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Michele Santulli. I Campi Elisi e l’abbiezione di oggi.

A Parigi l’arteria più maestosa e più prestigiosa conosciuta e celebrata in tutto il mondo, porta il nome di ‘Viale dei Campi Elisi’ e la sede del Capo dello Stato si chiama perfino ’Eliseo’. Che cosa dunque sono i ‘Campi Elisi’ di cui Parigi conserva gelosamente la memoria gloriosa?

Come ben si sa, la morte è da sempre connessa al grande mistero: che cosa c’è dopo? E l’uomo nel corso della sua storia si è arrovellato il cervello per conoscere e sapere: e le risposte e le ipotesi formulate sull’Aldilà sono multiformi e variegate a seconda dei luoghi e delle civiltà.
Qui vogliamo richiamare alla memoria come avevano risolto tale mistero gli antichi Romani ed esattamente nel momento storico della massima gloria e grandezza, vale a dire tra l’ultimo secolo della Repubblica ed il primo dell’Impero.

Tutti al momento fatale erano destinati ad un luogo chiamato Inferi oppure Averno oppure Ade e qui, a seconda della condotta in vita, i poeti e gli artisti avevano inventato differenti modi di espiazione a seconda delle rispettive condotte in vita.
Mentre, esclusivamente per gli eroi e per le persone buone, cioè gli eletti ed i prediletti degli dei, i Romani si inventarono un luogo speciale ed esclusivo di delizie e di bellezza e di godimento, in mezzo ai fiori, agli animali, agli alberi di frutta, al suono dei ruscelli limpidi che scorrevano ed al canto degli uccelli, dove non si conosceva né freddo né calura né ghiaccio, ma solo il lieve soffio degli zefiri cioè delle brezze delicate e dolci del mare contiguo: un luogo dunque di piacere e di riposo e di contemplazione delle anime, un luogo che nelle Scritture Orientali si chiamava Eden, cioè Paradiso Terrestre: esente da cure, bisogni ed affanni. I Romani come si sa erano non solo uomini di guerra, di legge e di cultura, ma anche di piaceri e di godimenti ed in particolare di quelli che chiamavano ‘otia’: coloro che lo potevano, si costruivano, per esempio, magioni e ville nei luoghi più ricercati ed ammirati: Capri, Sperlonga, Tivoli, Ischia, Napoli… Ma quella certamente più amata e più baciata dalla natura e dalla bellezza era la regione nota come Campi Flegrei dove erano, e sono, piccoli laghi somiglianti a smeraldi, golfi ed insenature e promontori che proteggevano dalle calamità e dalle intemperie, città e luoghi che erano il segno addirittura della predilezione degli dei e cioè Cuma, Bacoli,  Baia, Capo Miseno… e a vista d’occhio Ischia e Procida e un pò più distante la presenza miracolosa di Pompei ed Ercolano! Tutto intorno aranceti, piante di frutta, vitigni pregiatissimi, pini marittimi, verzura, ruscelli, animali, profumi ed odori e suoni unici al mondo, mentre al di sopra, più a settentrione, quasi a proteggere questo lembo di delizia e di magia, fumi e vapori ed acqua bollente e gas puteolenti che sprizzavano e schizzavano  fragorosamente dal suolo con rutti orribili tenendo lontani i mal intenzionati…

E in questa regione veramente felice unica dell’Impero, ineguagliabile, i Romani collocarono sia il loro Paradiso Terrestre e sia il loro Inferno! In quello puzzolente ed infuocato collocarono il regno dei morti che, come detto, chiamarono Inferi o Averno, dove era destinata la gente comune e cattiva; mentre tutto il territorio che si specchiava nel mare azzurro protetto dalla volta del cielo con lo sguardo verso Procida e Ischia….erano …i Campi Elisi, l’aldilà degli eroi e delle anime buone!
I campi Elisi erano cioè a Cuma, a Baia, intorno al lago di Fusaro, al lago di Lucrino, a Capo Miseno….
Che cosa era e che cosa è stato: leggere quello che hanno detto i Romani di questi luoghi incantati, a cominciare da Orazio, Plinio il Vecchio, il naturalista, colui che per primo ha visto e descritto la eruzione de Vesuvio, è qui che aveva scelto la sua dimora definitiva, ma soprattutto quello che ci hanno trasmesso i poeti e gli artisti principalmente europei che li hanno visitati regolarmente nel corso dei secoli fino al fatidico 1860: Goethe così sbalordito ed affascinato al cospetto di tanta storia e di tanta bellezza intatta e intonsa confessò, lui sommo poeta, di non trovare le parole idonee a descrivere lo spettacolo prodigioso davanti ai suoi occhi; veramente si cade preda e vittima della sindrome descritta e vissuta da qualche grande artista: si cade in deliquio ed in tramortimento: quanta bellezza, quanto godimento, quanta pace!
Inaudito. Il Re di Napoli  verso la fine del 1700, talmente anche lui innamorato dei luoghi, ordinò al suo architetto di creare un ricovero in mezzo ad uno di questi laghi, anzi di questi occhi della Natura, dove rifugiarsi e stare solo e godere i luoghi magici  e quell’aria unica al mondo; ed in effetti ancora oggi, miracolosamente preservato, ammiriamo nel lago di Fusaro questo casino reale borbonico, simile ad una vera pietra preziosa incastonata in un’altra pietra preziosa quale è lo specchio di acqua luccicante del lago…

