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Produrre libri è un servizio pubblico

Produrre, libri, promuoverne la lettura e lo studio, è un servizio pubblico: tanto più oggi, in un momento di grandi trasformazioni economiche e sociali che richiedono un elevamento del livello medio di istruzione in tutto il paese. La cultura italiana, gli editori italiani sono pronti, ognuno per la loro parte, a contribuire a questo servizio; saprà l’autorità amministrativa assolvere dal canto suo alla parte che le compete, e assicurare strutture nuove che traducano nella realtà questa immagine della “lettura come servizio pubblico?”.Questa domanda io la rivolgo non solo all’autorità governativa, ma anche alle autorità provinciali e locali, e in particolare ai sindaci, che oggi sono convenuti numerosi e la cui presenza testimonia della loro sensibilità alle esigenze delle popolazioni con cui sono in quotidiano contatto. La biblioteca che tra poco sarà inaugurata è uno studio, non teorico ma pratico, col quale ci siamo proposti di offrire un contributo alla soluzione del problema della pubblica lettura. Auspichiamo che questo nostro esperimento venga discusso, criticato, perfezionato: solo così potrà diventare un prototipo di biblioteca che noi ci auguriamo di veder ripetuto nei mille e mille comuni italiani che di biblioteca sono privi. Il progetto della nuova biblioteca dimostrerà tra l’altro che, fatti gli opportuni ritocchi, la spesa per l’edificio e la spesa per il fondo librario si equivalgono e che la loro somma si contiene in limiti ragionevoli. Dimostrerà anche, noi speriamo, che la funzionalità del disegno, la modernità e razionalità dell’impianto, la luminosità e cordialità dell’ambiente, sono elementi essenziali al successo della biblioteca, concepita non come un burocratico deposito di libri polverosi, ma come un luogo vivo di ritrovo, di curiosità culturale, di stimoli all’attività intellettuale. Abbiamo voluto che la biblioteca, già nella sua architettura, suggerisse l’idea d’un luogo aperto, democratico, di facile e invitante accesso, di gradevole sosta. L’abbiamo voluta legata alla vita del paese, inserita spontaneamente in essa, familiare agli abitanti. Noi pensiamo infatti che una biblioteca modernamente intesa, coi suoi libri e le sue attività culturali collegate, possa essere uno dei centri fondamentali della vita associata, di una comunità media o piccola. Non si risolverà mai interamente il problema della scuola se accanto alla scuola non si farà sorgere una biblioteca, che avrà tra i suoi compiti più importanti quello di impedire che i giovani, una volta usciti dalla scuola dell’obbligo, ricadano irrimediabilmente in quella sorta di “analfabetismo culturale di ritorno”, che costituisce uno dei più dolorosi dispendiosi sprechi a cui si espone la società italiana attuale. Siamo in un’epoca di trasformazioni e di sviluppi, che richiede una coraggiosa visione dei problemi.Io vorrei poter dire qui, oggi, in questa riunione di autorità e di amici interessati e solidali, che gli investimenti per le scuole e per le biblioteche e per ogni altra attrezzatura culturale intesa alla formazione dell’uomo, debbono essere idealmente – e nella misura del possibile praticamente – considerati prioritari, come quelli che condizionano e rendono efficaci tutti gli altri investimenti.Per un paese moderno la cultura e l’istruzione non sono un lusso: senza di esse anche l’economia ed ogni altra attività si svilupperanno o più lentamente, o in modo precario e illusorio.

Autore: Giulio Einaudi

Fonte:La Stampa

Regioni all’attacco. Ghigo: facciamo la tutela partecipata.

