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CAPORCIANO (L’Aquila). A Bominaco la Cappella Sistina d’Abruzzo, un tesoro d’arte inaspettato.

Arte sacra, storia, cultura, natura incontaminata, paesaggi mozzafiato, tradizioni, si fondono in un mosaico di meraviglie eccezionali, da restare semplicemente incantati. La chiamano la Cappella Sistina d’Abruzzo: è uno spettacolo che in pochi conoscono.
A Bominaco (con la sua Abbazia), unico, piccolo, suggestivo borgo del comune di Caporciano (L’Aquila), tra le montagne d’Abruzzo, scopri così un tesoro inaspettato di affreschi millenari, nascosto tra gli intrichi di montagne e colline che caratterizzano l’incantevole altopiano di Navelli, là dove si coltiva l’oro rosso abruzzese.
Questo luogo, apparentemente modesto, custodisce un gioiello di inestimabile valore artistico e storico, noto ai più come la Cappella Sistina d’Abruzzo. Si tratta dell’Oratorio di San Pellegrino, un nome che evoca la prima comunità religiosa locale ed un’epoca di fervore spirituale. Varcare la soglia di questo edificio è un’esperienza che lascia letteralmente senza fiato, data anzitutto l’impressione immediata di essere catapultati in un mondo di colori e narrazioni, che avvolgono completamente lo sguardo. Un catalogo di immagini inaspettate si dispiega sulle pareti interne, in una profusione di affreschi che richiamano alla mente la magnificenza e la complessità di opere d’arte sacra, di spessore internazionale, come la celebre Cappella degli Scrovegni.
Non è un caso che l’Oratorio di San Pellegrino sia stato dichiarato Patrimonio mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, a testimonianza della sua straordinaria importanza culturale, della bellezza intrinseca degli affreschi, ma anche del valore storico di un’arte e di una spiritualità, che hanno plasmato il territorio abruzzese per secoli, lungo le antiche vie battute da monaci, pellegrini e pastori. Una storia del lontano passato. Dedicato a San Pellegrino, figura centrale per la comunità religiosa originaria di Bominaco, l’oratorio ha attraversato i secoli, conservando intatto un patrimonio figurativo eccezionale.
Gli affreschi, realizzati in gran parte tra il XII e il XIII secolo, costituiscono un vero e proprio manuale illustrato di teologia medievale, dipingendo scene del Vecchio e Nuovo Testamento, nonché episodi della vita dei santi, con una vivacità ed un dettaglio sorprendenti. Ogni superficie interna -si legge- è stata sapientemente decorata, trasformando le austere mura in un’esplosione cromatica che narra storie bibliche e agiografiche, con una maestria rara per l’epoca. Il ciclo pittorico si distingue per la sua narrazione fluida e coinvolgente, dove figure stilizzate e colori vibranti catturano l’attenzione, guidando il visitatore attraverso un percorso spirituale e didattico.
La tecnica pittorica, sebbene antica, rivela una profondità emotiva ed una ricchezza iconografica che, ancora oggi, affascinano studiosi e visitatori. Non solo opere d’arte, ma documenti storici preziosi che offrono uno spaccato unico sulla cultura, la religiosità e la vita quotidiana del Medioevo abruzzese. Un miracolo la loro conservazione, si sottolinea, a voler considerare le vicende storiche e naturali che hanno interessato la regione: ogni personaggio, ogni scena, ogni simbolo dipinto sulle pareti dell’Oratorio di San Pellegrino, è una finestra aperta su un mondo perduto, un richiamo potente alla forza espressiva dell’arte sacra medievale.
Visitare l’Oratorio di San Pellegrino, non è semplicemente un’escursione culturale, ma altresì un’immersione profonda in un’atmosfera senza tempo, dove il silenzio delle montagne si plasma con l’eloquenza muta delle immagini. Una volta arrivati a Bominaco, si percepisce immediatamente la sensazione di aver scoperto un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato, un angolo d’Abruzzo che custodisce gelosamente le sue tradizioni ed i suoi segreti.
L’oratorio si presenta, dall’esterno, con una semplicità quasi disarmante, un contrasto stridente con la magnificenza che si rivela all’interno, rendendo la scoperta degli affreschi ancora più potente e sorprendente, come aprire uno scrigno antico e trovare al suo interno gemme di rara bellezza.
Un’esperienza che rimane impressa nella memoria, tra profondità ed un senso di mistero. Un luogo sospeso tra storia, arte e misticismo. Qui, davvero, la pittura diventa preghiera. Visitando l’oratorio di San Pellegrino, il pensiero corre inevitabilmente alla Cappella degli Scrovegni di Padova, capolavoro immortale di Giotto, con le pareti che si trasformano in un libro illustrato, dove ogni affresco è una pagina di fede, di umanità, di luce.
La “Cappella Sistina d’Abruzzo” è più di un monumento : è un simbolo della resilienza e della ricchezza culturale di una regione, spesso sottovalutata. Ma di certo non a ragione, anzi. Anzi è e resta l’icona di un patrimonio storico-culturale e di sani valori umani, che ha ancora tanto -se si vuole- da insegnare, inclusivamente parlando.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

