Archivi autore: Amministratore

Paolo VAGHEGGI: Il Codice della discordia.

Intervista a Giuliano Urbani. “Non venderemo niente che abbia valore storico e artistico”.

“Ho voluto il codice dei Beni Culturali e del Paesaggio perché la normativa faceva acqua da tutte le parti. Era un colabrodo sulle dismissioni, il paesaggio. C’era il caos più completo sulle competenze. Tutelare il patrimonio artistico e il paesaggio era impossibile. Ci voleva una legge organica, di sistema. Tra l’altro fino ad oggi il paesaggio non era mai stato considerato un bene culturale”.

Chiuso nel suo ufficio di via del Collegio Romano Giuliano Urbani, ministro per i beni e le attività culturali, ostenta tranquillità e sicurezza. Non è preoccupato per i dibattiti e le violente polemiche nate intorno a questo nuovo codice, che entrerà in vigore il 1 maggio e che sarà presentato questa mattina durante una conferenza stampa a cui parteciperanno Sabino Cassese e Salvatore Settis, ringraziato ufficialmente per i suoi “consensi-dissensi”.

Non sono altrettanto calmi nelle altre stanze dove c’è chi, come Mario Torsello, capo dell’ufficio legislativo, non nasconde il proprio nervosismo e la delusione per quella che definisce la “scarsa conoscenza” dei 184 articoli del codice di cui tutti parlano – dalle associazioni ambientaliste che lanciano allarmi in continuazione ai docenti universitari – “senza averne preso reale conoscenza”. Certo, possono esserci errori o mancanze ma “ci sono due anni di tempo per decreti integrativi e correttivi”.

Urbani ora non pensa a questo, vede nel codice uno strumento per migliorare il Bel Paese, per mettere ordine in un “demanio da Unione Sovietica”, per coinvolgere sempre più i privati nella gestione dei musei. Sostiene il ministro che con il codice “abbiamo finalmente messo ordine nel rapporto tra gestione, valorizzazione e tutela”.

Racconta: “Quando sono arrivato al ministero nessuno sapeva spiegarmi i confini. Ora abbiamo stabilito una gerarchia: la gestione, che è il livello più basso, deve essere compatibile con la valorizzazione che possono farla Stato, Regioni, Enti locali, con il pubblico godimento e con la tutela. Qualunque innovazione deve essere compatibile con la tutela che resta in mano allo Stato al sistema delle soprintendenze”.

I beni mobili conservati nei magazzini dei musei – quadri, reperti archeologici – possono essere venduti?
“No, è un’ipotesi assolutamente risibile”.

Ma gli Uffizi o il Colosseo potranno essere affidati in gestione ai privati?
“Potrebbero essere affidati, ma non lo credo prossimo, alle nuove fondazioni di gestione che però non hanno voce in capitolo nel pubblico godimento, nella valorizzazione e nella tutela che resta sempre al soprintendente. I privati che entrano nelle fondazioni vengono scelti dalle soprintendenze. Stiamo già lavorando alla nascita di due fondazioni, una per l’Egizio di Torino e l’altra per il museo delle navi di Pisa. In entrambi i casi i privati sono le fondazioni bancarie e nel caso pisano anche le ferrovie”.

Attraverso le fondazioni pensate a bilanci in attivo?
“Immettere cultura privatistica nella gestione vuol dire cercare almeno il pareggio. Non si mira al profitto se non come misura dell’efficienza. Cosa fare dei musei lo decide lo Stato e le soprintendenze, non il gestore”.

E qual’è il guadagno dei privati. Ai piccoli musei chi pensera?
“E’ il ritorno di immagine, grande. Ad ogni modo non è detto che ci siano interventi privatistici in ogni luogo. Il patrimonio artistico italiano è poco mostrato e mal gestito per mancanza di risorse. Il problema non sono le soprintendenze ma le risorse per permettere di offrire il bene pubblico ai cittadini. Ecco perché i privati”.

Eppure si parla di una perdita di potere delle soprintendenze, di tagli …
“No. Aumenteranno di numero. Nasceranno nuove soprintendenze a Lucca e a Lecce”.

Gli immobili invece potranno essere venduti. Ma quali?
“Potranno essere venduti tutti i beni che i soprintendenti giudicheranno non bisognosi della proprietà pubblica, che possono passare ai privati ma con la limitazione della destinazione d’uso. Il Palazzo delle Poste di Milano, ad esempio, deve essere per forza di proprietà pubblica? Ripeto: l’acquirente dovrà presentare anche il progetto d’uso e la soprintendenza dirà se è compatibile con la conservazione”.

