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SAVONA / ALBISOLA. ‘Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato’.

Grande mostra al Centro Esposizioni del MuDA – Museo Diffuso di Albisola – e al Museo della Ceramica di Savona, dal 30 maggio al 6 settembre 2026. Oltre trenta nuove opere in ceramica di Ugo Nespolo celebrano il legame tra l’artista torinese e la terra ligure. Un ritorno alle origini che si traduce in nuova linfa creativa.

Dal 30 maggio al 6 settembre 2026, Albissola Marina e Savona ospitano la mostra ‘Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato’, un’ampia rassegna dedicata alla recente produzione ceramica di Ugo Nespolo, a cura di Riccardo Zelatore. In esposizione oltre trenta opere inedite, realizzate dall’artista alla storica manifattura Ceramiche Pierluca di Albissola. L’esposizione è promossa dalla Fondazione Museo della Ceramica di Savona ETS – ente strumentale della Fondazione De Mari CR Savona – e dal Comune di Albissola Marina.

Il titolo scelto per la mostra, ‘Fuoco ritrovato’, evoca calore, energia ma suggerisce anche l’alchimia della cottura e il rinnovarsi della tensione creativa e della passione per la ceramica, che Ugo Nespolo coltiva fin dagli anni Sessanta.
In questo contesto, la Fondazione Museo della Ceramica di Savona ha riconosciuto la portata di un lavoro che non si limita a riattivare un legame storico, ma lo rinnova in forma contemporanea. La scelta di accogliere la mostra all’interno della propria programmazione risponde alla volontà di sostenere quei processi nei quali la tradizione ceramica albisolese torna a configurarsi come spazio di produzione attiva e aggiornata. In collaborazione con il Comune di Albissola Marina, nell’ambito del MuDA – Museo Diffuso di Albisola – la Fondazione ha quindi voluto dare forma a un progetto che restituisce al pubblico la densità di un momento generativo, in cui il sapere manifatturiero locale e la ricerca artistica si incontrano nuovamente su un piano di reciproca trasformazione.

Ugo Nespolo utilizza un linguaggio fatto di incastri cromatici, dinamismo e ironia. L’artista è capace di tradurre la sua espressione nella tridimensionalità della terra plasmata, nella quale il segno si fa volume. Ecco allora che campiture e composizioni sono portate ben oltre i limiti della bidimensionalità. Per Ugo Nespolo il rapporto con la ceramica non è frutto di un incontro occasionale, ma costituisce un capitolo fondamentale di una ricerca che attraversa pittura, cinema, design e decorazione. In questo senso, la ceramica diventa il terreno in cui convergono l’eredità delle avanguardie storiche, il lessico della Pop Art e la sapienza artigianale italiana. In particolare, questo nuovo ciclo di lavori testimonia la mai attenuata ammirazione di Ugo Nespolo per il Futurismo. Proprio ad Albisola, negli anni Trenta, la corrente futuristica ha trovato alcune fra le espressioni più originali, grazie alla sinergia tra poesia, ceramica, pittura e architettura. Non a caso, molte delle ceramiche del maestro dialogano con quell’universo espressivo, senza mai rinunciare alla propria personale carica generativa.

La mostra si articola su due sedi espositive, creando un dialogo tra due luoghi emblematici della ceramica ligure. Il Centro Esposizioni del MuDA – Museo Diffuso Albisola – costituisce il fulcro del percorso. Le opere di Nespolo – in prevalenza sculture autoportanti, sferiche e cilindriche, più alcune inedite piastre di poesia visiva e dei piatti graffiti e a rilievo – saranno chiamate a inaugurare il nuovo display museografico firmato dallo studio Gianluca Peluffo & Partners. Il cuore della mostra è stato pensato al Centro Esposizioni per la sua collocazione fisica e culturale: a poche decine di metri dalla bottega artigiana dove le opere sono state forgiate e dal Lungomare degli Artisti, galleria a cielo aperto popolata dalle opere degli autori che Nespolo ben conosceva e frequentava, a partire da Lucio Fontana.

