Archivi autore: Feliciano Della Mora

TORINO. Capolavori “nascosti”: alla Fondazione Accorsi-Ometto 32 opere uniche sul Rinascimento prestate dai privati.

Non è un mistero che a Torino si trovino più opere d’arte custodite nei palazzi delle famiglie industriali e nei castelli dei nobili che nei musei. Tesori inaccessibili, nascosti dagli stessi proprietari con grande gelosia, a volte (ma non quanto si vorrebbe) prestati per mostre. Spesso non si sa nemmeno della loro esistenza, neanche da parte degli addetti ai lavori.
La Fondazione Accorsi-Ometto, da oggi fino al prossimo 29 gennaio espone al Museo di Arti Decorative 32 di questi pezzi unici e strepitosi. Con un focus preciso: il Rinascimento piemontese.
Ecco così che in un colpo d’occhio si materializzano, sparsi tra le sale, opere del ‘400 e del ‘500 di notevole fattura. Si intitola «Rinascimento privato. Da Spanzotti a Defendente Ferrari nelle collezioni piemontesi». Tra queste numerose rarità troviamo frontoni di cassapanca elegantemente decorate. Una con un tema biblico, l’Annunciazione. La seconda con dei guerrieri. «Sono pezzi straordinari – spiega Luca Mana, direttore della Fondazione Accorsi, ideatore e curatore della mostra – ricercatissimi dai musei».
Il giovane ed appassionato direttore della Fondazione compie così un lavoro da maestro, dopo l’organizzazione della mostra di De Chirico dell’anno scorso. Non è stato facile convincere i collezionisti a mettere a disposizione i propri capolavori. Si è trattato di un lavoro di anni di pubbliche relazioni personali.
Una tavola di Pascale Oddone, del 1520, rappresenta il tema di San Giorgio e il drago. «È rimasto esposto nel salone in un castello piemontese – precisa Mana – ininterrottamente dalla metà dell’800 fino al prestito per questa mostra».
Inutile cercare di capire chi sono i proprietari: le bocche rimangono cucite. Solo per alcune tavole i proprietari hanno dato l’autorizzazione. Tra questi i discendenti di Leone Fontana (che molte opere ha donato a Palazzo Madama in passato), i Ferrero della Marmora di Biella, i Pozzallo di Oulx. Tra le opere più curiose due piccole tavole dedicate a Sant’Andrea e a San Mattia. Dipinte da Gandolfino da Roreto, sono state presentate in un’asta a Roma come opere del ‘700, lo scorso giugno, a soli 300 euro di base d’asta. «Capita, a volte – spiega Mana – ma bisogna avere un particolare occhio: chi le ha messe in vendita le ha sottovalutate».
Gran parte delle opere arrivano non tanto dalle soppressioni napoleoniche, ma dalle leggi Rattazzi del 1866, le stesse che creano i musei civici. Ed è così che un notevole polittico di Defendente Ferrari viene smembrato in più parti. Alcune di queste sono passate dalle collezioni di Gianni Agnelli e da Virginio Bruni Tedeschi. Gli attuali proprietari sono ancora diversi e continueranno a rimanere segreti, conferendo a questa mostra un carattere di eccezionalità quasi assoluta. Sarà infatti molto difficile che possano tornare esposti in futuro.

Autore: Andrea Parodi

Fonte: www.lastampa.it, 21 Ottobre 2022

SIENA. La straordinaria collezione del Monte dei Paschi in mostra.

“Arte senese: dal tardo Medioevo al Novecento nelle Collezioni del Monte dei Paschi di Siena” è il titolo scelto dalla curatrice Laura Bonelli per costruire un percorso espositivo lungo otto secoli. Attraverso la selezione di un nucleo ridotto di opere provenienti, appunto, dalle collezioni dell’istituto bancario, tra i più antichi al mondo, intesse un racconto legato al territorio e frutto di un lungimirante mecenatismo.
Ospitata negli spazi del Complesso di Santa Maria della Scala a Siena, la mostra presenta una serie di mirabili opere tra pitture e sculture realizzate fra la metà del XII secolo e il primo ventennio del XX secolo. Anche se non brilla per l’allestimento, l’esposizione lascia emergere l’importanza del ruolo giocato dal Monte dei Paschi all’interno di un tessuto economico, sociale e antropologico fortemente segnato dalla sua presenza sul territorio, grazie alla sua fervida attività di mecenatismo.

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A introdurre lo spettatore alla mostra sono due rarissimi dipinti su tavola, La Madonna col Bambino e Santi (1230-40) del Maestro di Tressa, emblematica personalità attiva a Siena e nel suo hinterland tra gli Anni Venti e gli Anni Cinquanta del Duecento, Ad accompagnarla è il Christus Triumphans (1250-60), opera matura di Margarito d’Arezzo, provenienti anch’essa dalla raccolta Chigi Saracini.
Singolare risulta il piccolo trittico di Tino di Camaino, Madonna col Bambino, Santa Caterina e San Giovanni Battista: datato 1329-32 e realizzato in marmo apuano, sembra quasi voler emulare i contemporanei dipinti su tavola destinati al culto devozionale privato. Come testimonia in tal senso anche il piccolo ma preziosissimo trittico Crocifissione con la Vergine e i Santi Maddalena e Giovanni Evangelista dolenti, realizzato da Pietro Lorenzetti nel 1335.

