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Come fare di un museo un museo affidabile

In epoca di rapido cambiamento delle tecnologie e delle mentalità organizzative nel campo dei beni culturali, il monitoraggio delle strutture e delle attività di base di un museo è un compito caratterizzante ogni serio tentativo di riforma. Richiede, per essere assolto con competenza, una mole notevole di informazioni, spesso ignote agli stessi responsabili o, peggio, consapevolmente nascoste. Per questa ragione il ricorso alla cosiddetta " auto-certificazione" appare una strategia debole, se non inefficace. Sembra, invece, più opportuno avvalersi di procedure interattive e affidabili, gestite da apposite Agenzie.Sotto questo profilo assumono un certo interesse la Registrazione e l’Accreditamento, fasi rilevanti della procedura di valutazione economica e organizzativa (Museums Assessment Program), che dal 1970 l’American Association of Museums attua, sembra, con discreto successo. Da allora sono stati accreditati 750 musei, su un totale di circa 8.500 operanti negli Stati Uniti.L’Accreditamento, oltre che un onore per la reputazione del museo, è una condizione spesso essenziale per ottenere finanziamenti pubblici e privati. Ma è anche una procedura che stimola le istituzioni museali ad adeguarsi a standard internazionali di buona gestione e di efficacia operativa. Non so se alcun museo italiano abbia mai fatto domanda di iscrizione al Museums Assessment Program. Di certo non molti dei nostri 3.500 musei passerebbero l’esame, nemmeno con il minimo dei voti. Tre anni per mettersi in regola.Il programma di Registrazione e Accreditamento serve a certificare l’eccellenza del museo. E’ una garanzia di qualità offerta e riconosciuta dalla comunità museografica, dalle istituzioni di cultura, dagli organismi governativi, dagli enti locali e dalla gente. La procedura di valutazione ha anche valore di orientamento. Diventa, infatti, un intelligente strumento di programmazione culturale quando induce un museo a migliorare la propria attività e ad essere politicamente e amministrativamente responsabile (la parola giusta sarebbe " accountable" ) di fronte alle istituzioni pubbliche e ai cittadini.Il programma è diretto da una commissione di esperti di museografia e di politiche culturali, la cui competenza professionale e rigore scientifico sono unanimemente riconosciuti. La procedura di valutazione è divisa in tre fasi.Inizialmente il museo chiede la Registrazione. E’ una scelta importante, perché dimostra di fatto che il museo vuole investire risorse umane e finanziarie per adeguare le sue attività agli standard richiesti e che possiede le basi per raggiungerli. Ha circa tre anni di tempo per mettersi in regola. Paga una tassa di iscrizione, una tariffa annuale e le spese per il lavoro della Commissione.La seconda fase è quella del Processo di accreditamento. Durante il primo anno l’istituzione si impegna nello studio di se stessa, completando un questionario esaustivo e complesso sui vari aspetti della sua attività: dalla gestione e conto economico, alle politiche museali, all’analisi della domanda. Poi segue l’eventuale approvazione dello studio da parte della commissione e una visita-ispezione di suoi esperti, che si conclude con la redazione di un rapporto. Questa fase dura circa due anni. Infine, sulla base della documentazione raccolta, la commissione decide a favore o contro l’Accreditamento. La certificazione o accreditamento attesta che un museo ha un’attività che corrisponde agli standard definiti dalla professione, che gestisce in modo responsabile la collezione, che offre al pubblico servizi di qualità e che attrae la partecipazione e il sostegno della comunità in cui opera. La procedura non è mai definitiva. Il museo è sottoposto a riesami ricorrenti.Come si può notare dall’elenco sotto riportato, i requisiti standard che un museo accreditabile dovrebbe possedere sono di tipo aperto e generale. Rispettano, cioè, la grande varietà dei contesti e dei contenuti museali. Chi si aspetta standard specifici, del tipo " numero minimo di mq per addetto alla custodia" resterà deluso. Ma sarà positivamente impressionato chi cercherà di ritrovare nelle caratteristiche dei musei italiani difficili riscontri e conferme.La grande maggioranza, se non la totalità, dei nostri musei non è organizzata secondo la logica impersonale degli standard, se pure di tipo generale. Quindi la discussione sulla loro efficacia e sul loro campo di applicazione è aperta: ad esempio, sembra non siano sufficienti standard di tipo industriale, ce ne vorrebbero anche di tipo " ecologico" : che facciano riferimento alla costituzione di un sistema museale locale o che richiedano l’istituzione di una Agenzia di gestione regionale delle attività museali (la proposta è di Alberto Vanelli, direttore ai Beni culturali della Regione Piemonte). Tra gli standard dovrebbe anche comparire la determinazione della dimensione ottimale del museo, che ha ovvie relazioni con le possibilità di fusione e di fare sistema. Una sfida per i musei pubbliciLa procedura di valutazione descritta può sembrare una sfida per i musei pubblici, arroccati su strutture in gran parte obsolete e appesantite da un greve formalismo giuridico. Ma per certi versi appare utile.Perché obbligherebbe il sistema delle Soprintendenze a riorganizzarsi, chiarendo ruoli e responsabilità sostenibili. Se l’unità di riferimento diventa il museo, la Soprintendenza dovrebbe riconoscergli piena