Il Museo della Ceramica di Savona propone invece un inserimento dell’alfabeto essenziale delle forme create da Nespolo all’interno dell’ala più antica dell’edificio che ospita le maioliche rinascimentali e barocche. Volutamente poste in confronto e frizione con la collezione permanente, le modernissime sculture di Nespolo dimostrano la continuità storica del comparto manifatturiero ceramico locale, da sempre orientato all’unione delle competenze dei maestri artigiani e degli artisti. Tanto nel Seicento quanto oggi, le basilari forme del vaso, della coppa e del piatto vengono adattate agli usi simbolici e rappresentativi di una società mediterranea ed europea basata sui codici comunicativi delle immagini, reinventati e contaminati in modi sempre nuovi.

Ad accompagnare il processo di realizzazione delle opere, lo sguardo di Marcello Campora, architetto e fotografo, vicepresidente della Fondazione Museo della Ceramica di Savona, che ha seguito con attenzione poetica le fasi di realizzazione, mettendo a disposizione della mostra una selezione dei suoi scatti. Le immagini, integrate nel percorso espositivo, restituiscono il tempo della lavorazione e il dialogo tra gesto, materia e fuoco.

Ugo Nespolo è un infaticabile sperimentatore di nuove possibilità creative e opera in un ampio campo di discipline. Laurea in Lettere con tesi in Semiologia (UniTo), Diploma in Pittura all’Accademia Albertina di Torino e Laurea Honoris Causa in Filosofia (UniTo). Nella seconda metà degli anni Sessanta fa parte della Galleria Schwarz di Milano che annovera tra i suoi artisti Duchamp, Picabia, Schwitters, Arman. La sua prima mostra milanese presentata da Pierre Restany, dal titolo Macchine e Oggetti Condizionali, rappresenta in qualche modo il clima e le innovazioni del gruppo che Germano Celant chiamerà Arte Povera.
Nel 1967, a seguito dell’incontro con Jonas Mekas, P. Adams Sitney, Andy Warhol e Yōko Ono, è pioniere del Cinema Sperimentale Italiano, nato sulla scia del New American Cinema. A Parigi Man Ray gli dona il testo per un film che Nespolo realizzerà col titolo Revolving Doors. I suoi film sono stati proiettati e resi oggetto di dibattito in importanti musei tra i quali il Centre Pompidou a Parigi, la Tate Modern a Londra e la Biennale di Venezia.
Con Baj Nespolo fonda l’Istituto Patafisico Ticinese e ad oggi è riconosciuto come una delle maggiori autorità in questo campo. Verso la fine degli anni Sessanta, con Ben Vautier, dà il via a una serie di concerti Fluxus: tra questi, il primo concerto italiano dal titolo Les Mots et les Choses. Sicuro che la figura dell’artista non possa che essere quella dell’intellettuale, studia e scrive con assiduità di discipline e fatti legati all’estetica e al sistema dell’arte. Collabora con continuità alle pagine culturali del Sole 24 Ore, La Stampa, Il Foglio, pubblica i suoi scritti con Einaudi e Skira. Ha esposto con grande successo in gallerie e musei in Italia e nel mondo.

Il curatore, Riccardo Zelatore: “Per Ugo Nespolo la ceramica è un terreno di sperimentazione”
Commenta il curatore, Riccardo Zelatore: “Per Ugo Nespolo la ceramica non è un semplice supporto, ma un terreno di sperimentazione, dove il colore si fa sostanza. In queste nuove sculture, realizzate presso Ceramiche Pierluca, ritroviamo la sintesi tra la sapienza artigiana del territorio e l’eclettismo intellettuale dell’artista”.

Il catalogo, edito da Moebius Books, raccoglie contributi di Nespolo, Zelatore, di Dario Bevilacqua delle Ceramiche Pierluca e di Luca Bochicchio, direttore scientifico del Museo della Ceramica di Savona, documentando la recente produzione ceramica dell’artista.

Info.
Al MuDA Centro Esposizioni (Via dell’Oratorio 2, Albissola Marina) è possibile visitare la mostra con i seguenti orari: da martedì a domenica dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dalle ore 17:00 alle ore 19:00; lunedì chiuso.
Al Museo della Ceramica (Via Aonzo 9, Savona) è possibile visitare la mostra con i seguenti orari: lunedì, martedì, giovedì dalle ore 10:00 alle ore 13:00; venerdì dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 15:00 alle ore 18:00; sabato dalle ore 10:00 alle ore 18:00; domenica dalle ore 10:00 alle ore 14:00. Mercoledì chiuso.

