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VERCELLI. Marc Chagall.

Una grande mostra dedicata al pittore bielorusso Marc Chagall (Vitebsk, 1887 – Saint Paul de Vence, 1985) apre a Vercelli. Curata da Paul Schneiter e aperta dal 13 ottobre 2026 al 29 marzo 2027, la mostra ospita cinquanta opere ripercorrendo i temi più ricorrenti della ricerca dell’artista, restituendo al pubblico il legame che unisce la sua ricerca e le sue perdite.

Per comprendere Chagall bisogna partire dalla nativa Vitebsk, la città che rimarrà per tutta la vita una sorta di “patria interiore”. Chagall la lascia, vi ritorna, per poi perderla definitivamente nella Seconda Guerra Mondiale: un trauma che trasforma il rapporto con la terra d’origine in una condizione permanente di nostalgia. Da questa frattura nasce una vera e propria “architettura portatile” della memoria. Il villaggio russo, la casa, gli innamorati, gli animali e le figure sospese nello spazio sono frammenti di un mondo che continua a esistere perché viene dipinto.

Tra le opere in mostra, spiccano per bellezza e importanza Villaggio Russo del 1929, il famoso Gli innamorati con l’asino blu, datato intorno al 1955, e Il gallo viola, realizzato tra il 1966 e il 1972: tutti restituiscono combinazioni cromatiche e iconografiche tra le più riconoscibili dell’artista. In una mostra costruita attorno al tema della memoria, poi, l’autoritratto si pone come rappresentazione tangibile, come testimonianza della storia raccontata: così l’immagine di Chagall diventa il punto di passaggio tra vicenda individuale e storia collettiva, tra il racconto intimo e le grandi fratture del Novecento.

A questa narrazione si aggiunge una sezione dedicata alle opere della Collezione Giuseppe Iannaccone, curata da Daniele Fenaroli. Il confronto introduce nel percorso un secondo livello di lettura, fatto di rimandi e assonanze tra artisti e mondi differenti. La mostra non si limita dunque a costruire un itinerario monografico, ma apre una serie di connessioni tra linguaggi, sensibilità e vicende artistiche diverse.

Anche lo spazio è degno di nota. L’ARCA si trova infatti all’interno dell’antica chiesa medievale di San Marco, dove una struttura contemporanea in vetro e acciaio è stata inserita nella navata centrale senza interrompere il dialogo con l’architettura storica. Le volte della chiesa rimangono visibili attraverso le superfici trasparenti della struttura, e gli affreschi quattrocenteschi sono tornati alla luce grazie al lavoro di restauro.

Info:
Marc Chagall, dal 13 ottobre 2026 al 29 marzo 2027
Arca – Polo Espositivo, ex Chiesa di San Marco – Piazza San Marco, Vercelli

Fonte: www.artribune.com 11 ottobre 2026

VENARIA REALE (To). Alla Reggia va in mostra la grande pittura del Novecento. Da Matisse a Bacon.

Si intitola Atelier dei Moderni la mostra che, negli ambienti della Reggia di Venaria, attraversa i protagonisti dello scorso secolo, da Matisse a Picasso, da Braque a Bacon. Le sedici sezioni offrono un’impalcatura nitida alla mostra, accompagnando il visitatore con misura, anche se lungo le sale non sempre si coglie il senso profondo di alcuni dialoghi tra le opere. La curatela di Sylvie Ramond preferisce adagiarsi sulla bellezza incontestabile dei capolavori e sull’autorevolezza dei loro maestri. Resta un pizzico di nostalgia per una traccia più audace, che sapesse schiudere uno sguardo inaspettato su un Novecento i cui protagonisti crediamo ormai di conoscere fin troppo bene.

Nel Violino di Braque, del 1911, lo strumento va cercato fra grigi e bruni, seguendo una corda, una voluta, un frammento che sembra affiorare e subito rientrare nella superficie. Poco più avanti, i cerchi di Robert Delaunay fanno un lavoro diverso: in Ritmo è il colore a organizzare lo spazio e a suggerire un movimento. Fra queste due opere non c’è soltanto un cambiamento di stile. Cambia ciò che viene chiesto agli occhi: prima riconoscere un oggetto scomposto, poi seguire una forma che non deve somigliare a nulla. La mostra lascia spazio anche alle conseguenze meno ordinate di queste ricerche. In La credenza del Catalan, dipinta da Picasso nel 1943, un mobile e una fruttiera diventano forme tese, quasi aggressive.

