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Giorgio FRANCHETTI: aveva nel Dna la passione per l’arte. Collezionista militante introdusse in Italia l’arte americana.

Intervista di Francesca Romana Morelli.

Discendente di un’antica famiglia che commissionò la Ca’ d’Oro a Venezia, Giorgio Franchetti aveva nel Dna la passione per l’arte: suo nonno forma una collezione d’arte antica, donato poi da suo padre alla Ca’ d’Oro di Venezia. Pilota d’aviazione durante l’ultima guerra, si laurea in Ingegneria. Negli anni ’50 entra in società con il gallerista Plinio de Martiis, che dirige «La Tartaruga». Diviene un collezionista «militante», vende la maggior parte della sua prima raccolta conservando solo Giacomo Balla, e si concentra sui giovani Tano Festa e Cy Twombly, poi la Scuola di Piazza del Popolo, Enrico Castellani e Piero Manzoni. A Roma conosce Robert Rauschenberg e presto diventa una formidabile testa di ponte con gli Usa: nel 1957 a New York frequenta Ileana Sonnabend, Sidney Janis, Alfred Barr, James Sweeney. Leo Castelli lo accompagna negli studi di Franz Kline, Mark Rothko, Willem De Kooning, Robert Motherwell. Torna In Italia con numerose loro opere, che espone da Plinio De Martiis. Nel 1958 La Tartaruga apre così la prima personale di Kline in Europa. Sempre al ’57 risale l’incontro con il giovanissimo Cy Twombly, che negli Usa non riesce a farsi strada, perché considerato un epigono dell’Action Painting. D’accordo con De Martiis, decide di sostenerlo con un contratto (l’unico fatto a un artista dalla galleria). In seguito Franchetti amplia la collezione anche con opere di alcuni esponenti dell’Arte Povera (Alighiero Boetti, Giovanni Anselmo), della corrente concettuale, della Transavanguardia, fino alle ultime generazioni, come Felice Levini, Gianmarco Montesano e Tommaso Lisanti.

L’intervista (inedita) che segue è stata raccolta lo scorso anno.

Barone Franchetti, lei come si definirebbe rispetto al ruolo da lei sostenuto? Un eclettico?

Nella vita ho messo ciò più mi appassionava sempre davanti a tutto. Ho iniziato combattendo come pilota d’aereo nel Quarto stormo caccia durante l’ultimo conflitto, ero una dimostrazione vivente delle profonde contraddizioni storiche che laceravano l’Italia: ero pilota per divertimento e non per amore di Patria. Poi avrei desiderato diventare pittore, ma presto ho capito che mi mancavano le idee. Allora ho seguito la strada dell’Ingegneria civile, animato dalla convinzione che ciò che funziona è bello e viceversa. I risultati si videro ad esempio in una fabbrica che misi in piedi a Catania; producevamo delle motozappe di un alto livello tecnologico, ma quell’impresa mi mandò quasi in rovina. Ho anche costruito delle strade in Liberia.

Che cosa la spinse a puntare sui giovani artisti?
Alla fine degli anni ’50 entrai in società con Plinio De Martiis. Il primo pezzo che ho comprato di Tano Festa lo vidi proprio in una collettiva da Plinio. Presi subito anche dei lavori di Schifano e di Franco Angeli.

Perchè all’epoca rimase così affascinato da Tano Festa?
Oggi so perchè ho acquistato «Persiana Rossa» del 1962. Tano è un poeta della morte, i suoi lavori come questi altri sempre del ’62, «L’obelisco» e «Lo studio per pianoforte» sono un prodotto psicosomatico della sua malattia: egli trascorreva lungo tempo sveglio, guardando le cose intorno a sé immerse nella penombra o nell’oscurità della stanza.

