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Sempre più seguite le «Italian sale». E il business cresce

Il made in Italy comincia a far presa anche nel mercato dell’arte. Mercoledì 25 e giovedì 26 settembre, dalle ore 11 alle 19, nella prestigiosa sede romana di Sotheby’s (a palazzo Colonna in piazza SS. Apostoli 61) verrà esposta una selezione delle opere che compongono il catalogo della vendita autunnale intitolata Italian Sale, in programma per il prossimo 21 ottobre a Londra.

L’esposizione itinerante di Sotheby’s proseguirà poi il 2 e il 3 ottobre a Milano (a palazzo Broggi in via Broggi 19, dalle ore 10 alle 19) per trasferirsi a New York e concludersi, nei giorni precedenti l’asta, a Londra dal 16 al 21 ottobre (in New Bond Street).

Anche Christie’s ha in calendario una Italian Sale per il 22 ottobre nella sede londinese di King Street. Dopo aver già esposto le opere a New York, Christie’s ha in programma una giornata espositiva milanese per l’8 ottobre presso la Fondazione Trussardi, in piazza della Scala 5 (dalle ore 9.30 alle 18).

Le «Italian Sale» sono diventate un appuntamento di grande rilievo per il collezionismo internazionale. In particolare fecero scalpore le edizioni dell’anno scorso. Svoltesi a pochi giorni di distanza dall’apocalisse newyorchese, le «Italian Sale» macinarono risultati record e volumi di vendita impressionanti. E consacrando una volta di più il valore e le enormi potenzialità della nostra arte moderna e contemporanea. Insomma il gotha del collezionismo mondiale ha cominciato a comprendere che l’Italia dell’arte non si limita al Rinascimento o al Caravaggio. Ma può contare anche su una schiera di grandi artisti e intellettuali che, seppur lontani dalle tradizionali ribalte e pressoché ignorati in patria, hanno prodotto capolavori nel corso della seconda metà del XX secolo sino ai nostri giorni.

L’inventore ufficiale delle «Italian Sale», per la cronaca, è stata Sotheby’s. La prima edizione di queste vendite risale al 21 ottobre del 1999: i 44 lotti venduti fecero registrare un incasso totale di 5,2 milioni di sterline, da allora il business è cresciuto a vista d’occhio.

Nelle due aste in programma tra meno di un mese il repertorio delle offerte è particolarmente interessante. Sotheby’s punta su un’importante scultura di Fontana. L’unica a doppio stelo e la più alta della serie «Concetto spaziale» del 1957, presentata con una stima di 630/945 mila euro. Per la cronaca, è freschissimo il nuovo record mondiale realizzato da Fontana con un «Concetto spaziale, il cielo di Venezia» del 1961, aggiudicato per 2.170.000 euro.

Di Giorgio Morandi il catalogo Sotheby’s presenta tre opere importanti. Una «Natura morta» del 1951 proveniente dalla collezione Venturi di Torino (stimata 480/640 mila euro); un’altra del ’52 proveniente dalla collezione americana di Dorle Jarmel Soria (399/560 mila euro); e una tela assai rara nella produzione di questo artista, un «Cortile di via Fondazza» del ’54 (399/560 mila euro). Molto belle anche le opere di Alberto Burri. E quelle di Piero Manzoni. Tra cui un capolavoro del 1958, «Achrome» stimato 560/720 mila euro.

Tra i pittori del primo Novecento c’è un Severini del 1918, già nella collezione parigina di Paul Rosenberg ed esposto alla Quadriennale romana del 1935 (stima 128/192 mila euro). E un De Chirico con una natura morta del 1922. Tra gli autori degli anni Cinquanta c’è un bel Campigli del ’45-’46 (stimato 287/351 mila euro) e una grande tela di Marini del 1958 (stima 351/415 mila euro). Dei decenni successivi ci sono Castellani, Bonalumi, Tancredi ma anche Santomaso e Rotella, Pomodoro, Manzù, Melotti e Uncini.

