senza scandalo, anzi con un’aura di fascino culturale, nella casa dell’inviato inglese alla corte napoletana, il che contribuì, per la sua parte, a guadagnare a Napoli, nel bel mondo del Grand Tour, l’immagine di una città viva, moderna e di livello europeo. E quando il cavaliere Hamilton dovette scegliere un curatore per la pubblicazione della sua raccolta di antichità, la scelta di un antiquario come Pierre Hugues, sedicente barone d’Hancarville, non sarà pregiudicata dal pur grave episodio in cui questi incorse quando fu espulso da Napoli ( 1769) per avere pubblicato un’opera libertina sul " culto segreto delle dame romane" per Priapo, un erudito centone di passi " scabrosi" di autori antichi messi a commento di una raccolta di incisioni gemme erotiche, la maggior parte delle quali erano però di pura invenzione dell’autore. Non dovette mancare al d’Hancarville il sostegno, se non la collaborazione, del giovane amico consigliere dell’ambasciata francese a Napoli, quel Dominique-Vivant Denon che sarà il futuro creatore del Grand Louvre napoleonico, ma che per ora era noto solo come autore di un indiscreto ritratto a matita di Voltaire (Dejeuner a Femey) e di un quasi innocente romanzo libertino (Point de Lende-main, 1777). Nel suo soggiorno nella città partenopea (1777-1785), Denon si diede ai disegni di soggetto erotico in gran parte ispirati alle antichità vesuviane (tra cui il famoso e inaccessibile gruppo scultoreo di Pan e la capra), che poi inserirà nella sua raccolta dei Priapées. […] Fin da quando ebbero inizio gli scavi nelle città vesuviane, i diari dei lavori avevano registrato, con malcelato imbarazzo – cadeva in crisi il mito della grandezza morale dei Romani, modello di ogni regno e impero! – la scoperta di sempre più numerose cose oscenette, amuleti, lucerne, pitture, rilievi che rappresentavano, esplicitamente e spesso caricaturalmente, scene di attività sessuali. Esibite, dapprima, senza particolari censure ai visitatori del Museum Herculanense di Portici, esse da un lato segnavano una conferma di quella profonda differenza, già nota ai conoscitori della letteratura antica, che esisteva riguardo al sesso tra il punto di vista degli antichi e quello dei moderni, dall’altro cominciarono però a costituire presso il pubblico meno avveduto, il mito, tanto falso quanto, ahimè, perdurante, di una Pompei lasciva e corrotta, dedita alla più sordida impudicizia per cui da Dio meritò, come Sodoma, il castigo del fuoco. […]Così nel 1785 il pittore Philipp Hackert, consulente artistico del re Ferdinando IV, dispose che l’architetto Pompeo Schiantarelli, nel realizzare il progetto del nuovo Museo agli Studi a Napoli, tenesse conto del fatto che, nella sezione delle antichità già formanti il " Museo di Ercolano" , si sarebbero dovute prevedere alcune Stanze libere per riporvi il Priapismo ed altre cose, per cui vi vuole un Dispaccio particolare per vederle. In attesa che si realizzasse il nuovo Museo napoletano, il consiglio dello Hackert cominciò ad applicarsi a Portici e nel 1794 per la prima volta è documentata nel Museo Ercolanense l’esistenza di una sala, la XVIII, riservata alle antichità " oscene" , che poteva essere visitata solo a richiesta e con permesso speciale. La creazione tardiva, nella storia del museo di Portici, di questa sala mostra peraltro che una tale necessità venne a porsi solo nel clima più prudente seguito alla Rivoluzione Francese, ma, una volta creatasi la sala (il primo pezzo forte ne era il Pan e la capra), la neo istituita categoria dell’osceno archeologico finì per richiamare in essa anche oggetti prima liberamente esposti alla vita in altre sale, come il famoso tripode coi satiri itifallici (già esposto nella prima sala) e i tintinnabula, dalla seconda. Dopo il trasferimento, durato lunghi anni, del Museo da Portici a Palazzo degli Studi, la collezione dovette per qualche tempo essere nuovamente esposta, dimenticando il consiglio dell’Hackert, senza particolari restrizioni, se nel febbraio del 1819 il principe ereditario e poi futuro re Francesco I ( 1825-1830), in occasione di una visita al Museo con la moglie Maria Isabella e la figlia Luisa Carlotta, dovette " suggerire" che sarebbe stata cosa benfatta il chiudere tutti gli oggetti osceni, di qualunque materia essi fossero, in una stanza; alla quale stanza avessero poi unicamente ingresso le persone di matura età e di