Come ricorda Cy Twombly?
Lo conobbi nel ’57 a pranzo dal mio amico Alvise de Robilant e da sua moglie, la modella americana Betty Stones. Era bello, elegante ed esibiva un’aria molto distaccata. Dopo pranzo mi fece vedere dei suoi disegni: rimasi folgorato, quegli «scarabocchi» erano carichi di una vibrazione psichica ed emotiva così forte, che ricevetti come una scossa elettrica. Però il suo lavoro era imbevuto di cultura classica, di una profondità dell’impulso, che sicuramente aveva assimilate da pittori come Mario Schifano. La conoscenza dei disegni di Twombly mutò subito e sensibilmente la mia visuale artistica.


Alla fine l’America e la Pop Art riportarono una vittoria schiacciante su tutto il fronte. Come visse questo momento?
In Italia non avevamo la forza di resistere alla carica di cavalleria che fece l’arte americana di quegli anni. Io, che non volevo essere corresponsabile della sua vittoria sancita dal premio a Rauschenberg alla Biennale di Venezia nel 1964, vendetti tutti i pezzi d’arte americana nella mia collezione, tranne quelli di Twombly e di Kosuth. Mi sentivo una delle cause prime, anche se in modo involontario, dell’introduzione dell’arte americana in Italia.

A suo giudizio, si poteva fare qualcosa per gli italiani in quel momento?
Non si poteva fare nulla. Bonito Oliva organizzò «Amore mio» a Montepulciano, «Vitalità del negativo» e «Contemporanea» a Roma. Nonostante questo tipo di operazioni, l’Italia non ce la fece, perchè l’America era così unita, compatta in un sistema formidabile. Un artista come Jannis Kounellis alla fine ha dovuto lavorare per sedurre il mercato americano e straniero, ha messo l’astuzia greca al servizio della sua arte; ma io ho dato via tutti i suoi lavori, perchè ha ottenuto un riconoscimento che offusca l’opera straordinaria di Festa e degli altri.

Nella collezione ci sono anche dei lavori delle ultime generazioni?
Si, ma non ho ancora trovato qualcuno che mi abbia sedotto completamente. «L’orologiaia sacra» è un quadro che Lisanti ha finito in mia presenza nel suo studio, per me rimane tuttora un quadro incomprensibile, la figura dell’aliena sembra che venga dallo spazio, è questa la vera dimensione alla quale esso appartiene, come quella di Festa era la storia.

Fonte:Il Giornale dell’Arte

Berardino SIMONE: Biblioteche senza lettori.

Art. 101 del Codice dei Beni Culturali 2005.
‘Si intende per ‘biblioteca’, una struttura permanente che raccoglie e conserva un insieme organizzato di libri, materiali e informazioni, comunque editi o pubblicati su qualunque supporto, e ne ASSICURA la consultazione al  FINE di promuovere la lettura e lo studio.

LA CONSERVAZIONE ‘CONTRA LEGEM’ DEL LIBRO
Per una Cultura della Legalità e del Pubblico nel  Ministero della Cultura

