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ROMA. Il volto delle donne. 8O anni di Repubblica. Storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti.

“Il volto delle donne. 80 anni di Repubblica: storie di ingegno, tra le grandi artiste e Madri Costituenti”.
Il Senato della Repubblica ed il Ministero della Cultura promuovono una mostra, 6 marzo-7 giugno 2026, che celebra il ruolo delle donne nella storia della Repubblica Italiana.
Per la prima volta a Palazzo Madama, sfilano capolavori di: Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Rosalba Carriera e altre pittrici eccellenti tra XV e XIX secolo. L’imponente e più che significativo, evento, inaugurato dal Presidente del Senato, Ignazio La Russa, e dal Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, dedica una sezione all’attività delle Madri Costituenti, che 80 anni fa contribuirono alla stesura della Costituzione Italiana, e si avvale dell’organizzazione dei Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali Umbria.
Inserita all’interno del calendario delle celebrazioni, l’esposizione si concentra sul contributo delle donne alla storia artistica e civile del Paese, mettendo in dialogo opere di straordinarie protagoniste dell’arte, con le vicende delle Madri Costituenti.
L’itinerario prende le mosse dal Quattrocento, epoca in cui alcune artiste italiane riuscirono per la prima volta a ritagliarsi un ruolo professionale in un contesto saldamente dominato dagli uomini, e si sviluppa fino ai primi decenni dell’Ottocento, quando la presenza femminile si afferma con maggiore evidenza anche nell’ambito delle Accademie e nelle reti artistiche internazionali.
Accanto a questo racconto, costruito attraverso tredici capolavori provenienti da importanti istituzioni museali: dal Museo di Capodimonte alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dalla Galleria Corsini alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, dalla Galleria Nazionale dell’Umbria al Museo Davia Bargellini di Bologna, la mostra propone a Palazzo Madama anche un approfondimento sulle Madri Costituenti, curato dalla Biblioteca del Senato.
I visitatori potranno così conoscere le ventuno donne che parteciparono ai lavori dell’Assemblea Costituente, nel cui ottantesimo anniversario si colloca questa iniziativa. Il “volto” evocato nel titolo rimanda ai volti delle donne al centro dell’esposizione: figure femminili che le artiste hanno rappresentato nelle proprie opere e che spesso coincidono con immagini di sante, sovrane ed eroine, talvolta interpretate attraverso il linguaggio dell’autoritratto.
Tra il XV secolo e l’Ottocento, furono pochissime le donne che poterono esercitare il mestiere di miniatrici, pittrici o scultrici. In larga parte si trattava di figlie di pittori o di mercanti d’arte, poiché i percorsi formativi erano per lo più riservati agli uomini. Per questa ragione, l’apprendimento del mestiere avveniva spesso all’interno dell’ambiente familiare. Anche quando riuscivano a raggiungere una piena professionalità, molte artiste, per ottenere incarichi e sostenersi economicamente, dipendevano dalla mediazione di figure maschili – padri, fratelli o mariti –nei rapporti con la committenza. Pur entro questi limiti, esse seppero costruire un linguaggio autonomo ed una riconoscibile identità espressiva, che nel tempo incontrarono un consenso sempre più ampio. In numerosi casi, proprio la scelta dei soggetti e la particolare sensibilità nella rappresentazione del mondo femminile contribuirono a rendere le loro opere originali, apprezzate e ricercate da collezionisti e mecenati di prestigio. Benché osteggiate, si evidenzia tra l’altro nel comunicato, da molti colleghi uomini, che tendevano ad escluderle dalle grandi commissioni pubbliche – come pale d’altare monumentali, cicli ad affresco e decorazioni ufficiali – adducendo il pretesto che non conoscessero l’anatomia maschile per non averla studiata dal vero, molte di loro riuscirono comunque a conquistare ambiti di libertà creativa, lasciando un’impronta duratura nella storia dell’arte. La loro vicenda professionale rappresenta uno dei percorsi che, nel lungo periodo, hanno favorito il cammino dell’emancipazione femminile ed il riconoscimento pubblico del talento delle donne. Anche grazie all’opera delle artiste, infatti, la presenza femminile ha progressivamente trovato spazio nella costruzione della vita pubblica.