Autore: Sara Debora Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.com 6 giugno 2026

L’AQUILA. Capitale della Cultura 2026, punto di forza il dipinto Ecce Homo.

L’ Aquila: Capitale della Cultura 2026, l'”Ecce Homo” di Antonello da Messina arriva al Museo Nazionale d’Abruzzo.
Lunedì 8 giugno, inaugurazione alla presenza del Ministro Giuli. Il capolavoro rinascimentale, recentemente acquisito dal MiC, diventa patrimonio vivo, bene comune ed identità condivisa, del MuNDA. L’Aquila si prepara, così, a vivere uno dei momenti più significativi del suo percorso di Capitale della Cultura 2026.
Il Museo appena indicato accoglierà, nel Castello Cinquecentesco, l’“Ecce Homo”. La tavola, celebre in tutto il mondo per la sua rivoluzionaria intensità psicologica e la drammaticità dello sguardo del Cristo, troverà nell’istituto museale aquilano la sua residenza definitiva e stabile, dando il via ad un percorso strategico che valorizzerà maggiormente il patrimonio culturale dell’Abruzzo, all’interno del Sistema Museale Nazionale.

L’evento di presentazione, nato dalla stretta sinergia tra il Ministero, il Comune dell’Aquila e il MuNDA, vedrà la partecipazione del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e si svilupperà lungo un programma ben definito.
I lavori si apriranno alle ore 18 con l’anteprima e la preview riservata ai media, momento dedicato a riprese e interviste, a cui parteciperanno la Direttrice del MuNDA, Federica Zalabra; il Direttore Generale Musei, Massimo Osanna, e il Direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR), Luigi Oliva.
Alle ore 18:30 seguirà la cerimonia istituzionale, alla presenza del Ministro Giuli, del Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, e delle autorità. La giornata culminerà con il classico abbraccio della cittadinanza: dalle ore 20 a mezzanotte, il museo aprirà eccezionalmente le proprie porte al pubblico per uno speciale svelamento serale dell’opera, esposta per la prima volta in Italia al Senato della Repubblica lo scorso marzo, e che arriva all’Aquila dopo una verifica dello stato conservativo ed alcuni interventi preliminari, finalizzati alla valorizzazione museale dello scrigno d’arte, effettuati dall’Istituto Centrale per il Restauro.
L’inserimento di capolavori assoluti, all’interno del circuito museale locale, agisce come un input strategico in grado di generare un ritorno concreto e strutturale per il territorio in termini di flussi turistici, offrendo al contempo nuove risorse da destinare alla ricerca e alla tutela.
“L’arrivo di un’opera di questo valore assoluto dimostra come la cultura sia l’architrave su cui si compie definitivamente la nostra ricostruzione. Passiamo dalla celebrazione del bello alla definizione di un modello gestionale e scientifico, trasformando il primato artistico in un vantaggio competitivo di sistema indispensabile per l’Italia delle aree interne. Questa operazione non è un evento isolato, ma un investimento strategico contro lo spopolamento, capace di generare un ritorno economico. È una delle ‘eredità’ di Capitale che riconosce il coraggio e la capacità tutta aquilana di aver colto la sfida della ricostruzione sociale. Per questo sono grato al ministro Giuli per l’attenzione e l’intuizione”, ha dichiarato il Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi.
L’Ecce Homo è stato acquistato agli inizi di febbraio 2026, dal MiC, tramite la Direzione Generale Musei, da “Sotheby’s, la seconda casa d’arte più antica d’Inghilterra, per 14,9 milioni di dollari. Un’operazione di altissimo livello culturale: da “devozione privata”, è diventata parte di una strategia mirata di ampliamento e di valorizzazione del patrimonio nazionale, ora a disposizione dei cittadini italiani e dei visitatori di tutto il mondo. Il dipinto, opera di eccezionale valore storico-artistico, è e resta un unicum del Rinascimento italiano. Un piccolo pannello a tempera, dipinto su entrambi i lati: da uno l’Ecce Homo, con Cristo coronato di spine; dall’altro, San Girolamo penitente in un aspro paesaggio roccioso.
La Cultura, quella con la maiuscola, dunque, non si ferma. Diventa sempre più inclusiva ed aperta ai territori, al sociale, promuovendo la parità di accesso alle opportunità, accogliendo e riqualificando le diversità in tutte le sue forme. Un punto di forza e arricchimento reciproco. Di valore umano universale.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Matteo Braconi, Raffaella Giuliani. L’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma. Un itinerario tra culture, temi e immagini.

