Archivi categoria: Arte sans frontières

AXUM CONTRO L&#8217ITALIA &#8220RIDATECI L&#8217OBELISCO&#8221

La parola data dall’Italia vale poco: per smentirla bastano cinquanta birr, due terzi di euro, il biglietto per l’ingresso alla Spianata delle Stele. Nascosto sotto una tettoia rovente, c’è uno scavo di 6 metri per 8, fra il monolito di re Ezana e i frammenti della Grande Stele. Un buco polveroso, che aspetta: qui, un giorno, tornerà dall’incrocio romano di viale Aventino l’obelisco rubato dai fascisti. Qui, un giorno, il popolo dell’Etiopia farà festa.

Agli abitanti di Axum importa poco che i grandi musei del mondo abbiano deciso di non restituire i loro possedimenti ai paesi d’origine. “Ci sono più oggetti preziosi axumiti a Roma che qui da noi”, dice il curatore del sito archeologico e del piccolo museo, “e nessuno li richiede indietro. Ma l’obelisco è diverso”. Si chiama Haile Selassié, come il negus, e per lui l’orgoglio nazionale non può che essere un valore da prendere sul serio.

Dimenticato l’impegno solenne a restituire il bottino della scorribanda fascista “entro diciotto mesi”, firmato e mai rispettato già nel 1947, archiviate le altre sterili trattative, insabbiata anche la promessa del 1997, di risolvere tutto entro un anno, il nostro paese è atteso un’altra volta alla prova dei fatti sulla collina di Axum. Il governo Berlusconi ha già dato ogni garanzia al presidente Meles Zenawi, all’ambasciata di Addis Abeba giurano che ormai “è solo questione di tempo”. E gli etiopi hanno fiducia, anche se, con questi precedenti, devono nutrire un pizzico di scetticismo.

Dal Corno d’Africa lentezze e impedimenti romani sembrano incomprensibili. D’altronde duemila anni fa per portare la stele di granito dalla cava di Godedera per oltre sei chilometri sono bastati gli elefanti. Così molti hanno l’impressione che dietro i ritardi ci sia la voglia di una parte del paese di rimandare ancora, “sine die”, la consegna. C’è persino che è andato a scomodare uno storico etiope, Aleme Eshete, dissidente da sempre ed esiliato a Roma, per fargli dire che, in fondo, non c’è fretta. Questo studioso ha scritto un messaggio a Berlusconi per sconsigliargli di restituire l’obelisco a Meles Zenawi, che – a suo parere – non garantisce la democrazia. “Aleme mi ha fatto vedere la lettera, e gli ho risposto molto duramente”, dice Angelo Del Boca, massimo storico italiano della guerra d’Africa. “Gli ho detto: ti stai facendo strumentalizzare, e non fai un buon servizio al tuo paese, né all’Italia”.

Ma in Etiopia solo qualche turista anglosassone chiede se al paese convenga invece “vendere” il monumento e chiedere all’Italia il denaro per un ospedale. “Nessuno può comprare la nostra storia”, risponde Berhane Hailu, presidente del comitato locale per l’obelisco. E ad Addis Abeba l’animatore di tutto il movimento, Fitawrari Amede Lemma, arriva quasi a urlare: “Basta perdere tempo: l’obelisco deve tornare, subito”.

Autore: Giampaolo Cadalanu

Fonte:La Repubblica

MICHELANGELO? PROBABILMENTE NO.

Un articolo di luglio sul New York Times (sotto il titolo In seguito, mentre me ne stavo seduto nel mio caffè preferito dei tre che si trovano nel borgo toscano dove trascorro una parte dell’anno, il mio sguardo fu attirato dalla riproduzione sulla prima pagina di questo giornale, di un disegno anch’esso attribuito a Michelangelo. Un’impressione di dèjà vu s’insinuò nei miei pensieri. Oltre al Cupido, non molti anni prima un modello in gesso per il David, e in un passato più lontano un San Giovannino in marmo, tutti e tre presunte opere michelangiolesche erano già finiti nella pattumiera della storia dell’arte. Più recentemente abbiamo assistito a una scoperta a rovescio: è stato accertato che un famoso dipinto di Leonardo da Vinci non è in realtà, nella sua versione attuale, di mano del maestro, ma di un qualche oscuro discepolo. Il disegno attuale (un’opera già finita e di dimensioni piuttosto grandi), presentano come un indubbio Michelangelo, sarà destinato alla stessa sorte?

