Archivi autore: Redazione

TOLMEZZO (Ud), fraz. Illegio. Il Dialogo: Caravaggio, Picasso, Chagall e 2.500 anni di arte nel cuore della Carnia.

Fino all’8 novembre 2026, il piccolo borgo carnico di Illegio diventa la capitale artistica della regione. La Casa delle Esposizioni ospita infatti «Il Dialogo», una rassegna d’arte curata da Don Alessio Geretti.
L’esposizione propone un viaggio attraverso 2.500 anni di storia dell’arte, dal V secolo a.C. fino alla metà del Novecento, raccontando uno dei temi più importanti della vita umana: il dialogo.
Anche quest’anno Illegio conferma la propria capacità di portare in Carnia opere che normalmente si ammirano nei più importanti musei e collezioni del mondo. La mostra raccoglie 50 capolavori, molti dei quali provenienti da raccolte private raramente accessibili al pubblico. Si tratta di tesori artistici normalmente inaccessibili al pubblico, visibili per la prima volta in Friuli Venezia Giulia.
Ben 14 opere arrivano da collezioni segrete e finora mai visitabili, un elemento che rende l’appuntamento particolarmente atteso dagli appassionati d’arte.
Il percorso espositivo non si limita alla contemplazione estetica. Al contrario, invita a riflettere sul rapporto tra persone, culture e civiltà. In un tempo segnato da conflitti e incomprensioni, il dialogo torna infatti a essere uno strumento fondamentale per costruire relazioni, pace e convivenza.

Il percorso espositivo copre un arco temporale immenso, pari a duemilacinquecento anni di storia dell’arte globale. L’itinerario comincia nel lontano V secolo a.C. con un prezioso vaso greco a figure rosse. Successivamente, la narrazione attraversa il Rinascimento e il Barocco fino a raggiungere la metà del Novecento.
I nomi dei maestri presenti in catalogo tolgono il fiato. I visitatori ammireranno:
Caravaggio, presente con due capolavori
Matthias Stomer (van Stomer), le cui teste espressive sono l’emblema del manifesto ufficiale
Giambattista Tiepolo
Guercino, autore di una maestosa tela focalizzata sul sacro;
Giambattista Tiepolo, con le sue ariose e luminose narrazioni di ispirazione biblica;
Francesco Hayez, con due opere
Giovanni Fattori
Giuseppe De Nittis
Pablo Picasso
Marc Chagall
A questi si aggiungono numerosi altri artisti che saranno presentati nel catalogo completo della mostra. Il percorso attraversa secoli di storia e mette in relazione linguaggi, epoche e sensibilità differenti, dimostrando come il dialogo possa manifestarsi anche attraverso l’arte.
Particolarmente suggestiva sarà la presenza del vaso greco a figure rosse del V secolo a.C., opera che apre idealmente il percorso cronologico della mostra e collega il visitatore alle radici della cultura occidentale.

Il tema scelto per il 2026 non è casuale. Il dialogo accompagna la storia dell’umanità fin dalle sue origini.
Pensiamo ai dialoghi filosofici di Socrate e Platone. Pensiamo alle Sacre Scritture, dove il rapporto tra l’uomo e Dio si costruisce attraverso l’ascolto reciproco. Pensiamo ancora al confronto scientifico che ha caratterizzato l’età moderna e alla diplomazia che sostiene le relazioni tra i popoli.
La mostra affronta il dialogo come ricerca della verità, della giustizia e della pace. Inoltre esplora gli ostacoli che possono comprometterlo: incomprensioni, conflitti, pregiudizi e chiusure culturali. Attraverso i capolavori esposti, il visitatore viene accompagnato in una riflessione che coinvolge mente, emozioni e sensibilità personale.
L’arte diventa così uno spazio di incontro. Un luogo in cui epoche lontane continuano a parlare al presente.
Il tema scelto per l’edizione 2026 possiede una forza etica immensa. Il confronto verbale e culturale sta alla base della civiltà occidentale. Il racconto della mostra si sviluppa partendo dai testi classici di Platone e dalle dinamiche delle Sacre Scritture. Esso attraversa il pensiero scientifico di Galileo Galilei per arrivare alla diplomazia delle democrazie moderne.
La mostra affronta il dialogo come ricerca della verità, della giustizia e della pace. Inoltre esplora gli ostacoli che possono comprometterlo: incomprensioni, conflitti, pregiudizi e chiusure culturali. Attraverso i capolavori esposti, il visitatore viene accompagnato in una riflessione che coinvolge mente, emozioni e sensibilità personale.
In un’epoca segnata da profonde crisi globali, la carenza di comunicazione alimenta spesso la violenza. Di conseguenza, l’esposizione lancia un messaggio spirituale forte. Cercare e difendere gli spazi di confronto risulta fondamentale per il bene comune. L’arte diventa così uno strumento per educare il cuore e stimolare la mente dei visitatori.

