Archivi autore: Amministratore

Anche il radar per le diagnosi dei monumenti

Restauro 2000, il salone internazionale dell’arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali che si è svolto recentemente a Ferrara, è il punto d’incontro più importante per gli operatori del settore. Ma chi si fosse aspettato di trovarvi unicamente abili e pazienti artigiani sarebbe rimasto deluso. Ovviamente c’era anche chi riproduceva, tessera dopo tessera, l’infinita complicazione di un mosaico bizantino. Ma, accanto a questi esperti di antichi saperi, c’è oggi una schiera di specialisti delle nuove tecnologie. E’ infatti soprattutto nel settore " diagnostica e prevenzione" che si sta realizzando una serie di importanti progetti di ricerca. L’indagine diagnostica è condotta con diversi metodi: si va dall’analisi matematica delle linee di struttura di un edificio, allo scopo di simulare le condizioni di criticità dell’equilibrio delle strutture statiche, alla scansione automatica di oggetti 3D (3D scanning) per l’acquisizione di dati geometrici tridimensionali relativi alle sculture. I materiali vengono anche esplorati in profondità per rilevarne eventuali difetti strutturali o per riportare alla luce strati antichi ricoperti da restauri successivi e da incrostazioni: le tecniche impiegate sono gli ultrasuoni, le indagini spettroscopiche (utilizzate, per esempio, per il recupero di pitture perdute su vetrate antiche), il radar, il laser, la fotografia e riflettografia a infrarossi.Tutte queste tecniche esplorative hanno, è importantissimo notarlo, un impatto bassissimo sugli oggetti studiati. Al lavoro di diagnostica segue naturalmente, in caso di necessità, l’intervento di recupero, anche questo attuato in maniera il più possibile non invasiva e rispettosa del costrutto antico: pulitura laser dei materiali lapidei (che permette una pulitura selettiva dei vari strati sovrapposti) e impiego di colori e sostanze antibatteriche e fungicide per restauro " tradizionale" . Il recupero però non si limita al restauro di statue e dipinti, ma si effettua anche su edifici, ponti e monumenti. In questi case le strutture architettoniche a rischio (anche sismico) vengono rifasciate con teli sottilissimi in fibra di carbonio e resina. Le fibre dei teli sono disposte tutte in un unico verso per facilitare lo scarico delle forze esercitate sulle strutture originali, alla quali aderiscono perfettamente; una mano d’intonaco le rende praticamente invisibili. Ma la ricerca non si ferma ai nuovi materiali. Anche quelli ‘storici’ vengono ripensati, per rivalutarne le potenzialità, soprattutto in termini di elasticità ed ecocompatibilità. Accanto a mezzi e materiali d’avanguardia assistiamo ad un rinnovato uso di legni e mattoni a malta di calce che, oltre ad essere biodegradabili, sono meno rigidi di cemento armato, ferro e calcestruzzo, e si adattano meglio ai naturali assestamenti delle opere architettoniche. Le fasi di diagnostica e recupero sono accompagnate da un importante lavoro di archiviazione e mappatura dei beni culturali, che si appoggia sulle nuove tecnologie informatiche multimediali e sulla diffusione dell’informazioni via Internet, sia a scopo di ricerca, sia a scopo di educazione. Sempre a proposito di archiviazione, si sta cercando di catalogare e archiviare, con l’impiego di software per la gestione di database, l’immenso patrimonio librario italiano, dai codici manoscritti ai documenti catastali. Nel panorama del restauro italiano, un esempio è dato dalla Toscana, che con una serie di progetti in via di realizzazione in tutte le fasi sopra delineate (diagnostica, recupero, archiviazione), rappresenta anche il nuovo orientamento del settore, che vede una sempre maggiore compartecipazione di enti pubblici e imprese private. L’ingresso nel settore delle competenze dei privati determina un aumento dell’offerta progettuale, aumento che rappresenta, secondo l’architetto Andrea Alberti, della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Ambientali di Ravenna, una garanzia di qualità.