Nel modo della scoperta è riconoscibile la sindrome del colpo di fulmine, che sembra esser stata all’opera in tutti i casi qui menzionati. Ma facciamo un passo indietro per esaminare il disegno (che conosco soltanto attraverso le riproduzioni) e valutare la situazione. Esso non rappresenta un nudo, e neppure uno studio per un dipinto o una scultura, né è un disegno per una tomba, un palazzo, una chiesa o una cupola, ma raffigura un candelabro, di cui non può certo dirsi che offra indizi irresistibili del linguaggio artistico del maestro. Naturalmente la potenza dell’appello a Michelangelo è tale che qualunque frammento di casta o scheggia di marmo a lui associati appaiono sufficienti a giustificare il clamore. E qualunque persona sana di mente festeggerebbe il fatto di ritrovarsi in possesso di una altro disegno del maestro, che è stato già valutato 12 milioni di dollari.

Compiere questo tipo di scoperta appartiene all’arte del conoscitore. Richiede un talento speciale, forse più innato che appreso, e in ogni generazione non emerge che un pugno di conoscitori. Nel corso degli ultimi cent’anni, l’esempio più celebrato è Bernard Berenson, i cui vasti lavori tengono tuttora il campo. Ma anche quando a proporla siano gli esperti illustri, un’attribuzione non è mai dimostrabile, sebbene il pubblico, dopo aver letto il giornale, si convinca che si, naturalmente, in una vecchia cassa è stato trovato un disegno di Michelangelo.

Le attribuzioni acquistano credito sulla base di analisi scientifiche e del consenso tra gli studiosi. L’attribuzione in questione sarebbe risultata più persuasiva se il suo autore avesse preparato una pubblicazione scientifica, corredata con tutti gli elementi di prova che fosse riuscito a mettere insieme (incluse esemplificazioni comparative), rinviando a un secondo momento l’annuncio pubblico. Le scoperte in campo medico vengono di regola comunicate prima nelle riviste professionali, e solo successivamente sono riprese dalla stampa popolare. A quanto pare, la presentazione scientifica è in corso di preparazione.

Quanto alla formazione di un consenso tra gli esperti, gli sforzi compiuti finora appaiono piuttosto tiepidi. Le persone che sono state consultate hanno stretti legami con il mondo dei musei, oppure possono essere considerate di manica larga quando è in ballo l’attribuzione di disegni. Voglio dire che sono inclini ad attribuire al maestro disegni che altri probabilmente classificherebbero . La posizione estrema, anatema agli occhi del mercato dell’arte, è quella di uno specialista tedesco dei disegni di Michelangelo, secondo il quale i disegni autenticamente michelangioleschi non sono più di qualche dozzina. Invece gli specialisti consultati nel caso in questione ritengono che ne esistano dieci volete tanti.

Inoltre, potrebbe essere qui all’opera un filo di orgoglio nazionale, giacche oltre a Sir Timothy Clifford, il direttore di un museo scozzese, anche i due eminenti esperti di Michelangelo consultati rappresentano quella che potemmo chiamare la . Naturalmente, alla fin fine la prova regina è il disegno stesso. Eseguito con gesso nero su carta color crema, l’alto e sottile oggetto raffigurato è disegnato con tocco leggero ma meticolosamente, e le proporzioni sembrano caratteristiche più di una sensibilità decorativa che della consueta monumentalità michelangiolesca. Non c’è praticamente nessun indizio dell’origine della luce (un elemento senza dubbio inconsueto per un maestro come Michelangelo), ed è perché il disegno è atipico, se non addirittura un caso unico in Michelangelo.

A me sembra un’opera sovraccarica di dettagli ornamentali, e i pochi elementi figurativi, come i cosiddetti serafini alati, sono di concezione talmente mediocre )se misurati con il linguaggio michelangiolesco che conosciamo), che è impossibile attribuire il disegno alla mano del maestro.

E’ lecito affermare che, come nel caso del Cupido, del modello in gesso per il David e del San Giovannino, collocare quest’oggetto nel corpus delle opere di Michelangelo significa abbassare indebitamente il rango della sua storica impresa artistica. Ciò che abbiamo davanti è uno spettacolare evento mediatico ma un mediocre disegno, probabilmente eseguito da un ignoto orefice o artigiano intorno al 1550. Ciò nondimeno, bisogna congratularsi con Sir Timothy per la sua tenacia nel rovistare in casse traboccanti di disegni trascurati dai suoi colleghi americani. Infatti, come dice l’adagio italiano, .