Negli anni, le mostre di Illegio hanno ospitato opere provenienti da importanti musei italiani e internazionali, conquistando l’attenzione della critica e del pubblico.
La formula è rimasta invariata: poche opere, accuratamente selezionate, accompagnate da un racconto forte e da visite guidate che aiutano a comprendere il significato del percorso espositivo. Anche per “Il Dialogo” la visita comprende l’accompagnamento del personale formato della mostra.
Questa scelta contribuisce a rendere ogni esposizione non soltanto una visita artistica, ma anche un’occasione di approfondimento culturale.

Info:
Casa delle Esposizioni – Piazza Don G.B. Piemonte – Illegio – Tolmezzo (Udine)
Orari: Domenica: 9.30 – 19.30 – Da martedì a sabato: 10.00 – 19.00 – Agosto e settembre aperto anche il lunedì
Prenotazioni Tel. 0433 44445
Email: mostra@illegio.it – www.illegio.it

CARRARA (Ms). Le signore dell’arte.

Una mostra rivelatrice di un luogo comune da superare. Dopo le esposizioni dedicate al Mare, al Novecento a Carrara, alla Belle Epoque e al Gioco, il curatore Massimo Bertozzi stavolta propone un interessante sguardo “di genere” che punterà i riflettori su un lato poco noto dell’universo artistico a cavallo tra XIX e XX secolo, ovvero sul “peso” dei rapporti familiari nella formazione e poi nell’affermazione delle artiste italiane, a fronte del cambiamento della loro condizione sociale ed artistica tra la metà dell’800 e la metà del ‘900,

Si intitola Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna la mostra che dal 27 giugno al 25 ottobre caratterizzerà l’estate (e l’inizio dell’autunno) a Palazzo Cucchiari di Carrara.

Nelle intenzioni di Bertozzi – attraverso la selezione ragionata di 131 opere che portano la firma di ben 42 artiste, più tre dipinti di Giacomo Balla e ben quattro opere di Felice Casorati – vi è la volontà di richiamare l’attenzione dei visitatori cioè quei cento anni durante i quali i cambiamenti si rivelarono drastici.

Info:
Fondazione Giorgio Conti
LE SIGNORE DELL’ARTE.LA PARITÀ DEL TALENTO NELL’ARTE ITALIANA MODERNA, a cura di Massimo Bertozzi
Dal 27.06.2026 fino a 25.10.2026
Palazzo Cucchiari, via Cucchiari 1, Carrara
Orari dal 27.06 fino al 13.09: MA-GI-DO ore 9.30-12.30 e 16-20; VE-SA ore 9.30-12.30 e 16-23
Orari dal 15.09 fino al 25.10: da MA a DO ore 9.30-12.30 e 15-20
Ingresso 12 euro, ridotto 10 euro
Tel. +39 0585 72355 – info@palazzocucchiari.it – www.palazzocucchiari.it

L’AQUILA. Capitale della Cultura 2026, punto di forza il dipinto Ecce Homo.