Autore: Francesca Noceti

Fonte:La Stampa

Dal Rito al sito: l’elettronica demusealizza il museo

La Biennale di Venezia del 1999 è stata contrassegnata dall’ingresso forte e diffuso dei mezzi elettronici sulla configurazione dell’immagine contemporanea. Artisti come Gordon Douglas e il suo cinema allo specchio, o Pipilotti Rist e le sue provocazioni giovanili erano impegnati in ogni forma di manipolazione del video, più o meno digitale, e delle foto, ritoccate digitalmente sovraesponendo la presenza dei media elettronici. Anche gli artisti dei paesi emergenti come la Cina erano presenti con video, foto digitali e forme mediatiche e si collocavano con autorità negli umori contemporanei e nelle sue possibilità narrative sia nel video d’autore sia nelle videoinstallazioni. L’uso del video, della foto digitalizzata, l’inizio di un’indagine sulla Rete, le diverse ibridazioni nate dal prepotente insorgere dei linguaggi digitali e dal loro diffondersi in tutti i livelli della comunicazione sono stati riflessi e legittimati alla Biennale di Venezia come in precedenza in altre mostre o scene artistiche, ad esempio quelle americana o inglese. L’evento ha provocato in Italia una forte sorpresa e un sommovimento che sembrano proporzionati alla precedente scarsa attenzione prestata a questi temi. Scarsa attenzione e ancor più curioso distacco da quello che per il momento è una fulminea diffusione di mezzi e di idee nuove, ma che domani diventerà un’area di gestione dell’immagine integrata e significativa di tutto il sistema dell’arte, dalla scuola alla galleria privata, dalla ricerca al museo. Mentre il mercato, le gallerie d’arte e gli artisti in Italia cercano faticosamente i mezzi e i modi per ricercare nelle nuove direzioni, diventa subito significativo e interessante il problema del come si collochi il museo in un paesaggio mutato al di là delle previsioni del moderno. Se poi consideriamo l’enorme ricchezza di mezzi di produzione e di seduzione messi in atto dall’ultima generazione di musei d’arte contemporanea, ci rendiamo conto che il Guggenheim di Bilbao, la nuova Tate di Londra e i tanti nuovi musei vogliono portare oggi l’arte contemporanea a nuovi spazi di utenza attraverso la sua " glamourizzazione" , attraverso un’immagine di ambita meta di qualificazione sociale e " dovere sociale" , di fastosa e aggiornata presenza sul mercato delle comunicazioni. Come utilizzare le nuove tecnologie in quella realtà voluta e negata insieme dal " moderno" che è il Museo d’arte?Il museo elettronico" Musei Elettronici" in questo momento può voler dire tre cose. Un Museo d’arte che utilizza gli strumenti elettronici per fini di informazione e promozione, come i siti Internet, l’e-mail come comunicazione e pubblicità, il video come strumento di documentazione e spot pubblicitario (come anche il Louvre ha fatto in via sperimentale), le installazioni virtuali come momento sperimentale e promozionale. Un museo scientifico che utilizza installazioni di tipo estetico nella finalità di indagare e mostrare le possibilità espressive e comunicative delle nuove tecnologie, attuando quindi un ponte tra i due specifici. Un museo d’arte contemporanea che apre uno specifico settore dedicato alle forme espressive sperimentabili con le nuove tecnologie. I nuovi media hanno rilanciato nel campo estetico l’attesa di un’arte non museale, di un’integrazione inedita fra creatività e vita quotidiana, di un’estetica della comunicazione infinitamente democratica e democratizzante, che crea e istituisce regole creative profondamente nuove. Attese, speranze, ipotesi che appartengono agli atti di fondazione dell’arte contemporanea, nata sul completo rinnovamento dell’idea di arte, e presente ancora oggi in tanta parte della produzione contemporanea attraverso molteplici attraversamenti di spazi sociali, di funzioni, di dimensioni. La volontà di occupare spazi socializzati disperdendo in questi l’oggettualità e compattezza del prodotto visivo è anzi una delle caratteristiche riconoscibili del " moderno" .Quante di queste ipotesi diventano ora reali?Il processo di integrazione in atto fra neo-tecnologie e strutture dell’arte supera la fase delle mostre di tendenza e tende a collocarsi nei musei, come unici spazi in cui è possibile attuare le