PARTE I – La Legge – 1. Il Regolamento delle biblioteche pubbliche statali.
Secondo la disciplina del DPR n. 1501 del 1967 le biblioteche statali erano parte del Ministero della Pubblica Istruzione. La loro funzione di fondo era quindi di essere di supporto alle ‘scuole statali per tutti gli ordini e gradi’ ed alle ‘istituzioni di alta cultura, università ed accademie’ (art. 33 della
Costituzione). La biblioteca pubblica statale era infatti uno strumento ‘per giovare agli studi’ (art. 121 del DPR del 1967), e il materiale librario che ancora oggi caratterizza le diverse sale di studio (sala Lettura, Consultazione e Manoscritti) rifletteva i diversi livelli di istruzione dei cittadini, in un epoca in cui per molti la scuola dell’obbligo era stata quella elementare e le biblioteche statali escludevano dal prestito ‘le opere di letteratura amena … reperibili in biblioteche di tipo popolare’ (art. 108).
Era compito del Direttore della biblioteca disciplinare gli accessi ad una sala piuttosto che un’altra, sulla base della coerenza del materiale librario in esse distribuito con gli studi che i potenziali ‘utenti’ stavano svolgendo. Infatti gli «utenti» sono espressamente indicati dal DPR 1501 con i termini: ‘ragazzi delle scuole, … discenti delle università, … docenti universitari, … e studiosi’. Non tutti i cittadini potevano quindi accedervi, ma solo i docenti e gli studenti che frequentavano gli Istituti Scolastici diretti dallo stesso Ministero di quelle Biblioteche.
Sono passati sette anni da quando il n. 417 del luglio 1995 ‘Regolamento recante norme sulle biblioteche pubbliche statali’ – ha abrogato il DPR n. 1501 del 1967 (vedi supplemento ordinario n. 188 alla G.U. n. 233 del 5/10/95.).
L’art. 1 del DPR 417/95 (ma già la Legge del 1975) pone le biblioteche pubbliche statali all’interno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Quindi oggi sono finalizzate a ‘promuovere lo sviluppo della cultura’ ed ‘il pieno sviluppo della persona umana’ (artt. 9 e 3 della Costituzione).
Le conseguenze pratiche sarebbero rivoluzionarie.
Come in un museo dello Stato i cittadini dovrebbero accedere liberamente al patrimonio artistico delle biblioteche storiche pubbliche e, in base ai propri personali e privati interessi culturali, dovrebbero essere liberi di spostarsi da una sala di studio all’altra a seconda del tipo di materiale bibliografico a cui sono interessati. L’unico aspetto per cui l’analogia con i musei statali non è applicabile è nel fatto che l’utente di una biblioteca storica non può restare anonimo ma deve essere identificato (art. 36), perché per leggere acquista temporaneamente il possesso del bene artistico. La biblioteca statale oggi è un Servizio Pubblico aperto a tutti i cittadini come lo è un Museo dello Stato e non può più essere riservato a determinate categorie di cittadini né all’ingresso né in alcune sue sale: sarebbe come se agli Uffizi le opere più antiche o rare fossero visibili solo a ‘docenti’ e ‘studiosi’, o il Direttore del museo autorizzasse l’ingresso in certe sale solo ai ‘docenti’ ed ai loro ‘discenti’.
A conferma di questa interpretazione nel DPR del 1995 non si trovano più le categorie di cittadini/studenti indicate nel DPR del 1967 ma semplicemente il termine ‘utenti’ (artt. 31 – 40), mentre gran parte dei suoi articoli si occupano di disciplinare nel dettaglio le registrazioni delle informazioni necessarie per assicurare che i libri non si possano smarrire o sottrarre durante la movimentazione interna e la consegna al pubblico. In particolare in Sala Manoscritti tali registrazioni sono particolarmente dettagliate: quasi ogni spostamento dell’opera deve essere documentato su appositi moduli, ed il Direttore può autorizzare la consegna di un manoscritto solo all’ ‘utente’ maggiorenne (art. 37), che giuridicamente ha la capacità di agire e quindi eventualmente risponde dei danneggiamenti causati. Allo stesso tempo però il DPR del 1995 (e la normativa introdotta dal 1990 ad oggi per modernizzazione e migliorare la qualità delle Pubbliche Amministrazioni) richiede al Direttore della biblioteca il massimo sforzo per agevolare esemplificare i servizi al pubblico, per cui il ”Conservatore’ che volesse operare nella legalità dovrebbe prendere atto che non ha l’autorità di impedire all’utente la fruizione del bene librario ma solo di disciplinarla nel modo più opportuno.
Ciò che distingue le sale ‘riservate’ – qui è la fondamentale innovazione – prescinde dalle qualità soggettive dei cittadini/utenti sono sale specializzate nel senso che richiedono attrezzature e servizi adeguati ad una corretta custodia e consultazione. Purtroppo, come ben sanno gli utenti delle biblioteche ‘pubbliche’ statali, la realtà è ben diversa.
Ancora oggi i cittadini che si avvicinano alle biblioteche pubbliche muniti del loro documento di identità possono accedere solo alla Sala Lettura, dove tradizionalmente vengono distribuite esclusivamente le opere moderne (escluse quelle collocate negli scaffali delle sale riservate), addirittura con modalità più restrittive e in numero ridotto rispetto a quanto previsto per le opere antiche e moderne distribuite nelle sale riservate.

