Archivi autore: Amministratore

TUTELARE IL PAESAGGIO? UN AFFARE.

I limiti del nuovo “codice dei beni culturali”.

Il nuovo “Codice dei beni culturali”, così battezzato facendo pensare a qualche tentazione napoleonica o giustinianea del ministro Urbani, è un insieme di norme per la tutela e la gestione delle “cose mobili e immobili di interesse artistico, storico, archeologico, archivistico e bibliografico”, nonché dei Beni paesaggistici. Questo codice, destinato a sostituire il testo unico del 1999 che raccoglieva e aggiornava le leggi del 1939, paternità Bottai, ha fatto parlare di sé dalla nascita. Ha però tardato ad arrivare alla pubblica conoscenza in forma definitiva. Si aspettava la firma del Presidente della Repubblica, arrivata ieri. Circolavano intanto indiscrete anticipazioni, si facevano commenti polemici. Più severi quelli di Italia Nostra, del Fai, del Wwf. Il professor Settis definiva il codice “ambiguo e confuso”, anche pericoloso. Erano i giorni dello scontro sulla “Patrimonio Spa” cui lo Stato avrebbe potuto cedere beni inalienabili. Però oggi Urbani sottolinea le note positive: bandita la possibilità di autorizzare “in sanatoria” (un mostro giuridico) e ritirata la depenalizzazione dei reati per abusi edilizi.

Le parti più discusse: quella sull’alienazione o vendita, non del Colosseo ma di qualche palazzo antico o di qualche lembo di costa, e quella sul paesaggio. Confine invalicabile: non possono essere venduti i monumenti nazionali, le aree archeologiche, le raccolte di musei, gli archivi. In determinati casi, qualora il Bene non rientri nella categoria vietata, la vendita può avvenire su autorizzazione del soprintendente, purché non ne derivino danni e siano indicate le destinazioni d’uso compatibili. Ad esempio, un castello non può diventare sede di un ipermercato. Nei centri storici è pericoloso l’articolo 21 che prevede la demolizione, subordinata ad autorizzazione del ministero.

La parte terza, Paesaggio, farà discutere per molto tempo. Anzitutto si specifica: “Una parte omogenea del territorio i cui caratteri derivano dalle interrelazioni della storia umana e della natura”. Paesaggio antropizzato, modellato e vissuto dall’uomo, non soltanto paesaggio naturale allo stato più o meno vergine. Sono dunque beni culturali le dune di Buggerru e di Is Arenas in Sardegna o le Dolomiti, ma anche le colline della Val d’Orcia, i vigneti e gli uliveti del Chianti, le colline umbre e marchigiane, quelle venete tra Padova e Treviso. Anche le coste liguri, con i relativi borghi collinari, come Cervo. L’articolo 136 è esplicito: sono di notevole interesse pubblico le “cose immobili aventi cospicui caratteri di bellezza naturale”, le ville, i giardini e i parchi, i centri storici, gli antichi castelli, i villaggi e i borghi.

Il codice prevede anche la tutela per legge di tutti i territori costieri fino a 300 metri dalla battigia, dei territori contermini ai laghi, dei fiumi e torrenti, delle montagne nella parte eccedente i 1600 metri sul mare per la catena alpina e i 1200 metri per la catena appenninica. Dei ghiacciai, dei parchi e delle riserve nazionali e regionali, delle zone umide, dei vulcani, delle zone archeologiche. L’elenco, ripreso dalla legge Galasso, è seguito dall’obbligo per le Regioni di darsi il piano paesaggistico, con previsioni di sviluppi urbanistici ed edilizi compatibili, tali da non diminuire il “pregio paesaggistico” del territorio. Due o tre palazzine con autorimesse diminuiscono il pregio paesaggistico di un parco? Sappiamo come andarono le cose con i piani territoriali delle Regioni, quando e dove vennero fatti. Difficile credere al giudizio di compatibilità, anche se alla redazione dei piani paesaggistici dovrebbero partecipare le associazioni di tutela.