In questa prospettiva, il percorso si conclude idealmente con i ritratti delle ventuno Madri Costituenti, elette il 2 giugno 1946 nell’Assemblea Costituente e protagoniste del processo di elaborazione della Costituzione Italiana. Le artiste presenti in mostra sono, in ordine cronologico: Properzia de’ Rossi, Plautilla Nelli, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Artemisia Gentileschi, Elisabetta Sirani, Rosalba Carriera, Angelica Kauffman, Élizabeth Vigée Le Brun.
Le Madri Costituenti sono: Anna Maria (Maria) Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta (Elsa) Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Leonilde (Nilde) Iotti, Teresa Mattei, Angelina (Lina) Merlin, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.
La mostra si configura dunque come un tributo, ma anche come un’esortazione a proseguire nel lavoro di ricerca, studio e valorizzazione del ruolo svolto dalle donne nella storia nazionale.
Il catalogo dell’esposizione, pubblicato dalla casa editrice Moebius, raccoglie i contributi introduttivi del Presidente del Senato Ignazio La Russa, del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, del Capo del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale, dott.ssa Alfonsina Russo, e del Direttore Generale Musei, professor Massimo Osanna. Include, inoltre, i testi di Federico Silvio Toniato, Segretario Generale del Senato della Repubblica, di Costantino D’Orazio, Direttore dei Musei Nazionali dell’Umbria, di Melania Mazzucco, scrittrice e saggista. Completano il volume le schede delle opere, redatte dagli storici e storiche dell’arte della Galleria Nazionale dell’Umbria e della Pinacoteca Nazionale di Bologna, accompagnate dai profili biografici delle artiste, curati da Francesco Pappalardo, nonchè la sezione dedicata alle Madri Costituenti, curata dalla Biblioteca del Senato.
La mostra, ad ingresso gratuito, è aperta al pubblico dalle ore 10.00 alle ore 20.00 nei seguenti giorni: 6-7-8-9 marzo, 25-26 aprile, 1-2-3 maggio, 9-10 maggio, 30 maggio, 1-2 giugno, 6-7 giugno. I visitatori potranno presentarsi all’ingresso di Palazzo Madama e ritirare il titolo d’accesso.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it

FORTE DEI MARMI (Lu). Pittura a Napoli dopo il Caravaggio, il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito.

La Cultura e le sue eccellenze non si fermano, non conoscono limiti geografici e barriere all’inclusione.
Dal 27 marzo al 27 settembre 2026, gli spazi rinnovati del Forte Pietro Leopoldo I, ospitano infatti una delle mostre più attese del panorama artistico italiano: “Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito”.
L’esposizione è promossa dal Comune di Forte dei Marmi (provincia di Lucca), e dalla Fondazione Villa Bertelli, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito, per la Storia dell’arte moderna a Napoli. Curata da Nadia Bastogi, storica dell’arte specializzata sulla pittura del Seicento e direttrice scientifica della Fondazione De Vito, la mostra porta per la prima volta in Toscana un nucleo significativo di dipinti, della celebre collezione napoletana dedicata appunto al Seicento.
Il percorso espositivo non intende offrire una panoramica esaustiva del Seicento partenopeo, ma ripercorrere l’evoluzione della pittura napoletana, dopo la rivoluzione artistica determinata a Napoli da Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, presente in città tra il 1606 e il 1607 e, nuovamente, tra il 1609 e il 1610. La sua lezione luministica ed il radicale naturalismo influenzarono profondamente la scena pittorica partenopea, aprendo la strada ad una stagione straordinaria per qualità ed intensità espressiva.