Ma si vada oggi in questi luoghi: una volta patria del mito e della bellezza: la nemesi perversa ha voluto che l’incanto e la bellezza della natura conservatisi indenni ed intatti per secoli e secoli, cedessero il posto al loro esatto contrario, cioè allo schifo ed al ribrezzo ed alla perversione. E’ indescrivibile quanta bruttezza e naturalmente quanta immondizia sono state riversate e spalmate a guisa di lebbra in queste ultime decadi sui Campi Elisi: una cementificazione spietata e selvaggia  iniziata a Pozzuoli che tutto ha distrutto ed ingoiato, dei seni e dei golfi e delle baie e dei luoghi unici al mondo, per di più una cementificazione miserabile e volgare che appiccicata una all’altra  ancora di più accresce la disperazione e la impotenza di fronte alla immane distruzione, impunita e consentita, del paradiso terrestre e dei campi elisi.

Casupole sicuramente cresciute una appresso all’altra come bubboni pestilenziali, uno spettacolo osceno e frastornante aumentato ed accresciuto dal traffico,  dai tabelloni e scritte pubblicitarie in quantità inimmaginabile, dai fili elettrici e telefonici che si intersecano in alto ancor più sottolineando lo spettacolo della precarietà e del degrado e della improvvisazione.

I Campi Elisi divenuti cemento e asfalto, nella indifferenza generale, nella inerzia criminale dei controllori: una miniera d’oro zecchino trasformata in discarica!
I Campi Elisi sono divenuti la Geenna di Gesù Cristo, il Tartaro e l’Orco della Mitologia, l’Inferno di Dante.
E’ impossibile descrivere tanta sciagura e così grosso tracollo e fallimento della civiltà e della cultura.  Oggi, in questo luogo d’incanto!!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

TORINO. Alla Pinacoteca Agnelli arriva una grande mostra dedicata ad Alberto Savinio.

La Pinacoteca Agnelli inaugura la stagione autunnale 2026 con una grande mostra dedicata al pittore ed autore Alberto Savinio (Atene, 1891 – Roma, 1952), tra le personalità più originali della cultura europea del Novecento. La retrospettiva, la prima così grande mai realizzata in un contesto istituzionale dedicata, sarà presentata in occasione della Torino Art Week 2026 insieme ad altri due progetti espositivi che, tra Novecento e ricerca contemporanea, metteranno in relazione la collezione con nuove produzioni e riletture della storia dell’arte.

Savinio ha contribuito alla costruzione della cultura visiva del Novecento, ma non solo: il suo ruolo attraversa musica, letteratura, teatro e arti visive costruendo un immaginario in cui convergono mito, ironia e invenzione. A cura di Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, e realizzata in collaborazione con l’Archivio Alberto Savinio e con il supporto di un comitato scientifico internazionale, la mostra Alberto Savinio. Souvenir riunisce circa settantacinque opere tra dipinti e disegni, offrendo una rilettura della sua ricerca pittorica dagli Anni Venti ai primi Anni Cinquanta.

La mostra – a cui sarà affiancata la prima pubblicazione istituzionale in lingua inglese dedicata all’artista – si concentra sulla straordinaria capacità di Savinio di anticipare questioni ancora oggi centrali: il rapporto tra identità e rappresentazione, il dialogo tra culture, la costruzione della memoria ed il ruolo dell’immaginazione come strumento di conoscenza. Il percorso espositivo segue quindi i nuclei tematici più significativi della sua produzione, come il mondo classico e la Grecia della sua infanzia, il tema della memoria, i ritratti di famiglia, le figure ibride umano-animale, i “giocattoli”, i paesaggi antropomorfi e la produzione grafica.