VENEZIA. Mecenatismo contemporaneo: si conclude il restauro della Sala delle Quattro Porte a Palazzo Ducale.

Ci sono voluti più di due anni di lavoro per completare il restauro della Sala delle Quattro Porte al Palazzo Ducale di Venezia. Un periodo in cui la stanza, tra le più riconoscibili del palazzo dei Dogi per la particolare struttura della copertura e per la presenza di un sontuoso programma decorativo, è rimasta aperta al pubblico, pur con la presenza dei restauratori all’opera.
Il merito dell’operazione si deve a Save Venice, organizzazione non profit americana che da oltre 50 anni è impegnata nella conservazione del patrimonio artistico di Venezia. Nata nel 1971, Save Venice ha dato origine nel 2025 a una Fondazione (Save Venice ETS) per facilitare le donazioni da parte di aziende e privati italiani, beneficiando degli incentivi fiscali previsti dalla normativa nazionale. I progetti di restauro promossi dall’organizzazione – che a oggi hanno interessato più di duemila opere tra arte e architettura – sono infatti sostenuti dalle donazioni di privati (molti donatori sono americani) e aziende. Una forma di mecenatismo contemporaneo che, negli anni, ha permesso di intervenire, solo per citare le ultime campagne concluse, sulla Crocifissione di Tintoretto alla Scuola Grande di San Rocco, sull’Assunta di Tiziano nella Basilica dei Frari, sui cicli decorativi di Paolo Veronese nella chiesa di San Sebastiano, sui mosaici absidali della Basilica dei Santi Maria e Donato a Murano e della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello. E recentemente il raggio d’azione è stato esteso a comprendere anche altri siti sulla terraferma, sempre limitatamente al Veneto: come il Monumento equestre al Gattamelata di Donatello a Padova o il ciclo narrativo di Vittore Carpaccio alla Scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni, intervento quest’ultimo molto ambizioso e prossimo a concludersi: attesissimo, restituirà il ciclo alla piena visibilità del pubblico a settembre 2026.
A Palazzo Ducale, i fondi raccolti da Save Venice, che qui ha potuto beneficiare del mecenatismo dell’hotel The Gritti Palace, a Luxury Collection Hotel, Venice, sponsor principale del progetto, ammontano a 662mila euro, sul totale di 747mila euro di investimento complessivo, completato grazie a ulteriori contributi attivati tramite Art Bonus.
Così, la Fondazione Musei Civici di Venezia festeggia la conclusione di un cantiere protrattosi dal novembre 2023 a gennaio 2026, concentratosi sulla volta a botte della fine del Cinquecento – decorata con dipinti murali di Jacopo Tintoretto e stucchi di Giovanni Battista Cambio, detto il Bombarda – ma anche sulla stabilizzazione degli elementi architettonici strutturali. Si è inoltre intervenuti sui monumentali portali in pietra con relativi gruppi scultorei, inclusa la Porta del Senato con sculture di Girolamo Campagna, sulle finestre incorniciate in pietra e sulle tele monocrome dipinte. Tutto grazie a una squadra di 16 restauratori specializzati nel restauro di materiali diversi, con l’ampio ricorso a tecnologie all’avanguardia e il supporto di un team di storici dell’arte, in stretta collaborazione con la Fondazione MUVE e sotto la supervisione della Soprintendenza di Venezia.