La legislatura in corso ha portato grandi cambiamenti nelle Regioni, il più vistoso dei quali è stato l’elezione diretta dei Presidenti, nonché un intensificarsi del dibattito sulla " devolution" , il trasferimento da parte dello Stato alle Amministrazioni regionali di funzioni in diverse aree di competenza. Il 27 e il 28 ottobre il Coordinamento degli assessori regionali ai Beni culturali si è dato convegno a Torino (la Regione Piemonte ha infatti delega in materia di beni culturali e ambientali). Un’occasione anche per dar modo gli Assessori di conoscersi di persona, viste le molte nuove nomine. Gli argomenti all’ordine del giorno riguardavano, tra le altre cose, la normativa di tutela e la proposta di modifica dell’articolo 117 della Costituzione; il trasferimento della gestione dei musei statali, e il loro funzionamento, alle Regioni e agli enti locali; i rapporti con il Ministero per i Beni e le Attività culturali. All’incontro erano presenti 17 dei 20 assessori, segno questo di un’attenzione reale verso tematiche che ancora un decennio fa sarebbero state considerate di serie B. Ne abbiamo parlato con Enzo Ghigo, presidente della Regione Piemonte e attuale presidente della Conferenza dei Presidenti.Presidente Ghigo, i politici si sono finalmente accorti dei beni culturali?I beni culturali sono di moda, piacciono, e la partecipazione massiccia degli assessori all’incontro da noi organizzato mi è parsa un chiaro segnale di una nuova sensibilità delle Amministrazioni nei confronti del patrimonio e dell’ambiente. Quello dei beni paesaggistici e ambientali poi, e a maggior ragione adesso con l’alluvione, sta diventando un tema prioritario, che avrà molti sviluppi in futuro. Dall’incontro è scaturita un’agenda da proporre al Governo, in cui esprimiamo la volontà di creare politiche interregionali su progetti formativi, iniziative che riguardano la scuola e la valorizzazione del patrimonio. Mi auguro che l’intesa raggiunta continui nel tempo, la divisione crea soltanto debolezza. I rapporti col ministro Melandri sono altrettanto idilliaci? Quest’estate le aveva fatto indossare la maglia nera. Troppo accentratrice, ha detto.Col Ministro i rapporti sono cordialissimi, ci consultiamo spesso, e la comunicazione, sia a livello amministrativo sia personale, è eccellente. Con tutto ciò resto dell’idea che lo spirito, più che l’azione, del Ministero sia orientato al centralismo. Non a caso col 112 (il decreto legislativo Bassanini 112/98) non ci sono stati sostanziali trasferimenti di compiti, e non a caso la stessa riforma del Ministero accentra molti poteri su Roma anziché darli al Soprintendente regionale. Molti pensano che solo operando dal centro sia possibile fare un ‘efficace tutela. Personalmente ritengo che sia un errore ma mi rendo conto che è un ‘opinione diffusa e condivisa da molti. In materia di beni culturali, il decreto Bassanini non delega o trasferisce nessuna funzione, anzi; la tutela dei beni culturali rimane potere esclusivo dello Stato.Ma le Regioni quali impegni vorrebbero assumersi in materia di tutela?Certo nessuno si sogna di dire allo Stato " Va’ via, faccio io" . Molte attività di tutela, cosa che forse non tutti sanno, come la conservazione, la catalogazione, il restauro e così via sono attribuite in concorso tra Regione, Stato, Province e Comuni. Quella riservata allo Stato è quindi l’autorizzazione amministrativa non l’azione concreta di tutela, oggi ampiamente svolta anche dagli Enti locali. Il problema è capire che cosa esattamente si intenda per tutela. Se, come dice il 112, tutela è " ogni attività diretta a riconoscere, conservare e proteggere i beni culturali e ambientali" questa è un’attività che da sempre è svolta non solo dalle istituzioni regionali, provinciali e comunali ma anche dai privati, quando conservano, restaurano, proteggono, valorizzano il proprio patrimonio. Le Regioni oggi hanno possibilità di esproprio, iniziativa sui vincoli, svolgono attività di