L’ Aquila: Capitale della Cultura 2026, l'”Ecce Homo” di Antonello da Messina arriva al Museo Nazionale d’Abruzzo.
Lunedì 8 giugno, inaugurazione alla presenza del Ministro Giuli. Il capolavoro rinascimentale, recentemente acquisito dal MiC, diventa patrimonio vivo, bene comune ed identità condivisa, del MuNDA. L’Aquila si prepara, così, a vivere uno dei momenti più significativi del suo percorso di Capitale della Cultura 2026.
Il Museo appena indicato accoglierà, nel Castello Cinquecentesco, l’“Ecce Homo”. La tavola, celebre in tutto il mondo per la sua rivoluzionaria intensità psicologica e la drammaticità dello sguardo del Cristo, troverà nell’istituto museale aquilano la sua residenza definitiva e stabile, dando il via ad un percorso strategico che valorizzerà maggiormente il patrimonio culturale dell’Abruzzo, all’interno del Sistema Museale Nazionale.

L’evento di presentazione, nato dalla stretta sinergia tra il Ministero, il Comune dell’Aquila e il MuNDA, vedrà la partecipazione del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e si svilupperà lungo un programma ben definito.
I lavori si apriranno alle ore 18 con l’anteprima e la preview riservata ai media, momento dedicato a riprese e interviste, a cui parteciperanno la Direttrice del MuNDA, Federica Zalabra; il Direttore Generale Musei, Massimo Osanna, e il Direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR), Luigi Oliva.
Alle ore 18:30 seguirà la cerimonia istituzionale, alla presenza del Ministro Giuli, del Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, e delle autorità. La giornata culminerà con il classico abbraccio della cittadinanza: dalle ore 20 a mezzanotte, il museo aprirà eccezionalmente le proprie porte al pubblico per uno speciale svelamento serale dell’opera, esposta per la prima volta in Italia al Senato della Repubblica lo scorso marzo, e che arriva all’Aquila dopo una verifica dello stato conservativo ed alcuni interventi preliminari, finalizzati alla valorizzazione museale dello scrigno d’arte, effettuati dall’Istituto Centrale per il Restauro.
L’inserimento di capolavori assoluti, all’interno del circuito museale locale, agisce come un input strategico in grado di generare un ritorno concreto e strutturale per il territorio in termini di flussi turistici, offrendo al contempo nuove risorse da destinare alla ricerca e alla tutela.
“L’arrivo di un’opera di questo valore assoluto dimostra come la cultura sia l’architrave su cui si compie definitivamente la nostra ricostruzione. Passiamo dalla celebrazione del bello alla definizione di un modello gestionale e scientifico, trasformando il primato artistico in un vantaggio competitivo di sistema indispensabile per l’Italia delle aree interne. Questa operazione non è un evento isolato, ma un investimento strategico contro lo spopolamento, capace di generare un ritorno economico. È una delle ‘eredità’ di Capitale che riconosce il coraggio e la capacità tutta aquilana di aver colto la sfida della ricostruzione sociale. Per questo sono grato al ministro Giuli per l’attenzione e l’intuizione”, ha dichiarato il Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi.
L’Ecce Homo è stato acquistato agli inizi di febbraio 2026, dal MiC, tramite la Direzione Generale Musei, da “Sotheby’s, la seconda casa d’arte più antica d’Inghilterra, per 14,9 milioni di dollari. Un’operazione di altissimo livello culturale: da “devozione privata”, è diventata parte di una strategia mirata di ampliamento e di valorizzazione del patrimonio nazionale, ora a disposizione dei cittadini italiani e dei visitatori di tutto il mondo. Il dipinto, opera di eccezionale valore storico-artistico, è e resta un unicum del Rinascimento italiano. Un piccolo pannello a tempera, dipinto su entrambi i lati: da uno l’Ecce Homo, con Cristo coronato di spine; dall’altro, San Girolamo penitente in un aspro paesaggio roccioso.
La Cultura, quella con la maiuscola, dunque, non si ferma. Diventa sempre più inclusiva ed aperta ai territori, al sociale, promuovendo la parità di accesso alle opportunità, accogliendo e riqualificando le diversità in tutte le sue forme. Un punto di forza e arricchimento reciproco. Di valore umano universale.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Matteo Braconi, Raffaella Giuliani. L’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma. Un itinerario tra culture, temi e immagini.

