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LONDRA – BRITISH MUSEUM IN IRAQ PER SALVARE TESORI DEL PAESE

Il British Museum di Londra inviera’ una squadra di esperti in Iraq per aiutare il paese a salvare i suoi tesori artistici, messi in pericolo dalla guerra e dalle razzie dei saccheggiatori che hanno profittato della caduta di Saddam Hussein per depredare i musei.

Secondo quanto riportato oggi dal quotidiano Financial Times, uno dei musei piu’ colpiti e’ stato l’Iraq National Museum, che ospitava grandi collezioni sumere, babilonesi e assire.

Un rappresentante del governo britannico ha riferito al quotidiano che Neil MacGregor, direttore del British Museum, e’ stato in ”costante contatto” con il ministro della Cultura Tessa Jowell per trovare il modo di ridurre i danni al patrimonio culturale dell’Iraq.

Il portavoce ha aggiunto che il British Museum mandera’ una squadra di esperti in Iraq non appena la situazione nel paese si sara’ tranquillizzata. ”Prima bisogna fermare il saccheggio, poi si puo’ aiutare gli iracheni a preservare il loro patrimonio culturale”, ha dichiarato il portavoce al Financial Times. ”Non si trattera’ di un’impresa facile, ma dobbiamo cominciare ad organizzarla subito”, ha concluso.

Secondo il giornale, il British Museum ha detto al governo che le forze alleate devono trattare gli edifici culturali depredati come se fossero dei siti archeologici, nella speranza di poter ricomporre le collezioni nel miglior modo possibile. Giovedi’ prossimo gli esperti del museo s’incontreranno a Parigi con i rappresentanti dell’Unesco per discutere i piani di recupero e restauro in Iraq.

Fonte:ANSA

IRAQ – NEI FORZIERI DI BAGHDAD

L’Iraq è anche questo: un tesoro culturale minacciato dalle bombe.

Dove sono le ghirlande, i diademi, i monili d’oro e di pietre preziose della regina Attalia, sposa di Sargon II, e delle altre regine sepolte con grande dispiego di ricchezze nel cimitero reale di Nimrud? Speriamo ancora che quei 250 chili d’oro siano nei caveau della banca centrale di Baghdad, ma ogni dubbio è lecito. E che vie hanno preso quei 12 mila (tanti ne sono stati stimati) reperti che dai tempi della prima guerra del Golfo sono stati saccheggiati dai siti, rubati dai musei, sottratti alle collezioni e sono andati ad arricchire spettabili antiquari di Londra, di New York, di Ginevra … e anche di Roma? E che sorte attende, infine, le rovine di Ur, la patria di Abramo e quindi la città madre di tutti i credenti?

I rumori di guerra di questi giorni distolgono la nostra attenzione da un dramma che, se è meno cruento, non è meno devastante per l’umanità e la sua memoria collettiva: l’Iraq non è solo lo scranno del potere di un dittatore folle e di scarsi scrupoli, è anche l’antica Mesopotamia (la terra tra i due fiumi, etimologicamente, e cioè tra i bacini del Tigri e dell’Eufrate) la culla della civiltà, un Paese disseminato di 15 mila siti archeologici (il doppio, per fare un paragone, di quanti siano i comuni italiani), un Paese ricco di reperti degli Assiri, dei babilonesi, dei Sumeri, della tribù nomade dei Caldei da cui proveniva Abramo, e che ancora esiste nel nome di un patriarcato cristiano. E’ la terra in cui hanno lasciato tracce monumentali anche i persiani di Ciro e di Serse, i greci di Alessandro e dei Seleucidi che gli sono succeduti, e poi i romani, i bizantini, fino agli arabi e ai turchi.

“Tutto questo rischia di scomparire, o comunque di essere brutalmente devastato sotto le bombe”, dice il professor Giovanni Pettinato, il maggiore assiriologo italiano e uno dei più illustri studiosi di antichità mesopotamiche. “E’ vero che esiste dal 1954 una convenzione internazionale per la preservazione del patrimonio artistico dell’umanità in casi di conflitto, ma ci sono due fattori che mi fanno ritenere che, in caso di guerra, ci sarà una irreparabile catastrofe culturale (oltrechè umana, beninteso). Il primo è che i siti archeologici e i musei regionali iracheni sono troppi e l’attuale amministrazione non dispone di mezzi per proteggerli. Il secondo è che, al di là delle buone intenzioni dei governi (quando ci sono, peraltro) la guerra ha una sua spietatezza intrinseca, e dove non arrivano le bombe arrivano il saccheggio e l’accaparramento. Difficili peraltro da contestare in seguito, in quanto l’Iraq non sa né quanto né che cosa ha: non solo non esiste un inventario dei beni artistici e archeologici del Paese, ma neppure quello dei singoli musei e, principalmente, del museo nazionale di Baghdad, il maggiore del Paese. Quindi non si conosce neppure ciò che potrebbe sparire, o essere distrutto, o deliberatamente rubato”.