Più avanti la materia della pittura si fa ruvida, il nero trattiene o restituisce la luce, la figura umana torna a occupare la tela senza ritrovare necessariamente la propria integrità. Non tutto discende da Braque e Picasso; non tutto conduce a Bacon. È la qualità del percorso: mostra artisti che hanno lavorato su problemi condivisi, arrivando spesso a esiti incompatibili.
Le circa sessanta opere provengono dal Musée des Beaux-Arts di Lione. Alcune raffigurano direttamente uno studio; lungo le sale compaiono anche fotografie degli atelier degli artisti. Il titolo, però, non indica solo un luogo. Suggerisce un modo di lavorare fatto di sguardi reciproci, tentativi e deviazioni. Davanti a certi quadri si vede perfino dove il pittore ha cambiato idea, o dove ha scelto di fermarsi. La visita non conserva un ritmo costante. Ci si avvicina a una tela, si torna indietro, un’immagine assorbe più tempo di quanto si prevedesse. Alla fine rimane la mostra nel suo insieme, certo. Ma tre immagini si staccano dalle altre.
La prima è il coltello di La Femme au couteau (1950) di Wifredo Lam. La figura sta lì al centro, frontale, con due mani enormi attorno alla lama puntata verso chi guarda. Il corpo passa dall’anatomia femminile a forme vegetali e animali; la pittura è così magra che la trama grossa della tela resta visibile. Ha qualcosa di totemico. In Lam la lezione cubista e surrealista incontra un universo culturale e rituale afrocaraibico, senza che l’immagine si lasci ridurre a una sola appartenenza. Davanti al quadro verrebbe da chiedersi se quella figura sia una divinità, un guardiano, o quale gesto stia per compiere. Poi lo sguardo torna al coltello. La lama pone un limite a tutte le spiegazioni. C’è poi il volto quasi vuoto di Katia con la camicia gialla (1951), l’ultimo dipinto di Henri Matisse. Il giallo della figura incontra il blu dello sfondo senza che i passaggi siano nascosti. Il colore appare fluido, il tratto rapido; da vicino si seguono le pennellate e i punti in cui il disegno resta esposto. La superficie dà quasi l’impressione che il lavoro sia appena finito. Nessuna stanchezza, in questo tratto essenziale. Matisse lascia andare il dettaglio descrittivo, ma non la presenza della modella. Il viso non permette di riconoscerla attraverso i lineamenti, eppure Katia è tutta lì, nella postura e in quel giallo. Un terzo dettaglio, più discreto, compare sul lato sinistro di Studio per una corrida n. 2 (1969). Al centro della pista Bacon fonde toro e torero in un groviglio di carne bruna e malva, stagliato contro un arancione quasi accecante. A margine spunta un 5 racchiuso in un cerchio. Ha l’aria di un’indicazione dell’arena e una freddezza grafica quasi pop. L’occhio vi si ferma, forse per cercare un punto stabile. Subito dopo torna ai corpi. Per me, che a Bacon torno sempre, quel numero evoca anche il quinto toro: la tensione di una corrida che si avvicina alla fine. È un’associazione mia, nata anni fa, non la spiegazione del segno dipinto da Bacon. Il 5 funziona già così com’è, leggibile e ordinato accanto a una scena in cui uomo e animale diventano difficili da separare. Fra le tre opere che Bacon dedicò alla corrida nel 1969, questa resta forse la più potente.

