Archivi autore: Feliciano Della Mora

Michele Santulli. Due opere incredibili in vendita a Londra.

E’ un fatto storico, perciò incontestabile, che entrando nei musei e pinacoteche del pianeta la gran parte delle opere in esposizione, specie con riguardo a quadri antichi e a reperti archeologici, hanno origini italiane: come e quando uscite, fa parte di vicende e di avventure e di misteri che sovente hanno dell’incredibile. Ci si chiede solo: come è stato, ed è ancora oggi, possibile.
Si ritiene che il Paese che prima di tutti e in grande quantità ha acquistato anzi fatto incetta di opere d’arte italiane sia stata la Gran Bretagna: iniziatore fu re Carlo I seguito dal figlio Carlo II nel 1600 che acquistarono numerose opere rinascimentali di Maestri dell’epoca e in particolare numerosi disegni di Leonardo e alcuni di Michelangelo; la collezione d’arte della Regina vanta oggi la più ricca raccolta di disegni di Leonardo.
Il grande accaparramento, incetta vera e propria, avvenne nel 1700: a parte le opere del Canaletto da Venezia, la preda gigantesca pari a vera e propria spoliazione fu la trasferta in Inghilterra di migliaia di pezzi di archeologia restituiti dal sottosuolo di Roma e dintorni nel periodo famoso del cosiddetto Grand Tour.
L’Inghilterra a quell’epoca dominava il mondo e la ricchezza era favolosa: sorsero in quantità le celebri residenze e castelli nobiliari ovunque nel Paese, tutti abbisognevoli di oggetti di arredamento, e perciò si consolidò a Roma addirittura una organizzazione di intermediari e di agenti inglesi col compito di rastrellare e spedire in patria opere d’arte di archeologia, di ogni dimensione.
Si immagini la situazione dell’epoca, eppure migliaia di opere d’arte e di sculture a grandezza naturale in marmo arrivarono alle loro destinazioni private, senza parlare dei Musei. Alle opere archeologiche da Roma, si aggiungeranno a partire dalla fine del 1700, grazie soprattutto al loro ambasciatore a Napoli Lord Hamilton, numerose opere dagli scavi di Pompei ed Ercolano, in particolare centinaia di preziosissimi vasi greci.
Non menzioniamo quanto è avvenuto nel 1800 e di che cosa si è privata l’Italia: basti pensare che quasi tutte le opere antiche greche e romane del Museo di Boston, una realtà museale inimmaginabile per le nostre proporzioni, uscirono dall’Italia e lo stesso dicasi per la gran parte dell’archeologia romana del Metropolitan di New York. Non citiamo le addirittura migliaia di vasi greci etruschi quasi tutti da Vulci esportati da Luciano Bonaparte a Parigi e altrove in Europa. Ma qui ci arrestiamo.
E da questo mondo favoloso di opere uscite dall’Italia, vanno in vendita a Londra per ragioni ereditarie nei prossimi giorni due reperti che sono la testimonianza di quale valore e qualità fossero gli oggetti venduti dagli italiani dell’epoca.
E’ il busto di Hermes/Mercurio in marmo rinvenuto in un pantano che si era formato attorno alla Villa di Adriano a Tivoli, recuperato da uno dei due attivissimi antiquari inglesi a Roma e venduto a nobili inglesi: nella vendita all’asta valutato 3-5 milioni di sterline.
Un secondo oggetto rarissimo è un violino Stradivari con ancora nell’interno la etichetta dell’epoca ‘Cremona 1679’ che costituirà anche esso la gloria e l’apoteosi di qualche fortunato. La stima è di 6-9 milioni di sterline. Si può essere più che certi che i prezzi saliranno e si tenga a mente che all’aggiudicazione vanno aggiunti circa 30% per diritti d’asta.
Auguri dunque ai felici compratori e…. condoglianze agli altri.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

MILANO. Eterno Boldini.