Tutto questo in 120 giorni, con il silenzio assenso che incombe …
“Il silenzio assenso vale esclusivamente per la pronuncia, cioè se il bene può essere messo in vendita. La dichiarazione sulla destinazione d’uso si farà progetto per progetto, senza limiti di tempo”.

Quella delle dismissioni, si dice, è un tagliando che ha dovuto concedere al ministro del tesoro Tremonti.
“Questa è una cattiveria. Sono convinto che prima ci liberiamo di tutto ciò che non ha valore artistico e architettonico meglio è. Avremo più risorse per il resto. Noi abbiamo un patrimonio demaniale da Unione Sovietica. Spesso sono i comuni che hanno una grande voglia di demolizioni. Noi siamo quelli che si oppongono”.

Tuttavia anche nei piani paesistici il potere di intervento dei soprintendenti è scemato.
“I soprintendenti non perdono potere. Oggi i vincoli arrivano a cose fatte e molto spesso sono annullati dai tribunali regionali. In Sardegna hanno annullato il cento per cento dei nostri interventi. Domani i soprintendenti diranno la loro a monte. E’ un parere consultivo ma costitutivo. E non è stata abrogata la legge Galasso. Se le Regioni non adottano la pianificazione paesaggistica la legge resta in vigore. Ma credo che tutte le regioni definiranno piani paesistici. Il Veneto e l’Emilia Romagna hanno già firmato un accordo con il nostro ministero”.

A proposito di Fondazioni. Cosa accade alla Biennale di Venezia?
“Va tutto avanti. Nel consiglio c’è un signore che svalvola un po’. Tutto qui. Per le arti visive sono in attesa della risposta di un luminare”.

Autore: Paolo Vagheggi

Fonte:La Repubblica

Salvatore SETTIS: Il manager non salva l’arte.

La funzionalità delle Soprintendenze non è un discorso di bassa cucina. L’art. 9 della nostra insidiatissima Costituzione, prescrivendo che la Repubblica “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”, rinvia alle norme e strutture di tutela in vigore quando la Costituzione fu approvata: rispettivamente, le leggi Bottai del 1939 e l’organizzazione delle soprintendenze territoriali. Lo conferma la più ampia e recente trattazione in proposito del bel libro di Francesco Saverio Marini Lo statuto costituzionale dei beni culturali (Giuffrè, 2002), dove si dimostra che l’art. 9 sancisce una visione dinamica della tutela come pubblico intervento sul patrimonio (anche nel senso della fruizione e della valorizzazione); funzioni da esercitarsi prima di tutto dalle Soprintendenze.

In altri termini, la Costituzione può dire quel che dice perché parte dal presupposto che esistano e funzionino le strutture di tutela che ne consentono la piena attuazione; chi fa decadere o degradare quelle strutture, offende e viola la Costituzione. Questa di Urbani sarà la seconda riforma (dopo quella Melandri) a cui l’amministrazione della tutela viene assoggettata in pochi anni: insomma, si insiste sulle modifiche strutturali anziché assicurare un più sano turn over. A ogni riforma, la struttura del Ministero si complica e si burocratizza, in chiave sempre più verticistica e gerarchica.

Fino a pochi anni fa, l’organigramma era semplicissimo: dal ministro dipendevano quattro direzioni generali, e da queste la rete delle soprintendenze territoriali. Punto e basta. La riforma Melandri introdusse un doppio filtro, istituendo un Segretario Generale a capo dei direttori generali (portati a otto), e 17 soprintendenti regionali; inoltre, creò quattro Soprintendenze ai poli museali, pessima invenzione che staccava i musei dal territorio a Roma, Venezia, Firenze, Napoli.

La riforma Urbani abolisce la figura del Segretario Generale, ma per sostituirla con quattro “Dipartimenti”, da cui dipendono non solo le direzioni generali (portate a dieci), ma anche le direzioni regionali (già soprintendenze regionali), gerarchicamente sovraordinate alle rispettive soprintendenze territoriali. Come ha osservato il Consiglio di Stato, tale struttura “a piramide” ostacola le procedure, in particolare quelle soggette a scadenze perentorie (come il silenzio-assenso o i diritti di prelazione dei comuni nell’acquisto di immobili posti in vendita dallo Stato).

