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CARRARA (Ms). Le signore dell’arte.

Una mostra rivelatrice di un luogo comune da superare. Dopo le esposizioni dedicate al Mare, al Novecento a Carrara, alla Belle Epoque e al Gioco, il curatore Massimo Bertozzi stavolta propone un interessante sguardo “di genere” che punterà i riflettori su un lato poco noto dell’universo artistico a cavallo tra XIX e XX secolo, ovvero sul “peso” dei rapporti familiari nella formazione e poi nell’affermazione delle artiste italiane, a fronte del cambiamento della loro condizione sociale ed artistica tra la metà dell’800 e la metà del ‘900,

Si intitola Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna la mostra che dal 27 giugno al 25 ottobre caratterizzerà l’estate (e l’inizio dell’autunno) a Palazzo Cucchiari di Carrara.

Nelle intenzioni di Bertozzi – attraverso la selezione ragionata di 131 opere che portano la firma di ben 42 artiste, più tre dipinti di Giacomo Balla e ben quattro opere di Felice Casorati – vi è la volontà di richiamare l’attenzione dei visitatori cioè quei cento anni durante i quali i cambiamenti si rivelarono drastici.

Info:
Fondazione Giorgio Conti
LE SIGNORE DELL’ARTE.LA PARITÀ DEL TALENTO NELL’ARTE ITALIANA MODERNA, a cura di Massimo Bertozzi
Dal 27.06.2026 fino a 25.10.2026
Palazzo Cucchiari, via Cucchiari 1, Carrara
Orari dal 27.06 fino al 13.09: MA-GI-DO ore 9.30-12.30 e 16-20; VE-SA ore 9.30-12.30 e 16-23
Orari dal 15.09 fino al 25.10: da MA a DO ore 9.30-12.30 e 15-20
Ingresso 12 euro, ridotto 10 euro
Tel. +39 0585 72355 – info@palazzocucchiari.itwww.palazzocucchiari.it

ROMA. Con oltre 80 capolavori, una grande mostra esplora Le Metamorfosi di Ovidio.

La stasi non esiste, tutto scorre. Lo sapevano bene gli antichi, e Ovidio, al mutamento permanente della realtà, ispirò il suo capolavoro maggiore, Le Metamorfosi.
Al poeta di origini sulmonesi, ed alla grande influenza sulla cultura artistica del suo libro scritto tra il 2 e l’8 d.C., dedica una esposizione la Galleria Borghese dal 23 giugno al 20 settembre 2026, accompagnata da un catalogo Allemandi riccamente illustrato e corredato da saggi (Francesca Cappelletti, Claudia Cieri Via, Bart Ramakers, Frits Scholten e Lucia Simonato), che mostra come i miti di Ovidio continuino a parlare con forza alla nostra immaginazione. Curata da Francesca Cappelletti, direttrice del museo di Villa Borghese, e dallo storico dell’arte Frits Scholten, la mostra «Metamorfosi. Ovidio e le arti» ha avuto una prima tappa al Rijksmuseum di Amsterdam.
Giunge ora, con il sostegno di Intesa Sanpaolo-Gallerie d’Italia e Webuild S.p.A., nella città dove il poema epico-mitologico, che raccoglie circa 250 racconti della mitologia greca e romana in fantasmagorici intrecci, venne composto. Il premio? L’esilio del poeta a Tomi, una desolatissima località sul Mar Nero, nell’attuale Romania, dove morì nel 18 d.C. di solitudine e tristezza. I motivi dell’esilio non sono noti, probabilmente trame di palazzo, di certo non relative al grande libro, ma ai rapporti turbolenti del poeta con l’imperatore Augusto. L’ultima metamorfosi, quella del destino, Ovidio la visse quindi sulla sua pelle. Eppure, senza il suo opus magnum, mancherebbe una parte essenziale della cultura occidentale, tanto fu grande l’influsso sulla letteratura (da Dante a Shakespeare) e nelle arti visive. Lo dimostrano le opere in mostra, di Tiziano, Correggio, Michelangelo, Rubens, Poussin, Bernini, Gerôme, Rodin e Brâncuși, a menzionare solo i casi più eclatanti di un mare d’arte a cui Ovidio ha offerto temi e suggestioni. Per questo Le Metamorfosi sono definite la «Bibbia degli artisti». Se c’è un mito da illustrare, in gran parte dei casi c’è Ovidio, che quindi è stato letto, coltivato e amato per millenni, e lo è tuttora. Che d’altronde tutto si trasformi perennemente è una condizione universale posta fuori dal computo dei secoli.
Abbiamo intervistato Francesca Cappelletti.

