Archivi autore: Redazione

Michele Santulli. Una celebrità mondiale … rimossa.

Se si ricorda che la gran parte degli artisti europei per almeno centocinquantanni, fine 1700-prime decadi del 1900, hanno dipinto ed illustrato pecorai e pifferari e zampognari e briganti e donne col tamburello o il bambino in testa o in braccio e di regola pagandoli, non facendosi pagare come di solito è la norma, allora scocca apertamente una realtà fuori del comune. Se poi si considera che queste creature sono le ultime nella scala sociale, equiparate ai mendicanti, allora evidente la eccezionalità della situazione e cioè il particolare, pertanto fenomenale aspetto, che è la prima volta che gli ultimi della società non solo vengono pagati per ritrarli quando appaiono in primo piano nell’opera pittorica, come non mai visto prima, al posto delle scene accademiche di nobili e regine o mitologiche con veneri ed apolli, ecc., ora sono diventati addirittura i protagonisti! E in che cosa risiede il motivo e la ragione di tale infatuazione quasi collettiva da parte degli artisti europei?
Siccome la pagina di storia che stiamo ricordando si è scritta, inizialmente, fine 1700-inizi 1800, a Roma, si immagini una strada cittadina in quegli anni in un giorno qualsiasi: preti monaci e monache, sagrestani, orfanelli e orfanelle e chierichetti e pellegrini in quantità, nobili e cardinali e servitù in processione pure in quantità ed in mezzo a loro anche quelle creature, in gran parte venute dalla Valcomino, l’ultimo lembo di Terra di Lavoro borbonica, che abbiamo menzionato cioè i pezzenti della società, coperti di stracci colorati quali vestiture e scalzi o, alcuni, con un pezzo di pelle sotto il piede legato con filacci attorno al calcagno.
La vistosità ed esuberanza dei colori delle misere vestiture risaltavano e si imponevano in mezzo alla folla amorfa e incolore, basti rendersi conto che non si vedeva un rosso uguale all’altro o un marrone uguale all’altro…Una autentica sinfonia di tonalità. E avvenne il prodigio, l’innamoramento collettivo dei giovani artisti per questa umanità “azzuppata” nei colori, come avrebbe scritto una penna perspicace del FATTO QUOTIDIANO ed iniziò un rapporto che a Roma durò tutto il secolo e che allo stesso tempo si estese a Parigi, a Londra, a Monaco… con successo ed evoluzione enormi fino alle prime decadi del 1900.
Gli stracci colorati tinti in casa con le erbe ed ingredienti che si rinvenivano nei campi come pure quelle specie di calzature ai piedi, progressivamente evolsero nel celebrato costume ciociaro (ecco il nome!) quale documentato dalla veramente immensa produzione artistica. Se poi aggiungiamo a siffatta attenzione degli artisti europei la realtà che, senza citare H. Vernet, Schnetz, Navez, Coignet, Michallon, L.L.Robert, anche i titani dell’arte dell’epoca hanno illustrato queste creature cioè Degas, Renoir, Corot, Manet, Cézanne, Leighton, Sargent, Whistler, Matisse, Rodin, Briullov, Leighton, Sargent, Whistler, Van Gogh, Picasso, perfino i Futuristi Severini, Boccioni, Scipione alcuni mesi a Collepardo, Depero ….. e non c’è nessun altro soggetto nell’arte occidentale che possa vantare tali firme, eccetto Cristi e Madonne nei secoli precedenti! allora si pone la domanda: come si spiega che un soggetto di tale entusiasmo e quasi fanatismo generali durati quasi un secolo e mezzo, visibile nella gran parte dei musei e pinacoteche del pianeta, in effetti oggi ancora non si conosca e non si sappia come si chiami? A parte talvolta la dicitura ‘italienne’ ve ne sono altre venti che vengono impiegate e connotate: tradizionale, regionale, romano, laziale, napoletano, abruzzese, romanesco, savoiardo, siciliano, basco, zingaro, calabrese…
Quello che è stato senza eccezioni il soggetto più illustrato e documentato nella pittura occidentale ottocentesca, dopo Venezia e Napoli sempre le medesime dieci vedute, risulta in verità segregato, perfino discriminato!! I responsabili del degrado a tutti i livelli, a partire dalle istituzioni italiane oggi ancora pigramente anchilosate alle glorie rinascimentali, sorde e insensibili alle aperture ed a certe realtà divenute nei secoli altrettanto qualificanti non solo italiane: e quelli a mio avviso altrettanto biasimevoli sono i musei al di là delle Alpi che ne posseggono le opere i quali fino ad oggi non hanno, nessuno di essi, sentita la curiosità scientifica e storica di andare un pizzico oltre la pigra e vuota connotazione originaria!
Oltre al degrado scientifico che, considerata tale ignoranza connotativa, non di rado ha il risultato di tenere in deposito, quindi non in esposizione, le opere con la iconografia ciociara si è persa ancora una volta la possibilità, in più, di fare la conoscenza della regione italiana più antica e certamente più ricca di eventi e di avvenimenti leggendari e storici e di molto altro ancora storicamente primario: alludiamo alla Ciociaria cioè all’antica Campania augustea poi Latium Novum o adiectum poi alla Campagna di Roma, poi a Marittima e Campagna, poi ecc. Infatti il termine ciociaro dopo circa trecento anni è ancora quasi sconosciuto, ma noto, ecco la nemesi, solo quale insulto e sberleffo, anche in televisione, ad onore e ricordo del popolino fannullone dei tempi di Pinelli che primo, e sempre, fece suo segno di beffa e di derisione il ciociaro che vedeva per le strade di Roma! Ed è avvenuto che tutti i cultori di arte o i visitatori dei musei conoscano e ammirino questi soggetti fuori del comune ed eccezionali epperò, ecco il paradosso, ne ignorano la origine e provenienza.
Pertanto mai ammirato in primo piano, protagonista dunque dell’opera d’arte, un brigante o un pifferaio o una bella ciociara nel suo costume o i contadini che mietono il grano o zappano all’ombra dell’Acquedotto Claudio o la ciociarella con la tina dell’acqua in testa: era nato un nuovo genere pittorico all’italiana! secondo la felice definizione degli artisti europei degli inizi del 1800, una rivoluzione nell’arte occidentale dell’epoca, pertanto ignota, estranea, a grande disdoro e danno del Paese.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Immagine: C.E.ZANDER-1813-1868-La-balia.-Olio-su-tela-725×592-cm

