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CASERTA. La Reggia ospita la due giorni ” Cultura Genera Valore”, al centro del futuro.

Focus della tematica: “Dalla tutela del patrimonio alla capacità di generare nuove opportunità per i territori, dalla formazione alle competenze, dalla ricerca all’impresa”.
E’ questo il percorso al centro – si legge nel comunicato della Soprintendenza di Benevento e Caserta – delle due giornate formative: “Cultura che Genera Valore: Politiche, Impatto e Sviluppo per il Made in Italy”, in programma martedì 29 e mercoledì 30 settembre presso la Sala Conferenze “Raffaello Causa”, nel complesso della Reggia di Caserta.
L’iniziativa, messa in atto dalla Soprintendenza ABAP per le province di Caserta e Benevento, in collaborazione con la DG-RUO (Direzione Generale Risorse Umane e Organizzazione), con la direzione scientifica del Soprintendente Mariano Nuzzo e della Responsabile dell’area funzionale “Promozione, Educazione e Ricerca”, Mariangela Mingione, completa l’attività di valorizzazione delle competenze, che ha avuto inizio -si legge altresì- con un seminario svolto nell’ambito della giornata nazionale del Made in Italy, e rientra nel percorso di formazione del personale del Ministero della Cultura: “Catalogo dei Corsi 2026”, previsto dalla Direttiva Zangrillo.
Le due giornate in programma, aperte anche al pubblico, nascono infatti come sviluppo ed approfondimento del confronto già avviato dalla Soprintendenza nel marzo scorso, con l’incontro “Competenze per il Made in Italy: Cultura, creatività e sviluppo”, che aveva riunito istituzioni, università, scuola, ricerca e imprese per riflettere – recita ancora il comunicato – sul rapporto tra patrimonio culturale, saperi, design, innovazione e sviluppo territoriale. Due gli appuntamenti autonomi ma fortemente connessi, in cui si articola il più che importante evento.
Il primo, martedì 29 settembre, dal titolo “Dal Patrimonio al Futuro”, verrà dedicato al rapporto tra patrimonio culturale, identità territoriale, creatività e sviluppo, i cui lavori saranno aperti dal Soprintendente Mariano Nuzzo, con una introduzione dal tema: “Cultura che genera valore: Politiche, Impatto e Sviluppo per il Made in Italy”. Seguiranno i saluti istituzionali di Antonella Scolamiero, Presidente della Commissione Straordinaria del Comune di Caserta; Ornella Zerlenga, Direttore del Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale, dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”; Gioacchino Lepore, del Consiglio Regionale ENS Campania; Biagio Mbay, Sezione Provinciale ENS Caserta. L’Ente Nazionale Sordi è coinvolto nell’organizzazione dell’evento – prosegue il comunicato – e nel servizio di interpretariato nel linguaggio dei segni in aula (Circolare n. 50 del 23 ottobre 2025 della Dg-RUO).

La sessione degli interventi vedrà quindi protagonisti la direttrice Ornella Zerlenga, con una riflessione sui patrimoni tutelati come opportunità di sviluppo territoriale e sulle specificità del modello architettonico campano; la dottoressa in ricerca Università “Luigi Vanvitelli”, Luisa Parisi, parlerà del ruolo dell’architettura nei processi di rigenerazione urbana; la dottoressa in ricerca Università “Luigi Vanvitelli”, Angela Palumbo, del rapporto tra cultura, comunità e territorio e sui modelli di valorizzazione del Made in Italy contemporaneo; la responsabile dell’Ufficio Architettura Moderna della Sabap, Amalia Gioia, del caso Olivetti e del rapporto tra Made in Italy, territorio e cultura industriale. Ancora. Il responsabile dell’area funzionale Patrimonio archeologico, Antonio Salerno, del rapporto tra archeologia e manifatture d’arte quali precursori del lusso Made in Italy; il funzionario storico dell’arte, Sara Miele, – è dato ancora leggere- accenderà i riflettori sulla ceramica nel Sannio e sul caso di Cerreto Sannita tra tradizione e innovazione; la responsabile dell’area funzionale Promozione, Educazione e Ricerca, Mariangela Mingione, tratterà del ruolo di biblioteche, studi e comunicazione pubblica nella trasformazione del patrimonio in valore.

