Archivi categoria: Beni da salvare

ROMA. Restauro inutile: a Villa Pamphilj regna il degrado.

Nonostante siano stati spesi più di 30 miliardi di vecchie lire alcuni edifici restano inutilizzati e circondati da discariche.

Dopo più di trenta miliardi di vecchie lire di restauri, a Villa Pamphilj, serre, cascine e casali ottocenteschi restano inutilizzati, circondati da anni da discariche e palizzate fatiscenti. Giardini settecenteschi sono abbandonati ai rovi. Fontane monumentali sono a «secco». La recinzione del canale e del lago del Belvedere è pericolosamente incompleta. La valle dei Daini è irriconoscibile. Tutti i viali appaiono corrosi e senza manutenzione. Il degrado si estende a macchia di leopardo su tutti i 180 ettari del parco. Ma si fa più forte nell’angolo a est, tra via Leone XIII (Olimpia) e via Aurelia Antica. Lungo viale Rosa Luxemburg, la settecentesca Cascina Floridi, restaurata oltre un anno fa, è ancora circondata da discariche di cantiere.
Dopo averla lasciata in abbandono per anni (a lungo è stata abitata da giovani albanesi che erano soliti tuffarsi nella celebre fontana del Giglio), l’amministrazione comunale, nel 2003-2004 ha predisposto il progetto di restauro. I lavori, del costo di 529mila 798 euro, ex lege 15 dicembre 1996 n. 396, sono iniziati il 21 giugno 2004 e finiti il 22 maggio del 2005. La cascina è destinata a sede del Servizio Giardini, con una sezione espositiva per le
collezioni botaniche del vivaio della villa. Ma, a distanza di un anno, l’edificio dalla caratteristica pianta a «L» resta inutilizzato. Tra la cascina e il Casale dei Cedrati, ci sono due discariche di circa 70 metri quadri, un cumulo della vecchia recinzione, corrugati elettrici, profilati di alluminio, materassi, resti degli insediamenti degli albanesi e di un barbone che si era insediato in una delle vicine arcate dell’acquedotto Traiano-Paolo. Al di là di viale Rosa Luxemburg, due serre, anch’esse restaurate per il Giubileo, erano destinate a laboratorio didattico per le scuole, in collegamento con la sede centrale del Museo della villa, a Villa Vecchia. Però, lasciate inutilizzate, portano sulle vetrate i segni delle sassate e sulla rete di recinzione dei panni stesi. I resti di altre serre ottocentesche, dall’altra parte del viale, emergono appena dai rovi e dalle erbe infestanti. Tra questi manufatti e l’acquedotto, scarsamente visibile, c’è il Casale dei Cedrati, addossato alla struttura dell’acquedotto Traiano-Paolo, edificio di servizio del Seicento, ristrutturato nel Settecento dall’architetto Gabriele Valvassori che lo ornò di un bel portale marmoreo tuttora esistente. Lasciato deteriorare dopo la municipalizzazione forzata della villa, è stato «restaurato e destinato a sede del Centro di Documentazione delle ville della zona e spazio polivalente, comprendente anche un punto ristoro del museo» come si legge nel libro «Villa Doria Pamphilj», curato da Carla Benocci e edito dall’Archivio storico culturale del Municipio Roma XVI, alla fine del 2005. Ma sul sito della Sovraintendenza comunale www.romabeniculturali.it il Casale dei Cedrati risulta ancora in restauro. Certo è che resta inaccessibile e inutilizzato. Tra il Casale e largo Casale della Vigna Vecchia si estende il Giardino dei Cedrati.
Realizzato nel Seicento, ristrutturato nel Settecento, nell’ Ottocento è stato dotato di serre in ghisa e cristallo di stile neomedievale, con un avveniristico, per l’epoca, impianto di riscaldamento. Il giardino era ornato da una graziosa fontana, detta di Venere, ora in coinpleto abbandono, così come le serre, quasi del tutto ricoperte dalla vegetazione. Eppure, avrebbero dovuto essere state recuperate già sei anni fa, grazie a un intervento – riguardante anche la sistemazione del museo di Villa Vecchia – finanziato con risorse ex lege n. 651 di 1 miliardo 122mila lire (definanziato, in seguito, di 228 milioni 341mila lire). Sono state restaurate, invece, in occasione del Giubileo (con una spesa di 1 miliardo 666 milioni i 50mila lire), le tre grandi serre ottocentesche in ghisa, ferro fuso e cristalli, lungo viale del monumento ai Caduti Francesi. L’amministrazione aveva destinato le serre a spazi espositivi, ma non sono mai state aperte al pubblico. Sono circondate da sei anni dalle staccionate ormai sbilenche, con ancora i cartelli di pericoli inchiodati. E
i vetri già mostrano i buchi delle prime sassate. Non è in splendida forma nemmeno il secentesco Giardino del Teatro, il cuore del parco restaurato per il Giubileo con più di 2 miliardi e mezzo di lire. La celebre fontana del Putto, al centro del giardino, assemblata a metà Ottocento, su progetto di Andrea Busiri Vici, è circondata da ramaglie e tra-cima acqua in quantità, allagando e rendendo impraticabili per parecchi metri i vialetti del parco. Nelle vasche del Teatro e del Ninfeo del Fauno, così come nel canale e nel laghetto del Giglio, l’acqua è torbida fin dai zampilli. Certo Gabriele d’Annunzio nel «Piacere» non potrebbe più scrivere: «La Villa Pamphilj che si rimira nelle sue fonti e nel suo lago tutta graziata e molle, ove i balaustri lapidei e i fusti arborei gareggian di frequenza (…)».