ROMA, Ostia Antica. Biennale d’arte internazionale Arte in Memoria, presso la Sinagoga all’interno degli Scavi di Ostia antica.

La mostra, alla sua dodicesima edizione, è a cura di Adachiara Zevi.
Due le artiste invitate quest’anno: Ella Littwit e Natalia Romik; come per le edizioni passate, le opere sono realizzate appositamente per la Sinagoga, la più antica sinagoga d’Occidente risalente al II-III sec. d.C., situata all’interno dell’area degli Scavi di Ostia.
Le opere resteranno esposte fino al 27 settembre 2026.
Per saperne di più: https://ostiaantica.cultura.gov.it/arte-in-memoria-12/

Fonte:
Ufficio Comunicazione e Relazioni con il Pubblico
Parco Archeologico di Ostia Antica

ROMA. La calma assente: pace e guerra nell’antica Grecia.

Al Museo dell’Arte Classica della Sapienza un nuovo percorso espositivo per esplorare il tema della pace. Al suo interno la sezione contemporanea “Costruire la pace. Storie antiche, urgenze presenti”

           Ares Borghese

Mostra a cura di Massimiliano Papini (con Sara Ruia; Irene Sofia Scifoni; Giulia Rampiconi; Giacomo Presciuttini; Tommaso Sambuco; Federico Raimondi). Sezione contemporanea a cura di Irene Baldriga (con Ashanti Soleil Bernardini, Francesca Di Lupo, Carolina Sala, Giada Torresan, Alessandro Francesca, Matteo Hung Morosetti).

Il percorso tematico si articola in un itinerario continuo di venticinque tappe con calchi e punti di interesse selezionati con lo scopo di raccontare attraverso l’arte, la religione e la letteratura, gli aspetti della cultura greca legati alle dinamiche della guerra ed alla ricerca continua della pace. Le sculture che compongono l’itinerario sono testimonianze di come l’umanità abbia cercato, nel tempo, di dare forma al desiderio di pace a partire dalla tragica realtà dello scontro. Il progetto complessivo restituisce l’estrema attualità del tema anche grazie all’integrazione della mostra con la sezione contemporanea “Costruire la pace. Storie antiche, urgenze presenti”, in cui sono stati chiamati a confrontarsi con i medesimi temi giovani artisti emergenti, a cura della docente di Museologia, politiche del museo e didattica del museo, nonché Delegata per il Public Engagement, Irene Baldriga.