A rappresentare l’Arte Povera non mancano Boetti, Fabro, Kounellis e Paolini. Per la Transavanguardia ci sono Paladino e un Cucchi del 1980. Tra le opere contemporanee prodotte dopo il 1990 ci sono invece un Ettore Spalletti del ’95 (a 19.200/23.900 euro), un’opera di Grazia Toderi, una di Elisa Sighicelli e una laserprint di Francesco Vezzoli (9.600/12.800 euro).

Più o meno simili i nomi presenti nel catalogo di Christie’s (www.christies.com). In particolare, nella sezione scultura, si segnala un bronzo di Arnaldo Pomodoro, «Disco III», stimato 70/100 mila pound. Ma, a parte la curiosa differenza di segnalare le stime in euro da Sotheby’s e in sterline da Christie’s, la posta in gioco per queste due imminenti vendite è la stessa per entrambe le case d’asta. Riuscirà il mercato dell’arte made in Italy a proseguire la sua corsa al rialzo, nonostante il periodo buio dell’economia mondiale? A giudicare dal forte interesse per la ricerca di nuove fonti di investimento, molti credono di sì.

Autore: Paolo Manazza

Fonte:Corriere della Sera

Siamo tutti africani

Adamo fa litigare gli scienziati.

Fra gli antropologi vi è completo accordo sull’origine più antica dell’uomo, che compare in Africa orientale e meridionale circa due milioni e mezzo di anni fa. Vi è anche accordo sul fatto che poco meno di due milioni di anni fa questi uomini assai arcaici si diffusero dall’Africa all’Asia e all’Europa.
Vi è invece un’accesa discussione sull’origine dell’uomo moderno. Un’ipotesi, detta “multiregionale” e dovuta soprattutto all’antropologo americano M. H. Wolpoff, propone che tutti gli uomini che vivevano centomila anni fa nel Vecchio Mondo abbiano partecipato alla genesi dell’umanità di oggi, differenziandosi fin dall’inizio nei tipi che oggi conosciamo. Molti altri antropologi ritengono invece che tutti gli uomini moderni discendano da una piccola popolazione che viveva in Africa orientale circa centomila anni fa, che da lì si estese prima al resto dell’Africa, poi negli ultimi 50.000-60.000 anni circa a tutto il resto del mondo.
La genetica, specie attraverso lo studio del Dna, ha finora dato ragione alla seconda ipotesi. Prima di tutto, fino a circa quarantamila anni fa in Europa si trovavano solo i Neandertal, che in breve tempo furono sostituiti da uomini moderni, chiaramente distinguibili per la morfologia ossea, di provenienza africana. L’analisi del Dna di tre Neandertal fossili ha mostrato che sono assai diversi da quelli degli uomini viventi oggi. Anche la somiglianza asserita da Wolpoff tra morfologia cranica di uomini arcaici trovati in Cina e i cinesi moderni è stata dimostrata inaccettabile. Inoltre, le ricerche genetiche hanno dimostrato che il cromosoma Y di tutti i maschi finora esaminati discende da un solo cromosoma Y di origine africana. Non si può escludere, naturalmente, che sopravviva qualche discendente diretto di uomini arcaici, ma finora non è stato trovato.

Dodicimila cromosomi Y di popolazioni dell’Asia orientale rivelano una chiara discendenza dal Continente nero.