Autore: Gian Piero Milanetti

Fonte:Il Giornale

Antonio V. GELORMINI: Imbecilli non si nasce.

Uno sfregio. E’ stato definito ripetutamente così il danno arrecato alla Cattedrale di Trani e in particolare ai due leoni stilofori in pietra, che si trovano ai lati del suo principale portale di bronzo. Offensivo, cattivo e dilaniante, lo sfregio ha provocato rabbia, sdegno e dolore, evidenziati negli innumerevoli commenti sia a caldo che nei giorni successivi alla scoperta del disastro.

L’indignazione corale e naturale ha dato corpo agli appellativi più svariati per qualificare gli ignoti autori dello scempio e tra essi quello di “imbecilli” è rimasto il marchio indelebile unanimemente apposto sulle loro sagome sconosciute. Risentimento spontaneo e fin troppo giustificato.

Per sua natura, però, lo sfregio raramente è un atto gratuito, spesso è la reazione ad una provocazione, la bravata contro un’indifferenza, l’atto inconsulto verso qualcuno o qualcosa che si odia, la manifestazione di un’insofferenza; a volte è una minaccia, altre ancora l’affermazione di un diritto di potere.

L’atto vandalico, allora, potrebbe celare anche qualcos’altro. Perché imbecilli non si nasce. E se ci si diventa, forse qualche interrogativo dovremmo porcelo. Forse è il caso di chiederci come mai un forte elemento di identità e di appartenenza non è più percepito come tale da una parte non irrilevante della città. Una città che forse tende a catturare attenzioni e frequenze “forestiere”, più che a coinvolgere nella sua trasformazione la comunità tranese nel suo insieme e nelle sue diversità. Abbiamo letto tanti commenti autorevoli, ma potrebbe risultare interessante ascoltare i pareri dei tranesi dell’affascinante e misterioso dedalo di viuzze o di quelli del porto, uno tra i più suggestivi della costa pugliese. Magari i loro commenti potrebbero contribuire ad isolare i fautori della barbara bravata.