I proprietari di aree comprese nell’elenco e quindi tutelate per legge devono sottoporre alla Regione o all’ente locale delegato (il Comune) i progetti delle opere che intendono eseguire. L’ente trasmette la richiesta alla Soprintendenza e questa deve dare il proprio parere entro trenta giorni. Facile immaginare come questo possa avvenire col personale e con i mezzi a disposizione. Il Comune finirà con autorizzare tutto, ignorando il parere della Soprintendenza.

Rimane il potere del ministero di impedire che si eseguano lavori senza autorizzazione (fatto che non dovrebbe mai avvenire, neppure sulla carta). La Regione può anche ordinare la sospensione dei lavori qualora “pregiudichino il Bene”. Siamo fermi alla discrezionalità di qualche funzionario chiamato a decidere se c’è danno oppure no. Funzionario inevitabilmente soggetto a pressioni, spaventato dall’idea di opporsi a qualcosa che ha il favore dell’amministrazione locale, che promette lavoro e ricchezza. Si tratta della lottizzazione di un giardino o di un parco, o di un’ultima area coltivata.

Il vecchio sistema faceva acqua. Lo denunciavamo da decenni. Ma una sua riforma avrebbe richiesto anzitutto il potenziamento delle Soprintendenze, dotandole di persone e di mezzi almeno per controllare quel che avviene sul territorio. Richiede anche un quadro di indirizzi culturali per la loro azione. Richiede infine il superamento del vecchio antagonismo tra conservazione e valorizzazione, o sviluppo (idea che serpeggia nel Codice, affidando la valorizzazione alle Regioni). Come se conservare significasse sempre rinuncia e mortificazione. Eppure basti pensare a un caso classico: Portofino. Perfettamente conservata vale un tesoro, anche in termini di mercato.

Altri paesi l’hanno capito. In Francia (si di ripetermi ma è utile) opera il Conservatoire National du Littoral: acquista con denaro pubblico isole e isolette, tratti di costa, dalla Bretagna alla Provenza e alla Corsica. Così l’isola di Porquerolles è stata sottratta ai “promoteurs” e la foresta arriva fino alle spiagge, con un successo turistico fuor di misura. Salvati Cap d’Antibes e la costa occidentale corsa. Ma da noi non ci sarebbero i soldi, così si dice. In Gran Bretagna 1508 chilometri di coste, dalla Scozia a Sud, sono stati conservati allo stato di natura grazie ai “conservation agreements” con enti locali e proprietari privati (accordi fondati su incentivi fiscali e finanziari). In Svezia hanno preferito la politica dura dei divieti, netti: vietato costruire qualsiasi cosa entro trecento metri dalla riva del mare. Così si sono conservate le mille isole dell’arcipelago di Stoccolma, una meraviglia della natura, paradiso per gli abitanti della capitale. Ma da noi c’è il terrore del divieto, pur salutare e indispensabile se vogliamo davvero salvar qualcosa.

Autore: Mario Fazio

Piero ROTELLA: Accarezziamo l’arte.

Piero Rotella, nato a Motta di Costigliole d’Asti nel 1958, frequenta il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti di Brera dove conosce il maestro Andrea Cascella che gli fa rivelare il grande amore per la scultura ancora in germinazione. Lavora fianco a fianco con il grande maestro e con la guida dell’asssitente Giuseppe Anelli collabora alla realizzazione di grandi opere.
Vive esperienze e consocenze artistiche nell’ambito mondiale, per il piacere e la voglia di sapere, di conoscere, di vivere. Da poco rientrato in Italia e rientrato nella sua arte viene definito come un dinamico, versatile e talentuoso tra i nuovi sculori che si stanno affermando nel nostro Paese.
Rotella, ci fa entrare in un mondo magico con le sue opere ad incastro, con le fontane zampillanti d’acqua da ogni dove. Le sue sculture non rappresentano mai la realtà, ma i sentimenti, le emozioni, le passioni, la fantasia d’interpretare le sue opere come nostre opere. Un contemporaneo fra la sua gente, nei suoi luoghi, nei nostri sogni. Noi protagonisti delle sue emozioni nelle sue sculture.
Sicuramente l’artista usa la materia come struttura per la sua opera. I materiali vengono scelti sotto la spinta del disegno scultoreo scaturito della geniale mente. Sono i marmi ed i graniti i suoi favoriti e queste sue preferenze vengono determinate anche dalla storia geologica di cui la materia è in possesso. I disegni preparatori, i suoi successivi gessi ci comunicano già il complesso della sua scultura. I suoi temi sono quelli delle emozioni e Rotella di emozioni riempie gli spazi.