A Palazzo Ducale, la Sala delle Quattro Porte aveva funzione di anticamera e accoglieva gli alti rappresentanti del governo prima che potessero accedere alle quattro sale in cui avevano luogo le assemblee del collegio, del senato, del consiglio dei Dieci e della cancelleria. Il suo nome si deve alla presenza delle quattro porte monumentali poste su due delle pareti, con architravi sostenuti da colonne corinzie, e decorati ciascuno da un gruppo scultoreo che evoca i compiti degli organi di governo delle sale a cui davano accesso. Dopo l’incendio del 1574, la Repubblica diede incarico di ricostruire la sala ad Andrea Palladio e Giovanni Antonio Rusconi; Tintoretto fu invece scelto per eseguire il ciclo di pitture murali della volta che avrebbe dovuto esaltare il governo veneziano in un momento difficile, trasmettendo invece un messaggio di solidità politica. Per questo fu affidato al poligrafo Francesco Sansovino il compito di elaborare un programma decorativo legato alla mitica fondazione di Venezia e al suo dominio sul mare, il cui fulcro, nel riquadro centrale, vede Venezia accompagnare Zeus e vedere l’Adriatico. Tutt’intorno si affastellano figure in stucco e oro, con elementi quasi a tutto tondo raffiguranti un pantheon di divinità, eseguiti dal Bombarda.
E la particolarità più evidente della sala, che è stato anche il principale elemento di complessità della campagna di restauro, risiede proprio nella scelta di utilizzare una “pesante” decorazione a stucco, con figure tridimensionali, non frequente a Venezia, perché gravosa per le coperture tradizionali realizzate in centine di legno e canne intrecciate. Per questo, la struttura nascosta della volta fu completata con un tavolato di legno, che sin dal Seicento è stato causa di distaccamenti e problemi di stabilità della decorazione. Molteplici sono stati, dunque, gli interventi di manutenzione operati nei secoli, non sempre gentili, anche se mirati a preservare lo stile “alla Tintoretto” dei dipinti murali, comunque piuttosto rimaneggiati.
Il restauro appena concluso si è dunque concentrato, innanzitutto sulla messa in sicurezza della struttura estradossale della copertura, per poi lavorare sui dipinti e sugli stucchi secondo un approccio conservativo; rimuovendo, cioè, sono le vernici legate a interventi novecenteschi, preservando, invece, quelli che nei secoli hanno fatto la storia della Sala. Comprensibile, dunque, il grande lavoro diagnostico, di mappatura e di ricerca pregresso all’intervento – condotto sotto la direzione dell’architetto Arianna Abate – che ha consentito anche di fare nuove scoperte sulla natura dei materiali e sulla storia decorativa della Sala.
The Gritti Palace ha affiancato in tutto il percorso Save Venice. L’albergo veneziano – esso stesso custode di una storia secolare, ospitato nel palazzo che fu residenza gotica della famiglia Pisani e poi, nel Cinquecento, dimora privata del doge Andrea Gritti, affacciata sul Canal Grande dirimpetto alla Basilica di Santa Maria della Salute – fa oggi parte del circuito Luxury Collection Hotel (di Marriott International), e da tempo sostiene iniziative dedicate alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico veneziano. Ha collaborato con Venetian Heritage per il restauro della monumentale doppia scala di Mauro Colussi alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, e con Venice Gardens Foundation ha favorito il restauro del giardino conventuale della Chiesa del Santissimo Redentore, con le sue Antiche Officine e la Serra, danneggiato dall’acqua alta del 2019. La partnership con Save Venice, avviata nel 2023 proprio per sostenere i lavori a Palazzo Ducale, si è intensificata con la nascita della Fondazione, e permetterà, nel corso del 2026, di avviare un progetto pilota di conservazione sulla Scala dei Giganti del palazzo, dopo una accurata campagna di indagini scientifiche.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 5 feb 2026

Michele Santulli. Sargent e Parigi.