San Girolamo nei suoi Commentaria in Ezechielem ricordava le visite domenicali di quando era giovane studente alle catacombe romane: «Spesso entravamo nelle gallerie, scavate nelle viscere della terra, completamente interessate dalle sepolture e così oscure che sembrava si realizzasse il motto profetico: “Discendano vivi nell’Inferno” (Salmo 54, 16)». Ed è questa una delle indimenticabili emozioni che prova ancora oggi chi ha il privilegio di scendere nelle viscere di Roma, in uno dei luoghi più misteriosi, inviolabili e segreti della città, a circa 20 metri sottoterra dove si trova quel meraviglioso complesso sotterraneo di catacombe denominato Ipogeo di Via Dino Compagni.
Un robusto fossore apre un tombino che sembra quello del gas e fa luce all’intorno indicando una scala piuttosto ripida da cui si cala per primo per preparare la strada a chi dovrà scendere. E in due minuti si passa dal sole e dal calore della più bella giornata estiva a una tenebra fredda come la mano di Thanatos da cui ci si riprende solo quando vengono all’improvviso accese le luci che sono state poste per illuminare il luogo.
La prima sensazione è di infinito stupore, di meraviglia e di un silenzio avvolgente e molto più denso di qualsiasi rumore, un silenzio a cui non siamo più abituati: il silenzio dei sepolcri. Tutto quello che c’è sopra scompare, le brutte palazzine di una zona non centrale di Roma, in un quartiere malinconico come in certi quadri di Scipione, il traffico, la gente, i negozi. Sopra non c’è più nulla. Rifiorisce davanti ai nostri occhi la verde campagna romana sparsa di ville e di edifici sacri, con i suoi avvallamenti e il suo sottosuolo tufaceo, perfetto per essere scavato: siamo tornati indietro di quasi 2mila anni. Una vertigine.

Era il 1955, in piena espansione edilizia di Roma, e i palazzinari avrebbero fatto sparire anche Giulio Cesare in una colata di cemento se l’avessero incontrato; purtroppo, costruirono una palazzina proprio sopra quest’ipogeo (che avevano ben visto che c’era) e ci impiantarono degli orrendi piloni di cemento armato che ancor oggi lo deturpano. Fu solo grazie alla segnalazione di un giovane ingegnere, Mario Santa Maria, che questo luogo si salvò da uno scempio definitivo, fra le proteste dei costruttori e l’ostruzionismo degli abitanti del luogo. Ma le fondazioni della palazzina erano state già fatte e alcuni danni alle strutture dei cubicoli e agli affreschi erano ormai irreparabili. Quello che restava però era straordinario, con architetture in negativo (scavate cioè direttamente nel tufo colonne comprese), uno spazio per circa 400 defunti appartenenti a più gruppi familiari fra loro omogenei, economicamente e culturalmente distinti.
Queste catacombe sono caratterizzate da un’infinità di affreschi che la decorano in tutte le sue muraglie e, come affermò padre Antonio Ferrua, che per primo la studiò, formano una «ben fornita pinacoteca cristiana», qualcosa che ha fatto parlare nel tempo di una «Cappella Sistina dell’Antichità».