Come e quando è nata l’idea di una mostra sull’influenza di Ovidio nell’arte?
La mostra ha una lunga storia: Le Metamorfosi in particolare sono state una sorta di serbatoio iconografico inesauribile per gli artisti, dal Rinascimento in poi, ma in realtà se guardiamo anche all’arte antica e alla tradizione della miniatura e del libro illustrato sembra che il desiderio di tradurre Ovidio in immagini non si sia mai affievolito, dalla composizione del poema in poi. Ovidio stesso aveva le sue fonti letterarie e iconografiche che rielabora nel poema, ovviamente, e a volte sembra quasi descrivere opere esistenti. La forza dei rimandi fra poesia e arte figurativa è intensa, e questo legame, in un luogo come la Galleria Borghese, la villa delle metamorfosi, andava sottolineato.

Com’è nata la collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam?
Da una conversazione con il direttore, Taco Dibbits, sulle metamorfosi e sul mito classico. Confrontavamo i modi diversi e i linguaggi distanti con cui gli artisti hanno rappresentato le storie ovidiane, riflettendo su analogie e differenze e anche sulla difficoltà, a volte, di rendere comprensibili al pubblico dei musei queste storie. Alcune sono più note, altre più oscure e magari le vicende dei protagonisti sono state dimenticate, ma intuitivamente le loro passioni e le loro sofferenze sono riconoscibili, così come la trasformazione dei corpi e della materia sono fenomeni universali. Ovidio appartiene a tutti. La collaborazione ha preso poi forma e con Frits Scholten, curatore della scultura al Rijksmuseum, abbiamo definito il percorso e selezionato gli argomenti e le opere.

Com’è stata la risposta del pubblico olandese a questa mostra?
La risposta è stata in parte inaspettata: un grande entusiasmo! Le opere presentate sono eccezionali, dall’«Ermafrodito» già Borghese del Louvre, alle «poesie» di Tiziano e alle eroine di Correggio, alle letture di Rubens e dei grandi artisti europei del Barocco. Ma sono anche i soggetti e la possibilità di specchiarsi nella favola antica ad aver attirato un pubblico così numeroso e interessato. La potenza dell’amore, la metamorfosi come punizione divina o come riscatto del dolore, la contiguità fra esseri umani e natura, temi che hanno messo alla prova gli artisti fino al Surrealismo e all’arte contemporanea, in cui i personaggi di Ovidio resistono e si materializzano in video, sono tutti elementi alla base di un’esperienza visiva ed emotiva di grande impatto, che mostra la vitalità del mito e della poesia.

Che cosa lega la Galleria Borghese al mondo mitologico ovidiano?
Nella Galleria ci si muove fra la storia e il mito, e le opere raccontano continuamente miti che poi Ovidio ha incluso nelle Metamorfosi, oppure derivano direttamente dal poema. Ovidio risuona in ogni stanza e in particolare i capolavori della Galleria Borghese, come «Apollo e Dafne» di Bernini, ci rimandano in maniera così immediata e adesiva al poema, da aver suscitato in passato il desiderio di porre i versi delle Metamorfosi sul basamento della statua. Il miracolo della poesia che diventa marmo prende vita ogni momento davanti ai nostri occhi. La lettura del poema fu profonda, la fantasia trascinante di Ovidio e l’irruenza improvvisa del racconto stabilirono una sintonia con Bernini attraverso i secoli.

Che cosa può insegnarci oggi Ovidio?
Che il nostro mondo è fatto di storie e che nulla deve sfuggire alla nostra comprensione umana. Le trasformazioni sono sotto i nostri occhi e sono continue, irrefrenabili, provocate da forze a volte incontrollabili. Però tutto si trasforma e niente scompare per sempre, e un tocco divino è sempre presente nella vita quotidiana. Dal caos e dalle incoercibili passioni umane, dobbiamo sempre cercare di emergere, considerando che nulla ci è estraneo, dai fiori alle stelle tutti gli elementi del cosmo potrebbero avere un passato umano e aver condiviso la nostra condizione.