PARTE II – La prassi contra legem – 2. Un caso emblematico della diffusa prassi bibliotecaria.
La Direzione Generale Beni Librari con un ritardo di quattro anni – e solo grazie a reiterati reclami degli utenti – ha preso atto che una Amministrazione Pubblica deve applicare la Legge e nel dicembre 2000 ha approvato il Regolamento interno che la Direzione della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, ha dovuto predisporre ‘in conformità’ con i nuovi principi generali (come prescritto dall’art. 26 del DPR del 1995) .
Alla fine del 2001 la BNCF ha anche ottenuto la Certificazione di Qualità del Sistema di Gestione, secondo lo norma ISO EN UNI 9002: 1994, da un Organismo di Certificazione accreditato da (e finanziatore del suo controllore) il Sincert.
Le ISO sono solo norme tecniche, ma presupporrebbero il rispetto delle norme giuridiche del settore di appartenenza dell’Organizzazione certificata, definita ‘fornitore’ (‘4.9 Il fornitore deve individuare e pianificare i processi di produzione … che hanno diretta influenza sulla qualità ..e.. assicurare che siano attuati in condizioni controllate. Tali condizioni devono prevedere … la conformità con norme/codici di riferimento’).
Così non è stato, si è violata sia la ISO che la Legge con un Regolamento rappresentativo di un concetto distorto di ‘conservazione’ approvato dalla Amministrazione Centrale e – questa è la mia impressione – comodo per i bibliotecari delle Biblioteche storiche, se non altro perché permette di eludere le complesse problematiche della custodia e della conservazione del libro e di ridurre il carico di lavoro derivante non dalla tradizionale e tranquilla attività di catalogazione e restauro (vedi ancora l’esperienza BNCF: un’Area Digitale più che miliardaria – in lire – ‘inaugurata’ nel 1999 e l’alluvionato del 1966 entrambi ancora incompiute) ma dal crescente servizio al pubblico richiesto da utenti esigenti e sempre più ‘anonimi’, non più rappresentati dalla rassicurante cerchia di ‘facce conosciute’.
Nel nuovissimo Regolamento interno della BNCF, all’art. 3 (Accesso) si legge che ‘la biblioteca, è destinata a quanti svolgono attività di ‘ricerca’. In particolare possono accedere nelle Sale Consultazione, Musica e Manoscritti i ‘professori o studenti in possesso di una lettera di presentazione del professore’ (artt. 4 e 6).
Si fa un formale riferimento alla possibilità di avvalersi delle norme su l’autocertificazione, ma non si esplicita cosa è necessario dichiarare (ad esempio la qualità di studente).
L’utente incontra enormi difficoltà per fornire una non trasparente ‘congrua documentazione’ relativa a ‘motivate esigenze di studio o di ricerca’ (art. 4 Regolamento interno). Questo perché i compiti di garantire la custodia e controllare il materiale librario sono stati tradotti in un controllo su quali cittadini autorizzare a consultare un libro.
Ad un controllo che il Diritto Pubblico definirebbe ‘oggettivo’ ed ‘imparziale’ si è preferito un controllo ‘soggettivo’ e illegittimo in quanto ‘discriminatorio’.
Al controllo rivolto alla movimentazione dei ‘prodotti’ che la Scienza dell’Amministrazione classificherebbe come ‘tecnico- gestionale’, si è preferito un ‘controllo sociale’ basato non solo sull’appartenenza o meno del cittadino alla ristretta comunità universitaria ma addirittura sulla sua ‘cooptazione’ nella famiglia degli ‘studiosi’.
La carta di identità, la maggiore età dell’utente oppure il certificato d’iscrizione ad una scuola o università hanno un valore secondario per accedere in questa biblioteca. Il documento principale che occorre procurarsi ed esibire è la ‘lettera di presentazione del professore, che in questo contesto probabilmente ha il valore di un atto di diritto privato, e quindi è una raccomandazione istituzionalizzata.
Leggendo il regolamento si nota che neanche il possesso di particolari conoscenze scientifiche, nel nostro ordinamento giuridico attestato dai titoli di studio legalmente riconosciuti, è il criterio rilevante per avere diritto ad accedere a questo servizio pubblico. La logica di questa esclusione deriva da una prassi distorta, che trova forse origine nel DPR del 1967 abrogato nel 1995. Il titolo di studi indica che il cittadino/studente è uscito dal mondo dell’Università e della Scuola, quindi è come se improvvisamente avesse perso il diritto, le capacità e l’interesse culturale per accedere a gran parte dei beni librari di una biblioteca ‘pubblica’ ‘di conservazione’ che rifiuta di definirsi Biblioteca di Servizio.
L’amara conclusione è quindi che la riforma delle biblioteche statali del 1995 stenta ad essere applicata. L’attaccamento alla ‘tradizione’ impedisce a queste Organizzazioni Culturali di perseguire il loro fine istituzionale, ossia ‘lo sviluppo della cultura’ ed ‘il pieno sviluppo della persona umana’, determinando invece il rischio concreto di una lesione dei diritti fondamentali delle persone.