             Ares Ludovisi

“Questa mostra ribadisce con forza il ruolo dei musei universitari come presìdi di elaborazione critica sulle grandi urgenze del nostro tempo, a partire dalla costruzione della pace. Su questo terreno – dichiara la Rettrice Antonella Polimeni – l’impegno della Sapienza si è tradotto in azioni continuative e concrete, come l’attivazione di corridoi umanitari per studenti rifugiati e l’accoglienza di studiosi provenienti da contesti di conflitto, affiancate da iniziative aperte alla cittadinanza. Progetti come questo valorizzano la conoscenza quale leva per sviluppare pensiero critico e promuovere una cultura del dialogo. La rilettura delle nostre radici e della tradizione classica, ambito in cui l’Ateneo esprime una riconosciuta eccellenza a livello internazionale, rappresenta un passaggio essenziale per consolidare una cultura della pace più consapevole e duratura.”

Costruire la Pace: Giovanni Longo, Collapse

Realizzato grazie a un lungo e complesso studio scientifico e alla creatività di sei studentesse e studenti del corso di laurea triennale e magistrale in Scienze archeologiche, l’itinerario della mostra propone racconti spesso poco noti di pace e guerra, nonché vicende lontane nel tempo: si parte dalla Gigantomachia e dalla Presa di Troia nei frontoni del VI secolo a.C., passando per il Doriforo, per le Amazzoni e le sale di Olimpia e di Pergamo, fino alla Nike di Samotracia e all’Ares realizzato dall’allievo di Fidia Alcamene. Menzione speciale per la Eirene di Cefisodoto, il padre di Prassitele, che tiene tra le braccia Ploutos: è lei il simbolo per eccellenza della pace, l’aspirazione massima a cui tendere, che viene posta in rapporto diretto con la prosperità e il benessere dei popoli. A concludere il cammino del visitatore, un brano antico che descrive un’opera mai giunta ai posteri, il dipinto di Apelle con una particolare personificazione: la Guerra finalmente avvinta.

Costruire la Pace: Alfonso Isonzo, La Scelta

La prospettiva che indaga la classicità greca è declinata in funzione del presente nella sezione contemporanea “Costruire la pace. Storie antiche, urgenze presenti”, giunta a compimento nell’ambito di un laboratorio didattico, con il contributo di sei studentesse e studenti del corso di laurea magistrale in Storia dell’arte. L’intuizione di sottolineare il rapporto tra ‘antichi’ e ‘moderni’, ha preso forma in un percorso espositivo inedito, composto da venti opere di artisti contemporanei invitati a riflettere sulla natura della pace: gli artisti offrono allo sguardo del pubblico suggestioni e provocazioni, speranze, possibili strade per disegnare un nuovo orizzonte, l’idea – a cui non si può rinunciare – di un futuro senza guerra. Le opere esposte sono state selezionate attraverso un bando pubblico internazionale, insieme ad altre firmate da autorevoli protagonisti della scena artistica (Michelangelo Pistoletto e Paolo Pellegrin) e si inseriscono armonicamente all’interno di alcune sale dedicate ai maestri e ai monumenti più celebri del mondo ‘classico’.

Costruire la Pace: Alfonso Isonzo, La Scelta

“Con questa sezione vogliamo stimolare una riflessione autentica sulle tragedie del nostro presente, senza posizionamenti ideologici o faziosità, e sulle possibili alternative da perseguire – spiega Irene Baldriga – Attraverso una varietà di linguaggi, tecniche e materiali, gli artisti offrono allo sguardo del pubblico suggestioni e provocazioni, speranze, possibili strade per disegnare un nuovo orizzonte. Inoltre, in coerenza con l’approccio corale e partecipativo che ha animato l’intero progetto, i visitatori saranno invitati a lasciare pensieri e proposte che gli organizzatori si impegnano a diffondere e a far confluire nel patrimonio di un Laboratorio permanente per la pace”.