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Seguendo il percorso espositivo si possono ammirare dipinti di maestri tardomedievali come Andrea di Bartolo, Benedetto Bindo o Martino di Bartolomeo, per giungere al primo Quattrocento con le pregiate tavole di Stefano di Giovanni detto il “Sassetta”, dalla cui analisi emerge la sua grande capacità di rapportarsi, in quegli anni, alle scoperte di Donatello e Masaccio senza mai rinnegare il proprio legame con la preziosità del Gotico senese.
Preziosità che ritorna con raffinata eleganza nella Madonna col Bambino e i Santi Girolamo e Bernardino e quattro angeli (1450) di Sano di Pietro, famosissimo fra la cosiddetta committenza “tradizionalistica”.
Cronologicamente si passa alle opere degli interpreti della Maniera all’ombra della balzana come Giovanni Antonio Bazzi detto il “Sodoma” o Domenico Beccafumi, accostate a quelle del Brescianino o del Riccio che del Sodoma fu genero ed erede.

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E ancora i dipinti di Francesco Vanni realizzati nell’ultimo ventennio del Cinquecento, che risentono della forte influenza cromatica esercitata dal lavoro di Federico Barocci, fino al sorprendente naturalismo del caravaggesco Rutilio Manetti. Qui la storia ci suggerisce la data del 1655, anno dell’ascesa al soglio pontificio di Fabio Chigi come Alessandro VII, che stimolò l’apertura della città verso le tendenze barocche come viene ben testimoniato dalla Carità romana (1650) di Domenico Manetti o dalle numerose tele di grande formato di Bernardino Mei.
Non potevano mancare le opere del vedutista fiorentino Giuseppe Zocchi, che nelle due tele del 1748-49 raffiguranti Piazza del Campo di giorno e di notte, attraverso la minuziosa descrizione dei particolari, si pone come testimone oculare della storia e arbitro del gusto.
Conclude e completa la mostra un gruppo di opere nate nel contesto accademico e firmate da maestri come Luigi Mussini, Cesare Maccari e gli scultori Giovanni Dupré e Fulvio Corsini.

Info:
Santa Maria della Scala, piazza Duomo, 1 – Siena, fino al 08/01/2023

Autore: Gino Pisapia

Fonte: www.artribune.com, 25 nov 2022

MILANO. Al Palazzo Reale la grande mostra su Hieronymus Bosch.

Un Rinascimento alternativo, distante concettualmente e stilisticamente da quello “classico”, caratterizzato da visioni oniriche, figure fantastiche, creature mostruose, mondi altri che oggi appaiono ai nostri occhi fortemente contemporanei o distopici. A “provocare” da secoli, a tutti coloro che si approcciano alla sua opera, una simile fascinazione, è Hieronymus Bosch (‘s-Hertogenbosch, 1453-1516), tra gli artisti più amati e influenti di sempre, protagonista dal 9 novembre 2022 di una grande mostra a Milano organizzata sotto la direzione artistica di Palazzo Reale (che ospita l’esposizione) e Castello Sforzesco.
“Bosch e un altro Rinascimento” è il titolo del progetto che – con la curatela di Bernard Aikema, Fernando Checa e Cremades Claudio Salsi – presenta un centinaio di opere tra dipinti, sculture, arazzi, incisioni, bronzetti, volumi antichi e oggetti rari provenienti da Wunderkammern, per una mostra che mette in dialogo capolavori di Bosch con quelli di altri artisti a lui coevi e successivi, tra cui Tiziano, Raffaello, Mantegna, Gerolamo Savoldo, Dosso Dossi ed El Greco.
Numerose le opere di Bosch che sono a Milano grazie a prestiti importanti, come il Trittico del Giudizio Finale proveniente dal Groeningemuseum di Bruges, il Trittico degli Eremiti delle Gallerie dell’Academia di Venezia, il San Giovanni Battista del Museo Lázaro Galdiano e poi, chicca indiscussa della mostra, quattro arazzi boschiani dell’Escorial messi a confronto con un cartone per il quinto arazzo andato perduto e riconosciuto nelle collezioni delle Gallerie degli Uffizi.
“È anche attraverso lo scambio di opere d’arte che l’arte e la cultura svolgono il loro ruolo di vettori di crescita e di strumenti di relazione tra le città e le nazioni, portando avanti il processo di arricchimento di un Paese”, ha dichiarato l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi. “Il progetto di questa mostra è il frutto di un processo di cooperazione internazionale durato cinque anni, che ha prodotto un’esposizione preziosa dal taglio assolutamente originale, in grado di raccontare ai visitatori un Rinascimento diverso rispetto a quello che ha visto i propri fasti in Italia tra il Quattro e il Cinquecento, creando orizzonti nuovi di conoscenza e bellezza”.

Autore: Desirée Maida

Info:
Milano, fino al 12 marzo 2023
Bosch e un altro Rinascimento
Palazzo Reale
https://www.palazzorealemilano.it/homepage

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com

TORINO. L’Ottocento piemontese in mostra alla GAM.