A quattro anni dall’ultima mostra Giovanni Boldini. Opere su carta, Bottegantica torna ad omaggiare il grande maestro ferrarese con un’esposizione monografica dedicata al fascino intramontabile della sua opera dal titolo Eterno Boldini.
La mostra, a cura di Francesca Dini, massima esperta dell’artista e autrice del Catalogo ragionato dell’opera di Giovanni Boldini, ripercorre la carriera del pittore ferrarese dai primi anni parigini ai ritratti femminili di primo Novecento attraverso un accurato accostamento tra opere note e inedite. La mostra riunirà un’ampia ed accurata selezione di dipinti, acquerelli e disegni, con l’intento di mettere in luce la versatilità dell’artista, fine compositore delle sue opere, raffinato disegnatore e virtuoso pittore.
I primi anni parigini durante i quali Boldini lavora per la famosa Maison Goupil saranno rappresentati da due ricercati olii di piccole dimensioni, pregevoli nella resa cromatica e nei dettagli; Vecchia canzone – una delle prime tavole dipinte intorno al 1871 secondo quella manière à la mode nel solco della pittura di Meissonier e Fortuny, molto apprezzata all’epoca – e Scena galante nel Parco di Versailles del 1877 – una scena di genere, vezzosa e leggiadra, tra due innamorati in costume settecentesco. Per poter meglio cogliere lo sfarzo rococò ed osservare en plein air la vegetazione del parco e l’elemento luminoso, Boldini soggiornò per un breve periodo a Versailles. E proprio il Parco di Versailles rimarrà nell’immaginario boldiniano, rievocato quasi nostalgicamente in alcuni disegni di fine secolo, come Colonnade à Versailles (1890-1899), i cui archi sono resi con pochi tratti essenziali.
L’eleganza, la raffinatezza e l’internazionalità del milieu artistico parigino fanno da sfondo anche ad un inedito acquerello, L’atelier dell’artista, databile al 1874 circa; una natura morta di oggetti abilmente composta sul pavimento di uno studio. L’ambientazione dell’atelier è rievocata nel noto Ritratto del pittore Joaquin Araujo y Ruano, collega e amico di Boldini, e gli stessi oggetti disseminati per terra – tra cui un liuto a strisce bianche e nere – richiamano la collezione personale di Mariano Fortuny. A questo primo periodo parigino risalgono anche alcuni dipinti di figure a mezzo busto presenti in mostra, come La spagnola (1878 circa), o veri e propri ritratti come La Rejane in scena (1878-1884 circa), un olio inedito che ritrae l’attrice Gabrielle Rejane, ritratta a più riprese dall’artista suo grande estimatore.
Attenzione verrà data in mostra anche alla resa del paesaggio, in particolare dell’amata Venezia, visitata più volte fin dalla fine degli anni ‘80 e catturata non solo in innumerevoli dipinti, tra cui Gondole davanti a Piazza San Marco (1895 circa) ma anche in molti disegni, dal tratto ora fitto e dinamico come in Palazzi sul Canal Grande (1890-1899), ora più tenue e sintetico come in Ormeggi e gondole (1880-1889).
Alla grande stagione dei ritratti di inizio Novecento, invece, appartengono alcuni importanti dipinti tra cui il Ritratto di Lady Nanne Schrader, nota concertista ed organizzatrice di eventi musicali che Boldini ritrae nel 1903, e il Ritratto della Señora Matías de Errázuriz Ortúzar (1912), appartenente ad una delle famiglie più influenti dell’Argentina e moglie dell’Ambasciatore cileno a Parigi, immortalata a più riprese da Boldini. Due grandi ritratti, chiari esempi del ritratto moderno di cui Boldini è impareggiabile maestro, come scrisse Robert de Montesquiou. Il poeta parigino elogia le effigiate come incarnanti l’ideale femminino della donna arrivando a descriverle, con una sinestesia evocativa, femme-fleurs. Sicure di sé e disinvolte, Lady Schrader e la Señora Matías de Errázuriz Ortúzar sono immerse in due toni predominanti – rispettivamente il bianco per la prima e il corallo per la seconda – toni avvolgenti che sembrano accompagnarsi ad aromi.
Infine, oltre ad una selezione di disegni provenienti dall’Atelier dell’artista, sarà esposto anche un inedito album di disegni databili al 1879-1880 circa; un eccezionale taccuino che, per l’incredibile varietà di soggetti, tra schizzi e composizioni più compiute, sottolinea la centralità del disegno nell’opera di Boldini, primo mezzo espressivo nella sua costante ricerca di catturare il presente.
Bottegantica continua così il suo lavoro di studio e promozione di uno dei più grandi artisti dell’Ottocento italiano; un lavoro di ricerca costante iniziato nel 1999 con la mostra Giovanni Boldini. Il dinamismo straordinario delle linee, la prima di sette esposizioni monografiche dedicate all’Eterno Boldini.

Info:
Milano, Galleria Bottegantica – Via Manzoni 45 – dal 14 ottobre al 3 dicembre 2022
Orari: dal martedì al sabato, 10-13; 15-19
Ingresso libero
(+39) 02 62695489 – (+39) 02 35953308
milano@bottegantica.com ; milano@bottegantica.com http://milano@bottegantica.com
www.bottegantica.com

MILANO. In mostra la pittura di Ruggero Savinio, nipote di Giorgio de Chirico.