Attraverso 39 dipinti, esemplari dei maggiori protagonisti del “secolo d’oro”, la mostra ricostruisce l’evoluzione della pittura napoletana lungo l’intero arco del secolo, dai primi interpreti del naturalismo caravaggesco fino agli sviluppi barocchi della seconda metà del Seicento. Cuore pulsante dell’esposizione è la collezione riunita da Giuseppe De Vito, ingegnere, imprenditore e raffinato studioso che, dagli anni Settanta del Novecento, ha messo su una raccolta unica per coerenza, qualità e rigore scientifico, le cui opere oggi sono conservate nella villa di Olmo a Vaglia (luogo del Fai, sempre in Toscana), sede della Fondazione istituita nel 2011 per promuovere lo studio dell’arte moderna a Napoli.
Tra gli artisti in mostra spiccano: Battistello Caracciolo, tra i primi interpreti del naturalismo a Napoli; Jusepe de Ribera, protagonista assoluto della scena napoletana dal 1616; Massimo Stanzione e Bernardo Cavallino, mentre non mancano: Aniello Falcone, Andrea Vaccaro e Antonio De Bellis, accanto ai grandi interpreti della svolta barocca come Mattia Preti e Luca Giordano. Un nucleo significativo dell’importante evento, è dedicato alla “natura morta napoletana”, genere che conobbe a Napoli una straordinaria fortuna, con “in vetrina” opere di Luca Forte, Paolo Porpora, Giuseppe Recco e Giovanni Battista Ruoppolo, testimoni di una scuola capace di imporsi ben oltre i confini del Regno di Napoli.
La prima sezione documenta l’impatto della rivoluzione caravaggesca e l’affermarsi del naturalismo, con particolare attenzione alla nuova interpretazione dei soggetti sacri ed al realismo drammatico delle scene.
La seconda parte approfondisce la stagione compresa tra gli anni Trenta e Cinquanta del Seicento, segnata da una vivace pluralità di linguaggi, dove emergono le “figure in piccolo” destinate al collezionismo privato, con martirî, episodi di cronaca contemporanea e scene profane, oltre a soggetti con forti protagoniste femminili, centrali nella devozione partenopea.
Una terza sezione è dedicata alla natura morta, mentre l’ultima racconta l’evoluzione verso il barocco maturo, in coincidenza con l’arrivo a Napoli di Mattia Preti nel 1653 e l’affermazione di Luca Giordano, interpreti di una pittura più dinamica, luminosa e spettacolare.
Uno spazio specifico è, infine, riservato alla figura di Giuseppe De Vito e alla sua attività di studioso, con documenti inediti, materiali d’archivio e testimonianze del suo impegno nella valorizzazione del Seicento napoletano, anche attraverso il periodico “Ricerche sul ’600 napoletano”.
Va rilevato, intanto, che la scelta di Forte dei Marmi non è casuale. Il territorio della Lucchesia conserva importanti testimonianze della pittura seicentesca di matrice caravaggesca, a partire dalle opere di Pietro Paolini. La mostra crea così un dialogo ideale tra la cultura figurativa napoletana e quella toscana, offrendo ai visitatori l’opportunità di cogliere affinità, differenze ed influenze reciproche.
“Pittura a Napoli dopo Caravaggio”, è un’occasione per riscoprire la straordinaria vitalità del Seicento napoletano ed il ruolo decisivo del collezionismo colto, nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano. Dopo il successo ottenuto nei musei francesi Magnin, di Digione e Granet di Aix-en-Provence, e nel Museo Diocesano di Napoli, un corpus significativo di dipinti della Fondazione De Vito, viene dunque presentato per la prima volta in Toscana, posto che solo un limitato nucleo di opere della Fondazione era stato, infatti, esposto nella mostra “Dopo Caravaggio”, svoltasi a Prato nel 2019 e chiusa anticipatamente per la pandemia. Insomma, un racconto del Seicento napoletano visto attraverso la lente del collezionista, la cui peculiare figura potrà essere approfondita dal visitatore, anche attraverso l’esposizione -come detto- di documenti inediti e altri materiali.