Il secondo appuntamento, mercoledì 30 settembre, sarà invece articolato in due sessioni.
La prima, dal titolo “Sistema formativo: leva strategica”, porrà al centro il rapporto tra formazione, ricerca, competenze e Made in Italy. Dopo l’introduzione del Soprintendente Mariano Nuzzo, sono previsti i saluti della direttrice del DADI, Ornella Zerlenga; del presidente di Confindustria Caserta, Luigi Della Gatta, e dei presidenti Ens regionale Gioacchino Lepore, e provinciale Biagio Mbaya.
Interverranno la coordinatrice del dottorato di ricerca di interesse nazionale in “Design per il Made in Italy: Identità, innovazione e sostenibilità”, del Dipartimento di Architettura e Disegno industriale, dell’Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, Alessandra Cirafici, con un contributo dedicato alla formazione ed alle competenze per la valorizzazione del Made in Italy; Ornella Cirillo, professore associato e docente di Storia dell’architettura e di Storia del fashion design dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, circa il rapporto tra università, ricerca e territorio; Marco Calabrò, Professore ordinario di Diritto amministrativo dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, e docente di Diritto pubblico dell’economia e tutela del Made in Italy (“Politiche pubbliche per la tutela e la valorizzazione del Made in Italy”); Roberto Papa, Dirigente scolastico dell’Istituto d’Istruzione Superiore Mattei Ferraris di Caserta (“Il ruolo della scuola nella valorizzazione del Made in Italy”), che annovera l’indirizzo: “Industria e artigianato per il Made in Italy Settore Moda e Costume”, coordinato dalla professoressa Pina Gallo, riguardo al ruolo della scuola nella valorizzazione del Made in Italy.
La seconda sessione, “Eccellenze d’impresa”, porterà invece al centro dell’attenzione il patrimonio produttivo ed imprenditoriale, attraverso esperienze concrete di aziende e realtà territoriali.
Interverranno: Nicola Marco Fabozzi, Dirigente della Casa del Made in Italy della Campania; Gennaro Mincione, amministratore delegato del Centro Orafo Oromare, con una riflessione sull’arte orafa tra identità territoriale e mercati internazionali; Maria Assunta Giaquinto, da 35 anni nell’azienda di famiglia Sanleuciosetaitaly, con sede a San Marco Evangelista, sul rapporto tra tradizione serica, patrimonio produttivo e culturale; Andrea Petrone, quinta generazione alla guida dell’Antica Distilleria Petrone -conclude il comunicato – sul rapporto tra territorio, impresa ed autenticità, e sul valore culturale delle produzioni storiche.
A moderare la seconda giornata sarà il giornalista Emilio Di Cioccio.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

 

MANTOVA. Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio: a Palazzo Te la natura come meraviglia e conoscenza.

È stupefacente constatare come l’apparato decorativo concepito cinque secoli fa da Giulio Romano per Palazzo Te continui a offrire stimoli di lettura inediti a chi sappia avvicinarvisi con consapevolezza. Lo hanno provato le mostre che si sono susseguite lungo l’anno del centenario, l’ultima delle quali, «Inventare la natura. Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio» (catalogo Marsilio), prodotta dal Comune di Mantova e Fondazione Palazzo Te con il supporto di numerosi sostenitori, è allestita negli appartamenti monumentali fino al 10 gennaio 2027.
Curato da Barbara Furlotti e Guido Rebecchini, il progetto espositivo indaga la molteplice lettura della natura condotta nelle corti del Rinascimento tanto attraverso l’arte quanto attraverso la scienza, accostando opere di maestri come Leonardo, Arcimboldo, Annibale e Agostino Carracci, Caravaggio e di importanti scultori a oggetti, strumenti scientifici, automi, «naturalia et mirabilia», tutti giunti a Mantova dai maggiori musei italiani e internazionali, che testimoniano quel nuovo e diverso stupore che si accendeva allora di fronte alla natura, intesa non più come manifestazione del divino ma come realtà da conoscere e rappresentare con l’arte e da investigare con la scienza (iniziando anche a dominarla).