CONTINUA IN: LA CULTURA DEL SERVIZIO E LE BIBLIOTECHE ITALIANE
intervista allo storico Paul Ginsborg
…’Un’altra cosa che noi stranieri sempre commentiamo delle biblioteche italiane è l’atteggiamento gerarchizzante nei confronti degli utenti, questa separazione tra la Sala generale di lettura e le Sale riservate (cosa che esiste alla Braidense, come alla BNCF e alla Marucelliana, ma non ad esempio alla Library of Congress, dove io ho studiato accanto addirittura a dei barboni).’…
http://www.aib.it/aib/sezioni/toscana/bibelot/9903/b9903i.htm

LA FRUIZIONE NEGATA DEL LIBRO
Per il superamento della ‘logica della conservazione’
…’Il bibliotecario deve considerare il lettore un nemico, un perdigiorno (altrimenti sarebbe a lavorare), un ladro potenziale. … Il prestito dev’essere scoraggiato … i furti devono essere facilissimi. Gli orari devono assolutamente coincidere con quelli di lavoro, discussi preventivamente con i sindacati … Idealmente l’utente non dovrebbe poter entrare in biblioteca; ammesso che ci entri, usufruendo in modo puntiglioso e antipatico di un diritto che gli è stato concesso in base ai principi dell’Ottantanove, ma che però non è stato ancora assimilato dalla sensibilità collettiva (U. Eco)’..
http://xoomer.alice.it/biblaria/fruizione_negata-bsimone.htm

LINEAMENTI DI BIBLIOTECONOMIA, Carocci editore, a cura di Paola  Geretto, p.274.
…’una filosofia espressa in termini candidamente  eloquenti da Amalia Vago nel 1940:
‘La sala di consultazione, detta anche sala di studio, o sala riservata finalmente risponde alla
necessità di separare gli studiosi seri, che hanno bisogno di quiete e di raccoglimento, dalla massa dei lettori comuni, i quali involontariamente portano, anche solo con il loro numero e con il loro andirivieni, rumore e distrazione nella sala comune, inconveniente determinatosi anch’esso nella seconda metà dell’Ottocento, con il diffondersi e il volgarizzarsi della cultura, e l’affluire nelle biblioteche di un pubblico sempre più numeroso ed eterogeneo’..
fonte: lista AIBCUR (Associazione Italiana Biblioteche)