conservazione, catalogazione, restauro ecc. Certo, c’è poi chi lo fa meglio e chi lo fa peggio… Ma è già un’attribuzione. La Bassanini quindi in qualche modo si contraddice.Quali cambiamenti prospetta invece per le Regioni la modifica dell’articolo 117 della Costituzione?Il testo emanato dalla Camera ribadisce che la tutela è esclusiva dello Stato mentre la valorizzazione spetta alle Regioni. Di nuovo una situazione contraddittoria. Addirittura potremmo parlare di un arretramento perché le Regioni già esercitano la tutela dei beni paesaggistici e quella dei beni librari (in attuazione del decreto legislativo 490/99 ndr). Se il 117 ribadisce che la tutela viene esercitata come potere esclusivo dello Stato, io mi immagino che il giorno in cui la modifica all’articolo dovesse essere approvata le due tutele ci verrebbero tolte. Probabilmente il testo non passerà in questa legislatura e quindi il problema non si pone al momento in maniera così drammatico, però mi piacerebbe che sull’argomento si aprisse un dibattito prima che venga presa una decisione definitiva.Voi Regioni quale alternativa proponete?La nostra proposta è che la tutela diventi una materia di potere concorrente: lo Stato fa le normative quadro, ha i suoi organi di vigilanza e di surroga ma l’azione di tutela è potenzialmente delegabile, magari anche gradualmente. Posso capire che lo Stato dica: " Ma se una Regione decide di vendere il Colosseo io devo avere uno strumento per fermarlo" . Giustissimo. Garantire la salvaguardia, la protezione dei beni è una funzione statale irrinunciabile. E infatti non chiediamo di darci un potere esclusivo, ma di emanare una normativa nazionale in cui si dica che le funzioni di conservazione sono delegate, delegabili, trasferite alle Regioni. Il Ministero può surrogare, sostituire, può decidere di far rimanere il soprintendente come agenzia di vigilanza, riservarsi in ultima istanza il diritto alle autorizzazioni, mentre l’azione concreta spetta alle Regioni. In realtà c’è un gruppo di persone di cui fanno parte il Fai, Italia Nostra e altri che dice: " Orrore, un sindaco padrone del Colosseo, chissà che cosa ne farà!" . Ma che cosa vuole che ne faccia? Tra l’altro il fatto che la tutela sia affidata allo Stato se per un verso dà la garanzia di neutralità nelle scelte allontana in un certo senso gli amministratori dalla decisione, li deresponsabilizza. Mi rendo conto che il tema della tutela è delicatissimo, e che si possono fare dei danni irreparabili, però la divisione tutela allo Stato, il resto agli enti locali è molto debole, non libera energie, proposte, volontà, risorse, soldi… Il problema è trovare dei meccanismi, anche normativi che facciano partecipare, rendano consapevoli, responsabili i Comuni, le Province, le Regioni del problema della conservazione del patrimonio culturale perché è un problema importante. Però come lei stesso diceva prima, c’è chi è in grado di farlo bene e chi meno.Sì, questa è una delle obiezioni più comuni. C’è chi dice: d’accordo per il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia, ma in altre Regioni? Ci sono posti in cui non funziona neanche lo Stato… Io però penso che se la tutela diventa un compito su cui l’amministrazione, a tutti i livelli, anche locale, viene chiamata a rispondere in prima persona, si determina una responsabilizzazione molto più alta.Ancora a proposito di deleghe e di trasferimenti di funzioni. Le Regioni fanno anche parte della Commissione paritetica istituita nel 1998 allo scopo di valutare la possibilità di trasferire a Regioni, Province e Comuni la gestione di musei statali e di altri beni culturali. A che punto sono i lavori?La Commissione paritetica ha una composizione prevalentemente tecnica (è composta da 5 rappresentanti del Ministero, 2 delle Regioni, 2 dei Comuni e 1 delle Province, presieduta dal Ministro, ndr). Le Regioni, le Province e i Comuni hanno proposto che la valutazione del possibile trasferimento dei musei si basasse su progetti