Nell’atelier dei moderni si sperimentano forme, colori e modi di trattare la materia. Ma davanti a queste opere si avverte anche un’altra ricerca: che cosa può succedere a chi guarda un’immagine? La lama di Lam mette in allerta; il volto incompleto di Katia trattiene vicino al quadro; il numero di Bacon offre un appiglio dove la scena non concede alcun ordine. È una delle strade che la pittura moderna apre all’arte contemporanea. L’immagine non conta solo per ciò che raffigura, ma per l’esperienza che riesce a produrre. Parlare di una forza emotiva invece che estetica sarebbe però inesatto: sono proprio le scelte pittoriche a farla nascere. Bacon non avrebbe lo stesso effetto senza quell’arancione, Lam senza la direzione della lama, Matisse senza aver lasciato il volto di Katia quasi vuoto. Fuori dalla mostra, il percorso si accorcia nella memoria. Il coltello. Il giallo. Quel 5. Poi, a ripensarci, tornano anche le sale che li separavano.

Info:
Venaria Reale // fino al 14 febbraio 2027
Atelier dei Moderni. Matisse, Braque, Picasso, Bacon
REGGIA DI VENARIA – Piazza della Repubblica, 4

Autore: Antonino La Vela

Fonte: www.artribune.com 8 ottobre 2026

MILANO. Cento anni di mecenatismo: dal 1926 Amici di Brera sostiene la Pinacoteca con acquisti, donazioni e restauri.

Cent’anni di doni, di collaborazione, di supporto costante e generoso alla Pinacoteca di Brera a Milano: dal 1926, anno in cui Ettore Modigliani, direttore e soprintendente di Brera, volle fondarla con un gruppo di mecenati (il primo presidente fu Luigi Alberico Trivulzio, esponente di una delle più antiche e potenti casate milanesi), l’Associazione Amici di Brera (per tutti, gli Amici di Brera) non ha mai dismesso il suo ruolo culturale e civile di sostegno al Museo milanese, fuorché negli anni in cui, dal 1939, il fascismo la soppresse, non senza aver costretto alla fuga (nel 1938, con le leggi razziali) lo stesso Ettore Modigliani. Eppure, proprio nel 1939 gli Amici di Brera riuscirono ancora a donare alla Pinacoteca uno dei suoi tesori più preziosi, la «Cena in Emmaus» di Caravaggio. L’associazione sarebbe rinata nel 1949, dopo gli anni della guerra, grazie a Fernanda Wittgens, e da allora ha continuato nel suo lavoro di supporto, spesso silenzioso ma sempre determinante, al magnifico museo milanese.

Fra le numerose iniziative realizzate per celebrare questo anniversario, gli Amici di Brera, presieduti dal 2020 da Carlo Orsi, gallerista d’arte antica che non ha bisogno di presentazioni, hanno promosso la mostra «Cento anni per Brera. Acquisti e doni degli Amici» (in Pinacoteca dal 7 ottobre al 14 febbraio 2027; catalogo Centro D, Firenze, undicesimo volume della collana «Quaderni di Brera»), curata da Alessandro Morandotti, Valentina Ferrari e Francesco Lorenzo Colombo, in cui sono esposte, corredate dai documenti che le accompagnano, le opere usualmente non visibili donate dagli Amici in questi cent’anni, mentre quelle esposte nel percorso di visita della Pinacoteca e di Palazzo Citterio (dal Caravaggio citato alle opere di Ambrogio Lorenzetti, Bartolomeo Passarotti, Guido Cagnacci, Giovanni Segantini, Gaetano Previati, tutte scelte per colmare i vuoti lasciati dal gusto dominante al tempo della formazione della collezione, oppure posteriori ad essa) sono segnalate da speciali didascalie. Non senza rammentare, in catalogo, le figure dei presidenti degli Amici e dei donatori.

Ultimi doni degli Amici, entrati quest’anno nelle collezioni braidensi, sono i ritratti di due protagonisti della vita di Brera: Ettore Modigliani, nel ritratto realizzato da Harold Knight a Londra, quando il direttore vi soggiornò (dopo un burrascoso viaggio in nave con tutti i capolavori da lui accompagnati) in occasione della grande esposizione di arte italiana del 1930 alla Royal Academy of Arts, e Giuseppe Bossi (qui ritratto da Ignazio Fumagalli), il grande pittore neoclassico che, da segretario dell’Accademia nel primissimo Ottocento, fu di fatto l’artefice della collezione della Pinacoteca. Ma non solo, nel 2026 sono stati donati dalla consigliera Francesca Luchi anche due monumentali cartoni preparatori di Francesco Hayez e Pelagio Palagi.