I temi di questi affreschi vanno dal paganesimo al cristianesimo passando per soggetti biblici (anche rari) e costituiscono un imprescindibile tassello della costruzione della nuova iconografia cristiana. Costruito nel IV secolo, in piena età costantiniana, l’ipogeo è, come affermano Raffaella Giuliani e Matteo Braconi, «una testimonianza chiara della complessità del travaglio spirituale all’interno della società romana, specie delle classi più elevate […] nel processo di adesione ai valori della nuova religione cristiana».
Noi oggi non siamo più in grado di comprendere bene cosa dovette essere quel passaggio e di come i Romani dovettero strapparsi letteralmente di dosso la pelle del loro pensiero imbevuto di violenza e sopraffazione per approdare alla mitezza dell’insegnamento di Cristo e degli apostoli. Ma quel rovesciamento dell’anima, quell’angoscia terribile che spaccò famiglie, istituzioni e comunità che credevano di durare nei millenni, si vede assai bene in questo spazio a cui è stato ora dedicato un libro sapiente e colto (in italiano e inglese) curato dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Il libro guida passo a passo il lettore attraverso la scoperta del monumento e della sua storia delle sue iconografie e dei più recenti studi in merito.
Un viaggio che ci proietta indietro di almeno 1700 anni all’origine del nostro pensiero europeo e della nostra anima.

Info:
L’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma. Un itinerario tra culture, temi e immagini.
ediz. italiana e inglese, a cura di Matteo Braconi e Raffaella Giuliani, 160 pp., ill. col., Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Città del Vaticano, De Luca Editori, Roma 2026, € 47.

Autore: Arabella Cifani

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 29 maggio 2026

CORTONA (Ar). Gino Severini. Modernità come dialogo.

Cortona, la città natale che conserva le sue spoglie, celebra la figura identitaria e l’eredità artistica di Gino Severini e dedica al grandioso pittore, a sessant’anni dalla scomparsa, una straordinaria mostra internazionale di studio e fascinazione.
Un’esposizione emozionante per Cortona e inedita nel progetto scientifico, che indaga il ruolo di mediatore condotto da Severini, nella prima metà del XX secolo, tra Italia e Francia, tra culture e linguaggi figurativi, mondi ed epoche, avanguardie e tradizioni.
Oltre 80 opere, con capolavori e rarità di Severini, lavori di artisti contemporanei come Grubicy, Balla, Boccioni, Picasso, Soffici e Carrà e preziose opere antiche, fonte d’ispirazione e riflessione; ma anche documenti originali e un’installazione multimediale immersiva.

Danza del Pan-Pan al ‘Monico’, 1909 – Severini, Gino (1883-1966) – Artwork Location: Musee National d’Art Moderne – Centre Pompidou, Parigi, Francia – Permission for usage must be provided in writing from Scala.

“Gino Severini. Modernità come dialogo” è la mostra internazionale con cui la Città di Cortona – negli ultimi anni impegnata a ridefinire e riannodare il legame tra uno dei principali protagonisti dell’arte del Novecento e la sua città natale, valorizzandone i luoghi di riferimento, l’eredità culturale e artistica, il legame affettivo e gli stimoli reciproci – celebra, dal 5 luglio all’1 novembre 2026 al Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona, a Palazzo Casali, il sessantesimo anniversario dalla morte di Severini (1886 – 1966).

Una mostra volutamente di ricerca, con un taglio critico a tesi pensato dalle curatrici Daniela Fonti e Margherita d’Ayala Valva e, nel contempo, di grande impatto per percorso e allestimento: con oltre 80 opere tra dipinti e disegni prestati da tanti musei italiani ed esteri e da collezioni private di assoluto rilievo – a partire dal Centre Pompidou di Parigi, dall’Estorick Collection di Londra e dal Musée d’Art et Industrie Saint- Etienne, fino al Museo del Novecento di Milano, alla Pinacoteca Vaticana, al MART di Rovereto e soprattutto alle Collezioni Romana Severini e Franchina -; con documenti originali che, oltre ad emozionare, aiutano a definire il contesto storico e culturale, i dibattiti, le relazioni tra i maggiori artisti del tempo, le riflessioni teoriche e la gestazione di alcuni lavori; e, infine, con l’eccezionale testimonianza, attraverso bozzetti, studi ed una inedita documentazione fotografica, degli affreschi realizzati da Severini in numerose chiese nella Svizzera romanda – momento centrale del suo confronto con l’arte religiosa dopo il ritorno alla fede cristiana del ’23 – e con un’installazione multimediale immersiva realizzata da LimenXR.
Quest’ultima ci farà entrare nel mondo di inizi Novecento così come Severini lo ha interpretato nel suo magnifico “La danse du Pan Pan a Monico” (1911-1960) opera monumentale di 4 metri x 2,80 che giungerà eccezionalmente a Cortona dal Centre Pompidou di Parigi, esposta l’ultima volta in Italia oltre 35 anni fa, seppure realizzata Roma nel 1960, quando l’artista quasi ottantenne volle a tutti i costi ricreare, basandosi su antichi cliché a stampa, l’iconica opera del 1911, purtroppo dispersa.