Dopo la mostra dedicata nel novembre 2024 al rapporto con le arti di Giovan Battista Marino, ora l’affondo su Ovidio: la Galleria Borghese si fa anche Galleria di poeti?
La Galleria Borghese, in verità, è una Galleria di poeti. Per la prima volta è stata raccontata in versi già nel 1613, da Scipione Francucci, e le opere di Bernini, che ne sono in gran parte l’immagine, come «Apollo e Dafne» che abbiamo già citato, e «Plutone e Proserpina», rimandano direttamente a Ovidio, mentre in «Enea e Anchise» rivive l’Eneide, e alla base dei capolavori di Tiziano come «L’Amor sacro e l’Amor profano» e «Venere che benda amore», così come alla base delle storie e delle immagini di Venere, fino alla Paolina di Antonio Canova, la poesia antica, con tutte le sue rielaborazioni, è sempre presente.

Che ruolo svolge questa mostra sulle «Metamorfosi» di Ovidio nella sua carriera culturale? Che cosa le ha dato?
Ho studiato la tradizione delle Metamorfosi, fra testo e immagini, fin dagli anni dell’Università e dai progetti di ricerca guidati da Claudia Cieri Via; anni di convegni con filologi, storici della cultura, studiosi del mondo antico, mesi passati nella fototeca del Warburg Institute per studiare il passaggio del mito all’emblema… La tentazione di pensare che questa mostra sia un punto di approdo c’è, ma sarebbe la negazione delle metamorfosi: in Ovidio tutto scorre e continua a cambiare.

Il mito è ancora utile a capire il mondo?
Il mito raccoglie e dà forma all’esperienza umana, la rende eterna e condivisibile. La passione, la perdita, il sentimento della natura, l’esigenza di razionalità e l’attrazione per il caos: ritroviamo tutto in Ovidio. Terenzio scriveva che nulla di umano gli era estraneo, formulando già un principio fondamentale. Con Ovidio e con i suoi miti concatenati nulla ci è estraneo, anche al di fuori della sfera dell’umano.

Che cosa disvela il principio metamorfico?
È questa la straordinaria novità e la chiave di interpretazione del mondo. Condividiamo qualcosa con tutto il resto dell’universo.

Qual è l’opera in mostra che più la commuove?
Potrei guardare per ore le miniature, ma anche «Apollo e Dafne» di Pollaiolo. Immagino la difficoltà dei pittori nel rendere vivo il passaggio delle forme. Però l’opera che mi commuove di più non è solo nella mostra, per fortuna, ma rimane qui ed è «Apollo e Dafne» di Bernini.

Autore: Guglielmo Gigliotti

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 19 giugno 2026

SAVONA / ALBISOLA. ‘Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato’.

Grande mostra al Centro Esposizioni del MuDA – Museo Diffuso di Albisola – e al Museo della Ceramica di Savona, dal 30 maggio al 6 settembre 2026. Oltre trenta nuove opere in ceramica di Ugo Nespolo celebrano il legame tra l’artista torinese e la terra ligure. Un ritorno alle origini che si traduce in nuova linfa creativa.

Dal 30 maggio al 6 settembre 2026, Albissola Marina e Savona ospitano la mostra ‘Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato’, un’ampia rassegna dedicata alla recente produzione ceramica di Ugo Nespolo, a cura di Riccardo Zelatore. In esposizione oltre trenta opere inedite, realizzate dall’artista alla storica manifattura Ceramiche Pierluca di Albissola. L’esposizione è promossa dalla Fondazione Museo della Ceramica di Savona ETS – ente strumentale della Fondazione De Mari CR Savona – e dal Comune di Albissola Marina.