San Girolamo nei suoi Commentaria in Ezechielem ricordava le visite domenicali di quando era giovane studente alle catacombe romane: «Spesso entravamo nelle gallerie, scavate nelle viscere della terra, completamente interessate dalle sepolture e così oscure che sembrava si realizzasse il motto profetico: “Discendano vivi nell’Inferno” (Salmo 54, 16)». Ed è questa una delle indimenticabili emozioni che prova ancora oggi chi ha il privilegio di scendere nelle viscere di Roma, in uno dei luoghi più misteriosi, inviolabili e segreti della città, a circa 20 metri sottoterra dove si trova quel meraviglioso complesso sotterraneo di catacombe denominato Ipogeo di Via Dino Compagni.
Un robusto fossore apre un tombino che sembra quello del gas e fa luce all’intorno indicando una scala piuttosto ripida da cui si cala per primo per preparare la strada a chi dovrà scendere. E in due minuti si passa dal sole e dal calore della più bella giornata estiva a una tenebra fredda come la mano di Thanatos da cui ci si riprende solo quando vengono all’improvviso accese le luci che sono state poste per illuminare il luogo.
La prima sensazione è di infinito stupore, di meraviglia e di un silenzio avvolgente e molto più denso di qualsiasi rumore, un silenzio a cui non siamo più abituati: il silenzio dei sepolcri. Tutto quello che c’è sopra scompare, le brutte palazzine di una zona non centrale di Roma, in un quartiere malinconico come in certi quadri di Scipione, il traffico, la gente, i negozi. Sopra non c’è più nulla. Rifiorisce davanti ai nostri occhi la verde campagna romana sparsa di ville e di edifici sacri, con i suoi avvallamenti e il suo sottosuolo tufaceo, perfetto per essere scavato: siamo tornati indietro di quasi 2mila anni. Una vertigine.

Era il 1955, in piena espansione edilizia di Roma, e i palazzinari avrebbero fatto sparire anche Giulio Cesare in una colata di cemento se l’avessero incontrato; purtroppo, costruirono una palazzina proprio sopra quest’ipogeo (che avevano ben visto che c’era) e ci impiantarono degli orrendi piloni di cemento armato che ancor oggi lo deturpano. Fu solo grazie alla segnalazione di un giovane ingegnere, Mario Santa Maria, che questo luogo si salvò da uno scempio definitivo, fra le proteste dei costruttori e l’ostruzionismo degli abitanti del luogo. Ma le fondazioni della palazzina erano state già fatte e alcuni danni alle strutture dei cubicoli e agli affreschi erano ormai irreparabili. Quello che restava però era straordinario, con architetture in negativo (scavate cioè direttamente nel tufo colonne comprese), uno spazio per circa 400 defunti appartenenti a più gruppi familiari fra loro omogenei, economicamente e culturalmente distinti.
Queste catacombe sono caratterizzate da un’infinità di affreschi che la decorano in tutte le sue muraglie e, come affermò padre Antonio Ferrua, che per primo la studiò, formano una «ben fornita pinacoteca cristiana», qualcosa che ha fatto parlare nel tempo di una «Cappella Sistina dell’Antichità».