Ritratto di Madame M.S., 1915 circa
pastello su cartone applicato su tela, 91 x 65 cm
firmata in basso a destra “G. Severini”
Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, collezione L.F.
Crediti fotografici: MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

Una mostra, soprattutto, che è l’esito di un lavoro di squadra, che ha coinvolto tantissimi soggetti e istituzioni: i promotori Comune di Cortona in collaborazione con Accademia Etrusca e MAEC e in co-produzione con il Ministero della Cultura; i sostenitori fondamentali a partire dalla Regione Toscana, Fondazione CR Firenze e Banca Popolare di Cortona; le curatrici Daniela Fonti e Margherita D’Ayala Valva e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International; lo Studio di Architettura-Roma per il progetto di allestimento e grafica, il pool scientifico coinvolto per le ricerche e i saggi in catalogo edito da Cimorelli Editore: Giovanni Casini, Alessandro Del Puppo, Alice Ensabella, Alessandra Franchina, Maria Rosa Lanfranchi, Francesca Piqué e Alessandra Tiddia; la collaborazione di SUPSI (Scuola Universitaria della Svizzera Italiana) cui si devono gli studi condotti sulle opere murali svizzere, e infine la figlia di Gino, Romana Severini, che personalmente, generosamente e con entusiasmo sta sostenendo Cortona in questo suo viaggio alla riscoperta di un dialogo mai sopito con il geniale artista, e che tanto ha contribuito anche a questa esposizione.
Già il titolo è un’esplicita dichiarazione di come venga interpretato e rivelato, attraverso la mostra, il ruolo fondamentale e unico svolto da Severini nella storia delle avanguardie artistiche del XX secolo: un ruolo – da lui stesso ricercato con caparbia volontà e orgogliosa consapevolezza – di mediatore tra culture e linguaggi figurativi, tra mondi ed epoche, tra tradizione e innovazione, tra Paesi, artisti, esperienze e visioni.
Severini fa della Francia la sua patria adottiva, lavora in Svizzera, si nutre di tutte le istanze che s’intrecciano nel panorama artistico internazionale, ma il suo retaggio e le sue fonti restano italiane e toscane; e tra questi mondi, tra quello che all’epoca è il centro del cosmopolitismo e della sperimentazione culturale e il provincialismo italiano, egli continua a gettare ponti.
Un “bilinguismo culturale” lo definiscono le curatrici “che si esprime in uno sguardo sul proprio paese d’origine, insieme dall’interno e dall’esterno, come è il destino di molti espatriati”. Ma non solo: Severini media tra tendenze artistiche, favorisce incontri, pacifica e concilia, si fa promotore culturale.

Nature morte, 1918
olio su tela, 65 x 50 cm
Milano, Museo del Novecento
Crediti fotografici: Foto Mauro Ranzani

