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II Testo Unico: una pilatesca abdicazione

Il 22 ottobre scorso il Consiglio dei Ministri ha definitivamente varato il nuovo Testo Unico dei Beni Culturali e si attende la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale perché, dopo l’ordinario periodo di 15 giorni, possa entrare in vigore. Diciamolo subito: si è perduta un’occasione unica per fare chiarezza sui principali problemi che il cosiddetto " diritto vivente" ha posto nella complessa materia. Problemi irrisolti, anche per i contrasti tra le diverse soluzioni offerte dalla giurisprudenza. Si dirà: la Legge di Delega (8 ottobre 1997 n. 352) consentiva solo di coordinare le disposizioni vigenti, senza alcun potere di modifica: quindi, il legislatore delegato aveva dei limitati poteri manipolativi. Ma questi ultimi, pur se limitati, egualmente esistevano e quando si trattava di prendere posizione su una pluralità di interpretazioni offerte dalla giurisprudenza, il legislatore delegato aveva il dovere, prima ancora che il potere, di esprimere la propria opzione. Non vi è dunque alcuna giustificazione a questa pilatesca abdicazione. Più ancora che esporre la struttura del testo normativo, mi preme ora sottolineare quali siano i maggiori problemi irrisolti. L’esercizio della tutelaCominciamo dal primo. Oggetto di tutela, si dice, in coerenza con l’art. 9 della Costituzione, è " il patrimonio storico e artistico della Nazione" . Ora, di questo patrimonio si possono avere due nozioni assolutamente diverse: una, meramente inventaristica, porta a farla coincidere con tutti i beni culturali rilevanti che, al momento dell’esercizio della tutela, si trovano nel territorio nazionale; l’altra, che chiameremmo " funzionale" , ne assume ad oggetto solo quel che è legato alla nostra storia nazionale. Secondo tale nozione, un bene culturale può essere tutelato solo quando si collega alla nostra cultura; quindi, non tutti i beni culturali ma esclusivamente quelli legati al nostro divenire storico, documentando non solo la nostra creatività ma anche, ad esempio, il nostro gusto collezionistico (come nel caso del famoso dipinto di van Gogh, " II Giardiniere" , che esprime una scelta d’avanguardia fatta da un collezionista italiano agli albori del secolo).Tale seconda opzione potrebbe prevedere un’eccezione solo nel caso di un valore universale: un bene, in altri termini, che non legato funzionalmente alla. nostra cultura, esprime un alto raggiungimento della creatività umana.Inutile sottolineare l’importanza di un’opzione nel primo o nel secondo senso: tanto per fare un esempio, nel caso Pagenstecker (venne proibita l’esportazione e fu esercitata la prelazione su dipinti di nessuna importanza della " Ecole de Paris" , appartenenti a persona straniera e con la stessa casualmente transitati per l’Italia: cfr. Il Giornale dell’Arte n. 99, apr. ’92, p. 29, ripubblicato nel mio Tra Arte e Diritto, II edizione, 1996, pp. 163 e ss.), si sarebbero dovuti ritenere estranei alla tutela i dipinti per i quali la proprietaria chiedeva la licenza di esportazione, in quanto non avevano alcun collegamento con la nostra cultura, intesa nel senso più lato. E non è che un esempio. Il legislatore delegato tace: mero " notaio della Corona" , che sceglie il volo basso e l’assenza delle responsabilità connesse a una precisa opzione. Il commercio di oggetti archeologiciAncora: vi è un tema sul quale sono dilaniati la dottrina e la giurisprudenza, quello relativo al commercio dei beni archeologici. Come è noto agli addetti ai lavori, si discute se il possessore di beni archeologici sia tenuto a dimostrare (in difetto gli verrà contestato un acquisto di malafede, vale a dire il delitto di ricettazione) che gli stessi provengano da scavi effettuati ante Legge 30 giugno 1909 n. 364 (la cosiddetta " Legge Bonghi" , prima fondamentale legge nazionale italiana in materia di patrimonio culturale), con un onere praticamente diabolico: la legge ha oltre 90 anni e la vita umana, normalmente, non supera questo limite! E’ dunque assolutamente impossibile trovare testimoni che possano riferire su quando i beni archeologici dei quali si discute siano entrati nella disponibilità del possessore o dei suoi danti causa. L’assunto accusatorio si fonda sul seguente paradigma logico: tutti i beni archeologici scavati post Legge 1909 appartengono allo Stato; pertanto l’eccezione è costituita dalla natura privata di tali beni, per provenire da scavi effettuati ante. Secondo la regola ordinaria, l’onere di provare l’eccezione appartiene a chi la allega.In contrasto, si oppone che il maggior numero di scavi sia stato effettuato nell’età umanistica e sino alla fine dell’Ottocento; che dunque di quanto circola, anche sul mercato, una percentuale altissima (alcuni