Non è difficile capire che la tutela è tanto più efficace quanto più legata al territorio (uno scavo a Verona si segue meglio da Verona che da Venezia o da Roma). Invece, mentre il numero delle soprintendenze territoriali va diminuendo, nelle ultime due riforme le figure “di vertice” sono cresciute da 4 a 9 (riforma Melandri) a 15 (riforma Urbani), senza contare i 17 soprintendenti (ora dirigenti) regionali. Il prezzo è alto: data la diminuzione dei quadri dirigenziali di seconda fascia, varie soprintendenze territoriali resteranno scoperte o verranno accorpate, attribuendole a soprintendenti con profilo scientifico non pertinente.

Per di più scompare, nell’attuale bozza di regolamento, ogni menzione della qualifica tecnico-scientifica inerente ai ruoli, il che apre la strada a manager amministrativi e politici, che senza nulla sapere di storia dell’arte o di archeologia dovranno prendere decisioni vitali per il nostro patrimonio. In altri termini, si allenta la “presa” sul territorio e il valore della ricerca a vantaggio di una visione verticistica e burocratica, allontanando i soprintendenti territoriali dal momento decisionale.

Questa defunzionalizzazione dell’amministrazione potrebbe essere l’anticamera di un possibile scenario finale di smantellamento de facto e spartizione, con “conferimento” a fondazioni di diritto privato dei bocconi più ambiti, e devoluzione del resto alle regioni. Magari, come ha dichiarato il sottosegretario Bono, riducendo le Soprintendenze da istituti di ricerca a “sportelli di riferimento dei cittadini per licenze e modernizzazioni” (Gazzetta di Parma, 26 marzo).

A una prospettiva tanto nefasta è ancora possibile fare argine auspicando un modello alternativo, che possa essere sperimentato pur mantenendo la struttura di base della riforma Urbani. In primo luogo, si può ridurre la distanza gerarchica fra le troppe istanze che si frappongono tra tutela del territorio e decisioni di vertice disponendo che il Direttore Regionale sia un primus inter pares , a rotazione, tra i Soprintendenti di settore di quella Regione; e che, analogamente, il Direttore del Dipartimento beni culturali e paesaggistici sia un primus inter pares, a rotazione, tra i Direttori Generali di quel Dipartimento. Questa gestione collegiale dovrebbe fondarsi sul principio della responsabilità, della competenza e del contatto con il territorio, e comportare specifici profili tecnico-scientifici e non astrattamente manageriali. Non è differenza da poco: solo un funzionario che s’intenda di storia dell’arte o di archeologia potrà opporsi con cognizione di causa alle alienazioni facili, mentre non lo farà un manager senza competenza specifica, e tanto più se di nomina politica.

Ma il rilancio della pubblica amministrazione del settore richiede un progetto coerente e organico, che sappia ridare fiato ai funzionari, da troppo tempo frustrati e umiliati. La direzione è chiara: concepire le Soprintendenze come enti di ricerca e di tutela, dando loro responsabilità e fiducia anziché sottoporle a meccanismi di approvazione lenti, tortuosi e inefficaci; rimotivare i funzionari di ogni grado mediante appositi corsi di formazione, indirizzati sia a storia dell’arte, museografia, ecc., sia a tecniche di management; rendere il sistema “permeabile”, rispetto all’esterno, incoraggiando i contratti di docenza del personale di musei e soprintendenze nelle università, ma anche favorendo l’affidamento a docenti universitari (anche stranieri) di incarichi temporanei in Sovrintendenze e musei; infine, procedere immediatamente a nuove assunzioni di personale di garantita qualità.

Bisognerebbe insomma, e ne sono tutti i presupposti, puntare gradualmente verso un modello di Soprintendenza territoriale dotata di personalità giuridica ed autonomia scientifica, amministrativa, finanziaria e contabile, dando poi autonomia e responsabilità di gestione, all’interno delle varie soprintendenze, ai musei che possano contare su significativi introiti propri. Solo così si potrebbe stimolare efficacemente l’iniziativa dei singoli direttori di museo e soprintendenti.