Info:
Alberto Savinio. Souvenir, a cura di Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, dal 30 ottobre 2026 al 4 aprile 2027
Pinacoteca Agnelli – Via Nizza 262, Torino
https://www.pinacoteca-agnelli.it

Fonte: www.artribune.com 8 ago 2026

FERRARA. Da Monet a Van Gogh a Kandinsky, Nuovi sguardi sulla natura e la modernità.

Monet, Van Gogh, Kandinsky, Mondrian: nomi che segnano le tappe di una svolta epocale. In meno di ottant’anni, tra Otto e Novecento, la pittura europea passa dall’osservazione diretta della natura alla dissoluzione del reale.
Al centro del racconto il paesaggio – naturale e urbano – e la vita moderna diventano il punto di osservazione di un’epoca in cui il rapporto tra l’artista e il mondo visibile si ridefinisce radicalmente, aprendo la strada a nuove modalità di percezione e rappresentazione della realtà.

Il percorso espositivo attraversa snodi e correnti fondamentali – dalla Scuola di Barbizon ai Macchiaioli, dall’impressionismo al postimpressionismo, dal divisionismo al futurismo fino all’astrattismo – e restituisce la straordinaria pluralità di linguaggi di questi decenni cruciali attraverso 120 opere provenienti dal Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam e da altre importanti collezioni pubbliche e private.

Info:
Capolavori dal Museum Boijmans Van Beuningen e da altre importanti collezioni.
Ferrara, Palazzo dei Diamanti dal 19 settembre 2026 al 10 gennaio 2027.

VENEZIA. Bvlgari dà forma al nuovo mecenatismo.

Roma, Venezia, il mondo. Bvlgari ha costruito nel tempo un percorso culturale che affianca la storia della Maison. Un percorso nato dal patrimonio creativo del marchio e cresciuto attraverso il dialogo con arte, architettura, conservazione e ricerca contemporanea. È il territorio su cui si muove Matteo Morbidi, architetto formatosi all’Università di Firenze, con oltre quindici anni di esperienza nei grandi marchi del lusso. Entrato in Bvlgari nel 2015, dopo l’esperienza da Louis Vuitton Malletier a Parigi, ha seguito collaborazioni con istituzioni culturali internazionali, progetti di mecenatismo e mostre dedicate al patrimonio della Maison. Dal 2023 è Heritage & Philanthropy Director di Bvlgari e dal marzo 2024 è anche alla guida della Fondazione Bvlgari. In questa prospettiva Venezia occupa un ruolo centrale: è un luogo in cui ridefinire il rapporto tra patrimonio, responsabilità culturale e dove costruire nuove forme di mecenatismo.

Perché Venezia è diventata un luogo così importante per il percorso culturale di Bvlgari?
Venezia rappresenta per Bvlgari un luogo profondamente simbolico. È una città in cui memoria, stratificazione culturale e apertura internazionale convivono in modo unico. Il nostro legame con Venezia nasce molti anni fa, con il restauro della Scala d’Oro di Palazzo Ducale nel 2006, e si è evoluto nel tempo attraverso un dialogo sempre più articolato con il patrimonio storico e con la contemporaneità. La partnership con la Biennale rende questa relazione ancora più naturale, perché è uno spazio in cui culture, linguaggi e visioni diverse si incontrano e si trasformano reciprocamente. Per una Maison come Bvlgari, la cui identità è da sempre improntata all’idea di contaminazione culturale e alla libertà creativa, Venezia rappresenta un contesto estremamente coerente.

Negli anni Bvlgari è intervenuta a Venezia dal patrimonio storico — con il restauro della Scala d’Oro di Palazzo Ducale e dei dipinti di Paolo Veronese a Murano — fino alla Biennale Arte. Quanto conta per voi tenere insieme conservazione, ricerca e sperimentazione?
Per noi è fondamentale. Non vediamo il patrimonio storico e la contemporaneità come dimensioni separate, ma come parti di uno stesso ecosistema culturale. Conservare significa anche creare le condizioni affinché il passato continui a generare nuovi significati nel presente. Allo stesso tempo, sostenere la ricerca e la sperimentazione contemporanea significa investire nella costruzione del patrimonio futuro. Bvlgari ha sempre cercato di lavorare in questo spazio di dialogo tra memoria e innovazione, tra tutela e trasformazione. È un approccio che nasce dal nostro stesso DNA: una Maison romana profondamente legata alla storia, ma che ha costruito la propria identità attraverso la capacità di reinterpretare continuamente linguaggi, materiali e forme culturali.