conosciuta morale. Allestita al primo piano del Museo, tra il gabinetto dei vetri e quello dei preziosi, la raccolta fu detta " Gabinetto degli oggetti osceni" e poi, meno esplicitamente, nel 1823, " riservati" . All’epoca della prima istituzione esso conteneva – come recita una guida del tempo – centodue infami monumenti della gentilesca licenza. L’episodio della visita del 1819 di Francesco I fu narrato pochi anni dopo dallo stesso direttore Arditi nel suo studio sul " Fascino" : mancava di questa stanza il Museo Regale Borbonico; e se io ne ordinai la costruttura, debbo confessare per amore del vero, che la idea mi fu suggerita da S.A.R. il duca di Calabria (oggi Augusto Sovrano) nella cui persona la Morale e la Religione hanno sempre capeggiato in particolare modo fra il coro delle altre Sue molte virtù. Venne egli a visitare…. […] La stessa riservatezza, unita alla fama della loro abbondanza e varietà, dei materiali " osceni" pompeiani, era però destinata a costituire uno dei richiami specifici del Museo napoletano. Nel 1822 erano ancora solo venti le richieste di visita pervenute al Ministro competente, ma già due anni dopo si era passati a trecento! Per alleviare la fatica agli scrivani ministeriali – non risultano mai permessi non accordati – si fecero addirittura stampare dei moduli di autorizzazione, che venivano rilasciati al nome del richiedente e spesso di una compagnia standard di quattro persone. Facevano a gara a chiedere l’autorizzazione i nobili europei, ultimi epigoni del Grand Tour, i diplomatici, gli archeologi, molti artisti; consultando gli archivi, i visitatori più numerosi risultano gli inglesi e i francesi, seguiti da tedeschi, americani, austriaci, russi, mentre, tutto sommato, sono pochi gli Italiani. […] Nel 1846 si scoprì un traffico clandestino di permessi falsi che i custodi del Museo vendevano ai turisti stranieri, facendoli arrivare fino ai loro alberghi, come la " Locanda della Vittoria" . Davanti a questo crescente interesse internazionale, montava l’irritazione dei napoletani più conservatori, ergentisi a difesa del buon nome del Regno napoletano. Ne è un divertente esempio la supplica di un anonimo sacerdote presentata al Re nel maggio del 1827 con la richiesta di sopprimere il Gabinetto. Un suddito fedele di Vostra Maestà, qual cristiano religioso, che guarda in Vostra Maestà il sostegno della Nostra Santissima Religione, prostrato al Regio Trono, vi manifesta cosa che fa ergere le chiome dall’orrore e dallo spavento […]. Sire, l’oggetto delle mie preci è il seguente. Non ha guari che essendomi portato nel Vostro Real Museo, per visitar ivi i capi d’opera che Vostra Maestà possiede, m’imbattei in una compagnia di forestieri, che curiosava la stanza riservata delle cose oscene; colsi il momento per mischiarmi tra i suddetti forestieri. Entrai. Iddio immortale! Vidi spettacolo orrendo! Degli oggetti che erano impegnati nel coito, così immodestamente che a parlarne solo, per farne descrizione, il sangue mi si gela nelle vene. Là vidi una donna sopragiacente un uomo, ambo ignudi; qui una capra, che tien dietro ad un’altra, col membro erto, e nell’attitudine di coitare; in un’altra parte un uomo su di un altro, che commette il nefando vizio della sodomia; sparsi varia priapi, ed altri oggetti che mi fanno gelare la mano e il core. […] Quella stanza è l’Inferno, corrompe la morale delle persone più caste, più religiose e sante, alterandosi la fantasia di chicchessia con figure così orrorose, ed immodeste. Difatti la compagnia era inglese. Ed io, che ho imparato la lingua di essi, intesi che dicean a chiare note: questo il Re Cattolico che si vanta di sana morale? Questo il ricovero de’ cattolici romani? Vergogna! Solo a Napoli si riveggono queste cose infami! Considerate, o Sire, il mio dispetto, nel sentire tali rimbrotti ad una nazione, che mira in Vostra Maestà il più santo cristiano. Sire, chi vi scrive è un sacerdote, che tocca un Dio ogni mattina, e che conosce benissimo che i sacri canoni fulminano una scomunica solenne contro i detentori di tali pestiferi oggetti. Io mi aspetto che Vostra Maestà ordini immediatamente la soppressione di tali detestandi oggetti senza potersene avere più memoria. Io vi raccomando a Dio nel Santo sacrificio della Messa, che vi ispiri tale giustissima soppressione, e che, seguita questa, ve ne dia merito, aprendovi le porte del Paradiso. […]