Autore: James H. Beck

Fonte:La Stampa

Londra antica in un archivio

Il Museum of London
Il progenitore dell’attuale Museum of London è il Guildhall Museum, che venne fondato nel 1826. Da allora, grazie al costante incremento delle collezioni, l’istituzione è cresciuta fino alle dimensioni attuali, che ne fanno uno dei più grandi musei di storia umana del mondo. Il museo si articola in otto sezioni, rispettivamente dedicate alla preistoria, all’età romana, all’epoca sassone, alla Londra medievale, all’epoca dei Tudor e degli Stuart, al XVIII secolo, al XIX secolo e alla Londra del XX secolo.

Informazioni
Il London Archaeological Archive and Research Centre ha sede nella Mortimer Wheeler House del Museum of London, 46 Eagle Wharf Road, Hackney. Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere al museo stesso, al numero 00442078145777. L’uso del LAARC è gratuito e si svolge su appuntamento.
E-mail: llarc@museumoflondon.org.uk

Per molto tempo l’archeologia inglese ha avuto la tendenza a sottovalutare gli archivi, per essi intendendo l’insieme dei materiali ritrovati durante lo scavo, delle schede che li descrivono e la documentazione grafica e fotografica.
Le risorse economiche disponibili non sono state indirizzate anche alla tutela di questo tipo di documentazione, secondo criteri di sostenibilità dell’impresa e di accessibilità delle conoscenze, e il valore di questo patrimonio ai fini della ricerca è stato sottostimato. Una nuova iniziativa avviata dal Museum of London intende ora rimediare a queste lacune e punta a evidenziare il rapporto che deve intercorrere tra queste due componenti dell’attività di indagine. Gli archivi debbono essere curati e gestiti affinchè possano essere accessibili. Se resi accessibili, essi possono divenire oggetto di ricerca e il loro valore può essere sfruttato al massimo livello: adottando una simile strategia, la loro cura diviene un’operazione capace di centrare l’obiettivo di un rapporto equilibrato tra costi e benefici.Sin dalla sua fondazione, che ha avuto luogo nel 1976, il Museum of London ha ricoperto il ruolo di “casa” dell’archeologia per la capitale inglese. Le sue unità di scavo hanno condotto la maggior parte delle indagini avviate nella Greatere London (la contea metropolitana che comprende la City e i distretti suburbani, per un totale di quasi 1600 Kmq., n.d.r.), e hanno legato il nome dell’istituzione a scoperte di grande rilievo, come quelle dei teatri shakespeariani “Rose” e “Globe” sul Bankside, dell’anfietatro romano localizzato al di sotto di Guildhall Yard o dell’insediamento sassone di Ludenwic, che si estendeva nell’area in cui sorge oggi il Covent Garden.
Le gallerie più importanti del museo raccontano la storia di Londra dalla preistoria al XX secolo, e danno ampio risalto al patrimonio archeologico cittadino, una scelta che ha avuto eco anche nell’organizzazione di alcune delle più importanti esposizioni temporanee allestite negli ultimi anni.E’ stato il caso di London Bodies, una mostra dedicata alla popolazione londinese nel corso dei secoli, per la quale ci si è serviti di numerosi scheletri rinvenuti in contesti archeologici; o anche di High Street Londinum, esposizione con la quale si è voluto dimostrare quanta importanza abbiano avuto le indagini archeologiche condotte nel corso degli ultimi anni per la ricostruzione della città in età romana. Di recente, molti gli sforzi dello staff del museo si sono inoltre concentrati sulla immediata divulgazione delle scoperte. Ne è un esempio il sarcofago ritrovato nell’area di Spitalfields nel 1999, ai margini del quartiere della City.