indicano addirittura il 95%) appartiene a scavi ben anteriori alla Legge Bonghi. Dunque, la proprietà privata dei reperti archeologici non costituisce l’eccezione ma la regola, con quel che segue sul piano processuale.Sul punto, la giurisprudenza è estremamente divisa e segnaliamo, per la tesi sfavorevole all’accusa, la recentissima Cass., Sez. 3 Pen., 7 giugno 1999, estensore Pioeletti; per la tesi favorevole la Cass., Sez., 2 Pen., 7 giugno 1995, n. 12087. Anche questa volta il legislatore delegato sembra essersi trincerato dietro la famosa espressione di Pio IX (" non possumus" ), laddove era nel suo potere e nel suo dovere risolvere questo contrasto drammatico, che si trascina da vari anni nella giurisprudenza di legittimità e di merito, con un’incidenza della mera casualità proprio sul bene fondamentale della libertà personale: il fortunato che capita di fronte ad un Giudice garantista è assolto, lo sfortunato è definitivamente condannato.Si dirà: questa è la sorte normale dell’esperienza giuridica, ma compito del legislatore è cercare di limitare l’area della casualità nel campo del diritto penale, intervenendo, ogni volta che è possibile, non ad isterilire il dibattito giurisprudenziale (con la creazione di una sorta di Tribunale dei morti, come aveva fatto l’imperatore Teodosio II), ma a dare soluzioni di agevole riconoscibilità, idonee a creare una par condicio. Anche quest’occasione è stata perduta. Beni di interesse localeAncora: il legislatore delegato è costretto a una scelta nazionalistica, che rifiuta, da un lato, l’internazionalismo culturale (od anche caute aperture verso lo stesso), dall’altro, il regionalismo e quindi l’attribuzione della mera sussidiarietà all’intervento statale rispetto a quello regionale. Dico " costretto" perché le opzioni presupponevano un potere manipolativo maggiore di quello accordato dal legislatore delegante.Ma vi è un problema sul tappeto, nel confronto tra Stato e Regioni, di palpitante attualità e sul quale, trattandosi non di novare la materia, ma semplicemente di interpretarla, il legislatore delegato poteva e doveva intervenire: quello sulla nozione di beni culturali di interesse locale. Anche al riguardo rinvio ad un mio articolo apparso sul Giornale dell’Arte n. 105, nov. ’92, p. 70) (ripubblicato, come il precedente, nel mio Tra Arte e Diritto, II edizione, pp. 191 e ss.) e riassumo i termini del problema.La delega alle Regioni (attuata una prima volta con Decreto Presidente della Repubblica 616/77, quindi con Decreto Legislativo 112/98), sembra tuttora riferire alla loro competenza la materia dei " Beni di interesse locale" (almeno, il coordinamento tra i due testi non chiarisce il punto), ma quando si va, in concreto, a cercar di definire l’interesse sotteso al bene e ad individuare se esso sia, o meno, meramente locale, il problema diviene arduo e se ne è accorta la Corte Costituzionale che più volte è stata chiamata a dirimere conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni.Anche al riguardo, sarebbe stata oltremodo opportuna una formula definitoria ovvero il chiarimento se sopravviva la competenza per i " Beni culturali di interesse locale" . Il legislatore delegato, invece, ha preferito non cimentarsi: perché tra gli esimi giuristi che compongono l’Ufficio legislativo del Ministero, non ve n’è nessuno che sia vocato, contemporaneamente, alle due discipline dell’arte e del diritto ed il ricorso alle forze esterne è stato sotto questo profilo estremamente infelice. Uno svarione nelle fasiSe queste sono le lacune più vistose del Testo Unico, che ho colto ad una prima e sommaria lettura, non meno rilevanti sono gli autentici svarioni che, almeno in un caso, hanno addirittura introdotto delle autentiche modifiche in materia penale nonostante i limiti della legge di delega. Vediamo dunque questa grave violazione. Il Testo Unico è strutturato in due titoli: il primo, dedicato ai beni culturali (artt. 1-137); il secondo, dedicato ai beni paesaggistici ed ambientali (artt. 138-166). Nel primo titolo è recata una disposizione fondamentale, l’art. 22, che definisce la materia della tutela, attraverso una opzione casistico-descrittiva piuttosto che concettuale (e non intendiamo sindacare tale scelta).La disposizione reca un sesto comma, preso di peso dall’art. I/ 3 della Legge di tutela 1089 del 1939: " Non sono soggette alla disciplina di questo titolo, a norma del comma 1 leti. a), le opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga ad oltre cinquant’anni" . Dunque, questo principio " regge" l’intero primo titolo, determinandone la materia. Ora, nel primo titolo è compresa anche l’incriminazione di " contraffazione di opere d’arte" (art. 127, che racchiude le disposizioni penali recate nella ben nota Legge Pieraccini (20 novembre 1971 n. 