autonomia: a cominciare dalla nomina di un direttore a tempo pieno, alla redazione di un conto economico di gestione e alla definizione degli obiettivi museali e culturali di medio e lungo periodo.Perché obbligherebbe i musei comunali ad adeguarsi all’unicità degli standard su tutto il territorio nazionale.Perché il criterio dell’Accreditamento consentirebbe di subordinare i sussidi pubblici alla certificazione o all’iscrizione. Perché la procedura, nelle sue due fasi di registrazione e accreditamento, è garanzia di miglioramento in un’ottica di decentramento amministrativo guidato. Assisterebbe razionalmente, ad esempio, gli 11 componenti della Commissione paritetica prevista dal decreto legge 112/1998 sul trasferimento del museo alle regioni e agli enti locali.Infine una domanda. Per attuare al meglio il decreto sul decentramento amministrativo delle attività culturali è più opportuno assegnare agli enti locali musei accreditati e quindi autonomi e capaci di garantire standard elevati di attività, oppure musei ancora deboli, da guidare sulla via della trasformazione istituzionale e amministrativa?Regioni e comuni dovrebbero mettere le carte sul tavolo. Ecco gli standard per essere registrati e accreditatiLe principali caratteristiche di un museo accreditabile sono classificate, per mera comodità, in undici grandi aree. E’, ovviamente, un elenco puramente indicativo. Per ciascuna di esse si indicano sommariamente i necessari adempimenti. L’elenco comprende ampiamente quello del Museum Accreditation Program del Museum Australia (Victoria).Missione e pianificazione delle attività future: – definire e affermare ufficialmente la missione del museo;- pianificare le attività future (redazione di un business plan e di un piano strategico) in modo coerente con la missione, gli obiettivi di medio periodo e le risorse materiali e umane. Il piano delle attività future dovrà essere chiaro, aggiornato e pubblico.Direzione: – nominare un direttore a tempo pieno, con competenze storico-scientifiche e museografiche, dotato di autorità e risorse finanziarie adeguate;- definire e accettare un codice etico professionale relativo alle attività museali;- organizzare incontri regolari tra i membri del comitato di direzione, in modo che siano chiari e condivisi i ruoli e le responsabilità individuali;- redigere procedure ufficiali di assunzione per i membri del comitato di direzione;- stipulare una polizza di assicurazione (se necessario) per i membri del comitato di direzione.Personale: -organizzare la gestione del personale a tempo pieno, part-time e volontario;-organizzare la formazione e riqualificazione del personale.Finanza: – predisporre il bilancio di esercizio;- predisporre il bilancio di conto capitale;- individuare i criteri tariffari ottimali;- definire un piano di fund e friend raising.Sicurezza, accessibilità, servizi: – disporre di strutture di sicurezza antincendio;- disporre di un piano di emergenza in caso di incendio o disastro;- organizzare l’addestramento del personale;- disporre di dispositivi di sicurezza per la collezione e lo stabile;- predisporre accessi per visitatori disabili;- predisporre servizi igienici in perfetto stato.Gestione della collezione: – definire i criteri di acquisizione delle nuove opere;- attuare un sistema efficace di catalogazione e di archiviazione;- definire procedure per la gestione dei prestiti (in ingresso ed in uscita);- definire procedure per la dismissione delle opere;- definire obiettivi di breve, medio e lungo periodo relativi alla conservazione della collezione.Conservazione della collezione: – dedicare uno spazio adeguato alle attività di deposito e immagazzinamento delle opere;- predisporre il controllo ambientale sui locali di deposito;- predisporre locali speciali per opere che richiedono cure particolari;- predisporre piani di rotazione del materiale sensibile alla luce in esposizione;- mettere a punto tecniche appropriate per l’esposizione di opere che richiedono cure particolari;- definire un piano di attività per la conservazione della collezione.Manutenzione degli edifici: – attuare una regolare manutenzione esterna dello stabile;- predisporre un piano di manutenzione esterna ordinaria dello stabile;- attuare una regolare manutenzione interna dello stabile;- predisporre un piano di manutenzione interna ordinaria dello stabile;- predisporre sistema di controllo della climatizzazione e riscaldamento;- predisporre sistema di controllo dell’illuminazione;- controllare e accertare la presenza di insetti e muffe;- organizzare il servizio di pulizia.Mostre: – elaborare una politica culturale espositiva;- definire il calendario delle mostre temporanee;- predisporre il display tematico, dotato di informazioni accurate;- predisporre materiali informativi.Didattica: – definire una politica per la didattica;- predisporre materiali didattici per le scuole;- predisporre programmi diversificati per pubblici differenti;- cercare un collegamento a reti museali di rilevanza nazionale e internazionale;- sviluppare una politica editoriale.Marketing e comunicazione: – definire obiettivi della politica della comunicazione;- promuovere campagne pubblicitarie per rafforzare l’immagine e l’identità del museo;- promuovere indagini sui visitatori, effettivi e potenziali;- attivare azioni di marketing e sforzi per lo sviluppo del museo;- predisporre una presentazione del museo su diversi supporti;- definire il lodo del museo;- realizzare un servizio di relazioni pubbliche.