La Biblioteca Nazionale Marciana è un importante simbolo della memoria e della trasmissione del sapere. Che dialogo avete cercato con gli interventi contemporanei di Lara Favaretto e Monia Ben Hamouda (evento collaterale della Biennale Arte 2026) ?
La Biblioteca Nazionale Marciana è uno dei luoghi più emblematici di Venezia perché custodisce il tema della trasmissione del sapere, ma anche quello della sua continua reinterpretazione. Ci interessava mettere in dialogo questo spazio carico di storia con due pratiche artistiche molto diverse ma accomunate da una forte riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla trasformazione dei linguaggi. Lara Favaretto lavora spesso sull’idea di precarietà, di archivio e di monumento temporaneo; Monia Ben Hamouda, invece, esplora il rapporto tra segno, spiritualità, linguaggio e identità culturale. Inserire questi interventi all’interno della Marciana significa attivare un confronto vivo tra patrimonio e contemporaneità, evitando una lettura statica o puramente celebrativa dello spazio storico.

Il progetto di Lotus L. Kang, allestito allo Spazio Esedra ai Giardini per la Biennale Arte 2026, attraversa temi come instabilità, trasformazione e temporalità non lineare. Vi interessa un’arte che non produce immagini definitive, ma ambienti e processi in continua evoluzione?
Sì, molto. Il lavoro di Lotus L. Kang ci ha interessato proprio perché mette al centro l’idea di trasformazione continua. Le sue opere non sono mai completamente fissate: reagiscono alla luce, all’umidità, al tempo e alla presenza del pubblico. È un approccio che ci sembra particolarmente rilevante oggi, perché restituisce all’opera una dimensione organica, instabile e aperta. Non ci interessa un’arte che imponga significati definitivi, ma pratiche capaci di generare domande, esperienze e possibilità di interpretazione. In questo senso, il progetto presentato allo Spazio Esedra dialoga molto bene con l’idea di una cultura intesa come processo vivo, in continua evoluzione.

Bvlgari vive di manifattura, materiali, tecniche e trasmissione del sapere. In che modo questo patrimonio dialoga con immaginari, tecniche, processi e ricerche dell’arte contemporanea?
Esiste un dialogo molto naturale tra il mondo della manifattura e quello dell’arte contemporanea. Entrambi lavorano sulla materia, sul gesto, sul tempo e sulla trasformazione. In Bvlgari il savoir-faire non è semplicemente una competenza tecnica, ma una forma di conoscenza culturale che si costruisce e si trasmette nel tempo. Molti artisti contemporanei oggi riflettono proprio su questi temi: sulla memoria dei materiali, sulla stratificazione dei processi, sul rapporto tra artigianalità e innovazione. Ci interessa sostenere pratiche che mantengano questa complessità e questa profondità. In fondo, anche il lavoro artistico e quello artigianale condividono una stessa attenzione verso il dettaglio, la ricerca e la capacità di trasformare la materia in esperienza culturale.

Lusso e arte condividono una dimensione esperienziale fatta di tempo, attenzione, memoria ed emozione. Quanto vi interessa costruire non solo oggetti o eventi, ma esperienze capaci di lasciare una traccia culturale?
Ci interessa moltissimo. Oggi il valore culturale di un progetto non si misura solo nella sua dimensione estetica o spettacolare, ma nella capacità di generare un’esperienza significativa e duratura. Sia il lusso sia l’arte lavorano sul tempo: richiedono attenzione, presenza, sensibilità. Per noi è importante creare contesti in cui il pubblico possa vivere un’esperienza autentica, che lasci una memoria, una riflessione o anche semplicemente una diversa percezione dello spazio e del tempo. È anche questo il senso del nostro approccio al patronage culturale: non occupare uno spazio, ma contribuire a costruire un dialogo che continui oltre l’evento stesso e che possa produrre valore culturale nel lungo periodo.