1062). Conseguenza: le norme penali in materia di contraffazione di opere d’arte non dovrebbero trovare più applicazione per le opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga ad oltre cinquant’anni. Vale a dire: è possibile " contraffare" un’opera di Morandi del 1951, un’opera di Campigli o di de Chirico di età recente,il fatto sarà represso, come vedremo dopo, solo ove l’opera d’arte sia effettivamente venduta; come dire, secondo un vecchio adagio, " si chiude la stalla quando i buoi sono scappati" . La cosa, più che sbagliata, è addirittura paradossale: si limita la tutela penale avanzata, voluta dalla Legge Pieraccini, proprio nel settore in cui è più attuale, palpitante, l’esigenza di un suo presidio.E dire che il legislatore delegato era stato avvertito: nel corso del Convegno di Pontignano del maggio 1999 (al quale, peraltro, erano restati assenti sia il ministro Melandri sia, ed è più grave, il Capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero, che pure aveva assicurato la sua presenza), io avevo rilevato l’errore nella prima versione del Testo Unico e lo avevo chiaramente denunciato, sperando che qualcuno lo avesse riferito a chi di ragione.Evidentemente così non è stato e l’errore è rimasto anche nella sua seconda e definitiva versione che, sotto questo profilo, potrebbe essere emendata dalla Corte Costituzionale per eccesso di delega, ove la questione fosse portata avanti al Giudice delle leggi.L’errore non sarebbe in tal caso irrimediabile ma ciò non toglie che poteva e doveva essere evitato. Anche perché non è del tutto pacifico che la Corte possa intervenire. Infatti quando vi sia una sequenza di leggi penali, quella più favorevole al Reo deve trovare sempre applicazione, anche se abrogata per intervento della Corte Costituzionale, con la conseguente impossibilità, per questa, di eliminare le cosiddette " norme penali a favore" . Ove si accennasse tale ragionamento (e non sarebbe certo un ragionamento peregrino) l’intervento del Giudice delle leggi risulterebbe addirittura precluso.Si obbietterà che esiste una funzione di supplenza alla Legge Pieraccini, attuata attraverso le norma in materia di falso e di truffa: ed è parzialmente vero. Ma la Legge Pieraccini realizza una tutela avanzata, che precede l’apposizione di una falsa firma o la messa in commercio dell’opera contraffatta, quando sia palese la sua destinazione alla rivendita. E questa, che abbiamo chiamato tutela avanzata, esplica una funzione fondamentale nella repressione del falso d’arte, che non può essere circoscritta solo alle opere eseguite oltre cinquant’anni or sono o da autori non più viventi. Riservatezza sulla notificaAncora, sempre in tema di errori, l’art. 16/4 del Testo Unico contiene una ulteriore delizia: si prevede la " tutela della riservatezza" con riferimento alla catalogazione dei beni culturali notificati. Peraltro, l’art. 60 prevede l’inefficacia dell’alienazione in pendenza del termine per l’esercizio del diritto di prelazione, riservato allo Stato sui beni culturali notificati. Conseguenza: in nome della riservatezza, l’acquirente di un bene culturale non può accertare se questo sia stato o meno oggetto di notifica e quindi se l’acquisto da lui compiuto sia valido ed efficace.Ma, cosa ancora più grave: il Testo Unico contiene dettagliate disposizioni sulla denuncia di atti dispositivi, diversi da quelli di liberalità, relativi a beni notificati e contempla (art. 135/1) la nullità dell’atto di disposizione che non adempia a tali prescrizioni. Quindi, si può verificare che Tizio, nascondendo la notifica, venda un bene a Caio ed il titolo di acquisto sia radicalmente nullo. In nome della riservatezza, non è prevista alcuna tutela nei confronti dell’acquirente, che non potrà avere accesso al catalogo dei beni culturali notificati e quindi non potrà accertare una qualità della cosa oggettivamente rilevante. Una grave, manifesta violazione della regola generale dell’affidamento, che regge tutta la teoria giuridica della circolazione e che, nel giudizio di bilanciamento con la regola della riservatezza, doveva essere manifestamente privilegiata.Anche in proposito si potrà obiettare che la regola della riservatezza, nel nostro ordinamento, non è assunta come assoluta ed è, in linea di principio, temperata da altre esigenze; che queste (in particolare, l’esigenza di tutela dell’affidamento) potrebbero in concreto, caso per caso, esser dichiarate prevalenti. Ma il richiamo alla tutela della riservatezza tout court, senza alcuna sua attenuazione, creerà nuovi e non semplici problemi interpretativi laddove il Testo Unico era proprio " vocato" alla semplificazione. I compilatori del nuovo Testo Unico non hanno certo reso un buon servizio al Ministro che lega il suo nome a questo sventurato documento legislativo.