Il Forte Pietro Leopoldo I, uno storico edificio situato nel cuore di Forte dei Marmi, in Piazza Garibaldi, venne costruito alla fine del XVIII secolo per volontà del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, ed aveva originariamente funzione difensiva e doganale.
Oggi rappresenta uno dei simboli architettonici della città. Recentemente restaurato, ospita mostre, eventi culturali ed iniziative artistiche di qualificato spessore attrattivo.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. Il trono del Palazzo Reale torna, restaurato, nella “sua” Sala tra ori e splendori.

Dal 10 febbraio 2026, il trono del Palazzo Reale di Napoli rientra tra ori e splendori, con una storia completamente riscritta, nella “sua” Sala dopo i restauri condotti dal Centro Conservazione e Restauro: “La Venaria Reale”, nell’ambito della XX edizione del progetto Restituzioni, finanziato da Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Ministero della Cultura.
Una volta presentato per una preview alla Venaria Reale di Torino, dal 13 maggio al 12 ottobre 2025, il prezioso manufatto è stato messo in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma (28 ottobre 2025 -18 gennaio 2026), in occasione di detta importante iniziativa.
Gli interventi di riattamento, iniziati nel settembre del 2024, seguendo protocolli già applicati a manufatti analoghi (come il trono del Palazzo del Quirinale), si sono conclusi nel maggio 2025 e hanno previsto anche una campagna diagnostica, mirata alla caratterizzazione dei materiali ed allo studio della storia conservativa dell’opera. Le indagini scientifiche, supportate dal CNR, sono state condotte con approccio multi-analitico, comprendente tecniche di tipo non invasivo e micro-invasivo, ma sostenibili ed ecocompatibili. Buona parte della pulitura superficiale è stata compiuta con l’utilizzo del laser, che ha consentito alla sottile lamina metallica dorata di ritrovare una perduta e inaspettata luminosità, cui han fatto seguito un lungo intervento di consolidamento delle aree decoese ed un’attenta riequilibratura cromatica, a garanzia di una piena godibilità estetica. Ciò ha permesso, sulla base dei risultati emersi da specifiche analisi scientifiche, di riconsegnare il prezioso manufatto completamente restaurato nella struttura lignea scolpita e dorata, e rinnovato per quanto riguarda la parte tessile e la passamaneria.
In occasione del rientro del trono presso il Palazzo Reale, sono stati inoltre condotti importanti lavori sui tessili della Sala, che hanno interessato nello specifico il tappeto che orna il baldacchino, le fasce laterali e le mantovane. Eseguito da Graziella Palei, della ditta Graziella Palei- Conservazione e Restauro opere d’arte, il restauro dei tessili ha previsto per tutta la sua durata (da novembre 2025), l’istallazione di un cantiere a vista presso la Sala del Trono, che ha consentito al pubblico di assistere in diretta ai lavori. L’intervento, pensato specificatamente per garantire la futura conservazione di ogni elemento ed il rallentamento dei fenomeni di degrado, è consistito per il tappeto, le fasce laterali e le mantovane, in una pulitura fisico-meccanica volta alla rimozione del particolato atmosferico, seguita da un consolidamento delle zone degradate ed infine nella cucitura di una nuova fodera, mentre il baldacchino è stato oggetto di una accurata pulitura. Durante il periodo di restauro, durato sedici mesi, la Sala del Trono non è rimasta vuota: al suo posto è stata collocata una seduta borbonica settecentesca.
