Archivi categoria: Beni da salvare

UGGIANO LA CHIESA (Le). Salviamo la Chiesa.

Il 5 novembre 2005 la facciata della chiesa madre ha avuto un cedimento con il conseguente crollo di alcuni pezzi di materiale lapideo dell’apparato scultoreo e di alcune parti dei cornicioni che sono di base alle statue dei SS. Pietro e Paolo.

In seguito ad approfondite verifiche effettuate da tecnici specializzati, dalla Soprintendenza ai Beni Storici e Artistici, dal Genio Civile, dai Tecnici del Ministero per i Beni Culturali e dall’Ufficio Diocesano per i Beni Culturali, si è dovuto provvedere con la massima urgenza a puntellare e proteggere le sezioni interessate. Inoltre è stato redatto un progetto di conservazione e restauro.

La situazione di degrado della struttura della chiesa è piuttosto grave, soprattutto per quanto riguarda la copertura che presenta gravi problemi di infiltrazione e di dissesto e desta serie preoccupazioni circa la tenuta.

Complessivamente il progetto di restauro interessa l’intera area esterna della chiesa (comprendente la facciata principale, la torre campanaria, le facciate laterali, la cupola, la lanterna, i tetti, i finestroni, i pluviali, il rifacimento dell’impianto parafulmine, i muri d’attico). L’importo previsto per i lavori ammonta a euro 450.000,00.

Sono state inoltrate richieste di contributo oltre che alla Conferenza Episcopale Italiana, ad ogni tipo di ente pubblico e privato, ma allo stato si resta in attesa di una risposta.
 

Autore: Rosario Nicolardi

NAPOLI. Galleria Principe cenerentola dei monumenti abbandonati.

Dentro, un gioiello di fine Ottocento che agonizza. Aspettando i tavolini e le botteghe che verranno, l’erba cresce sulle pareti cariche di stucchi e candelieri in bronzo. I vetri delle volte sono mediamente squarciati, i sotterranei con le insegne d’epoca mostrano infissi sventrati, attraverso i quali c’è la distesa di rifiuti che nessuno ha rimosso, arredi di ex comitati elettorali che a loro volta erano uffici comunali e postali, poi qualunque altra cosa chiusa e lasciata lì.

A mezzogiorno, un giovane dal passo instabile ondeggia nella Galleria deserta, trova un angolo e fuma la sua dose, lo sguardo
perso nel vuoto, destino analogo a questo monumento con un grande passato e senza un presente decoroso, del futuro neanche a parlarne. Fuori, sorto gli ampi portici, c’è in agguato la scena più penosa: è la passeggiata dei Miasmi.
Le esalazioni di un glande orinatoio all’aperto. Croce per migliaia di cittadini costretti a deviare il percorso, pessima sorpresa per quei turisti che escono dal Museo Nazionale e si imbattono nella baraccopoli per clochard ed extracomunitari allestita all’esterno delle Galleria. Letto, cucina, bagno, coperte e bottiglie vuote, tutto concentrato tra cartonie transenne, sotto i portici di via Pessina.
La Galleria Principe in una mattinata di fine agosto, ieri. Altra fotografia dell’incuria che corrompe un patrimonio, allontana i cittadini dai ‘loro’ luoghi. E ammorba l’aria, in tutti i sensi. Dopo Molosiglio, Repubblica visita un’altra delle passeggiate possibili cancellate di fatto da abbandono e mancanza di igiene.
La luce che filtra dalle volte-gioiello illumina impietosamente gli angoli sbrecciati, le coltivazioni selvatiche maturate in cima tra gli stucchi, gli avvallamenti che rendono l’intero calpestio insicuro d’estate e impraticabile d’inverno. La Galleria minore di Napoli è sempre stata la ‘cenerentola’ dei monumenti, asimmetrica con i suoi tre bracci, svuotata quasi di ogni attività e dunque di fatto consegnata alle vite e ai gesti di chi vive ai margini. Toccò
al regista inglese Anthony Minghella farle vivere qualche giorno di gloria, otto anni fa: conquistato dagli arredi in legno e dalle insegne decò, nel 1998, girò alcune scene di ‘Il talento di MrRipley’, era appunto girato nell’Italia dei ’50, pare fosse sorpreso di vedere un brano del centro storico sottratto
all’alluminio e alle tante incrostazioni di cemento.