Autore: Fabrizio Lemme

Fonte:Il Giornale dell’Arte

Musei quale futuro?

All’indomani dell’approvazione della " Bassanini Due" , legge tesa alla semplificazione della pubblica amministrazione, occorre riflettere sulle poche righe, tanto laconiche quanto travolgenti, dedicate ai musei statali, che attribuiscono al Governo il potere di trasferirne la gestione alle regioni, alle province o ai comuni.La norma non figura nel disegno di legge originariamente proposto dal Governo: è stata inserita nell’articolato a seguito dell’ordine del giorno n. 9/2564/2, – presentato alla Camera dei Deputati nella seduta del 29 aprile scorso dagli Onorevoli Corsini, Novelli, Frattini, Di Bisceglie, Grimaldi, Sabattini, Bielli, Maselli, Boato, Pistelli, Massa, Veltri, Cerulli, Irelli, Migliori, Lumia.Il Governo cosi ha dovuto accollare nell’articolato posto in votazione con ricorso alla fiducia un emendamento che è l’attuale comma 131; ma il testo, che inizialmente prevedeva un obbligo per il Governo stesso ad operare il " trasferimento della gestione" , ora appare recepito in forma attenuata, con " può trasferire ecc." .Per valutare la portata della norma, ritengo che l’esame del testo della raccomandazione del 29 aprile offra un’autorevole chiave di lettura. Vi si dice che " preso atto che i compiti di tutela dei beni culturali e del patrimonio storico-artistico sono… esclusi" dall’ipotesi di conferimento alle regioni e agli enti locali (vedasi la legge " Bassanini Uno" ), la Camera " impegna il Governo a emanare entro nove mesi… decreti legislativi volti a conferire alle regioni e agli enti locali compiti e funzioni di amministrazione, gestione dei musei, nonché dei beni culturali e del patrimonio storico-artistico presente sul territorio, stabilendo altresì che per tali compiti e funzioni regioni ed enti locali possano avvalersi di soggetti privati" .In sostanza, si è definito un asse fra gli organismi rappresentativi delle regioni e dei comuni, da un lato, e un gruppo politicamente rappresentativo di deputati, dall’altro, il quale non ha accettato che l’importante complesso normativo approvato dalle Camere legislative con ricorso al voto di fiducia eludesse il problema della definizione dei poteri delle regioni e degli enti locali in materia di beni culturali, problema che si trascina da vent’anni. Se si lascia allo Stato la tutela – questa sembra essere la posizione – almeno si diano a regioni ed enti locali concreti poteri di gestione dei musei ora statali.La vicenda mi ha fatto venire in mente la celebre Deposizione dell’Antelami nel Duomo di Parma, ove ha una straordinaria evidenza la partita a dadi per l’aggiudicazione dell’inconsutile veste di Cristo. È infatti estremamente difficile – si pensi al patrimonio archeologico, ma non solo – decidere in nove mesi come e perché dei musei statali diventino regionali, provinciali e comunali: su questo manca qualsiasi riflessione pubblica, qualsiasi progetto, qualsiasi garanzia sul perseguimento di obiettivi di validità culturale e di pubblico interesse, mentre l’ammissione che la gestione potrebbe avvenire solo con forme di privatizzazione desta molti sospetti.Ma è il caso di procedere per gradi.Credo che la dimensione delle " autonomie" sia inscritta nell’identità storica del nostro Paese ben più profondamente della dimensione dell’ “unità” statale, perché il centralismo amministrativo è proprio di questi ultimi centovent’anni: ben poco, rispetto alla nostra lunga storia. L’unita dello Stato, poi, che personalmente ritengo un valore da non perdere, non può dirsi d’altra parte compiuta se non quando abbia adeguatamente valorizzato la dimensione locale dei molti fenomeni e valori della vita sociale; tra questi è certamente la ricchissima stratificazione, per aree e per epoche, di fenomeni antropologici, come i dialetti e la produzione artistica, che rende unico il nostro Paese.Nel caso dei musei e delle biblioteche di enti locali – depositari di una consistente porzione della memoria nazionale – la Costituzione (art. 117) affidò alle costituende unità amministrative regionali il molo di organo preposto all’opera di promozione e coordinamento delle ricche e variegate realtà locali. In particolare la Costituzione stabilisce su tale materia la competenza legislativa propria delle Regioni, sia pure circoscrivendo tale potestà " nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato.Le competenze rimaste allo Stato, tuttavia, (soprattutto dopo il Dpr 616/1977) sono state esercitate in modo non adeguato allo sviluppo del Paese, per l’incapacità clamorosa di esercitare a livello nazionale poteri di indirizzo e di rafforzamento di quegli organismi periferici, come le soprintendenze, che sono ormai da quasi un secolo i più vicini alla realtà territoriale locale e ai cittadini. D’altra parte, anche il tentativo di promuovere il ruolo delle Regioni nella tutela dei " beni culturali di interesse locale" è risultalo inadeguato alle prescrizioni del dettato costituzionale, perché l’azione regionale si è troppo spesso ridotta ad essere (almeno per le regioni più ricche) meramente regolatrice del trasferimento di fondi agli enti locali. Inoltre, le procedure di valutazione dell’impatto ambientale sono rimaste di fatto inapplicate.Il problema di fondo che oggi si pone. tuttavia, non è quello della capacità delle regioni o dei comuni di dotarsi di strumenti organizzativi adeguati.La novità è che non ci si interroga più sugli obiettivi della tutela, mentre sono sempre più numerosi coloro i quali ritengono comunque urgente la soppressione delle soprintendenze statali o almeno la devoluzione alle regioni o agli enti locali, oltre che dei musei statali, anche delle competenze nella tutela, incuranti del sovrapporsi in un unico livello istituzionale delle posizioni di controllore e di controllato; un’altra parte delle funzioni delle Soprintendenze, invece, potrebbe essere assolta, secondo un’analoga corrente di pensiero, direttamente dall’imprenditoria privata e la raccomandazione al Governo del 29 aprile è in questo senso estremamente chiara.Non era finora mai accaduto – neppure per la vituperata vicenda degli oltre 600 miliardi dei " giacimenti culturali" (finanziaria 1986, art. 15) – che la gestione statale dei beni culturali venisse