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Musei quale futuro?

All’indomani dell’approvazione della " Bassanini Due" , legge tesa alla semplificazione della pubblica amministrazione, occorre riflettere sulle poche righe, tanto laconiche quanto travolgenti, dedicate ai musei statali, che attribuiscono al Governo il potere di trasferirne la gestione alle regioni, alle province o ai comuni.La norma non figura nel disegno di legge originariamente proposto dal Governo: è stata inserita nell’articolato a seguito dell’ordine del giorno n. 9/2564/2, – presentato alla Camera dei Deputati nella seduta del 29 aprile scorso dagli Onorevoli Corsini, Novelli, Frattini, Di Bisceglie, Grimaldi, Sabattini, Bielli, Maselli, Boato, Pistelli, Massa, Veltri, Cerulli, Irelli, Migliori, Lumia.Il Governo cosi ha dovuto accollare nell’articolato posto in votazione con ricorso alla fiducia un emendamento che è l’attuale comma 131; ma il testo, che inizialmente prevedeva un obbligo per il Governo stesso ad operare il " trasferimento della gestione" , ora appare recepito in forma attenuata, con " può trasferire ecc." .Per valutare la portata della norma, ritengo che l’esame del testo della raccomandazione del 29 aprile offra un’autorevole chiave di lettura. Vi si dice che " preso atto che i compiti di tutela dei beni culturali e del patrimonio storico-artistico sono… esclusi" dall’ipotesi di conferimento alle regioni e agli enti locali (vedasi la legge " Bassanini Uno" ), la Camera " impegna il Governo a emanare entro nove mesi… decreti legislativi volti a conferire alle regioni e agli enti locali compiti e funzioni di amministrazione, gestione dei musei, nonché dei beni culturali e del patrimonio storico-artistico presente sul territorio, stabilendo altresì che per tali compiti e funzioni regioni ed enti locali possano avvalersi di soggetti privati" .In sostanza, si è definito un asse fra gli organismi rappresentativi delle regioni e dei comuni, da un lato, e un gruppo politicamente rappresentativo di deputati, dall’altro, il quale non ha accettato che l’importante complesso normativo approvato dalle Camere legislative con ricorso al voto di fiducia eludesse il problema della definizione dei poteri delle regioni e degli enti locali in materia di beni culturali, problema che si trascina da vent’anni. Se si lascia allo Stato la tutela – questa sembra essere la posizione – almeno si diano a regioni ed enti locali concreti poteri di gestione dei musei ora statali.La vicenda mi ha fatto venire in mente la celebre Deposizione dell’Antelami nel Duomo di Parma, ove ha una straordinaria evidenza la partita a dadi per l’aggiudicazione dell’inconsutile veste di Cristo. È infatti estremamente difficile – si pensi al patrimonio archeologico, ma non solo – decidere in nove mesi come e perché dei musei statali diventino regionali, provinciali e comunali: su questo manca qualsiasi riflessione pubblica, qualsiasi progetto, qualsiasi garanzia sul perseguimento di obiettivi di validità culturale e di pubblico interesse, mentre l’ammissione che la gestione potrebbe avvenire solo con forme di privatizzazione desta molti sospetti.Ma è il caso di procedere per gradi.Credo che la dimensione delle " autonomie" sia inscritta nell’identità storica del nostro Paese ben più profondamente della dimensione dell’ “unità” statale, perché il centralismo amministrativo è proprio di questi ultimi centovent’anni: ben poco, rispetto alla nostra lunga storia. L’unita dello Stato, poi, che personalmente ritengo un valore da non perdere, non può dirsi d’altra parte compiuta se non quando abbia adeguatamente valorizzato la dimensione locale dei molti fenomeni e valori della vita sociale; tra questi è certamente la ricchissima stratificazione, per aree e per epoche, di fenomeni antropologici, come i dialetti e la produzione artistica, che rende unico il nostro Paese.Nel caso dei musei e delle biblioteche di enti locali – depositari di una consistente porzione della memoria nazionale – la Costituzione (art. 117) affidò alle costituende unità amministrative regionali il molo di organo preposto all’opera di promozione e coordinamento delle ricche e variegate