Archivi autore: Redazione

FIRENZE. Restauro della Cappella Bardi dipinta da Giotto nella chiesa di Santa Croce.

È con buona probabilità correlato al talento e allo spirito innovativo di Giotto, comuni ai più grandi artisti della storia, il fatto che i suoi lavori continuino a regalare sorprese e nuove prospettive ogni qualvolta si decida di intervenire sul loro stato di conservazione o riprendere le ricerche scientifiche.

A Firenze, nella Cappella Bardi in Santa Croce, Giotto fu attivo per conto di Ridolfo de’ Bardi (la potente famiglia di banchieri fiorentini) per rappresentare alcuni dei momenti cruciali della vita di San Francesco in un magnifico ciclo esteso su una superficie pittorica di 180 metri quadrati. Sulle pareti laterali, Giotto e la sua bottega rappresentarono sei grandi scene (la fonte è la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio dove Francesco viene presentato come l’alter Christus; si ripercorrono la rinuncia ai beni paterni, l’approvazione della Regola, l’apparizione al Capitolo di Arles, la prova del fuoco davanti al Sultano, la morte, l’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido), cui si aggiungono le Stimmate dipinte sopra l’arcone d’ingresso, le figure dei santi sulla parete di fondo e le allegorie delle Virtù francescane nella volta.
Per datare la conclusione dell’opera si fa riferimento alla presenza tra le figure rappresentate di San Ludovico di Tolosa, canonizzato nel 1317: è dunque solo un termine post quem quello che si può azzardare per una datazione ancora oggetto di confronto tra gli studiosi. Di certo, comunque, Giotto si approcciò al lavoro in Santa Croce in una fase matura della sua attività, e il ciclo della Cappella Bardi divenne un testo fondamentale per gli artisti delle generazioni a venire, anche per la presenza di numerosi pittori all’opera sui ponteggi, che contribuirono a divulgare la maniera e le invenzioni del maestro.

Negli ultimi quattro anni, il ciclo è stato oggetto di una complessa campagna di restauro promossa dall’Opera di Santa Croce con l’Opificio delle Pietre Dure, e sostenuta, oltre che dal Ministero della Cultura, dalla Fondazione CR Firenze, da ARPAI,e da un gruppo di donatori privati, tra cui Veronica e Dominque Marzotto e William von Mueffling. Parte dei fondi è stata raccolta anche attraverso la campagna Giving4 Giotto, con donazioni private pervenute da tutto il mondo.
E la restituzione degli affreschi, che ora tornano visibili al pubblico (comunque coinvolto durante il cantiere, con visite sui ponteggi), avviene in concomitanza con l’ottavo centenario della morte di Francesco.

L’operazione risulta di grande valore anche in relazione alla fragilità dell’opera. Prima del 1730, le pitture murali furono nascoste sotto diverse imbiancature a calce. All’inizio dell’Ottocento, inoltre, nel registro inferiore delle pareti laterali, furono inseriti i cenotafi di due architetti granducali: Giuseppe Salvetti, nel 1812, e Niccolò Gaspero Maria Paoletti, nel 1818. Solo nel 1851, lavorando a una nuova decorazione della cappella, il ciclo giottesco fu accidentalmente riscoperto. Si procedette quindi al descialbo, che però provocò numerose abrasioni, graffi e perdite della pellicola pittorica. Le porzioni di affresco al di sotto dei cenotafi, invece, andarono completamente perdute con la rimozione dei monumenti. Furono dunque “ricostruite” le parti mancanti e uniformate le superfici con una diffusa patinatura a tempera, imprimendo un’interpretazione ottocentesca al ciclo. Tra il 1957 e il 1959, però, il soprintendente Ugo Procacci e il restauratore Leonetto Tintori rimossero le ridipinture (conservando le integrazioni ottocentesche per il loro valore documentario). Si intervenne inoltre con leggere velature sulle cadute della pellicola pittorica, lasciando i a tinta neutra le grandi e piccole lacune dell’intonaco – circa cinquemila – secondo un criterio di restauro moderno.

L’obiettivo della campagna appena conclusa, quindi, è stato duplice: garantire la conservazione dell’opera, ma anche migliorare la leggibilità di un ciclo caratterizzato da uno statomolto frammentario. “Quello concluso sulla cappella Bardi è stato un restauro necessario e non semplice” sottolinea Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure “Necessario perché le pareti presentavano criticità molteplici, sia strutturali che legate alla pellicola pittorica. Non semplice perché confrontarsi con un testo capitale, e questo lo è, è cosa che non si fa mai a cuor leggero; perché è un insieme entrato negli occhi di tutti dopo un restauro coraggioso che aveva eliminato i veri e propri rifacimenti ottocenteschi; perché è gravemente lacunoso e conservato in modo molto diseguale”.