così duramente messa in discussione da uno schieramento parlamentare variegato e trasversale, come avviene ormai da due anni. Imputati non sono gli archivi o le biblioteche; indire turismo, musica e spettacolo ancora non sono nelle competenze di un ministero " per i beni e le attività culturali" e su questo fronte solo negli ultimi mesi il Governo sta tentando di tracciare un disegno. Alla sbarra si trovano invece i musei e soprattutto l’azione delle soprintendenze per i beni ambientali e architettonici, se e in quanto il loro lavoro non venga a svolgersi con celerità e tempismo, almeno dal punto di vista delle forze imprenditoriali interessate alla trasformazione del territorio a fini produttivi.D’altra parte ciò accade in un momento di rischio per l’occupazione e, soprattutto, di cruciale innovazione in tutti gli aspetti istituzionali pubblici. È dunque importante che la tutela e la promozione degli immensi valori culturali storicizzati, di cui il nostro paese è depositario (nelle opere d’arte, come negli assetti urbanistici), non resti ai margini di questo processo.Credo che in questo difficile passaggio occorra far lavorare la memoria storica, come ha fatto su questo stesso giornale Vittorio Emiliani il 12 novembre 1995, nei giorni in cui l’abolizione della competenza statale nella tutela dei beni culturali e ambientali era a un passo dal compiersi. Ma occorre anche progettare un futuro che sia rispondente ai fenomeni storici di lungo periodo propri del nostro Paese. Per questo è indispensabile rigettare la logica della spartizione e adottare un metodo, proporsi dei principi che evitino di abbandonare l’attività legislativa a una cieca mediazione fra le lobby. Ritengo che, riguardo al " comma 131" , alcuni di tali principi possano essere i seguenti.Occorre anzitutto, dare un senso ad espressioni come " trasferimento della gestione" , la cui sommarietà, riferita a musei statali, ricorda da vicino la rozzezza dell’art. 47-quater della legge 85/ 1995. Gestione significa direzione? Ma allora perché tanti musei civici in Italia giacciono senza direttore professionale? Oppure significa gestione amministrativa e della vigilanza? E quale garanzia di autonomia, in tal caso, avrebbe il direttore rispetto all’assessore, quale ruolo rispetto alle risorse umane e finanziarie affidategli? Quali risorse economiche e strumentali aggiuntive si ritiene possano porre in campo regioni e enti locali, se non si modificano le loro regole di funzionamento?Occorre chiarire, preliminarmente a ciascun provvedimento attuativo del " comma 131" , quale vantaggio effettivo deriverebbe da esso per l’equilibrato rapporto tra fruizione e conservazione dei beni culturali interessati. Ciò rende necessario riaprire la riflessione sugli obbiettivi della tutela, evitando che la scelta degli strumenti preceda l’individuazione delle finalità.Occorre sempre chiarire, caso per caso, i termini di compatibilità effettiva tra la finalità di lucro – che è caratteristica ineludibile dell’impresa, pubblica come privata – e l’espletamento di funzioni tipicamente pubbliche, quando soggetti imprenditoriali intervengano nella gestione dei musei.Non ci si deve nascondere che il " comma 131" è solo il segno che il legislatore considera per ora ai musei, ma sembra protendere lo sguardo complessivamente verso le funzioni delle soprintendenze statali. Anche qui occorre tener fermi alcuni principi di metodo, tenuto conto dell’impatto comunque notevole che potrebbe avere nei prossimi anni l’applicazione estensiva del concetto di " sussidiarietà" .La ripartizione delle competenze fra stato e regioni deve seguire – e non precedere – l’individuazione degli obiettivi generali di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale che tutte le componenti della Repubblica debbono concorrere a realizzare.L’indispensabile cambiamento degli assetti istituzionali, inclusa la riforma del Ministero per i Beni culturali e ambientali, deve essere ispirato da tali obiettivi, evitando il rischio che la ristrutturazione degli organigrammi e dei poteri risponda a finalità a essi estranee.Non si deve dilapidare il patrimonio unitario giustamente nazionale, delle competenze professionali e della documentazione relativa al territorio. Ma occorre anche – con un processo ampio di rinnovamento delle strategie formative e delle regole di reclutamento degli addetti – riabilitare i soggoli pubblici locali alla partecipazione non marginale all’azione di tutela, che, comunque, lo Stato non può assicurare da solo. Resta il fatto che nei servizi per i beni culturali esiste attualmente in Italia un grave squilibrio tra le punte di eccellenza scientifica, tecnica, di ricerca e la mancanza di una capillare rete di distribuzione di tali competenze professionali sul territorio.I vincoli di tutela, soprattutto quelli su complessi di carattere monumentale e urbanistico, debbono evolvere, diventando documenti ricognitivi della " capacità di portata" e della " vocazione d’uso" dei beni tutelati: come tali, dovrebbero diventare propositivi (sia pure in termini generali) e non soltanto impeditivi: ne risulterebbe promossa la necessaria integrazione fra tutela e pianificazione urbanistica. in assenza della quale i conflitti di interessi pubblici e privati, insorgenti nella fase ormai realizzativa delle modifiche territoriali, divengono devastanti.La programmazione dettagliata degli interventi di ricerca, documentazione, conservazione e valorizzazione, per la parte di competenza dello Stato, è funzione che deve essere trasferita dall’amministrazione ministeriale centrale ad organismi di concertazione a livello regionale, nei quali tutti i soggetti pubblici responsabili dei beni culturali possano concordare tra di loro indirizzi e piani attuativi, fino alla progettazione coordinata e all’esecuzione delle opere o forniture di servizi, eventualmente ricorrendo alla indizione congiunta delle gare d’appalto.A costo di trarre ispirazione dalle sapienti leggi di fine Ottocento, occorre semplificare l’attuale gestione contabile pubblica nel settore dei beni culturali, per renderla adeguata alla realizzazione di progetti di prevalente funzione culturale, spesso oggi ingiustamente equiparati a opere pubbliche di carattere strumentale o economico.