La mostra, suddivisa in cinque sezioni, si concentra dunque sulle stagioni della vita del Maestro, che sono sempre di formazione ma anche di elaborazione di un linguaggio personale, frutto di una riflessione mai superficiale sul lavoro dei contemporanei: un ponte tra la macchia e il Divisionismo, la fondamentale mediazione tra la dinamicità del Futurismo e la geometrizzazione del Cubismo, il passaggio dal Cubismo al Classicismo, la pittura decorativa in relazione con l’architettura e il tema delle maschere e, infine, il dialogo tra la Chiesa e la modernità, dalla Svizzera a Cortona.
La modernità di Severini – che ha cercato di unire in modo innovativo influenze artistiche e culturali provenienti da mondi e tradizioni diverse – emerge nel percorso grazie a opere singolari e rare e a grandi capolavori del cortonese; oppure attraverso mirati confronti, tanto con artisti del tempo, come Elisabeth Chaplin, Vittore Grubicy de Dragon, Benvenuto Benvenuti, Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Picasso, Ardengo Soffici, Carlo Carrà, quanto con i maestri antichi cui egli stesso si richiama nei suoi scritti e nelle riflessioni: dalla Madonna in trono con Bambino ed angeli di Maestro Lucchese (1240 – 1250) prestata dalle Gallerie dell’Accademia di Firenze, al San Francesco (1260) di Margarito d’Arezzo dal Museo d’Arte Medievale e Moderna del capoluogo, fino ai bronzetti etruschi del MAEC di cui lo stesso Severini manda le immagini fotografiche a Picasso.

Ritmo plastico del 14 luglio, 1913
olio su tela con cornice dipinta dall’artista, 85 x 68 cm
firmata e datata in b/d: “G. Severini 1913”
Roma, collezione privata

Tra i passaggi fondamentali che la mostra rievoca, troviamo prima di tutto gli esordi, in cui Severini è ancora alla ricerca di un linguaggio personale: i ritratti di famiglia dei primissimi del Novecento si affiancano a uno splendido pastello con “Autoritratto” di un Severini venticinquenne, da due anni a Parigi, atteggiato a bohémien; “Paesaggio” (1903) documenta l’adozione della pennellata divisionista e ben si confronta con “La Vela” opera tra le più innovative di Grubicy pioniere in Italia della nuova scuola; mentre l’attenzione alla questione sociale si manifesta nel confronto tra “il Cantiere” di Severini (1908) e “La casa in costruzione” di Boccioni (1907 – 1908) – entrambe rivisitazioni di opere di Balla.
La piena adesione al Futurismo, la più profetica avanguardia italiana, è esplicitata da opere chiave come l’ “Autoritratto” (1913) dal Castello di Rivoli e il fondamentale “Ritmo plastico del 14 luglio” in Collezione Franchina, da importanti ritratti “astratti” e da una serie meravigliosa di Danseuses degli anni ‘13 e ’14, soggetto iconico che emerge dal suo immaginario, ispirato dalla ballerina Loïe Fuller: figura femminile danzante sotto le luci del cabaret, scomposta dal movimento ritmico e presto metafora astratta della stessa idea di dinamismo.
Ma anche in questo contesto fondamentale è l’opera di mediazione e di dialogo tra avanguardie che ispira Severini: sono gli stessi Boccioni, Carrà e Russolo a chiedergli, in una lettera dell’ottobre 1912, di intercedere presso il gruppo dei futuristi fiorentini che fa capo alla rivista “Lacerba” vista la sua “ben conosciuta abilità diplomatica”.
Il risultato sarà la mostra che si tiene a Firenze alla Galleria Gonelli tra la fine del ’13 e il gennaio del ’14 dove i futuristi milanesi si confrontano con Ardengo Soffici che da Firenze guarda a Parigi. L’esposizione a Cortona richiama il clima che circonda quel momento, proponendo alcune opere evocative del contesto – le Sintesi di paesaggio di Soffici affiancate agli Stati d’animo di Boccioni – ed altre opere esposte proprio nelle sale di Gonnelli: il “Ritmo astratto di Madame M.S.” (qui presentato nella versione del 1915 dal MART) o i due pastelli del 1913 “Tram in corsa” e “Tramway sur le boulevard” e il “Tango argentino” posti accanto ad analoghe ricerche condotte da Balla e Carrà.
Ma la necessità di trovare un sincretismo tra Cubismo francese e Futurismo italiano permane e la bellissima “Danseuse (Ballerina + mare)” dell’Estorick Collection è un manifesto delle teorizzate “analogie plastiche del dinamismo” e della ricerca con cui Severini mira a integrare aspetti della realtà della visione, con contenuti psichici che emergono liberamente nella memoria del soggetto percipiente.
Anche il confronto con Picasso, Braque e gli artisti della galleria “L’Effort Moderne” di Léonce Rosenberg vede un altro importante intervento conciliatore, per nulla facile, da parte di Severini che cura un intero numero della rivista “Valori Plastici” dedicato al Cubismo francese, mentre il suo avvicinamento al Classicismo si fa sempre più evidente nel richiamo ai trecentisti toscani, nella straordinaria “Maternità” del 1916, fiore all’occhiello delle collezioni severiniane di Cortona e in alcune incredibili nature morte cubiste – da “Le pot bleu” del 1917 dalla Fondazione Giorgio Cini a “Bohémien jouant de l’accordéon” datato 1919 dal Museo del Novecento di Milano – fino alla “Maternità (Jeanne e Gina)” del 1919-20, interamente costruita secondo proporzioni auree e nell’accordo dei toni arancio- verde-viola.
Le pitture murali dello studiolo delle maschere nel castello toscano di Montegufoni, ben descritte nel catalogo dell’esposizione e tra le quali ci condurrà il multimediale immersivo della mostra, saranno un altro passaggio fondamentale, che segna un esplicito richiamo alla toscanità e anche l’interesse crescente di Severini per le maschere della Commedia dell’arte italiana, condiviso con gli ambienti parigini d’avanguardia, compreso Picasso e i “balletti russi” di Diaghilev.
Quegli stessi personaggi agiscono, giocano e compiono funambolismi nello scenario dei Fori romani in alcuni pannelli realizzati, a fianco di un nutrito gruppo di artisti, per la celebre casa parigina del mercante Rosenberg e l’esposizione non mancherà di documentare, fra opere pittoriche e disegni preparatori, il ciclo completo delle scene.
La mostra si chiude con un altro focus, frutto di studi recentissimi e assolutamente nuovo per la ricostruzione della personalità artistica e del ruolo di mediatore di Severini: ovvero il dialogo, che il pittore cortonese si propone di risolvere, tra la Chiesa e la modernità, che trova l’appoggio del filosofo Jacques Maritain.