A beneficiarne è stata, innanzitutto, la qualità della composizione giottesca, che ora si impone per la capacità dell’artista di riportare lo spazio reale nello spazio dipinto con invenzioni ardite per le conoscenze dell’epoca (le singole scene sono unite da una monumentale architettura dipinta che si sovrappone a quella reale della cappella, con ingegno illusionistico; quasi ogni scena, inoltre, si svolge all’interno di ambienti chiusi rappresentati frontalmente, come grandi scatole aperte verso lo spettatore). Ma il restauro ha restituito anche l’intensità espressiva in cui Giotto eccelse.
È stato possibile, inoltre, distinguere le diverse mani che lavorarono al ciclo, evidenziando le differenze tecniche e di stile che coesistono nelle diverse scene. Da un punto di vista tecnico, invece, arriva la conferma che Giotto fosse particolarmente incline a sperimentare secondo esigenza: in Santa Croce lavorò su una base a fresco, facendo poi diffusamente uso di tecniche a secco, per poter utilizzare una gamma di pigmenti più ampia, e variare così gli effetti cromatici e spaziali. Ma anche per ottimizzare i tempi del cantiere.
Sotto il profilo conservativo sono state consolidate le parti più fragili e ridotti i fenomeni di degrado, rimossi depositi e materiali alterati e sostituite molte delle vecchie stuccature sintetiche con impasti più compatibili con gli intonaci originali. Per l’integrazione delle lacune, alcune molto estese, si è lavorato con sistemi differenziati per ridare quando possibile continuità al testo figurativo rispettando però la storia conservativa del ciclo. Quasi come un inedito, in particolar modo, si rivela la volta: la pulitura, condotta in questa zona anche con l’ausilio di strumentazione laser, ha restituito la potenza inventiva e la qualità figurativa delle allegorie delle Virtù Francescane, in particolare l’Obbedienza e la Castità, facendo riemergere dettagli prima illeggibili o fraintesi.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 11 set 2026

PARMA. “LEI”. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre.

Dopo il successo della retrospettiva “Giacomo Balla. Un universo di luce”, dal 2 ottobre 2026 va in scena a Parma, nelle sale del Palazzo del Governatore, il secondo capitolo del protocollo d’intesa tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea con una nuova esposizione, “LEI”, concepita per la città emiliana con capolavori provenienti esclusivamente dalla collezione della galleria.

La mostra, dal titolo LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre. Capolavori dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea presenta oltre 60 opere allestite in 13 sale – dipinti, sculture, disegni, fotografie e arazzi – che compongono una sorprendente rassegna di sguardi tra figure reali e ideali dell’universo femminile, lungo oltre due secoli di storia. Alcuni lavori sono di recente acquisizione, a partire da Nu Debout, il pastello del 1906 ca. di Pablo Picasso donato lo scorso anno dalla Cy Twombly Foundation.

La figura femminile ha saputo catturare l’interesse, il dibattito e l’ispirazione delle arti visive; è stata vero e proprio motore della creatività umana e tema privilegiato della ricerca artistica tra XIX e XX secolo. Attraverso il ritratto femminile si sono manifestate le tensioni estetiche, psicologiche, culturali e politiche che hanno accompagnato il passaggio alla modernità.
«La GNAMC propone a Parma una straordinaria selezione di ritratti femminili, con diversi capolavori, per celebrare l’ottantesimo anniversario del voto alle donne. Conferma, in questo modo, il concreto impegno nel progetto “Museo migrante”, ideato proprio per diffondere la conoscenza della propria collezione in Italia e all’estero. La mostra, inoltre, offre l’occasione per perfezionare e aggiornare gli studi sulla collezione, anche alla luce di alcune importanti nuove acquisizioni promosse recentemente in vista della mostra, secondo una visione dinamica del patrimonio culturale che mira ad arricchirlo costantemente.», afferma Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.
«Credo che il compito delle amministrazioni pubbliche e delle grandi istituzioni culturali non si esaurisca nella conservazione del patrimonio. La sua funzione è anche quella di creare occasioni di conoscenza, confronto e riflessione, affinché le opere continuino a dialogare con il presente e ad arricchire la vita della comunità. È questo il senso della collaborazione tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea: permettere a una grande collezione pubblica nazionale di incontrare la città e, allo stesso tempo, rafforzare Parma come luogo di progettazione culturale, capace di promuovere iniziative di rilievo nazionale attraverso la sinergia tra istituzioni. È attraverso queste collaborazioni che una città cresce, amplia i propri orizzonti e rende la cultura una componente centrale della vita pubblica. La collaborazione con la GNAMC va esattamente in questa direzione e rappresenta un investimento sul presente e sul futuro culturale di Parma», dichiara Lorenzo Lavagetto, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Parma.
Prodotta dal Comune di Parma e dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, con la collaborazione di Solares Fondazione delle Arti, grazie al sostegno di Fondazione Cariparma e di Regione Emilia-Romagna, l’esposizione è curata da Renata Cristina Mazzantini e Cesare Biasini Selvaggi, ed è visitabile al primo piano del Palazzo del Governatore dal 2 ottobre 2026 fino all’8 marzo 2027.