Resisterà al tempo e alle mode.

Tra le sue opere principali ricordiamo quelle intitolate: Totem, L’occhio, I Giochi Infantili, Il pomo, I Gemelli e Montecarlo.

Il sito web dell’artista si trova all’indirizzo www.pierorotella.rocks.it

Info: piero.rotella@email.it

Autore: Alice Avallone

PATRIMONIO IN PRIMA LINEA – I BENI CULTURALI E LA GUERRA

Firenze, Limonaia di Villa Strozzi, via Pisana, 77

Dedicato alla Palestina – sabato 7 febbraio 2004, ore 16

Stefania Campetti, responsabile Ufficio Musei del Comune di Camaiore: Beni storici e archeologici dei “territori occupati”: obiettivi militari o patrimonio dell’umanità?

Nicolò Marchetti e Lorenzo Nigro, già codirettori degli scavi italo-palestinesi a Gerico: Il patrimonio archeologico della Palestina;

Hamdan Taha, direttore generale delle Antichità della Palestina: Vent’anni di lavoro per i beni culturali della terra palestinese.

Dedicato all’Iraq – sabato 21 febbraio 2004, ore 16

Giovanni Bergamini, archeologo direttore presso la Soprintendenza al Museo Egizio di Torino: Da Babilonia al Mare Nostrum: un percorso ininterrotto di civiltà;

Giuseppe Proietti, direttore generale per i Beni Archeologici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, incaricato per i beni archeologici dell’Iraq: La difesa del patrimonio iracheno;

Claudio Saporetti, docente di Assiriologia all’Università di Pisa: Per le strade dell’Iraq verso il monte della pace;

Proiezione del film: “Dan Cruicksbank e le città perdute dell’Iraq, di Sam Hobkinson, 60’, produzione BBC Art (in collab. con Rassegna Internaz. Del cinema archeologico – Museo Civico di Rovereto.

Introduce gli incontri: Piero Pruneti, direttore di “Archeologia Viva”.

Ingresso libero

Info: 0555062303

http://www.archeologiaviva.it

Autore: Redazione

ROMA: Come siamo caduti in basso: ormai solo lo 033% ai beni culturali

Mentre condono più silenzio-assenso espongono il nostro patrimonio a possibili speculazioni, la Finanziaria 2004 destina ai beni culturali 2,2 milioni di euro, lo 0,33% delle risorse di Bilancio.

Vendita più facile per gli immobili di valore culturale: la trappola non si annida tra le pieghe della prossima Finanziaria ma nel provvedimento d’urgenza varato dal Governo per rilanciare l’economia e correggere i conti pubblici. I due provvedimenti solo formalmente sono indipendenti avendo il legislatore stabilito che era utile e giusto ricondurre entro i confini originari i contenuti della Finanziaria. Ha perciò deciso di prevedere una serie di interventi in un decreto a sé stante, noto ormai come decretone (DL n. 269/2003), il cui iter procede parallelo all’approvazione della legge finanziaria e ne è, di fatto, il motore.

Nel decretone è finito di tutto, dal ritorno dei cervelli in Italia alla difesa del salame doc, dal condono edilizio ai beni culturali. Si tratta di una serie di misure che dovrebbero permettere al Governo di far cassa iß svendere pezzi importanti del nostro patrimonio paesaggistico e artistico-culturale. L’articolo 27 impone, infatti, alle Soprintendenze la verifica dell’interesse artistico, storico, archeologico ed etnoantropologico dei beni mobili e immobili appartenenti allo Stato, alle Regioni, alle Province, ai Comuni e ad altri enti pubblici. Si tratta di beni attualmente sottoposti a tutela, in base all’articolo 2 del Testo Unico e che, a breve, potrebbero essere derubricati, perdere cioè il loro carattere di beni culturali, essere «sdemanializzati» (se appartenenti allo Stato) e posti sul mercato per essere venduti.