Maestro Lucchese
Madonna con bambino in trono e angeli, 1240 – 1250 circa
tempera e oro su tavola, 130 x 73 x 6 cm

Per la prima volta, l’esposizione a Palazzo Casali propone un percorso completo attraverso il ventennio (1925 – 1947) che impegna Severini in prima persona – da promotore della conoscenza tecnica e della pittura murale tra gli artisti – nella decorazione di alcune chiese svizzere, attraverso immagini in alta risoluzione delle pitture parietali (riprodotte in una sezione apposita del catalogo) accostate ai bozzetti, a taccuini di lavoro e ad alcune fonti, a partire dagli stimoli che gli derivarono dalla visita della mostra giottesca del ’37, evocata qui grazie all’eccezionale prestito della “Madonna con Bambino ed Angeli” della Galleria dell’Accademia fiorentina: opera già esposta nella mostra giottesca e riprodotta da Severini tra le pagine dei suoi “Ragionamenti sulle arti figurative” (1942).
Nell’ultima chiesa a Sion, Severini realizza una sintesi di tinte piatte giustapposte geometricamente, con uno sguardo da un lato a Matisse, dall’altro ai pittori francescani della propria terra.
E’ pronto per riprendere i contatti con Cortona, la città natale che aveva lasciato a sedici anni a causa di un “fattaccio” scolastico e che torna a frequentare regolarmente ogni estate dal 1946.
Riallaccia gli affetti d’infanzia, s’invaghisce ancor più di Signorelli e degli Etruschi e realizza la Via Crucis, cui la mostra, le sale del MAEC dedicate al pittore nel percorso museale permanete e gli itinerari severiniani in città rinviano (itinerari realizzati nell’ambito del progetto celebrativo con i fondi del PAC ), in un connubio straordinario tra arte, paesaggio e memoria.

Info:
CORTONA, Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona
Palazzo Casali, 5 luglio – 1 novembre 2026
cortonamaec.org