realtà locali. In particolare la Costituzione stabilisce su tale materia la competenza legislativa propria delle Regioni, sia pure circoscrivendo tale potestà " nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato.Le competenze rimaste allo Stato, tuttavia, (soprattutto dopo il Dpr 616/1977) sono state esercitate in modo non adeguato allo sviluppo del Paese, per l’incapacità clamorosa di esercitare a livello nazionale poteri di indirizzo e di rafforzamento di quegli organismi periferici, come le soprintendenze, che sono ormai da quasi un secolo i più vicini alla realtà territoriale locale e ai cittadini. D’altra parte, anche il tentativo di promuovere il ruolo delle Regioni nella tutela dei " beni culturali di interesse locale" è risultalo inadeguato alle prescrizioni del dettato costituzionale, perché l’azione regionale si è troppo spesso ridotta ad essere (almeno per le regioni più ricche) meramente regolatrice del trasferimento di fondi agli enti locali. Inoltre, le procedure di valutazione dell’impatto ambientale sono rimaste di fatto inapplicate.Il problema di fondo che oggi si pone. tuttavia, non è quello della capacità delle regioni o dei comuni di dotarsi di strumenti organizzativi adeguati.La novità è che non ci si interroga più sugli obiettivi della tutela, mentre sono sempre più numerosi coloro i quali ritengono comunque urgente la soppressione delle soprintendenze statali o almeno la devoluzione alle regioni o agli enti locali, oltre che dei musei statali, anche delle competenze nella tutela, incuranti del sovrapporsi in un unico livello istituzionale delle posizioni di controllore e di controllato; un’altra parte delle funzioni delle Soprintendenze, invece, potrebbe essere assolta, secondo un’analoga corrente di pensiero, direttamente dall’imprenditoria privata e la raccomandazione al Governo del 29 aprile è in questo senso estremamente chiara.Non era finora mai accaduto – neppure per la vituperata vicenda degli oltre 600 miliardi dei " giacimenti culturali" (finanziaria 1986, art. 15) – che la gestione statale dei beni culturali venisse così duramente messa in discussione da uno schieramento parlamentare variegato e trasversale, come avviene ormai da due anni. Imputati non sono gli archivi o le biblioteche; indire turismo, musica e spettacolo ancora non sono nelle competenze di un ministero " per i beni e le attività culturali" e su questo fronte solo negli ultimi mesi il Governo sta tentando di tracciare un disegno. Alla sbarra si trovano invece i musei e soprattutto l’azione delle soprintendenze per i beni ambientali e architettonici, se e in quanto il loro lavoro non venga a svolgersi con celerità e tempismo, almeno dal punto di vista delle forze imprenditoriali interessate alla trasformazione del territorio a fini produttivi.D’altra parte ciò accade in un momento di rischio per l’occupazione e, soprattutto, di cruciale innovazione in tutti gli aspetti istituzionali pubblici. È dunque importante che la tutela e la promozione degli immensi valori culturali storicizzati, di cui il nostro paese è depositario (nelle opere d’arte, come negli assetti urbanistici), non resti ai margini di questo processo.Credo che in questo difficile passaggio occorra far lavorare la memoria storica, come ha fatto su questo stesso giornale Vittorio Emiliani il 12 novembre 1995, nei giorni in cui l’abolizione della competenza statale nella tutela dei beni culturali e ambientali era a un passo dal compiersi. Ma occorre anche progettare un futuro che sia rispondente ai fenomeni storici di lungo periodo propri del nostro Paese. Per questo è indispensabile rigettare la logica della spartizione e adottare un metodo, proporsi dei principi che evitino di abbandonare l’attività legislativa a una cieca mediazione fra le lobby. Ritengo che, riguardo al " comma 131" , alcuni di tali principi possano essere i seguenti.Occorre anzitutto, dare un senso ad espressioni come " trasferimento della gestione" , la cui sommarietà, riferita a musei statali, ricorda da vicino la rozzezza dell’art. 47-quater della legge 85/ 1995. Gestione significa direzione? Ma allora perché tanti musei civici in Italia giacciono senza direttore