complesse installazioni necessarie e configurare i rapporti con un pubblico di massa. Ma a differenza di altri linguaggi, con le tecnoarti ci ricollochiamo di fronte all’" ipotesi museo" con linguaggi tutti tesi a processi e non a prodotti, diversamente fruibili, tutti diretti a spazi socializzati che siano " laboratorio" e non " museo" . E molte cose saranno da verificare in questa fase delicata del passaggio delle arti elettroniche dalla marginalità all’appartenenza, da forme eccentriche coraggiose e utopiche al campo acquisito del contemporaneo. Il museo è tradizionalmente il luogo di conservazione di opere originali di cui non è contemplata una replica che abbia il valore dell’originale. Il museo che introduce le nuove opere tecnologiche tratta un prodotto digitale che può essere venduto come un esatto clone dell’originale, senza perdita dell’originale e del suo valore. Questo modifica alla radice lo status di conservazione del museo e apre a nuove e diverse soluzioni applicative. Socializzazione – Fruizione – Distribuzione – Legittimità o Valore, sono i valori in campo su cui si giocano le nuove realtà museali integrando i lavori delle tecnoarti e i valori che queste rappresentano. La socializzazione del valore estetico è una posta in gioco dell’arte moderna a partire dalle avanguardie storiche, così come le pratiche di apertura della dimensione estetica e il suo trasferimento nel quotidiano. La trasformazione del valore estetico in valore di conoscenza e del valore dell’oggetto in valore di processo richiedono non un museo di conservazione; piuttosto un centro culturale aperto a una vasta gamma di bisogni fruitivi, a una pratica che mette in questione altre pratiche e innesta processi di umanizzazione della tecnologia, di spostamento del prodotto estetico verso le pratiche ludiche, verso una definizione diversa del rapporto creatore-fruitore. Per definire una situazione di mobilità operativa e di forte investimento tecnologico l’ipotetico centro deve contenere laboratori di suono e immagine digitale con cui poter produrre a costi contenuti opere tecnologicamente complesse e seguirle nel loro funzionamento. Marcel Duchamp aveva progettato la " Botte en valise" , una valigetta 24 ore in cui erano contenute le sue opere in riproduzione " originale" . Tutto il suo lavoro era divenuto portatile, un micro-museo per un’arte in via di mutazione continua. Ugualmente un museo di elementi microdefiniti, intercambiabili, psicologicamente mutabili e concretamente ricollocabili è quello oggi pensato per un nuova funzione dell’arte. Strutture immateriali, fruizioni in progress, pubblico attivo e fisicamente dialogante è l’immagine emergente del nuovo " spazio estetico" contemporaneo. Museo come produzioneUna pratica già in atto, ad esempio all’ " Ars Electronica" di Linz, è quella di proporre il laboratorio digitale per attività di " arte applicata" a industrie o istituzioni collegando la creatività estetica e le sue scoperte linguistiche a moduli applicativi. Queste scelte possono aprire anche a pericoli di direzione creativa o a una crescita abnorme della possibilità decisionale del museo-centro, ma hanno anche una possibilità di sviluppo vasta e stimolante, sia come progetto culturale sia verso l’autonomia economica oggi sostenuta nei musei classici con modeste operazioni di commercializzazione delle icone famose dell’arte. Arte verso scienzaPossiamo già fare alcune verifiche su alcuni musei da diversi punti di vista. Idea di un museo con obiettivi di aggiornamento e di socializzazione dell’arte, il Centre Pompidou di Parigi ha creato una delle più aggiornate e importanti collezioni di videoarte che lo collocano all’avanguardia dell’utilizzazione del medium. Partendo dal video ha poi legittimato la collezione dell’audiovisivo e dei supporti elettronici e digitali come importante forma espressiva e come media di ricerca avanzata producendo riviste d’arte digitali, Cd-Rom, e creando, nell’ottica di un museo d’arte contemporanea, le trasformazioni necessarie per un inserimento dei mezzi digitali. Arte moderna e arti elettronicheImportante esperimento di integrazione del frammentato territorio estetico, lo Zkm di Karisruhe contiene, nella struttura modernista di una grande fabbrica storica, una Galleria d’arte