BNCF
La Biblioteca nazionale centrale di Firenze è un luogo surreale. Dove i diritti della persona umana non contano assolutamente una mazza, mentre i libri sono considerati entità superiori, quasi divine, da venerare e tutelare. (In realtà neppure questo è vero perchè tempo fa girava voce che alcuni cattivissimi custodi, al riparo da occhi indiscreti, prendevano a pedate i volumi nei sotterranei). La selezione del personale è praticata in base a criteri rigidissimi.
Requisiti imprescindibili per accedere al grande tempio dove tutto si conserva e niente si distrugge sono: una certa inflessibilità burocratica, una spiccata tendenza alla malvagità e una netta propensione al rifiuto. Ah dimenticavo: lamentarsi spesso è un must.
Gli studenti e i ricercatori che chiedono libri in prestito vengono chiamati utenti e sono controllati a vista. ‘Dove va con quel libro?’. ‘Di che colore è la sua tessera?’. ‘Ce l’ha il permesso?’.
‘L’altro giorno un utente mi ha detto che ero sgarbata’ si lamentava ieri una custode. “Signorina, ho pensato io che non riesco mai a tenere la botola della parolacce chiusa, l’utente la doveva proprio mandare … “
Che poi utenti – che viene da un simpaticissimo verbo semideponente latino – vuol dire ‘coloro che usano’. Non c’è niente di male. Ma a me essere chiamata utente è una cosa che mi manda fuori di testa. Poi ci sono i grulli doc: a diciotto anni fui inseguita da un custode pazzo che, con la scusa di un libro, mi perseguitava con occhiatacce e versacci. Finii davanti alla direttrice, tremante come una foglia.
Finalmente, con la scusa della tesi, riuscii a mettere le mani sull’ambitissima tessera rossa. La tessera rossa è l’unica difesa in mano al povero ricercatore. Un vero e proprio jolly.
Custode: ‘Dove va con quel libro?”. Mavi: ‘Guardi che è mio’. Custode: ‘Allora ci vuole il permesso’. Mavi: ‘Ma io ho la tessera rossa’. Oppure. Custode: ‘Può prendere solo tre libri per volta’. Mavi: ‘Ma io ho la tessera rossa’.
Il custode si ritira, come un vampiro accecato dalla luce del sole.
Infine ci sono le regole: ordini un libro alle 10.30? La consegna è per le 13. Lo ordini a 12.30? La consegna è per la mattina dopo. Vuoi in prestito un libro che hai chiesto in consultazione? Prima lo devi restituire e poi lo devi richiedere. Eppure a volte ti imbatti in qualcuno che ti commuove. Un custode che sta lì da così tanto tempo che sembra polveroso anche lui. Uno che per i libri combatte, lavora e soffre. ‘Guardi che siamo stati costretti a ridurre il servizio perchè ci hanno tagliato i fondi. Voi arrivate e chiedete, ma poi i libri vanno rimessi al loro posto, nei corridoi che sono infiniti’. Ah, dico io. E la rabbia mi comincia a smontare. ‘Guardi che un libro fuori posto è perso per sempre’. Ecco, l’immagine di quel volume smarrito nei meandri della Nazionale, mi suscita una tenerezza infinita.
All’improvviso Il custode mi sembra un elfo, un mago buono che conserva un grande tesoro in un’immensa foresta e che si trova costretto a combattere contro frotte di nemici, barbari e incolti. Tra questi, naturalmente, ci sono anch’io.“
in: http://mavicontrotutti.splinder.com/post/5899984

Berardino Simone
ex collaboratore Centro Ricerche CROGeF di Firenze – www.crogef.it
(ex utente di biblioteche storiche ed appartenente alla Associazione Lettori BNCF. Non in possesso di lettera di presentazione).

Autore: Berardino Simone

Email: dinosimone@virgilio.it

Salvatore SETTIS: Dibattito oggi all’Hermitage: ma il Museo ha un futuro?