Autore: Stefano de Caro

Fonte:Catalogo

Come mantenere un’opera d’arte

Il patrimonio artistico italiano? Sarà molto difficile, se non impossibile, salvarlo nella sua interezza. Sicuramente perderemo qualcosa, a qualcosa dovremo rinunciare. La strada verso un’ “americanizzazione”, dove i musei comprano e vendono, sembra irreversibile. E’ l’opinione di Bruno Zanardi, noto restauratore, che è intervenuto su alcune delle opere d’arte più importanti del paese, dagli affreschi della basilica di San Francesco ad Assisi alla cappella Sancta Sanctorum in Laterano. Zanardi è autore di “Conservazione, restauro e tutela “(Skira, pagg. 509, lire 55.000) appena presentato a Roma, all’accademia di San Luca. E’ un volume dove sono raccolte ventiquattro interviste a personaggi del mondo dell’arte come Renzo Piano, Gianluigi Colalucci, Bruno Toscano, ma anche Cassese, gli scomparsi Federico Zeri e Giovanni Urbani, di cui Zanardi fu allievo. E’ un libro che fa discutere anche perché bisogna tener conto delle opinioni di Zanardi: “Da una parte la qualità media dei restauri si e molto innalzata ma è sbagliato l’approccio generale nei confronti del patrimonio artistico. Non è possibile risolvere il problema di tutela restaurando una per una le decine, centinaia, i milioni di opere sparse sul territorio. Non è un’impresa realizzabile in termini economici ed organizzativi. Tra l’altro ogni restauro aggiungendo nuovi materiali rende ancor più eterogenea l’opera, ne accelera e ne aumenta i problemi di conservazione. Invece dobbiamo fare in modo che le opere d’arte abbiano sempre meno bisogno di restauri”.D: Come? R: Ovviamente intervenendo preventivamente sull’ambiente e tenendo le opere d’arte a regime attraverso una regolare manutenzione ordinaria. E’ cessata negli anni Trenta, quando si è affermata la cultura dell’autenticità, che ha condotto alla fine delle manutenzioni d’ordine strutturale, alla sostituzione delle parti degradate. Questa attività fu dichiarata falsificante del testo critico originale e in nome della filologia i monumenti furono e sono lasciati nello stato in cui si trovano, rinviando la soluzione del problema conservativo ad un futuro restauro. E così per il patrimonio italiano, soprattutto quello architettonico e quello monumentale, sta arrivando il momento della crisi e si avvertono sinistri segnali: dalla cupola delle cappelle medicee crollano frammenti di marmo, frana la rocca di Assisi… Tutto questo accade per la mancanza di quegli interventi di ordinaria manutenzione che si occupavano della tenuta strutturale dei manufatti.D: Un cambiamento di direzione potrà arrivare dal ministero?D: Il nuovo regolamento prevede un’enorme ampliamento di dirigenti e funzioni e questo va nella direzione del decentramento come aveva previsto anche Urbani. Tuttavia sembra che il ministero si stia ponendo il problema della tutela. E dopo decenni di immobilismo è un segnale Ma bisogna capire quali sono gli obiettivi. Se il ministero cerca soltanto di rendere sempre più appariscenti i restauri ha imboccato la strada sbagliata. Bisogna invece riuscire a tenere in piedi l’indissolubile legame tra patrimonio arti territorio. E questa è un’operazione di una complessità straordinaria che comprende interventi economici, legislativi, un diverso disegno del rapporto pubblico e privato, un diverso disegno sulle destinazioni d’uso degli edifici. Oggi ogni edificio antico viene destinato ad un museo. In questo paese ci sono più di tremila musei. Nessuno fa il conto dei costi?D: Tirando le somme si capisce che perderemo o dovremo abbandonare una fetta del patrimonio artistico!R: Dovremo lasciare parte del nostro patrimonio artistico. Ormai ci sono decine, centinaia di paesi abbandonati, dove ci sono migliaia di capolavori. Faccio un esempio. La Valnerina, punteggiata da splendidi insediamenti romanici, ha la densità abitativa della Mongolia: 2,1 abitanti per metro quadrato. In più mancando il clero, vengono abbandonati chiese e conventi. Lo Stato dovrà vendere. E’ quel già accade negli Stati Uniti.D: A proposito dei singoli restauri. Spesso vengono contestati, soprattutto dall’estero…R: La qualità del restauro italiano è la migliore del mondo. Le polemiche spesso sono prive di senso, è la prova del dilettantismo del settore.D: Si può cambiare attraverso l’insegnamento universitario?R: Inevitabilmente i restauratori dovranno passare attraverso l’università. C’è un trend europeo che va in questa direzione. Ma oggi in Europa manca completamente la formazione pratica.