Diventare Partner Esclusivo della Biennale Arte fino al 2030 è una responsabilità culturale particolarmente visibile. Come immaginate questo ruolo nei prossimi anni?
Lo immaginiamo come un impegno di lungo periodo fondato sulla continuità, sull’ascolto e sulla costruzione di relazioni culturali autentiche. Essere Partner Esclusivo non significa semplicemente sostenere un evento, ma contribuire alla creazione di un ecosistema culturale aperto al dialogo, alla ricerca e alla sperimentazione. Il nostro approccio non è episodico: vogliamo costruire nel tempo una presenza coerente, capace di accompagnare gli artisti e le istituzioni attraverso progetti che abbiano una reale profondità culturale che sia destinata ad un pubblico sempre più ampio. La Biennale è uno dei luoghi più importanti al mondo per il pensiero contemporaneo e per noi è fondamentale affrontare questo ruolo con responsabilità, sensibilità e visione a lungo termine.

C’è un luogo, un’opera o un progetto sostenuto da Bvlgari che rappresenta in modo emblematico il senso del vostro lavoro culturale?
È difficile sceglierne uno soltanto, perché il nostro percorso culturale si è sviluppato attraverso progetti molto diversi tra loro. Sicuramente Venezia occupa un posto speciale, perché qui convivono perfettamente le due dimensioni che per noi sono fondamentali: la tutela del patrimonio storico e il sostegno alla creatività contemporanea. Dal restauro della Scala d’Oro alla Biennale Arte, fino ai progetti di Fondazione Bvlgari alla Marciana, esiste una continuità molto forte. Se però dovessi individuare un elemento comune, direi che il senso del nostro lavoro culturale sta proprio nella capacità di creare connessioni tra tempi, linguaggi e comunità differenti, trasformando la memoria in una risorsa attiva per il presente e per il futuro.

Autore: Jenny Dogliani

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 31 lug 2026

Mario Zaniboni. Monastero di sant’Antonio in Polesine in Ferrara.