di gestione e di sviluppo elaborati localmente, valutando la qualità del progetto di crescita del museo, senza impegolarsi nella discussione, insostenibile e anche culturalmente assai difficile, su che cosa sia un museo di interesse locale e che cosa un museo di interesse nazionale. Come Regioni, Anci e Upi insieme abbiamo anche proposto per i maggiori musei italiani, penso a Torino al Museo Egizio, una conduzione " partecipata" in modo che l’attività del museo non venga decisa da un funzionario ma da un organismo di amministrazione che ne consenta il cofinanziamento anche da parte di Regioni, Province, Comuni, Fondazioni bancarie, e che nell’amministrazione di questi musei vi sia una rappresentanza, per esempio, del sindaco, che partecipi agli indirizzi generali che presiedono appunto all’attività del museo. Un museo statale con un comitato di gestione in cui, per dire, la Regione mette un miliardo, il Comune un altro miliardo, le Fondazioni bancarie altrettanto sarebbe un museo con tre miliardi a disposizione anziché zero lire come adesso. E se la domenica il sindaco decidesse di aprirlo non si sentirebbe più rispondere da Roma che non ci sono i soldi per pagare i custodi. Oggi questo è inaccettabile, perché i musei per una città sono un patrimonio che determina anche la qualità della vita, richiama turismo, fa cultura, scuola, scambio… Su quest’impasse la commissione è rimasta bloccata per molto tempo, ma si sta lavorando per superare le pregiudiziali delle posizioni e sbloccarle caso per caso prendendo due o tre regioni alla volta. Il Piemonte sarà tra i primi ad essere esaminato, chissà che con questo meccanismo pragmatico-operativo non si riesca a trovare la soluzione.Circa la sua proposta di investire 600 miliardi per la riqualificazione del patrimonio culturale piemontese, in particolare le residenze sabaude ma anche istituzioni museali, in vista delle Olimpiadi del 2006. La proposta ha concrete possibilità di essere realizzata? Quali interventi verrebbero attuati?La Regione Piemonte ha già stipulato un’intesa Stato-Regione in cui figurano anche i beni culturali. Stiamo lavorando alla messa a punto di un accordo di programma-quadro con il Ministero che attua l’intesa e in quella sede abbiamo proposto di investire 600 miliardi da impiegare principalmente per le residenze di storia sabauda, ma anche per musei. La Regione investirebbe 200 miliardi, attingendoli ai fondi strutturali del 2001-2006; al Ministero chiediamo di metterne altri 200 (dai fondi del Lotto o del proprio bilancio o del Cipe) e alle Fondazioni bancarie di completare l’investimento. In questo modo, in base alla stima fatta dai miei uffici dei Beni culturali insieme alle Soprintendenze ai Beni artistici e ai Beni architettonici, sentiti anche il Comune di Torino e gli altri comuni interessati, tutte le residenze sabaude, da Stupinigi a Venaria, da Agliè a Racconigi, a Covone e a Valcasotto (che abbiamo recentemente acquisito esercitando il diritto di prelazione), potrebbero essere restaurate, riordinate e rese ampiamente fruibili, costituendo un vero e proprio " pacchetto" di proposta, di immagine internazionale. Dal Ministro ho già avuto un consenso, nello stesso convegno e in colloqui successivi; quanto alle Fondazioni bancarie, credo di aver avvertito dei segnali positivi che verificherò prossimamente.Restando in argomento, lei personalmente quale destinazione vedrebbe con favore oggi per la Reggia di Venaria? Io sono stato tra quelli che hanno sostenuto l’ipotesi di collocare il Museo Egizio nella Reggia, soluzione che invece ha suscitato nella Città di Torino una forte opposizione. Al momento sulle possibili destinazioni d’uso della residenza è in corso uno studio diretto dal prof. Paolo Leon; mi sembra corretto rimanere in silenzio fintanto che non ne verranno resi noti i risultati. Ovviamente mi auguro per Venaria una destinazione in grado di suscitare un forte interesse internazionale e che la valorizzi come merita.