John Singer Sargent (1856-1925) il maggiore artista americano dell’epoca, particolarmente noto per i suoi ritratti della finanza ed aristocrazia europea e americana. Numerose anche le opere da soggetti della umanità comune che l’artista in verità preferiva perché libero di esprimersi senza vincoli e limitazioni: parecchi dunque i soggetti ripresi per esempio durante i frequenti viaggi e le opere realizzate in Spagna, a Capri, a Venezia.
Negli anni trascorsi a Parigi fu preso dalla presenza di una ragazza di quattordici-quindici anni originaria della Valcomino incontrata per le vie della città. Si chiamava ”Carmela Bertagna” e l’artista ne indicò sul quadro anche l’indirizzo, come soleva fare coi suoi modelli, in prevalenza giovani ciociari. La sola visione di questa opera su “Carmela Bertagna” non solo prova le capacità di Sargent a quell’epoca poco più che ventenne, altresì la qualità elevata del dipinto tanto da inserirlo tra i capolavori del pittore: quanto si lascia ammirare è il gioco magistrale delle sfumature cromatiche del curioso soprabito della ragazza nonché la perfezione della fisionomia e di certi dettagli. Molto inchiostro si è speso al fine di stabilire la sua provenienza, se spagnola o francese e la sua età.
A Parigi sta andando verso la conclusione al Museo d’Orsay una esposizione personale sull’artista di notevole impegno che termina tra pochi giorni dopo oltre tre mesi e circa novanta opere in mostra. Ma la ciociarella della Valcomino non è presente, pur essendo una delle opere realizzate a Parigi e pur possedendo tutti i crismi di un vero capolavoro! In compenso qui oltre ad esprimere il nostro disappunto sulla assenza alla esposizione, ne vogliamo ricordare, a buona memoria ed a informazione dei cultori ed appassionati, e fornire, ancora una volta, le sue vere generalità. “Bertagna” è un cognome inesistente, sicuramente un errore di trascrizione del prete che ha redatto il certificato di battesimo da cui si rileva anche che più che ”bertagna” si dovrebbe leggere “berstegna”: in realtà l’esame attento dei registri parrocchiali ancora disponibili, a dispetto della guerra che imperversò in questi luoghi, ci mostra inequivocabilmente che in realtà il cognome di Carmela è Bevilacqua nata il 16 luglio1867, diffuso cognome in Gallinaro, la Sionne, la Castiglioncello dei modelli di artista in Europa: quindi dopo circa centocinquanta anni di interpretazioni e congetture, si fornisce ora con piacere l’esatta generalità della ragazza-donna o della donna-ragazza Carmela Bevilacqua di Gallinaro in Valcomino in Ciociaria, di cui lamentiamo la assenza nella esposizione parigina, auspicando che quella che si inaugurerà a New York tra quattro mesi rimedi a tale grave torto a Sargent.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

NAPOLI. Il Sacro Tempo della Scorziata, un tesoro oramai in rovina da salvare e recuperare.