Autore: Walter Santagata

Fonte:Il Giornale dell’Arte

La ricetta per i musei si chiama autonomia

Le dichiarazioni dell’onorevole Sgarbi riguardo le intenzioni del dicastero appena insediato di rendere gratuito l’ingresso ai musei, ispirandosi a politiche in uso nei musei britannici rappresenta ciò che gli stessi abitanti della notoriamente perfida Albione riterrebbero una dead duck (anitra morta). Una politica meno demagogica ma sicuramente più efficace consiglierebbe piuttosto un sistema meno monolitico di tariffe e biglietti cumulativi, studiati secondo le richieste di un pubblico differenziato. Il provvedimento ventilato é non meno inopportuno in quanto l’incasso dei musei rinnovati a fatica e a grande costo per la collettività, ha portato allo Stato nel ’99 circa 127 miliardi di lire, in gran parte provenienti dal turismo estero.Più urgente e degno di attenzione pare il tema di una vera autonomia dei musei che nella definizione dell’Icom sono “istituzione permanente senza scopo di lucro al servizio della società e del suo sviluppo” definizione acquisita da tempo negli altri Paesi europei, ma non ancora recepita dalla legislazione italiana in quanto il museo resta tuttora identificabile con la sola collezione.Oggi le formule di apertura verso il privato, previste dalla legge Ronchey sono in grave crisi (i cosiddetti servizi aggiuntivi): perché i privati non arrivano a stabilire un’economia di scala, ma soprattutto perché non è così, frazionando le competenze, che si possa governare e promuovere un’istituzione culturale. La vera sfida per un governo che si dica liberale è senz’altro quella di affrontare il nodo gordiano dell’identità museale, della sua missione (o meglio, la latineggiante missio, più cara ai gusti filologicamente corretti di alcuni).Un importante passo per avvicinare il museo, al pubblico e per incoraggiare quest’ultimo a vedere nei beni culturali una risorsa ambientale, come precisa Zanardi qui a fianco, è quello appena portato a termine dal Ministero stesso degli Standard museali.Il documento finalizzato pochi giorni prima della fine dell’ultima legislatura, elaborato da una commissione di esperti e studiosi, e un tentativo di misurarsi con molti aspetti della vita museale che mette a fuoco non soltanto la corretta conservazione delle opere, ma soprattutto il rapporto con il pubblico dall’accoglienza, alla qualità della comunicazione, ai “servizi per l’utente”, introducendo nel linguaggio ministeriale delle novità fin qui mai udite: un documento, infine, non burocratico, ma un manuale di uso pratico, di consultazione, a disposizione di ogni museo della Repubblica.Ma il problema dell’identità museale nella società non è che uno degli aspetti di una politica culturale ancora da concepire. Non si può ignorare, per fare soltanto un esempio, che le neonate fondazioni liriche (gli end lirici sono 13 in tutt’ltalia) hanno assorbito nell’anno 2000, 463 miliardi sul totale di mille miliardi a disposizione di tutti gli spettacoli dal vivo, quasi 10% in più dell’anno precedente. La danza, uno dei comparti più creativi e innovativi riceve per l’intero settore – che conta quasi 80 compagnie – soltanto 13,4 miliardi, forse per un antico pregiudizio che equipara la danza moderna al balletto; mentre il Teatro di Prosa aspetta da anni una legge e una razionalizzazione delle risorse.Un recente studio sempre in terra britannica ha rilevato che l’80 % della popolazione adulta è impegnata in qualche forma di apprendimento volontario e meno del 20% trova espressione dentro i canali tradizionali di scuola e università. La domanda di acculturamento esiste, ma resta potenziale e si rivela soltanto nel momento in cui l’offerta si avvicina alla domanda.Non potrebbe essere questa una strada importante per un rinnovato sistema della cultura, in grado di confrontare e commisurare insieme domanda e offerta?