L’inizio dello studio sistematico dell’evoluzione umana col metodo genetico si può datare al 1963, quando all’Università di Pavia Cavalli-Sforza ed Edwards costruiscono il primo albero evolutivo delle popolazioni umane viventi, utilizzando i dati genetici disponibili al tempo. Era un tentativo ambizioso, che fu presentato al Congresso Internazionale di Genetica tenutosi all’Aia in quell’anno. I dati a disposizione erano pochi, appena sufficienti per creare un albero in prima approssimazione. Le ricerche successive hanno però largamente confermato i risultati di allora.
Si era lavorato sui geni allora conosciuti, come quelli di sistemi di gruppi sanguigni quali ABO e Rh, di cui molti oggi hanno sentito parlare perché sono importanti nelle trasfusioni. Erano disponibili dati su quindici popolazioni, tre per continente. Misurando le frequenze percentuali dei vari tipi di geni in ogni popolazione si poté ricostruire un albero evolutivo basato sulle somiglianze fra di esse, mettendo prima vicine le popolazioni geneticamente più simili, poi più lontane quelle meno simili. La ricostruzione fu eseguita, al calcolatore, applicando formule matematiche.
L’ipotesi da controllare era se tutte le popolazioni umane abbiano avuto origine da un’unica popolazione ancestrale, da cui si sono differenziate nel corso del tempo. Se una popolazione si separa da un’altra e non vi sono scambi fra loro dopo la separazione, le forze evolutive inducono un processo di divergenza fra esse, che genera tante più differenze quanto più lunga è stata la separazione nel tempo.
Allora non si sapeva nulla di quel che ci si sarebbe dovuto attendere, ma i risultati sembrarono ragionevoli, perché le popolazioni di uno stesso continente tendevano a restare insieme nell’albero, e perché l’albero così costruito si sviluppava dall’Africa all’Europa e all’Asia, e da questa all’Oceania e all’America, disegnando la carta geografica del mondo e suggerendo i percorsi lungo i quali poteva essere stato popolato.
Negli anni successivi vennero studiate molte altre popolazioni e nuovi geni. Gli alberi via via ottenuti continuavano a dare però risultati molto simili. Non si sapeva quale fosse stata la vera storia dell’umanità, e la somiglianza degli alberi con la mappa geografica del mondo lasciava aperta la porta a un’altra interpretazione: che la somiglianza tra due popolazioni dipendesse da quanto erano vicine geograficamente, perché quanto più erano vicine, tanto più facilmente potevano scambiarsi individui per migrazione reciproca. Poteva essere stata la geografia, non la storia, a dettare le somiglianze che emergevano dai dati?
Tutto divenne più chiaro quando invece di studiare i geni, analizzando le proteine da essi prodotte, divenne possibile studiare direttamente il Dna che la produce. Il Dna è il patrimonio genetico di ogni individuo. E’ responsabile della sua genesi, ed è molto più ricco di informazioni delle proteine. Fu possibile allora sostituire l’albero delle popolazioni con una genealogia di individuo rappresentati dal loro Dna.
Fu nel 1981 che cominciò l’analisi delle variazioni del Dna, e nel 1987, a Berkerley, Allan Wilson produsse un albero genetico di 135 individui di tutto il mondo usando il Dna presente nei mitocondri, orfanelli cellulari che vengono trasmessi solo dalla madre ai figli e si ritrovano in tutte le cellule. Questo non era più un albero di popolazioni, ciascuna composta di molti individui diversi, ma una vera propria genealogia di individui singoli, tutti risalenti a una sola antenata comune, cui si poteva anche assegnare una data di nascita.
I mitocondri ci raccontano la genealogia delle donne, perché sono trasmessi per linea femminile, ma vi è un altro cromosoma che invece si trasmette solo da padre a figlio e racchiude la storia della discendenza paterna. A differenza dei mitocondri, si trova con tutti gli altri cromosomi nel nucleo della cellula. E’ detto Y e determina il sesso maschile. A questo punto, dal cromosoma Y ci si attendeva un interessante parallelo, che avrebbe potuto confermare quello che dicono i mitocondri, ma anche mostrarci differenze.