La mostra antologica di Ruggero Savinio (Torino, 1934) negli Appartamenti dei Principi di Palazzo Reale a Milano, a cura di Luca Pietro Nicoletti, abbraccia un’ampia parabola del suo lavoro (1959-2022), fra Parigi, Milano e Roma. Già definito dai critici il “pittore poeta e filosofo”, Ruggero è figlio di Alberto Savinio e nipote di Giorgio de Chirico. “All’età di concludere sono ancora annesso alla categoria dei figli”, commentava nel 2019. “Questa condizione, oltre all’ovvia conseguenza d’incenerire una lunga stagione di lavoro, possiede quella positiva di darmi una persistente immarcescibile giovinezza”. Figure così ingombranti non l’hanno soffocato: è il “più pittore” della famiglia, teorico della pittura, distaccato come un poeta dalle mode del momento, concentrato in una ricerca metastorica. Una pittura di forme materiche evanescenti originata dall’ombra, che concede loro una breve vita nella luce, prima di dissolverle; una pittura avvolta nella malinconia di non potere trattenere la figura nel tempo, seppur smaniosa di luce.
La prima sezione è dedicata agli autoritratti e doppi ritratti con lavori degli Anni Novanta, dove l’artista si presenta in diversi contesti naturali e paesaggistici, più che pittore da studio. Nella seconda sezione, Apparizioni e ombre, si presentano gli anni milanesi con la frequentazione della Galleria delle Ore di Giovanni Fumagalli e la relazione con il collezionista ingegnere Boschi. “La forma delle cose”, aveva scritto l’artista nel 1965, “nasce dalla nostra nostalgia”. Le figure, singole o in gruppi, sono forme che affiorano dal fondo, si elevano come totem spettrali in virtù di una pittura sottile e diluita, nella quale gioca un ruolo cruciale il disegno dal tratto lanoso e ritornante, che Savinio conserverà per tutta la vita. Nella terza sezione, Un’Arcadia luminosa, il tema indagato è il paesaggio, che diventa motore trainante della maturazione stilistica di Savinio negli Anni Settanta. A questo punto scopre la sua dimensione visiva con una pittura di tocco, fatta di brevi e ripetute pennellate di colore intenso e pastoso: è così che raggiunge quell’atmosfera rarefatta e sognante che sarà tipica del suo stile, in dialogo con i maestri del passato, dal Piccio ai simbolisti francesi, usando cromie intrise di una luce intensa e brillante, tutta mediterranea.
Gli Anni Ottanta segnano il rientro definitivo a Roma per l’artista e rinnovano l’interesse verso le rovine monumentali (protagoniste della quarta sezione). La sua attenzione è attratta dai grandi complessi, rivisitazioni della malinconia classica, con corpi sdraiati in una muta conversazione. La quinta sezione è dedicata agli interni familiari: gli Anni Novanta rappresentano la creazione della famiglia di Savinio, evento decisivo della sua vita, tradotto subito nel suo immaginario pittorico. L’intimità, gli interni di casa a Roma, ma anche dei luoghi di villeggiatura devono molto a Bonnard, a cui l’artista si riferisce per la resa della sospensione ed eternità.

Catalogo “Ruggero Savinio. Opere 1959-2022”, vai a >>>>>>>>>>>>>

Autore: Neve Mazzoleni

Fonte: www.artribune.com, 4 lug 2022

Info:
Ruggero Savinio – Opere 1959-2022, fino al 04/09/2022
Spazio espositivo: PALAZZO REALE – Piazza Del Duomo 12 – Milano

FIRENZE. Torna al suo antico splendore il Battistero.