Ciò che solleva maggiori critiche, anche da parte di esponenti della maggioranza, sono i tempi ristrettissimi assegnati a ogni fase del procedimento: emanazione del decreto ministeriale contenente i criteri in base ai quali l’Agenzia del Demanio dovrà comporre gli elenchi e le schede descrittive di ciascun bene, invio di elenchi e schede alle competenti Soprintendenze regionali che li passeranno, poi, alle Soprintendenze competenti per settore che dovranno istituire la pratica, dare il proprio parere affinché a livello regionale si possa completare l’iter. Di fatto, le Soprintendenze avranno appena 60 giorni a disposizione, un tempo ristrettissimo che diventa proibitivo in quelle realtà dove esiste una carenza di organico. Per quanto riguarda invece i beni culturali degli Enti locali, spetterebbe a questi ultimi richiedere la valutazione dell’interesse culturale. A peggiorare la situazione era poi giunto un emendamento (fortunatamente bocciato in Senato) che prevedeva il principio del silenzio-assenso in caso di non completamento dell’iter da parte delle Soprintendenze. Con esso si stabiliva una pericolosa inversione di prospettiva e si dava per scontato che il bene non avesse valore culturale se non per espressa dichiarazione degli organi competenti. Il principio risultava ancora più rischioso se applicato ai beni mobili con collezioni museali che avrebbero potuto essere smembrate, e singoli pezzi essere venduti con conseguenze, di fatto, irreversibili. L’emendamento che introduceva il silenzio-assenso aveva scatenato furibonde polemiche all’interno della stessa compagine governativa. Il ministro Urbani aveva preso carta e penna e scritto a Berlusconi per dichiararsi “assolutamente contrario”, quello per l’Ambiente, Altero Matteoli, aveva chiesto, perentoriamente, il ritiro dell’emendamento. Nella polemica si era inserito anche un piccolo giallo: il relatore, Ivo Tarolli, senatore Udc, “padre” dell’emendamento incriminato, aveva dichiarato di averlo presentato su sollecitazione del Ministro dell’Economia, il quale smentiva categoricamente. Tale, comunque, è stata l’ampiezza delle proteste contro il silenzio-assenso che l’emendamento ha vissuto solo pochi giorni per essere poi bocciato in Commissione Bilancio, al Senato, con soddisfazione di maggioranza e opposizione. Ma anche se il peggio è stato scongiurato (salvo sorprese dell’ultima ora), resta intatto il senso della misura proposta con l’art. 27 del decretone, che mette a rischio di svendita la grande ricchezza dell’Italia minore fatta di edifici storici, rocche, forti e che, combinandosi con le norme (anch’esse presenti nel decretone) sul condono edilizio, prefigurano un Paese esposto ai venti di ogni possibile speculazione. Che cosa succederà, ad esempio, di quei terreni di interesse archeologico su cui il privato ha eretto un abuso edilizio? Il ministro Urbani ha dichiarato in Commissione Cultura del Senato che non c’è da preoccuparsi perché risulterebbero esclusi dal condono gli interventi realizzati su beni culturali vincolati e sulle aree con vincolo di inedificabilità assoluta mentre ai Soprintendenti spetterebbe una sorta di «diritto di veto» sugli abusi da condonare. Ma ogni timore è lecito. Né le norme previste dall’art. 32 del medesimo decreto per la riqualificazione urbanistica, ambientale e paesaggista conseguenti all’abusivismo edilizio potranno fare gran che per raddrizzare il timone.

La portata di queste disposizioni è molto ampia, e, a giudizioni di molti, è grave che il Governo abbia scelto la strada della decretazione d’urgenza in materie così delicate (il decreto è in vigore dal 3 ottobre e attende la conversione in legge). Tutto ciò fa impallidire lo strumento della Finanziaria che rischia di rivelarsi, quest’anno, un guscio quasi vuoto.