Abbiamo dovuto attendere a lungo, perché è stato assai difficile trovare varianti genetiche nel cromosoma Y. Una variante genetica è la conseguenza di una mutazione, cioè di un cambiamento nel Dna. Il Dna è un filamento fatto di nucleotidi uno attaccato all’altro, che possono essere solo di quattro tipi, chiamati con la lettera iniziale del loro nome chimici, A, C, T o G. La sequenza dei nucleotidi sui cromosomi è diversa in ogni individuo. Siamo tutti infatti un po’ diversi uno dall’altro.
La vita è possibile perché gli organismi viventi sanno fabbricare Dna identici ai propri e passargli ai figli, cosicché i figli sono estremamente simili ai genitori (con la complicazione che per ogni loro carattere ereditario possono essere simili all’uno o all’altro genitore, o a un complicato miscuglio dei due). Il Dna dei figli è una copia esatta di quello dei genitori, con rarissime eccezioni: se un nucleotide particolare cambia nel passaggio da genitore a figlio, avviene appunto una mutazione. Si può vedere la mutazione come un errore casuale: se il genitore ha, in uno dei suoi tre miliardi di nucleotidi, quello A, può darsi che un figlio abbia G (oppure un altro dei due, T o C). per dare un’idea della sua frequenza, la mutazione avviene in media in uno su trenta milioni di nucleotidi per generazione.
Nella maggior parte dei casi, queste mutazioni non hanno alcun effetto apprezzabile, ma possono a volte provocare una malattia genetica. Molto più raramente, possono essere anche vantaggiose per chi le porta. Che l’effetto della mutazione sia insignificante, patologico o benefico, il tipo mutato nel figlio viene da lui trasmesso a tutti i futuri discendenti.
Nel caso di mitocondri e del cromosoma Y c’è una semplificazione importante: i figli sono identici solo a uno dei due genitori, alla madre per i mitocondri e al padre per il cromosoma Y. Si può quindi ricostruire una genealogia di madre in madre, o di padre in padre, e seguire i cambiamenti avvenuti a ogni passo. Ma le mutazioni del cromosoma Y sono rare, 10-100 volte più rare che nei mitocondri. Questo fa sì che le genealogie dei mitocondri siano più incerte, perché nel volgere dei millenni possono essere intervenute altre mutazioni, che cancellano mutazioni già avvenute o le ripropongono in un’altra parte della genealogia, creando confusione. Il grande numero di mutazioni caratteristico dei mitocondri è insomma una fonte importante di rumore casuale. Questo non avviene che assai più di rado per il cromosoma Y, per cui da un lato le genealogie dell’Y sono molto più sicure, dall’altro si fa più fatica a individuare varianti.
Molti hanno cercato mutazioni dell’Y, senza mai trovare quelle più desiderabili, più rare ma più sicure, che coinvolgono un solo nucleoide. Applicandoci con grande pazienza, nel 1994 a Standford abbiamo trovato la prima. Poi Peter Inderhill e Peter Oefner, due diretti collaboratori di Luca Cavallo-Sforza, hanno inventato un nuovo apparecchio che permette di individuarle rapidamente. E’ così che il laboratorio di Standford ha potuto produrre una ricchissima genealogia del cromosoma Y, basata su 116 tipi genetici diversi osservati in 1.062 individui provenienti da tutto il mondo, grazie a 218 mutazioni scoperte, con l’eccezione di una sola, nel nostro laboratorio. Questa genealogia mondiale è stata pubblicata in forma molto sintetica l’anno scorso dalla rivista Nature Genetics. Un articolo appena comparso sul periodico inglese Annuals of Human Genetics ne dà una interpretazione storico-geografica dettagliata. La storia che è uscita dai dati mostra come l’uomo moderno ha occupato il mondo. E’ una storia che ha avuto inizio circa 100.000 anni fa da una piccola popolazione dell’Africa orientale, di cui faceva parte l’antenato che portava il cromosoma Y da cui sono discesi i cromosomi Y di tutti gli uomini di oggi.
Si potrebbe parlare di Adamo, così come si parlava di Eva mitocondriade al tempo del lavoro di Allan Wilson, ma si darebbe l’impressione sbagliata che in qualche momento della storia sia vissuto un uomo solo. La realtà è che di ogni segmento di Dna esiste sempre, a un certo punto dell’evoluzione, un unico esemplare, da cui sono discesi tutti quelli esistenti oggi, perché gli altri segmenti suoi contemporanei sono andati perduti per mancanza di discendenti, dovuta a ragioni casuali.