professionale? Oppure significa gestione amministrativa e della vigilanza? E quale garanzia di autonomia, in tal caso, avrebbe il direttore rispetto all’assessore, quale ruolo rispetto alle risorse umane e finanziarie affidategli? Quali risorse economiche e strumentali aggiuntive si ritiene possano porre in campo regioni e enti locali, se non si modificano le loro regole di funzionamento?Occorre chiarire, preliminarmente a ciascun provvedimento attuativo del " comma 131" , quale vantaggio effettivo deriverebbe da esso per l’equilibrato rapporto tra fruizione e conservazione dei beni culturali interessati. Ciò rende necessario riaprire la riflessione sugli obbiettivi della tutela, evitando che la scelta degli strumenti preceda l’individuazione delle finalità.Occorre sempre chiarire, caso per caso, i termini di compatibilità effettiva tra la finalità di lucro – che è caratteristica ineludibile dell’impresa, pubblica come privata – e l’espletamento di funzioni tipicamente pubbliche, quando soggetti imprenditoriali intervengano nella gestione dei musei.Non ci si deve nascondere che il " comma 131" è solo il segno che il legislatore considera per ora ai musei, ma sembra protendere lo sguardo complessivamente verso le funzioni delle soprintendenze statali. Anche qui occorre tener fermi alcuni principi di metodo, tenuto conto dell’impatto comunque notevole che potrebbe avere nei prossimi anni l’applicazione estensiva del concetto di " sussidiarietà" .La ripartizione delle competenze fra stato e regioni deve seguire – e non precedere – l’individuazione degli obiettivi generali di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale che tutte le componenti della Repubblica debbono concorrere a realizzare.L’indispensabile cambiamento degli assetti istituzionali, inclusa la riforma del Ministero per i Beni culturali e ambientali, deve essere ispirato da tali obiettivi, evitando il rischio che la ristrutturazione degli organigrammi e dei poteri risponda a finalità a essi estranee.Non si deve dilapidare il patrimonio unitario giustamente nazionale, delle competenze professionali e della documentazione relativa al territorio. Ma occorre anche – con un processo ampio di rinnovamento delle strategie formative e delle regole di reclutamento degli addetti – riabilitare i soggoli pubblici locali alla partecipazione non marginale all’azione di tutela, che, comunque, lo Stato non può assicurare da solo. Resta il fatto che nei servizi per i beni culturali esiste attualmente in Italia un grave squilibrio tra le punte di eccellenza scientifica, tecnica, di ricerca e la mancanza di una capillare rete di distribuzione di tali competenze professionali sul territorio.I vincoli di tutela, soprattutto quelli su complessi di carattere monumentale e urbanistico, debbono evolvere, diventando documenti ricognitivi della " capacità di portata" e della " vocazione d’uso" dei beni tutelati: come tali, dovrebbero diventare propositivi (sia pure in termini generali) e non soltanto impeditivi: ne risulterebbe promossa la necessaria integrazione fra tutela e pianificazione urbanistica. in assenza della quale i conflitti di interessi pubblici e privati, insorgenti nella fase ormai realizzativa delle modifiche territoriali, divengono devastanti.La programmazione dettagliata degli interventi di ricerca, documentazione, conservazione e valorizzazione, per la parte di competenza dello Stato, è funzione che deve essere trasferita dall’amministrazione ministeriale centrale ad organismi di concertazione a livello regionale, nei quali tutti i soggetti pubblici responsabili dei beni culturali possano concordare tra di loro indirizzi e piani attuativi, fino alla progettazione coordinata e all’esecuzione delle opere o forniture di servizi, eventualmente ricorrendo alla indizione congiunta delle gare d’appalto.A costo di trarre ispirazione dalle sapienti leggi di fine Ottocento, occorre semplificare l’attuale gestione contabile pubblica nel settore dei beni culturali, per renderla adeguata alla realizzazione di progetti di prevalente funzione culturale, spesso oggi ingiustamente equiparati a opere pubbliche di carattere strumentale o economico.