Il rientro del trono originale segna ora la conclusione di un articolato progetto che ha coinvolto restauratori, storici dell’arte, scienziati e istituzioni pubbliche e private. La sorpresa più importante è arrivata dalle ricerche archivistiche, condotte parallelamente al restauro. Fino ad oggi il trono era considerato un manufatto borbonico, databile tra il 1845 e il 1850. Gli studi hanno, invece, dimostrato che fu commissionato dai Savoia e pagato nel 1874. Questa nuova attribuzione sposta la realizzazione di circa trent’anni e modifica la lettura storica dell’oggetto, inserendolo nel contesto della Napoli postunitaria. Non cambia solo la biografia del trono, ma anche la cronologia delle trasformazioni del Palazzo Reale dopo l’Unità d’Italia.
<<L’attribuzione del Trono del Palazzo Reale di Napoli all’età sabauda rappresenta una scoperta di grande rilievo storico – ha commentato il Direttore generale Musei, Massimo Osanna – che conferma quanto fossero importanti Napoli e il suo Palazzo per i nuovi sovrani, a pochi anni dall’unificazione della penisola. Oggi il Palazzo Reale è al centro di un ampio intervento di trasformazione, reso possibile grazie ai fondi del Grande Progetto Beni Culturali del MIC, che permetterà di restituire ai visitatori un percorso museale rinnovato e accessibile a tutti i pubblici. I nostri luoghi della cultura non sono più soltanto spazi di conservazione e fruizione, ma si configurano sempre più come laboratori di ricerca e innovazione…>>.
Ma il documento rivelatore della nuova datazione, è la fattura presentata dall’intagliatore Luigi Ottajano, attestante l’esecuzione dell’intero trono (“una ricca sedia del trono scolpita e dorata stile Impero”) e di altre pose in opera per il rinnovamento della Sala (Carteggio del 1874). “Il documento è stato rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Napoli dallo studioso Carmine Napoli, oggi ex funzionario, che ringraziamo per la sensazionale scoperta, ha sottolineato l’architetto Paola Ricciardi, dirigente delegata del Palazzo Reale di Napoli. Notizia approfondita dai colleghi che hanno condotto lo studio della documentazione parallela conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli da cui proviene il materiale”.
All’Ottajano, già artefice con Domenico Morelli della culla per la nascita di Vittorio Emanuele III, donata dalla città di Napoli alla Regina Margherita e oggi esposta presso la Reggia di Caserta, era finora attribuito, come aggiunta successiva, il solo coronamento con l’aquila con scudo crociato sul petto, emblema della nuova casa regnante, mentre la sedia era ritenuta di età borbonica. La decisione di dotare la Reggia napoletana di un trono realizzato ex novo, è indicativa dell’importanza che la nuova dinastia attribuiva al complesso monumentale ed alla città, in precedenza capitale del Regno borbonico. Il trono, con sedile a tamburo, presenta elementi di stile Impero che rimandano all’artigianato della Restaurazione, come i braccioli decorati da leoni alati di grande effetto scultoreo. La spalliera, di forma ottagonale, è ornata da borchie e rosette classicheggianti che compaiono, ad esempio, nel trono di Napoleone I, disegnato da Charles Percier e Pierre-François Fontaine, oggi “in vetrina” al Louvre.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

CAPORCIANO (L’Aquila). A Bominaco la Cappella Sistina d’Abruzzo, un tesoro d’arte inaspettato.

Arte sacra, storia, cultura, natura incontaminata, paesaggi mozzafiato, tradizioni, si fondono in un mosaico di meraviglie eccezionali, da restare semplicemente incantati. La chiamano la Cappella Sistina d’Abruzzo: è uno spettacolo che in pochi conoscono.
A Bominaco (con la sua Abbazia), unico, piccolo, suggestivo borgo del comune di Caporciano (L’Aquila), tra le montagne d’Abruzzo, scopri così un tesoro inaspettato di affreschi millenari, nascosto tra gli intrichi di montagne e colline che caratterizzano l’incantevole altopiano di Navelli, là dove si coltiva l’oro rosso abruzzese.