Quest’unico antenato comune, fra l’altro, non era vissuto all’epoca in cui questa piccola popolazione iniziò ad espandersi, ma probabilmente molto tempo prima. Dall’Africa orientale, l’espansione ha raggiunto il resto dell’Africa fra i 100.000 e i 50.000 anni fa, poi è stata seguita da migrazioni verso il continente più vicino, l’Asia. Come suggeriscono questi numeri arrotondati, le date sono approssimative. Probabilmente, questi nomadi hanno in parte seguito la costa asiatica, procedendo verso Arabia, India, Sudest asiatico, e proseguendo di qui per Nuova Guinea e Australia, usando imbarcazioni primitive per traversare i numerosi tratti di mare. Di qui l’uomo si è spinto anche verso la costa della Cina, raggiungendo abbastanza presto il Giappone. Un’altra grande espansione ha portato dal Nordest dell’Africa verso l’interno dell’Asia occidentale, probabilmente attraverso il Medio Oriente. Dall’Asia centrale si è diretta a occidente verso l’Europa, a Nord verso la Siberia, e attraverso lo stretto di Bering ha raggiunto più tardi e in diverse ondate l’America. Ciascuna di queste espansioni ha impiegato alcune decine di migliaia di anni.
Vi sono buoni motivi per ipotizzare che gli africano che colonizzarono prima il resto dell’Africa, poi con migrazioni successive l’Asia e da questa gli altri tre continenti, fossero bruni di pelle. Questo è vero infatti di tutti gli africani più arcaici (o meglio, dei loro discendenti viventi oggi) e della maggior parte degli uomini oggi viventi. La pelle nera, più scura, dev’essersi formata nel resto dell’Africa, e in altre regioni del mondo più vicine all’equatore, in un periodo successivo, come protezione dall’eccesso di radiazione ultravioletta. Il colore bianco della pelle si formò invece, specie in Europa del Nord, negli ultimi decimila anni, come adattamento alla nuova alimentazione con cereali prodotti attraverso l’agricoltura. I cereali mancano di vitamina D, e questo può provocare rachitismo anche grave. La pelle bianca permette l’ingresso degli ultravioletti solari sotto la cute e la produzione di vitamina D a partire da un precursore che i cereali contengono.
Cosa stimolò questa popolazione africana a espandersi? Probabilmente il fatto che in essa avvennero gli ultimi tocchi allo sviluppo del carattere che più differenzia l’uomo dagli altri animali, il linguaggio. La comunicazione assai perfezionata che divenne così possibile non è la sola caratteristica che avvantaggiò i nomadi, perché nella produzione di strumenti vi furono altre manifestazioni di una tecnologia più avanzata. Fu però probabilmente la più importante.
Un articolo pubblicato l’11 maggio su Scienze, firmato da 23 ricercatori diretti da Li Jin, un bravissimo ricercatore cinese che ha fatto parte del nostro gruppo di Standford, riporta i risultati della ricerca svolta su ben 12.000 cromosomi Y nella parte orientale dell’Asia, ove si dovrebbero trovare, secondo i multiregionalisti, i discendenti di quegli antichi uomini asiatici. Tutti i 12.000 cromosomi osservati discendono chiaramente dalla stessa popolazione africana che ha dato origine a tutti gli altri uomini viventi. Questa genealogia, ricostruita usando i cromosomi Y, è finora la prova diretta più forte contro l’ipotesi di una partecipazione di uomini asiatici arcaici al patrimonio genetico dell’uomo moderno. Se l’ipotesi multiregionale fosse vera, si sarebbero dovuti trovare in Asia orientale cromosomi Y profondamente diversi da quelli che invece si sono trovati lì come in tutto il resto del mondo.
Ricercatori australiani hanno recentemente affermato di aver trovato, in un solo fossile datato a circa 60.000 anni fa in Australia, un individuo il cui Dna è diverso da quello di altri fossili australiani più recenti, e diverso da qualunque altro individuo vivente. Se questi dati saranno confermati, si potrebbe trattare di un uomo arcaico che non lasciato discendenti (o, se ve ne sono, non sono ancora stati trovati, ma sono probabilmente molto rari). Così pure, in Europa, si è visto che l’uomo di Neandertal, scomparso tra 40.000 a 30.000 anni fa, è esso pure diverso dagli uomini viventi oggi, Europei compresi, confermando che tutti gli individuo viventi finora studiati sono discendenti di quella piccola popolazione africana che, partita dall’Africa orientale, si è moltiplicata e si è sparsa in poche decine di migliaia di anni in tutto il mondo.

