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GENOVA. VAN DYCK L’EUROPEO. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra.

Palazzo Ducale di Genova organizza dal 20 marzo al 19 luglio 2026, nelle sale dell’Appartamento del Doge, “Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra”, la più grande mostra del nostro secolo, dopo le mostre internazionali degli anni Novanta, dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.
Un “genio”, appunto, perché è stato in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. Van Dyck fu un artista che riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.

L’eccezionalità della mostra – che si propone come una retrospettiva aperta a uno sguardo internazionale – si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (58 in dieci sezioni tematiche), prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Tyssen di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, la Galleria Sabauda di Torino, oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: saranno presentate opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera del pittore, nelle Fiandre, sua patria, e a Londra, dove venne chiamato a lavorare per il re Carlo I d’Inghilterra. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.

La mostra vuole essere, così, un viaggio alla scoperta del Van Dyck di “tre patrie” e di “tre stagioni” distinte, che condurrà il visitatore non in un percorso strettamente cronologico, ma con proposte tematiche che più chiaramente testimoniano come la sua arte sia stata in grado di adattarsi e di maturare. Ma soprattutto di conquistare il gusto e il favore di tutti, allora come oggi.
In mostra ci saranno tele di grandi dimensioni e il visitatore verrà naturalmente immerso in vere e proprie scene teatrali, piene di colori, di personaggi, di suggestioni.
Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento, che sarà più coinvolgente di quanto si possa pensare, per la pura bellezza della sua pittura e per la capacità, comunque e sempre, di sedurre il suo pubblico.
Nella sezione dedicata al sacro saranno presentate opere celebri, come il grande Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid o l’intenso San Sebastiano dalla Scottish National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, con l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.
Tra gli highlights, il primo autoritratto che si conosca del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e ad apertura di mostra farà comprendere immediatamente la genialità dell’artista.
Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, i tre bambini Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foudation e Le quattro età dell’uomo conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

Le collezioni civiche genovesi avranno un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori Genova, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.

Il catalogo è edito da Allemandi e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.

Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.

Info:
VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge, dal 20 marzo al 19 luglio 2026
Prezzi: 15 euro: intero; 13 euro: ridotto; 14 euro: over 65; 9 euro: under 25
Orari: Lunedì: 14- 19; Martedì/Domenica: 10-19; Venerdì: apertura fino alle 20
Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it – tel. +39 010 8171626 – 335 5699135

Immagine:
Anton van Dyck, Portrait of Alessandro, Vincenzo and Francesco Maria Giustiniani Longo (?), NG 6502,

NAPOLI. La Natura Morta allo Jago Museum, un cesto pieno di armi, anziché frutti.