«In questa mostra, profondamente in dialogo con il palazzo, commenta Stefano Baia Curioni, direttore di Fondazione Palazzo Te, esploriamo il comporsi cinquecentesco dell’idea e della rappresentazione della natura come “altro” dall’umano, meraviglioso e conquistabile, destinato a plasmare la modernità. Una visione di cui è necessario tracciare l’origine anche per arrivare oggi ad un suo superamento».
Articolato in sette sezioni, il percorso, si apre nella Camera degli Stucchi con «Creare», il cui tema è la forza generatrice della natura, più volte rappresentata come dea nelle pitture murali di Palazzo Te e qui incarnata da opere come la «Diana Efesina», divinità nutrice come ci dicono le innumerevoli mammelle, nell’esemplare superbo del Mann di Napoli e nella versione di Niccolò Tribolo per il giardino del palazzo di Fontainebleau, fino alle aeree opere fatte di semi, pappi e ramoscelli dell’artista contemporanea Christiane Löhr (da Villa e Collezione Panza – Fai). Tocca poi alle forze devastanti della natura («Distruggere»), in dialogo con le rovine della Camera dei Giganti: qui i disegni di Leonardo, «Tempesta» e «Frana», dalla Royal Collection, fanno eco al terremoto dell’arazzo (da un cartone raffaellesco) di «San Paolo in prigione». Il Camerino delle Grottesche presenta il «Sentire» evocando con squisiti bronzetti dal Bargello le grotte con fontane così in voga nei giardini rinascimentali, mentre la volontà di «Riprodurre» la natura trova posto nella Camera dei Candelabri, dove si susseguono bronzi, ceramiche, argenti, che raffigurano animali e vegetali con incredibile fedeltà.
La Camera delle Cariatidi («Conoscere») affronta la natura sul piano descrittivo e scientifico con dipinti di Vincenzo Campi e del Maestro di Hartford e con le immagini riunite dallo studioso Ulisse Aldrovandi, fondatore a Bologna di uno dei primi musei naturalistici, che introducono al tema successivo, quello dello «Stupire». Qui, nella Sala dei Capitani, ci s’imbatte nelle invenzioni di Giuseppe Arcimboldo e nell’«Autoritratto in veste di Bacco» di Caravaggio (Galleria Borghese) e si penetra in una Wunderkammer, la «stanza delle meraviglie» con cui sovrani, aristocratici e studiosi sbalordivano gli ospiti con oggetti e artificiali o naturali, ma esotici e inusitati, qui accostati ad opere di tema naturalistico di Teodoro Ghisi ed Annibale Carracci ed a raffigurazioni di persone devianti dalla «norma» di Agostino Carracci («Triplo ritratto di Arrigo peloso», «Pietro matto», «Amon nano»).
Chiude i giochi, nella Camera delle Vittorie, la sezione dell’«Animare», con gli automi mirabolanti che imitavano i suoni ed i movimenti naturali. Ad accrescere la fascinazione delle opere, l’allestimento di Amdl Circle e Michele De Lucchi, con piccole architetture metalliche e tessuti preziosi ispirate alla tenda del «Sogno di Costantino» di Piero della Francesca.
Da non perdere le attività educative e di mediazione.

Autore: Ada Masoero

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 25 set 2026

TORINO. BANKSY – Street is the museum.