«Quello con gli Amici di Brera, ha commentato Angelo Crespi, direttore generale Pinacoteca di Brera e Biblioteca Nazionale Braidense, Palazzo Citterio, Cenacolo Vinciano, è un legame, dapprima di mecenatismo ed ora di sussidiarietà, come sancisce la nostra Costituzione, che ha attraversato generazioni diverse trovando nella tutela e nell’arricchimento del patrimonio la sua espressione più concreta e trasformando l’amicizia per Brera in una forma autentica e duratura di responsabilità culturale: un esempio chiaro di come i privati illuminati possano concorrere al mantenimento delle grandi istituzioni pubbliche». Tema ribadito tanto dall’assessore regionale alla Cultura Francesca Caruso quanto dall’assessore milanese Tommaso Sacchi, che ha posto l’accento sul «valore di una collaborazione tra istituzioni, società civile e mecenati che ha accompagnato Brera nel tempo e continua ad essere decisiva per il futuro della Grande Brera».

Ma la vicenda degli Amici di Brera è stata rievocata, in questo centenario, anche nel volume a più voci curato da Pietro Bianchi «Amici di Brera. Una grande storia 1926-2026» (Moebius), costruito con il duplice sguardo dei presidenti, consiglieri e soci da un lato e dall’altro degli storici dell’arte, grazie ai quali il libro diventa un utilissimo strumento di studio: nelle schede tecniche, infatti, le opere donate sono accuratamente studiate sotto i profili storico-artistico, delle provenienze e dei contesti.

Lungo questo 2026 è stato poi concluso, grazie agli Amici di Brera e con il coordinamento di Marina Gargiulo, responsabile delle collezioni del XX secolo della Pinacoteca, il restauro della scultura di Arturo Martini «Donna al sole», che sarà esposta a Palazzo Citterio. Ma gli Amici operano anche, ed intensamente, nella didattica e nella promozione di collaborazioni sul territorio: riprende infatti, dopo il grande successo riscosso, il ciclo «Storie dell’Arte», realizzato con ArtsFor e con la curatela scientifica di Marco Carminati, vice presidente degli Amici di Brera, realizzato con Comune di Milano, Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa (con il supporto di Pinacoteca di Brera, Edison, avvocato Carlo Pedersoli e A Come A), che in questo scorcio di 2026 guarderà ai grandi movimenti artistici del Novecento, mentre nel 2027, una domenica mattina al mese, esplorerà le (nuove) «Meraviglie del Mondo», per rispondere alla domanda «quali sarebbero, oggi, le meraviglie del nostro mondo»?
Confermata anche la collaborazione con l’Orchestra Sinfonica di Milano, grazie alla quale in primavera si terrà un corso sul dialogo tra musica e arte, con una lectio a cura di Marco Carminati a gennaio, in apertura del concerto del «Requiem» di Mozart, mentre esordisce quest’anno la collaborazione con la Fondazione I.R.C.C.S. Istituto Neurologico Carlo Besta, altra eccellenza milanese, nella cui nuova palazzina ambulatoriale entreranno le riproduzioni di alcuni dei capolavori di Brera e di Palazzo Citterio.
In contemporanea alla mostra degli Amici, dal 9 ottobre al 10 gennaio Palazzo Citterio presenta «L’eternità della pittura», prima grande retrospettiva postuma di Carlo Maria Mariani (1931-2021), curata da Eike Schmidt e Clayton Calvert: una ricca ricognizione della ricerca sempre controcorrente di un artista innamorato della pittura e della bellezza, protagonista della corrente della «pittura colta», teorizzata da Italo Mussa.

Autore: Ada Masoero

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 6 ottobre 2026

PORTICI (Na). Consegnati i lavori per il restauro dello Scalone di ingresso alla Reggia.