Questo luogo, apparentemente modesto, custodisce un gioiello di inestimabile valore artistico e storico, noto ai più come la Cappella Sistina d’Abruzzo. Si tratta dell’Oratorio di San Pellegrino, un nome che evoca la prima comunità religiosa locale ed un’epoca di fervore spirituale. Varcare la soglia di questo edificio è un’esperienza che lascia letteralmente senza fiato, data anzitutto l’impressione immediata di essere catapultati in un mondo di colori e narrazioni, che avvolgono completamente lo sguardo. Un catalogo di immagini inaspettate si dispiega sulle pareti interne, in una profusione di affreschi che richiamano alla mente la magnificenza e la complessità di opere d’arte sacra, di spessore internazionale, come la celebre Cappella degli Scrovegni.
Non è un caso che l’Oratorio di San Pellegrino sia stato dichiarato Patrimonio mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, a testimonianza della sua straordinaria importanza culturale, della bellezza intrinseca degli affreschi, ma anche del valore storico di un’arte e di una spiritualità, che hanno plasmato il territorio abruzzese per secoli, lungo le antiche vie battute da monaci, pellegrini e pastori. Una storia del lontano passato. Dedicato a San Pellegrino, figura centrale per la comunità religiosa originaria di Bominaco, l’oratorio ha attraversato i secoli, conservando intatto un patrimonio figurativo eccezionale.
Gli affreschi, realizzati in gran parte tra il XII e il XIII secolo, costituiscono un vero e proprio manuale illustrato di teologia medievale, dipingendo scene del Vecchio e Nuovo Testamento, nonché episodi della vita dei santi, con una vivacità ed un dettaglio sorprendenti. Ogni superficie interna -si legge- è stata sapientemente decorata, trasformando le austere mura in un’esplosione cromatica che narra storie bibliche e agiografiche, con una maestria rara per l’epoca. Il ciclo pittorico si distingue per la sua narrazione fluida e coinvolgente, dove figure stilizzate e colori vibranti catturano l’attenzione, guidando il visitatore attraverso un percorso spirituale e didattico.
La tecnica pittorica, sebbene antica, rivela una profondità emotiva ed una ricchezza iconografica che, ancora oggi, affascinano studiosi e visitatori. Non solo opere d’arte, ma documenti storici preziosi che offrono uno spaccato unico sulla cultura, la religiosità e la vita quotidiana del Medioevo abruzzese. Un miracolo la loro conservazione, si sottolinea, a voler considerare le vicende storiche e naturali che hanno interessato la regione: ogni personaggio, ogni scena, ogni simbolo dipinto sulle pareti dell’Oratorio di San Pellegrino, è una finestra aperta su un mondo perduto, un richiamo potente alla forza espressiva dell’arte sacra medievale.
Visitare l’Oratorio di San Pellegrino, non è semplicemente un’escursione culturale, ma altresì un’immersione profonda in un’atmosfera senza tempo, dove il silenzio delle montagne si plasma con l’eloquenza muta delle immagini. Una volta arrivati a Bominaco, si percepisce immediatamente la sensazione di aver scoperto un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato, un angolo d’Abruzzo che custodisce gelosamente le sue tradizioni ed i suoi segreti.
L’oratorio si presenta, dall’esterno, con una semplicità quasi disarmante, un contrasto stridente con la magnificenza che si rivela all’interno, rendendo la scoperta degli affreschi ancora più potente e sorprendente, come aprire uno scrigno antico e trovare al suo interno gemme di rara bellezza.
Un’esperienza che rimane impressa nella memoria, tra profondità ed un senso di mistero. Un luogo sospeso tra storia, arte e misticismo. Qui, davvero, la pittura diventa preghiera. Visitando l’oratorio di San Pellegrino, il pensiero corre inevitabilmente alla Cappella degli Scrovegni di Padova, capolavoro immortale di Giotto, con le pareti che si trasformano in un libro illustrato, dove ogni affresco è una pagina di fede, di umanità, di luce.