La “Natura Morta”, l’ultima opera realizzata da Jago (pseudonimo di Jacopo Cardillo), arriva a Napoli: è stata valutata 12 milioni di euro, una tra le piú costose. L’artista e scultore italiano vi porta una delle sue opere più significative, il “cesto di armi” scolpito in marmo. Un messaggio potente sul nostro tempo.
Da domenica 22 dicembre p-v-, sarà infatti visibile l’installazione del capolavoro che, reduce dalla prestigiosa, iconica, esposizione (dall’8 maggio al 4 novembre 2025), nella pinacoteca della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, posto proprio di fronte, in un continuo dialogo tra passato e presente, col celebre dipinto: “Canestra di frutta’ di Caravaggio, entra ufficialmente nello Jago Museum, presso la storica chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi (nell’omonima Piazzetta).
Viene, così, arricchito il percorso espositivo di Jago, nel cuore verace del rione Sanità, del capoluogo partenopeo, çjttà,. che lo scultore ciociaro considera ormai la sua casa, oltre a creare un confronto tra il linguaggio contemporaneo e la tradizione artistica. Un’opera, quindi, che rompe gli schemi.
Scolpita, come detto, in marmo statuario, “Natura Morta” raffigura un cesto pieno di armi, anzichè frutti e piante tipiche del genere artistico. Una scelta, questa, che ribalta l’abituale concetto di natura morta e lo trasforma in una potente quanto cruda, riflessione sulla nostra epoca. I| contrasto tra la purezza solida del marmo e la violenza degli oggetti scolpiti, costruiti per uccidere, prodotti in serie, svuotati di senso eppure terribilmente reali, determina un effetto di forte impatto; bellezza e distruzione convivono, costringendo l’osservatore ad interrogarsi su temi come la fragilità della vita, il conflitto e le responsabilità collettive.
L’ingresso della scultura di cui trattasi, segna anche un momento importante, una nuova tappa, per lo Jago Museum, rinnovato di recente grazie ad interventi di recupero-restauro della monumentale struttura, che hanno valorizzato la chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi.
“Natura Morta” amplia il percorso dedicato allo scultore che, negli ultimi anni, ha coniugato meravigliosamente e sempre più la sua ricerca artistica, con l’identità culturale di Napoli. In questo senso, l’opera di Jago si presenta come un invito alla consapevolezza, particolarmente significativo nel periodo deļl’Avyento; sollecita domande, incrina incertezze ed apre uno spazio interiore di riflessione. Ovvero una ulteriore conferma del modo in cui l’Artista utilizza la scultura, non solo come espressione estetica, ma come strumento per interpretare e restituire la complessità del presente.
Insomma, un’opportunità per riflettere sulla funzione dell’arte, quale chiave di lettura della realtà, di una natura -nel caso in commento- contaminata dalla violenza e dalla serialità della produzione umana. Che vorremmo non argomentare mai.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Maria Luisa Nava. Le nuove regole proposte per l’Archeologia preventiva (VIPIA ex VIARCH): come vanificare la tutela e la conservazione del patrimonio storico-culturale.

Nella legge di bilancio in corso di approvazione si propongono nuove regole che mirano a vanificare le indagini archeologiche preliminari oggi obbligatorie per la realizzazione di lavori pubblici che abbiano incidenza sul territorio, limitandone l’esecuzione alle sole aree già vincolate. Poiché, come è noto, solo una minima parte del territorio italiano è sottoposto a vincolo, a fronte di una grande e ricca diffusione di testimonianze storiche che lo caratterizzano in tutta la sua estensione e che vengono alla luce solo a seguito degli scavi, ciò comporterebbe la sicura perdita di moltissimi dati e informazioni, fondamentali per la conoscenza della nostra storia, nonché gravi e irrimediabili perdite per il nostro patrimonio culturale.

Lo scorso 24 novembre Giuliano Volpe ha segnalato su Huffpost “l’emendamento Matera, Gelmetti all’Art. 108-bis della legge di bilancio, con il quale si propone di modificare l’articolo 28, c. 4 del d. Lgs. 22 gennaio 2004 n.42 (Codice dei Beni Culturali e Ambientali): “In caso di realizzazione di lavori pubblici ricadenti in aree di interesse archeologico, il soprintendente può richiedere l’esecuzione di saggi archeologici preventivi sulle aree medesime a spese del committente solo quando per esse siano intervenute la verifica di cui all’articolo 12, comma 2, o la dichiarazione di cui all’articolo 13”.

Il tracciato dell’oleodotto nella piana di Metaponto

Un attentato alla tutela e alla conoscenza
Con ciò si propone che “si possano applicare le procedure dell’archeologia preventiva solo per le opere pubbliche poste in aree per le quali sia già presente un vincolo archeologico. Un vero controsenso: l’archeologia preventiva ha senso proprio nelle aree prive di dati, di presumibile interesse archeologico, e non certo nelle aree per le quali la presenza di beni archeologici sia già stata accertata, tanto da essere già vincolate”.
In pratica, non si potranno più effettuare ricerche preventive necessarie ”per acquisire informazioni prima ancora di elaborare un progetto e di effettuare lavori pubblici, grazie alle indagini diagnostiche preliminari effettuate proprio per evitare o limitare al massimo il rischio di un doppio danno: il blocco dei lavori, con inevitabili ritardi e aggravio di costi, e/o la distruzione di patrimonio archeologico.”