Le donne rappresentate appartengono a mondi differenti, hanno età, condizioni, caratteri e destini eterogenei, eppure condividono la capacità di raccontare un’esperienza umana che supera il tempo in cui furono ritratte. Dalla Signora Ginoux (L’Arlesiana di Vincent van Gogh), moglie del proprietario del Café de la Gare di Arles, alla marchesa Luisa Casati, diva eccentrica e collezionista immortalata da Giovanni Boldini; dalla facoltosa aristocratica polacca Hanka Zborowska (la Signora dal collaretto di Amedeo Modigliani) a Carminella, figlia del popolo la cui storia il tempo ha lasciato nella penombra, ma non il pennello di Antonio Mancini; da Palma Bucarelli (la donna che rivoluzionò l’arte contemporanea italiana alla guida della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) dipinta da Savinio, all’attrice Elsa Martinelli nell’interpretazione di Giosetta Fioroni. Un immaginario al femminile rivelatore e generatore di una moltiplicazione dell’Io di donne attraverso altre donne. I soggetti esposti agiscono, in taluni casi, sia da rappresentazione di una realtà sia sotto forma di variazioni possibili dell’identità femminile. Da qui nascono ritratti di donne con potenti personalità, esaltate nella loro energia grazie alla cattura “magistrale” di uno sguardo rivelatore, di un gesto segreto o di un respiro appena trattenuto.

La mostra (che si avvale di un comitato scientifico composto – oltre dai curatori – da Stefano Marson, Alberto Salvadori e Simona Tosini Pizzetti) comprende un prestito eccezionale di capolavori alla città di Parma, molti dei quali raramente concessi, provenienti dalle collezioni della GNAMC di Roma, la più ampia sul territorio nazionale di arte italiana e internazionale del XIX e XX secolo. Dai raffinati disegni di Gustav Klimt (tra cui uno studio per Le tre età della donna) in cui la linea sigilla l’erotismo e l’eleganza della donna della Secessione viennese, alla Figura (Femme de Venise VI) di Alberto Giacometti, un totem ancestrale, una madre-matrice scarnificata, fino alle Femmes di Man Ray, dove il corpo femminile smette di essere oggetto di contemplazione per farsi rebus, ombra perturbante, enigma che rifiuta di essere catalogato dallo sguardo maschile. Mentre la cera della Bambina che ride di Medardo Rosso cattura il guizzo dell’infanzia della piccola protagonista prima che venga normata dalle ristrettive convenzioni sociali del decoro borghese di fine Ottocento, la Donna in bianco invece viene dipinta da Kees van Dongen agli albori del XX secolo con occhi enormi, inquisitori, che non subiscono la posa e iniziano a guardare dritto il pubblico, costringendolo a fare i conti con la fiera indipendenza di un secolo in cui le donne non hanno più voglia di chiedere il permesso.

Legata a doppio filo all’emancipazione sociale e politica delle donne, la nascita di una nuova identità femminile guida anche la pratica delle artiste in mostra. Con i rispettivi e differenti linguaggi – dalla densità plastica della scultura di Antonietta Raphaël all’obiettivo fotografico di Dora Maar e Francesca Woodman, fino alle performance dalle complesse coreografie di Vanessa Beecroft e Marinella Senatore –, queste autrici hanno scardinato vecchi paradigmi e aperto una riflessione profonda sui concetti di personalità, libertà, autodeterminazione e riappropriazione del corpo.