Il Museo dell’Arte Classica è oggi parte del Polo Museale Sapienza Cultura. È stato fondato da Emanuel Löwy, docente di Archeologia e Storia dell’arte antica sin dal 1890 presso l’Università di Roma. Nel tempo, il patrimonio si è ampliato sino a trasformare il Museo nella gipsoteca di arte antica più grande in Italia, con circa 1200 calchi esposti. Aggiunge Massimiliano Papini: “Proprio il grande numero di statue ha favorito l’idea di un’esposizione tematica trasversale in grado di abbracciare l’intera collezione, un esperimento sinora mai tentato nell’ormai lunga storia della raccolta, ma che rispecchia la vocazione educativa dell’università e avvicina i visitatori alle strutture più profonde del pensiero greco-romano”.

Info:
Sapienza Università di Roma – Museo dell’Arte Classica – edificio di Lettere – piazzale Aldo Moro 5, Roma
Sito web: https://polomuseale.web.uniroma1.it/it/museo-dellarte-classicastampa@uniroma1.it
dal 6 maggio 2026 al 10 gennaio 2027 – apertura al pubblico dal lunedì al venerdì, dalle 9.00-18.30 – Ingresso gratuito

Immagini::
I titoli delle foto sono riferiti ai credits; in particolare, per la sezione contemporanea:
fig. 1 Costruire la Pace: Giovanni Longo, Collapse / Per gentile concessione dell’artista / Foto: Alice Ciccarese
fig. 2 Costruire la Pace: Alfonso Isonzo, La Scelta / Per gentile concessione dell’artista / Foto: Alice Ciccarese

Michele Santulli. Le ciociare toscane.

Firenze, veramente eterna capitale e nutrice dell’arte occidentale, non poteva, pur se secoli dopo, restare insensibile alle donne ciociare, analogamente alla gran parte dei pittori europei. E pur se fedeli alle loro tradizioni e scuole e correnti pittoriche del momento, non pochi conosciuti artisti toscani dell’epoca, seconda metà del 1800, non restarono indifferenti al successo cosmopolita che investì l’umanità ciociara, specie femminile.
Alcuni pittori quali per esempio Luigi Bechi e Giovanni Fattori ne fecero quasi il loro canone o una parte del loro canone artistico: infatti delle ciociare contadine realizzarono decine di quadri. Altri pittori quali Telemaco Signorini, Vito d’Ancona, Vincenzo Cabianca pure ci hanno lasciato opere di ciociare o con ciociare: una pagina di letteratura artistica che analogamente a quella lombarda sullo stesso soggetto, non è stata ancora scritta.
Con riferimento ai toscani, oltre alle intuizioni personali dei singoli artisti, si registra anche una impegnativa raccomandazione pubblica di Telemaco Signorini sul ‘Gazzettino delle Arti e delle Scienze’ del 1867 agli artisti pittori ai quali chiaramente scriveva: amici miei, se vogliamo continuare a vendere le nostre opere, è necessario far indossare i costumi romani alle donne che illustriamo: i costumi romani sono naturalmente quelli ciociari. E questo di Telemaco Signorini fu il viatico determinante che funse da guida affidabile agli artisti toscani e lombardi soprattutto, cosicché avvenne normalmente di imbattersi in donne ciociare sulla spiaggia del lago di Lugano o per i vicoli di Firenze o per le strade di La Spezia.
Dopo tale premessa a favore del nostro lettore e del nostro cultore informiamo che il 9 giugno a Firenze andrà in vendita un’opera significativa di un altro importante pittore toscano Silvestro Lega: la ciociara Venditrice di stoffe, 143X95 cm, che per dimensioni e originalità mercantile richiama il capolavoro di Vincenzo Cabianca, 103×168 cm, la Venditrice di pesci sulla spiaggia di Viareggio che abbiamo a suo tempo pure presentato.
Bello sarebbe se l’opera qui raccomandata di Silvestro Lega andasse ad arricchire la collezione o l’abitazione di qualche ciociaro attento: per dettagli sono a disposizione, se il caso.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

ROMA. Accordo Mic-VIVE per la ricerca, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale.