Autore: Pietro Petraroia

Il biglietto dei musei scontato della metà per i giovani e i docenti

Biglietti dei musei a metà prezzo per i giovani dell’Unione europea tra i 18 e i 25 anni e per i docenti di ruolo nelle scuole statali. Lo sconto è previsto dal decreto 28 settembre 1999 n. 375 del Ministero dei Beni culturali, pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 253 del 27 ottobre. Per compensare la perdita degli incassi, viene innalzata da 60 a 65 anni la soglia di età degli aventi diritto all’ingresso gratuito. Finora erano esonerati dal pagamento del biglietto i giovani con meno di 18 anni e le persone oltre i 60 anni: così prevede l’articolo 4 del decreto 507/97 sull’istituzione del biglietto di ingresso a musei, gallerie, scavi di antichità, parchi e giardini monumentali dello Stato. Il decreto 375 riformula l’articolo 4, introducendo nuovi esoneri e sconti ed estendendoli a tutti i cittadini dell’Unione europea e, a condizioni di reciprocità, anche a quelli extra-Ue. Il nuovo quadro è, pertanto, il seguente. Oltre ai soggetti già contemplati nella precedente versione dell’articolo 4 (guide e interpreti turistici, personale del Ministero dei Beni culturali, componenti dell’International council of museums, gruppi o comitive di studenti delle scuole statali e non statali italiane accompagnati dagli insegnanti) possono usufruire dell’ingresso gratuito anche i cittadini della Ue con età compresa fra 18 anni e 65 anni; le comitive di studenti di scuole della Ue accompagnati dagli insegnanti; i docenti e gli studenti delle facoltà di architettura, conservazione dei beni culturali, scienze della formazione, e dei corsi di laurea in lettere o materie letterarie con indirizzo archeologico o storico-artistico delle facoltà di lettere e filosofia; i docenti e gli studenti delle accademie di belle arti. Gli studenti possono ottenere il biglietto gratuito dietro esibizione del certificato di iscrizione per l’anno accademico in corso. Hanno, invece, diritto allo sconto del 50% sul prezzo del biglietto: i cittadini dell’Unione europea di età compresa tra i 18 e i 25 anni; i docenti di ruolo delle scuole statali.