Certamente non sarà il linguaggio della lettera aperta di Raffaele Iorio al “Povero imbecille” (Gazzettadel Mezzogiorno del 20/7/06) a fare breccia nell’insensibilità assurda dei vandali. Non saranno “la nave di pietra che da un millennio salpa verso il nostro avvenire”, “il palinsesto di pietre e di storia” o “la forma dello spazio mensurabile, le iconografie bidimensionali, le stereometrie e le simulazioni di tridimensionalità evocata” ad attirare l’attenzione dei senza “baculum”, senza bastone, quindi pronti a crollare.

Sarà il caso di chiedersi quale sostegno abbiamo garantito loro nella rincorsa ai format del Grande Fratello, delle Fattorie o delle Isole dei famosi, dedicandovi intere pagine dei nostri rotocalchi e fiumi di ore di trasmissione nei diversi canali televisivi? Proviamo a verificare quanti ragazzi hanno ancora l’abitudine a frequentare la parrocchia, a fare il “chierichetto” negli anni dell’adolescenza? Un modo come un altro per rapportarsi allo spirito, al rito, al rispetto del sacro e di quelle pietre che sfidano i secoli e che in fondo, poi, senti anche un po’ tue?

Forse e qui il nocciolo della questione. Quanto Trani è ancora percepita come “proprium”, come la citta di “tutti” i tranesi? E’ apprezzabile invocare sinergie per “stanare l’imbecillità e il vandalismo ed elevare la cultura del bello nel rispetto delle persone che l’hanno saputo produrre e della società che lo ha ereditato come ricchezza unica ed impareggiabile (S.E. Mons. Picchierri). E’ anche confortante sapere che si è consci che “non si tratta solo di un fatto di cronaca nera, ma del risultato di una inconsapevolezza collettiva del valore delle opere d’arte e della bellezza. Frutto di anni di mancati investimenti nella cultura (Presidente Vendola). Così come è perfino condivisibile la riapertura del Colosseo, proposta da Marcello Veneziani, per vedere come se la caverebbero “gli imbecilli” a confronto con leoni veri. Ma se continueremo a pensare che imbecilli si nasce, le sorprese potrebbero diventare troppe e rendere vani i lamenti del “senno di poi”.

La rabbia impotente per l’ennesimo atto vandalico diventi forza e motivo per non aspettare sempre “che saccheggino la casa, prima di decidere l’installazione delle porte di ferro” o dei sistemi di sorveglianza. La miglior difesa dei nostri patrimoni risiede nella capacità di farli sentire propri ad ogni singola persona delle nostre comunità. La tecnologia aiuta, ma non risolve il problema. 

Email: gelormini@katamail.com

TPA: I “custodi” a tutela del patrimonio artistico.

Alla fine i poliziotti del film “Topkapi” riescono a recuperare il prezioso pugnale rubato dal museo di Istanbul. Un’operazione riuscita per una buona dose di fortuna. In Italia i topi d’arte hanno vita meno facile. Nel nostro Paese infatti esistono i Carabinieri Tutela patrimonio culturale (Tpc), nati nel 1969, e il Gruppo tutela patrimonio archeologico della Guardia di finanza, oltre alle Direzioni generali del ministero dei Beni culturali e a strutture interne agli enti locali che svolgono compiti di vigilanza. Non stiamo parlando di professioni di grandi numeri.

I carabinieri Tutela patrimonio culturale sono circa 300 distribuiti tra il Comando generale, il reparto operativo e gli 11 nuclei sparsi in tutt’Italia. Il Gruppo tutela patrimonio archeologico delle Fiamme gialle conta una trentina di operatori. Sono qualche centinaio i funzionari e i dirigenti ministeriali preposti alla tutela.