Planimetria dei tubuli dell’età del bronzo antico nei pressi di Viggiano

Condivido totalmente quanto denunciato da Volpe nella sua giusta e doverosa segnalazione.

Tuttavia, chiediamoci anche quali sono le motivazioni per le quali si è arrivati a queste proposte, al di là delle ovvie motivazioni di interesse economico e dell’evidente insofferenza di dover sottostare a controlli e autorizzazioni.
Da ex soprintendente che ha operato sempre in regioni molto sensibili dal punto di vista archeologico e storico, mi corre l’obbligo di evidenziare come molti, anzi moltissimi, dirigenti e funzionari archeologi siano stati (e lo siano ancor di più oggi) ciechi e sordi alle esigenze di sviluppo e di ammodernamento del territorio nazionale.
Sia ben chiaro, sono la prima ad affermare che inderogabile è la necessità di tutela e di conservazione dei beni culturali.
Spesso, però, vi è stato (e vi è tutt’ora) un atteggiamento di totale chiusura e di completa e sorda incomprensione alle necessità di adeguamento e di trasformazione di determinate strutture e infrastrutture alle moderne esigenze della nostra società. D’altra parte, l’uomo almeno dal Neolitico in poi, ha sempre esercitato sull’ambiente interventi di modifica: i pochi che conoscono la mia vita professionale sanno che nel 2001 sono stata promotrice di un Convegno dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia incentrato proprio su questo tema, e cioè sulle modifiche operate sull’ambiente magnogreco a partire dai prodromi (e anche gli antecedenti) della colonizzazione.

Le sepolture dei tumuli dell’età del bronzo antico nei pressi di Viggiano

L’applicazione delle norme dell’Archeologia Preventiva richiede anche un grande e attento impegno da parte delle Soprintendenze.
Ricordo come proprio in quegli anni tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, allorché non esisteva alcuna normalizzazione dell’archeologia preventiva dei cui effetti oggi si discute, ho posto in essere un accordo con i vertici di ENI per consentire la realizzazione dell’oleodotto di raccordo tra il Centro Oli di Viggiano, in Basilicata (all’epoca ne ero il Soprintendente Archeologo) e la raffineria di Taranto. Si è trattato, come ben si sa, di un’opera di grande impatto sul territorio, che, purtuttavia, ha consentito la realizzazione di quella che mi risulta essere stata l’unica grande opera di interesse pubblico realizzata nei tempi previsti e senza aggravi di costi. Va ben sottolineato come ciò abbia comportato un grande impegno e uno strenuo lavoro da parte mia e di tutti i miei collaboratori, ma tutto è stato fatto nell’ottica di permettere la costruzione di una struttura fondamentale per lo sviluppo e la crescita economica della Nazione, salvaguardando il suo patrimonio culturale. E ci siamo riusciti pienamente, tanto che da quell’accordo sono poi scaturite le norme che hanno portato alla regolamentazione poco più tardi dell’archeologia preventiva.