Ritrovano il loro antico splendore i mosaici parietali, quelli sulla volta e sull’arco trionfale dell’abside, all’interno del magnifico Battistero di Firenze, decantati anche da Dante che li definì del “bel San Giovanni”. L’intervento ha interessato le otto facciate interne dell’edificio ed è cominciato nel 2017.
Diretto e finanziato dall’Opera di Santa Maria del Fiore con 2 milioni e 600 mila euro e con un contributo della Fondazione Friends of Florence per l’intervento sulla scarsella, il restauro delle pareti interne del Battistero di Firenze è stato condotto sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza ABAP per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato, e la collaborazione per le indagini diagnostiche con Università italiane e laboratori specialistici.
In autunno partirà un nuovo e speciale cantiere che permetterà di eseguire anche il restauro dei circa 1.200 metri quadrati di mosaici della cupola del Battistero: l’intervento, che durerà alcuni anni, permetterà ai visitatori di assistere da vicino alle operazioni, per uno spettacolo unico al mondo.
Numerose sono state le scoperte emerse durante il restauro delle otto facciate: dalla tecnica musiva assolutamente originale impiegata nei mosaici parietali, un vero e proprio unicum, alle tracce di foglia d’oro su uno dei capitelli dei matronei, che potrebbe indicare come in origine fossero anch’essi tutti dorati. Dobbiamo dunque immaginare che un tempo il Battistero fosse completamente rivestito d’oro: nei capitelli dei matronei, nei mosaici parietali e nell’immensa cupola mosaicata, un tempo illuminato solo dalle luci delle candele. Si è notato inoltre come i mosaici dell’abside, detta scarsella, si differenziano da quelli parietali sia per la complessità narrativa che per la tecnica di esecuzione: in questi mosaici furono, infatti, impiegate tessere di misura estremamente minuta e una straordinaria varietà cromatica di paste vitree e altri materiali preziosi tra cui il corallo – che ad oggi non risulta essere stato utilizzato altrove nell’arte musiva – a rametti o in sezioni, che vanno a formare delle microscopiche tessere a forma circolare o a goccia. Non a caso sull’antico pavimento in tarsie marmoree – interessato anch’esso da interventi di restauro – che rappresenta anche lo zodiaco, si legge: “Qua vengono tutti coloro che vogliono vedere cose mirabili”.

Fonte: www.artribune.com, 29 lug 2022

 

PERUGIA. La Galleria Nazionale dell’Umbria riapre al pubblico.