La “Cappella Sistina d’Abruzzo” è più di un monumento : è un simbolo della resilienza e della ricchezza culturale di una regione, spesso sottovalutata. Ma di certo non a ragione, anzi. Anzi è e resta l’icona di un patrimonio storico-culturale e di sani valori umani, che ha ancora tanto -se si vuole- da insegnare, inclusivamente parlando.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

VENEZIA. Mecenatismo contemporaneo: si conclude il restauro della Sala delle Quattro Porte a Palazzo Ducale.

Ci sono voluti più di due anni di lavoro per completare il restauro della Sala delle Quattro Porte al Palazzo Ducale di Venezia. Un periodo in cui la stanza, tra le più riconoscibili del palazzo dei Dogi per la particolare struttura della copertura e per la presenza di un sontuoso programma decorativo, è rimasta aperta al pubblico, pur con la presenza dei restauratori all’opera.
Il merito dell’operazione si deve a Save Venice, organizzazione non profit americana che da oltre 50 anni è impegnata nella conservazione del patrimonio artistico di Venezia. Nata nel 1971, Save Venice ha dato origine nel 2025 a una Fondazione (Save Venice ETS) per facilitare le donazioni da parte di aziende e privati italiani, beneficiando degli incentivi fiscali previsti dalla normativa nazionale. I progetti di restauro promossi dall’organizzazione – che a oggi hanno interessato più di duemila opere tra arte e architettura – sono infatti sostenuti dalle donazioni di privati (molti donatori sono americani) e aziende. Una forma di mecenatismo contemporaneo che, negli anni, ha permesso di intervenire, solo per citare le ultime campagne concluse, sulla Crocifissione di Tintoretto alla Scuola Grande di San Rocco, sull’Assunta di Tiziano nella Basilica dei Frari, sui cicli decorativi di Paolo Veronese nella chiesa di San Sebastiano, sui mosaici absidali della Basilica dei Santi Maria e Donato a Murano e della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello. E recentemente il raggio d’azione è stato esteso a comprendere anche altri siti sulla terraferma, sempre limitatamente al Veneto: come il Monumento equestre al Gattamelata di Donatello a Padova o il ciclo narrativo di Vittore Carpaccio alla Scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni, intervento quest’ultimo molto ambizioso e prossimo a concludersi: attesissimo, restituirà il ciclo alla piena visibilità del pubblico a settembre 2026.
A Palazzo Ducale, i fondi raccolti da Save Venice, che qui ha potuto beneficiare del mecenatismo dell’hotel The Gritti Palace, a Luxury Collection Hotel, Venice, sponsor principale del progetto, ammontano a 662mila euro, sul totale di 747mila euro di investimento complessivo, completato grazie a ulteriori contributi attivati tramite Art Bonus.
Così, la Fondazione Musei Civici di Venezia festeggia la conclusione di un cantiere protrattosi dal novembre 2023 a gennaio 2026, concentratosi sulla volta a botte della fine del Cinquecento – decorata con dipinti murali di Jacopo Tintoretto e stucchi di Giovanni Battista Cambio, detto il Bombarda – ma anche sulla stabilizzazione degli elementi architettonici strutturali. Si è inoltre intervenuti sui monumentali portali in pietra con relativi gruppi scultorei, inclusa la Porta del Senato con sculture di Girolamo Campagna, sulle finestre incorniciate in pietra e sulle tele monocrome dipinte. Tutto grazie a una squadra di 16 restauratori specializzati nel restauro di materiali diversi, con l’ampio ricorso a tecnologie all’avanguardia e il supporto di un team di storici dell’arte, in stretta collaborazione con la Fondazione MUVE e sotto la supervisione della Soprintendenza di Venezia.