Una sperimentazione come questa avrebbe il suo naturale punto di partenza nelle attuali Soprintendenze “autonome”, quelle ai Poli Museali e le archeologiche di Pompei e di Roma. Le soprintendenze ai Poli museali andrebbero mutate, restituendo i musei al loro territorio, in soprintendenze urbane delle rispettive città; di quelle archeologiche andrebbe confermata l’autonomia, riaffermando il principio irrinunciabile che a reggerle dev’essere, appunto, un archeologo. Queste sei soprintendenze dovrebbero avere un modello unico di gestione (il modello bicefalo di Pompei, dove il soprintendente divide il potere con un manager amministrativo, non può funzionare). Dopo aver sperimentato questa forma di autonomia nelle sei Soprintendenze citate, essa dovrebbe essere messa a punto ed estesa gradualmente a tutte le soprintendenze territoriali. Si riconoscerebbe così apertamente l’ovvio principio che la programmazione conoscitiva della tutela non può essere efficace se disgiunta dall’azione amministrativa e dalla gestione dei fondi.

Il modello può essere la crescente autonomia sperimentata con successo nelle università. Anche le università, come le soprintendenze, sono governate da rettori che possono essere archeologi, medici, fisici senza alcuna formazione manageriale, eppure amministrano, col supporto delle strutture amministrative ma controllando le decisioni strategiche (per esempio sulla ricerca), complesse strutture e bilanci spesso assai più cospicui di quelli delle soprintendenze. Naturalmente, si dovrebbero attivare meccanismi di controllo della gestione e di valutazione della produttività e dei risultati, che consentano di verificare e premiare l’efficacia e l’efficienza delle azioni amministrative e di tutela, nonché di valutare individualmente i singoli responsabili, senza dimenticare che, pur promuovendo l’affluenza di pubblico, i musei e le strutture di tutela sono in tutto il mondo servizi e non enti for profit.

E’ lecito nutrire ancora qualche speranza che sia questa la strada, e non la moltiplicazione di direzioni generali e di prebende?

Autore: Salvatore Settis

Fonte:La Repubblica

ROMA: ENEL: energia cultura natura e sport.

Enel è oggi un’azienda specializzata nella produzione, distribuzione e vendita di energia elettrica e gas. Fornisce elettricità a circa trenta milioni di clienti e gas a oltre un milione e settecentomila famiglie, caratterizzandosi per questo con un forte radicamento sul territorio. Proprio questa presenza diffusa ha portato l’azienda ad assumere anche un ruolo “sociale” di volano per la diffusione di valori e per la promozione culturale.

In questo contesto Enel ha avviato una politica culturale attraverso alcuni programmi pilota:

Natura e Territorio
Ha l’obiettivo di valorizzare gli aspetti ambientali, turistici e culturali delle aree attigue agli impianti dell’azienda attraverso progetti (conservazione dell’ambiente, studio del territorio, attività sportive e ricreative, sentieri Energia e Natura, itinerari culturali) realizzati in collaborazione con istituzioni, enti e comunità locali, associazioni ambientaliste, federazioni sportive, aziende di turismo. Nel 2004, Enel ha aderito alla manifestazione Voler Bene all’Italia. Festa Nazionale della PiccolaGrandeItalia, promossa da Legambiente per valorizzare e far conoscere la cultura, le tradizioni, le produzioni artigianali e il patrimonio paesaggistico dei piccoli centri.

Centrale Aperta
Enel apre le centrali al pubblico trasformandole in luogo di festa, di aggregazione e di fruizione artistica. Ogni anno l’azienda organizza la giornata Centrale Aperta proponendo mostre, concerti, giochi, letture, itinerari didattici. Quest’anno, invece, dall’8 maggio all’8 giugno, Enel ha proposto il Mese di Centrale Aperta durante il quale decine di migliaia di persone hanno visitato gli impianti.

Enel per lo Sport
Dal 2003, Enel collabora con la Lega Nazionale Dilettanti in un progetto biennale promosso con lo slogan Eppure, il muscolo più importante di un calciatore è il cuore. L’iniziativa intende promuovere i valori genuini del calcio dilettantistico coinvolgendo tutti i tornei e i campionati di Serie D, Calcio femminile e Calcio a Cinque, i vari livelli regionali, provinciali e Juniores. Apposite giurie di giornalisti e di rappresentanti del mondo dello sport e dello spettacolo assegneranno i premi Passione per lo Sport, Lealtà Sportiva, Ospitalità . Alle squadre più corrette andrà il riconoscimento 11 in condotta.Enel per l’Arte
Il programma si articola in progetti di illuminazione artistica e restauro, mostre, eventi culturali. Nel 2003, in occasione della riapertura del Teatro La Fenice di Venezia, Enel ha dato risalto con la luce alla facciata del Teatro e ai due monumenti simbolo della città: il campanile di San Marco e il Ponte di Rialto (www.enel.it/eventi/laFenice/speciale.asp). Nel 2004, Enel ha collaborato alla realizzazione della mostra Montecitorio e la bella pittura. 1900-1945, promossa dalla Fondazione della Camera dei Deputati. In questo ambito si colloca anche la partecipazione alla mostra Eroi etruschi e miti greci: gli affreschi della tomba François tornano a Vulci, in collaborazione con Ingegneria per la Cultura gruppo Zètema.