Come fare di un museo un museo affidabile

In epoca di rapido cambiamento delle tecnologie e delle mentalità organizzative nel campo dei beni culturali, il monitoraggio delle strutture e delle attività di base di un museo è un compito caratterizzante ogni serio tentativo di riforma. Richiede, per essere assolto con competenza, una mole notevole di informazioni, spesso ignote agli stessi responsabili o, peggio, consapevolmente nascoste. Per questa ragione il ricorso alla cosiddetta " auto-certificazione" appare una strategia debole, se non inefficace. Sembra, invece, più opportuno avvalersi di procedure interattive e affidabili, gestite da apposite Agenzie.Sotto questo profilo assumono un certo interesse la Registrazione e l’Accreditamento, fasi rilevanti della procedura di valutazione economica e organizzativa (Museums Assessment Program), che dal 1970 l’American Association of Museums attua, sembra, con discreto successo. Da allora sono stati accreditati 750 musei, su un totale di circa 8.500 operanti negli Stati Uniti.L’Accreditamento, oltre che un onore per la reputazione del museo, è una condizione spesso essenziale per ottenere finanziamenti pubblici e privati. Ma è anche una procedura che stimola le istituzioni museali ad adeguarsi a standard internazionali di buona gestione e di efficacia operativa. Non so se alcun museo italiano abbia mai fatto domanda di iscrizione al Museums Assessment Program. Di certo non molti dei nostri 3.500 musei passerebbero l’esame, nemmeno con il minimo dei voti. Tre anni per mettersi in regola.Il programma di Registrazione e Accreditamento serve a certificare l’eccellenza del museo. E’ una garanzia di qualità offerta e riconosciuta dalla comunità museografica, dalle istituzioni di cultura, dagli organismi governativi, dagli enti locali e dalla gente. La procedura di valutazione ha anche valore di orientamento. Diventa, infatti, un intelligente strumento di programmazione culturale quando induce un museo a migliorare la propria attività e ad essere politicamente e amministrativamente responsabile (la parola giusta sarebbe " accountable" ) di fronte alle istituzioni pubbliche e ai cittadini.Il programma è diretto da una commissione di esperti di museografia e di politiche culturali, la cui competenza professionale e rigore scientifico sono unanimemente riconosciuti. La procedura di valutazione è divisa in tre fasi.Inizialmente il museo chiede la Registrazione. E’ una scelta importante, perché dimostra di fatto che il museo vuole investire risorse umane e finanziarie per adeguare le sue attività agli standard richiesti e che possiede le basi per raggiungerli. Ha circa tre anni di tempo per mettersi in regola. Paga una tassa di iscrizione, una tariffa annuale e le spese per il lavoro della Commissione.La seconda fase è quella del Processo di accreditamento. Durante il primo anno l’istituzione si impegna nello studio di se stessa, completando un questionario esaustivo e complesso sui vari aspetti della sua attività: dalla gestione e conto economico, alle politiche museali, all’analisi della domanda. Poi segue l’eventuale approvazione dello studio da parte della commissione e una visita-ispezione di suoi esperti, che si conclude con la redazione di un rapporto. Questa fase dura circa due anni. Infine, sulla base della documentazione raccolta, la commissione decide a favore o contro l’Accreditamento. La certificazione o accreditamento attesta che un museo ha un’attività che corrisponde agli standard definiti dalla professione, che gestisce in modo responsabile la collezione, che offre al pubblico servizi di qualità e che attrae la partecipazione e il sostegno della comunità in cui opera. La procedura non è mai definitiva. Il museo è sottoposto a riesami ricorrenti.Come si può notare dall’elenco sotto riportato, i requisiti standard che un museo accreditabile dovrebbe possedere sono di tipo aperto e generale. Rispettano, cioè, la grande varietà dei contesti e dei contenuti museali. Chi si aspetta standard specifici, del tipo " numero minimo di mq per addetto alla custodia" resterà deluso. Ma sarà positivamente impressionato chi cercherà di ritrovare nelle caratteristiche dei musei italiani difficili riscontri e conferme.La grande maggioranza, se non la totalità, dei nostri musei non è organizzata secondo la logica impersonale degli standard, se pure di tipo generale. Quindi la discussione sulla loro efficacia e sul loro campo di applicazione è aperta: ad esempio, sembra non siano sufficienti standard di tipo industriale, ce ne vorrebbero anche di tipo " ecologico" : che facciano riferimento alla costituzione di un sistema museale locale o che richiedano l’istituzione di una Agenzia di gestione regionale delle attività museali (la proposta è di Alberto Vanelli, direttore ai Beni culturali della Regione Piemonte). Tra gli standard dovrebbe anche comparire la determinazione della dimensione ottimale del museo, che ha ovvie relazioni con le possibilità di fusione e di fare sistema. Una sfida per i musei pubbliciLa procedura di valutazione descritta può sembrare una sfida per i musei pubblici, arroccati su strutture in gran parte obsolete e appesantite da un greve formalismo giuridico. Ma per certi versi appare utile.Perché obbligherebbe il sistema delle Soprintendenze a riorganizzarsi, chiarendo ruoli e responsabilità sostenibili. Se l’unità di riferimento diventa il museo, la Soprintendenza dovrebbe riconoscergli piena autonomia: a cominciare