Mille petizioni da parte di cittadini e negozianti — nella zona impreziosita dall’Accademia e dal teatro Bellini, luoghi ideali cui raccordare la passeggiata in Galleria— non hanno sortito effetti. Due anni fa, dopo l’ennesimo crollo di calcinacci e la chiusura temporanea di uno dei tre accessi, dal Comune spiegarono che «la più raffinata delle gallerie napoletane» avrebbe vissuto presto una svolta. Nel marzo del 2004 risultava infatti già approvato il progetto di riqualificazione. «Siamo pronti, partiremo a breve»,
recitò l’immancabile ottimismo degli amministratori di allora. Erano tre gli assessorati coinvolti, esecutore del progetto la’Romeo Gestioni’ e l’elaborazione si guadagnò anche riconoscimenti e pubblicazioni. Erano previsti 22 locali interni e 12 vani ‘aerei’, lungo l’effetto-serra della passeggiata centrale. I tavoli dei caffè letterari, galleria d’arte, musica dal vivo, associazioni culturali. Quello che è oggi lo racconta uno dei tanti napoletani esasperati dallo spettacolo di un monumento affogato nei miasmi. «Non è
possibile neppure aspettare un bus lungo via Pessina—si lamenta a buon ragione Cannine Scalone — La puzza di urine e escrementi impedisce la sosta anche per pochi minuti; e questa situazione si trascina da anni. A tanti di noi piacerebbe poter vivere questa Galleria». Aspettando i tavolini.


 

Autore: Conchita Sannino

Fonte:La Repubblica

MILANO. Mantegna? Va bene. Ma non perdiamo i Canaletto contesi.

Decisamente Milano si è avviata su di una politica di potatura.
I grattacieli si faranno, ma più bassi; il museo della moda non si farà più; del museo del XX secolo, all’Arengario, non si dice nulla; della Grande Biblioteca sentiamo che l’assessore alla cultura, il mio amico Vittorio Sgarbi, pensa che sia meglio che non si faccia, dei programmi dell’ex Ansaldo non si sa più niente…
Così Milano si prepara ad affrontare il futuro.
Penso che sia in questo spirito di amare rinunce che Vittorio Sgarbi ha trattato con il ministro Rutelli sulla destinazione della grande raccolta Terruzzi, la più ricca raccolta privata di pittura del Settecento e dell’Ottocento in mani private In Italia.
Ma ciò che mi stupisce è il silenzio della Provincia di fronte a un boccone tanto ghiotto
che sfugge a Milano. E’ un’indifferenza che non corrisponde alla politica che la Provincia ha perseguito negli anni occupandosi del recupero e della destinazione culturale delle ville nei comuni del Milanese.
Come tutti sanno, la città di Milano è circondata da ville importanti, a incominciare da quella Reale di Monza. Molte di queste ville sono state lottizzate dalla speculazione, ma altre, e di grande fascino, si sono salvate e offrono ora a rari visitatori le loro sale vuote lasciando al comuni di scervellarsi sulla loro destinazione.
Ctedo che Milano, la città di Milano, sia interessata al recupero, nelle forme moderne, di quella corona di luoghi ameni, Interessanti per la cultura e lo svago, che la circondava In tempi lontani.
La trasformazione da città industriale ad una città del XXI secolo passa anche dl lì, col togliere alla città e al suo immediato dintorno quel senso dl vuoto che fa sì che il sabato e la domenica Milano diventi deserta.

 

Autore: Carlo Bertelli

Fonte:Corriere della Sera

ROMA. Restauro inutile: a Villa Pamphilj regna il degrado.

Nonostante siano stati spesi più di 30 miliardi di vecchie lire alcuni edifici restano inutilizzati e circondati da discariche.