Per capire il dramma che l’area mesopotamica si appresta a vivere, occorre fare un passo indietro nella storia. Ciò che resta di Ur dei Caldei, di Ninive degli Assiri, di Babilonia dei Babilonesi, era già un cumulo di rovine quando arrivarono i romani, ai tempi di Traiano (II sec. d.C.). I persiani prima e i greci poi, avevano distrutto la maggior parte delle grandi città nell’atto stesso di conquistarle. Poi qualcosa si era cercato di recuperare, ma il più era andato. Esisteva però un ricco sottosuolo da scavare, e qui si cominciò ad indagare dalla metà dell’Ottocento in poi.

Furono soprattutto archeologi inglesi, francesi e tedeschi a farlo. I reperti così rinvenuti andarono ad arricchire i maggiori musei europei. Non a caso il meglio delle antichità assiro-babilonesi si trova al British di Londra, al Louvre, al museo di Berlino, a Philadelphia e, in parte, a Istambul. Si trattò di un prelievo, se non di un saccheggio, ma che, con il senso di poi, si rivelò provvidenziale per la conservazione di questo patrimonio. Negli anni Sessanta, ai tempi della monarchia Hashemita dell’Iraq, lo Stato affidò a studiosi inglesi l’incarico di allestire il primo grande museo della civiltà irachena, a Baghdad, dove raccogliere le memorie di tutto ciò che costituiva il passato del Paese: dalla preistoria fino all’arrivo dell’Islam.

Saddam, pur nella sua rozzezza personale, individuò in questo ricco passato un elemento di forte identità nazionale, e quindi fece tre cose: incentivò gli scavi, con l’apporto qualificato di archeologi europei (tra cui moltissimi italiani, e il professor Pettinato tra questi), mandò molti suoi giovani archeologi a formarsi in Europa e fece costruire una rete di musei regionali che costituissero sul territorio un tessuto di memoria collettiva. I proventi del petrolio consentivano tutto questo. Poi “L’orgoglio della vita” (per dirla con San Giovanni) si è impossessato di lui, il delirio del potere l’ha spinto a invadere il Kuwait e c’è stato quel che c’è stato.

“Da quel momento”, dice il professor Pettinato, “è stata la catastrofe del patrimonio archeologico. Intanto l’embargo economico non ha consentito il rifornimento di materiali indispensabili per la conservazione dei reperti. E poi tutti gli studiosi in grado di occuparsi di questo patrimonio sono scappati all’estero, vuoi per ragioni politiche, vuoi per motivi di stretta sopravvivenza. Oggi, per fare un esempio, al museo di Baghdad sa quanti sono gli archeologi rimasti? Due. E sa quanti studiosi sono ormai in grado di leggere la scrittura cuneiforme? Uno. E basta.”

“D’altronde che vuole”, racconta ancora Pettinato, “il mio omologo all’Università di Baghdad, quindi un professore universitario, sa quanto percepisce di stipendio? Il corrispettivo di dieci dollari, che gli consentono di comprare un uovo per arricchire il desco familiare, non più di una volta al mese”. E quando il problema è il pane, si capisce che quello dei reperti viene in secondo piano.

Ciò che è esposto al museo di Baghdad è affidato alle cure (si fa per dire) di personale non specializzato che pulisce e rassetta i reperti archeologici con lo stesso criterio riservato alle stoviglie della cucina. I sistemi di sicurezza sono inesistenti o non più attivi. Nei sotterranei del museo ci sono casse conservate in condizioni penose, dove le infiltrazioni d’acqua stanno sgretolando le tavolette cuneiformi e aggredendo pitture e suppellettili deperibili, senza che si possa minimamente intervenire. Pettinato, appena un anno fa, era stato incaricato assieme al suo collega di Torino, il professor Giorgio Gullini, di inventariare il patrimonio del museo. Lui si sarebbe dovuto incaricare delle tavolette di scrittura, il cui numero è imprecisato ma oscillante tra le 70 e le 120 mila, e Gullini dei pezzi archeologici. Inutile dire che tutto questo, con i venti che tirano, è passato in cavalleria.

