Archivi autore: Amministratore

ROMA: Archeologi di tutto il mondo lanciano allarme per la “svendita” dei beni culturali d’Italia.

Allarme degli archeologi stranieri per il rischio-svendita dei tesori dell’arte italiana da parte dello Stato. La prestigiosa “Associazione internazionale di archeologia classica”, che riunisce studiosi europei e americani, esprime “vivissima preoccupazione per i gravi rischi che corre il patrimonio culturale italiano” per “l’approvazione dell’art. 27 del decreto che accompagna la Finanziaria” e stabilisce che “qualora si decida di alienare un bene pubblico, le soprintendenze hanno 120 giorni per valutarlo”. In caso di mancata risposta “per il principio del silenzio-assenso’ il bene potrà essere alienato e “verrà considerato di nessun interesse culturale, cosicché le soprintendenze non potranno apporre vincoli o altre forme di tutela”. E la situazione “ora è stata straordinariamente aggravata dal fatto che il silenzio-assenso, anziché essere mitigato, è stato recepito in pieno anche dal nuovo Codice dei Beni Culturali”.

L’Associazione internazionale, ribadendo “l’alta professionalità e il continuo impegno delle soprintendenze”, segnala anche “le attuali condizioni di personale e di finanziamenti degli uffici che devono esprimere il parere”, dunque “è certo che una rilevante quota di beni non potranno essere valutati” in tempo con conseguenze “drammatiche e irreparabili”. Molta preoccupazione anche “per il sostanziale indebolimento della tutela del paesaggio” dato che “il parere delle soprintendenze su progetti di enti locali non è più vincolante”.

Fonte:AV Avvenire

AOSTA – Pronto il «condono edilizio» regionale

L’ultima giunta regionale del 2003 ha varato la nuova disciplina in materia di «riqualificazione urbanistica, ambientale e paesaggistica e di definizione degli illeciti nel territorio della Valle d’Aosta».

Il disegno di legge, che dovrebbe andare all’esame dell’assemblea legislativa entro febbraio, è stato proposto e illustrato dall’assessore al Territorio Alberto Cerise. «Questo disegno di legge – ha detto Cerise – vuole essere un primo, di certo non esaustivo, tentativo di affrontare i problemi ambientali presenti sul territorio regionale mediante, da un lato, una compiuta e organica disciplina di riordino degli illeciti e degli abusi edilizi di modesta entità e, dall’altro, mediante la promozione e la realizzazione di interventi di riqualificazione e sviluppo ambientale, urbanistico e paesaggistico, anche in un ottica di valorizzazione turistico-culturale e nel rispetto del principio di sviluppo sostenibile».

L’approvazione della legge statale 24 novembre 2003 n. 326 aveva aperto in Valle d’Aosta un dibattito sul condono edilizio. La discussione si era concretizzata in una proposta di legge del gruppo dell’Arcobaleno che in due soli articoli chiedeva in sostanza che «in Valle d’Aosta la legge 326 non trovasse applicazione in virtù della competenza primaria regionale in materia urbanistica» e in una mozione approvata, senza il voto del gruppo della Casa delle Libertà, nell’ultimo Consiglio regionale del 2003.

«Il provvedimento approvato dall’esecutivo – ha detto l’assessore Cerise nell’illustrare il disegno di legge – è molto più restrittivo rispetto alle norme statali e ammette al condono alcuni abusi di modesta entità, che nelle aree vincolate devono essere conformi con gli strumenti urbanisti, e esclude la possibilità di sanatoria amministrativa per gli illeciti aventi maggiore impatto ambientale e paesistico». Otto gli articoli del disegno di legge per «definire mediante sanatoria amministrativa gli illeciti edilizi e sviluppare, riqualificare e valorizzare i beni artistici, ambientali e paesaggistici situati nel territorio regionale».