moderna, una Galleria d’arte contemporanea, un Museo dei nuovi media e un Centro di ricerca digitale, un Centro di ricerca elettroacustica. Con l’ambizioso progetto di rifondare il concetto di museo d’arte moderna, il Museo di Karisruhe pone la sua candidatura a istituzione esemplare mettendo in discussione la formula classica del museo. Il dato di assoluta novità è l’aggregazione dei linguaggi mediatici al corpo dell’arte in maniera forte, l’avvenuto contatto fra l’arte contemporanea e i suoi umori " negativi" e l’attivismo utopico della nuova arte tecnologica in collegamento con l’arte moderna in un’idea di continuità e adiacenza che finora era stata praticata. Il collegamento con il contemporaneo avviene attraverso l’esperienza del video e delle installazioni extramedia lette come antecedenti al nuovo salto operativo del digitale. Il settore dei nuovi media raccoglie una ventina di opere interattive e virtuali come " La città leggibile" di Jeffrey Shaw e " La crescita interattiva delle piante" di Mignonneau e Sommerer, i lavori di Agnes Hegedus e Bill Viola. La presenza della mediateca fornita di videoarte e Cd-rom, la collezione digitale di musica, le opere su Internet ecc. affiancata ai due laboratori digitali dell’immagine e del suono, propone Karisruhe come un incrocio inedito di linguaggi digitali e di nuovi linguaggi creativi e comunicativi. Da ipotesi diverse apre il " Centro Ars Electronica" di Linz. Mentre il Museo di Karisruhe compie un massiccio sforzo di collegamento fra arte moderna e arte mediatica, Ars Electronica propone un " padiglione scientifico" in cui l’elemento di base è il " Nuovo Elettronico" , strutturato non per " correnti espressive" , ma per strumenti tecnologici: linguaggi in rete, realtà virtuale ecc. Un " Cybercafè" aperto al pubblico permette di navigare e accedere a progetti in rete; l’intero padiglione è strutturato per utilizzare ogni possibile recente applicazione tecnologica, dalle consultazioni in rete, ai database, agli archivi digitali, alle forme di linguaggi interattivi collegate ovunque, anche nell’ascensore, dove è possibile navigare nel tempo della ascesa-discesa all’interno di un corpo umano o di un pianeta. Efficiente spazio di consultazione e prova delle ultime tecnologie, il Centro si sviluppa su quattro livelli, uno dedicato ai lavori di ‘realtà virtuale’, attrezzato per una esperienza sensoriale di ‘navigazione’, e per l’esposizione di opere. Un altro piano utilizza procedimenti di interattività, di navigazione, di dislocazione dello sguardo, di distacco della percezione motoria e di scambio percettivo nel passato già presentati nei festival annuali Ars Electronica e oggi calati nella pratica quotidiana di uno studio di ricerca ed esposizione. L’intero centro è inoltre attrezzato per consultazione in rete e pratica di gruppo a fini didattici, secondo il modello dei ‘Musei della Scienza’, di cui il Centro presenta una forma ibrida, collocando accanto exhibit scientifici e opere creative. Il Centro per Intercomunicazioni, ‘Icc’ di Tokyo propone ancora un’altra ipotesi. Basato sulla comunicazione, lavora promuovendo il dialogo fra arte e scienza. Aree espositive di diversi tipi vengono usate per speciali installazioni tecnologiche o per mostre tematiche, uno spazio-laboratorio con computer e apparati di proiezione ospita artisti per workshop, piccole mostre e laboratorio con i bambini. Una sala di proiezione per la visione della storia del cinema sperimentale e del video e una ‘Biblioteca elettronica’ permettono di consultare i ‘database’ del Centro, navigare in Internet, Cd-rom e video. Scienza verso arteNel Museo delle Scienze ‘La Villette’ a Parigi si sono praticate aree di dialogo fra scienza e arte e il museo, vastissimo e tutto dedicato alla divulgazione scientifica, ha aperto ricerche in collaborazione con artisti plastici, per esempio Claude Paure e il Gruppo Ars Tecnica che hanno indagato attraverso convegni e rassegne le possibilità applicative di progetti estetici costruiti sulle possibilità delle nuove tecnologie. Un’altra ipotesi di rapporto fra scienza e creatività è quella del nuovo Museo Metropolis ad Amsterdam. All’interno il museo si presenta come un gigantesco parco giochi a più piani dove tutto ciò che è dato scientifico viene