I temi di questi affreschi vanno dal paganesimo al cristianesimo passando per soggetti biblici (anche rari) e costituiscono un imprescindibile tassello della costruzione della nuova iconografia cristiana. Costruito nel IV secolo, in piena età costantiniana, l’ipogeo è, come affermano Raffaella Giuliani e Matteo Braconi, «una testimonianza chiara della complessità del travaglio spirituale all’interno della società romana, specie delle classi più elevate […] nel processo di adesione ai valori della nuova religione cristiana».
Noi oggi non siamo più in grado di comprendere bene cosa dovette essere quel passaggio e di come i Romani dovettero strapparsi letteralmente di dosso la pelle del loro pensiero imbevuto di violenza e sopraffazione per approdare alla mitezza dell’insegnamento di Cristo e degli apostoli. Ma quel rovesciamento dell’anima, quell’angoscia terribile che spaccò famiglie, istituzioni e comunità che credevano di durare nei millenni, si vede assai bene in questo spazio a cui è stato ora dedicato un libro sapiente e colto (in italiano e inglese) curato dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Il libro guida passo a passo il lettore attraverso la scoperta del monumento e della sua storia delle sue iconografie e dei più recenti studi in merito.
Un viaggio che ci proietta indietro di almeno 1700 anni all’origine del nostro pensiero europeo e della nostra anima.

Info:
L’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma. Un itinerario tra culture, temi e immagini.
ediz. italiana e inglese, a cura di Matteo Braconi e Raffaella Giuliani, 160 pp., ill. col., Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Città del Vaticano, De Luca Editori, Roma 2026, € 47.

Autore: Arabella Cifani

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 29 maggio 2026

CAORLE (Ve). Mostra “Futurism: Prophecy and Revolution”,

Balla, Boccioni, Carrà, Russolo, Depero, Ambrosi, Fasullo, Tato e molti altri protagonisti della grande avanguardia storica saranno esposti in “Futurism: prophecy and revolution” dal 5 giugno al 6 settembre 2026 al Centro Culturale A. Bafile di Caorle (Ve)

“Per essere futurista non ci vuole patente.
Per essere futurista non occorre schedario.
Per essere futurista basta amare ed odiare: odiare il conformismo, odiare l’ipocrisia, amar l’intelligenza, amar la libertà”

Una mostra di oltre 60 opere, promossa dal Comune di Caorle e curata da Matteo Vanzan di MV Arte, che vuole raccontare il Futurismo come la vera grande rivoluzione che fu, in grado di rinnovare non solamente le arti visive, ma, per certi versi, anche la vita stessa.
Le opere, provenienti da prestigiose collezioni private e pubbliche come il Patrimonio artistico Banco BPM e il Museo dell’Aeronautica G. Caproni di Trento, si alterneranno in un percorso di pittura, scultura, fotografia, manifesti e arte applicata con una particolare attenzione per le pubblicazioni futuriste come nel caso di “Mafarka il futurista” del 1911 e “Zang Tumb Tumb” di Filippo Tommaso Marinetti del 1914 oppure “Guerrapittura” di Carlo Carrà del 1915 e “L’Arte dei rumori” di Luigi Russolo del 1916.
Nel mezzo opere iconiche o riscoperte come la “Battaglia di Sassabaneh” di Italo Fasolo (Fasullo) esposta nella Biennale di Venezia del 1938, “Scendendo in città dal cielo” di Alfredo Gauro Ambrosi, tra le massime espressioni di aeropittura datato 1933, che si affiancheranno a quelle di Cesare Andreoni, Luigi Bonazza, Bot, Anselmo Bucci, Tullio Crali, Giulio D’Anna, Renato Di Bosso, Michele Falanga, L. R. Johannis, Marisa Mori, Francesco Balilla Pratella, Fides Testi Stagni, Osvaldo Toschi, Tato e molti altri.