Tomba a cassa con sepoltura bisoma di IV sec. a. C. presso Policoro

I costi dell’Archeologia Preventiva sono a carico del committente.
Ora però il punto è un altro: quanto costa alla collettività, in termini di tempo, denaro e disagi, l’opposizione delle Soprintendenze alla realizzazione di un’opera, sia essa un singolo fabbricato, o un’espansione edilizia o ancora un’infrastruttura che porterebbe indubbi vantaggi alla cittadinanza? A mio modo di vedere è questa la ragione fondamentale da tenere ben presente, pur nella ovvia (e per me inderogabile: il mio operato in passato ne è chiara testimonianza) e imprescindibile necessità della tutela e della conservazione. Purtuttavia, personalmente ritengo che, ove possibile, ci si debba sforzare di trovare un punto di incontro che risponda ad entrambe le necessità. Quante volte abbiamo assistito a lavori che si bloccavano per decenni, in attesa di infinite (e spesso maniacali, fatevelo dire da chi è stata sempre un’archeologa da campo) esplorazioni archeologiche? Posso fare esempi infiniti: uno per tutti, però. Costruzione dell’ampliamento della terza corsia della A1 tra Salerno e Pontecagnano. Area archeologica estesa circa 300 metri, indagata per oltre 8 anni. Ritrovamenti: strutture di fondazione di un’area abitativa e di un piccolo santuario (l’unico che abbia restituito materiali interessanti). Costi iniziali: 5 miliardi di lire, divenuti poi 10 per la prosecuzione e la fine dei lavori in un settore viario che per tutto il periodo ha sofferto di intasamenti e code che hanno interessato tutti i collegamenti tra Napoli e Reggio Calabria …
Si capisce bene come, di fronte ad esempi (innumerevoli) di questo genere la società diventi intollerante e come la classe politica possa pensare di ridurre un potere così coercitivo e stravolgente per la gestione del territorio.

La necessità di una maggior responsabilizzazione e di una più ampia collaborazione da parte degli Organi di Controllo per favorire uno sviluppo sostenibile, garantendo la tutela e la conservazione del patrimonio culturale.
E allora, facciamoci tutti quanti noi che abbiamo lavorato e che lavoriamo in questo settore un esame di coscienza e chiediamoci se – forse – quello che sta avvenendo non sia anche il frutto di una nostra chiusura e di una mancanza di una più ampia comprensione delle esigenze del progresso. Forse, ce lo siamo meritato.
Personalmente sono molto avvilita e amareggiata che si stia pensando di ridurre l’intervento della tutela alle sole aree archeologiche già oggetto di dichiarazione di interesse. Condivido lo sconcerto e risentimento di Volpe e di tutte le Associazioni attive nel campo archeologico e mi unisco alle loro iniziative per ostacolare il prosieguo di questa manovra che toglierebbe inevitabilmente la possibilità di tutelare e conservare la maggior parte del nostro patrimonio culturale e della nostra storia. Ma ci si deve anche rendere conto che si è arrivati a questa situazione proprio per gli atteggiamenti vessatori e oppressivi posti in essere da molti di noi che hanno scambiato il loro ruolo di tutori temporanei di un bene nella facoltà di esercitare in maniera tirannica e dispotica un loro presunto potere.
E’ questa l’interpretazione sbagliata e che deve essere necessariamente cambiata e riportata ai giusti e doverosi termini di rispetto della legge, in primis, ma anche nella giusta e doverosa considerazione delle esigenze della collettività.
Diversamente, come accade oggi, il nostro operato sarà sempre e sempre più inviso e sempre meno tollerato dalla società. Dunque, avranno ben ragione coloro i quali, con il potere loro conferito, lo ridurranno a mera guardiania di ciò che c’è già, con le conseguenti e gravissime perdite che ci possiamo inevitabilmente aspettare per la nostra storia e, anche, per la nostra crescita culturale e sociale futura.

Autore: Maria Luisa Nava – mlsnava@gmail.com

Vincenzo Stasolla. I confini della conoscenza. Guide turistiche e Professioni universitarie, una convivenza difficile.