Il patrimonio storico-artistico, eccellenza primordiale della Cultura, si rigenera e si riqualifica. Sono stati consegnati il 30 settembre 2026, presso la Reggia di Portici, i lavori per il restauro dello Scalone di ingresso al Palazzo residenziale, uno degli ambienti più rappresentativi del complesso borbonico, bene di eccezionale importanza della Città Metropolitana di Napoli.
L’intervento, per un importo complessivo di 1.800.000 euro, è realizzato nell’ambito del Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS): “Vesuvio-Pompei-Napoli”, con risorse del Piano Strategico “Grandi Progetti Beni Culturali” – Annualità 2020, e quelle aggiuntive del D.M. 21 gennaio 2021. Il progetto di restauro -riporta un comunicato della Sabap Napoli- durerà circa un anno e mira al recupero delle superfici decorate ed alla realizzazione di un nuovo ascensore a servizio del polo museale. Il progetto de quo sarà eseguito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli, che ha affidato i lavori ad un raggruppamento temporaneo di imprese, composto dalle aziende specializzate Tecnicon srl e Cosedo srl.
La consegna dei lavori si è svolta alla presenza di Paola Ricciardi, Soprintendente ABAP per l’Area Metropolitana di Napoli; del Generale dei Carabinieri Giovanni Capasso, Direttore Generale per il Supporto all’Attuazione dei Programmi del Ministero della Cultura (già Grande Progetto Pompei); di Giuseppe Cirillo, Vicesindaco della Città Metropolitana di Napoli, che ha portato i saluti del sindaco metropolitano Gaetano Manfredi; dell’ex Rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Matteo Lorito; del Responsabile del progetto Valeria Fusco; della Direttrice dei lavori Serena Borea e del Direttore del MUSA Stefano Mazzoleni. Non hanno fatto mancare la loro presenza: Danilo Ercolini, direttore del Dipartimento di Agraria, che ha portato i saluti del rettore dell’Università degli studi di Napoli Federico II Andrea Mazzuzzi; il sindaco di Portici Claudio Teodonno insieme all’ex sindaco Vincenzo Cuomo, ora assessore al Governo del Territorio al Patrimonio della Regione Campania.
Il progetto -si afferma- nasce con l’obiettivo di restituire leggibilità ed integrità allo straordinario apparato decorativo dello Scalone, intervenendo sulle superfici dipinte, sugli elementi lapidei e sulle pavimentazioni, oltre che sugli elementi lignei dipinti e dorati.
Inoltre, particolare attenzione sarà dedicata alle decorazioni pittoriche che caratterizzano le pareti e le volte dello Scalone, con le architetture illusionistiche attribuite allo scenografo Vincenzo Re, databili intorno al 1746. Le superfici pittoriche presentano, infatti, diffuse condizioni di degrado, tra alterazioni cromatiche, abrasioni, sollevamenti e cadute di colore, ridipinture e fenomeni legati all’umidità. Il progetto prevede, poi, operazioni di pulitura, consolidamento, rimozione delle stuccature incongrue, trattamento delle lacune e protezione delle superfici, secondo criteri di compatibilità, reversibilità e minimo intervento, da intendersi probabilmente non invasivi.
Accanto al restauro, uno degli elementi qualificanti dell’intervento riguarda il miglioramento dell’accessibilità del polo museale. In un ambiente di servizio adiacente allo Scalone, attualmente privo di caratteri monumentali, sarà realizzato un nuovo accesso direttamente da Piazza Carlo di Borbone, con l’installazione di un ascensore destinato a collegare il piano terra con il piano nobile della Reggia. Il nuovo impianto consentirà il pieno superamento delle barriere architettoniche per l’accesso all’area museale del piano nobile, permettendo altresì una migliore organizzazione dei percorsi e dei flussi di visitatori.
Il progetto prevede inoltre la riconfigurazione della scala di collegamento con il piano superiore, oggi realizzata in epoca contemporanea, per renderla maggiormente integrata con l’architettura della Reggia. Soddisfazione per l’avvio dei lavori è stata espressa da tutti gli Enti presenti. <<Con la consegna di questi lavori – dichiara la Soprintendente Paola Ricciardi – prende avvio un intervento che unisce tutela, conservazione e accessibilità. Restaurare lo Scalone significa restituire leggibilità ad uno degli spazi più significativi della Reggia di Portici, mentre la realizzazione del nuovo ascensore consentirà di rendere il percorso museale più accessibile e fruibile. È un progetto che si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del patrimonio del territorio e che testimonia il valore della collaborazione tra le istituzioni coinvolte nel CIS “Vesuvio-Pompei-Napoli”.>>.
«Ancora una volta la Reggia di Portici ha il merito di riunire tutte le istituzioni coinvolte che lavorano per la sua massima valorizzazione e fruizione in piena sinergia. Ricordo che solo qualche mese fa abbiamo inaugurato la Galleria del piano nobile, un altro spazio recuperato alla fruizione con fondi della Città Metropolitana di Napoli ed oggi con l’avvio del restauro dello scalone, diamo il via ad un altro step significativo, usufruendo di una differente fonte di finanziamento, potendo contare sul coinvolgimento diretto della Sovrintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli. E questo non può che renderci felici», ha affermato il vicesindaco della Città Metropolitana di Napoli, Giuseppe Cirillo.
«Oggi è una giornata di festa perché si iniziano i lavori allo Scalone monumentale della Reggia di Portici, attesi da anni. I lavori contribuiranno ad abbellire ulteriormente questo splendido luogo della cultura, presente nel territorio vesuviano», ha affermato il Generale dei Carabinieri Giovanni Capasso.
Il sindaco di Portici, Claudio Teodonno, saluta con favore un restauro su uno dei monumenti più iconici della città, così come l’ex sindaco e oggi assessore regionale al Governo del territorio Vincenzo Cuomo che ricorda i passi avanti, fatti negli anni, per rendere pienamente fruibile la Reggia, grande attrattore del territorio, nonché elemento strategico di sviluppo per l’intera area vesuviana. Lo scalone monumentale d’ingresso alla Reggia di Portici, oltre a costituire un pregevole esempio di spazialità architettonica, presenta sulle pareti e sulla volta dipinti raffiguranti scenografie architettoniche e giochi di prospettiva, databili attorno al 1746 ad opera del pittore Vincenzo Re, allievo di Andrea Pozzo. Il progetto di restauro mira al recupero della fastosa spazialità dello Scalone Reale, il cui l’apparato decorativo, in particolar modo per quanto riguarda l’aspetto pittorico, costituisce un elemento essenziale. Le complesse prospettive illusionistiche, dipinte sulle pareti dello scalone da Vincenzo Re, completano la percezione dell’ambiente come originariamente concepito in epoca tardo barocca; pertanto, il restauro dei dipinti murali si configura come elemento fondamentale ed indispensabile per il recupero delle qualità non soltanto decorative, ma anche pienamente architettoniche. Inoltre, la realizzazione di un nuovo accesso all’area museale, in un ambiente di servizio posto in uno dei lati corti dell’ottagono del cortile principale ed in adiacenza allo Scalone Reale, permette di ampliare sensibilmente la fruibilità del piano nobile della Reggia, nonché dell’intero complesso museale collocato a questo livello. Sfruttando un ambiente attualmente sottoutilizzato e privo di valenza monumentale, si prevede -come detto- la realizzazione di un nuovo ascensore che permetta l’accesso al primo piano, consentendo un completo abbattimento delle barriere architettoniche presenti per raggiungere l’area museale.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