Autore: Anna Maria Farinate

Fonte:Il Giornale dell’Arte

La Grammatica e la Pratica

Da fine ottobre chi si occupa di Beni Culturali non deve più farsi strada a fatica in una giungla di centinaia di leggi spesso contrastanti o contraddittorie, accumulate in sessant’anni di attività legislativa, ma ha di fronte a sé un Testo Unico di 166 articoli e una cinquantina di pagine. Il Testo Unico (il primo realizzato in questa legislatura) è stato definitivamente approvato dal Consiglio dei Ministri del 22 ottobre scorso. Delle oltre 900 leggi prese in esame sono state armonizzate e spesso abrogate decine di leggi e snellite numerose procedure amministrative che toccano la vita dei cittadini. Secondo il Ministero, i punti principali del Testo Unico sono questi. In primo luogo si amplia il concetto di bene culturale, poiché la tutela viene estesa a fotografie, audiovisivi, spartiti musicali, strumenti scientifici e tecnici e altri beni " testimonianza avente valore di civiltà" . In secondo luogo, ai tradizionali concetti di tutela e conservazione, che hanno ispirato la legislazione dei decenni passati, si affiancano i concetti di valorizzazione e promozione, sui quali si basa la collaborazione con i privati, con un forte ruolo per le Regioni e gli Enti locali. Per quel che riguarda la semplificazione delle procedure, d’ora in poi, per esempio, i proprietari di immobili di interesse storico-artistico da ristrutturare non dovranno più attendere il complesso e lunghissimo esame degli organi centrali del Ministero: basterà una sola autorizzazione delle locali Sovrintendenze, autorizzazione che varrà anche per essere ammessi a tutte le procedure semplificative previste dalla legislazione urbanistica nonché per ottenere contributi e agevolazioni fiscali, senza ulteriori domande. Forti semplificazioni sono previste anche per i commercianti di opere d’arte che avranno minori adempimenti amministrativi da sbrigare, anche se il Ministero promette di non diminuire i controlli sulla loro delicata attività. Oltre al Testo Unico dei Beni Culturali, altre importanti normative stanno arrivando in porto. Il Regolamento di attuazione della riforma del Ministero è prossimo al varo definitivo. All’esame finale del Consiglio di Stato è il Regolamento sulle Fondazioni, frutto del Comitato propositivo per l’impresa culturale, che consentirà al Ministero di trasformare i propri beni, compresi i grandi musei e i grandi siti archeologici, in Fondazioni di diritto privato con il concorso di capitali privati per favorire una gestione più autonoma e imprenditoriale. L’Ufficio legislativo del Ministero sta licenziando il Regolamento per la cessione a privati, oggi impossibile, dei beni artistico-culturali degli enti locali. Il Regolamento prevede due categorie di beni. Quelli di maggior pregio artistico, che potranno essere ceduti a privati con autorizzazione del Ministero, purché ne sia valorizzata la funzione culturale a pena di nullità del contratto di cessione. E quelli di minor pregio che potranno essere ceduti con autorizzazione della Sovrintendenza anche per utilizzi prevalentemente commerciali, purché sia preservata l’integrità del bene. Enti locali e Ministero avranno cinque anni per procedere al censimento di questi beni, ma sono previste procedure transitorie per consentire le cessioni già dai prossimi mesi. La Conferenza sul Paesaggio, che si è svolta a metà ottobre a Roma, ha infine fornito linee condivise di intervento normativo che possono ora tradursi in norme più moderne ed efficaci anche per la tutela dei beni ambientali. All’aggiornamento del quadro normativo si affianca un’interessante evoluzione del quadro sindacale. Il 21 ottobre è stato siglato da Federculture e Cgil-Cisl-Uil il primo contratto nazionale per la gestione dei servizi culturali, turistici e sportivi degli enti locali. Il contratto, che si applicherà alla Biennale di Venezia e al Palazzo delle Esposizioni di Roma, nonché alle centinaia di musei, teatri, biblioteche e aree archeologiche controllate dagli enti locali, è di natura privatistica e prevede un’elevata flessibilità: l’orario di lavoro è infatti conteggiato su base annuale in modo da poterlo " modulare" nelle ore del giorno e nei mesi dell’anno in cui la domanda è più elevata. Tutte queste evoluzioni normative e contrattuali sono indispensabili per realizzare quel miglioramento complessivo dell’offerta culturale che è l’obiettivo primario della collaborazione pubblico-privato. Sono necessario, anzi necessarissime. Ma purtroppo non sono ancora, da sole, sufficienti. Occorre che ad esse si affianchino forti volontà e comportamenti coerenti. Non arriviamo a dire, come nel vecchio proverbio, che " val più la pratica che la grammatica" . Ma certo la pratica conta in questo caso almeno quanto la grammatica.