L’arte italiana tra le due Guerre
Una sezione del percorso espositivo è dedicata alla ricerca in Italia tra le due guerre mondiali. In questa complessa fase di transizione, l’universo delle donne si impone sulla scena sempre più autonomo, volitivo, protagonista. La mostra ricompone questo straordinario mosaico culturale attraverso i ritratti femminili dei maggiori protagonisti del periodo (tra cui i pittori Giorgio de Chirico, Gino Severini, Carlo Carrà, Cagnaccio di San Pietro, Antonio Donghi, Achille Funi, Mario Sironi, Enrico Prampolini, Renato Guttuso, e scultori come Arturo Martini, Adolfo Wildt, Arturo Dazzi, Giacomo Manzù, Pericle Fazzini) facendo risaltare la varietà delle esperienze tra Metafisica, “Valori Plastici”, il Novecento italiano, la poetica del Realismo magico, insieme alle grandi mitologie dei primi decenni del XX secolo. L’attività di questi artisti si rivela d’avanguardia anche nel respingere, negli anni Trenta e Quaranta, i rigidi stereotipi domestici e materni che la propaganda del regime fascista tenterà di imporre, scegliendo piuttosto di raccontare l’intimità delle donne, solcata da silenziosa e tenace resistenza nonché da inquietudini esistenziali.

Info:
Ufficio Stampa: Studio Esseci Comunicazione
Rif. Simone Raddi simone@studioesseci.net tel. 049 663499.
Ufficio Stampa Gnamc – Antonella Fiori
gan-amc.uffstampa@cultura.gov.it; a.fiori@antonellafiori.it – + 39 3472526982

Palazzo del Governatore – Piazza Giuseppe Garibaldi 1, Parma
contatti: governatore@comune.parma.it; turismo@comune.parma.it
tel. biglietteria: 0521 218035

Date e orari di apertura: dal 2 ottobre 2026 all’8 marzo 2027
mercoledì, giovedì, sabato e domenica e festivi: 10.00 – 19.00 (ultimo ingresso alle 18.00)
venerdì: 10.00 – 22.00 (ultimo ingresso alle 21.00)
chiuso lunedì e martedì
aperture straordinarie: martedì 8 dicembre dalle 10:00 alle 19:00, giovedì 31 dicembre dalle 10:00 alle 15:00, lunedì 8 marzo dalle 10:00 alle 19:00; chiuso il 25 dicembre e il 1° gennaio

Biglietti disponibili su Vivaticket, presso lo IAT e i punti autorizzati Vivaticket e la biglietteria della mostra.
Tariffe: intero data fissa:€ 12,00 – ridotto:€ 8,00 – ridotto convenzionati:€ 5,00
catalogo mostra:€ 34,00

Biglietto ridotto valido per:
giovani fino a 25 anni (il venerdì dalle 19 alle 22), over 65, under 16, insegnanti in attività, docenti universitari*, auser e volontari Mi impegno a Parma, residenti, gruppi con prenotazione obbligatoria (minimo 10 persone), possessori tessera ARCI*, Forze dell’ordine e militari*, COLORO CHE RAGGIUNGONO LA MOSTRA CON MEZZI SOSTENIBILI: Bus – Treno- Bike e Car Sharing (presentandone documentazione)

Biglietto Ridotto valido per i seguenti convenzionati*:
dipendenti Complesso Monumentale della Pilotta, Amici della Pilotta, studenti universitari, Fiere di Parma, Fondazione Magnani Rocca, Labirinto della Masone, Festival Verdi

Biglietto gratuito valido per: dipendenti Comune di Parma, bambini fino a 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo prenotato, un accompagnatore ogni 10 studenti, persone con disabilità e accompagnatore, guide turistiche abilitate*, accompagnatori turistici*, interpreti al seguito delle guide*, possessori di tessera ICOM, giornalisti iscritti all’Ordine*

* presentando tesserino di riconoscimento

Gruppi e scuole – prenotazione obbligatoria a info.cultura@comune.parma.it
Scuole € 2,00 a studente
Gruppi di almeno 10 persone prenotazione obbligatoria a info.cultura@comune.parma.it: € 8,00 a persona

 

VERCELLI. Chagall.

Dal 13 ottobre 2026 al 29 marzo 2027, con oltre 50 capolavori di Marc Chagall, la straordinaria mostra, a cura di Francesca Villanti, ne racconterà la vita ed il percorso artistico, attraverso tutte le tematiche più care all’artista: l’amore, la religione, gli animali, i sogni, la poesia, la nostalgia della patria.