Va da sé che si tratta di lavori legati a talento e a grande preparazione a cui si accede dopo anni di studi e d’esperienza. “Non siamo esperti d’arte; prima di tutto siamo investigatori – spiega il colonnello Ferdinando Musella, comandante reparto operativo Carabinieri Tpc -. I miei uomini svolgono indagini come tutti i colleghi, solo che nel nostro caso abbiamo a che fare con beni culturali e le loro normative che impariamo a conoscere con una speciale formazione e il lavoro sul campo. Facendo parte del ministero dei Beni culturali abbiamo il vantaggio di avere a nostra disposizione i maggiori esperti nei vari settori dell’arte che ci aiutano nell’attività”.
 
I ‘carabinieri dell’arte’ che lavorano alla Banca dati opere rubate devono essere esperti informatici: “Si tratta di un archivio con due milioni di dati e 200mila fotografie, consultabile dal cittadino e dai tecnici con due livelli di ricerca. In questo ambito occorre avere ottime conoscenze informatiche per provvedere al mantenimento dei dati e al loro aggiornamento”, conclude Musella.

La struttura della Gdf che coordina le attività a tutela dell’arte si chiama Gruppo Tutela patrimonio archeologico. Ma la denominazione va un po’ stretta. “Ci occupiamo del patrimonio artistico in generale – afferma il capitano Massimo Rossi, comandante di sezione del Gruppo.

Nell’esplicare i controlli di carattere amministrativo e tributario la Gdf si trova di fronte a reati d’evasione fiscale che a volte sottendono al traffico illecito di reperti e quindi interveniamo noi. Abbiamo poi la componente aereonavale che partecipa, insieme alle altre forze dell’ordine, a vigilare aree archeologiche marine e al recupero di opere sommerse”.

Un altro tipo di tutela è quella svolta a livello ministeriale centrale e nelle sovrintendenze. Rivendica i meriti Roberto Cecchi, direttore generale per i beni architettonici e paesaggistici: “L’Italia ha salvato più di ogni altro Paese le preziose stratificazioni storiche”.

In 108 Soprintendenze operano architetti, archeologi, restauratori e storia dell’arte. “La tutela si rivolge al patrimonio architettonico, costituito da palazzi, chiese, edifici pubblici e privati, anche contemporanei – dice Cecchi – e al patrimonio paesaggistico, riconosciuto in porzioni di territorio eccezionali per i loro caratteri naturali o per la testimonianza della relazione con l’opera dell’uomo, come nel caso della laguna di Venezia”.

E poi la Direzione generale patrimonio storico artistico etnoantropologico e la Direzione generale patrimonio beni archeologici dove si fa archeologia preventiva come spiega Irene Berlingò collaboratrice del direttore Anna Maria Reggiani: “È una legge dello scorso luglio in base alla quale dobbiamo essere in grado di sapere prima dell’inizio dei lavori se sono a quella strada o a quell’edifìcio ci sono reperti, per evitare così di danneggiarli”.

Spesso le operazioni di prevenzione/ricerca e recupero delle opere d’arte richiedono periodi di indagine all’estero. Per questo gli operatori sono almeno “fluent english” e conoscono diritto e leggi internazionali. La gang di “Ocean’s eleven” è avvertita.
 
La professione

Fiuto investigativo e competenze informatiche sono dati indispensabili in questo lavoro.

Carabinieri e Guardia di finanza devono operare a fianco di architetti, archeologi, restauratori e storici distribuiti tra Ministero, Soprintendenze ed enti locali per tutelare il ricco patrimonio culturale italiano.

Carabinieri: www.carabinieri.it

Carabinieri Tutela patrimonio culturale: tpc@carabinieri.it

Guardia di finanza: www.gdf.it

Gruppo patrimonio archeologico – Nucleo regionale polizia tributaria del Lazio: www.gdf.it/compiti/patrimonio.htm

Direzione generale per i beni architettonici e paesaggistici: www.bap.beniculturali.it

Direzione generale per i beni archeologici: www.archeologia.beniculturali.it

Direzione generale per il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico: www.arti.beniculturali.it