Intanto in Iraq c’è la fame e chi può vende quello che ha, alla borsa nera. Se poi qualcuno riesce a mettere le mani su un pezzo di qualche valore da mandare all’estero, tanto di guadagnato: invece di un uovo al mese, forse, si riesce a mettere nel piatto anche un uovo a settimana e magari qualche pezzetto di carne.

A farne le spese è il “patrimonio dell’umanità” disseminato nelle migliaia di siti archeologici e nei piccoli musei? E’ possibile. “In questi ultimi dieci anni”, dice Pettinato, “le zone del Sud e Nord del Paese, le no fly zone, sono sostanzialmente sottratte al controllo del governo, e le autorità locali fanno quello che vogliono, compreso scavare. Si sa, per esempio, che nell’area di Umma, antica città sumera, sono stati fatti scavi clandestini, così come a Isin. Non solo si tratta di iniziative illegali, ma anche non professionali e quindi distruttive. Nel 1999 è stata istituita una commissione internazionale tra gli studiosi e i musei di tutto il mondo perché questo materiale non andasse disperso e si potesse invece riportarlo nel suo luogo di origine per studiarlo e valorizzarlo in strutture museali”.

E ora? “Che vuole, i soldi hanno più attrattiva della cultura, e così antiquari in cravatta e grisaglia di buon taglio, uomini dai modi forbiti, mettono le mani su questo patrimonio e lo vendono, senza troppi problemi e con largo guadagno, a ricchi americani ed europei. Perfino a qualche istituzione pubblica, anche italiana. Sì, anche italiana. C’è un importante banca, per esempio, che ha comprato circa trecento pezzi. A me non li ha fatti nemmeno vedere, perché ne avrei capito subito la provenienza. Ma tutto questo che vuole che sia: adesso arrivano le bombe e di quel che resta verrà fatta man bassa”.

Autore: Raffaello Masci (Specchio – La Stampa 08/03/03)

Fonte:La Stampa

SOS ALLARME IN SIRIA: 34 secoli fa.

Voci di città assediate, scambi d’informazioni drammatiche, richieste di aiuto, disposizioni per “resistere, resistere, resistere” di fronte alla superpotenza che rivolge le sue mire su un territorio strategico del Vicino Oriente.

Non sono messaggi vaganti nell’universo impalpabile di Internet, e non è la prefigurazione di ciò che potrà accadere fra qualche settimana nei dintorni del Tigri e dell’Eufrate; è invece una traccia di quel che avvenne un po’ più ad Ovest, un bel pò di anni prima: impressa su corpose tavolette di argilla che adesso il sottosuolo ha restituito a Tell Mishrifeh, dove un tempo sorgeva Qatna, antico sito della Siria settentrionale a metà strada tra le attuali Damasco e Aleppo. Autori della scoperta – la più importante in area medio-orientale dal rinvenimento dell’archivio reale di Ebla, nel 1975, per merito di Paolo Matthiae – sono ancora una volta archeologi italiani, dell’Università di Udine, che lavorano in una missione congiunta con la locale Direzione generale delle antichità e con i tedeschi dell’Università di Tubinga.

L’epoca a cui siamo ricondotti (determinata con gli strumenti della paleografia) è il XIV secolo a.C. Al centro di importanti rotte commerciali (legno e materiali da costruzione, esportati verso l’Egitto e la Mesopotamia, metalli dall’Anatolia, pietre semipreziose dalla Susiana), la Siria era una zona cuscinetto da sempre contesa fra gli imperi che via via si affacciavano alla storia. Adesso è il turno degli ittiti e egiziani, che in un gioco di mosse e contromosse finiscono con lo spartirsi l’intera zona, tutto il Nord al Gran Re di Hatti, la fascia costiera e il Centro Sud ai Faraoni. Siamo dunque sul piano inclinato che di lì a qualche decennio porterà allo scontro finale di Qadesch, nel 1274, tra Mawatalli e Ramses II. Di quella epica ma sostanzialmente inutile battaglia, la prima (abbondantemente) documentata nella storia, che di fatto ribadirà lo status quo, sappiamo quasi tutto. Le tavolette ritrovate a Qatna ci parlano invece della lunga fase preparatoria, quando gli ittiti cominciarono a premere sulla Siria settentrionale.