Il titolo scelto per la mostra, ‘Fuoco ritrovato’, evoca calore, energia ma suggerisce anche l’alchimia della cottura e il rinnovarsi della tensione creativa e della passione per la ceramica, che Ugo Nespolo coltiva fin dagli anni Sessanta.
In questo contesto, la Fondazione Museo della Ceramica di Savona ha riconosciuto la portata di un lavoro che non si limita a riattivare un legame storico, ma lo rinnova in forma contemporanea. La scelta di accogliere la mostra all’interno della propria programmazione risponde alla volontà di sostenere quei processi nei quali la tradizione ceramica albisolese torna a configurarsi come spazio di produzione attiva e aggiornata. In collaborazione con il Comune di Albissola Marina, nell’ambito del MuDA – Museo Diffuso di Albisola – la Fondazione ha quindi voluto dare forma a un progetto che restituisce al pubblico la densità di un momento generativo, in cui il sapere manifatturiero locale e la ricerca artistica si incontrano nuovamente su un piano di reciproca trasformazione.

Ugo Nespolo utilizza un linguaggio fatto di incastri cromatici, dinamismo e ironia. L’artista è capace di tradurre la sua espressione nella tridimensionalità della terra plasmata, nella quale il segno si fa volume. Ecco allora che campiture e composizioni sono portate ben oltre i limiti della bidimensionalità. Per Ugo Nespolo il rapporto con la ceramica non è frutto di un incontro occasionale, ma costituisce un capitolo fondamentale di una ricerca che attraversa pittura, cinema, design e decorazione. In questo senso, la ceramica diventa il terreno in cui convergono l’eredità delle avanguardie storiche, il lessico della Pop Art e la sapienza artigianale italiana. In particolare, questo nuovo ciclo di lavori testimonia la mai attenuata ammirazione di Ugo Nespolo per il Futurismo. Proprio ad Albisola, negli anni Trenta, la corrente futuristica ha trovato alcune fra le espressioni più originali, grazie alla sinergia tra poesia, ceramica, pittura e architettura. Non a caso, molte delle ceramiche del maestro dialogano con quell’universo espressivo, senza mai rinunciare alla propria personale carica generativa.

La mostra si articola su due sedi espositive, creando un dialogo tra due luoghi emblematici della ceramica ligure. Il Centro Esposizioni del MuDA – Museo Diffuso Albisola – costituisce il fulcro del percorso. Le opere di Nespolo – in prevalenza sculture autoportanti, sferiche e cilindriche, più alcune inedite piastre di poesia visiva e dei piatti graffiti e a rilievo – saranno chiamate a inaugurare il nuovo display museografico firmato dallo studio Gianluca Peluffo & Partners. Il cuore della mostra è stato pensato al Centro Esposizioni per la sua collocazione fisica e culturale: a poche decine di metri dalla bottega artigiana dove le opere sono state forgiate e dal Lungomare degli Artisti, galleria a cielo aperto popolata dalle opere degli autori che Nespolo ben conosceva e frequentava, a partire da Lucio Fontana.

Il Museo della Ceramica di Savona propone invece un inserimento dell’alfabeto essenziale delle forme create da Nespolo all’interno dell’ala più antica dell’edificio che ospita le maioliche rinascimentali e barocche. Volutamente poste in confronto e frizione con la collezione permanente, le modernissime sculture di Nespolo dimostrano la continuità storica del comparto manifatturiero ceramico locale, da sempre orientato all’unione delle competenze dei maestri artigiani e degli artisti. Tanto nel Seicento quanto oggi, le basilari forme del vaso, della coppa e del piatto vengono adattate agli usi simbolici e rappresentativi di una società mediterranea ed europea basata sui codici comunicativi delle immagini, reinventati e contaminati in modi sempre nuovi.

Ad accompagnare il processo di realizzazione delle opere, lo sguardo di Marcello Campora, architetto e fotografo, vicepresidente della Fondazione Museo della Ceramica di Savona, che ha seguito con attenzione poetica le fasi di realizzazione, mettendo a disposizione della mostra una selezione dei suoi scatti. Le immagini, integrate nel percorso espositivo, restituiscono il tempo della lavorazione e il dialogo tra gesto, materia e fuoco.