Il 18 novembre di quest’anno i circa 29 mila candidati sono stati chiamati a recarsi per lo svolgimento dell’esame per il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio della professione di guida turistica, indetto ai sensi del regolamento di cui al decreto ministeriale 26 giugno 2024 n. 88, recante disposizioni applicative per l’attuazione degli articoli 4, 5, 6, 7, 12 e 14 della legge 13 dicembre 2023, n. 190, recante: «Disciplina della professione di guida turistica».
Un vero e proprio concorso pubblico con la somministrazione di 80 quesiti a risposta multipla da risolversi in 90 minuti in storia dell’arte, geografia, storia, archeologia, diritto del turismo, accessibilità ed inclusività dell’offerta turistica, disciplina dei beni culturali e del paesaggio, inerenti all’intero territorio nazionale, nessuna regione esclusa. A seguire, come se non bastasse, una prova orale per la valutazione della conoscenza delle materie scritte ed una prova tecnico-pratica, con una simulazione di visita guidata in lingua italiana e nella lingua straniera scelta dal candidato, su una destinazione estratta a sorte tra quelle presenti nell’allegato A. Dopotutto si sa, chi farà la guida in Calabria dovrà sapere cosa succede in Val d’Aosta!

De-formazioni e sentito dire
Nonostante il ricorso al TAR promosso da ANGT, l’Associazione Nazionale Guide Turistiche “per l’annullamento del bando di esame del concorso”, esso pare non abbia scalfito il Dicastero di Daniela Santanchè, a tal punto da indignare i promotori del ricorso, recentemente respinto dal Tribunale Amministrativo della Regione Lazio (1).
L’istituzione dell’esame e dell’elenco nazionale sono una “doppia garanzia: da un lato, per le guide stesse, naturalmente, perché ne riconoscono le professionalità e la specializzazione, ne conferiscono prestigio e, in generale, contrastano l’abusivismo; e, dall’altro lato, per i turisti, dal momento che si va a certificare le competenze di chi racconta il patrimonio artistico, culturale, naturale, storico della nostra splendida Penisola” stando alle parole della Ministra (2).
Professionalità, specializzazione, competenze, prestigio e contrasto all’abusivismo. Sante parole, che nella realtà escludono altre categorie di professionisti già in possesso dei requisiti elencati.
Già, ma in risposta allo stesso ricorso ANGT, la domanda spontanea è la seguente: chi valuta la qualità della conoscenza di un territorio durante lo svolgimento della professione?
Orde di diplomati, dalle più disparate esperienze scolastiche, vengono quindi equiparati a storici dell’arte, archeologi, antropologi, ma anche a laureati in scienze della natura, lingue e discipline del turismo, penalizzando chi il turismo lo innesca per davvero, attraverso lo studio e la ricerca.
Un errore di comunicazione può capitare a chiunque, persino a chi è in possesso di titoli universitari. Ma origliando l’esposizione delle guide in possesso di sola abilitazione, il loro racconto assume a volte forme superficiali o addirittura divergenti rispetto alla attuali conoscenze disponibili su riviste e volumi. Saper fare la guida è un difficile compito di comunicazione, che non deve annoiare con l’adesione alle righe delle pagine accademiche. Questo i professionisti delle discipline universitarie lo sanno bene, e saprebbero anche ben gestire la curiosità degli utenti nell’ipotesi di approfondimenti -con le dovute eccezioni di chi si improvvisa-.