Il divieto generale di sanatoria è sancito dall’articolo 2: «Non è ammessa la sanatoria di interventi urbanistici o edilizi abusivi, ad eccezione di quanto previsto dall’articolo 84 della legge regionale 6 aprile ’98 n. 11 (normativa urbanistica e di pianificazione territoriale della Valle d’Aosta)». I casi per i quali non è consentita sanatoria sono contemplati dall’articolo 3 e comprendono «le zone A di Prg (Piano regolatore generale), i siti di importanza comunitaria, le aree all’interno delle zone E di Prg qualificate di particolare pregio paesaggistico, ambientale, naturalistico o di particolare interesse agricolo, i beni dichiarati monumento nazionale, i beni culturali isolati, gli edifici censiti come ”documento” nei Prg».

La parte propositiva della nuova normativa inizia con l’articolo 5, che disciplina le iniziative «per la prevenzione di situazioni di alterazione dell’equilibrio ambientale e paesaggistico, il ripristino ambientale e paesaggistico completo da realizzarsi anche attraverso l’ammodernamento delle urbanizzazioni e dell’arredo urbano, il riordino di insediamenti esistenti e il riuso di aree dismesse o degradate». Nel disegno di legge è prevista anche la «predisposizione di un Piano degli interventi in concerto con i Comuni e le Comunità montane». La legge per il 2004 ha una dotazione di 50 mila euro, che serviranno per la preparazione del Piano, mentre per gli anni successivi verranno destinati agli interventi 350 mila euro annui.

Fonte:La Stampa

Biennale Croff bocciato al senato

Nel giorno in cui l’ex presidente della Biennale Franco Bernabé, in una lettera, assicura il personale della fondazione che «la nomina di Davide Croff avviene nella linea della continuità, garantendo a tutti che possono proseguire la propria attività nelle medesime condizioni in cui si è svolta sinora», la commissione cultura del senato alza la voce e boccia clamorosamente la nuova presidenza.

Il parere sulla proposta del governo è solo consultivo ma la stroncatura del nome di Croff rimane un fatto. Un fatto che brucia a destra e a sinistra e denuncia una spaccatura nella maggioranza governativa. Dal ministero si affrettano a puntualizzare che quello dato dal voto è niente più che un parere, assolutamente «non vincolante».

Anzi, insistono, se anche la camera dovesse pronunciarsi contraria, Urbani procederà dritto per la sua strada. A difesa di Croff scendono in campo sia il presidente della regione Veneto Galan che il sindaco di Venezia Costa: il voto espresso non ha nulla a che vedere con la persona ma sarebbe il frutto di uno scontro in seno alla maggioranza, ormai dedita alla rissa furibonda qualunque sia il tema all’ordine del giorno. Ma la Biennale, aggiungono, non può perdere altro tempo e va messa nelle condizioni di poter lavorare in vista delle prossime scadenze (cinema e architettura). Per Giulietti dell’associazione Articolo 21, la fondazione rischia il fallimento.

«La Biennale così è stritolata e persone di indubbio valore come Bernabé e Croff finiscono in un indecente tritacarne. Soprattutto, si travolgono le speranze e gli interessi di tanti autori e produttori». L’esito finale del voto è stato il frutto di una spaccatura della maggioranza. Il risultato della consultazione è stato il seguente: 6 i voti favorevoli, 5 i contrari, 4 astenuti e un voto non espresso.

I componenti Ds della Commissione, Maria Chiara Acciarini e Fulvio Tessitore, hanno commentano così: «Abbiamo votato contro la proposta dell’esecutivo in aperto dissenso con le anomale procedure utilizzate, con la normativa di `riordino’ di una delle più importanti istituzioni culturali del nostro paese. Del resto i titoli del candidato presidente rispecchiavano in pieno l’idea aziendalistica e mercantile che ispira l’azione `riformatrice’ della destra, visto che si trattava di un soggetto con titoli validi ma senza riferimento agli enti culturali».Durante le dichiarazioni di voto Gian Pietro Favaro di Forza Italia si è espresso a favore della nomina. Nettamente contrario è stato invece il vicepresidente della Commissione Francesco Bevilacqua (An). «Ho registrato – ha spiegato – quanto è negli atti e nei fascicoli che accompagnano la nomina. Sapevo di una sua esperienza nel campo economico-finanziario e mi sembra curioso, strano, che una persona con queste peculiarità vada a dirigere la Biennale. Non ho fatto nient’altro che esprimere queste perplessità anche se la Biennale è stata trasformata in fondazione. Inoltre credo che sia buon costume che il ministero segua le nomine spiegando in commissione quali sono le ragioni che hanno motivato questa indicazione».La bocciatura di Croff è stata commentata anche dalla Margherita. «Evidentemente – hanno sostenuto Albertina Soliani e Giampaolo D’Andrea – la verifica nella maggioranza non procede affatto bene». La proposta era stata avanzata dal ministro per i beni e le attività culturali Giuliano Urbani. «La Biennale di Venezia è da sempre un evento importantissimo per la tradizione culturale e artistica italiana e per questo la sua presidenza è ambita e prestigiosa». E quel no al presidente Davide Croff è un evidente indice della débâcle del governo. «O una sobria modalità di qualcuno – aggiungono – per tirare la giacca al premier ed ottenere qualcosa in più dalla verifica in corso…».