Intorno al 1350 è Shuppilulluma I, il nonno di Muwatalli, a marciare verso Sud. Dall’archivio reale di Tell el-Amarna, la capitale del faraone eretico Akhenaton, conosciamo le lette inviate dai sovrani delle città siriane, di Qatna, di Qadesh, che riconfermano la fedeltà all’Egitto ma denunciano l’impotenza di fronte al nemico che li sovrasta: corrispondenza diplomatica sulla vasta scala internazionale. Quello che emerge dalle tavolette di Qatna è il correlato “regionale” dei medesimi eventi, che descrive una fitta rete di informazioni e di rapporti fra signori locali. Un documento importantissimo, che fa luce su una realtà poco nota.

L’archivio è venuto alla luce nel palazzo reale, sull’acropoli: 61 tavolette di argilla, parte crude (poi cotte da un incendio), parte cotte già in origine, scritte in cuneiforme. Cinque di queste presentano un contenuto esplicitamente cronistico-politico. La decifrazione e la traduzione, a cura dell’epigrafista Thomas Richter dell’Università di Francoforte, è appena cominciata, ma qualche rivelazione comincia a filtrare. In una delle tavolette si informa Idanda, il signore di Qatna, circa la consistenza dell’esercito ittita, che con i suoi numerosi carri ha già distrutto diversi centri. Altre tavolette contengono le istruzioni impartite per rinforzare le difese, ordini per la fabbricazione di 40 mila mattoni di fango, 18.600 spade.

La fortuna di recuperare l’archivio reale è toccata alla componente tedesca della missione, diretta da Peter Pfalzner. “L’hanno trovato proprio nella zona di confine con la nostra area di scavo” dice con una punta di rammarico il responsabile della squadra italiana Daniele Morandi Bonacossi, coadiuvato da Marta Luciani. Ma , neppure lui – 40 anni, una ventina di campagne archeologiche, alla sua prima direzione – si può lamentare. Quasi in contemporanea con l’exploit tedesco, tra la fine di ottobre e i primi di novembre (“Le scoperte più importanti avvengono sempre negli ultimi giorni: è una delle classiche leggi dell’archeologia …), in un secondo edificio palatino dell’acropoli, risalente al XV secolo e ancora in gran parte da scavare, gli italiani hanno rinvenuto un archivio amministrativo con una trentina di tavolette e numerosi intagli di avorio, probabilmente elementi decorativi di mobilio prezioso, tra cui uno splendido volto femminile con gli occhi di gesso cristallino.

“Trovare un archivio è sempre una grande emozione”, commenta Marta Luciani, “per un archeologo orientale”, è “la scoperta per antonomasia”. Tanto più alla luce del suo contenuto, che farebbe la felicità di uno storico cresciuto alla scuola delle Annales, o di chiunque al modello militare-politico di Tucidide preferisca quello erodoteo più attento alla lunga durata. Come spiega il filologo danese della missione, Jesper Eidem, “i testi, scritti in accadico, presentano elenchi di distribuzioni di grano a varie categorie di destinatari, fra cui un certo Zarija, forse il proprietario del palazzo, e inoltre a operai, ancelle e animali domestici”. “Nel II millennio, tramontata ormai la potenza di Ebla”, osserva Morandi Bonacossi, “Qatna era uno dei tre grandi centri urbani della Siria, con Mari e Aleppo. Scavare un edificio pubblico è un’occasione unica per capire il funzionamento della vita politica, religiosa, economica e amministrativa, il livello tecnologico raggiunto in queste importanti capitali. Si può ricostruire la cultura materiale in tutti i suoi aspetti”.

Ma l’istantanea sul XV-XIV secolo non esaurisce le conoscenze acquisite su Qatna, fin dagli anni 20 del Novecento. Gli scavi, avviati dal conte Robert du Mesnil du Buisson con l’impiego di prigionieri ai lavori forzati sorvegliati da un battaglione di fucilieri malgasci (era la Francia coloniale …), portarono alla scoperta del palazzo reale e di alcune tavolette cuneiformi in lingua sumerica con l’interminabile inventario del tesoro (scomparso) della dea Nin-Egal (letteralmente “Signora , Nin, del Palazzo”). I lavori furono ripresi nel ’94 dai siriani, sotto la guida di Michel Maqdissi, e nel m’99 partì la cooperazione con italiani e tedeschi.