La figura dell’archeologo e la didattica come turismo
Prendendo ad esempio la categoria degli archeologi, alla quale appartengo, “l’archeologo svolge attività di […] conoscenza, educazione, formazione […], valorizzazione, comunicazione, promozione, divulgazione […], inerenti ai beni archeologici nella loro più ampia valenza di bene d’interesse, contesto, sito e paesaggio antropizzato” (3).
L’esercizio di tutte le funzioni dell’archeologo sono possibili con l’iscrizione agli elenchi relativi alla professione, ai sensi dell’art. 9-bis del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio D.lgs 42/2004, della Legge 22 luglio 2014, n. 110 e del DM 20 maggio 2019 n. 244 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.124 del 29 maggio 2019.
La terza fascia è quella che abilita l’archeologo allo svolgimento di tutte le sue funzioni, una volta conseguito il titolo di Diploma di Specializzazione (terzo livello di studio biennale, dopo le lauree triennale e magistrale), che permette la direzione di scavi archeologici e l’esecuzione di valutazioni più specialistiche come la verifica preventiva dell’interesse archeologico. Tra queste, l’archeologo può svolgere anche attività di divulgazione, conoscenza, educazione, valorizzazione del patrimonio archeologico, scritta, verbale e in qualsiasi altra forma di comunicazione, in sintonia con la Convenzione di Faro (4).
L’articolo 33 della Costituzione Italiana recita che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento […]. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale”.
Ora, il grado di Scuola per l’accesso alla professione dell’archeologo che esercita “conoscenza, educazione, formazione, valorizzazione, comunicazione, promozione, divulgazione […]”, resta il terzo livello di istruzione universitaria, rappresentato dalla suddetta Scuola di Specializzazione e/o del Dottorato di Ricerca, grazie alle quali l’archeologo può svolgere anche attività di guida didattica destinata ai pubblici (e non solo quello scolastico!), il cui confine con la guida turistica resta evanescente: il turismo può essere didattico? E la didattica può essere una forma di turismo? Assolutamente si. Un gruppo di turisti outgoing o incoming, se viaggia lo fa per conoscere il luogo di destinazione. Lo fa per educarsi, per formarsi e per comunicare e confrontarsi con una cultura differente dalla propria.

Scontro e confronto
Ma all’interno di musei, siti archeologici ed edifici della cultura, non è raro imbattersi in scaramucce (o, peggio, vere e proprie persecuzioni) tra le cosiddette “guide abilitate”, il più delle volte prive di alcun altra formazione, e i professionisti dei beni culturali durante le quali i primi si arrogano diritti e spartiscono territori, discriminando coloro i quali hanno contribuito proprio alla formulazione e alla garanzia di quelle informazioni alle quali esse hanno tutt’oggi accesso.
Se da un lato c’è un universo sommerso fatto di professioni in conflitto, spesso malpagate e per le quali mancano ancora ulteriori garanzie inerenti il loro mercato del lavoro, dall’altro emergono le falle di un sistema di tutela del patrimonio culturale e turistico e delle relative figure professionali, autentico patrimonio da tutelare senza il quale quello materiale e monumentale, che attira migliaia di turisti l’anno, non avrebbe modo di esistere.

Note:
(1) https://travelnostop.com/news/cronaca/tar-respinge-ricorso-legittimo-esame-abilitazione-guide-turistiche_657819
(2) https://www.ministeroturismo.gov.it/guide-turistiche-santanche-con-esame-di-abilitazione-manteniamo-altra-promessa-e-cambiamo-luniverso-del-turismo/
(3) https://professionisti.cultura.gov.it/4/archeologo
(4) https://www.journalchc.com/wp-content/uploads/2020/08/Convenzione-di-Faro.pdf

Autore:
Vincenzo Stasolla – vinc.stasy@gmail.com 21 nov 2025
Archeologo – Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’

NICHELINO (To), fraz. Stupinigi. l’Appartamento di Carlo Felice.

La Palazzina di Caccia di Stupingi, gioiello non abbastanza apprezzato (nonostante, grazie al marketing, imponenti masse di visitatori si orientino su altre residenze sabaude), è da quasi vent’anni al centro dell’attenzione della Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino.

Istituita nel 1987 per far fronte al degrado del patrimonio storico artistico cittadino, la Consulta raccoglie oggi 41 soci privati e vanta un lungo impegno a favore della conservazione e della valorizzazione di Stupinigi.
Nel 2007 l’ente ha finanziato il reimpianto di 1.700 pioppi cipressini lungo le tre principali rotte di caccia; nel 2009-2011 ha promosso i restauri dei dodici Medaglioni lignei raffiguranti i primi conti della genealogia sabauda (probabilmente parte di apparati festivi effimeri); l’anno dopo si è intervenuti nella Sala degli Scudieri, restaurando 13 dipinti di Vittorio Amedeo Cignaroli e gli apparati decorativi; tra 2013 e 2015 sono quindi seguiti i lavori nell’anticappella della Cappella di Sant’Uberto e quelli per valorizzare la grande balaustra, le statue dei Mori e delle Quattro Stagioni nel Salone juvarriano; nel 2017 sono stati sostenuti i restauri di decorazioni, tappezzerie e serramenti degli appartamenti della Regina e del Re. A questa «cronologia d’onore» va oggi ad aggiungersi il sostegno (350mila euro) agli interventi conservativi nelle due anticamere dell’Appartamento di Carlo Felice (già Appartamento del Duca del Savoia) nell’ala di Ponente.