dalla nomina di un direttore a tempo pieno, alla redazione di un conto economico di gestione e alla definizione degli obiettivi museali e culturali di medio e lungo periodo.Perché obbligherebbe i musei comunali ad adeguarsi all’unicità degli standard su tutto il territorio nazionale.Perché il criterio dell’Accreditamento consentirebbe di subordinare i sussidi pubblici alla certificazione o all’iscrizione. Perché la procedura, nelle sue due fasi di registrazione e accreditamento, è garanzia di miglioramento in un’ottica di decentramento amministrativo guidato. Assisterebbe razionalmente, ad esempio, gli 11 componenti della Commissione paritetica prevista dal decreto legge 112/1998 sul trasferimento del museo alle regioni e agli enti locali.Infine una domanda. Per attuare al meglio il decreto sul decentramento amministrativo delle attività culturali è più opportuno assegnare agli enti locali musei accreditati e quindi autonomi e capaci di garantire standard elevati di attività, oppure musei ancora deboli, da guidare sulla via della trasformazione istituzionale e amministrativa?Regioni e comuni dovrebbero mettere le carte sul tavolo. Ecco gli standard per essere registrati e accreditatiLe principali caratteristiche di un museo accreditabile sono classificate, per mera comodità, in undici grandi aree. E’, ovviamente, un elenco puramente indicativo. Per ciascuna di esse si indicano sommariamente i necessari adempimenti. L’elenco comprende ampiamente quello del Museum Accreditation Program del Museum Australia (Victoria).Missione e pianificazione delle attività future: – definire e affermare ufficialmente la missione del museo;- pianificare le attività future (redazione di un business plan e di un piano strategico) in modo coerente con la missione, gli obiettivi di medio periodo e le risorse materiali e umane. Il piano delle attività future dovrà essere chiaro, aggiornato e pubblico.Direzione: – nominare un direttore a tempo pieno, con competenze storico-scientifiche e museografiche, dotato di autorità e risorse finanziarie adeguate;- definire e accettare un codice etico professionale relativo alle attività museali;- organizzare incontri regolari tra i membri del comitato di direzione, in modo che siano chiari e condivisi i ruoli e le responsabilità individuali;- redigere procedure ufficiali di assunzione per i membri del comitato di direzione;- stipulare una polizza di assicurazione (se necessario) per i membri del comitato di direzione.Personale: -organizzare la gestione del personale a tempo pieno, part-time e volontario;-organizzare la formazione e riqualificazione del personale.Finanza: – predisporre il bilancio di esercizio;- predisporre il bilancio di conto capitale;- individuare i criteri tariffari ottimali;- definire un piano di fund e friend raising.Sicurezza, accessibilità, servizi: – disporre di strutture di sicurezza antincendio;- disporre di un piano di emergenza in caso di incendio o disastro;- organizzare l’addestramento del personale;- disporre di dispositivi di sicurezza per la collezione e lo stabile;- predisporre accessi per visitatori disabili;- predisporre servizi igienici in perfetto stato.Gestione della collezione: – definire i criteri di acquisizione delle nuove opere;- attuare un sistema efficace di catalogazione e di archiviazione;- definire procedure per la gestione dei prestiti (in ingresso ed in uscita);- definire procedure per la dismissione delle opere;- definire obiettivi di breve, medio e lungo periodo relativi alla conservazione della collezione.Conservazione della collezione: – dedicare uno spazio adeguato alle attività di deposito e immagazzinamento delle opere;- predisporre il controllo ambientale sui locali di deposito;- predisporre locali speciali per opere che richiedono cure particolari;- predisporre piani di rotazione del materiale sensibile alla luce in esposizione;- mettere a punto tecniche appropriate per l’esposizione di opere che richiedono cure particolari;- definire un piano di attività per la conservazione della collezione.Manutenzione degli edifici: – attuare una regolare manutenzione esterna dello stabile;- predisporre un piano di manutenzione esterna ordinaria dello stabile;- attuare una regolare manutenzione interna dello stabile;- predisporre un piano di manutenzione interna ordinaria dello stabile;- predisporre sistema di controllo della climatizzazione e riscaldamento;- predisporre sistema di controllo dell’illuminazione;- controllare e accertare la presenza di insetti e muffe;- organizzare il servizio di pulizia.Mostre: – elaborare una politica culturale espositiva;- definire il calendario delle mostre temporanee;- predisporre il display tematico, dotato di informazioni accurate;- predisporre materiali informativi.Didattica: – definire una politica per la didattica;- predisporre materiali didattici per le scuole;- predisporre programmi diversificati per pubblici differenti;- cercare un collegamento a reti museali di rilevanza nazionale e internazionale;- sviluppare una politica editoriale.Marketing e comunicazione: – definire obiettivi della politica della comunicazione;- promuovere campagne pubblicitarie per rafforzare l’immagine e l’identità del museo;- promuovere indagini sui visitatori, effettivi e potenziali;- attivare azioni di marketing e sforzi per lo sviluppo del museo;- predisporre una presentazione del museo su diversi supporti;- definire il lodo del museo;- realizzare un servizio di relazioni pubbliche.