Autore: Luca e Francesco Cavalli-Sforza

Fonte:Il Sole – 24 Ore del 20 maggio 2001

En plein air le sculture nel parco della Mandria . Scultura Internazionale alla Mandria

Potreste non farci caso e passare oltre, inconsapevoli di aver perso un’emozione. Sul sentiero che conduce alla Villa dei Laghi, della Mandria, il parco alla porte di Torino, dove è allestita la mostra Scultura Internazionale, proprio al centro, emergono due piante … di piedi. Lui è Antony Gormley. Ha riprodotto una copia del proprio corpo in ferro e l’ha fatto interrare, escluse le piante dei piedi. «Ci pensavo da 15 anni – annuncia – alla fine ho deciso di metterla proprio qui, alla Mandria, con le ombre che fanno gli alberi e la strada… che attraversa la foresta …serpeggia e non si sa dove porti». Viaggiatore con la testa all’ingiù, ovvero un’avventura al rovescio sotto la crosta della terra.

Incomincia di qui la visita alla mostra allestita dalla Regione Piemonte in collaborazione con l’Associazione Piemontese Arte che rimane aperta fino al 27 ottobre (sabato e domenica dalle 11 alle 19, ingresso gratuito).

Ventinove artisti sono stati scelti dal curatore, Victor de Circasia, per una sfida fra arte e natura, in questo angolo sconosciuto della Mandria.

Un opuscolo aiuta il visitatore a organizzarsi il percorso. E’ possibile salutare la balena di Julia Bornefeld, affondata nel prato o interrogare Unfplanze (Luisa Valentini) un essere inquietante, una pianta da cui avrebbe avuto origine la vita, simile a un gigantesco spermatozoo. Intorno la terra è smossa. Non fa parte dell’opera d’arte: sono i cinghiali che vengono qui a pascolare. Preferiscono Unfplanze ai cioccolatini di Gudmundsson: in granito rosso, nero, sale e pepe, viene voglia di toccarli (purtroppo è vietato), quasi di assaggiarli. «Quando una scultura non piace – spiega l’artista islandese – si dice che sembra un cioccolatino. Io ho voluto dar dignità a questi dolcetti prelibati. Le mie sculture sono cioccolatini, appunto». L’ironia è un gioco a cui partecipa facilmente anche Pascal Bernier che fra cespugli di rododendri nasconde un elefantino fasciato (lo ha intitolato «Incidente di caccia») e non resiste all’impulso di parlarci delle devianze sessuali dei fiori proponendo una rosa sadomaso.

L’arte offre messaggi per riflettere. Pesanti e dolorosi, come la gabbia del portoghese Rui Chafes che pende minacciosa da un albero secolare o leggeri e gioiosi come la gabbia di Mainolfi: ha le porte spalancate, un segno di speranza su cui si appoggiano indifferenti gli uccelli di fronte al laghetto dove fluttuano, le nifee di Enrica Borghi. Fatte di bottiglie di plastica colorate di rosa, arancio e azzurro, sembrano estraniarsi dall’imperturbabile concerto verde e bruno che le circonda e inoltrasi verso un ineluttabile destino.

Altre sculture, invece, si offrono con prepotenza. Impossibile non soffermarsi a decifrare i segni della Rotativa di Babilonia di Arnaldo Pomodoro. O a capire la trasparenza del monumento equestre di Zadok Ben-David: quel cavallo, ridotto all’osso e sistemato su un basamento pesantissimo, si muove se ottiene attenzione. Come non è difficile passeggiare intorno al Luogo della Memoria (Riccardo Cordero) per seguire le contorsioni di una linea d’acciaio che dialoga con l’ambiente.