Si discute oggi molto, e non solo in Italia, quale debba essere il ruolo dei musei, e più in generale del patrimonio culturale. Questa discussione, proprio perché avviene contemporaneamente in molti Paesi (a livello accademico, politico, giornalistico), e nell’ambito di tradizioni e istituzioni assai diverse di luogo in luogo, è difficile da afferrare nel suo insieme. Si possono però additare, in forma meramente elencativa, alcune domande che – pur nella diversità delle situazioni – si pongono in tutto il mondo, raggruppandole in cinque categorie: definizione, importanza, uso (o usi), proprietà, costi del patrimonio culturale.

Definizione: che cosa si può definire «patrimonio culturale»? La definizione dev’esser limitata avarie forme di «arte», o estesa fino ad includere oggetti rappresentativi della storia, della religione, della tecnologia, della produzione artigianale, dell’organizzazione sociale, agricola o industriale?

Importanza: qual è (o dovrebbe essere) il significato del patrimonio culturale nella società contemporanea, dominata dalla retorica della globalizzazione? Dobbiamo definirlo secondo standards differenziati di Paese in Paese, o invece cercare una definizione unica, valida dappertutto? Il «patrimonio culturale» di un Paese è solo quello che vi è stato prodotto (l’arte russa in Russia, quella italiana in ltalia), o dobbiamo cercare una definizione più onnicomprensiva?

Uso/usi: a che cosa serve il patrimonio culturale, e in particolare i musei? Sono un deposito di memoria storica e/o di identità culturale? Sono costitutivi della nozione di identità nazionale, o di subidentità locali, o appartengono all’umanità intera? Dobbiamo conservarli per il nostro piacere estetico? O in quanto informazione storica, «archivistica»? 0 per educare le generazioni future?

Proprietà: a chi spetta la proprietà del patrimonio culturale, comunque lo si voglia definire? Alla sfera Pubblica o a quella privata? O a entrambe? I poteri pubblici devono o non devono avere il potere di limitare il diritto dei proprietari privati in nome di un principio più elevato del mero diritto di proprietà? E come formulare un tal principio, come dargli sostanza giuridica?

Costi: tutelare e preservare il patrimonio culturale, e in particolare i musei, può essere assai costoso. Chi deve coprirne i costi? I visitatori paganti?
E se questi introiti non bastano (come accade quasi sempre), dobbiamo abbandonare musei e monumenti a un incerto destino? O dobbiamo coprire i costi del mantenimento a spese pubbliche? E se sì, perché?

Temi, lo abbiamo detto, dibattuti in tutto il mondo, ma che assumono oggi in Italia un rilievo particolare per almeno tre ragioni: primo, l’Italia si distingue a livello mondiale per la diffusione straordinariamente densa e capillare del patrimonio sul territorio. Nel nostro Paese, i musei contengono solo una piccola parte dei beni culturali, che sono viceversa sparsi in chiese, palazzi, piazze, case, strade, e disseminati nelle campagne e nel paesaggio.

Seconda ragione, l’Italia è il Paese in cui è nata la legislazione della tutela del patrimonio culturale: questa lunga storia comincia dall’Italia dei Comuni, si dipana attraverso gli Stati italiani preunitari (specialmente il regno di Napoli e gli stati del Papa), fino alla legislazione dell’Italia unita, che culmina nell’articolo 9 della Costituzione repubblicana, che prima al mondo inserì la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale fra i principi fondamentali dello Stato.

Terza e ultima ragione di attualità è lo stato attuale di crisi del settore, dopo la drastica riduzione di fondi del governo Berlusconi, e la speranza che il nuovo governo voglia invece passare ad una politica di investimenti, come intende fare il nuovo ministro dei Beni culturali (e vicepremier) Francesco Rutelli.