Dopo un anno di lavori la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia riapre al pubblico. Venerdì 1 luglio torna accessibile un’istituzione di livello nazionale – che conserva tra le altre il maggior numero di opere al mondo del Perugino, ben 23 (di cui 15 esposte) – con un nuovo percorso espositivo all’interno di Palazzo dei Priori, dove convive con l’amministrazione comunale. Fedele alla sua storia e al contempo proiettata verso il futuro, la Galleria Nazionale ha messo a frutto la sua esperienza nella conservazione del patrimonio e della capacità di fare rete, guardando anche alla sostenibilità ambientale con un contributo significativo dal Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza.
Due le novità di maggiore rilievo del nuovo allestimento della galleria, che vanno a valorizzare una collezione di opere straordinarie, da Gentile da Fabriano al Beato Angelico fino a Piero della Francesca. La prima consiste nella creazione di due sale monografiche dedicate al più grande maestro umbro, il Perugino, su cui il prossimo anno saranno incentrati una serie di eventi celebrativi per il cinquecentenario dalla nascita nell’ambito di Perugino500. Al secolo Pietro di Cristoforo Vannucci, l’artista – “il meglio maestro d’Italia” per il grande imprenditore quattrocentesco Agostino Chigi – si vede oggi dedicare due spazi ordinati e chiarissimi al posto dei precedenti sette ambienti: al terzo piano c’è una sala dedicata agli esordi e alla prima maturità – gli anni in cui si crea il suo “book” per approdare da affermato alla Cappella Sistina – e al piano inferiore quella con le opere più significative degli ultimi venti anni di attività, con tanto di affresco appena restaurato con un contributo di Generali. La seconda è invece una vera apertura al contemporaneo, nel rispetto di un ritratto completo dell’arte umbra: la GNU, che conserva in prevalenza dipinti sacri dei secoli dal XIII al XVIII, riserva infatti l’ultima sala ad artisti umbri contemporanei come Gerardo Dottori, di cui è esposto Tramonto lunare, Alberto Burri, di cui sono presenti il cellotex Bianco Nero del 1971 e (in comodato per cinque anni) Nero, e Leoncillo.
L’essenziale allestimento – firmato da Daria Ripa di Meana e Bruno Salvatici con il supporto di Maria Elena Lascaro e finanziato per 5 milioni dal Fondo Sviluppo e Coesione nel 2016 (consideriamo che lo GNU è il primo a finire i lavori del gruppo di istituzioni scelte allora) – offre ai visitatori una fruizione diretta e intuitiva delle opere, poste nelle 39 sale in ordine cronologico-tematico. Tra le novità, l’inserimento di lavori recentemente acquisiti o recuperati dai depositi, fino a comodati fortuitamente recuperati come i disegni preparatori dell’Adorazione dei pastori di Perugino, arrivati da due fratelli eredi di una collezionista di Gubbio e recuperati da polverose cornici e rotoli d’oltreoceano. A integrazione della visita c’è il progetto multimediale curato da Magister Art, con approfondimenti inediti su parte del patrimonio museale come i sette monitor “alla Mondrian” che riprendono i dettagli della straordinaria Pala di Santa Maria dei Fossi di Pinturicchio, cui si sommano due quadri “musicali”, con accompagnamento tratto direttamente dalle opere, un nuovo bookshop dove a breve approderà il nuovo catalogo dello GNU edito per i tipi di Silvana, una guida-gioco per bambini con la Pimpa di Altan, un laboratorio di restauro, un’aula didattica e infine una grande biblioteca (già esistente ma non aperta al pubblico) con quasi 30mila testi sulla storia del museo e la sua collezione, all’interno della Sala del Grifo e del Leone concessa dal Comune.
“L’impostazione del nuovo allestimento nasce dall’esigenza di rendere il museo più accogliente”, racconta Marco Pierini, da sette anni direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria. “Ora si parla spesso di accessibilità, ma non è la stessa cosa. Accogliente è un concetto più ampio: significa che il percorso deve essere logico e comprensibile, l’apparato educativo deve essere chiaro… e poi le sedute devono essere comode! Prima erano penitenziali, ora abbiamo dei divanetti dove ammirare i soffitti affrescati o – recuperando una loggia con vista sulla città – riposarsi e apprezzare il luogo in cui si è”. Per questo motivo di leggibilità, la collezione esposta è stata snellita, “siamo passati da 260 a 220 opere, con 80 già pronte in deposito per sostituire gli spazi bianchi dei prestiti futuri, così da non avere più pareti con laconiche didascalie. Due sono già sostituti per via dei prestiti alla grande mostra sui Montefeltro, ma non si vede”. Il cuore del nuovo allestimento, spiega Pierini, “è la conservazione. Abbiamo installato finestre che filtrano i riflessi solari, abbiamo optato per colorazioni parietali grigio perla o sabbia (là dove ci sono già degli affreschi) – una scelta molto apprezzata da Brunello Cucinelli, membro del CdA e promotore del restauro del Duomo di Perugia – , abbiamo tolto la ceratura al pavimento in cotto di Orvieto per non avere più bagliori, ma soprattutto… ci sono delle incredibili basi per le opere che ci siamo inventati da zero”. Per le opere grandi e medie – 72 in totale, escluse quelle molto piccole e quelle in vetrina – sono state infatti create con l’architetto beneventano Riccardo D’Uva, della ditta Arguzia, delle piattaforme espositive mobili con ruote invisibili e un’anima in alluminio: “Così opere anche enormi si possono staccare dal muro senza coinvolgere chissà quali e quanti esperti da tutta Italia, lasciando dietro di sé lo spazio per la pulizia e l’osservazione del retro grazie a un supporto a pantografo. Faremo delle visite apposta per mostrare il retro delle opere, che torneranno parte del patrimonio”, anticipa Pierini, mentre in dieci secondi estrae un’opera dalla sua posizione e in altrettanti la rimette al suo posto.
Una metafora più ampia dell’agilità di un museo, questo, che sta investendo tutto sull’apertura e il coinvolgimento dei giovani, a partire dalla popolare campagna social legata all’hashtag #artedellirriverenza che ha coinvolto profili come Taffo, Dio e Lercio: “É il nostro primo pubblico”, racconta il direttore. “Per loro ci apriamo ai concerti di Umbria Jazz, al rock di Umbria che spacca, persino alla classica del Trasimeno Music Festival. Quando sono arrivato, ero il più giovane al museo, ora sono il più vecchio”, dice con orgoglio Pierini, che ha anche voluto degli interventi contemporanei per restituire ai due piani del museo la sua identità storica. Oltre al recupero delle torrette del Duecento (attorno a cui lo stesso Palazzo dei Priori era stato edificato), sono le “incursioni” contemporanee a dimostrare l’afflato di ampio respiro della “nuova” Galleria: due interventi, uno di Vittorio Corsini che ricostruisce l’altare e le vetrate dei Santi Costanzo e Vincenzo nella cappella consacrata nel museo, e l’altro una grande timeline di Roberto Paci Dalò con grafite acquarellata che narra la storia della città e del museo. Un legame indissolubile, quello tra istituzione e Comune, che vive tra le pareti di un Palazzo unico, e che promette di restare molto a lungo un punto di riferimento per la città: “I perugini sentono il museo come una casa. Siamo felici di restituirgliela”.

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.it, 30 giugno 2022

VENARIA REALE (To). La ricostruzione della Fontana di Ercole era davvero necessaria?