Arte religiosa e il suo immane, inestimabile, patrimonio culturale, allo sbando e in rovina. Purtroppo, come nel caso di cui trattasi, irreversibilmente o quasi.
Focus sul Sacro Tempio della Scorziata, nel centro antico di Napoli, nel cuore della vecchia Anticaglia lungo il vico Cinquesanti, che si apre sulla storica Piazza San Gaetano. Oggi come oggi, ne resta solo un lontano ricordo.
Il complesso, in uno con la chiesa dedicata alla Presentazione di Maria al Tempio, venne costruito nel 1579 per volontà di Giovanna Scorziata (da cui l’edificio di culto prese il nome), ed altre due nobildonne napoletane. Alla morte della fondatrice, l’opera monumentale fu poi affidata definitivamente alle cure dei Padri chierici regolari teatini, ordine istituito da San Gaetano Thiene, mentre nel XX secolo fu affidata all’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento all’Avvocata, a cui si deve la costruzione del portale in stucco e piperno o di quello che fu. La chiesa e l’intero edificio sono rimasti poi funzionanti fino ai primi anni quaranta del Novecento, posto che, durante la seconda guerra mondiale, alcuni bombardamenti procurarono molte lesioni strutturali che portarono, nonostante dei lavori di ristrutturazione, a vari crolli e cedimenti, tanto che la struttura fu chiusa al pubblico negli anni Settanta, mentre dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, che provocò ulteriori danni, essa venne completamente abbandonata a se stessa ed all’incuria del tempo, in attesa di una ristrutturazione mai avvenuta.
Lasciata intanto lì a marcire per molti anni, la chiesa nel 1993 venne depredata dai ladri, che portarono via quanto più di prezioso potevano, subendo inoltre successivi assalti sacrileghi, perpetrati nell’indifferenza generale, senza alcun rispetto ed amore per la propria città da parte di gente senza scrupoli.
L’interno, ormai devastato e ridotto ad un cumulo di macerie, mostra una desolante navata centrale con la volta, mantenuta a malapena ancora in vita dai suoi meravigliosi pilastri barocchi, di pregiato piperno, e le travi del soffitto quasi del tutto crollate. L’edificio, ormai spogliato di ogni arredo, è ridotto oramai ad uno scheletro. Venne asportato persino il pavimento, mentre gran parte degli intonaci dipinti si sono distaccati dalle pareti. Non resta altro, se nel frattempo non sia ”scomparso” anch’esso, che l’affresco della Crocefissione del Cristo, scoperto alcuni anni fa in un ambiente al di sotto del pavimento dell’aula centrale.
La chiesa, oggi, è completamente nuda e privata di ogni arredo (andati trafugati), a seguito del perpetuarsi di razzie di ogni genere, compresi furti di oggetti di pregio e capolavori dell’arte. Ladri, vandali, teppisti incendiari e delinquenti di varia natura, si sono accaniti ed arricchiti, negli ultimi quarant’anni, su questa chiesa, causa soprattutto -indice puntato- l’assenza delle istituzioni ed enti di competenza che, sorretti da una indisponente noncuranza o se si vuole distacco generale, non hanno favorito il recupero, la valorizzazione ed il restauro, di cui necessitava l’opera monumentale.
Anni, si sottolinea, di totale assenza della sovraintendenza preposta al settore e degli organi di custodia – sicurezza, che hanno – il j’accuse- prodotto questo disastro, fatto di ruberie di ogni tipo e sottrazioni reiterate. Un’assenza la loro, si afferma, fattasi soprattutto sentire nel 1993 soprattutto, quando sono scomparse icone ed altari settecenteschi, oltre alla maggior parte delle tele che arricchivano la Chiesa. Il breviario delle doglianze, stando in tema. E’ stata infatti scippata, in varie razzie barbariche, parte degli arredi barocchi; smontati e poi portati via gli altari con i suoi marmi preziosi, in cui uno custodiva il paliotto della Presentazione al Tempio; rubati i tendaggi, gli arazzi, le acquasantiere, il pulpito ligneo, una statua di Santa Rosa, l’organo settecentesco e financo il pavimento. Nulla è stato risparmiato, si dice, se non un affresco raffigurante una Crocifissione, datato intorno al XVI secolo (solo perché non facilmente visibile), rinvenuto casualmente in un’ambiente sotterraneo.
Una vera e propria vergogna che ancora una volta non potrebbe non suscitare polemiche nei confronti di quelle istituzioni di pertinenza, incapaci -si ribadisce- di valorizzare il patrimonio monumentale della città partenopea, con le sue straordinarie ricchezze culturali. Si pensi solo, a tal proposito, che l’intero interno della chiesa era un tempo ricco di opere d’arte come: il “San Giovannino” (una copia della tela di Caravaggio); la “Presentazione al Tempio”, realizzata da un allievo di Francesco Solimena; una “Madonna che appare a San Romualdo”, attribuita ad un pittore manierista e, ancora, una “Madonna del Rosario” di un allievo di Massimo Stanzione; due Madonne del 700 (una “ con Sant’Anna e Sant’Agnello” e l’altra “ con il Bambino e i Santi”). Tutte opere d’arte, queste, che sono state razziate nel corso di questi anni, non lasciando più nulla se non un’impalcatura scheletrica che a mala pena si regge in piedi in attesa di cadere.
L’edificio oggi non ha più nulla di valore da recuperare, se non la sua memoria storica. Il luogo si presenta sventrato, tutto ciò che i passanti possono osservare. Qualcuno, in pieno centro storico, a pochi metri da piazza San Gaetano (l’agorà dell’antica Neapolis), avrebbe trasformato parte del complesso in un deposito; qualcun altro invece si sarebbe infilato senza alcun controllo all’interno della chiesa, spostato le macerie del soffitto crollato e, con precisione ed esperienza, portato via tutte le mattonelle del pavimento che erano ancora utilizzabili. Lentamente, i| monumento storico si è così trasformato oggi in un rudere il cui recupero appare sempre più disperato. Oggi, praticamente, di quel luogo storico non è rimasto più nulla, nemmeno una sola opera d’arte, in uno scenario in degrado e surreale. Ovvero, un ammasso di pietre destinato solo a crollare di schianto.
Lavori di risanamento e restauro della struttura, finanziati dai fondi europei del progetto Unesco per il centro storico di Napoli, e “tanta buona volontà” ad intervenire concretamente, a parte, il Sacro Tempio della Scorziata è e resta un tesoro d’arte assolutamente da salvare. Al più presto.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

CHIERI (To). Restaurata la Cappella del Corpus Domini nel Duomo.