Fonte:Il Manifesto

URBANI: IL CODICE DEI BENI CULTURALI DIFENDE I TESORI ITALIANI

Di fronte alla crescente complessità nello sviluppo del territorio italiano e al cambiamento del quadro istituzionale con la modifica del Titolo V della Costituzione – ha spiegato il ministro per i Beni e le Attività Culturali, Giuliano Urbani – è stato necessario aggiornare le norme riguardanti la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico nazionale, risalenti al 1939.

Il codice, con una decisa semplificazione legislativa, fornisce uno strumento unico e certo per difendere e promuovere il tesoro degli italiani, coinvolgendo gli enti locali e definendo in maniera irrevocabile i limiti dell’alienazione del demanio pubblico, che escludera’ i beni di particolare pregio artistico, storico, archeologico e architettonico’. Il cardine attorno al quale ruota il Codice e’ l’art. 9 della Costituzione, in forza del quale la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

All’interno del ‘patrimonio culturale nazionale’. Ma da oggi cosa cambia? ‘La riforma del Titolo V della Costituzione – ha spiegato Urbani – ha distinto l’attivita’ di tutela da quella di valorizzazione, cosa che, dal punto di vista scientifico, non appare giustificata e, dal punto di vista amministrativo, crea non pochi problemi.

Soprattutto essa ha, in una certa misura, amputato la stessa funzione di tutela, sottraendole quell’insieme di attivita’ che della tutela stessa rappresentano lo sbocco necessario: si individua, si protegge e si conserva il bene culturale affinche’ possa essere offerto alla conoscenza ed al godimento collettivi.

Il codice, quindi, ha avuto l’arduo compito di ricomporre la materia sulla base dei nuovi equilibri costituzionali. E’ stata ricercata una soluzione equilibrata prevedendo – ha proseguito il ministro – in primo luogo, ampi margini di cooperazione delle regioni e degli enti territoriali nell’esercizio dei compiti di tutela; dall’altro, distinguendo concettualmente la fruizione dalla valorizzazione propriamente detta e privilegiando, nell’esercizio di entrambe le funzioni, il modello convenzionale: Stato, regioni ed enti locali agiscono sulla base di programmi concordati con l’obiettivo di costituire un sistema integrato di valorizzazione’.