Autore: Walter Santagata

Fonte:Il Giornale dell’Arte

La ricetta per i musei si chiama autonomia

Le dichiarazioni dell’onorevole Sgarbi riguardo le intenzioni del dicastero appena insediato di rendere gratuito l’ingresso ai musei, ispirandosi a politiche in uso nei musei britannici rappresenta ciò che gli stessi abitanti della notoriamente perfida Albione riterrebbero una dead duck (anitra morta). Una politica meno demagogica ma sicuramente più efficace consiglierebbe piuttosto un sistema meno monolitico di tariffe e biglietti cumulativi, studiati secondo le richieste di un pubblico differenziato. Il provvedimento ventilato é non meno inopportuno in quanto l’incasso dei musei rinnovati a fatica e a grande costo per la collettività, ha portato allo Stato nel ’99 circa 127 miliardi di lire, in gran parte provenienti dal turismo estero.Più urgente e degno di attenzione pare il tema di una vera autonomia dei musei che nella definizione dell’Icom sono “istituzione permanente senza scopo di lucro al servizio della società e del suo sviluppo” definizione acquisita da tempo negli altri Paesi europei, ma non ancora recepita dalla legislazione italiana in quanto il museo resta tuttora identificabile con la sola collezione.Oggi le formule di apertura verso il privato, previste dalla legge Ronchey sono in grave crisi (i cosiddetti servizi aggiuntivi): perché i privati non arrivano a stabilire un’economia di scala, ma soprattutto perché non è così, frazionando le competenze, che si possa governare e promuovere un’istituzione culturale. La vera sfida per un governo che si dica liberale è senz’altro quella di affrontare il nodo gordiano dell’identità museale, della sua missione (o meglio, la latineggiante missio, più cara ai gusti filologicamente corretti di alcuni).Un importante passo per avvicinare il museo, al pubblico e per incoraggiare quest’ultimo a vedere nei beni culturali una risorsa ambientale, come precisa Zanardi qui a fianco, è quello appena portato a termine dal Ministero stesso degli Standard museali.Il documento finalizzato pochi giorni prima della fine dell’ultima legislatura, elaborato da una commissione di esperti e studiosi, e un tentativo di misurarsi con molti aspetti della vita museale che mette a fuoco non soltanto la corretta conservazione delle opere, ma soprattutto il rapporto con il pubblico dall’accoglienza, alla qualità della comunicazione, ai “servizi per l’utente”, introducendo nel linguaggio ministeriale delle novità fin qui mai udite: un documento, infine, non burocratico, ma un manuale di uso pratico, di consultazione, a disposizione di ogni museo della Repubblica.Ma il problema dell’identità museale nella società non è che uno degli aspetti di una politica culturale ancora da concepire. Non si può ignorare, per fare soltanto un esempio, che le neonate fondazioni liriche (gli end lirici sono 13 in tutt’ltalia) hanno assorbito nell’anno 2000, 463 miliardi sul totale di mille miliardi a disposizione di tutti gli spettacoli dal vivo, quasi 10% in più dell’anno precedente. La danza, uno dei comparti più creativi e innovativi riceve per l’intero settore – che conta quasi 80 compagnie – soltanto 13,4 miliardi, forse per un antico pregiudizio che equipara la danza moderna al balletto; mentre il Teatro di Prosa aspetta da anni una legge e una razionalizzazione delle risorse.Un recente studio sempre in terra britannica ha rilevato che l’80 % della popolazione adulta è impegnata in qualche forma di apprendimento volontario e meno del 20% trova espressione dentro i canali tradizionali di scuola e università. La domanda di acculturamento esiste, ma resta potenziale e si rivela soltanto nel momento in cui l’offerta si avvicina alla domanda.Non potrebbe essere questa una strada importante per un rinnovato sistema della cultura, in grado di confrontare e commisurare insieme domanda e offerta?