“La mostra Futurism: Prophecy and Revolution” afferma il Vice Sindaco e Assessore alla Cultura Luca Antelmo “rappresenta un’occasione preziosa per avvicinarsi a uno dei fenomeni più dirompenti della storia dell’arte contemporanea. Il percorso espositivo invita il pubblico a scoprire la forza visionaria di artisti che seppero anticipare temi ancora attuali: il dinamismo urbano, il rapporto con la tecnologia, la trasformazione dei linguaggi e la continua tensione verso il nuovo. Portare a Caorle un progetto di tale valore significa offrire un’esperienza capace di unire approfondimento scientifico e coinvolgimento emotivo”.
“Profezia e rivoluzione”, dichiara il curatore Matteo Vanzan, “intende offrire uno spaccato del Futurismo presentandolo come un movimento coerente e compatto che, dal Manifesto di Marinetti, attraversa la prima metà del Novecento fino al secondo dopoguerra. Il titolo trae ispirazione da una lettera di Umberto Boccioni, esposta in mostra, dal tono sorprendentemente profetico e scritta un anno esatto prima della sua morte. Profezia e rivoluzione sono, del resto, due anime fondative del Futurismo, capaci di intrecciarsi con le visioni e i radicali mutamenti che il movimento introdusse non solo nelle arti, ma anche nella moda, nella musica, nella poesia, nell’editoria e perfino nella cucina”.

Più che un’avanguardia artistica, il Futurismo fu infatti una vera rivoluzione culturale: un movimento capace di travolgere persino il modo stesso di vivere la modernità, trasformandosi in una chiamata collettiva all’azione, al cambiamento e alla velocità. «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità», proclamava Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto del Futurismo, dando voce a una generazione decisa a rompere definitivamente con il passato. Non soltanto una nuova estetica, ma una nuova idea di società, fondata sul dinamismo, sull’energia e sulla volontà di rinnovamento. Con le sue intuizioni radicali, il Futurismo anticipò molti dei linguaggi che avrebbero caratterizzato il secondo Novecento, dalla Pop Art alla poesia sonora, dalla comunicazione pubblicitaria al design contemporaneo. Ancora oggi il movimento appare sorprendentemente attuale nella capacità di interpretare temi come la velocità delle immagini, la contaminazione tra discipline e il rapporto tra arte e vita quotidiana. “Futurism: Prophecy and Revolution” propone così un ampio sguardo sul Futurismo come fenomeno unitario e trasversale, raccontandone non solo la portata estetica, ma soprattutto la forza visionaria e rivoluzionaria che ne fece uno dei movimenti più influenti e controversi del XX secolo.

Info:
Centro Culturale A. Bafile – Rio Terà delle Botteghe, Caorle (Ve)
La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Caorle (Ve) ed organizzata da MV Arte, è aperta tutti i giorni dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 18:30 alle 22:00 con ultimo accesso 30 minuti prima della chiusur
BIGLIETTO: Intero: 10 euro Ridotto: 6 euro Biglietto gratuito per under 18, studenti universitari fino a 25 anni, portatore di handicap e accompagnatore
www.caorle.eu www.mvarte.it

CODROIPO (Ud). A Villa Manin il capolavoro di Klimt, Nuda Veritas.