Ad arricchire il percorso e approfondire l’esperienza culturale, si aggiunge una selezione di opere della Collezione Giuseppe Iannaccone, curata da Daniele Fenaroli, in un rimando di poetiche ed assonanze tra mondi ed artisti diversi.

In allegato, presentazione della mostra: Chagall a Vercelli

Info:
tel: 0161 1828171
mail: didattica@arthemisia.it (indicando un proprio recapito telefonico)

 

GENOVA. Renoir, Monet, Toulouse-Lautrec, Cézanne – 200 anni di Arte dalla Collezione Scharf.

Palazzo Ducale di Genova presenta la mostra della prossima stagione espositiva: Renoir, Monet, Toulouse-Lautrec, Cézanne – 200 anni di Arte dalla Collezione Scharf, dal 16 ottobre 2026 al 2 maggio 2027 porterà per la prima volta in Italia oltre 140 capolavori di una collezione per molto tempo rimasta riservata.
Grazie ad una collaborazione con La Collezione Scharf e MondoMostre, la Fondazione Palazzo Ducale di Genova potrà offrire ai suoi visitatori il racconto di due secoli di storia dell’arte, attraverso una selezione di opere curata dalla Direttrice dell’istituzione genovese, Ilaria Bonacossa: oltre ai maestri citati dal titolo della mostra, saranno presentate opere che vanno da Goya a Tony Cragg e Katharina Grosse, passando per Corot, Bonnard, Matisse e Léger, a testimoniare le importanti e complesse vicende della storia del collezionismo nel secolo scorso.

Tra le più rilevanti raccolte private tedesche, la Collezione Scharf spazia da Goya al Realismo, fino all’Impressionismo, al Cubismo e all’arte contemporanea. La sua storia è un’eredità di famiglia che attraversa le generazioni: nasce dalla celebre collezione berlinese di Otto Gerstenberg, incentrata sui pionieri del Modernismo e dell’avanguardia francese. La figlia Margarethe Scharf riuscì a salvare il nucleo principale durante la Seconda Guerra Mondiale. I nipoti Walter e Dieter Scharf ne svilupparono ciascuno un ramo. Quello di Dieter, focalizzato sul Surrealismo, è in prestito permanente alla Collezione Scharf-Gerstenberg di Charlottenburg dal 2008.

Walter Scharf, la moglie Eve ed il figlio René ne hanno ampliato la sezione francese con Monet, Cézanne, Matisse e Picasso. Oggi René Scharf e la moglie Christiane Scharf proiettano la tradizione nel presente, collezionando arte moderna e contemporanea (tra cui Sam Francis, Sean Scully, Daniel Richter e Katharina Grosse) con un focus sull’evoluzione della pittura e il dialogo tra figurativo e astratto.

Info:
Palazzo Ducale Genova
Piazza Giacomo Matteotti, 9 (Sottoporticato)
Orari: Lunedì dalle ore 14:30 alle 19:30
Dal martedì al giovedì e domenica dalle ore 10:00 alle 19:30
Venerdì e sabato dalle 10:00 alle 20:00
Siti web: palazzoducale.genova.itmondomostre.it
Biglietti: Link al biglietto Open in promozione: https://mondomostre.vivaticket.it/it/tour/renoir-monet-toulouse-lautrec-cezanne-200-anni-di-arte-dalla-collezione-scharf/5012
La Promo sul biglietto Open è valida fino al 15 ottobre, a 18,00 € incl. prevendita (invece di 20,00 €) per visitare la mostra fino al suo termine.

Fonte:
Palazzo Ducale
Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it
tel. +39 010 8171626 – 335 5699135

TORINO. Paesaggi da sogno / Dreamscapes, al MAO.

Fino al 29 novembre 2026, il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino presenta la mostra “Paesaggi da sogno / Dreamscapes“, dedicata alla celebre serie “Le 53 stazioni della Tōkaidō” di Utagawa Hiroshige, uno dei capolavori assoluti dell’arte giapponese dell’Ottocento, di proprietà di UniCredit.