Altre sculture parlano, come la virgola d’acciaio (William Pye) su cui l’acqua disegna sussurri o lo specchio di Anish Kapoor che riflette e amplifica le parole degli alberi. E altre, pur mimetizzate, anche perchè fatte del materiale più comune, la pietra, lanciano moniti silenti: una traccia di pneumatico (Eredi Bruncusi) è il tempo che saremo, la barca dell’Ultimo viaggio, di André Raboud, la mistica del nostro presente. Ci sono anche artisti giovani come la riminese Maria Luisa Tadei: con la sua Incarnazione propone una sorta di occhio che scruta il verde del parco.

Autore: Irene Cabiati

Fonte:La Stampa

L’Obelisco di Axum tornerà in Etiopia – Riepilogo

L’obelisco di Axum tornera’ in Etiopia. E’ stato il consiglio dei ministri, oggi, a decidere di avviare le procedure per la restituzione. Si chiude cosi’ un annoso contenzioso, il cui ultimo atto era stato, proprio questa mattina, l’annuncio del premier etiopico Meles Zenawi ”non spareremo, ma a parte questo faremo di tutto per riaverlo”.

Ma l’annuncio della decisione del governo italiano ha trovato subito critici in patria. ”Meglio tardi che mai!”, hanno commentato i Verdi e l’ex sottosegretario ai Beni Culturali Sgarbi si e’ detto certo che l’obelisco ”si sbriciolera”’ quando cercheranno di smontarlo. Prima di essere smontato per il viaggio, il monumento funerario di roccia, vecchio di duemila anni, alto 24 metri, pesante 160 tonnellate, dovra’ essere restaurato per i danni che ha subito nel marzo scorso quando fu colpito da un fulmine.

Il lavoro degli esperti dell’Istituto nazionale per il restauro e della sovrintendenza di stato e’ gia’ vicino alla conclusione della prima fase, la catalogazione dei pezzi che se ne staccarono. Ma oltre ai tempi necessari per il restauro, spiega l’architetto Gisella Capponi, bisognera’ comunque attendere la stagione adatta, quella secca, per ricollocare in terra d’Etiopia la stele.

Ad Axum, ex capitale imperiale ed ancora oggi capitale religiosa, a una cinquantina di chilometri dal confine eritreo, tra bouganvillee e jacarande, da un paio d’anni c’e’ una grande buca coperta da una lamiera che attende il ritorno della stele. Gli altri monumenti funebri, torri piu’ o meno alte e sottili, urne funebri, giacciono per lo piu’ a pezzi sul terreno. L’attesa per la stele che deve tornare dall’Italia e’ alta, ma almeno per ora Axum e’ una meta ardua per i turisti: si raggiunge solo in aereo o con giorni di fuori strada e, una volta arrivati, c’e’ un solo spartano albergo.

Giunta in Italia nel ’37 portata dalle truppe d’occupazione italiane in tre pezzi, la stele fu collocata la’ dove e’ ancora oggi, davanti al ministero delle colonie, divenuto poi palazzo della Fao. La restituzione era prevista, fin dal 1947, nel trattato di pace con l’Etiopia e riconfermata in un’intesa del ’56 che regolava le questioni ancora pendenti tra i due paesi in seguito alla guerra. Sono del 1997 la definizione tra Italia e Etiopia delle procedure di restituzione e la legge di bilancio per lo stanziamento di un miliardo di lire dell’epoca per il pagamento delle spese di smontaggio.

Fonte:ANSA

L’obelisco di Axum in Etiopia è atteso da una grande buca piena di Buganvillee e Jacarande

Da un paio d’anni c’e’ una grande buca coperta da una leggera lamiera proprio al centro del parco delle steli di Axum, pieno di buganvillee e jacarande.

Attende il ritorno dell’obelisco, il piu’ bello tra le molte centinaia che nell’ex capitale imperiale, ed ancora capitale religiosa (non vi e’ consentito erigervi moschee, ad esempio) erano stati eretti: torri svettanti verso il cielo, via via piu’ sottili, con incise porte e finestre per scandire i vari passaggi. Urne funerarie: e piu’ era importante e ricca la famiglia, piu’ erano alte e massicce.