Dopo più di trenta miliardi di vecchie lire di restauri, a Villa Pamphilj, serre, cascine e casali ottocenteschi restano inutilizzati, circondati da anni da discariche e palizzate fatiscenti. Giardini settecenteschi sono abbandonati ai rovi. Fontane monumentali sono a «secco». La recinzione del canale e del lago del Belvedere è pericolosamente incompleta. La valle dei Daini è irriconoscibile. Tutti i viali appaiono corrosi e senza manutenzione. Il degrado si estende a macchia di leopardo su tutti i 180 ettari del parco. Ma si fa più forte nell’angolo a est, tra via Leone XIII (Olimpia) e via Aurelia Antica. Lungo viale Rosa Luxemburg, la settecentesca Cascina Floridi, restaurata oltre un anno fa, è ancora circondata da discariche di cantiere.
Dopo averla lasciata in abbandono per anni (a lungo è stata abitata da giovani albanesi che erano soliti tuffarsi nella celebre fontana del Giglio), l’amministrazione comunale, nel 2003-2004 ha predisposto il progetto di restauro. I lavori, del costo di 529mila 798 euro, ex lege 15 dicembre 1996 n. 396, sono iniziati il 21 giugno 2004 e finiti il 22 maggio del 2005. La cascina è destinata a sede del Servizio Giardini, con una sezione espositiva per le
collezioni botaniche del vivaio della villa. Ma, a distanza di un anno, l’edificio dalla caratteristica pianta a «L» resta inutilizzato. Tra la cascina e il Casale dei Cedrati, ci sono due discariche di circa 70 metri quadri, un cumulo della vecchia recinzione, corrugati elettrici, profilati di alluminio, materassi, resti degli insediamenti degli albanesi e di un barbone che si era insediato in una delle vicine arcate dell’acquedotto Traiano-Paolo. Al di là di viale Rosa Luxemburg, due serre, anch’esse restaurate per il Giubileo, erano destinate a laboratorio didattico per le scuole, in collegamento con la sede centrale del Museo della villa, a Villa Vecchia. Però, lasciate inutilizzate, portano sulle vetrate i segni delle sassate e sulla rete di recinzione dei panni stesi. I resti di altre serre ottocentesche, dall’altra parte del viale, emergono appena dai rovi e dalle erbe infestanti. Tra questi manufatti e l’acquedotto, scarsamente visibile, c’è il Casale dei Cedrati, addossato alla struttura dell’acquedotto Traiano-Paolo, edificio di servizio del Seicento, ristrutturato nel Settecento dall’architetto Gabriele Valvassori che lo ornò di un bel portale marmoreo tuttora esistente. Lasciato deteriorare dopo la municipalizzazione forzata della villa, è stato «restaurato e destinato a sede del Centro di Documentazione delle ville della zona e spazio polivalente, comprendente anche un punto ristoro del museo» come si legge nel libro «Villa Doria Pamphilj», curato da Carla Benocci e edito dall’Archivio storico culturale del Municipio Roma XVI, alla fine del 2005. Ma sul sito della Sovraintendenza comunale www.romabeniculturali.it il Casale dei Cedrati risulta ancora in restauro. Certo è che resta inaccessibile e inutilizzato. Tra il Casale e largo Casale della Vigna Vecchia si estende il Giardino dei Cedrati.
Realizzato nel Seicento, ristrutturato nel Settecento, nell’ Ottocento è stato dotato di serre in ghisa e cristallo di stile neomedievale, con un avveniristico, per l’epoca, impianto di riscaldamento. Il giardino era ornato da una graziosa fontana, detta di Venere, ora in coinpleto abbandono, così come le serre, quasi del tutto ricoperte dalla vegetazione. Eppure, avrebbero dovuto essere state recuperate già sei anni fa, grazie a un intervento – riguardante anche la sistemazione del museo di Villa Vecchia – finanziato con risorse ex lege n. 651 di 1 miliardo 122mila lire (definanziato, in seguito, di 228 milioni 341mila lire). Sono state restaurate, invece, in occasione del Giubileo (con una spesa di 1 miliardo 666 milioni i 50mila lire), le tre grandi serre ottocentesche in ghisa, ferro fuso e cristalli, lungo viale del monumento ai Caduti Francesi. L’amministrazione aveva destinato le serre a spazi espositivi, ma non sono mai state aperte al pubblico. Sono circondate da sei anni dalle staccionate ormai sbilenche, con ancora i cartelli di pericoli inchiodati. E
i vetri già mostrano i buchi delle prime sassate. Non è in splendida forma nemmeno il secentesco Giardino del Teatro, il cuore del parco restaurato per il Giubileo con più di 2 miliardi e mezzo di lire. La celebre fontana del Putto, al centro del giardino, assemblata a metà Ottocento, su progetto di Andrea Busiri Vici, è circondata da ramaglie e tra-cima acqua in quantità, allagando e rendendo impraticabili per parecchi metri i vialetti del parco. Nelle vasche del Teatro e del Ninfeo del Fauno, così come nel canale e nel laghetto del Giglio, l’acqua è torbida fin dai zampilli. Certo Gabriele d’Annunzio nel «Piacere» non potrebbe più scrivere: «La Villa Pamphilj che si rimira nelle sue fonti e nel suo lago tutta graziata e molle, ove i balaustri lapidei e i fusti arborei gareggian di frequenza (…)».

Autore: Gian Piero Milanetti

Fonte:Il Giornale

Antonio V. GELORMINI: Imbecilli non si nasce.