trasformato in gioco istruttivo e manipolativo. Dall’economia alla fisica, dalla bioscienza alle tecnoscienze, tutto è gioco applicato, invito alla sperimentazione di pratiche di coinvolgimento tattile e psicologico con la materia e i suoi dati scientifici e tecnologici. Famiglie intere invadono il museo ogni fine settimana e indubbio ed entusiastico è l’avvicinamento didattico al problema della tecnoscienza. All’ultimo piano del Museo si può interagire con installazioni incentrate sull’idea della mente e delle funzioni psicologiche. Là, in mezzo a ricettori di onde mentali che indagano sulle nostre reazioni a immagini e concetti, ecco l’auspicata integrazione fra funzione estetica e comprensione, conoscenza, didattica dell’arte e arte, sociale e ricerca. In questo contesto di ‘navigazione didattica’ vengono inseriti lavori interattivi che attraverso Spazi sensorizzati permettono al pubblico di attivare sequenze enigmatiche e oniriche che trasportano sul piano estetico le tematiche dei dispositivi scientifici. In un contesto di divulgazione scientifica si inserisce quindi un più complesso trattamento della tecnologia, con le caratteristiche trasversali, non direttamente funzionali tipiche dell’espressione creativa. Interessante è anche l’ipotesi del Museo d’Arte Moderna di Montreal, dove vengono poste forme di integrazioni fra arte e linguaggi di diverso tipo con un sito attraente ed esauriente nell’uso tecnico. Le possibilità della ‘navigazione virtuale’ aprono un’area di pronta applicazione e di grande fascino divulgativo per i musei. Un esempio significativo è il ‘Multi Mega Book’ di Fischnaller e Maharaj Singh. Il lavoro si propone come un ‘Ipertesto’ navigabile come realtà virtuale e tridimensionale grazie agli appositi occhiali e la navigazione è un percorso che definisce il passaggio dalla cultura del libro a quella del digitale attraverso passaggi fra l’iconografia rinascimentale e il moderno paesaggio mediatico. La problematica aperta è vasta: come creare prototipi multimediali che abbiano capacità di creare apprendimento e avvicinamento a vaste quantità di dati culturali in una società dove l’uso del patrimonio artistico diventa sempre più vasto? Queste modalità di operare, di inserire conoscenza attraverso una dimensione attiva, di scoperta e di gioco, di apprendimento e di simulazione, di movimento e di azione sembrano dare risposta alla cultura museale nello scontro con l’utenza di massa. Questo sembra aprire prospettive nuove per il superamento di una informazione museale testuale e verso possibilità didattiche innovative e a distanza. Si può ipotizzare una effettiva ‘visita virtuale’ ai musei? Quali sono le modifiche di percezione, quali le distorsioni di senso a cui si va incontro? Il museo classico come percorso d’immagini può sopportare un mutamento così radicale della fruizione visiva? La visita virtuale diventa un modo di catalogare visivamente i contenuti di un museo in forme più flessibili e accessibili di un catalogo. Spettacolarizzazioni dell’arteLa contraddizione fra il messaggio elitario dell’arte e la sua moderna collocazione di massa, la funzione del museo come fortezza della memoria estetica e la sua necessità di adeguarsi a nuove strutture comunicative e a nuove modalità di apprendimento provoca in questo momento una necessaria ridefinizione di ruoli. Quanto sono utilizzate le nuove comunicazioni nel disegnare lo spazio del museo? Musei e multimedialitàLo schema di documentazione, informazione e comunicazione dei musei d’arte è rimasto spesso legato alla formula sviluppatasi con il supporto cartaceo: cataloghi, cartoline, poster. Si rimettono in questione i rapporti fra immagine reale e immagine riprodotta, fra lettura diretta dell’opera e lettura condizionata dalle informazioni sull’opera. I siti che i musei più importanti stanno attivando sono una campionatura ancora timida di cosa diventerà la possibilità di rapporto a distanza degli spazi museali. Mentre nei musei con opere tecnologiche è l’opera stessa a essere messa in rete, per i musei classici occorre creare un ricco apparato multimediale per far conoscere sui nuovi canali le proprie collezioni, ma anche per definire un’area propedeutica d’informazioni lineari (video digitale) o non lineari (progetti interattivi).