Fonte:Impresa Cultura

Arriva la legge sul dono

La " rivoluzione" s’è consumata con appena una ventina di righe dattiloscritte, un emendamento alla finanziaria, un’aggiunta all’articolo 65 del testo unico delle imposte sui redditi, voce " erogazioni liberali per progetti culturali" . Sono le venti righe che segnano, anche per l’Italia, la via " americana" alle donazioni, che permetterà la deducibilità fiscale delle stesse alle imprese, approvata dal Senato e dalla Camera dei deputati dopo una lunga battaglia condotta da Giovanna Melandri, ministro per i Beni e le attività culturali. Per molti anni nel nostro paese si è discusso e dibattuto di questo, più di una voce s’era levata per modificare la legge Scotti che permetteva alle aziende di detrarre appena un quarto del valore delle donazioni. Avviarsi lungo una strada " americana" sembrava un sogno. E’ diventato realtà, lo ha realizzato Giovanna Melandri e nei corridoi del ministero dicono che questo sarà il coronamento del suo mandato. Per far diventare operative le modifiche in tema di erogazioni liberali, infatti, ci vorrà ancora qualche mese, probabilmente fino a primavera. C’e da avviare il meccanismo che è semplice e al tempo stesso abbastanza complesso. Ma il dado ormai è tratto.Le donazioni in denaro, interamente detraibili dal reddito di impresa, possono essere indirizzate a istituzioni pubbliche o private, allo Stato, alle regioni, agli enti locali, alle fondazioni e alle associazioni legalmente riconosciute, per lo svolgimento dei loro compiti istituzionali e per la realizzazione di programmi nel settori dei beni culturali e dello spettacolo. E’ uno spettro amplissimo in cui possono rientrare teoricamente associazioni come Italia Nostra, il Fai, un museo, una galleria o una fondazione d’arte o musicale. Teoricamente perché per beneficiare delle erogazioni liberali bisognerà far parte di un elenco i cui criteri saranno definiti dal ministero e dalle regioni. Insomma ci sarà bisogno di un incontro Stato-Regioni. Ma non dovrebbero esserci troppi problemi. Sarà un elenco, ha assicurato la Melandri, assai vasto e aggiornato periodicamente. I " regali" non potranno uscire da questo perimetro dove ciascun ente o soggetto beneficiario avrà una quota assegnata, un tetto massimo. Ma c’e anche un " tetto" annuale. Per il 2001 e di 270 miliardi. Superato questo perimetro, la quota singola assegnata o quella generale, le donazioni potranno continuare, i mecenati usufruiranno egualmente della deducibilità totale, ma enti o fondazioni dovranno versare allo Stato il 37 per cento della somma ricevuta. Questo perché con donazioni per 270 miliardi lo Stato, cosi e stato calcolato, " perderà" 100 miliardi di entrate, che sono già state iscritte a bilancio. Questo è il meccanismo che una volta a regime, secondo il ministero, potrà generare investimenti per 500 miliardi. " Con l’approvazione del collegato fiscale che accompagnava la finanziaria abbiamo portato i privati nel settore dei beni culturali e dello spettacolo. “Lo abbiamo fatto prendendo il meglio del modello americano”, ha affermato soddisfatta Giovanna Melandri. E’, sicuramente, l’inizio di un totale cambiamento. Nel futuro il direttore di una galleria o di una fondazione non potrà occuparsi, esclusivamente, di problemi culturali. O sarà affiancato da un manager o sarà lui stesso manager, dovrà cercare sponsor e finanziatori. Commenta Mina Gregori, storica dell’arte che a Firenze guida la Fondazione Longhi: " La vera partita comincia ora, molte cose dipendono dal regolamento. Ma la legge è pronta ed è una cosa molto importante perché nel settore dei beni culturali può aiutare enormemente a dinamicizzare i meccanismi di conservazione e le acquisizioni. Sul mercato dell’arte nazionale e internazionale oggi siamo degli spettatori. Troppo spesso sono vendute opere necessarie ai nostri musei. E non possiamo intervenire. E’ un settore dove gli introiti derivanti dal gioco del Lotto non sono sufficienti. E, cambierà, su questo la Gregori non ha dubbi, la vita stessa delle Fondazioni: " Gli italiani, che molto spesso sospirano ma non fanno nulla, ora potranno intervenire in prima persona con le proprie aziende. Anche per questo è importante la legge e, aggiungo, lo è da un punto di vista psicologico. Incoraggerà le donazioni, come gia avviene negli Stati Uniti, incoraggerà uno spirito collettivo che negli ultimi anni è stato fortemente mortificato. Sarà molto importante la trasparenza per impedire gli abusi e convogliare nel modo giusto le energie. Tuttavia non mancano preoccupazioni e recriminazioni perché l’emendamento non prevede le stesse condizioni per il privato, per il singolo cittadino. Sarà il prossimo passo. Ma ci sono anche altri problemi. Spiega la collezionista torinese Patrizia Sandretto, che ha creato l’omonima fondazione d’arte contemporanea: " L’arrivo di una legge è sicuramente un fatto positivo. Ma non dimentichiamo che le fondazioni pagano regolarmente le tasse. Su questo l’Italia non si comporta come gli Stati Uniti. Le fondazioni in pratica sono regolamentate come un esercizio commerciale. Era su questo che bisognava incidere. Le fondazioni, purtroppo, restano in una situazione difficile e su questo il lavoro è ancora da fare. C’è stato un primo passaggio verso un futuro che spero diverso" . Su questo è in sintonia Gualtiero Masini, che guida un piccolo impero industriale e a cui quest’anno è stato assegnato il premio Guggenheim per il suo impegno nel mondo dell’arte contemporanea: " L’approvazione dell’emendamento è un fatto positivo ma siamo ancora lontani dalla meta. E’ una cosa pilotata, limitata e limitante che lascia ancora perplessi sulla vera capacità di liberare risorse in un mercato che a sua volta potrebbe liberare nuove energie giovani. E’ un primo fatto, qualcosa si sta aprendo. Ma resta molto da fare" .