Il percorso espositivo riunisce una selezione di 36 stampe con l’intento di restituire al pubblico la dimensione immersiva e “cinematografica” di quel mondo fluttuante, ampliando lo sguardo anche ad alcuni oggetti e alle forme della cultura materiale che hanno accompagnato e reso possibile l’esperienza del viaggio nel Giappone tra XVIII e XIX secolo.
Il progetto è curato da Laura Vigo, Conservatrice per l’arte e l’archeologia asiatica presso il Museo di Belle Arti di Montréal (MMFA), con Claudia Ramasso, conservatore del MAO, e si avvale di un’importante collaborazione con i Musei Reali di Torino.
Nelle sale del MAO, le celebri vedute della Tōkaidō dialogano con una sella (kura) in legno laccato con decorazioni in oro e l’album fotografico Views of Japan di Felice Beato, due opere di grande valore provenienti dalle collezioni dei Musei Reali di Torino. Entrambe offrono una testimonianza tangibile della cultura del viaggio lungo le grandi arterie del Giappone in epoca Edo e dell’immaginario evocato dalle stampe.

Grazie alla collaborazione con il Museo di Belle Arti di Montréal (MMFA), l’esposizione adotta un approccio ecologicamente sostenibile alla progettazione, in linea con l’orientamento sviluppato dal MAO negli ultimi anni, volto a valorizzare il pensiero curatoriale e il contributo scientifico per un uso consapevole delle risorse museali.
La serie conservata al MAO è infatti identica a quella presente nelle collezioni del MMFA: questo consente di realizzare una mostra in cui non sono le opere a viaggiare, ma la prospettiva curatoriale e l’apparato di mediazione museale che la accompagnano. Il progetto si avvale dei contenuti didattici sviluppati dal museo canadese in occasione della presentazione della serie nel 2024, proposta con la medesima chiave interpretativa basata sulla vita sociale ed economica di questi oggetti culturali effimeri al tempo in cui furono prodotti. Attraverso le tecniche di comunicazione verbale ispirate alla Visual Thinking Strategy, la narrazione riesce a rendere più accessibili – e pertinenti – contenuti scritti complessi al più grande numero di lettori. Realizzata per la prima volta nel 1833 e pubblicata dalla casa editrice Hōeidō di Takenouchi Magohachi, la serie riscosse un successo immediato, rivoluzionando il panorama degli ukiyo-e, le celebri xilografie a blocchi di legno. Stampata in oltre 15.000 copie, la Tōkaidō divenne un vero e proprio bestseller dell’epoca Edo, accessibile a tutti: le singole stampe costavano quanto una ciotola di ramen, venivano comprate e presto dimenticate.
Queste immagini furono rivoluzionarie. Non nacquero come opere da museo, ma piuttosto come prodotti editoriali di largo consumo, e fu solo successivamente, durante la seconda metà del XIX secolo, che in Occidente vennero riscoperte e consacrate come opere d’arte. In questo contesto la direzione artistica di Takenouchi Magohachi fu cruciale: non solo nella stampa e distribuzione, ma anche nel concept narrativo e visivo dell’intera serie, costruita come una sorta di storyboard ante litteram, pensato per catturare l’attenzione di un pubblico ampio, assetato di immaginazione e novità.

Ma cosa rende questa serie così speciale rispetto a tutte le altre? Hiroshige, artista proveniente da una famiglia samurai, ebbe l’intuizione di trasformare un tema allora già molto conosciuto – il tragitto lungo la Tōkaidō, 490 km di strada che collegavano Edo (l’odierna Tokyo) a Kyoto – in un racconto visivo capace di mescolare realtà e immaginazione. Con un linguaggio visivo accessibile e modernissimo, ispirato all’arte tradizionale giapponese, ma con profonde suggestioni occidentali (come la prospettiva centrale, l’ombreggiatura, il formato orizzontale e l’uso del blu sintetico), Hiroshige e la sua squadra non si limitarono a rappresentare il paesaggio: lo reinventarono. Ogni stampa diventa così una scena onirica, atmosferica, capace di evocare sogni di viaggio e avventura.
La Tōkaidō era una delle cinque grandi arterie del Giappone Tokugawa, istituita nel 1601 e percorsa da daimyo, pellegrini e, col tempo, da mercanti e viaggiatori comuni. Ogni stazione di posta offriva alloggi, cibo, servizi di tutti i generi e prodotti tipici. Hiroshige ed il suo team seppe restituire tutto questo, trasmettendo il senso del movimento, la vivacità e la varietà degli incontri e il fascino di un paese in movimento e in trasformazione. Le sue stampe trasformarono l’ordinario in straordinario, aprendo al pubblico giapponese – e in seguito anche a quello occidentale – un mondo sospeso tra realtà e sogno.

Info:
Ingresso incluso nel biglietto delle collezioni permanenti.
t. 011 19560449 oppure ftm.prenotazioni@coopculture.it

Fonte: MAO Torino