Banca Dati delle opere d’arte rubate è un motore di ricerca che consente una consultazione, semplice e avanzata, di un archivio in cui sono contenuti descrizioni e foto di opere riportate sul Bollettino delle opere d’arte rubate, quelle a cui è stato attribuito un grado di rilevanza e delle quali sia stato denunciato il furto: www.carabinieri.it

Scudo blu internazionale (Icbs -International commitee or the blue shield), fondato nel 1996, prende il nome dal simbolo specificato nella Convenzione de L’Aja (1954) a protezione dei Beni culturali, per la difesa dei quali vengono promosse azioni di protezione, prevenzione e sicurezza in tutte le situazioni rischiose, come i conflitti armati e le calamità naturali: www.blueshieldmeeting.com

Unesco: www.unesco.org

Associazione città italiane patrimonio mondiale Unesco: www.sitiunesco.it

Per iniziare occorre un concorso

Diventare detective dell’arte non è da subito. Per carabinieri e Guardia di finanza si deve sperare nella vacanza, ovvero che si liberino dei posti nel settore tutela. Nei ministeri è più dura: l’ultimo concorso risale al 1998. In entrambi i casi selezioni e concorsi sono aperte sia a uomini che a donne. “Gli interessati fanno domanda che viene esaminata in base all’esperienza nell’Arma (minimo di quattro anni) e al curriculum – spiega il colonnello Ferdinando Musella del reparto operativo carabinieri Tutela patrimonio culturale -. I prescelti fanno un corso in Tutela patrimonio storico artistico seguiti da funzionari del ministero e nostri ufficiali. Si tratta di un’infarinatura generale sull’arte e di una solida preparazione giuridica che parte dal codice dei beni culturali. Col tempo si diventa anche esperti d’arte, ma se posso dare una dritta, i nostri uomini sono scelti in base al talento investigativo. A noi serve gente che sappia mettere microspie, fare pedinamenti, usare telecamere infrarossi e cosi via”.

Capita però che il lavoro alimenti un certo interesse per i beni culturali, così alcuni militari si iscrivono all’università per conseguire lauree o master.

“Non esiste un titolo di studio specifico per entrare a far parte del Gruppo tutela patrimonio archeologico – esordisce il capitano di Gdf Massimo Rossi -. La sensibilità verso la materia e quindi l’avere una preparazione universitaria nel settore sarà titolo preferenziale in sede di valutazione delle domande. È un percorso a tappe: prima si entra in Gdf come allievo finanziere e poi si cerca di avvicinarsi al gruppo di preferenza”.

Coloro che desiderano arruolarsi devono superare le prove previste dal bando di concorso. Chi vince frequenta la scuola che dura nove mesi. Chi vuole proseguire ha davanti a sé tre anni della scuola sottufficiali. Chi invece accede all’Accademia studia per cinque anni. Infine il master di due anni alla Scuola di polizia tributaria. Per lavorare nelle Direzioni generali del ministero dei Beni culturali e nelle Sovrintendenze occorre essere in possesso del diploma della scuola di specializzazione e si partecipa ad un concorso, oppure si firmano contratti per consulenze o collaborazioni.
 
OCCUPAZIONE Il 2,2% di posti in più

L’Italia è definita potenza culturale, Paese con la più alta densità di beni artistici. In questo breve viaggio tra le professioni a tutela di questo prezioso patrimonio ci si scontra però con carenze di personale nelle forze dell’ordine e con ministeri che assistono al pensionamento dei loro tecnici senza poterli sostituire. “Non riusciamo a trasferire la nostra esperienza ai giovani, perché i giovani non ci sono – afferma con preoccupazione Irene Berlingò della Direzione generale per i beni archeologici -. Una situazione dovuta al fatto che l’ultimo concorso risale alla fine degli anni 90”. Irene Berlingò aggiunge un fatto positivo, però: “Sono molto richiesti professionisti esterni a cui si da il compito di effettuare determinati scavi o studi”.