Ha suscitato qualche polemica e pareri generalmente critici l’intervento sui resti della Fontana di Ercole nel parco della reggia sabauda di Venaria Reale, con il quale si è concluso il grandioso programma di restauri del complesso, avviato nel 1998. In questo caso, più che di restauro (termine con cui tutti i mezzi di informazione si riferiscono all’intervento), è meglio parlare di una vera e propria ricostruzione, come ha sottolineato l’architetto Donatella D’Angelo in un articolo pubblicato nel suo blog su Il Fatto Quotidiano lo scorso 25 giugno.
Per comprendere quanto poco fosse rimasto in situ di questo disgraziato “teatro d’acque”, realizzato tra il 1669 e il 1672 su progetto di Amedeo di Castellamonte, e per conoscerne la storia tormentata, fatta di un breve momento di fasto e di un lungo periodo di abbandono, si può leggere la scheda dedicata al bene sul sito dell’Art bonus ministeriale (Art bonus che ha messo a disposizione per la fontana oltre un milione di euro, per un totale complessivo del costo dell’intervento, non proprio trascurabile, di tre milioni e mezzo): “L’assedio francese di Torino del 1706 procurò seri danni alla Venaria e alle strutture della fontana causando la perdita di numerose sculture e decorazioni, alcune delle quali sono state reimpiegate in residenze nobiliari piemontesi, in particolare alcuni bassorilievi e quattro telamoni nel castello di Govone. L’abbandono del sito della fontana, declassato a fortino militare nel 1716 per l’istruzione e i giochi del principe ereditario, avveniva nel 1726 […] La demolizione è attuata in più fasi a partire già dal 1729, quando i marmi di scalinate e balaustre sono divelti per essere riutilizzati nel progetto dei giardini, ulteriormente ingranditi da Filippo Juvarra. Con il 1740 inizia lo smantellamento metodico delle sculture, il recupero dei materiali metallici e delle concrezioni calcaree. […] Nel 1751 viene sancita la totale demolizione delle murature superstiti e l’interramento dell’intera struttura […]”. Povera fontana! Esistita per pochi decenni, poi smantellata e addirittura seppellita.
La sua storia sembrerebbe concludersi qui, consegnata alla memoria storica dalle illustrazioni d’epoca e dai pochi pezzi superstiti, ancora presenti alla Venaria o reimpiegati altrove. E invece accade qualcosa che modifica il corso degli eventi: tra il 2003 e il 2005 scavi archeologici portano al rinvenimento del ninfeo. Le cui strutture naturalmente, passando dal protettivo ventre della terra all’esposizione agli agenti atmosferici, iniziano ad andare incontro a un repentino degrado. Che fare allora? La soluzione migliore, con buona pace degli ‘umarell’ degli scavi archeologici, sarebbe stata quella di documentare e ricoprire tutto: soluzione migliore dal punto di vista della tutela e di gran lunga più economica. Oppure si sarebbero potuti proteggere e rendere visitabili gli spazi rinvenuti, magari studiando soluzioni innovative per la copertura delle rovine, che evitassero il consueto “effetto tettoia”. E invece no: ricostruiamo tutto! Ricostruiamo la vasca e riportiamo al centro dell’invaso, innalzata su un piedistallo hi-tech, la statua di Ercole; riposizioniamo (in copia) i telamoni finiti a Govone; rimpiazziamo gli elementi perduti con sostituti in resina acrilica e solfato di calcio.
“Ricostruzioni e integrazioni hanno senso se obbediscono non tanto a volontà di ordine estetico, ma se rispondono a esigenze di rifunzionalizzazione e reinserimento sociale dei beni culturali”.
Il risultato è stato massacrato sui social: molti hanno gridato al falso storico; c’è chi ha evocato il castello del Boss delle Cerimonie, chi Malibu, Las Vegas o Disneyland. Qualcuno ha ricordato che la Venaria nel suo complesso è stata sottoposta a restauri molto ‘decisi’, mentre residenze sabaude molto meglio preservate, come Stupinigi o Racconigi, non godono della stessa attenzione mediatica e turistica. Che poi, mettendo a confronto l’aspetto attuale della ‘rinata’ fontana con quello che essa aveva nel momento del suo effimero splendore, non si può che restare delusi: il fasto di un tempo è assai lontano, le coperture dei resti smorzano qualunque illusione, mancano troppe parti per parlare di una vera ricostruzione, manca persino l’idra sconfitta da Ercole, dalle cui fauci zampillava l’acqua, per cui gli zampilli fuoriescono ora dal piedistallo della statua, con un effetto ben diverso. La ricostruzione non era dunque solo una strada sconsigliabile dal punto di vista dell’attuale cultura del restauro e della tutela, ma anche impraticabile.
Questo non vuol dire essere contrari tout court alle ricostruzioni o comunque a decisi interventi architettonici in contesti edilizi giuntici dal passato. Occorre però valutare caso per caso, e soprattutto considerare se tali interventi sono funzionali più che altro a propositi di spettacolarizzazione (come nel caso della Fontana di Ercole), oppure se risultano finalizzati a rendere possibile un più ampio (ri)utilizzo del bene, una sua più efficace tutela, il suo reinserimento nel tessuto edilizio e sociale circostante. Il confronto che viene spontaneo fare è con la ricostruenda arena del Colosseo: un intervento ben più costoso (18 milioni di euro), e che sembra tuttavia assai più giustificato. Perché protegge le preziosissime strutture dei sotterranei dell’anfiteatro (nati per stare, ce lo dice il nome, sottoterra) e soprattutto va a ricucire la storia plurisecolare della ‘piazza’ interna al monumento, teatro dei giochi prima, e poi di momenti di vita cittadina, militare, religiosa. Una nuova piazza, dunque, che potrà essere usata per aggiungere a questa lunga storia nuovi episodi (spettacoli, concerti, conferenze, eventi e chissà cos’altro) e per consentire al Colosseo di non essere solo ammirato (attività meravigliosa, ma che può benissimo convivere con altre), ma anche vissuto, di essere un po’ meno ‘monumento’ e un po’ più uno spazio vivo, una porzione di città. In altre parole, ricostruzioni e integrazioni hanno senso se obbediscono non tanto a volontà di ordine estetico (che poi falliscono, come alla Venaria, in primis da un punto di vista estetico), ma se rispondono a esigenze di rifunzionalizzazione e reinserimento sociale dei beni culturali.