Dopo aver conquistato oltre 3,5 milioni di visitatori nel mondo e aver fatto tappa nelle principali città europee e internazionali, il progetto espositivo dedicato a Banksy si rinnova e torna a Torino con un nuovo titolo ed un concept completamente ripensato.
Dal 22 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027 le storiche cantine di Palazzo Falletti di Barolo (via delle Orfane, 7/a – Torino) ospiteranno Banksy – Street is the Museum, l’evoluzione della celebre mostra The World of Banksy, che porta a Torino oltre 150 opere dedicate al più enigmatico protagonista della Street Art contemporanea.
Curata da Artful Contemporary, la mostra conduce il pubblico nel mondo di Banksy attraverso un percorso che riunisce graffiti, fotografie, installazioni video e accurate ricostruzioni delle sue opere realizzate su tela, tessuto, alluminio, forex e plexiglass. Un viaggio che permette di avvicinarsi ad alcune delle immagini più celebri dell’artista britannico, molte delle quali non sono più visibili nei luoghi in cui erano state realizzate.
Da Flower Thrower a Girl with Balloon, da Napoleon a Steve Jobs, fino ad altri lavori entrati nell’immaginario collettivo, il percorso racconta la straordinaria capacità di Banksy di trasformare la Street Art in uno strumento di riflessione sui grandi temi del nostro tempo. Guerra, pace, consumismo, migrazioni, disuguaglianze, ambiente e diritti civili diventano così il filo conduttore di un racconto che intreccia impatto visivo e critica sociale, restituendo tutta l’attualità del suo linguaggio.
A ispirare Banksy – Street Is the Museum è una riflessione sulla natura stessa della Street Art. Le opere di Banksy nascono per vivere nello spazio pubblico, dialogando con la città e con chi la attraversa, ma proprio per questo sono spesso destinate a scomparire: cancellate dal tempo, coperte, distrutte o persino rimosse dai muri e immesse sul mercato dell’arte.
Il progetto curatoriale nasce dall’esigenza di conservare la memoria di queste opere e, insieme, di mantenere vivo il messaggio che le accompagna.
Il titolo della mostra sintetizza la visione che la strada è il museo di Banksy, il luogo in cui le sue opere prendono forma e dialogano con la società, trasformando muri, edifici e spazi urbani in strumenti di espressione artistica e civile.

Info:
Palazzo Barolo – Via delle Orfane 7/a, Torino – dal 22 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027
I biglietti sono acquistabili sul sito ufficiale della mostra www.banksymuseo.it e su www.ticketone.it, www.vivaticket.com, www.getyourguide.com, www.ticketmaster.it e www.happyticket.it
Orari: da martedì a domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00 (ultimo ingresso ore 18:00)
Calendario completo – GIORNI DI APERTURA (opening 22 OTTOBRE 2026): 22, 23, 24, 25/10 – 27, 28, 29, 30, 31/10, 01/11 – 03, 04, 05, 06, 07, 08/11 – 10, 11, 12, 13, 14, 15/11 – 17, 18, 19, 20, 21, 22/11 – 24, 25, 26, 27, 28, 29/11 – 01, 02, 03, 04, 05, 06/12 – 07, 08, 09, 10, 11, 12, 13/12 – 15, 16, 17, 18, 19, 20/12 – 22, 23, 26, 27/12 – 28, 29, 30/12, 02, 03/01 – 04, 05, 06, 07, 08, 09, 10/01 – 12, 13, 14, 15, 16, 17/01 – 19, 20, 21, 22, 23, 24/01 – 26, 27, 28, 29, 30, 31/01
Aperture straordinarie: 7 dicembre 2026 – 28 dicembre 2026 – 4 gennaio 2027
Chiusure straordinarie: 24 dicembre 2026 – 25 dicembre 2026 – 31 dicembre 2026 – 1 gennaio 2027
Giorni infrasettimanali con prezzo festivo: 8 dicembre 2026 – 6 gennaio 2027
Biglietti: Intero € 14,00 da martedì a venerdì / € 16,00 weekend e festivi
Ridotto bambini 6 – 12 anni € 7 da martedì a venerdì / € 8 weekend e festivi
Sito web e contatti: www.banksymuseo.it | info@banksymuseo.it – Tel. +39 331 2457444 | 011 2636111

ANTICOLI CORRADO (Roma). Arturo Martini e Anticoli Corrado 1924-1927.