Uno sfregio. E’ stato definito ripetutamente così il danno arrecato alla Cattedrale di Trani e in particolare ai due leoni stilofori in pietra, che si trovano ai lati del suo principale portale di bronzo. Offensivo, cattivo e dilaniante, lo sfregio ha provocato rabbia, sdegno e dolore, evidenziati negli innumerevoli commenti sia a caldo che nei giorni successivi alla scoperta del disastro.

L’indignazione corale e naturale ha dato corpo agli appellativi più svariati per qualificare gli ignoti autori dello scempio e tra essi quello di “imbecilli” è rimasto il marchio indelebile unanimemente apposto sulle loro sagome sconosciute. Risentimento spontaneo e fin troppo giustificato.

Per sua natura, però, lo sfregio raramente è un atto gratuito, spesso è la reazione ad una provocazione, la bravata contro un’indifferenza, l’atto inconsulto verso qualcuno o qualcosa che si odia, la manifestazione di un’insofferenza; a volte è una minaccia, altre ancora l’affermazione di un diritto di potere.

L’atto vandalico, allora, potrebbe celare anche qualcos’altro. Perché imbecilli non si nasce. E se ci si diventa, forse qualche interrogativo dovremmo porcelo. Forse è il caso di chiederci come mai un forte elemento di identità e di appartenenza non è più percepito come tale da una parte non irrilevante della città. Una città che forse tende a catturare attenzioni e frequenze “forestiere”, più che a coinvolgere nella sua trasformazione la comunità tranese nel suo insieme e nelle sue diversità. Abbiamo letto tanti commenti autorevoli, ma potrebbe risultare interessante ascoltare i pareri dei tranesi dell’affascinante e misterioso dedalo di viuzze o di quelli del porto, uno tra i più suggestivi della costa pugliese. Magari i loro commenti potrebbero contribuire ad isolare i fautori della barbara bravata.

Certamente non sarà il linguaggio della lettera aperta di Raffaele Iorio al “Povero imbecille” (Gazzettadel Mezzogiorno del 20/7/06) a fare breccia nell’insensibilità assurda dei vandali. Non saranno “la nave di pietra che da un millennio salpa verso il nostro avvenire”, “il palinsesto di pietre e di storia” o “la forma dello spazio mensurabile, le iconografie bidimensionali, le stereometrie e le simulazioni di tridimensionalità evocata” ad attirare l’attenzione dei senza “baculum”, senza bastone, quindi pronti a crollare.

Sarà il caso di chiedersi quale sostegno abbiamo garantito loro nella rincorsa ai format del Grande Fratello, delle Fattorie o delle Isole dei famosi, dedicandovi intere pagine dei nostri rotocalchi e fiumi di ore di trasmissione nei diversi canali televisivi? Proviamo a verificare quanti ragazzi hanno ancora l’abitudine a frequentare la parrocchia, a fare il “chierichetto” negli anni dell’adolescenza? Un modo come un altro per rapportarsi allo spirito, al rito, al rispetto del sacro e di quelle pietre che sfidano i secoli e che in fondo, poi, senti anche un po’ tue?

Forse e qui il nocciolo della questione. Quanto Trani è ancora percepita come “proprium”, come la citta di “tutti” i tranesi? E’ apprezzabile invocare sinergie per “stanare l’imbecillità e il vandalismo ed elevare la cultura del bello nel rispetto delle persone che l’hanno saputo produrre e della società che lo ha ereditato come ricchezza unica ed impareggiabile (S.E. Mons. Picchierri). E’ anche confortante sapere che si è consci che “non si tratta solo di un fatto di cronaca nera, ma del risultato di una inconsapevolezza collettiva del valore delle opere d’arte e della bellezza. Frutto di anni di mancati investimenti nella cultura (Presidente Vendola). Così come è perfino condivisibile la riapertura del Colosseo, proposta da Marcello Veneziani, per vedere come se la caverebbero “gli imbecilli” a confronto con leoni veri. Ma se continueremo a pensare che imbecilli si nasce, le sorprese potrebbero diventare troppe e rendere vani i lamenti del “senno di poi”.

La rabbia impotente per l’ennesimo atto vandalico diventi forza e motivo per non aspettare sempre “che saccheggino la casa, prima di decidere l’installazione delle porte di ferro” o dei sistemi di sorveglianza. La miglior difesa dei nostri patrimoni risiede nella capacità di farli sentire propri ad ogni singola persona delle nostre comunità. La tecnologia aiuta, ma non risolve il problema. 

Email: gelormini@katamail.com