Ugo Nespolo è un infaticabile sperimentatore di nuove possibilità creative e opera in un ampio campo di discipline. Laurea in Lettere con tesi in Semiologia (UniTo), Diploma in Pittura all’Accademia Albertina di Torino e Laurea Honoris Causa in Filosofia (UniTo). Nella seconda metà degli anni Sessanta fa parte della Galleria Schwarz di Milano che annovera tra i suoi artisti Duchamp, Picabia, Schwitters, Arman. La sua prima mostra milanese presentata da Pierre Restany, dal titolo Macchine e Oggetti Condizionali, rappresenta in qualche modo il clima e le innovazioni del gruppo che Germano Celant chiamerà Arte Povera.
Nel 1967, a seguito dell’incontro con Jonas Mekas, P. Adams Sitney, Andy Warhol e Yōko Ono, è pioniere del Cinema Sperimentale Italiano, nato sulla scia del New American Cinema. A Parigi Man Ray gli dona il testo per un film che Nespolo realizzerà col titolo Revolving Doors. I suoi film sono stati proiettati e resi oggetto di dibattito in importanti musei tra i quali il Centre Pompidou a Parigi, la Tate Modern a Londra e la Biennale di Venezia.
Con Baj Nespolo fonda l’Istituto Patafisico Ticinese e ad oggi è riconosciuto come una delle maggiori autorità in questo campo. Verso la fine degli anni Sessanta, con Ben Vautier, dà il via a una serie di concerti Fluxus: tra questi, il primo concerto italiano dal titolo Les Mots et les Choses. Sicuro che la figura dell’artista non possa che essere quella dell’intellettuale, studia e scrive con assiduità di discipline e fatti legati all’estetica e al sistema dell’arte. Collabora con continuità alle pagine culturali del Sole 24 Ore, La Stampa, Il Foglio, pubblica i suoi scritti con Einaudi e Skira. Ha esposto con grande successo in gallerie e musei in Italia e nel mondo.

Il curatore, Riccardo Zelatore: “Per Ugo Nespolo la ceramica è un terreno di sperimentazione”
Commenta il curatore, Riccardo Zelatore: “Per Ugo Nespolo la ceramica non è un semplice supporto, ma un terreno di sperimentazione, dove il colore si fa sostanza. In queste nuove sculture, realizzate presso Ceramiche Pierluca, ritroviamo la sintesi tra la sapienza artigiana del territorio e l’eclettismo intellettuale dell’artista”.

Il catalogo, edito da Moebius Books, raccoglie contributi di Nespolo, Zelatore, di Dario Bevilacqua delle Ceramiche Pierluca e di Luca Bochicchio, direttore scientifico del Museo della Ceramica di Savona, documentando la recente produzione ceramica dell’artista.

Info.
Al MuDA Centro Esposizioni (Via dell’Oratorio 2, Albissola Marina) è possibile visitare la mostra con i seguenti orari: da martedì a domenica dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dalle ore 17:00 alle ore 19:00; lunedì chiuso.
Al Museo della Ceramica (Via Aonzo 9, Savona) è possibile visitare la mostra con i seguenti orari: lunedì, martedì, giovedì dalle ore 10:00 alle ore 13:00; venerdì dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 15:00 alle ore 18:00; sabato dalle ore 10:00 alle ore 18:00; domenica dalle ore 10:00 alle ore 14:00. Mercoledì chiuso.

Autore: Sara Debora Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.com 6 giugno 2026

L’AQUILA. Capitale della Cultura 2026, punto di forza il dipinto Ecce Homo.

L’ Aquila: Capitale della Cultura 2026, l'”Ecce Homo” di Antonello da Messina arriva al Museo Nazionale d’Abruzzo.
Lunedì 8 giugno, inaugurazione alla presenza del Ministro Giuli. Il capolavoro rinascimentale, recentemente acquisito dal MiC, diventa patrimonio vivo, bene comune ed identità condivisa, del MuNDA. L’Aquila si prepara, così, a vivere uno dei momenti più significativi del suo percorso di Capitale della Cultura 2026.
Il Museo appena indicato accoglierà, nel Castello Cinquecentesco, l’“Ecce Homo”. La tavola, celebre in tutto il mondo per la sua rivoluzionaria intensità psicologica e la drammaticità dello sguardo del Cristo, troverà nell’istituto museale aquilano la sua residenza definitiva e stabile, dando il via ad un percorso strategico che valorizzerà maggiormente il patrimonio culturale dell’Abruzzo, all’interno del Sistema Museale Nazionale.