Ragiona su dati incoraggianti Roberto Occhi, capo della Direzione generale beni architettonici e paesaggistici: “Tra il 1990 e il 2000 l’occupazione nel settore dei beni culturali è aumentata del 2,2% l’anno contro la media nazionale dello 0.2%. Senza suscitare aspettative eccessive si può dire che non mancano opportunità lavorative. Nel Nord Italia, ad esempio, si registrano carenze di personale”.

Contingentati anche i numeri di chi si occupa di tutela nell’Arma e nella Gdf. I reclutamenti, per uomini e donne, sono quelli tradizionali (almeno una volta l’anno) ma la destinazione ai settori tutela è programmata e solo a questo punto c’è una formazione specifica che si svolge all’interno delle strutture militari. Non c’è un po’ di autoreferenzialìtà? Risponde il capitano della Gdf Massimo Rossi: “I programmi dei corsi sono mutuati da quelli universitari, dalle lauree in economia, giurisprudenza. Docenti sono professori universitari, ufficiali ed esperti per avere una visione a 360 gradi”.
 
FABIO “Ho cominciato con il recupero di anfore romane”

Figlio d’arte era destinato a una carriera nella Guardia di finanza, ma a 18 anni Fabio Calabrese non sa in quale campo specializzarsi. L’anno dopo la svolta. “Dopo la scuola per allievi finanzieri ero stato assegnato alla compagnia di Livorno, che si occupava di vigilanza alle operazioni doganali. Partecipo al sequestro di un container pieno di anfore di epoca romana provenienti dalle coste dell’Africa. È stata un’operazione con molte soddisfazioni professionali e decisi che il mio obiettivo era lavorare nel Gruppo tutela patrimonio archeologico”. Un sogno che Fabio ha dovuto lasciare nel cassetto per anni.

“Nel frattempo mi sono iscritto alla scuola sottufficiali nell’ottobre 1992 e poi sono stato assegnato in diversi reparti”. La meta sembra più vicina nel 1996, con un incarico a Roma. Il Gruppo tutela patrimonio archeologico fa infatti parte del Nucleo regionale polizia tributaria del Lazio, che ha sede nella capitale. “Nel 1999 vengo assegnato al Centro repressioni frodi e mi occupo di scommesse clandestine. Un lavoro che mi appassiona, ma che non mi impedisce di fare domanda per il Gruppo tutela patrimonio”.

Passa un anno e il maresciallo Fabio Calabrese diventa detective dell’arte.. Consigli a un giovane? “Fare i concorsi sin dai 18 anni e nel caso riprovarli più volte. Diventare un ottimo agente di Guardia di finanza e poi proporre di essere assegnato al gruppo di preferenza. Ci vuole tempo, ma il corpo cerca di assecondare le richieste”.

MICHELE “E necessaria molta esperienza sul campo”

Trentaquattro anni è maresciallo dei carabinieri e da cinque anni lavora alla Tutela patrimonio culturale. “Mi sono arruolato nel 1992 e sono stato assegnato alla territoriale con compiti di polizia giudiziaria e di contrasto della criminalità organizzata. Poi ho accettato l’interpellanza”, racconta Michele Speranza. Vale a dire?

“Il Comando generale informava che alla Tutela patrimonio culturale c’erano posti liberi e quindi chi voleva poteva fare domanda per esservi assegnato. Così ho presentato la mia candidatura. In seguito è stata fatta una selezione in base al curriculum e a risultati di test psico-attitudinali. Sono entrato in graduatoria e poi mi hanno assegnato al nuovo ruolo. Alla fine del 2001 ho iniziato il corso di formazione al ministero Beni culturali”.