A Palazzo Ducale, la Sala delle Quattro Porte aveva funzione di anticamera e accoglieva gli alti rappresentanti del governo prima che potessero accedere alle quattro sale in cui avevano luogo le assemblee del collegio, del senato, del consiglio dei Dieci e della cancelleria. Il suo nome si deve alla presenza delle quattro porte monumentali poste su due delle pareti, con architravi sostenuti da colonne corinzie, e decorati ciascuno da un gruppo scultoreo che evoca i compiti degli organi di governo delle sale a cui davano accesso. Dopo l’incendio del 1574, la Repubblica diede incarico di ricostruire la sala ad Andrea Palladio e Giovanni Antonio Rusconi; Tintoretto fu invece scelto per eseguire il ciclo di pitture murali della volta che avrebbe dovuto esaltare il governo veneziano in un momento difficile, trasmettendo invece un messaggio di solidità politica. Per questo fu affidato al poligrafo Francesco Sansovino il compito di elaborare un programma decorativo legato alla mitica fondazione di Venezia e al suo dominio sul mare, il cui fulcro, nel riquadro centrale, vede Venezia accompagnare Zeus e vedere l’Adriatico. Tutt’intorno si affastellano figure in stucco e oro, con elementi quasi a tutto tondo raffiguranti un pantheon di divinità, eseguiti dal Bombarda.
E la particolarità più evidente della sala, che è stato anche il principale elemento di complessità della campagna di restauro, risiede proprio nella scelta di utilizzare una “pesante” decorazione a stucco, con figure tridimensionali, non frequente a Venezia, perché gravosa per le coperture tradizionali realizzate in centine di legno e canne intrecciate. Per questo, la struttura nascosta della volta fu completata con un tavolato di legno, che sin dal Seicento è stato causa di distaccamenti e problemi di stabilità della decorazione. Molteplici sono stati, dunque, gli interventi di manutenzione operati nei secoli, non sempre gentili, anche se mirati a preservare lo stile “alla Tintoretto” dei dipinti murali, comunque piuttosto rimaneggiati.
Il restauro appena concluso si è dunque concentrato, innanzitutto sulla messa in sicurezza della struttura estradossale della copertura, per poi lavorare sui dipinti e sugli stucchi secondo un approccio conservativo; rimuovendo, cioè, sono le vernici legate a interventi novecenteschi, preservando, invece, quelli che nei secoli hanno fatto la storia della Sala. Comprensibile, dunque, il grande lavoro diagnostico, di mappatura e di ricerca pregresso all’intervento – condotto sotto la direzione dell’architetto Arianna Abate – che ha consentito anche di fare nuove scoperte sulla natura dei materiali e sulla storia decorativa della Sala.
The Gritti Palace ha affiancato in tutto il percorso Save Venice. L’albergo veneziano – esso stesso custode di una storia secolare, ospitato nel palazzo che fu residenza gotica della famiglia Pisani e poi, nel Cinquecento, dimora privata del doge Andrea Gritti, affacciata sul Canal Grande dirimpetto alla Basilica di Santa Maria della Salute – fa oggi parte del circuito Luxury Collection Hotel (di Marriott International), e da tempo sostiene iniziative dedicate alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico veneziano. Ha collaborato con Venetian Heritage per il restauro della monumentale doppia scala di Mauro Colussi alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, e con Venice Gardens Foundation ha favorito il restauro del giardino conventuale della Chiesa del Santissimo Redentore, con le sue Antiche Officine e la Serra, danneggiato dall’acqua alta del 2019. La partnership con Save Venice, avviata nel 2023 proprio per sostenere i lavori a Palazzo Ducale, si è intensificata con la nascita della Fondazione, e permetterà, nel corso del 2026, di avviare un progetto pilota di conservazione sulla Scala dei Giganti del palazzo, dopo una accurata campagna di indagini scientifiche.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 5 feb 2026