Autore: Anna Detheridge

Fonte:Il Sole-24 Ore

Sgarbi: Basta con le scolaresche nei musei””

Per una riforma della scuola si potrebbe cominciare da lì, dall’educazione artistica. Intanto rendendo la materia facoltativa come la religione (“Perché l’arte è come la religione”), e poi abolendo la dannosa abitudine delle scolaresche in visita ai musei (“Sono inutili deportazioni”). Vittorio Sgarbi, sottosegretario ai Beni Culturali interviene nel dibattito sulla scuola italiana con un ragionamento che ai più appare una provocazione. Ma sul quale lui insiste: “Bisogna scegliere visite d’arte virtuali tramite internet e rendere facoltativa l’ora di religione”, spiega in un’intervista a Italia Oggi, suggerendo un pronto intervento in tal senso del ministro Letizia Moratti. Dalla Pubblica Istruzione, alla fine di un giorno di fuoco sulle immissioni in ruolo degli insegnanti, solo il sottosegretario Valentina Aprea ha la pazienza di rispondere “all’amico” – come lei di Forza Italia – Sgarbi. E commenta: “L’ultima cosa che farei alla fine di questa giornata massacrante è prendere in considerazione le provocazioni di Sgarbi. Se però vogliamo parlare seriamente, allora rimando alla commissione sui cicli che già dalla prossima settimana affronterà la questione delle revisioni curricolari”. L’ex ministro della Scuola, Luigi Berlinguer replica: “Sgarbi è grottesco e paradossale; può certo dire ciò che vuole ma senza dimenticare di avere un ruolo istituzionale. Questo è un messaggio pericoloso, e inoltre c’è modo e modo di portare gli studenti nei musei. Se le visite sono preparate, si tratta di appuntamenti di straordinaria importanza culturale e educativa”. E sull’arte come religione invita a non mischiare il sacro con il profano, ma anche a “non ridurre” l’istruzione artistica. La polemica era già esplosa con il danneggiamento di due dipinti di Matisse nel ’98 ai Musei Capitolini a Roma, dopo la visita delle scolaresche. Di “utile richiamo” parla il soprintendente di Roma, Claudio Strinati.

Autore: G. C.