Autore: Pietro Petraroia

Il biglietto dei musei scontato della metà per i giovani e i docenti

Biglietti dei musei a metà prezzo per i giovani dell’Unione europea tra i 18 e i 25 anni e per i docenti di ruolo nelle scuole statali. Lo sconto è previsto dal decreto 28 settembre 1999 n. 375 del Ministero dei Beni culturali, pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 253 del 27 ottobre. Per compensare la perdita degli incassi, viene innalzata da 60 a 65 anni la soglia di età degli aventi diritto all’ingresso gratuito. Finora erano esonerati dal pagamento del biglietto i giovani con meno di 18 anni e le persone oltre i 60 anni: così prevede l’articolo 4 del decreto 507/97 sull’istituzione del biglietto di ingresso a musei, gallerie, scavi di antichità, parchi e giardini monumentali dello Stato. Il decreto 375 riformula l’articolo 4, introducendo nuovi esoneri e sconti ed estendendoli a tutti i cittadini dell’Unione europea e, a condizioni di reciprocità, anche a quelli extra-Ue. Il nuovo quadro è, pertanto, il seguente. Oltre ai soggetti già contemplati nella precedente versione dell’articolo 4 (guide e interpreti turistici, personale del Ministero dei Beni culturali, componenti dell’International council of museums, gruppi o comitive di studenti delle scuole statali e non statali italiane accompagnati dagli insegnanti) possono usufruire dell’ingresso gratuito anche i cittadini della Ue con età compresa fra 18 anni e 65 anni; le comitive di studenti di scuole della Ue accompagnati dagli insegnanti; i docenti e gli studenti delle facoltà di architettura, conservazione dei beni culturali, scienze della formazione, e dei corsi di laurea in lettere o materie letterarie con indirizzo archeologico o storico-artistico delle facoltà di lettere e filosofia; i docenti e gli studenti delle accademie di belle arti. Gli studenti possono ottenere il biglietto gratuito dietro esibizione del certificato di iscrizione per l’anno accademico in corso. Hanno, invece, diritto allo sconto del 50% sul prezzo del biglietto: i cittadini dell’Unione europea di età compresa tra i 18 e i 25 anni; i docenti di ruolo delle scuole statali.