Ai margini della piana dell’Oronte, in un territorio semiarido dominato dalle tonalità del giallo, del rosso bruciato, del verde cupo delle graminacee, Qatna si presenta come un quadrato quasi perfetto di 110 ettari, circondato da un terrapieno su cui si aprivano le quattro porte urbiche, al centro di ogni lato. In base al raffronto con gli analoghi insediamenti contemporanei, si può ipotizzare una popolazione media, relativamente stabile, intorno ai 20 mila abitanti. Ai livelli più antichi dell’acropoli, corrispondenti al 2400 circa, in pieno bronzo antico (“Ma ancora non siamo arrivati alla roccia vergine”, avverte Morandi Bonacossi), sono stati individuati grandi silos – 6 metri di diametro per 3-4 di profondità – per lo stoccaggio di cereali, olive e uva: sembrano indicare un’attività centralizzata di accumulo e ridistribuzione, propria di un’entità statale già strutturata. Al livello del XIV secolo sono evidenti nel palazzo reale i segni di un incendio, non si può dire se appiccato dagli invasori ittiti o scoppiato accidentalmente. Di certo la vita continuò ancora a lungo a Qatna, come è testimoniata fra l’altro dalla presenza di ceramica micenea del XIII secolo, protraendosi nell’età del ferro fino al VII-VI secolo a.C. Poi venne progressivamente abbandonata. Ricoperta dalla collina artificiale, il sito sarebbe stato di nuovo abitato soltanto a metà dell’800. Ma proprio per le esigenze degli archeologi l’insediamento moderno è stato evacuato nel 1982.

I morti che afferrano i vivi, un caso di cannibalismo di ciò che è sepolto verso il presente vivo e indigente? Assolutamente no. Spostato poco più a ovest, il nuovo villaggio ha giù raggiunto i 10 mila abitanti, dalla scorsa estate ha buone linee telefoniche e persino un Internet Cafè. In tutti i sensi, la ricerca del passato non può che aiutare l’oggi.

Dal bronzo ai Romani

Nell’area dell’attuale Siria l’urbanizzazione prende le mosse nel bronzo antico (2900-2000 a.C.) in seguito a contatti con la Mesopotamia, l’Egitto e la Susiana (Iran sud-occidentale) dove si era già avviata. Si delineano tre diverse culture urbane: quella costiera (centro principale Biblo, nell’attuale Libano), quella nord-occidentale (Ebla) e quella alto-mesopotamica (Tell Chuera, Tell Leylan).
Nell’ultima parte del II millennio nell’area cominciano a inserirsi gli hurriti, di origini indo-iranica; intanto Ebla e gran parte delle città-Stato siriane cadono di fronte all’espansionismo accadico (dalla Mesopotamia).
Dal 2000 (bronzo medio) cominciano le immigrazioni degli amorrei. In questa fase emergono Qatna, Yamhad (Aleppo), Mari, Ugarit.
A partire dal 1650 prime invasioni ittite, dall’Anatolia.
Nel 1469 inizio delle campagne egiziane.
A metà del bronzo tardo (1600-1200) il territorio siriano è diviso fra regno di Mitanni (nord e alta Mesopotamia, fino a Qadesh) e Egitto (sud e fascia costiera).
Dopo il 1350 gli Ittiti prendono il posto dell’impero mitannico, e la situazione rimane sostanzialmente invariata anche dopo l’epica battaglia di Qadesh tra egiziani e ittiti del 1274.
Nell’età del ferro la Siria entra nell’orbita dell’impero assiro (dal IX sec. ), poi in quella dell’impero neobabilonese (fine VII), dei persiani achemenidi (VI).
Dopo la conquista di Alessandro il Grande, nel 301 a.C. s’inizia la dinastia ellenistica dei Seleucidi.
Nel 64 d.C. la Siria entra a far parte dell’impero romano.

Autore: Maurizio Assalto

Fonte:La Stampa

LA FESTA AMARA DELL&#8217UNESCO: &#8220Troppi capolavori in pericolo&#8221.

Accedere alla lista non è facile, avere il marchio che garantisce protezione, tutela e forse vita eterna non è semplice. Sono molti a chiedere il riconoscimento di bene esclusivo, dal valore unico, qualcosa di cui l’umanità non può proprio fare a meno.