Autore: Anna Detheridge

Fonte:Il Sole-24 Ore

Sgarbi: Basta con le scolaresche nei musei””

Per una riforma della scuola si potrebbe cominciare da lì, dall’educazione artistica. Intanto rendendo la materia facoltativa come la religione (“Perché l’arte è come la religione”), e poi abolendo la dannosa abitudine delle scolaresche in visita ai musei (“Sono inutili deportazioni”). Vittorio Sgarbi, sottosegretario ai Beni Culturali interviene nel dibattito sulla scuola italiana con un ragionamento che ai più appare una provocazione. Ma sul quale lui insiste: “Bisogna scegliere visite d’arte virtuali tramite internet e rendere facoltativa l’ora di religione”, spiega in un’intervista a Italia Oggi, suggerendo un pronto intervento in tal senso del ministro Letizia Moratti. Dalla Pubblica Istruzione, alla fine di un giorno di fuoco sulle immissioni in ruolo degli insegnanti, solo il sottosegretario Valentina Aprea ha la pazienza di rispondere “all’amico” – come lei di Forza Italia – Sgarbi. E commenta: “L’ultima cosa che farei alla fine di questa giornata massacrante è prendere in considerazione le provocazioni di Sgarbi. Se però vogliamo parlare seriamente, allora rimando alla commissione sui cicli che già dalla prossima settimana affronterà la questione delle revisioni curricolari”. L’ex ministro della Scuola, Luigi Berlinguer replica: “Sgarbi è grottesco e paradossale; può certo dire ciò che vuole ma senza dimenticare di avere un ruolo istituzionale. Questo è un messaggio pericoloso, e inoltre c’è modo e modo di portare gli studenti nei musei. Se le visite sono preparate, si tratta di appuntamenti di straordinaria importanza culturale e educativa”. E sull’arte come religione invita a non mischiare il sacro con il profano, ma anche a “non ridurre” l’istruzione artistica. La polemica era già esplosa con il danneggiamento di due dipinti di Matisse nel ’98 ai Musei Capitolini a Roma, dopo la visita delle scolaresche. Di “utile richiamo” parla il soprintendente di Roma, Claudio Strinati.

Autore: G. C.

Fonte:La Repubblica