Autore: Lorenzo Taiuti

Scrittore ti voglio ipertestuale

Libro dei libri, l’e-Book non sarà solo un nuovo modo di leggere. Sarà anche un nuovo modo di scrivere.Con l’e-Book il testo diventerà fatalmente un ipertesto. Lo scrittore un iper-scrittore. Pensate a Internet: la pagina Web che vi trovate davanti sembra piatta come lo schermo del computer. Ma in realtà è tridimensionale. Nel senso che sotto ogni parola cliccabile (link) si nasconde un altro testo: creano una relazione le diverse parti del discorso. Ma mentre la sintassi connette gli elementi della frase in modo sequenziale e obbligato, la rete dei link è ad accesso libero: differenza essenziale.Per i " classici" l’e-Book potrà offrire come ipertesto dizionari, apparati di note, commenti, documentazione. In saggi e manuali, le risorse ipertestuali sono ovvie e ricchissime. Ma per la narrativa le possibilità creative che si aprono sono davvero rivoluzionarie. La struttura di un romanzo classico – pensate ai " Promessi Sposi" – è sequenziale e a due dimensioni. Dal rapimento di Lucia alle nozze con Renzo si va lungo un percorso a senso unico. Un romanzo ipertestuale, invece, non è più sequenziale e ha tre dimensioni: la rete dei link rende l’opera strutturalmente " aperta" in un senso assai più radicale di quello che intendeva Umberto Eco nel suo saggio degli Anni ’60. Per adesso la narrativa ipertestuale, molto abbondante su Internet, non solo ha dato capolavori ma appare velleitaria e stucchevole. Certo però non sarà sempre così. Quando uno scrittore autentico si impadronirà dei protocolli ideati al Cern da Tim Berners-Lee per Internet, l’umanità scoprirà un nuovo potente strumento espressivo. In fondo Manzoni, con le sue digressioni storiche sulle " gride" e sui trascorsi della monaca di Monza, ci ha dato degli ipertesti. Soltanto gli mancavano i link. Le neuroscienze insegnano che l’emisfero sinistro del nostro cervello è analitico ed elabora la parola scritta mentre quello destro è sintetico e dedicato alla percezione spaziale. Dunque il testo si rivolge solo all’emisfero sinistro, l’ipertesto con la sua spazialità, a tutti e due. Se questo è vero, l’iperletteratura ha potenzialità enormi. Naturalmente per approfittarne ci vuole un Manzoni.

Autore: Piero Bannucci

Fonte:La Stampa

Archeologi delle fabbriche

Dopo decenni di indifferenza e talvolta di oscurantismo, l’archeologia industriale sta vivendo un periodo di crescente attenzione da parte dell’opinione pubblica, e può vantare successi notevoli nel riuso di edifici e capannoni, nel recupero urbanistico di grandi complessi produttivi e nella salvaguardia di macchinari e archivi aziendali. Anzitutto, cosa si intende per " archeologia industriale" ? " E’ la memoria dell’industrializzazione" , dicono i più categorici; " è la materia che si occupa di preservare le testimonianze dei processi produttivi del passato" , affermano i più avvertiti. In realtà, di definizioni ne sono state date molte, a partire da quella coniata nel 1957 dal " Council of British Archaeology" ; e sono tutte più o meno accettabili purché la loro interpretazione tenga conto della molteplicità di fattori – scientifici, storici, sociali, letterari, artistici, economici, ambientali – che sono parte legittima della materia. Purtroppo ancora oggi molti ritengono inconciliabile il connubio tra scienza e umanesimo: e altri sono convinti – a torto – che i contenuti culturali di questa disciplina si esauriscano nella valenza architettonica (quella dei " contenitori" ) ignorando o mortificando i contenuti tecnici dei processi e dei mezzi di produzione, ossia gli elementi indispensabili per una lettura organica del contesto originario.Per il nostro Paese, il compito di definire i campi d’azione e le strategie da seguire era stato affidato dal ministero dei Beni Culturali a una Commissione nazionale creata nel 1994. Tre anni dopo, quest’organismo ha cessato di funzionare senza aver potuto fornire gli attesi riscontri, e lasciando un vuoto che non e stato ancora colmato. Sulla necessita di un intervento in questo senso si e discusso nel convegno sui " Beni culturali della civiltà industriale" organizzato da Icsim (Ist. Momigliano per la cultura d’impresa) e Aipai (Ass. per il patrimonio archeo-industriale) tenutosi a Terni dal 28 al 30 settembre, presenti i sottosegretari Enrico Micheli e Giampaolo D’Andrea. Altro argomento di dibattito e stato quello della legislazione riguardante i beni culturali: il parere più condiviso e quello che auspica il ruolo-guida dello Stato, garantendo l’autonomia regionale ed il rispetto delle caratteristiche territoriali attraverso strumenti operativi omogenei. Si e detto che, nella formulazione dei Piani regolatori, la tutela dei beni archeologici industriali non deve essere considerata come un elemento di disturbo ma come un arricchimento sostanziale della progettazione. Per il recupero delle grandi aree impiantistiche dismesse (che in Italia occupano circa 46.000 ettari) si avverte l’opportunità di attivare procedure partecipative, coinvolgendo capitali privati e dando la preferenza ad installazioni produttive o, comunque, capaci di trasformare un onere in una risorsa. Altra chiara esigenza e quella di tutelare il paesaggio nella sua essenza e nel suo contesto. Ovviamente, non tutto si può (o si deve) salvare ma gli interventi di recupero devono, in ogni caso, evitare di cancellare o di falsare le testimonianze dell’attività industriale preesistente. Buona parte di questi concetti è in accordo con i risultati del convegno 2000 dell’International Committee for the Conservation of the Industrial Heritage tenutosi a Londra all’inizio di settembre; dimostrando che le molte realizzazioni in corso nel mondo (ricordiamo soltanto quella del recupero del grande bacino della Ruhr, in Germania) seguono, ormai, una filosofia che si va consolidando. Un argomento che, per la sua vastità non ha trovato spazio nel nutrito programma del convegno di Terni, è quello della formazione degli archeologi industriali. I docenti delle prime cattedre di archeologia industriale (sorte sin dal 1995 nelle Facoltà di Beni Culturali delle Università di Lecce e Viterbo) hanno dovuto definire autonomamente il proprio indirizzo metodologico; ma il poter accreditare una metodologia pedagogica razionale, riguarda, ora, anche altre cattedre sorte di recente e dovrebbe armonizzarsi con il nuovo ordinamento universitario. In sintesi, l’archeologia industriale soffre di alcuni mali di crescita che occorre rimediare al più presto. Speriamo che lo si faccia nello spirito che gia fu del poeta-ingegnere Leonardo Sinisgalli.