Questo è ciò che unisce la Kasbah algerina e il parco di Iguazù in Argentina, il centro storico di Vienna e la barriera corallina in Australia, le Cinque Terre e Petra in Giordania, la Torre di Londra e il parco nazionale del Kilimanjaro in Tanzania. Ma anche Auschwitz e la Grande Muraglia. Sono 730 i siti considerati patrimonio dell’umanità, una lista che si aggiorna ogni anno e domani, con una conferenza a Venezia, l’Unesco celebra i trent’anni della convenzione creata con lo scopo di preservare luoghi che parlano al cuore dei popoli.

“Iscriversi è un procedimento lungo e costoso”, dice Francesco Bandarin, il direttore del “World heritage centre” dell’Unesco, e spiega con grande garbo e determinazione che il suo lavoro consiste nel lottare contro “le forze della distruzione”. “Sono gli Stati a chiedere il riconoscimento, occorre preparare un dossier dimostrando i valori del sito e impegnandosi a mantenerlo e preservarlo. La domanda viene valutata da due commissioni; passato il primo ostacolo la richiesta viene studiata da un organismo intergovernativo fatto da 21 stati eletti a turno con le loro delegazioni di tecnici. Una volta ammessa nella lista il sito è sotto la protezione dell’Unesco. Facciamo controlli ogni sei anni”.

Avere il “marchio del paradiso” implica onori e doveri: essere nella lista è un fatto di prestigio che ha un’immediata conseguenza per il turismo ma significa anche prendersi un impegno che poi non sempre i governi assolvono”. “Dobbiamo sempre lottare. A Machu Picchu siamo riusciti a impedire la costruzione di una funivia per turisti, abbiamo bloccato un’autostrada nell’area delle Piramidi in Egitto, impedito che una strada arrivasse nella foresta di Iguazù in Brasile e che una torre venisse costruita nel centro storico di Vienna”.

Storie di successi e di insuccessi perché c’è anche una lista dei siti in pericolo, di luoghi che nonostante la protezione ufficiale vengono devastati dalle guerre, stritolati dalla speculazione. A Katmandu i monumenti non sono distrutti ma assediati, soffocati dalla proliferazione urbanistica. Molti luoghi storici cinesi sono dati in pasto al turismo. Nelle Eolie l’Unesco ha minacciato di ritirare il marchio di luogo protetto se continua l’attività nelle cave di pietra pomice”.

“Nel corso degli anni il concetto di sito si è evoluto, la nozione di monumento era troppo europea, abbiamo introdotto il criterio di “paesaggio culturale”: tali sono alcuni luoghi degli aborigeni che hanno una forte pregnanza mitologica”. Luoghi dove pulsa il cuore primitivo della natura, luoghi dove si sedimenta la storia, luoghi dello spirito. L’ingegner Giorgio Crosi, tra i curatori del restauro del Duomo di Assisi e di Angkor, in Cambogia, dice: “Per essere iscritti nella lista c’è la fila, è un fatto di prestigio, c’è un ritorno d’immagine e anche dei vantaggi: l’Unesco, anche se con fondi ancora insufficienti, aiuta; non è molto ma è un segnale, in un mondo dove niente è sicuro è già qualcosa.”.

Autore: Marina Cavallieri

Fonte:La Repubblica

MECENATI DEL NOVECENTO

Supporto degli artisti e diffusione delle loro opere è toccato prima a Papi, Principi, grandi banchieri, poi, a partire dall’Ottocento, alla borghesia dell’industria e della finanza il cui apporto oggi è minore nei confronti di Fondazioni, Istituzioni, Musei, Banche, Agenzie di pubblicità e comunicazione, tycoon della moda.

Scrissero Robertson, Russel, Lord Snowdon in Private new: “Il Sistema incoraggia la promozione, la pubblicità, il continuo cambiamento, un ritmo di produzione accelerato e un atteggiamento da show business verso qualcosa … che aveva costituito un’attività solitaria e schiva dalla pubblicità”.

L’arte contemporanea, della quale sono strutture portanti manager e curatori, fa parte del consumo che produce un numero sempre più crescente di operatori, fattore dell’appiattimento della qualità. Il suo carattere sperimentale condiziona i giovani critici che nelle recensioni in riviste del settore si limitano alla cronaca o a impressioni senza addentellati al costume e alla storia. Pistoletto, valido esponente di quell’’Arte povera che gode di una notorietà sproporzionata alla sua importanza storica, nel curare la Biennale Internazionale Arte Giovane di Torino auspica un neorinascimento dall’unione dell’arte con il sociale fino al ludico dei situazionisti e all’utopia di Beuys, tutti artisti.