Enel per la Musica
Il programma comprende attività finalizzate alla promozione della musica di qualità e al tempo stesso della tradizione musicale popolare presso un ampio pubblico. Nel 2004, Enel, in collaborazione con ANBIMA (Associazione Nazionale Bande Italiane Musicali Autonome) ha lanciato il progetto Energia in banda per promuovere le bande musicali, valorizzandone la storia, la loro continuità con le tradizioni popolari e la loro funzione educativa. Il progetto, articolato in diverse iniziative su tutto il territorio nazionale, interesserà oltre 1.500 bande, 65.000 musicisti e 1.300 Comuni italiani. Enel collabora, inoltre, con le più importanti istituzioni musicali italiane quale il Bologna Festival e dal 2003 è socio fondatore dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e del Teatro alla Scala. In questo ambito si colloca il progetto Stavolta noi portiamo la musica, voi la luce .

Stavolta noi portiamo la musica, voi la luce
Il progetto, di durata triennale, intende offrire una “rete” di luoghi e di occasioni per promuovere la musica classica e i giovani artisti su tutto il territorio nazionale. Il programma prevede circa 20 concerti all’anno, con le orchestre e piccole ensemble delle due Accademie, caratterizzati da ambientazioni inedite nelle centrali o nei teatri e nelle piazze delle principali città italiane, privilegiando le comunità locali che ospitano le attività commerciali o istituzionali dell’azienda.
La musica classica ha in genere un pubblico di nicchia molto selezionato. E’ stata una vera sfida proporla presso il grande pubblico e in luoghi spesso esclusi dal circuito della grande musica. Così come è stata una sfida affidare l’esecuzione di alcuni di questi concerti ai giovani allievi sebbene di una Accademia qualificata come quella del Teatro alla Scala. Molto positivo il bilancio del primo anno di sperimentazione del progetto: i 15 concerti del 2003 hanno riscosso un grande successo di pubblico (oltre 12.000 presenze) e di critica.
Per questo, anche nel 2004, Enel proporrà un nuovo programma in collaborazione con le due prestigiose istituzioni musicali che eseguiranno selezionati repertori di musica classica e contemporanea. Molti comuni hanno aderito all’iniziativa tra i quali Napoli, Pescara, Ancona, Asti, Belluno, Vulci, Piacenza, Terni e Viterbo.
In molti casi, saranno le centrali stesse ad ospitare le manifestazioni, offrendo così alla grande musica un contesto originale e suggestivo. Quest’anno, in particolare, saranno coinvolte le centrali di Pietrafitta, Trezzo sull’Adda, Montalto di Castro, Vigevano, Bastardo, La Casella e Santa Massenza.

Articoli correlati:

VULCI (Vt): “Eroi etruschi e miti greci. Gli affreschi della tomba François tornano a Vulci”
http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=1567&cat=Mostre

VULCI (Vt): Eroi etruschi e miti greci
http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=1561&cat=Mostre

VULCI: Eroi etruschi e miti greci. Gli affreschi della tomba François
http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=1513&cat=Mostre

VULCI (Vt): La scoperta della Tomba Francois
http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=1568&cat=Studi%20e%20Ricerche

VULCI (Vt): L’architettura della Tomba Francois
http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=1573&cat=Studi%20e%20Ricerche

VULCI (Vt): Il Parco Archeologico Naturalistico
http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=1576&cat=Parchi%20Archeologici

VULCI (Vt): La Tomba Francois – La decorazione pittorica
http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=1575&cat=Studi%20e%20Ricerche

RIVOLI (To): Schermo delle mie brame. Come la pubblicità ha cambiato la vita degli italiani (1954-2004).