Mostra organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC FVG e MondoMostre, in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum di Vienna.
È un’opera che sicuramente vale un viaggio. Perché “Nuda Veritas” di Gustav Klimt non è solo uno dei capolavori dell’artista viennese ma è un dipinto che intriga, e poi interroga, chi lo osserva. Spinge a riflessioni che vanno oltre la semplice ammirazione dell’opera.
Un’opportunità realmente eccezionale quella di mettersi vis a vis con questo clamoroso dipinto che, fino al 6 settembre 2026, viene esposto in Villa Manin a Passariano di Codroipo in una mostra dell’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC FVG con MondoMostre, in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum di Vienna.
L’esposizione è curata da Cäcilia Bischoff. Il prestito di “Nuda Veritas” di Gustav Klimt rappresenta un evento culturale di grande rilievo internazionale e testimonia l’importanza del dialogo culturale europeo nella condivisione dei capolavori. L’opera, concessa grazie alla collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum, testimonia il prestigio raggiunto dal territorio friulano nel panorama artistico europeo.
“Nuda Veritas” è considerata una delle espressioni più intense della modernità artistica, capace di unire bellezza estetica e riflessione etica. Il dipinto rappresenta una donna nuda, di una nudità volutamente esibita, persino sfrontata, totalmente diversa dalle rappresentazioni di nudi femminili dell’epoca. Questa è una donna sicura di sé, che affronta lo sguardo di chi la giudica, senza temerlo.
La “Nuda Veritas” “con i suoi riccioli selvaggi e la bocca cattiva e fanatica” venne dipinta da Gustav Klimt nel 1899. È un olio su tela, di centimetri 252 x 56,2, conservato a Vienna presso il Theatermuseum. Il fuoco aranciato dei riccioli e dei peli del pube spicca sul corpo bianco, calamitando lo sguardo. Ma è una esibizione non destinata a catturare i sensi bensì l’intelletto. Perché la verità è potente, conquista l’attenzione, il palcoscenico, quasi. E nessuno può tenerla nascosta. L’occhio poi si fissa sullo specchio che lei tiene non rivolto a sé ma a chi la osserva: un invito a riflettere; quasi un gesto di sfida. Lo sguardo si allarga ad un cielo perlaceo, iridescente, al serpente che risale la gamba della donna, ai carnosi fiori di magnolia…
Nulla qui è casuale, sembra di assistere, forse incapaci di decrittarlo fino in fondo, ad un potente, vitale messaggio in codice. Klimt non ha dipinto un “nudo” sotto le spoglie di un’allegoria, bensì ha dipinto un’allegoria sotto le spoglie della nudità. La verità è una costruzione precaria. Stranamente indecisa e priva di contorni. Ambivalente ed ambigua, ma anche la notte indistinta ha le sue qualità, perché “l’oscurità non solo vela le cose, ma può anche proteggerle e nasconderle”.
La composizione, simile a una colonna che sfiora quasi i piedi e la testa della figura, è incorniciata da due tavolette dorate con iscrizioni. Il serpente risale dalla cornice, vicino allo spettatore ed al centro della composizione, scavalcando la tavoletta inferiore recante l’iscrizione “Nuda Veritas”.
Con il corpo blu acciaio delineato in nero e gli occhi penetranti, il rettile si allontana da noi, si avvolge intorno ai polpacci della donna e poi torna in nostra direzione. Due soffioni di tarassaco fungono da luminosi punti luce. L’iscrizione della tavoletta superiore recita: “Kannst du nicht allen gefallen durch deine that und dein kunstwerk = mach es wenigen recht. vielen gefallen ist schlimm. Schiller.” (“Se non puoi piacere a tutti con la tua opera e il tuo lavoro artistico = accontenta pochi. Piacere a molti è male. Schiller.”).
Sebbene datata 1899, Klimt dipinse questo capolavoro nel 1898 e nel marzo del 1899 l’opera fu inclusa nella quarta esposizione della Secessione. A oltre un secolo dalla sua realizzazione, “Nuda Veritas”, conserva una sorprendente attualità sociale: Klimt mette in scena una figura che sfida il giudizio pubblico e rivendica con forza la libertà di essere vista, ascoltata e riconosciuta senza compromessi.
Nel Salone centrale di Villa Manin, “Nuda Veritas” è allestita in modo elegante e, per così dire, senza tempo. Il contesto e gli approfondimenti sono riportati sui pannelli informativi a corredo.
Nelle prime due sale, prima di arrivare al dipinto, vengono illustrati i legami di Klimt con l’Italia e viene presentata la sua biografia.
La sala successiva è dedicata ai molteplici livelli di significato dell’opera, poiché la “Nuda Veritas” è più complessa di quanto il titolo lasci supporre. Dopo aver potuto ammirare con calma l’affascinante capolavoro di Klimt, il tema delle “molte verità” viene ripreso in modo creativo.