Scavare e far conoscere
Anche “dietro le quinte” del museo si è fatto molto per garantire una corretta archiviazione e documentazione dei materiali provenienti dagli scavi condotti a Londra. Da tempo, infatti, era maturata la convinzione che la creazione di un archivio efficiente sarebbe stata un’impresa certamente impegnativa, ma che, al tempo stesso, avrebbe potuto permettere la realizzazione di uno strumento di ricerca preziosissimo. Con la creazione del LAARC (London Archaeological Archive and Research Centre) ci sentiamo ora di poter dire che il Museum of London ha vinto questa ambiziosa scommessa.
I problemi legati alla cura degli archivi archeologici non riguardano soltanto il caso londinese: uno studio analitico del problema ha messo in luce il ricorrere di carenze e lacune a livello nazionale. Le unità di scavo si sono dimostrate, di solito, piuttosto lente nel trasferire i propri dati d’archivio ai musei, e questi ultimi, dal canto loro, hanno faticato non poco per reperire spazi e risorse adeguate. Al tempo stesso tutti concordano sul fatto che gli archivi rappresentano il corpus di dati più importante di quel che sopravvive a un’indagine condotta sul campo. Essi, infatti, sono una testimonianza insostituibile del lavoro svolto, poiché dei siti, data la natura distruttiva dell’intervento di scavo, non si conserva quasi nulla.
Tuttavia, non ci si può accontentare della scelta di conservare adeguatamente gli archivi soltanto perché esi sono la traccia di uno scavo. Gli archivi devono essere creati anche al fine di poter essere utilizzati,. Il LAARC è stato creato proprio con l’intenzione di ottenere questo duplice risultato. Gli archivi devono essere conservati in maniera adeguata e, se così è, essi possono essere impiegati come strumento per la ricerca e come basi di partenza per l’avvio di nuove attività archeologiche: esposizione, formazione, gestione. Scegliere di curare un archivio ha senso soltanto se si sceglie di renderlo disponibile per soddisfare queste esigenze.

Strutture d’avanguardia
Per il LAARC è stata scelta come sede la Casa di Mortimer Wheeler (il grande archeologo fu uno dei conservatori del museo dal quale ha avuto origine l’attuale Museum of London, accanto agli uffici del MOLAS (Museum of London Archaelogy Service) e del MoLSS (Museum of London Special ist Services). L’edificio ospita anche una parte consistente delle collezioni di storia sociale e del lavoro del museo, nonché la biblioteca della London Society. I lavori di allestimento sono stati finanziati grazie a fondi messi a disposizione dall’Heritage Lottery Fund /un fondo destinato ai beni culturali ricavato dagli introiti delle lotterie, con criterio analogo a quanto avviene in Italia con il gioco del Lotto), dal governo centrale britannico , dal Getty Grant Program e da molte altre organizzazioni, associazioni archeologiche e singoli donatori. Sono state ricavate due spaziose aree adibite a deposito, un centro per i visitatori e due laboratori. Sono state installate le più moderne strutture per l’archiviazione, realizzando anche un indice informatizzato e un sistema di accesso alla banca dati (quest’ultimo accessibile anche via Internet).
L’archivio londinese è di gran lunga il più grande del Paese: a oggi esso consta di circa 140.000 cassette di materiali, sistemate su 10.000 m. di scaffalature. Vi sono custoditi i reperti e le documentazioni di circa 5200 scavi. Tali cifre sono naturalmente destinate a crescere di anno in anno ed è per questo che il progetto della struttura è stato impostato in maniera tale da far sì che essa possa assorbire, almeno, i materiali che saranno recuperati nei prossimi 20 anni. Un simile obiettivo passa attraverso la ripianificazione dell’impiego degli spazi disponibili e la più razionale sistemazione delle collezioni esistenti.
Le attività di ricerca saranno coordinate attraverso la pubblicazione di un piano sistematico delle indagini archeologiche londinesi e una serie di collaborazioni con archeologi della capitale. Di vitale importanza è la collaborazione con l’Istituto di Archeologia della University of London, che oggi offre ai suoi studenti la possibilità di ottenere un diploma di livello specialistico in archeologia della città di Londra, attraverso attività di formazione presso il LAARC e la realizzazione di tesi su materiali ivi custoditi. Un’analoga partnership è stata avviata con il Birkbeck College, che organizza corsi di archeologia per adulti a Londra.

Consapevolezza del passato
Un’altra componente essenziale della comunità archeologica londinese è l’insieme delle associazioni locali e, anche in questo caso, il museo lavora insieme con queste strutture per incoraggiare la ricerca e l’uso del LAARC e hanno anche contribuito finanziariamente alla sua realizzazione. Fra di esse meritano d’essere segnalate la London and Middlesex Archaeology Society e la City of London Archaeology Society, che sono riuscite a raccogliere una somma di 200.000 sterline, versate al LAARC sotto forma di donazione. E’ auspicabile che progetti di società che conducono ricerche sul passato della città di Londra o collaborano alla gestione delle collezioni del LAARC riescano a trasmettere ai membri delle società locali la sensazione d’essere coinvolti in prima persona nelle problematiche dell’archeologia londinese: un obiettivo che, nel corso dell’ultimo decennio, si è fatto sempre più difficile, poiché l’attività di indagine è stata sempre più spesso, e in misura sempre crescente, finanziata dai soggetti che hanno realizzato i progetti di sviluppo infrastrutturale.