Fonte:La Repubblica

Devolution anche sull’arte. La Toscana vuole il fai da te

Beni artistici e musei da gestire " in casa" , in piena autonomia, " senza l’ingombro oppressivo del ministero chiamato a decidere su qualsiasi questione, persino sui turni di lavoro dei custodi" . Il presidente toscano Claudio Martini ha deciso di fare il primo passo sulla strada della devolution culturale: chiederà al governo l’autonomia speciale nella gestione dell’immenso patrimonio artistico che ogni anno attira in Toscana milioni di turisti e che rappresenta una ricchezza di valore incalcolabile. La conquista dell’indipendenza passa attraverso una legge a cui gli uffici della Regione stanno già lavorando e che presto sarà presentata a Roma per essere ratificata dal Parlamento. " Aspetto solo l’esito del referendum sul federalismo – dice Martini – a cui vedo che dopo Ghigo e Storace adesso anche Formigoni chiede di votare " si" . Dopo tante inutili polemiche contro la riforma approvata dall’Ulivo, alla fine è stata abbandonata dai presidenti del centro destra una posizione prettamente ideologica e si è capito che era nell’interesse delle Regioni arrivare a questo primo traguardo. Che significa finalmente la possibilità di ottenere l’autonomia speciale in alcune materie. La Toscana inizia dai beni culturali" . Cosa vuol dire gestione in proprio Martini lo spiega così: " C’è bisogno di maggiore efficienza, di orari più lunghi, di nuovo personale da inserire nei circuiti espositivi. Ma soprattutto una gestione autonoma dei beni culturali ci darà la libertà di inventare qualcosa di nuovo, di creare ricchezza e occupazione, di collegare un settore chiave della nostra regione al sistema economico. Se non è la Toscana a guidare questa esperienza pilota, allora temo che moriremo tutti ministeriali" .Sa bene Martini che la proposta non sarà accolta con grande entusiasmo dagli addetti ai lavori. A cominciare dal fatto che nel suo progetto i sovrintendenti non avrebbero più come referente il ministro ma, appunto, il presidente della giunta regionale. " Mi aspetto qualche polemica, certamente" , confessa. " Ma faccio notare che nessuno si scandalizza quando Formigoni chiede autonomia totale su materie come sicurezza, scuola e sanità. E nessuno trovava niente da ridire neppure quando il presidente della Lombardia voleva a tutti i costi il referendum sulla devolution" . E’ innegabile, però, che i tesori d’arte posseduti dalla Toscana non superino in quantità e qualità quelli di molte altre regioni, che non sarebbero avvantaggiate allo stesso modo dalla riforma. " E invece vogliamo che questa sia l’occasione per creare forme di collaborazione" , ribatte Martini, " non solo con le regioni che hanno caratteristiche simili, ma anche con quelle che ancora devono cominciare a lavorare sull’autonomia di gestione dei beni culturali. Si potrebbero costruire forme di partenariato anche con il sud creando percorsi tematici integrati come la grande arte gotica, il romanico, il Rinascimento. Federalismo non significa provincialismo. Della maggiore autonomia si deve fare un uso di respiro nazionale. E valorizzare i beni della Toscana significa prima di tutto questo. Sono temi che ho già proposto a Berlusconi di discutere ma senza ottenere risposta. Lo inviterò di nuovo a farci visita, mi aspetto di vederlo molto presto in Toscana" .

Fonte:La Repubblica

Tate modern un museo-lager

Non so se vi è mai capitata l’occasione di visitare un museo, quando sono in commando le scolaresche dei più piccini, precoci kamikaze d’asilo spesso deportati con buone intenzioni a odiare per sempre l’arte, soprattutto se messi a contatto con artisti più grandi della loro capacità di comprensione, Malevic, Merz o altri concettuali che siano. Costretti a forza (seduti o graziosamente stravaccati controvoglia a terra, tra gli squittii commossi delle mammine, e dediti soltanto alla scappatoia liberatrice del dispetto del compagno), mentre un intemerato docente blatera luoghi comuni divenuti dogmi, chiedendo loro di riconoscere qui un inesistente limone là una virtuale lambretta (come se fosse questo il vero valore dell’arte). Ebbene, a vedere come vanno le cose negli ultimi musei più à-la-page , c’è davvero il rischio di considerarci noi tutti dei coatti bambini analfabeti, costretti a una “asilizzazione” rampante.Basta l’esempio della neonata, Tate modern, così sontuosa e spettacolare nelle sue forme esteriori. Ma se sali ai piani e (via folli effetti speciali d’accoglienza) ti fermi a riflettere un poco a come è stato organizzato (non più cronologicamente ma tematicamente) il viaggio-charter attraverso i capolavori britannici della collezione del Museo, un poco di brividi ti assalgono. Intanto quelle nere scritte impositive, che ti accolgono sulla soglia come marchi da Lager: se giri a destra sei costretto come Dante a entrare nel girone di Materia, Paesaggio, Ambiente, se svolti dall’altro lato eccoti finito nel pelago di Storia, Memoria, Società, e guai se ti viene da guardare un’opera, così, per le sue intrinseche qualità, senza vigilare se sta nel sacchettino dei Nudi oppure nelle Nature Morte (e allora, povero Picasso, che disse un giorno che anche le nature morte erano per lui dei nudi?). Insomma, non che il vecchio metodo della cronologia fosse la panacea, ma almeno ti lasciava libero di reagire ad un’opera come meglio ti pareva. Qui, invece, ormai è tutto impacchettato, predigerito, surgelato, un attimo di sguardo-scongelo e devi già passare a un altro capitoletto del bigino d’avanguardia, godendoti al massimo la schiccheria snob e stolta d’un Morandi accanto a Kossuth, perché entrambi hanno a che fare col Tempo! Oppure Long vis-à-vis di Cèzanne perché entrambi destinati allo scaffalino del Paesaggio. Che tristezza questi manicaretti della New Aesthetics col vizietto del vetrinismo! L’unico effetto è che il ligio visitatore, d’un complesso Bonnard, non veda altro che il soggetto, nudo e null’altro. Un bel colpo davvero!

Autore: Marco Vallora

Fonte:La Stampa