Infine, nell’ultima sala, il visitatore viene condotto nel mondo reale di Villa Manin con un riferimento alle decorazioni murali storiche. Gustav Klimt fu uno dei protagonisti della Vienna moderna di fine Ottocento, contribuendo al superamento degli stili storicisti verso l’arte moderna.
Il dipinto dialoga idealmente con gli affreschi di Louis Dorigny conservati a Villa Manin, che affrontano temi come desiderio, identità, bellezza e trasformazione. Villa Manin, luogo storico legato al Trattato di Campoformio, diventa così uno spazio di incontro tra memoria storica e arte contemporanea.
«La presenza della “Nuda Veritas” a Villa Manin rende possibile instaurare un dialogo tra questa riflessione sulla verità senza compromessi e un luogo che, in termini storici, segna anch’esso uno spostamento di paradigma. Antica residenza dell’ultimo Doge di Venezia e quartier generale di Napoleone, la villa fu teatro del Trattato di Campoformio, che sancì la fine della Repubblica Veneziana e ridisegnò gli equilibri politici dell’Europa: un luogo di memorie ed uno spazio di soglia, oggi trasformato in sede espositiva».
Mario Anzil, Vicepresidente e Assessore Regionale alla Cultura e allo Sport «Abbiamo costruito un programma solido e riconoscibile, guidato da linee che pongono al centro le collaborazioni internazionali, rafforzate dalla reputazione consolidata grazie ai risultati raggiunti nel corso del 2025 e nella prima parte del 2026. In questo percorso si inserisce il ruolo di ERPAC FVG nella promozione e valorizzazione del patrimonio culturale regionale, attraverso iniziative capaci di coniugare qualità scientifica e apertura al grande pubblico. L’opportunità di ospitare la “Nuda Veritas” di Gustav Klimt – peraltro alla sua ultima tappa espositiva – rappresenta in questo senso un’occasione davvero eccezionale: un’opera che non si limita ad essere ammirata, ma che interroga profondamente chi la osserva. Una scelta che assume un valore particolare anche per Villa Manin, dove si attiva un dialogo estetico tra la poetica klimtiana e l’identità architettonica della Villa, in relazione anche con gli apparati decorativi storici, generando un confronto capace di valorizzare entrambe».
Lydia Alessio-Vernì, Direttrice generale Ente regionale per il Patrimonio culturale – ERPAC FVG «La “Nuda Veritas” di Gustav Klimt incarna una visione artistica che concepisce la verità non come una zona di comfort, ma come una sfida intellettuale. Presentare questo capolavoro iconico proveniente dal Theatermuseum di Vienna a Villa Manin è quindi anche un gesto europeo di potente significato: i legami culturali tra Vienna e l’Italia, tra il Modernismo viennese e il mondo mediterraneo, fanno da tempo parte di una storia europea condivisa di idee e scambi artistici. Soprattutto in un’epoca di menzogne strategiche e rinnovate tensioni sociali, l’opera di Klimt ci ricorda che l’Europa è sempre stata anche un progetto di apertura, di dialogo sulla verità e di libertà artistica».Jonathan Fine, Direttore Generale del KHM Museum Association
«L’arrivo della “Nuda Veritas” di Gustav Klimt a Villa Manin rappresenta un’importante occasione di collaborazione internazionale grazie al prezioso prestito del KHM-Museumsverband. Si tratta di un’opera eccezionale, raramente concessa in prestito, che offre al pubblico la possibilità di un incontro ravvicinato con uno dei capolavori più emblematici della modernità europea. Siamo orgogliosi di affiancare ERPAC FVG in un progetto che conferma Villa Manin come sede privilegiata di iniziative espositive di profilo internazionale e luogo di dialogo tra patrimoni, storie e culture europee».
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Moebius.

Info:
Martedì – domenica dalle 10:00 alle 19:00 Apertura straordinaria: lunedì 1 giugno
Intero Klimt: €8,00 Ridotto* Klimt: €5,00 Ridotto gruppi** Klimt: €4,00 Intero cumulativo (mostra Klimt + mostra “Ruota Libera”): €10,00 Ridotto cumulativo (mostra Klimt + mostra “Ruota Libera”): €7,00 Ridotto gruppi cumulativo (mostra Klimt + mostra “Ruota Libera”): €5,00.
Bambini fino a 12 anni non compiuti; accompagnatori di gruppi (1 ogni gruppo); insegnanti in visita con alunni/studenti (2 ogni gruppo); un accompagnatore per disabile; tesserati ICOM; giornalisti con regolare tessera in servizio.
Prenotazioni: telefono +39 0432 821211 | email: bookshop@villamanin.it *Ridotto: Tesserati FAI; FVG Card; over 65 anni; ragazzi da 12 a 18 anni non compiuti; studenti fino a 26 anni non compiuti; diversamente abili; prima domenica di ogni mese.**Ridotto gruppi: min. 15 – max 25 persone, previa prenotazione abookshop@villamanin.it
www.villamanin.it