Dalle antiche civiltà lo stimolo dell’unione

Il discorso che il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha tenuto il mese scorso a Luxor (qui sotto ne pubblichiamo uno stralcio) non ha mancato di suscitare l’attenzione degli archeologi e di chi della ricerca ha fatto una ragione di vita. L’allocuzione presidenziale – ispirata al rapporto che unisce Italia ed Egitto nel campo degli studi archeologici – è in realtà una riflessione ben più ampia e articolata, volta a sottolineare il senso profondo della ricerca archeologica come via privilegiata per migliorare la comprensione e la coesione tra i popoli, in particolare quelli che si affacciano sul Mediterraneo.Il passato è testimonianza e ispirazione per il futuro nel Mediterraneo. Avvertiamo ovunque il respiro delle grandi civiltà succedutesi senza interruzioni per millenni. In Egitto il senso del passato è più forte che mai, forse perché è proprio questa la terra che ha visto nascere la prima grande civiltà mediterranea; forse perché è una presenza così suggestiva e così fisicamente maestosa.Il tempio di Luxor, egizio, divenuto poi luogo di culto prima greco-romano e poi paleocristiano, oggi con una Moschea nel suo interno, è un simbolo impressionante di un intreccio di culture che è unico nel mondo. Le civiltà che ci hanno preceduto ci hanno trasmesso una enorme eredità. Preservarla e valorizzarla è un dovere verso l’intera umanità, e un problema ben presente in Italia, come in Egitto. La presenza di una grande eredità culturale del passato, egizia, fenicia, greco-romana, cristiana, ebrea, islamica, medioevale, rinascimentale, è patrimonio dell’intero Mediterraneo. Nasce dallo sviluppo di civiltà diverse, incontratesi e scontratesi, ma che sempre si sono influenzate e arricchite a vicenda. Il rapporto fra culture diverse e la loro capacità di coesistere e di interagire, che è uno dei problemi di fondo di questo nuovo " millennio" , trova nel Mediterraneo un habitat naturale, perché affonda nella storia.E’ quindi importante per l’Egitto, per l’Italia, per tutti i Paesi rivieraschi, prendere coscienza di questo patrimonio culturale comune che abbraccia oltre quattro millenni di storia. I monumenti dell’antichità sul nostro suolo sono le radici della nostra identità contemporanea, sono la visione che ci può accompagnare nel futuro. La riscoperta di un enorme patrimonio artistico, architettonico, archeologico che abbraccia tutte le civiltà mediterranee è una presa di coscienza che apre la via a una genuina collaborazione culturale fra Paesi europei, nordafricani e mediorientali. L’inventario dei siti e dei monumenti esistenti, il loro recupero culturale, il renderli accessibili al grande pubblico aiutano i diversi popoli a conoscersi meglio, a trovare contenuti comuni o affini. Questo è quanto la cooperazione dell’Italia con l’Egitto sta cercando di fare. Nella Valle delle Regine, come nel museo egizio del Cairo, come in passato nel salvataggio dei templi della Nubia, le nostre università e le nostre imprese hanno lavorato insieme con gli egiziani, ottenendo risultati che trascendono l’interesse nazionale dei singoli Paesi. Di tutte queste opere beneficia oggi l’intera umanità.In campo archeologico, l’Italia è presente in Egitto dall’inizio del secolo XIX. Negli ultimi anni abbiamo cercato di dare una maggiore coerenza ai nostri interventi e li abbiamo estesi a tutte le componenti del patrimonio storico e monumentale egiziano: faraonica, greco-romana, copta e musulmana. Guardiamo con grande interesse alla prospettiva di collaborare alla realizzazione del nuovo museo egizio di Giza, alla partecipazione continuativa all’attività di studio attraverso il comitato scientifico italo-egiziano e allo scambio di competenze professionali nel restauro e nella valorizzazione del patrimonio culturale. Restauriamo perché siamo convinti che il ripristino delle antichità nello stato originario sia un’infusione di linfa vitale nell’identità nazionale. Un’operazione tanto più importante nel contesto di integrazione economica e tecnologica mondiale che ci investe tutti. Dobbiamo respingere la tentazione di protezionismo culturale: una cultura che ripieghi su se stessa, che tenda a isolarsi, segna il proprio declino. La globalizzazione ci deve spronare a valorizzare e promuovere tutte le singole culture nella loro diversità e originalità. La riscoperta delle nostre radici, in parte comuni, ci permetterà di comprendere e di apprezzare in pieno il valore delle nostre diversità.