Autore: Gino Papuli

Fonte:La Stampa

Se l’esportazione clandestina l’ha fatta un ladro

Fra i principi giuridici fondamentali di un ordinamento democratico vi è, in materia penale, quello del divieto d’applicazione analogica delle norme sanzionatorie. In sintesi: la norma penale che prevede un reato deve essere applicata ed interpretata entro i limiti espressi dal cosiddetto " dettato normativo" , ossia del testo espresso nella formulazione che ne ha fatto il Legislatore. L’interprete non può estendere tale testo sino a ricomprendervi casi diversi, anche se questi presentino una sostanziale coincidenza con quello regolato dalla legge.Questo principio si ritrova, innanzi tutto, in una norma di rango costituzionale (art. 25/2 Costituzione), poi nell’art. 1 del Codice Penale del 1930 (venne, dunque, riconosciuto anche dalla dittatura fascista, fedele in questo alle origini liberali dello Stato Italiano), infine nell’art. 14 delle disposizioni preliminari al Codice Civile del 1942. Dunque è un principio saldamente affermato nell’ordinamento italiano, che, proprio per questo, si dice rifiuti la cosiddetta " concezione sostanzialista del reato" (l’illecito penale s’identifica nel disvalore oggettivo della condotta, socialmente apprezzato: la privazione della vita o della libertà personale non richiede una condotta corrispondente al precetto penale ma semplicemente una condotta socialmente riprovevole, lasciando poi al Giudice e all’arbitrio delle sue soggettive valutazioni, il giudizio di riprovazione sociale), accolta invece in ordinamenti antidemocratici.Se il principio è in se stesso pacifico, accade di frequente che i Magistrati d’accusa, di fronte a comportamenti fortemente riprovevoli che non corrispondono a figure di reato normativamente definite, cerchino di dilatare oltre il possibile la portata delle norme incriminatrici, ricorrendo a vere e proprie costruzioni. E’ il fenomeno della cosiddetta " supplenza giurisprudenziale" : il Giudice, di fronte all’inerzia del Legislatore che non interviene per criminalizzare comportamenti riprovevoli, si fa Legislatore a sua volta giustificando l’indebito intervento attraverso l’equiparazione sostanziale. Questo avviene quando la condotta non corrisponde al tipo legale di reato sia fortemente riprovevole, intaccando beni che la coscienza comune avverte come particolarmente importanti. Ho già parlato più volte, in questa rubrica, di un dato che si coglie con sempre maggiore frequenza: il bene culturale è oggi oggetto di una particolare, crescente riverenza, in quanto ad esso si attribuisce la duplice funzione, da un lato, di identificare le nostre origini e la nostra storia; dall’altro lato, di apportare un incremento sensibile ed economicamente valutabile della nostra ricchezza nazionale.Non sorprende pertanto che proprio nella materia dei Beni Culturali si assista ad un nuovo ed allarmante caso di supplenza giurisprudenziale: ci si rifiuta di riconoscere penalmente indifferente una condotta che non corrisponde al tipo legale di reato ma che è, oggettivamente, riprovevole. Di questa tendenza ho riscontrato recentemente più casi, ma un episodio che mi è capitato nella più recente esperienza professionale, merita di essere raccontato. Nel 1981 era stato compiuto un grosso furto d’oggetti culturali in una villa toscana, regolarmente ed immediatamente denunciato. Per alcuni anni le cose rubate non erano riapparse sul mercato quando, nel 1985, scorrendo il catalogo di una vendita Christie’s di New York, il figlio del proprietario derubato (nel frattempo