Il Castello di Rivoli – Museo della Pubblicità, nell’ambito delle manifestazioni per il Cinquantenario della RAI, organizza in collaborazione con la Direzione RAI Teche una mostra dedicata alla storia della pubblicità televisiva italiana e che resterà aperta fino al 12 settembre 2004.

La rassegna, curata da Ugo Volli con la consulenza storica di Marta Boneschi e l’allestimento di Marco Della Torre, presenta un percorso attraverso le immagini emblematiche, le merci di culto ed i personaggi resi popolari dagli spot commerciali del secondo dopoguerra, da Carosello sino alla pubblicità d’oggi.

La mostra si sviluppa attraverso sei ambienti corrispondenti a rispettivi periodi di storia italiana a ritroso nel tempo:
La globalizzazione 2003-1989;
Il Made in Italy 1988-1981;
Gli Anni di Piombo. Il ritorno del privato 1980-1973;
Il mondo è dei giovani 1972-1965;
Carosello. Il miracolo italiano 1964-1957;
Preambolo. La ricostruzione 1956-1954.

Ciascuna sezione mette in relazione episodi di vita sociale, spot e oggetti “cult” che hanno segnato cinquant’anni di storia non solo dei consumi ma anche del costume nazionale e della televisione italiana.

Scrive Ugo Volli curatore della rassegna “Questa mostra è una sorta di viaggio all’indietro nel tempo. Si parte dall’oggi, dal sovraccarico informativo e pubblicitario che caratterizza il nostro ambiente comunicativo, e si ritorna indietro, anno dopo anno, fino al punto in cui non c’era televisione e la pubblicità era rara e poco influente”. […]
“Nel 1954 sparisce anche la TV: siamo all’origine della civiltà dei consumi, dell’immagine e dell’effimero. Dietro c’è un altro mondo, un altro stile di vita. Da questo punto di svolta il nostro viaggio nel tempo può ritornare verso il presente e riconsiderare come le nostre case e le nostre vite si siano riempite di merci, il nostro ambiente comunicativo di pubblicità”.

Info: 0119565222

CERTALDO (Fi): Medioevo prossimo venturo.

Ventisette artisti affermati ed esordienti a confronto con i secoli bui della storia, oggi tornati pericolosamente attuali.

Il sentimento cantato dai poeti del Dolce Stil Novo e l’amore carnale di Boccaccio. L’estasi mistica nei pinnacoli delle cattedrali gotiche e la sfida diabolica dell’eresia. La potenza dei Signori, affermata da fortezze e blasoni, e il sangue delle battaglie. È per antonomasia il tempo dei contrasti, il Medioevo, buio e illuminato dallo splendore della sua arte e letteratura. E la mostra Medioevo Prossimo Venturo, gioca su questi contrasti e sulle analogie tra l’arte di allora e quella di oggi.

All’interno di una fortezza medievale ottimamente conservata, per decenni sede dei vicari del paese, si incontrano oggi ventisette artisti diversi e lontani tra loro, e per provenienza e per ricerca artistica. Pittura, scultura, fotografia, video e installazione, per un totale di ottanta opere (circa) trovano posto nelle diverse alee del palazzo (stanze, segrete, loggiato, cortili, bastioni). Una sequenza di piccole personali, dove ai lavori è associato un momento della storia medievale, di quella parte del nostro tempo etichettata come ‘secolo buio’. Secoli bui che non sono rimasti affatto alle spalle della storia, ma che anzi sembrano essere il suo cammino più attuale, la sua inevitabile vocazione. Il mondo ne è dentro fino al collo. ‘Come definire altrimenti, se non medievali, lo scontro contemporaneo tra le culture e le religioni, il genocidio d’interi popoli, gli stermini di massa, il desiderio di annientare il nemico per impadronirsi delle sue risorse/terre?’, ci (si) domanda Maurizio Sciaccaluga, curatore della mostra. ‘Tra ieri e oggi’, continua, ‘le similitudini, che forse potrebbero chiamarsi addirittura sovrapposizioni, sono tante, davvero innumerevoli, e l’arte, con la finta leggerezza che la contraddistingue, può descrivere ed evocare il nuovo medioevo meglio di altri, esorcizzarlo con l’ironia, raccontarlo con la metafora, edulcorarlo con la poesia’.