Invero, la grandissima maggioranza di tali steli giace in pezzi sul terreno: numerose, le piu’ eleganti, nel parco (dove per accedere occorre pagare un biglietto); ma la grande maggioranza, a grappoli, tutt’intorno. Axum e’ ormai un piccolo paese molto pietroso, come tutto il Tigrai, nel cui cuore sorge: non lontano – una cinquantina di chilometri – dal confine eritreo. Arrivarci in macchina dalla capitale Addis Abeba e’ molto difficile, richiede giorni di fuoristrada. Ci si va in aereo, una specie di autobus dei cieli, che fa almeno due o tre ‘fermate’ prima di raggiungerla.

Un museino, tante steli, tante regge avventurosamente datate a molte migliaia di anni fa di re e regine piu’ o meno mitici (ma di certo fu per lunghi secolo al centro di un impero che spaziava tra le attuali Etiopia, Eritrea e Yemen) e – soprattutto – molte chiese ‘sante’, le piu’ ‘sante’ per i cristiani ortodossi etiopici. In una delle quali (in realta’ una grande cappella) e’ conservata, invisibile se non agli occhi del suo custode – un monaco la cui carica dura a vita, chiamato Atang – l’Arca dell’Alleanza che nella tradizione il mitico figlio della regina di Saba Menelik rubo’ a suo padre Salomone, che ne era custode.

Paese piccolo e polveroso Axum, ma dove e’ evidente lo sforzo di tenere tutto il piu’ pulito ed ordinato possibile, seppur con i pochi mezzi a disposizione. E dove si respira gia’ da tempo un’aria di grande attesa turistica. Per ora di turisti non ne arrivano molti; ma anche per quei pochi ci sono nugoli di ragazzi pronti a vendere di tutto: da guide di terza mano, a pezzetti di terracotta ‘archeologici’, a monete antiche (vere), a moderne ricostruzioni ‘anticheggianti’ di vecchi pezzi dell’epoca d’oro della capitale.

E tutti vivono nell’attesa che l’obelisco portato via (in pezzi come era: non e’ vero che fu spezzato in tre per facilitarne il trasporto) dalle truppe italiane nel ’37, quelle stesse che costruirono la strada che di li’ porta verso il mar Rosso, ancora l’unica esistente, torni. Sperando che esso inneschi infine un vero e proprio volano di ripresa economica. Il che e’ tutto da verificare: per ora, di fatto, c’e’ un solo albergo degno di questo nome, ed alquanto spartano. Per non parlare dell’annesso ristorante. Comunque la restituzione dell’obelisco e’ vissuta con grandissima ansia ed attesa dall’Etiopia intera.

L’averla ritardata ormai per oltre 50 anni era considerato sempre piu’ un grave insulto. Anche se a molti era noto che quei ritardi erano spesso stati informalmente concordati, in cambio di questa o quell’opera civile (ponti, ospedali, scuole, acquedotti…): cio’, almeno, fino a che c’era il Negus. Ma i tempi erano poi cambiati. E ancora nella sua ultima intervista diffusa oggi, il premier ed uomo forte etiope Meles Zenawi, che sempre aveva parlato della mancata restituzione come di ”un’ombra grave nei pur buoni rapporti bilaterali con l’Italia” ribadiva: ”Tranne che ricorrere alle armi, faremo di tutto per riavere la stele”. Ed appena la scorsa settimana la neonata Unione Africana aveva emesso una ferma dichiarazione di appoggio all’Etiopia in tal senso.

E tra la stessa comunita’ italiana che – magari da generazioni – opera in Etiopia, spesso riunita al circolo ‘Juventus’, al centro di Addis Abeba, era da tempo ormai diffusa la convinzione che la restituzione fosse ineludibile. Anche perche’, sussurrava qualcuno a mezza voce, i commerci degli italiani cominciavano ad incontrare qualche difficolta’ burocratica che prima non veniva avvertita. Ed in molti, poi, suggerivano: ma si’, e non solo bisogna riportare l’obelisco, ma occorre farlo alla grande, magari impegnandoci unilateralmente a creare un vero grande parco archeologico ad Axum. Un’ipotesi che sembra tutt’altro che peregrina

Fonte:ANSA