Autore: Carlo Azeglio Ciampi

Fonte:Il Sole 24 Ore

I cosacchi a Roma: il Testo Unico e la rabbia inutile

La criminalizzazione ideologica del commercio dei beni di antiquariato ha potuto prosperare in anni passati, non troppo lontani, per molteplici ragioni concomitanti. L’estremismo intellettuale della cultura del tempo, con l’accusa mostruosa che tutto fosse un bene collettivo da espropriare, etichettando come furto la lecita proprietà, ha nutrito le malferme coscienze di studenti e di giovani che per populistici progetti di potere hanno a lungo intasato le Università, le cattedre, le Sovrintendenze, immettendo nei ruoli individui di preparazione e di cultura non vagliate da esami o da concorsi che, seppure non perfetti, potessero comunque valutarne il merito e la competenza.La scarsa opposizione accademica della cultura si alimentava dall’atteggiamento di sufficienza di alcuni di fronte ad un fenomeno che " una volta sfogatosi sarebbe comunque rientrato nei ranghi" ; oppure da un atteggiamento di contagiosa paura, di insicurezza nei propri convincimenti, certamente assai labili, mentre altri preferivano lo sdegno, ritirandosi nelle proprie torri eburnee. Molti insomma accondiscesero, moltissimi cavalcarono la tigre e ben pochi, ma a questi si riconosce un gran merito, ebbero la forza di opporsi conservando, come monaci del medioevo, i fuochi di una vera coscienza di studio e di libertà intellettuale. D’altro canto, i mercanti, o meglio i commercianti di associazioni massificate, avevano creato e sostenevano manifestazioni il cui slogan " L’antiquariato per tutti" era la spia evidente di un fraintendimento, non posso dire doloso ma certamente cialtronesco, rivelatore di quanto ai commercianti di oggetti artistici o di antiquariato veniva ascritto, cioè di non curarsi affatto del valore culturale della propria professione, ma di consumare il mercato dell’ arte con voracità pari all’insipienza di non capire che il vero motivo di opposizione era la difesa della propria professionalità. Così, in tempi in cui veniva tessuta la rete vischiosa di una burocrazia e di una legislazione paralizzante per il mercato dell’arte, i commercianti d’arte come l’acqua che si infiltra nei possibili pertugi, pensavano piuttosto a trovare singolarmente le proprie vie di interesse economico.Un trentennio circa è passato da quegli anni e se analizziamo con uno sforzo di obiettività il presente, ci rendiamo conto che da parte dei mercanti c’è stato un diffuso accrescimento del valore del proprio ruolo. Ciò è dovuto non solo ad una crescita generalizzata della società, almeno nel senso dell’informazione e della possibilità di acculturazione (pure se rischiamo lo sbandamento per l’eccesso di mostre e manifestazioni più spettacolari che culturalmente necessarie), ma anche per una più profonda consapevolezza dei singoli operatori della propria professionalità e della necessità di un mercato trasparente con una conveniente ed aperta collaborazione con gli organi della tutela e del recupero. E se un’opera ormai decennale dell’Associazione Antiquari d’Italia ha contribuito a migliorare l’immagine dell’antiquario professionale ed a meritare il rispetto di Sovrintendenze e Carabinieri, il problema vero è lo scarso ascolto che gli antiquari hanno in sede ministeriale e più latamente legislativa. Si fa urgente una complessiva proposta da parte dell’Associazione di modifiche al testo Unico, perché ci rendiamo conto che i convegni e le tavole rotonde hanno una grande importanza, in esse gli antiquari trovano almeno la soddisfazione per la comprensione alla loro complessa situazione legislativa, ma se da una parte legislazione, giurisprudenza e dottrina sembrano correre su binari paralleli ma poco convergenti, anche la moderazione dei singoli Soprintendenti cozza contro il complesso legislativo che non lascia scampo. Difatti la legge presenta a tutt’oggi delle aberrazioni che, sia pur sottolineate più volte, varrà la pena di non sottacere. La qualità e la necessità del controllo dei registri crea intralcio al commercio e ingorgamento agli uffici delle Soprintendenze. Il commercio è reso difficoltoso per l’interno della prassi, unica al mondo, di richiedere al compratore al di là delle fatture, i documenti, imponendo al mercante di svolgere la mansione non pertinente di inquisitore. In casi di acquisti all’estero l’assurdo di dover certificare presso Enti o pubblici ufficiali del posto la provenienza dell’opera dal paese del venditore ostacola e spesso impedisce la importazione di opere d’arte in Italia. Per converso, per la vendita occorrono quaranta giorni dopo di due gradi di giudizio per conoscere l’esito di richieste d’esportazione. Ancora, corollario a quanto sopra, la notifica, soggetta di fatto alla discrezionalità dei singoli e pertanto profondamente ingiusta e non in linea ad un’Europa che vorrebbe dirsi unita. Ma il provvedimento più stolto, perché pur sotto la celata intenzione di nazionalizzare il maggior numero d’opere d’arte, otterrà l’effetto contrario, è quello di abolire il rinnovo delle licenze di temporanea importazione alle prossime scadenze quinquennali. Si ha la titubanza di sottolineare l’emorragia delle opere soggette a tale disciplina del nostro paese per essere offerte al collezionismo nazionale, ma libere di circolare in quanto provenienti dal mercato internazionale, perché la paura è che invece del ripristino della norma precedente, l’ottusità burocratica possa produrre un irragionevole quanto illegale chiusura delle esportazioni. Accanto a queste inqualificabili distorsioni dello strumento della tutela prodotte da una classe politica intollerante ha fatto meraviglia l’acquiescenza degli uffici delle sovrintendenze che, pur coscienti, hanno saputo, voluto o potuto opporsi alla irragionevolezza. Ci auguriamo di veder pubblicate le opere notificate dalle sovrintendenze dal dopoguerra ad oggi per valutare come l’ideologia abbia snaturato la capacità di giudizio sulle opere d’arte. Il concetto di bene culturale, così onnicomprensivo assomiglia stranamente alle teorie degli epigoni arganiani di considerare ciascuna (non il prototipo, ma ripeto ciascuna) sedia Thonet come bene non commerciabile. Non sarà, dopo qualche vaghissimo spiraglio di liberismo, uno strisciante modo di riproporre quel giacobinismo che speravamo definitivamente sepolto?

Fonte:Il Giornale dell’Arte