Sinergia istituzionale interagente, propositiva e qualificata. Da Cultura che non si ferma, non ha limiti, diffusa ed inclusiva.
L’8 aprile, infatti, è stato firmato un accordo di collaborazione strategica, tra la Direzione generale Archivi del Ministero della Cultura e il VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia.
Un evento di massima importanza e altrettanto significato, un valore aggiunto a tanti altri meriti, che comprende -viene annunciato- ricerca, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale. L’accordo si propone di superare la distinzione tra patrimonio storico-artistico e quello archivistico, con al centro del progetto la sperimentazione di un modello di mostre temporanee interdisciplinari, che si basano sul confronto tra linguaggi e materiali diversi.
Opere d’arte, oggetti della cultura materiale e documenti -si specifica- vengono messi in dialogo e diventano così strumenti attivi per raccontare contesti, pratiche e dimensioni della ricerca storica. Il patrimonio viene così inteso come un sistema relazionale, capace di restituire la complessità dei processi e di generare conoscenza, pur mantenendo ferma una rimarchevole, aggiungeremmo fondamentale, qualità di comunicazione.
Intanto, il primo esito della collaborazione è la mostra “La Maddalena di Piero di Cosimo: arte, storia e vite di donne”. L’esposizione, che aprirà a Palazzo Venezia venerdì 17 aprile 2026, offre un’interpretazione inedita del prezioso dipinto, proprio attraverso il confronto con le arti decorative ed i documenti, restituendo il contesto materiale e culturale della Firenze del Rinascimento. Con questa iniziativa, si sottolinea, la Direzione generale Archivi del MiC e il VIVE rafforzano il proprio impegno per una cultura condivisa, accessibile e capace di attivare nuove forme di conoscenza, rispettandone sembra scontato l’identità.
“Questa collaborazione realizzerà progetti di studio, mostre, pubblicazioni ed iniziative di carattere scientifico sostenute dalla sinergia tra le competenze archivistiche e quelle storico-artistiche. L’obiettivo sarà raccontare un’opera ed il suo contesto attingendo dai documenti custoditi negli archivi ed illustrare un percorso narrativo documentario tramite un’opera d’arte e viceversa. Una collaborazione che ci auguriamo incentivi la presenza di documenti archivistici accanto alle opere d’arte esposte nelle mostre che ne svelino la paternità e restituiscano loro la profondità del contesto”, dichiara il Direttore generale Archivi, Antonio Tarasco.
“Fin da quando è divenuto operativo, nel novembre 2020, il VIVE pone al centro della propria azione il pubblico e soprattutto il pubblico potenziale, vale a dire quella fascia piuttosto larga di persone che, per svariati motivi, non frequentano i musei. Uno strumento privilegiato per intercettare entrambi è rappresentato dalle mostre temporanee. Accanto ai modelli espositivi più consolidati, abbiamo scelto di sviluppare progetti interdisciplinari, concepiti per restituire una realtà sfaccettata e, al limite, un intero mondo e dunque capaci di moltiplicare i fattori di attrazione. Questo accordo, che consente di far dialogare le opere d’arte con i documenti, ha dunque un alto valore strategico”, afferma la direttrice del VIVE-Vittoriano e Palazzo Venezia, Edith Gabrielli.
Il VIVE è l’I’Istituto del MiC, che riunisce un patrimonio museale tra i più rappresentativi e visitati in Italia, parte integrante dell’immaginario collettivo, si sviluppa nel centro di Roma intorno a Piazza Venezia e racconta oltre cinquecento anni di storia.
Palazzo Venezia. Esso viene costruito nel 1455, per volontà del cardinale veneziano Pietro Barbo e, nel 1574, diventa sede dell’ambasciata della Repubblica di Venezia. Attualmente è aperto al pubblico con le sue collezioni di porcellana, maioliche, bronzetti, terrecotte, l’armeria Odescalchi, il Lapidarium, i giardini e le storiche sale.
Vittoriano. La sua costruzione inizia nel 1885, per celebrare Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, ed i lavori si concludono nel 1935. Ma già nel 1911, il monumentale edificio apre al pubblico in occasione delle celebrazioni del 50° anniversario dell’Unità d’Italia. E’ conosciuto anche come “Monumento a Vittorio Emanuele II”, “Altare della Patria”, “Mole del Vittoriano” o “Tomba del Milite Ignoto”.
Insomma testimonianze storiche, scrigni di una memoria senza tempo. Indelebili.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it