Autore: Fabrizio Federici

Fonte: www.artribune.com, 7 lug 2022

PERUGIA. Il grande restauro per il Duomo.

Uno sforzo congiunto per restaurare il Duomo di Perugia. Dopo un anno di lavori sono stati presentati lo scorso 17 giugno i lavori di restauro eseguiti sulle facciate della Cattedrale di San Lorenzo, iniziati a luglio 2021, che hanno coinvolto la Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, Plenitude (già Eni gas e luce) e l’arcidiocesi di Perugia con il cardinale Gualtiero Bassetti. Gli interventi sono stati infatti resi possibili dal sostegno economico della Fondazione e il progetto CappottoMio di Plenitude – che ha acquistato il credito derivante dalla detrazione fiscale del Bonus facciate istituito con la finanziaria del 2020.
L’intensa opera di restauro è stata condotta con una rigorosa aderenza all’impianto architettonico originario del 1437, in modo da restituire all’antico splendore le facciate della cattedrale eseguita dal maestro di pietra torgianese Bartolomeo diMattiolo. Gli interventi, sia di natura strutturale sia di natura estetica, hanno interessato quasi ogni elemento del Duomo: sono state restaurate la parte sopraelevata in mattoni; le tre edicole – quella del Crocifisso ligneo scolpito da Polidoro Ciburri, quella della Madonna della Provvidenza realizzata da Pagno di Lapo Portigiani con una scultura di Aroldo Bellini e quella della Madonna della Consolazione; il pulpito in marmo carrarese; il portale della facciata orientale (su disegno di Pietro Carattoli) e quello sulla centrale Piazza IV Novembre (di Galeazzo Alessi); la Loggia di Braccio, inclusi lo stemma e i peducci della V campata; la statua bronzea di papa Giulio III – opera di Giulio Danti e del figlio Vincenzo –; e poi ancora il campanile, le cortine murarie in pietra d’Assisi, i basamenti, la seduta e la scalinata in travertino, la Cappella in mattoni del Battistero, il Portale del Giubileo, le specchiature della Cappella dello Spirito Santo, le bifore e le trifore, le vetrate e il rosone.
“Mi è sempre piaciuto pensare che conservando i nostri monumenti conserviamo, per certi versi, noi stessi, e gettiamo le fondamenta del nostro futuro”, ha commentato l’imprenditore Brunello Cucinelli, che lo scorso anno, al momento dell’inaugurazione dei lavori, aveva detto di aver sempre voluto fare qualcosa per contribuire a preservare la sua“maestosità e bellezza”. Un traguardo raggiunto: per questo, dice, si può celebrare “il restauro di un monumento celebre, simbolo non soltanto religioso per i perugini e per l’Italia tutta. Ho imparato dalla mia famiglia, e dalla campagna, che ogni buona azione è come un seme che non manca mai di dare buoni frutti. Per questo auguro a tutti che l’esempio di questa buona opera stimoli un’imitazione virtuosa alla grande come alla piccola scala, pubblica e privata, poiché, come dicevano i miei stimati greci, se terrai in ordine e ben conservato l’ingresso della tua casa, anche la tua città sarà sempre ben conservata. Sono convinto che questo meritano la nostra augusta Perugia e la nostra terra madre umbra”.
“La cattedrale, intimamente legata alla persona del vescovo, è “madre” di tutte le chiese della diocesi”, ha commentato il cardinale Bassetti: “È il centro visibile dell’unità intorno alla persona del vescovo. Ma per secoli è stata anche il fulcro della vita sociale. Il consolidamento e il restauro delle facciate rinnovano lo splendore del luogo caro a tutta la comunità civile e religiosa. Grazie a quanti hanno reso possibile questo recupero, che onora l’intera città di Perugia”. “Siamo orgogliosi di aver contribuito alla valorizzazione del nostro patrimonio nazionale”, ha dichiarato l’Ad di Plenitude Stefano Goberti, “mettendo al servizio della comunità le best practice maturate in ambito di riqualificazione degli edifici anche attraverso le importanti misure previste dal governo”. L’intervento si inquadra perfettamente nello Statuto di Plenitude che, a luglio 2021, è diventata la prima Società Benefit del settore dell’energia, prendendosi così l’impegno statutario di avere un impatto positivo sulle persone, le comunità e l’ambiente.