Qual è l’effettivo valore culturale di un museo? Che tipo di impatto e di responsabilità possono avere le sue collezioni? A queste domande risponde la Galleria d’Arte Moderna di Torino inaugurando una mostra che attinge dal proprio caveau per riconsegnare al pubblico tanto alcuni capolavori del XIX secolo quanto interessanti spunti di riflessione sulla nostra contemporaneità.
Dal titolo Ottocento ‒ Collezioni GAM dall’Unità d’Italia all’alba del Novecento, l’esposizione offre la possibilità di ammirare tutte quelle opere custodite al secondo piano dell’edificio – temporaneamente chiuso per lavori di ristrutturazione – insieme ad altre recentemente restaurate grazie al prezioso sostegno dell’Associazione Amici della Fondazione Torino Musei (nella fattispecie due dipinti, Ecco Gerusalemme di Enrico Gamba e La Guida. Studio di castagni dal vero di Francesco Gonin).
Curata dal direttore della GAM, Riccardo Passoni, insieme a Virginia Bertone, la rassegna si muove nel contesto dell’Unità d’Italia per analizzare quel tipo di fermento artistico, politico e culturale che ha animato in particolar modo il Piemonte: un periodo estremamente fecondo nel quale la città di Torino (capitale italiana dal 1861 al 1865) ha dato nel 1863 i natali alla stessa Galleria d’Arte Moderna. Da questo scenario si snoda un percorso espositivo formato da otto sezioni che, con un numero complessivo di 71 opere, approfondisce sia tendenze e filoni pittorici sia intuizioni e abitudini sociali dell’epoca senza dimenticare di omaggiare tre grandi protagonisti di quella stagione – come Andrea Gastaldi, Antonio Fontanesi e Giacomo Grosso – con altrettante stanze monografiche. Oltre all’imponenza delle opere esposte, ciò che salta subito all’occhio è la scelta curatoriale di porre lo sguardo su significativi momenti di transizione che tanto hanno influenzato gli artisti di quel frangente storico. Una fase ricca di scoperte e di entusiasmi messa a confronto con il nostro presente.
A rendere la mostra carica di spunti di riflessione sullo Zeitgeist attuale è la presenza di numerosi fenomeni, sociali e tecnologici, che tra la metà dell’Ottocento e gli albori del secolo successivo hanno iniziato a fare breccia nella sensibilità degli artisti: uno su tutti è l’avvento di un medium rivoluzionario come la fotografia. E se al giorno d’oggi artisti e illustratori guardano con fascino e timore a una tecnologia come quella delle Intelligenze Artificiali, lo stesso si può dire per tutti quei pittori che nel pieno del XIX secolo si sono ritrovati a dover fare i conti con dagherrotipi e altri apparecchi fotografici. Lo stretto rapporto che intercorre tra le varie tecniche artistiche dell’epoca è infatti evidente in opere come lo stupefacente Una visita schermita di Alberto Maso Gilli, L’agguato di Giovanni Battista Quadrone e Una lezione di ballo di Filippo Carcano nei quali, tanto per la composizione quanto per il taglio prospettico, l’influenza della fotografia è così esplicita da superare i confini della pittura stessa. Le riflessioni sulla natura mutevole delle immagini non sono però le uniche a definire dei punti di contatto con la società nella quale ci stiamo muovendo adesso. In molte delle tele presentate sono infatti evidenti sia riferimenti a un certo patriottismo (rintracciabile soprattutto nei ritratti dell’emblematico Pietro Micca eseguiti rispettivamente da Andrea Gastaldi e Luigi Di Giovanni), con relative considerazioni sulla futilità della guerra, che a una particolare riconsiderazione della figura femminile.
Esibita in atteggiamenti e forme sempre cangianti, la donna costituisce uno dei fil rouge della mostra: dallo scandaloso corpo martoriato che Francesco Mosso ha ben rappresentato nel suo La femme de Claude/L’adultera (che in qualche modo sembra anticipare di circa cento anni le delicate questioni sollevate dall’ormai celebre autoritratto di Nan Goldin) fino alle idilliache interpretazioni di chiara matrice simbolista concepite da Giulio Aristide Sartorio e Cesare Saccaggi. Fra le numerose opere che forniscono molteplici ritratti dell’universo femminile è d’obbligo ricordare Il dettato di Demetrio Cosola (dal quale emerge l’importanza culturale di un ruolo come quello della maestra elementare), il meraviglioso Nuda di Giacomo Grosso e le commoventi immagini materne presenti nella scultura di Medardo Rosso, Enfant au sein, e nel dipinto Triste madre di Evangelina Alciati. Capolavori carichi di pathos, questi ultimi, che chiudono idealmente l’esposizione lasciando allo spettatore un senso di speranza e responsabilità propedeutiche per accogliere il futuro nel migliore dei modi.

Autore: Valerio Veneruso

Fonte: www.artribune.com, 28 ott 2022

Info:
Ottocento, fino al 11/04/2023
GAM – GALLERIA D’ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
Via Magenta 31 – Torino