Anticoli Corrado, Civico Museo di Arte Moderna e Contemporanea, dal 26 settembre al 29 novembre 2026; inaugurazione sabato 26 settembre, ore 11.00.

Anticoli Corrado celebra il centenario della Fontana dell’Arca di Noè di Arturo Martini con una mostra dedicata agli anni trascorsi dallo scultore nel borgo laziale ed al ruolo che questa esperienza ebbe nella sua ricerca artistica.
A cento anni dalla realizzazione della Fontana dell’Arca di Noè, uno dei segni più riconoscibili del paesaggio e della memoria di Anticoli Corrado, il Civico Museo di Arte Moderna e Contemporanea dedica ad Arturo Martini una mostra che torna a interrogarsi sulla presenza dello scultore nel paese tra il 1924 e il 1927 e sul significato che quella stagione ebbe nella sua vicenda artistica.
L’esposizione, realizzata con il sostegno del Consiglio regionale del Lazio – Ufficio di Presidenza e con il sostegno di Poste Italiane, nasce da una nuova riflessione critica su un periodo fondamentale della produzione di Martini e intende restituire alla permanenza anticolana la complessità che le appartiene.
Realizzata nel 1926 per Piazza delle Ville, la Fontana dell’Arca di Noè costituisce il fulcro ideale di questo evento. Da un secolo l’opera accompagna la vita della comunità anticolana, divenendo progressivamente qualcosa di più di una testimonianza artistica: una presenza quotidiana e familiare, parte integrante della memoria collettiva del paese. Celebrare il suo centenario significa dunque guardare nuovamente a Martini, ma anche riconoscere il profondo rapporto instauratosi tra l’artista e Anticoli Corrado.
La mostra prende le mosse proprio da questa relazione, ricostruendo il contesto nel quale Martini si trovò ad operare ed approfondendo le esperienze ed i rapporti che caratterizzarono il suo soggiorno. In questa prospettiva assume particolare rilievo il rapporto con Maurice Sterne, artista statunitense anch’egli legato ad Anticoli, la cui presenza consente di ampliare la lettura della vicenda oltre i confini della dimensione locale. Le opere di Sterne conservate nella collezione del Civico Museo entrano così nel percorso espositivo, contribuendo a restituire la fitta trama di relazioni attraverso cui Anticoli Corrado si inserì in una rete artistica che collegava l’ambiente romano alla scena internazionale.
È proprio questa dimensione più ampia a costituire uno degli aspetti della mostra. L’esperienza di Martini ad Anticoli viene infatti riletta all’interno della storia della comunità artistica che frequentò il borgo e delle relazioni personali, professionali e culturali che da questo luogo si irradiarono ben oltre il territorio.
Il centenario della Fontana dell’Arca di Noè diventa così l’occasione per tornare a considerare Anticoli Corrado come parte attiva di una storia dell’arte italiana e internazionale, nella quale un piccolo centro della Valle dell’Aniene seppe assumere un ruolo tutt’altro che marginale.

L’iniziativa si inserisce inoltre nel percorso di ricerca intrapreso dal Civico Museo di Arte Moderna e Contemporanea, che affianca alla conservazione e valorizzazione del patrimonio una costante attività di studio e di approfondimento.
«A distanza di trentacinque anni dalla ricostruzione critica attuata con la mostra Arturo Martini e gli anni di Anticoli Corrado, curata da Fabio Benzi nel 1991 – sottolinea Agnese Sferrazza, Direttrice del Civico Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Anticoli Corrado – il centenario della realizzazione della Fontana dell’Arca di Noè offre oggi l’occasione per tornare a riflettere sulla presenza di Arturo Martini ad Anticoli Corrado. La mostra nasce dalla volontà di aggiungere nuovi tasselli alla conoscenza dell’opera di Martini e, al tempo stesso, di restituire alla vicenda anticolana la sua dimensione internazionale, attraverso una nuova lettura del rapporto con Maurice Sterne».
L’iniziativa assume inoltre un particolare significato per la comunità locale. La Fontana dell’Arca di Noè, infatti, non appartiene soltanto alla storia dell’arte, ma alla storia stessa di Anticoli Corrado: da generazioni accompagna la vita del paese e costituisce un elemento riconoscibile della sua identità. In occasione del centenario è stato avviato un primo intervento di restauro dell’opera, destinato ad essere completato grazie ad un successivo contributo della Regione Lazio.
«Celebrare il centenario dell’Arca di Noè significa rendere omaggio ad Arturo Martini, ma anche riscoprire il legame profondo tra l’artista e il nostro paese – afferma Francesco De Angelis, Sindaco di Anticoli Corrado –. L’Arca di Noè è stata parte della vita degli anticolani di ieri, lo è per quelli di oggi e dovrà continuare ad esserlo per quelli di domani».
Il progetto espositivo è accompagnato dal catalogo “Arturo Martini con Maurice Sterne ad Anticoli Corrado 1924-1927” edito da Dario Cimorelli Editore, che raccoglie gli studi dedicati alla mostra e contribuisce ad ampliare la conoscenza di una stagione particolarmente significativa della storia artistica di Anticoli Corrado e del percorso di Arturo Martini.