Un tempo le conquiste esportavano armate, bandiere e cultura, oggi (accanto a soldati e insegne) esportano McDondald’s. Lo sa bene Stefano Cagol, che narra per similitudini la storia dei moderni soldati di ventura, impegnati a portare ovunque nel mondo gli stendardi e i guiderdoni. Solo che oggi quegli stendardi con aquile, scale, torri e castelli hanno preso le sembianze di una bandiera a stelle e strisce che sventola sotto ogni latitudine. Protagonisti frontali dei mosaici bizantini, santi e imperatori dominavano l’iconografia di un tempo, si ergevano nelle volte di cattedrali e chiese, monasteri e palazzi. Oggi non è cambiato niente, solo che al loro posto, ritratti da Leonardo Pivi, sono arrivati attori, calciatori e veline. Anche se gli acronimi delle nuove malattie sembrano dare un tocco d’impietosa sofisticazione alla cosa, con l’Aids e la Sars è tornata la peste, rappresentata in mostra dalle centinaia di corpi distesi di Spencer Tunick. Così come l’ eresia del nuovo medioevo è affidata ai crocifissi immersi nell’urina o al papa bagnato di sangue di Andres Serrano. Se al G8 di Genova ci sono i guelfi e i ghibellini, pro e contro l’impero della globalizzazione, alle partite di calcio i poliziotti antisommossa devono vestire come i cavalieri medievali, armati e bardati di tutto punto per sopravvivere alle violenze del torneo. Ci pensa Dania Zanotto, con le sue tuniche-armature fuori scala. Medioevo è poi Cristianesimo, ordini monacali, papato, scisma, antipapato. Se nei quadri di Guillermo Muñoz Vera fanno capolino processioni che hanno un che di medievale, nelle opere di Giovanni Manfredini c’è la doppia valenza della creazione, come regalo e condanna, luce e buio, verità e oscurità. La condanna è direttamente associata alla tentazione, al serpente, rappresentato da James Brown con un’elegia che, chiamando in causa pulsioni primordiali, sceglie (come Cecco Angiolieri secoli or sono) il peccato. Ma il serpente ricorda più di ogni altra cosa la condanna suprema alla vita, e in un momento come questo, in luoghi non lontani da noi, il memento mori (portato sulla tela da Sergio Vidal e Pablo Santibàñez Servat) non può abbandonare nemmeno per un attimo la mente di chi crede. Medioevo è anche incontro-scontro con l’Islam, il crocevia di conoscenze, la via della seta, la battaglia religiosa contro gli infedeli, la lotta camuffata da crociata per il controllo delle vie carovaniere. Oggi ce ne parlano, ciascuno a suo modo, quattro rappresentanti dell’Oriente: Shirin Neshat, Ali Hassoun, Hidetoshi Nagasawa e Medhat Shafik. Il Dolce Stil Novo, simbolo del Medioevo, ritorna con le icone della bellezza di oggi dipinte da Bernardo Torrens, Juan Bautista Nieto e Omar Galliani, mentre il nuovo Decamerone assomiglia all’harem digitale creato da Matteo Basilè. Il gotico nella sua accezione di buio, visioni cupe, parte oscura intrisa di paganesimo e credenza popolare è messo in scena dal cantore odierno dell’oscurità, Andrea Chiesi, il Tim Burton della pittura italiana, e dallo stile nervoso e scattante di Alessandro Papetti. Le nuove fortezze medievali sono interpretate da Giacomo Costa, e i gargoyle del futuro (cloni di bambini) sono scolpiti nel marmo da Michelangelo Galliani. E poi ancora. Antonio Riello ci parla di torture contemporanee, Valerio Tedeschi mette in scena l’azione dell’alchimista, Giuseppe Maraniello le catapulte di oggi, Wim Delvoye gli scudi del terzo millennio e Giovanni Novaresio gli orrori della caccia alle ‘streghe’.

Organizzata e promossa da: Comune di Certaldo con il contributo di Ente Cassa di Risparmio di Firenze, Circondario Empolese Valdelsa con il patrocinio della Provincia di Firenze, Regione Toscana

Certaldo (FI) – PALAZZO PRETORIO – Piazzetta Del Vicariato (50052)

Ogni spazio del Palazzo (le stanze, le segrete, le mura, il loggiato, la chiesa) ospita un artista diverso che da vita alla sua mostra personale.orario: tutti i giorni, ore 10 – 19 – biglietti: euro 3.

Autore: Chiara Argenteri

Link: http://www.comune.certaldo.fi.it

Fonte:Exibart on line