Autore: Giulia Giaume

Per il libro “La storia di Perugia. Dalla preistoria ai giorni nostri” https://www.brunellocucinelli.com/en/the-cucinelli-foundation.html

https://eniplenitude.com/

Fonte: www.artribune.com, 7 lug 2022

BOLOGNA. Rileggere Dante attraverso la fotografia. La mostra di Jacopo Valentini.

È un cammino tra le opere di arte antica del bellissimo Museo Civico Medievale di Bologna e quelle di uno dei più interessanti giovani artisti contemporanei italiani, che utilizzano la fotografia come strumento per la loro ricerca. Stiamo parlando di una mostra carica di rimandi storici, letterari, paesaggistici, con un titolo che potrebbe spaventare il popolo del mordi e fuggi, Concerning Dante ‒ Autonomous Cell, a cura di Carlo Sala, allestita nel museo bolognese.
L’attenzione è d’obbligo per cogliere le sfumature, i rimandi poetici, paesaggistici e non solo.
Quello che ci ha stupiti, visitando la mostra stanza per stanza, accompagnati dall’artista Jacopo Valentini (Modena, 1990), è stata la genesi del progetto, che pur sembrando site specific così non è. Si tratta di percorsi autonomi, le fotografie, la creazione del libro omonimo, pubblicato da Humboldt Books, e quindi la collocazione delle stesse in alcuni punti specifici del museo. Uno dei temi è il viaggio nell’immaginario dantesco. Viaggio reale e letterario. Vi sono immagini dedicate a opere in cui il capolavoro dantesco è stato rappresentato dal Trionfo della Morte di Buffalmacco del Camposanto di Pisa, sino a Federico Zuccari con il suo Dante Istoriato, e ad Alberto Martini. Le opere sono collocate sui tre piani del museo, dalle cui pareti è possibile leggerne la ricca stratificazione, che lo vede protagonista lungo i secoli della storia bolognese.
Le fotografie dell’artista trasportano Dante in quel luogo, dove troneggia una colossale statua di Manno di Bandino, che ritrae il famigerato papa Bonifacio VIII, personaggio centrale nei rivolgimenti politici fiorentini che provocarono l’esilio del poeta.
La ricerca di Valentini parte da tre luoghi simbolici, che sono varchi, soglie, tra una dimensione e l’altra, le bocche vulcaniche dei Campi Flegrei, per i romani antro di Caronte, il burbero traghettatore delle anime dei morti al di là del fiume dell’Ade. In quel luogo Virgilio nell’Eneide colloca la discesa agli inferi.
Il secondo luogo era già stato fotografato più volte da Valentini, la Pietra di Bismantova, che simboleggia il Purgatorio. Dante stesso ne fa un richiamo nel IV Canto della Cantica.
Il terzo luogo è il delta del Po, che con le sue atmosfere sospese rimanda, a detta di Valentini, al Paradiso.
Il nocciolo della ricerca di Valentini è come la lettura dei luoghi, delle situazioni venga influenzata dalle sovrastrutture, fornite dai testi letterari e non solo.
Un’immagine è dedicata alla copertina dell’opera incompiuta, La Divina Mimesis, iniziata nel 1963, pubblicata qualche giorno dopo l’assassinio del suo autore, Pier Paolo Pasolini. Si tratta di una riscrittura in chiave moderna del capolavoro dantesco. Che Valentini ci riservi qualche sorpresa anche in questo senso?

Autore: Angela Madesani

Fonte: www.artribune.com, 5 lug 2022

Info:
Mostra dal titolo “Concerning Dante ‒ Autonomous Cell” dal 13/05/2022 al 18/09/2022
Spazio espositivo: MUSEO CIVICO MEDIEVALE – Via Alessandro Manzoni 4 – Bologna