ROMA. Le Scuderie del Quirinale celebrano il Manierismo con Pontormo.

Dal 9 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027, le Scuderie del Quirinale ospitano il primo grande progetto monografico su Pontormo, genio del Manierismo.
Il prossimo autunno 2026, alle Scuderie del Quirinale, arriva la mostra su Pontormo e l’auspicio del polo espositivo romano è che si possa bissare il grande successo della mostra sui Faraoni e la cultura dell’Antico Egitto, ora in tour negli Stati Uniti, dopo il record di presenze fatto registrare nella Capitale.
Si tratta della prima grande mostra monografica dedicata a Jacopo da Pontormo (Empoli, 1494 – Firenze, 1557) – ma ricordiamo il precedente di Palazzo Strozzi, che nel 2014 dedicò un ambizioso progetto a Pontormo e Rosso Fiorentino, le Divergenti vie della Maniera) – che fu capofila di quelle prima Maniera direttamente assorbita dal maestro Raffaello, ed elaborata con stile personale, finanche eccentrico, per raggiungere uno degli esiti formali ed espressivi più affascinanti dell’arte cinquecentesca. In tal senso, Pontormo fu il più efficace fautore del passaggio dai modelli classici rinascimentali al Manierismo che avrebbe contraddistinto tutto il Cinquecento, fino alle stanche leziosità di fine secolo.