Il monastero di Sant’Antonio in Polesine è un complesso architettonico sito nella parte medievale della città di Ferrara, in via Gambone 17, del quale non è noto con esattezza quando sia stato costruito, ma sicuramente esso risale ai primordi del Medioevo ad opera dei monaci agostiniani; successivamente, in occasione del loro trasferimento, rimase libero.
Di questa struttura, nel 1297, si interessò Beatrice II d’Este, nata fra il 1226 e il 1230, a Colaone sui Colli Euganei (oggi nel comune di Baone), figlia del marchese Azzo VII Novello d’Este e di Giovanna di Puglia e nelle grazie della seconda moglie del padre, la buona e religiosa Mabilia Pallavicini. Tutta la famiglia ed i cortigiani si erano stabiliti a Colaone, perché, essendo a 200 metri s.l.m., dava maggiore tranquillità di sicurezza contro eventuali nemici e contro le malattie che circolavano in pianura. Tutto questo è stato indirettamente dimostrato dai cantastorie, che decantavano le qualità delle dame della famiglia.
La sua educazione fu impostata sugli esempi che le derivavano dall’omonima zia Beatrice I d’Este, monaca a Gemmola, località del padovano, e della nonna Leonora di Savoia. Rimase orfana della madre all’età di sette anni; questa disgrazia, associata alla partenza per l’Ungheria della cugina Beatrice III, alla quale era molto affezionata, avvenuta pochi anni dopo, la fece soffrire atrocemente.
Però, la vita familiare trascorreva serena, sotto l’occhio benevolo della matrigna Mabilia, che la educò inculcandole una devozione per la fede attraverso la lettura delle sacre scritture e favorendole una vita contemplativa ed avviandola verso la spiritualità.
Nel 1249 divenne la sposa di Galeazzo, podestà di Vicenza, figlio di Manfredi. Purtroppo egli perse la vita partecipando alla battaglia contro Federico II; Beatrice ebbe la terribile notizia della scomparsa del marito mentre era in viaggio per raggiungerlo a Milano.
Quel poco che si conosce della sua vita è dovuto all’atto della monacazione, del testamento del padre, della biografia, molto concisa, scritta da un monaco suo contemporaneo, di un richiamo che si trova nella “Chronica parva ferrariensis” e della biografia dovuta ad una monaca ferrarese del Monastero di Sant’Antonio Abate.
Tornata a Ferrara, a quel punto la vedova decise di dedicarsi completamente a Dio. Pertanto, si ritirò in una villa di famiglia nell’isola di San Lazzaro nel Po di Volano, sita ad oriente della città di Ferrara, dove si ha la sua separazione nei rami Po di Volano e Po di Primaro, in meditazione, e lì ci fu la conferma della sua scelta: Beatrice decise di dedicarsi completamente alla fede ed a Dio. Tale determinazione incontrò il favore del padre, che ne accettò la seria decisione, favorendone il seguito; e, infatti, con il consenso paterno, poté portare avanti il suo progetto. E, così, insieme con la fedele damigella Meltruda, si trasferì nel monastero Santo Stefano della Rotta di Focomorto, sito nei pressi della città, ed esse, il giorno 26 giugno 1254, si consacrarono al Signore. Con la crescita del numero delle nuove monache, si accese l’interessamento da parte del papa Innocenzo IV, che affidò loro le Regole di San Benedetto; ma l’assegnazione definitiva avvenne nel 1256 per l’intervento del papa Alessandro IV, il successore alla sua morte. Vicino al Monastero, nel 1267, fu costruita la chiesa di Sant’Antonio Abate. Il tutto fu sempre protetto e patrocinato dagli Estensi.
L’esterno della struttura è in cotto e ha uno stupendo porticato. La parte esterna della chiesa, accessibile al pubblico, è in stile barocco, caratterizzata da soffitto del XVI secolo, affrescato da Francesco Ferrari con le figure del Padre Eterno, della Madonna con il Bambino e i santi Benedetto e Antonio Abate.
La parte interna, riservata alle suore, detta “Coro delle Monache”, ha tre cappelle affrescate. Quelle di sinistra e destra sono di scuola giottesca; la prima presenta Gesù Bambino e la vita della Vergine, mentre l’altra mostra storie della Passione; quella centrale ha affreschi di diverse date e stili, fra i quali è l‘Annunciazione di Domenico Panetti, mentre il soffitto è decorato con grottesche del XVI secolo. Inoltre, esiste una pala che descrive una Flagellazione cinquecentesca. Fanno parte del complesso un chiostro.
Ma il 18 gennaio 1262, Beatrice rese l’anima al Signore nel suo convento, quando era poco più che trentenne. La sua salma fu sepolta in un lato del grande chiostro, trasformato in cappella, nella quale fu inserita la tomba monumentale della fondatrice, la cui regola era: “Tutto sia comune a tutti!”. Da allora quel luogo è diventato la meta dei pellegrinaggi di tantissimi fedeli.
Dopo la sua scomparsa, lei divenne oggetto di un culto religioso e tutti gli anni il suo corpo, allora perfettamente integro, veniva riesumato e lavato e quell’acqua veniva donata a persone affette da malattie. Successivamente, nel 1270, Beatrice fu proclamata Beata, con la conferma del 16 luglio 1774 da parte del papa Clemente XIV ed in quell’occasione fu fissata la data della memoria per il 18 gennaio di ogni anno. A partire dal 1512, il suo corpo si era disciolto, ma la gente continuava a chiedere la sua acqua, che era benedetta. E più tardi, attorno all’anno 1527, si verificò per la prima volta un prodigio: nel periodo compreso fra ottobre e marzo, dalla sua pietra tombale iniziò a sgorgare un liquido simile all’acqua, trasparente, inodore, insapore, che le monache raccoglievano in ampolle e lo donavano alle persone con problemi di salute. Da allora, il fenomeno si verificò senza interruzione e puntualmente ogni anno, con fuoriuscita massima in corrispondenza del 18 gennaio e con termine nel momento del Transito di San Benedetto, il 21 marzo; e come sempre, quel liquido benedetto viene donato a chi lo richiede. E tutti gli anni si può osservare quanto ora descritto.
Quando il Monastero fu eretto, era perfettamente isolato in un’isola del Fiume Po, poi fu inserito nel contesto urbano, ma mantenne sempre e comunque la sua peculiare caratteristica di essere un’oasi di tranquillità, di pace e di spiritualità.
E per chi intende fare una visita al complesso architettonico e religioso, si consiglia di non lasciarsi sfuggire l’occasione di ascoltare la “Preghiera dell’Ora Nona” cantata dalle monache accompagnate da una cetra, alle ore 15, e di seguire lo svolgimento dei vespri con l’accompagnamento delle suore con i loro canti gregoriani, alle ore 17.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Vedi un’ampia sequenza di immagini degli affreschi esistenti nel monastero:
https://iviaggidiraffaella.blogspot.com/2017/08/ferrara-gli-affreschi-del-monastero-di.html