Unico articolo di rilievo contenuto nel documento finanziario, relativamente ai beni culturali, riguarda il blocco del turn over e la proroga di un anno dei contratti di lavoro a tempo determinato (art.11) che mantiene il personale in una condizione di costante precarietà. Anche il blocco del turn over assume caratteri di maggior rigidità e non prevede più la deroga a favore degli addetti con compiti di tutela dei beni culturali come è avvenuto lo scorso anno.

Quanto alle risorse destinate al dicastero dei Beni culturali per l’anno finanziario 2004, esse ammontano, in termini di competenza, a 2.180.219 milioni di euro pari allo 0,33 per cento delle risorse finanziarie iscritte nel disegno di legge di Bilancio con un modestissimo aumento (meno di 33 milioni di euro) ripartito tra spese in conto capitale e correnti mentre si contrae la voce relativa a interventi a favore di enti pubblici e privati.

Autore: Vichi De Marchi

Fonte:Il Giornale dell’Arte

AFGHANISTAN: Colpo di scena – ritrovato il favoloso tesoro di Tillia Tepe

Lo si temeva rubato, confiscato o distrutto. Ottimismo anche per centinaia di opere del Museo di Kabul che si pensavano distrutte dai talebani.

Il tesoro, scoperto nel 1978 dall’archeologo russo Victor Sarianidi a Tillia Tepe nel nord dell’Afghanistan all’interno di quella che era l’antica Battriana conquistata da Alessandro Magno, è scampato al furore dei talebani ed è stato recuperato recentemente nel complesso presidenziale di Kabul, quando funzionari di Governo hanno ordinato l’apertura di un locale sotterraneo che si credeva contenesse lingotti di proprietà della Banca Centrale.

Il caveau in cemento, sito sotto un edificio dell’erario, era stato sigillato nel 1989, quando il Governo afghano era ancora spalleggiato dall’ex Unione Sovietica.

I regimi successivi, talebano incluso, hanno tentato in tutti i modi di trovare una via d’accesso ai preziosi oggetti, fallendo però nel tentativo di aprire la robusta porta in acciaio, divelta il 28 agosto scorso da un fabbro specializzato tedesco.

Il tesoro che si temeva fosse stato trasportato a Mosca, confiscato dai funzionari governativi, rubato dai ladri, distrutto dai talebani o addirittura fuso per poi essere rivenduto, comprende oltre 20mila oggetti d’oro di influenze diverse (greche, scitiche, partiche e indiane), tra cui gioielli incastonati con pietre semipreziose e monete: tra i pezzi di maggior valore, si segnalano una corona, un diadema cerimoniale, un fermaglio per abiti con due cupidi, un pendente raffigurante Afrodite, un’elaborata cintura e un pugnale tempestato di gemme.

All’indomani del suo rinvenimento all’interno di sei tombe risalenti a 2000 anni fa (I secolo a.C. – I secolo d.C.) appartenenti presumibilmente a membri del gruppo dei Kushana, il tesoro era stato subito inviato nella capitale, ma nel giro di pochi mesi il Paese era in guerra e veniva occupato dalle truppe sovietiche.

I reperti furono allora messi in salvo, anche se negli ultimi 25 anni l’unico a vederli fu proprio lo scopritore, Sarianidi, nel 1982, e un piccolo gruppo di ambasciatori stranieri a Kabul alla fine degli anni Ottanta.

Nel sotterraneo del palazzo presidenziale insieme agli ori di Tillia Tepe vi sarebbero poi diverse centinaia di oggetti del Museo di Kabul tra cui molti reperti della zona di Bamiyan, la stessa in cui si trovavano le statue dei Buddha distrutte dai talebani nel marzo 2001.

A rivelarlo è stata una fonte informata dei fatti che ha dichiarato che, nel 1989, di fronte all’escalation di furti e saccheggi perpetrati ai danni del Museo, il presidente di allora, Najibullah, ordinò di mettere al sicuro i reperti più importanti in bauli successivamente accatastati nel sotterraneo del palazzo presidenziale.

Autore: Martin Bailey

Fonte:Il Giornale dell’Arte