Per quanto riguarda, in particolare, la funzione di tutela, si e’ tenuto conto della necessita’ di assicurare sull’intero territorio nazionale un’azione il piu’ possibile coerente e rispondente ad una logica unitaria di intervento, in modo da non creare, in un settore cosi’ delicato, frammentazioni e disparita’.Si e’ inoltre individuato nel Ministero il titolare ‘naturale’ delle funzioni sopradette, prevedendo tuttavia la possibilita’ che il relativo esercizio avvenga anche attraverso il conferimento, sulla base di appositi atti di intesa e coordinamento, di specifici settori di attivita’ in primis alle regioni e in via subordinata anche agli enti locali, quando cio’ risponda ad una piu’ puntuale ed opportuna applicazione dei principi di sussidiarieta’ e differenziazione. Di pari passo sono state meglio definite le nozioni di ‘tutela’ e di ‘valorizzazione’, dando loro un contenuto chiaro e rigoroso e precisando in modo univoco il necessario rapporto di subordinazione che lega la valorizzazione alla tutela, cosi’ da rendere la seconda parametro e limite per l’esercizio della prima. Con questo provvedimento si e’ comunque ritenuto di confermare in capo alle regioni a statuto ordinario l’ambito oggettivo delle attribuzioni ad esse precedentemente conferite in via di delega, concernente quella parte dei c.d. ‘beni librari’. Relativamente ai beni culturali di proprieta’ privata, con il codice si e’ colta l’occasione per prevedere una forma di ‘giustiziabilita” interna della dichiarazione di interesse culturale.Lo strumento del ricorso amministrativo consente all’Amministrazione di riappropriarsi di una funzione di controllo di merito sui propri provvedimenti. In tal modo, si e’ offerta ai destinatari di un provvedimento di dichiarazione l’opportunita’ di far emergere elementi nuovi o non sufficientemente valutati o per far rilevare eventuali vizi dell’atto, soprattutto sotto il profilo tecnico. Il codice ha preso spunto dalla possibilita’ di affidare beni archivistici in temporanea custodia all’Amministrazione, al fine di estenderla ad ogni tipologia di bene culturale.Constatato che lo strumento del deposito non e’ del tutto idoneo allo scopo, si e’ ritenuto che per l’affidamento di beni culturali privati a strutture museali statali, fosse piu’ adatto l’istituto civilistico del comodato. Il codice disegna inoltre la nuova disciplina dell’alienabilita’ dei beni culturali di proprieta’ pubblica, affermando che il principio che i beni culturali appartenenti al demanio dello Stato e degli altri enti pubblici territoriali non possono essere alienati o formare oggetto di diritti a favore di terzi se non nei modi previsti dallo stesso codice, in modo da riportare unita’ e chiarezza nella disciplina di settore.Sulla base di tale principio si e’ quindi provveduto ad individuare un nucleo di beni culturali demaniali sottratti in modo assoluto alla circolazione. Il codice opera inoltre una modifica sostanziale della disciplina del controllo sulle autorizzazioni paesaggistiche, oggi soggette all’annullamento ministeriale (per soli motivi di legittimita’). ‘Dopo oltre sessanta anni dalle leggi Bottai del 1939 sulle cose d’arte e sulle bellezze naturali, – ha dichiarato il Ministro Urbani – con il Codice dei beni culturali, per la prima volta, e’ stata tentata una risistemazione aggiornata (e non solo compilativa come e’ invece avvenuto per il Testo Unico del 1999) del corpus normativo sui beni culturali. Il rispetto per l’impianto fondamentale della tradizionale disciplina dei vincoli in tema di beni culturali in senso stretto non ha impedito l’introduzione di importanti riforme dei singoli istituti.Sono inoltre stati introdotti nuovi modelli di gestione e di valorizzazione capaci di coniugare al meglio le esigenze prioritarie della tutela con una visione moderna del bene culturale, inteso anche come risorsa. Per quanto riguarda il paesaggio, e’ stata operata una vera rivoluzione copernicana che permettera’ di superare l’empasse amministrativa dovuta al continuo conflitto con le istanze regionali e locali di pianificazione del territorio. Si giunge cosi’ ad una pianificazione e gestione del paesaggio in accordo con le realta’ territoriali, ma pur sempre capace di salvaguardare gli straordinari caratteri culturali dei paesaggi italiani come patrimonio identitario dell’intera collettivita’ nazionale’.

Autore: Redazione

Fonte:CulturalWeb

Il paesaggio è minacciato. No a depenalizzazione

Personaggi famosi sottoscrivono l’invito di Fai, Italia Nostra, Wwf e Touring Club Italiano a tutto il mondo politico

ROMA – «Quell’emendamento rappresenta una gravissima minaccia all’integrità del paesaggio italiano, patrimonio comune dei cittadini e dell’umanità, nonché elemento costitutivo dell’identità nazionale». La prospettiva è «la totale e indiscriminata depenalizzazione dei reati commessi ai danni del paesaggio, consentendo costruzioni senza limiti di volumetria e in assenza di qualsiasi autorizzazione».