Pontormo, il cui vero nome era Jacopo Carrucci, è stato uno dei più importanti pittori italiani del Cinquecento. È considerato uno dei principali rappresentanti del Manierismo, uno stile che si sviluppò dopo il grande periodo del Rinascimento. La sua pittura si allontana dall’equilibrio e dalla perfezione tipici degli artisti rinascimentali. Pontormo preferisce infatti creare composizioni più originali, movimentate e talvolta inquietanti. Le sue figure sono spesso molto allungate e assumono pose eleganti ma poco naturali. Anche i colori hanno un ruolo molto importante nelle sue opere e sono spesso vivaci, chiari ed insoliti. Utilizza tonalità come il rosa, l’azzurro, il verde e il giallo, creando effetti molto particolari. Le sue opere trasmettono spesso emozioni intense ed un senso di malinconia e di inquietudine.
Uno dei suoi dipinti più famosi è la Deposizione dalla croce, realizzata per la chiesa di Santa Felicita a Firenze. Non c’è un vero paesaggio che faccia da sfondo, ma le figure occupano quasi tutta la composizione, rendendo la scena molto emozionante. Un’altra opera importante è la Visitazione, caratterizzata da colori vivaci e da figure eleganti ed allungate. Pontormo dimostra una grande attenzione anche alle espressioni ed ai gesti dei personaggi. Il suo stile è molto personale e si distingue da quello degli altri pittori del suo tempo. La sua arte mostra quindi il passaggio dal Rinascimento al Manierismo. Pontormo influenzò altri artisti e contribuì allo sviluppo della pittura manierista a Firenze. Nonostante alcune sue opere siano difficili da comprendere, il suo stile è ancora oggi molto apprezzato. La sua originalità ed il modo innovativo di usare colori, forme ed emozioni lo rendono uno degli artisti più importanti del Cinquecento italiano.

Numerosi sono i capolavori dell’autore in mostra. Fra questi, la Visitazione, grande opera di Pontormo realizzata dal 1528 al 1530, proveniente dalla Chiesa di San Michele Arcangelo di Carmignano – ora in prestito al MuNDA dell’Aquila per la mostra-confronto con la Visitazione di Raffaello in arrivo dalla Spagna – sarà esposta in mostra a Roma. Come pure tutti i principali capolavori dell’artista, insieme ad una vasta e preziosa selezione di sue opere su carta. Promossa da Ales – Scuderie del Quirinale in partnership con le Gallerie degli Uffizi, e prodotta insieme alla casa editrice Electa (che cura anche il catalogo), la mostra è curata da Cristina Acidini, con il supporto di un team di studiosi che annovera Elena Capretti, Philippe Costamagna, Bruce Edelstein e Carlo Falciani.
Oltre al cospicuo numero di opere in arrivo dalle Gallerie degli Uffizi, potrà contare su prestiti concessi da musei e collezioni di tutta Italia e del mondo (la Galleria dell’Accademia e Musei del Bargello, l’Istituto Centrale per la Grafica di Roma, il Louvre, la National Gallery, il British Museum, il Metropolitan Museum of Art, la National Gallery of Art di Washington, l’Art Institute di Chicago, il Getty Museum di Los Angeles ed altri).
L’esposizione riunirà inoltre capolavori raramente concessi in prestito internazionale. Il percorso seguirà uno sviluppo cronologico, ritagliandosi però lo spazio per focus tematici.

Autore: Francesca Orazi

Fonte: www.quotidianoarte.com 10 set 2026