Info:
Civico Museo di Arte Moderna & Contemporanea di Anticoli Corrado
piazza Santa Vittoria 2, 00022 Anticoli Corrado Roma
museoanticoli@gmail.com – www.museoanticoli.it

FIRENZE. Restauro della Cappella Bardi dipinta da Giotto nella chiesa di Santa Croce.

È con buona probabilità correlato al talento e allo spirito innovativo di Giotto, comuni ai più grandi artisti della storia, il fatto che i suoi lavori continuino a regalare sorprese e nuove prospettive ogni qualvolta si decida di intervenire sul loro stato di conservazione o riprendere le ricerche scientifiche.

A Firenze, nella Cappella Bardi in Santa Croce, Giotto fu attivo per conto di Ridolfo de’ Bardi (la potente famiglia di banchieri fiorentini) per rappresentare alcuni dei momenti cruciali della vita di San Francesco in un magnifico ciclo esteso su una superficie pittorica di 180 metri quadrati. Sulle pareti laterali, Giotto e la sua bottega rappresentarono sei grandi scene (la fonte è la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio dove Francesco viene presentato come l’alter Christus; si ripercorrono la rinuncia ai beni paterni, l’approvazione della Regola, l’apparizione al Capitolo di Arles, la prova del fuoco davanti al Sultano, la morte, l’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido), cui si aggiungono le Stimmate dipinte sopra l’arcone d’ingresso, le figure dei santi sulla parete di fondo e le allegorie delle Virtù francescane nella volta.
Per datare la conclusione dell’opera si fa riferimento alla presenza tra le figure rappresentate di San Ludovico di Tolosa, canonizzato nel 1317: è dunque solo un termine post quem quello che si può azzardare per una datazione ancora oggetto di confronto tra gli studiosi. Di certo, comunque, Giotto si approcciò al lavoro in Santa Croce in una fase matura della sua attività, e il ciclo della Cappella Bardi divenne un testo fondamentale per gli artisti delle generazioni a venire, anche per la presenza di numerosi pittori all’opera sui ponteggi, che contribuirono a divulgare la maniera e le invenzioni del maestro.

Negli ultimi quattro anni, il ciclo è stato oggetto di una complessa campagna di restauro promossa dall’Opera di Santa Croce con l’Opificio delle Pietre Dure, e sostenuta, oltre che dal Ministero della Cultura, dalla Fondazione CR Firenze, da ARPAI,e da un gruppo di donatori privati, tra cui Veronica e Dominque Marzotto e William von Mueffling. Parte dei fondi è stata raccolta anche attraverso la campagna Giving4 Giotto, con donazioni private pervenute da tutto il mondo.
E la restituzione degli affreschi, che ora tornano visibili al pubblico (comunque coinvolto durante il cantiere, con visite sui ponteggi), avviene in concomitanza con l’ottavo centenario della morte di Francesco.