Tuttavia è evento irripetibile il Rinascimento nel suo contesto formale e collettivo, radicato nel territorio ed espressione del genio italico, permeato dalla fede nel Trascendente, espressione di una società di agricoltori e artigiani decimata da mortalità infantile, guerre, epidemie, dove le opere degli artisti sono passate al vaglio di una dura selezione da parte di un’aristocrazia colta e raffinata.

La mostra “Mecenati e pittori” (catalogo Skira) nello spazio ENEL luce per l’Arte a Villa Panza Menafoglio Litta di Biumo presso Varese, promossa dal FAI con il supporto di Fondazione Cariplo e della Provincia di Varese, è curata da Laura Mattioli Rossi, figlia del collezionista Mattioli i cui capolavori sono esposti alla Guggenheim Collection di Venezia.

La Mattioli ha scelto 20 opere di cui forniamo un elenco dai sintetici riferimenti, galleria di ritratti commissionati dai mecenati ad artisti con i quali intrattennero rapporti amicali e intellettuali:
1)Carlo Carrà, Ritratto di Marinetti;
2)Umberto Boccioni, Margherita Scarfatti. Amica di Mussolini fino alla promulgazione delle leggi razziali del 1938 che la costrinsero all’esilio, promosse il movimento del Novecento inaugurato alla Permanente di Milano;
3)Vittore Grubicy de Dragon, Ritratto di Arturo Toscanini, che collezionò opere di Benvenuto Benvenuti e di Grubicy, eccellente pittore, mercante e teorico del divisionismo;
4)Fortunato Depero, Ritratto di Gilbert Clavel, letterato;
5)Achille Funi, Umberto Notari nello studio di Piazza Cavour di Milano, fondatore del quotidiano “L’Ambrosiano”, animatore del futurismo;
6)Man Ray, Ritratto della Marchesa Casati Bay, che rivoluzionò la tecnica della fotografia, da documento a opera d’arte, fu uno dei ritrattisti della fascinosa donna, ricordiamo tra gli altri Alberto Martini;
7)Adolfo Wildt, Ritratto di Arturo Toscanini;
8)Giorgio De Chirico, Ritratto di Casella, musicista;
9)Alberto Savinio, Ritratto di Waldemar George, critico, attivo nella Francia degli anni ’20 e ’30;
10)Massimo Campigli, Ritratto di Adriano Pallini, couturier;
11)Massimo Campigli, Ritratto della famiglia Ponti, architetto;
12)Massimo Broglio, Autoritratto, editore;
13)Marino Marini, Ritratto di Lamberto Vitali, imprenditore, giornalista, studioso di letteratura, grafica, fotografia, archeologia;
14)Renato Guttuso, Ritratto di Eugenio Montale, il poeta fu pittore amatoriale di acquerelli;
15)Max Ernst, Matrimonio mistico, donato a Peggy Guggenheim, eccentrica collezionista che trasferì la sua raccolta a Palazzo Venier dei Leoni a Venezia;
16)Fortunato Depero, Gianni (Mattioli) e l’armadillo;
17)Marino Marini, Ritratto di Emilio Jesi, imprenditore;
18)Ritratto di Riccardo Jucker, imprenditore;
19)Asger Jorn, Portrait, Cardazzo II, che fece conoscere nella Galleria il Naviglio di Milano opere del Gruppo Cobra di cui Jorn è il maggiore esponente;
20)Andy Warhol, Ritratto di Carlo Monzino, imprenditore, collezionista, oltre che dell’artista americano, di arte giapponese, dei neoespressionisti tedeschi, della pop art, dell’informale francese e italiano, dell’Ottocento italiano e del neoclassicismo, di arte africana, vero gioiello della collezione che perfezionò curando i rapporti con gli studiosi dei musei americani e inglesi del settore e con gli specialisti italiani, Ezio Bassani, Aldo Tagliaferri, Roberto di Giacomo. Nell’onnivoro approccio al mondo dell’arte trovò un antidoto a una lacerante inquietudine esistenziale.

Autore: Floreanini Franco

Fonte:Arte Incontro in Libreria