deceduto) ritrovò un importantissimo dipinto sottratto al padre. Immediatamente, tramite un prestigioso Studio Legale italo-americano, venne avviata la procedura per il recupero dell’opera d’arte, che direttamente dai ladri o tramite un ricettatore, era stata esportata negli Stati Uniti, anche per ricavarne un più grosso profitto. L’istanza venne accolta e, alcuni anni dopo, gli eredi poterono recuperare il dipinto, successivamente (1997) venduto direttamente all’estero. La questione si pone in questi termini: la Legge sulla Tutela del patrimonio storico-artistico prevede, all’art. 66, il reato di " contrabbando artistico" : nel testo originario, novellato nel 1998, si punisce con la reclusione da uno a quattro anni e con la multa da lire 300mila a lire 4 milioni 500mila il comportamento di chi non presenti alla dogana il bene culturale che intende esportare (in pratica, è tale ogni cosa, proveniente dall’uomo, che abbia oltre 50 anni e che sia stata eseguita da un autore deceduto) ovvero la presenti " con dichiarazione falsa o dolosamente equivoca, ovvero nascosta o frammista ad altri oggetti per sottrarla alla licenza d’esportazione" .Dunque, il modello legale di reato è quello di un tipico reato di frontiera: la condotta punibile è nel fatto di esportare il bene culturale senza il preventivo assenso dell’Organo di tutela (l’Ufficio Esportazione). Certamente i proprietari derubati non erano responsabili della condotta illecita realizzata dai ladri o ricettatori che, clandestinamente, avevano esportato l’opera negli Stati Uniti. Ma esisteva, in capo ai proprietari derubati, l’obbligo di riportare in Italia il dipinto recuperato all’estero?Se si esamina l’intero corpo della Legge del 1939, non si trova traccia alcuna di un tale obbligo; tanto meno, poi, si trova traccia di un’equiparazione all’illecitata esportazione dell’omesso adempimento di un tale ipotetico obbligo. Ma la Procura di Firenze, venuta a conoscenza del fatto che i proprietari derubati avevano venduto all’estero il dipinto, sottratto 16 anni prima, non si è arresa di fronte all’assenza di una norma incriminatrice che riguardasse il caso concreto. La vendita all’estero era un fatto riprovevole, dal quale era conseguita la perdita, per il patrimonio storico-artistico italiano, di un’importante opera d’arte, ancorché la stessa non avesse formato oggetto di notifica, ai sensi dell’art. 3 della legge 1089.Quindi, la conseguenza (sottrazione dell’opera al nostro patrimonio culturale) parificava negli effetti il comportamento dei proprietari derubati a quello d’illecita esportazione. Di qui, il sequestro dell’opera ed un capo d’imputazione formulato al proprietario derubato, cui veniva contestata la violazione dell’art. 66 della legge 1089/39.E’ questa una vera e propria ipertutela del patrimonio culturale, che non si arrendeva di fronte all’inesistenza, nella nostra legge, di una norma incriminatrice riferibile alla condotta tenuta in concreto dall’imputato.Ho proposto, contro il decreto di sequestro, ricorso al Tribunale della Libertà e mi sono richiamato a quel principio di civiltà giuridica che non può mai soffrire eccezioni, quale che sia l’importanza del bene giuridico di cui si discute. Ed il Tribunale del Riesame di Firenze, con una splendida ordinanza, sapientemente motivata, mi ha dato ragione: il sequestro era inammissibile in quanto la parificazione all’illecita esportazione della omessa reimportazione era una vera e propria applicazione analogica della norma incriminatrice.

Autore: Fabrizio Lemme

Fonte:Il Giornale dell’Arte