A Chieri, presentati gli interventi di restauro effettuati nella Cappella del Corpus Domini, all’interno del Duomo. L’intervento fa parte di un programma di recupero e manutenzione che si era reso necessario per importanti danni causati da infiltrazioni di acqua meteorica dalle coperture. Da una parte l’assenza di un programma manutentivo dell’edificio, dall’altra i danni provocati dalla perdita di efficienza delle coperture, avevano seriamente compromesso gli apparati decorativi e le pitture ad affresco.
Il progetto di restauro si è articolato in due tappe successive: prima un immediato pronto intervento per la messa in sicurezza delle parti a rischio di caduta; poi il recupero di una porzione importante dell’apparato decorativo della Cappella del Corpus Domini, che comprende il primo sottarco e la porzione di volta a botte con i relativi affreschi. Sotto la direzione dei funzionari territoriali della Soprintendenza (Massimiliano Caldera, David Lucidi e Manuela Pratissoli) i restauratori del Consorzio San Luca (che nel 2026 si avvia a celebrare i 20 anni di attività), guidati da Anna Coppola, hanno lavorato per restituire una lettura coerente dell’apparato decorativo originale.

La Chiesa Collegiata di Santa Maria della Scala, cioè il Duomo della città di Chieri, è un interessante esempio di architettura gotica piemontese. L’antica chiesa romanica, poggiante su precedenti luoghi di culto romani, venne completamente ricostruita a partire dal 1405.
Nel 1632 la Compagnia del Corpus Domini ottenne uno spazio attiguo al presbiterio con lo scopo di ampliarlo e farne una cappella unica. Nel 1651, superate alcune difficoltà, il capomastro Francesco Garove poté dare inizio alla costruzione della struttura.
Dopo una sospensione dei lavori dovuta alla scarsità di fondi, fra il 1659 e il 1661 maestranze luganesi, fra cui lo stesso Francesco Garove, Tommaso Carlone, Giovanni Luca Corbellino e Giovanni Marocco, e insieme a loro anche il chierese Francesco Fea, eseguirono la decorazione: in un complesso sistema di cornici a stucco affrescarono scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Pochi anni dopo, negli anni 1668-70, quando dall’altra parte del presbiterio Giovanni Battista Bertone costruì la cappella del Crocifisso arricchendola con una profusione di grandi tele dei migliori artisti del momento, i Confratelli del Corpus Domini temettero che, al confronto, dal punto di vista decorativo la loro cappella risultasse stilisticamente sorpassata. Perciò ingaggiarono artisti in voga come Sebastiano Taricco e Giovanni Antonio Mari, commissionando loro due tele a testa destinate a sostituire gli affreschi dipinti solo dieci anni prima.

L’impegno dei restauratori si è tradotto nel massimo rispetto delle superfici pittoriche. Sono state ricostruite ampie zone di modellato scegliendo di intervenire, laddove possibile, fino alla completa reintegrazione. L’intervento pittorico è stato minimamente invasivo, limitandosi ad una colorazione neutra eseguita ad acquerello, che ha permesso di ricollegare ogni porzione originale ritrovata. L’intervento di restauro ha anche consentito il recupero dell’apparato decorativo policromo che in precedenza non era più visibile.
Con il recupero della superficie originale sono state eliminate le numerose riprese pittoriche incongrue che impedivano una corretta lettura del testo pittorico originale: tuttavia, anche in ottica conservativa degli interventi del passato, si è voluto mantenere un rifacimento di un particolare della scena affrescata «La caduta della manna», eseguita con la tecnica del buon fresco, presumibilmente nell’Ottocento.

Autore: Vittorio Bertello

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 14 gen 2026