Autore: Paolo Vagheggi

Fonte:La Repubblica

Battaglie torture e miracoli

La venerazione che i francescani tributavano alla Croce di Cristo derivava direttamente da San Francesco, il quale aveva ricevuto le stimmate proprio nell’approssimarsi della Festa della Croce, il giorno 14 settembre. I frati di Arezzo scelsero di decorare la cappella maggiore della loro chiesa prendendo spunto dalle Storie della Vera Croce così come le aveva raccontate Jacopo da Varazze in due capitoli della Legenda Aurea, uno riguardante il 3 maggio, festa dell’Invenzione della Croce, e l’altro riguardante il 14 settembre, festa della Esaltazione della Croce (il testo di Jacopo compendiava a sua volta le narrazioni dei Vangeli Apocrifi). Quando Piero della Francesca si accinse alla stesura degli affreschi, ritenne per ragioni che diremo più avanti di non seguire l’avvicendarsi delle storie così come vengono narrate nel testo, ma di affrescarle sulle pareti secondo una sequenza sufficientemente " disordinata" da rendere necessaria una guida alla lettura. Le storie si dipanano su tutte e tre le pareti della cappella e si leggono iniziando dall’affresco più alto sulla parete di destra: (1) Adamo è steso a terra e sta morendo; chiede al figlio Seth di recarsi alle porte del Paradiso per chiedere l’olio del legno della Misericordia. L’arcangelo Michele dà invece a Seth un ramo dell’albero del Bene e del Male, ma al suo ritorno Seth trova il padre già morto. Seguendo le indicazioni dell’Angelo, Seth pianta sul corpo di Adamo l’alberetto destinato a diventare un albero rigoglioso ai tempi di Salomone. Salomone ha fatto abbattere l’albero: vorrebbe utilizzarlo per costruire il tempio ma l’albero è troppo grande, dunque lo colloca come ponte sul fiume Siloe. (2) La regina di Saba, che si sta recando a fargli visita, ha la premonizione che su quel legno verrà posto il Salvatore e si inginocchia ad adorarlo prima di entrare nella casa reale. (3) Venuto a sapere la cosa Salomone fa levare il tronco e lo fa seppellire, perché sa che quel legno sarà la causa della dispersione degli ebrei. Il legno emergerà dalla terra con l’approssimarsi della Passione di Cristo e verrà usato per costruire la Croce. Passano i secoli, Gerusalemme viene distrutta e la Croce di Gesù (assieme a quella dei due ladroni) viene dispersa. (4) Alla vigilia della battaglia del Ponte Milvio in cui Costantino e Massenzio si contendono il potere imperiale a Costantino addormentato nella tenda appare un angelo annunciando che nel segno della Croce egli vincerà la battaglia. (5) L’indomani, Costantino brandisce la Croce e vince la battaglia.Poi, invia la madre Elena in Oriente sulle tracce di un ebreo, tale Giuda, che custodisce il segreto del luogo dove è sepolta la Croce. (6) Costui però si rifiuta di indicare il nascondiglio e viene gettato in un pozzo fino a che non si decide a rivelare il segreto. (7) La Croce, assieme a quella dei due ladroni, viene trovata sul Golgota dove nel frattempo è stato costruito un grande tempio a Venere, Ma quale delle tre croci è quella di Cristo? Elena fa stendere le tre reliquie sul corpo di un giovane morto: una sola lo fa resuscitare, quella è la Vera Croce. (8) Sono passati altri tre secoli, siamo nel 615, il re persiano Corsoe ha rubato la Croce e la conserva in modo blasfemo nel suo padiglione. Ma l’imperatore cristiano Eraclio, dopo una furiosa battaglia nella quale Corsoe perde la vita decapitato, riconquista la Croce. (9) Scalzo e penitente Eraclio entra in Gerusalemme con la Santa Reliquia. (10) L’ultima scena è l’Annunciazione, punto focale della storia della Redenzione che l’intero ciclo sottende, dall’attesa del Messia all’avvento del Cristianesimo. Resta da dire perché le scene appaiano così " scompaginate" . A ben vedere gli episodi si rivelano appaiati per temi: in alto, le lunette a destra e a sinistra hanno entrambe come protagonisti il legno delle Croce. I riquadri sottostanti presentano entrambi scene urbane e architetture ed hanno due regine come protagoniste (Elena a sinistra, la regina di Saba a destra). Così, gli affreschi del primo registro mostrano due spettacolari battaglie sia a sinistra (Eraclio e Corsoe) che a destra (Costantino e Massenzio). Anche le scene dipinte accanto al finestrone denunciano chiari legami trasversali: l’ebreo gettato nel pozzo (a sinistra) corrisponde alla Croce sepolta (a destra), così come nel registro inferiore l’angelo che appare a Maria ha il suo omologo nell’angelo che sul far del mattino appare in sogno a Costantino. Per approfondire la conoscenza del ciclo aretino possono essere di utilità la guida Skira Piero della Francesco. La leggenda della Vera Croce in San Francesco ad Arezzo (a cura di A.M. Maektze, Milano 2000, pagg. 76, L. 18.000) e il grande volume di imminente pubblicazione (nella collana «Grandi Libri» Skira) con il resoconto generale del restauro.

Autore: Marco Carminato

Fonte:La Repubblica