L’evento di presentazione, nato dalla stretta sinergia tra il Ministero, il Comune dell’Aquila e il MuNDA, vedrà la partecipazione del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e si svilupperà lungo un programma ben definito.
I lavori si apriranno alle ore 18 con l’anteprima e la preview riservata ai media, momento dedicato a riprese e interviste, a cui parteciperanno la Direttrice del MuNDA, Federica Zalabra; il Direttore Generale Musei, Massimo Osanna, e il Direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR), Luigi Oliva.
Alle ore 18:30 seguirà la cerimonia istituzionale, alla presenza del Ministro Giuli, del Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, e delle autorità. La giornata culminerà con il classico abbraccio della cittadinanza: dalle ore 20 a mezzanotte, il museo aprirà eccezionalmente le proprie porte al pubblico per uno speciale svelamento serale dell’opera, esposta per la prima volta in Italia al Senato della Repubblica lo scorso marzo, e che arriva all’Aquila dopo una verifica dello stato conservativo ed alcuni interventi preliminari, finalizzati alla valorizzazione museale dello scrigno d’arte, effettuati dall’Istituto Centrale per il Restauro.
L’inserimento di capolavori assoluti, all’interno del circuito museale locale, agisce come un input strategico in grado di generare un ritorno concreto e strutturale per il territorio in termini di flussi turistici, offrendo al contempo nuove risorse da destinare alla ricerca e alla tutela.
“L’arrivo di un’opera di questo valore assoluto dimostra come la cultura sia l’architrave su cui si compie definitivamente la nostra ricostruzione. Passiamo dalla celebrazione del bello alla definizione di un modello gestionale e scientifico, trasformando il primato artistico in un vantaggio competitivo di sistema indispensabile per l’Italia delle aree interne. Questa operazione non è un evento isolato, ma un investimento strategico contro lo spopolamento, capace di generare un ritorno economico. È una delle ‘eredità’ di Capitale che riconosce il coraggio e la capacità tutta aquilana di aver colto la sfida della ricostruzione sociale. Per questo sono grato al ministro Giuli per l’attenzione e l’intuizione”, ha dichiarato il Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi.
L’Ecce Homo è stato acquistato agli inizi di febbraio 2026, dal MiC, tramite la Direzione Generale Musei, da “Sotheby’s, la seconda casa d’arte più antica d’Inghilterra, per 14,9 milioni di dollari. Un’operazione di altissimo livello culturale: da “devozione privata”, è diventata parte di una strategia mirata di ampliamento e di valorizzazione del patrimonio nazionale, ora a disposizione dei cittadini italiani e dei visitatori di tutto il mondo. Il dipinto, opera di eccezionale valore storico-artistico, è e resta un unicum del Rinascimento italiano. Un piccolo pannello a tempera, dipinto su entrambi i lati: da uno l’Ecce Homo, con Cristo coronato di spine; dall’altro, San Girolamo penitente in un aspro paesaggio roccioso.
La Cultura, quella con la maiuscola, dunque, non si ferma. Diventa sempre più inclusiva ed aperta ai territori, al sociale, promuovendo la parità di accesso alle opportunità, accogliendo e riqualificando le diversità in tutte le sue forme. Un punto di forza e arricchimento reciproco. Di valore umano universale.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Matteo Braconi, Raffaella Giuliani. L’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma. Un itinerario tra culture, temi e immagini.