L’operazione risulta di grande valore anche in relazione alla fragilità dell’opera. Prima del 1730, le pitture murali furono nascoste sotto diverse imbiancature a calce. All’inizio dell’Ottocento, inoltre, nel registro inferiore delle pareti laterali, furono inseriti i cenotafi di due architetti granducali: Giuseppe Salvetti, nel 1812, e Niccolò Gaspero Maria Paoletti, nel 1818. Solo nel 1851, lavorando a una nuova decorazione della cappella, il ciclo giottesco fu accidentalmente riscoperto. Si procedette quindi al descialbo, che però provocò numerose abrasioni, graffi e perdite della pellicola pittorica. Le porzioni di affresco al di sotto dei cenotafi, invece, andarono completamente perdute con la rimozione dei monumenti. Furono dunque “ricostruite” le parti mancanti e uniformate le superfici con una diffusa patinatura a tempera, imprimendo un’interpretazione ottocentesca al ciclo. Tra il 1957 e il 1959, però, il soprintendente Ugo Procacci e il restauratore Leonetto Tintori rimossero le ridipinture (conservando le integrazioni ottocentesche per il loro valore documentario). Si intervenne inoltre con leggere velature sulle cadute della pellicola pittorica, lasciando i a tinta neutra le grandi e piccole lacune dell’intonaco – circa cinquemila – secondo un criterio di restauro moderno.

L’obiettivo della campagna appena conclusa, quindi, è stato duplice: garantire la conservazione dell’opera, ma anche migliorare la leggibilità di un ciclo caratterizzato da uno statomolto frammentario. “Quello concluso sulla cappella Bardi è stato un restauro necessario e non semplice” sottolinea Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure “Necessario perché le pareti presentavano criticità molteplici, sia strutturali che legate alla pellicola pittorica. Non semplice perché confrontarsi con un testo capitale, e questo lo è, è cosa che non si fa mai a cuor leggero; perché è un insieme entrato negli occhi di tutti dopo un restauro coraggioso che aveva eliminato i veri e propri rifacimenti ottocenteschi; perché è gravemente lacunoso e conservato in modo molto diseguale”.

A beneficiarne è stata, innanzitutto, la qualità della composizione giottesca, che ora si impone per la capacità dell’artista di riportare lo spazio reale nello spazio dipinto con invenzioni ardite per le conoscenze dell’epoca (le singole scene sono unite da una monumentale architettura dipinta che si sovrappone a quella reale della cappella, con ingegno illusionistico; quasi ogni scena, inoltre, si svolge all’interno di ambienti chiusi rappresentati frontalmente, come grandi scatole aperte verso lo spettatore). Ma il restauro ha restituito anche l’intensità espressiva in cui Giotto eccelse.
È stato possibile, inoltre, distinguere le diverse mani che lavorarono al ciclo, evidenziando le differenze tecniche e di stile che coesistono nelle diverse scene. Da un punto di vista tecnico, invece, arriva la conferma che Giotto fosse particolarmente incline a sperimentare secondo esigenza: in Santa Croce lavorò su una base a fresco, facendo poi diffusamente uso di tecniche a secco, per poter utilizzare una gamma di pigmenti più ampia, e variare così gli effetti cromatici e spaziali. Ma anche per ottimizzare i tempi del cantiere.
Sotto il profilo conservativo sono state consolidate le parti più fragili e ridotti i fenomeni di degrado, rimossi depositi e materiali alterati e sostituite molte delle vecchie stuccature sintetiche con impasti più compatibili con gli intonaci originali. Per l’integrazione delle lacune, alcune molto estese, si è lavorato con sistemi differenziati per ridare quando possibile continuità al testo figurativo rispettando però la storia conservativa del ciclo. Quasi come un inedito, in particolar modo, si rivela la volta: la pulitura, condotta in questa zona anche con l’ausilio di strumentazione laser, ha restituito la potenza inventiva e la qualità figurativa delle allegorie delle Virtù Francescane, in particolare l’Obbedienza e la Castità, facendo riemergere dettagli prima illeggibili o fraintesi.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 11 set 2026