Quattro associazioni italiane impegnate nella difesa dei beni culturali e del paesaggio (Fai, Italia Nostra, Wwf e Touring Club Italiano) hanno reso pubblico oggi un appello destinato ai presidenti di Senato e Camera, Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini, al capo del governo Silvio Berlusconi, al presidente della Corte Costituzionale Riccardo Chieppa, a tutti i ministri, senatori e deputati.

E sotto più di cento prestigiose firme: musicisti come Claudio Abbado e Riccardo Muti, editori come Rosellina Archinto e Inge Feltrinelli, grandi firme della moda (Giorgio Armani, Mariuccia Mandelli, Miuccia Prada), imprenditori come Carlo Caracciolo, Aldo Brachetti Peretti, Leopoldo Pirelli, Cesare Romiti, giornalisti (Ferruccio de Bortoli, Giulio Giustiniani), architetti (Gae Aulenti, Vittorio e Marina Gregotti), il regista Ermanno Olmi, nomi storici dell’ambientalismo (Giulia Maria Mozzoni Crespi, Desideria Pasolini dall’Onda, Salvatore Settis), manager della cultura come Paolo Baratta, un collezionista del rango di Giuseppe Panza di Biumo, la scrittrice Dacia Maraini, il cantautore Adriano Celentano. Ed è solo una piccola parte delle adesioni. SERIE MINACCE ALL’AMBIENTE – Sotto accusa è l’emendamento all’articolo 32 della legge delega al governo per il riordino della materia ambientale già approvato dalla Camera e ora sotto esame della commissione Ambiente del Senato (prossima riunione il 21 gennaio) e che contiene una correzione dell’articolo 163 del testo unico dei Beni culturali del 1999, tuttora in vigore. Se una costruzione realizzata su aree protette e non autorizzata verrà dichiarata «compatibile» con i piani paesaggistici, non comporterà più alcun reato penale: anche nel caso di un aumento di volumi rispetto a quelli autorizzati. Chiunque, temono gli ambientalisti, potrebbe costruire su aree protette senza autorizzazione contando sull’indulgenza dei Comuni che detengono molti poteri di controllo paesaggistico-ambientale con la delega concessa dalle Regioni. Lo Stato non ha alcun potere di intervento diretto se non quando il danno è già stato procurato, con l’annullamento del nulla osta paesaggistico-ambientale: tempi lunghi, strumenti complessi. Sotto accusa è soprattutto la depenalizzazione, cioè la cancellazione degli effetti della legge 47 del 20 febbraio 1985 sull’attività urbanistica illecita: arresto fino a due anni, condanna a ripristinare lo stato delle cose e dei luoghi così come si presentavano prima dell’abuso. Gli ambientalisti temono che la fine degli effetti penali spingano gli speculatori a realizzare un mare di abusi. Perciò citano nell’appello il discorso pronunciato da Ciampi al Quirinale l’11 dicembre scorso in difesa dell’ambiente e a favore del paesaggio come parte «della nostra identità nazionale». Il 21 si torna dunque al Senato. La legge, così sperava il ministero dell’Ambiente, doveva essere approvata entro il 31 dicembre scorso per ottenere norme favorevoli di copertura legate alla Finanziaria 2003. Ma i tempi sono tecnicamente decaduti. E l’opposizione non solo dell’Ulivo ma nella stessa maggioranza è stata, e resta, enorme: il vicepresidente del Senato Domenico Fisichella, il ministro Giuliano Urbani, il presidente della commissione Ambiente del Senato Emiddio Novi di Forza Italia sono apertamente ostili. Si dice che lo stesso ministro dell’Ambiente Altero Matteoli si sarebbe reso conto della situazione e sarebbe ormai favorevole a una revisione della norma nonostante alcuni «suggerimenti» di diverso segno (la depenalizzazione è stata votata alla Camera da alcuni deputati di Forza Italia tra cui Maurizio Lupi, Valter Zanetta e Francesco Brusco). È quindi probabile che dallo stesso centro-destra provengano molte spinte per una nuova e meno «pericolosa» (e impopolare) versione della legge delega.

Autore: Paolo Conti

Fonte:Corriere della Sera