Il coinvolgimento del pubblico
Il LAARC non intende costituire un’alternativa alle gallerie del museo e vi è la più totale consapevolezza del fatto che gli archivi possono non essere il miglior modo per introdurre all’archeologia il pubblico dei non addetti ai lavori. Tra le attività dell’istituzione vi saranno dei week-end nel corso dei quali saranno organizzati eventi aperti al pubblico presso il LAARC, ma resta la convinzione che la valenza principale della neonata struttura è quella di una fondazione destinata ad altre attività. La mostra London Bodies non avrebbe potuto essere realizzata senza attingere all’archivio dei resti umani del museo e altri progetti di questo tipo verranno portati avanti. L’ordinamento e la razionalizzazione dei materiali che compongono l’archivio ha altresì reso possibile la creazione delle cosiddette “Scatole Romane”, contenitori che vengono messi a disposizione delle scuole e che raccolgono insiemi di materiali non stratificati, trasformati in collezioni didattiche; e, nella scorsa estate, le famiglie sono state invitate a partecipare a The Dig (”lo scavo”), uno scavo simulato con reperti originali.
La filosofia che ha guidato la creazione del LAARC è semplice, ma non intende imporre alla comunità archeologica una riconsiderazione delle proprie priorità. Per trent’anni abbamo acquisito esperienza nello scavo e nella documentazione dei materiali archeologici, confrontandoci con i rischi impliciti nella realizzazione delle grandi opere di ristrutturazione della città.
Al tempo stesso,tuttavia, non abbiamo sapito servirci dei risultati dei mnostri scavi per incrementare la conoscenza e l’apprezzamento del passato da parte del pubblico. Poco a poco sono state accumulate risorse enormi, ma sterili. Attraverso la loro adeguata gestione siamo adesso in condizioni di sfruttasrle per un’ampia gamma di usi, primo fra tutti quello della ricerca.
La nostra esperienza è che il LAARC si sviluppi come una fondazione importante per l’attività archeologica nella città di Londra e possa servire d’esempio per la realizzazione di imprese analoghe anche altrove.

Autore: Hedley Swain

Fonte:Archeo luglio 2002

Arte e artigianato in terra di Puglia

Ruvo è certamente una località della Puglia che, durante il XIX secolo, restituì le maggiori quantità di materiale funerario dalle tombe della zona; gli scavi, per lo più effettuati dai possidenti dei terreni in cui si trovavano le necropoli, andavano a formare o ad arricchire le collezioni delle maggiori famiglie pugliesi del territorio.

E’ famosa, per esempio, la collezione Jatta, oggi conservata nel Museo Nazionale di Ruvo.

Ma il saccheggio delle tombe contenenti i bellissimi vasi attici e apuli portò anche a una grandissima richiesta e a un altrettanto grande mercato dei vasi, molti dei quali sono oggi conservati nei musei di tutto il mondo. La collezione di antichità Lagioia, acquistata nel 1997 dalla Regione Lombardia, è una delle più importanti della Puglia; apparteneva a una famiglia imparentata con gli Jatta ed è stata ricomposta nella sua unità dopo le numerose divisioni ereditarie. Essa comprende oltre 700 reperti e vi sono rappresentate tutte le classi di materiali funerari pugliesi: figurine, rilievi, bronzetti, alabastri, oggetti di osso e avorio, vetro e pasta vitrea, ma soprattutto i vasi greci e magnogreci che furono prodotti ad Atene e poi nella stessa Puglia dal V al II secolo a.C. Oggi la collezione, dopo l’affidamento da parte della Regione Lombardia alle Civiche Raccolte Archeologiche di Milano, viene aperta al pubblico nel Museo Archeologico, dal 7 marzo, con una sezione appositamente allestita, dal titolo “Vita e morte. Uomini e dèi di Magna Grecia nella collezione Lagioia”. Il percorso è stato suddiviso per temi, con una lettura delle scene figurate che offrono informazioni sulla vita quotidiana e sugli argomenti letterari e mitologici della società del tempo. Le due parti “Gli uomini e gli dèi” e “Gli uomini e i giorni” affrontano i principali temi legati alla vita religiosa e spirituale (devozione, Dioniso e il banchetto, Eros) e a quella quotidiana (matrimonio, moda, giochi, palestra, musica, cibo, animali). Per testimoniare il gusto collezionistico della fine dell’Ottocento sono stati inseriti nell’esposizione anche materiali falsi o di dubbia autenticità, sempre facenti parte della Collezione. Il Museo Archeologico di Milano diviene quindi uno dei più ricchi musei di testimonianze apule in Europa. In attesa del catalogo, in corso d’opera, è disponibile una guida completa con i testi dell’esposizione e 30 immagini dei maggiori reperti,