Autore: Paolo Vagheggi

Fonte:La Repubblica

Come fare di un museo un museo affidabile

In epoca di rapido cambiamento delle tecnologie e delle mentalità organizzative nel campo dei beni culturali, il monitoraggio delle strutture e delle attività di base di un museo è un compito caratterizzante ogni serio tentativo di riforma. Richiede, per essere assolto con competenza, una mole notevole di informazioni, spesso ignote agli stessi responsabili o, peggio, consapevolmente nascoste. Per questa ragione il ricorso alla cosiddetta " auto-certificazione" appare una strategia debole, se non inefficace. Sembra, invece, più opportuno avvalersi di procedure interattive e affidabili, gestite da apposite Agenzie.Sotto questo profilo assumono un certo interesse la Registrazione e l’Accreditamento, fasi rilevanti della procedura di valutazione economica e organizzativa (Museums Assessment Program), che dal 1970 l’American Association of Museums attua, sembra, con discreto successo. Da allora sono stati accreditati 750 musei, su un totale di circa 8.500 operanti negli Stati Uniti.L’Accreditamento, oltre che un onore per la reputazione del museo, è una condizione spesso essenziale per ottenere finanziamenti pubblici e privati. Ma è anche una procedura che stimola le istituzioni museali ad adeguarsi a standard internazionali di buona gestione e di efficacia operativa. Non so se alcun museo italiano abbia mai fatto domanda di iscrizione al Museums Assessment Program. Di certo non molti dei nostri 3.500 musei passerebbero l’esame, nemmeno con il minimo dei voti. Tre anni per mettersi in regola.Il programma di Registrazione e Accreditamento serve a certificare l’eccellenza del museo. E’ una garanzia di qualità offerta e riconosciuta dalla comunità museografica, dalle istituzioni di cultura, dagli organismi governativi, dagli enti locali e dalla gente. La procedura di valutazione ha anche valore di orientamento. Diventa, infatti, un intelligente strumento di programmazione culturale quando induce un museo a migliorare la propria attività e ad essere politicamente e amministrativamente responsabile (la parola giusta sarebbe " accountable" ) di fronte alle istituzioni pubbliche e ai cittadini.Il programma è diretto da una commissione di esperti di museografia e di politiche culturali, la cui competenza professionale e rigore scientifico sono unanimemente riconosciuti. La procedura di valutazione è divisa in tre fasi.Inizialmente il museo chiede la Registrazione. E’ una scelta importante, perché dimostra di fatto che il museo vuole investire risorse umane e finanziarie per adeguare le sue attività agli standard richiesti e che possiede le basi per raggiungerli. Ha circa tre anni di tempo per mettersi in regola. Paga una tassa di iscrizione, una tariffa annuale e le spese per il lavoro della Commissione.La seconda fase è quella del Processo di accreditamento. Durante il primo anno l’istituzione si impegna nello studio di se stessa, completando un questionario esaustivo e complesso sui vari aspetti della sua attività: dalla gestione e conto economico, alle politiche museali, all’analisi della domanda. Poi segue l’eventuale approvazione dello studio da parte della commissione e una visita-ispezione di suoi esperti, che si conclude con la redazione di un rapporto. Questa fase dura circa due anni. Infine, sulla base della documentazione raccolta, la commissione decide a favore o contro l’Accreditamento. La certificazione o accreditamento attesta che un museo ha un’attività che corrisponde agli standard definiti dalla professione, che gestisce in modo responsabile la collezione, che offre al pubblico servizi di qualità e che attrae la partecipazione e il sostegno della comunità in cui opera. La procedura non è mai definitiva. Il museo è sottoposto a riesami ricorrenti.Come si può notare dall’elenco sotto riportato, i requisiti standard che un museo accreditabile dovrebbe possedere sono di tipo aperto e generale. Rispettano, cioè, la grande varietà dei contesti e dei contenuti museali. Chi si aspetta standard specifici, del tipo " numero minimo di mq per addetto alla custodia" resterà deluso. Ma sarà positivamente impressionato chi cercherà di ritrovare nelle caratteristiche dei musei italiani difficili riscontri e conferme.La grande maggioranza, se non la totalità, dei nostri musei non è organizzata secondo la logica impersonale degli standard, se pure di tipo generale. Quindi la discussione sulla loro efficacia e sul loro campo di applicazione è aperta: ad esempio, sembra non siano sufficienti standard di tipo industriale, ce ne vorrebbero anche di tipo " ecologico" : che facciano riferimento alla costituzione di un sistema museale locale o che richiedano l’istituzione di una Agenzia di gestione regionale delle attività museali (la proposta è di Alberto Vanelli, direttore ai Beni culturali della Regione Piemonte). Tra gli standard dovrebbe anche comparire la determinazione della dimensione ottimale del museo, che ha ovvie relazioni con le possibilità di fusione e di fare sistema. Una sfida per i musei pubbliciLa procedura di valutazione descritta può sembrare una sfida per i musei pubblici, arroccati su strutture in gran parte obsolete e appesantite da un greve formalismo giuridico. Ma per certi versi appare utile.Perché obbligherebbe il sistema delle Soprintendenze a riorganizzarsi, chiarendo ruoli e responsabilità sostenibili. Se l’unità di riferimento diventa il museo, la Soprintendenza dovrebbe riconoscergli piena autonomia: a cominciare dalla