San Girolamo nei suoi Commentaria in Ezechielem ricordava le visite domenicali di quando era giovane studente alle catacombe romane: «Spesso entravamo nelle gallerie, scavate nelle viscere della terra, completamente interessate dalle sepolture e così oscure che sembrava si realizzasse il motto profetico: “Discendano vivi nell’Inferno” (Salmo 54, 16)». Ed è questa una delle indimenticabili emozioni che prova ancora oggi chi ha il privilegio di scendere nelle viscere di Roma, in uno dei luoghi più misteriosi, inviolabili e segreti della città, a circa 20 metri sottoterra dove si trova quel meraviglioso complesso sotterraneo di catacombe denominato Ipogeo di Via Dino Compagni.
Un robusto fossore apre un tombino che sembra quello del gas e fa luce all’intorno indicando una scala piuttosto ripida da cui si cala per primo per preparare la strada a chi dovrà scendere. E in due minuti si passa dal sole e dal calore della più bella giornata estiva a una tenebra fredda come la mano di Thanatos da cui ci si riprende solo quando vengono all’improvviso accese le luci che sono state poste per illuminare il luogo.
La prima sensazione è di infinito stupore, di meraviglia e di un silenzio avvolgente e molto più denso di qualsiasi rumore, un silenzio a cui non siamo più abituati: il silenzio dei sepolcri. Tutto quello che c’è sopra scompare, le brutte palazzine di una zona non centrale di Roma, in un quartiere malinconico come in certi quadri di Scipione, il traffico, la gente, i negozi. Sopra non c’è più nulla. Rifiorisce davanti ai nostri occhi la verde campagna romana sparsa di ville e di edifici sacri, con i suoi avvallamenti e il suo sottosuolo tufaceo, perfetto per essere scavato: siamo tornati indietro di quasi 2mila anni. Una vertigine.

Era il 1955, in piena espansione edilizia di Roma, e i palazzinari avrebbero fatto sparire anche Giulio Cesare in una colata di cemento se l’avessero incontrato; purtroppo, costruirono una palazzina proprio sopra quest’ipogeo (che avevano ben visto che c’era) e ci impiantarono degli orrendi piloni di cemento armato che ancor oggi lo deturpano. Fu solo grazie alla segnalazione di un giovane ingegnere, Mario Santa Maria, che questo luogo si salvò da uno scempio definitivo, fra le proteste dei costruttori e l’ostruzionismo degli abitanti del luogo. Ma le fondazioni della palazzina erano state già fatte e alcuni danni alle strutture dei cubicoli e agli affreschi erano ormai irreparabili. Quello che restava però era straordinario, con architetture in negativo (scavate cioè direttamente nel tufo colonne comprese), uno spazio per circa 400 defunti appartenenti a più gruppi familiari fra loro omogenei, economicamente e culturalmente distinti.
Queste catacombe sono caratterizzate da un’infinità di affreschi che la decorano in tutte le sue muraglie e, come affermò padre Antonio Ferrua, che per primo la studiò, formano una «ben fornita pinacoteca cristiana», qualcosa che ha fatto parlare nel tempo di una «Cappella Sistina dell’Antichità».

I temi di questi affreschi vanno dal paganesimo al cristianesimo passando per soggetti biblici (anche rari) e costituiscono un imprescindibile tassello della costruzione della nuova iconografia cristiana. Costruito nel IV secolo, in piena età costantiniana, l’ipogeo è, come affermano Raffaella Giuliani e Matteo Braconi, «una testimonianza chiara della complessità del travaglio spirituale all’interno della società romana, specie delle classi più elevate […] nel processo di adesione ai valori della nuova religione cristiana».
Noi oggi non siamo più in grado di comprendere bene cosa dovette essere quel passaggio e di come i Romani dovettero strapparsi letteralmente di dosso la pelle del loro pensiero imbevuto di violenza e sopraffazione per approdare alla mitezza dell’insegnamento di Cristo e degli apostoli. Ma quel rovesciamento dell’anima, quell’angoscia terribile che spaccò famiglie, istituzioni e comunità che credevano di durare nei millenni, si vede assai bene in questo spazio a cui è stato ora dedicato un libro sapiente e colto (in italiano e inglese) curato dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Il libro guida passo a passo il lettore attraverso la scoperta del monumento e della sua storia delle sue iconografie e dei più recenti studi in merito.
Un viaggio che ci proietta indietro di almeno 1700 anni all’origine del nostro pensiero europeo e della nostra anima.

Info:
L’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma. Un itinerario tra culture, temi e immagini.
ediz. italiana e inglese, a cura di Matteo Braconi e Raffaella Giuliani, 160 pp., ill. col., Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Città del Vaticano, De Luca Editori, Roma 2026, € 47.

Autore: Arabella Cifani

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 29 maggio 2026