Quando è nata la passione per l’arte? “Chi vive in Italia non può non avere quanto meno interesse per il patrimonio culturale. Io ho avuto sempre una certa passione e il desiderio di preservarla da danneggiamenti e reati in generale – confida Speranza che è nato a Tropea, uno dei gioielli paesaggistici della Calabria -. Anche se la molla, forse, è scattata quando partecipai a un’operazione per il recupero di dipinti e ho incontrato e lavorato per la prima volta con i carabinieri Tutela patrimonio culturale”.

Consigli per gli aspiranti? “Di fare moltissima esperienza investigativa sul campo, dai reati più semplici a quelli più complessi. Noi, anche se le nostre ‘vittime’ sono beni d’arte, non siamo esperti d’arte ma investigatori”.

Autore: Carmen Morrone

Fonte:Avvenire

PISA: Il Tempo della Tutela – Passato presente e futuro della tutela del patrimonio artistico in una nuova collana editoriale.

“Il tempo della tutela”, questo il titolo della nuova collana diretta da Clara Baracchini e Donata Levi per le Edizioni Ets.
La collana, che nasce dalla stretta collaborazione tra Università (Pisa, poi Udine) e la Soprintendenza di Pisa, ospiterà approfondimenti legati a vicende e temi del patrimonio artistico: le storie della sua conservazione, degli interventi subiti, i modi di gestione e fruizione. Analizzando il passato senza perdere di vista il presente.

I primi due volumi della collana saranno presentati Sabato 25 febbraio 2006 alle ore 17 presso l’Associazione «La Limonaia», vicolo del Ruschi 4, 56127 Pisa. Ad illustrarne contenuti e caratteristiche saranno: Salvatore Settis (Scuola Normale Superiore di Pisa) e Michela Di Macco (Università di Torino).

Antonella GIOLI: Una chiesa all’asta. San Torpè a Pisa e le vendite dei beni del demanio.
Edizioni Ets, pp. 102, 12 euro
Chiese, altari, quadri, conventi, statue, oreficerie, paramenti… beni che lo Stato italiano, poco dopo l’Unità, decise di vendere per superare le difficoltà finanziarie. Il volume ripercorre questa politica attraverso la vicenda della chiesa pisana di San Torpè dei Carmelitani scalzi della quale vengono ricostruite la chiusura, le vendite, i restauri, la riapertura.
L’autrice, Antonella Gioli, è ricercatrice presso il Dipartimento di Storia delle Arti dell’Università di Pisa.

Elena FRANCHI: Arte in assetto di guerra. Protezione e distruzione del patrimonio artistico a Pisa durante la seconda guerra mondiale.
Edizioni Ets, pp. 122, 13 euro
Il 27 luglio 1944 un colpo di artiglieria raggiungeva il Camposanto Monumentale di Pisa, devastandolo. La Seconda Guerra Mondiale colpì duramente la città anche nel suo patrimonio artistico. In assenza di valide norme internazionali, che giungeranno solo con la Convenzione dell’Aja del 1954, l’Italia fin dagli Anni Trenta progettava di mettere al riparo i suoi beni culturali di maggior rilievo. Il volume ripercorre in forma quasi diaristica i provvedimenti messi in atto a Pisa per proteggere monumenti e opere d’arte della città, anche sotto lo scoppio delle bombe.
L’autrice, Elena Franchi, collabora con il Laboratorio di Arti Visive della Scuola Normale Superiore. Si occupa principalmente di tutela del patrimonio artistico, di storia dell’insegnamento della storia dell’arte e di divulgazione.

Info
: Francesca Bianchi – Edizioni ETS – tel 050/295.44

ROMA: Furti d’arte dal Piemonte alla Liguria la Top Ten 2005.

Il risultato indubbiamente c’é, perché negli ultimi cinque anni, i furti di opere d’arte in Italia si sono pressoché dimezzati. In Abruzzo, addirittura, si è passati dai 56 furti del 2000 ai 12 di quest’anno.

Leggi l’articolo completo, in www.archeomedia.net, alla pagina:
ROMA: Furti d’arte

Autore: Silvia Lambertucci

Fonte:ANSA