nomina di un direttore a tempo pieno, alla redazione di un conto economico di gestione e alla definizione degli obiettivi museali e culturali di medio e lungo periodo.Perché obbligherebbe i musei comunali ad adeguarsi all’unicità degli standard su tutto il territorio nazionale.Perché il criterio dell’Accreditamento consentirebbe di subordinare i sussidi pubblici alla certificazione o all’iscrizione. Perché la procedura, nelle sue due fasi di registrazione e accreditamento, è garanzia di miglioramento in un’ottica di decentramento amministrativo guidato. Assisterebbe razionalmente, ad esempio, gli 11 componenti della Commissione paritetica prevista dal decreto legge 112/1998 sul trasferimento del museo alle regioni e agli enti locali.Infine una domanda. Per attuare al meglio il decreto sul decentramento amministrativo delle attività culturali è più opportuno assegnare agli enti locali musei accreditati e quindi autonomi e capaci di garantire standard elevati di attività, oppure musei ancora deboli, da guidare sulla via della trasformazione istituzionale e amministrativa?Regioni e comuni dovrebbero mettere le carte sul tavolo. Ecco gli standard per essere registrati e accreditatiLe principali caratteristiche di un museo accreditabile sono classificate, per mera comodità, in undici grandi aree. E’, ovviamente, un elenco puramente indicativo. Per ciascuna di esse si indicano sommariamente i necessari adempimenti. L’elenco comprende ampiamente quello del Museum Accreditation Program del Museum Australia (Victoria).Missione e pianificazione delle attività future: – definire e affermare ufficialmente la missione del museo;- pianificare le attività future (redazione di un business plan e di un piano strategico) in modo coerente con la missione, gli obiettivi di medio periodo e le risorse materiali e umane. Il piano delle attività future dovrà essere chiaro, aggiornato e pubblico.Direzione: – nominare un direttore a tempo pieno, con competenze storico-scientifiche e museografiche, dotato di autorità e risorse finanziarie adeguate;- definire e accettare un codice etico professionale relativo alle attività museali;- organizzare incontri regolari tra i membri del comitato di direzione, in modo che siano chiari e condivisi i ruoli e le responsabilità individuali;- redigere procedure ufficiali di assunzione per i membri del comitato di direzione;- stipulare una polizza di assicurazione (se necessario) per i membri del comitato di direzione.Personale: -organizzare la gestione del personale a tempo pieno, part-time e volontario;-organizzare la formazione e riqualificazione del personale.Finanza: – predisporre il bilancio di esercizio;- predisporre il bilancio di conto capitale;- individuare i criteri tariffari ottimali;- definire un piano di fund e friend raising.Sicurezza, accessibilità, servizi: – disporre di strutture di sicurezza antincendio;- disporre di un piano di emergenza in caso di incendio o disastro;- organizzare l’addestramento del personale;- disporre di dispositivi di sicurezza per la collezione e lo stabile;- predisporre accessi per visitatori disabili;- predisporre servizi igienici in perfetto stato.Gestione della collezione: – definire i criteri di acquisizione delle nuove opere;- attuare un sistema efficace di catalogazione e di archiviazione;- definire procedure per la gestione dei prestiti (in ingresso ed in uscita);- definire procedure per la dismissione delle opere;- definire obiettivi di breve, medio e lungo periodo relativi alla conservazione della collezione.Conservazione della collezione: – dedicare uno spazio adeguato alle attività di deposito e immagazzinamento delle opere;- predisporre il controllo ambientale sui locali di deposito;- predisporre locali speciali per opere che richiedono cure particolari;- predisporre piani di rotazione del materiale sensibile alla luce in esposizione;- mettere a punto tecniche appropriate per l’esposizione di opere che richiedono cure particolari;- definire un piano di attività per la conservazione della collezione.Manutenzione degli edifici: – attuare una regolare manutenzione esterna dello stabile;- predisporre un piano di manutenzione esterna ordinaria dello stabile;- attuare una regolare manutenzione interna dello stabile;- predisporre un piano di manutenzione interna ordinaria dello stabile;- predisporre sistema di controllo della climatizzazione e riscaldamento;- predisporre sistema di controllo dell’illuminazione;- controllare e accertare la presenza di insetti e muffe;- organizzare il servizio di pulizia.Mostre: – elaborare una politica culturale espositiva;- definire il calendario delle mostre temporanee;- predisporre il display tematico, dotato di informazioni accurate;- predisporre materiali informativi.Didattica: – definire una politica per la didattica;- predisporre materiali didattici per le scuole;- predisporre programmi diversificati per pubblici differenti;- cercare un collegamento a reti museali di rilevanza nazionale e internazionale;- sviluppare una politica editoriale.Marketing e comunicazione: – definire obiettivi della politica della comunicazione;- promuovere campagne pubblicitarie per rafforzare l’immagine e l’identità del museo;- promuovere indagini sui visitatori, effettivi e potenziali;- attivare azioni di marketing e sforzi per lo sviluppo del museo;- predisporre una presentazione del museo su diversi supporti;- definire il lodo del museo;- realizzare un servizio di relazioni pubbliche.

Autore: Walter Santagata

Fonte:Il Giornale dell’Arte