La prima anticamera presenta una volta affrescata a più mani nel 1754: a Giovanni Battista Alberoni si deve l’impostazione a trompe-l’oeil dello stucco, forse dipinto con l’aiuto di Giovanni Franco Cassini, autore dei quattro clipei angolari. L’ovato centrale a putti e cielo è attribuito al Salega, attribuiti ad Alberoni e Cassini anche i partiti decorativi della boiserie e delle porte volanti. Alle pareti campeggiano dieci tele con pitture di marine e «boscarecce» realizzate tra il 1738 e il 1752 da Francesco Antoniani, alternate ai serramenti vetrati, preparatori per il successivo trasferimento su arazzi.

La seconda anticamera è un’apoteosi del gioco vero/falso, paradigma su cui s’imposta l’intera decorazione del Palazzina. Sulla volta si sviluppa un affresco a finte architetture di Francesco Antoniani e Gaetano Perego (1756), artefici anche dei decori della boiserie: lambriggi, serraglie e portevolanti (queste ultime forse su disegno di Tommaso Prunotto). Anche qui le pareti sono decorate con «cartoni» preparatori per arazzi: bambocciate dipinte a metà Settecento da Angela Palanca, pittrice di nascita valsesiana allieva di Pietro Domenico Olivero, maestro a cui vanno ricondotte le scene di battaglia delle quattro sovrapporte. Contestualmente al restauro degli apparati decorativi, si sta completando il restauro dei mobili che verranno riposizionati nei due ambienti a seguito di accurati studi d’archivio.

Le due sale entreranno nel percorso di visita e Marta Fusi, direttrice della Palazzina di Caccia che si spende da anni senza risparmio nella conservazione e promozione di questo luogo magnifico, annuncia da dicembre la ripresa delle visite «Passepartout», mentre con fondi del MiC si sta lavorando al restauro delle restanti sale dell’Appartamento di Carlo Felice. Previste inoltre per il 2026 una serie di iniziative nel centenario della morte della regina Margherita, che visse a lungo nella Palazzina, dotandola di importanti ammodernamenti (elettricità, acqua calda, ascensore…).

Presentando alla stampa il restauro delle due anticamere dell’Appartamento di Carlo Felice, Licia Mattioli, presidente di Consulta e presidente della Fondazione Ordine Mauriziano (proprietaria del bene), ha lamentato la mancanza di un adeguato sostegno pubblico a tutela di un monumento di tale valore e la difficoltà ad avere risposte dalle istituzioni di massimo livello. Alla penuria di risorse si aggiungono la difficoltà di collegamento (da Torino si può arrivare solo con estenuante tragitto via tram o bus urbani), eppure Stupinigi, anche rispetto alle altre residenze reali, ha un’eccezionalità tutta sua che deriva dalla doppia natura di residenza e museo. Nel 1926, a sette anni dal passaggio del bene al demanio, la Palazzina di Caccia diventò sede del Museo dell’ammobiliamento e nelle sue raccolte confluirono arredi da tutte le residenze reali d’Italia. Quand’anche non bastassero i madornali pregi architettonici, artistici e storici del monumento, dovrebbero insomma esserci ragioni sufficienti per sollecitare interventi pubblici e statali più consistenti.

Autore: Alessandra Ruffino

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 21 nov 2025