Autore: Donatella Caporusso

Fonte:Archeo – maggio 2002

LA STRADA PER LA VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO

Già nelle fasi progettuali e realizzative delle opere di carattere strutturale che avrebbero inciso profondamente in tanti aspetti della vita del territorio della Val di Susa, gli amministratori e i tecnici di Sitaf si impegnarono a valorizzare i giacimenti archeologici che nel corso dei lavori erano venuti alla luce, garantendo allo stesso tempo la conservazione e la sistemazione dei reperti ritrovati.

Il connubio impresa e cultura è così diventato, in tanti anni di attività, uno dei settori in cui la valorizzazione di quanto era stato scoperto si aggiungeva ai numerosi beni artistici e culturali di una valle ricchissima di un patrimonio non sufficientemente conosciuto. Seguendo tale ottica di recupero e tutela Sitaf si assunse l’onere di commissionare allo Studio Viano, in accordo con la Regione Piemonte, una prima completa indagine dei beni culturali esistenti. Ma numerose sono le iniziative che testimoniano di un significativo impegno culturale: esse spaziano dal sostegno alle attività autogestite dalle Comunità interessate alla promozione delle nuove strutture funzionali, come il Museo Archeologico, all’organizzazione di manifestazioni e progetti culturali. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le manifestazioni che comprendono l’organizzazione di una serie di eventi espositivi (Mostra dei trasporti attraverso le Alpi), convegni (come quello di Susa sull’archeologia), fino al restauro del monumento al Frejus di piazza Statuto a Torino.

Nel vasto panorama delle opportunità culturali si deve segnalare il “Premio-Concorso per una Autostrada più bella” che intende raccogliere una nutrita serie di progetti certamente utili per la riambientazione paesaggistica della grande infrastruttura di comunicazione. A completamento di questo impegno, una serie importante di volumi dedicati ai problemi culturali intende non solo diffondere i risultati della complessa politica portata avanti dalla Società Autostradale, ma anche contribuire in misura determinante all’affermazione dei valori artistici, culturali e ambientali della Valle di Susa e delle tradizioni storiche del territorio. Alla consapevolezza della propria identità storica si lega anche la cultura del paesaggio, che è stata incentivata con perseveranza, perché occuparsi di questi problemi significa innanzi tutto riconoscerli come tali, padroneggiarli con impegni culturali adeguati, inserirli in processi tecnicamente ed economicamente sostenibili, sapendo che se l’affrontarli in sede di realizzazione iniziale è relativamente semplice, risolverli a posteriori è impresa assai ardua. In questi ultimi anni Sitaf ha inoltre implementato numerosi progetti per migliorare i rapporti con gli Enti locali e con la popolazione valsusina e inserirsi armonicamente nel generale coinvolgimento del territorio in prospettiva delle prossime Olimpiadi Invernali del 2006. La Società ha intensificato i suoi interventi attraverso una serie di iniziative tra cui merita ricordarne alcune tra le più importanti: il Premio – Concorso “la valle più bella” e l’apertura di una sede distaccata a Susa della Facoltà di Agraria della Università di Torino per la preparazione di una laurea triennale in “Difesa del suolo e manutenzione idraulico-forestale”. Tale corso di studi dovrebbe essere finalizzato alla salvaguardia delle risorse primarie (acqua e suolo) tramite la corretta gestione di quelle rinnovabili, nonché dovrebbe portare alla creazione di una professionalità specificamente adeguata per l’intera Valle di Susa e per la protezione ambientale civile. Da notare infine la stretta collaborazione e le sinergie create dalla Società con gli Enti pubblici, come ad esempio le Amministrazioni regionali e provinciali, le due Comunità Alta e Bassa valle di Susa e tutti i Comuni della valle.

Autore: a cura della Sitaf Spa – www.sitaf.it

Fonte:(da ImpresaCultura – periodico bimestrale di Confindustria, luglio-agosto 2002)