Ma è opportuno ricordarsi che la prospettiva sul destino dei musei e del patrimonio culturale è oggi problematica in tutto il mondo, inquinata com’è dalla tendenza a considerare il patrimonio culturale come una risorsa economica da sfruttare. È per questo che, con paradosso solo apparente, da un lato quasi ogni Paese si è ormai dotato di una qualche legge di tutela (in molti casi, solo negli ultimi decenni), dall’altro lato si registra, anche nei Paesi di più antica tradizione come l’Italia, la spinta irresponsabile ad alleggerire le norme di tutela per consentire un’indiscriminata commercializzazione.
Si intreccia con questo processo un altro sviluppo, che possiamo chiamare l’istituzionalizzazione del patrimonio culturale. Sempre più spesso, oggetti d’arte che per secoli sono stati nelle piazze e nelle chiese vengono spostati nei musei (basti ricordare a Roma il Marco Aurelio del Campidoglio, a Firenze il Perseo tolto dalla Loggia dei Lanzi, la Porta del Paradiso estirpata dal Battistero).

Si tocca qui con mano uno dei paradossi della tutela: dislocazioni come queste (e mille altre) sono motivate da ragioni di conservazione (talvolta inconfutabili), ma al tempo stesso comportano un gesto distruttivo, che incide profondamente sul contesto storico di un monumento o di una piazza; né la sostituzione con copie è un rimedio pienamente efficace.
Dello stesso segno è la musealizzazione di interi edifici, come la Cappella degli Scrovegni a Padova, che dopo un eccellente restauro è ora visibile solo a gruppi, con un tempo massimo di visita (15 minuti) men che insufficiente a dare anche solo uno sguardo sommario allo straordinario ciclo di Giotto. Di fatto, per tutelare meglio la Cappella si è finito col renderla invisibile: il solo modo per visitarla in santa pace e di recarsi al museo Otsuka nell’isola giapponese di Shikoku, dove ne esiste un’ottima replica in scala 1:1.
Al tempo stesso, intere città (per esempio Venezia) vengono presentate come «città museo», e si parla di un Museo Italia. Definizioni introdotte con ottime intenzioni, ma che hanno l’effetto di accreditare la separatezza del «mondo dell’arte» (confinato nei musei) dal mondo «reale», nel quale debbano valere tutt’altre regole.

Molto meglio sarebbe che, anziché assimilare il palazzo, la chiesa, la città a un museo, ci ricordassimo che è vero il contrario. E cioè che la città (anche se densissima di edifici monumentali) non è un museo, ma la casa dei cittadini; che le chiese servono al culto, i palazzi ad abitarvi. Che Giotto concepì i suoi affreschi per un’osservazione prolungata, non per un rituale turistico. Che i musei sono non spazi separati, bensì proiezioni delle rispettive città, e che dal tessuto urbano, e non da un’astratta idea di «museo», essi traggono legittimazione, senso e forza.
È sbagliato e pericoloso dimenticare che l’istituzione-museo è assai recente. Ha poco più di duecento anni di vita, e la sua espansione a livello planetario ne ha molti di meno. Nulla garantisce che i musei debbano ancora esistere fra cento, duecento, trecento anni: essi sono una formazione storica che, come altre, può a un certo punto perdere vitalità. E come non accorgersi che i musei oggi si stanno evolvendo, in modo più o meno visibile, verso altre forme, che talvolta somigliano a uno shopping center o a luoghi di attrazioni e di intrattenimento?

Non dobbiamo dare per scontata l’istituzione-museo, limitandoci a studiarne la storia o gli allestimenti, ma domandarci quale oggi possa esserne il senso, rispetto alle nostre società. Domanda non banale, resa più acuta e urgente da fenomeni recenti e recentissimi: la drammatica crescita del numero dei musei in tutto il mondo e dei loro visitatori; l’incerto rapporto fra collezioni permanenti e la pulsione a una frenetica girandola di mostre effimere; la professionalizzazione crescente degli addetti ai lavori; la tendenza a utilizzare strumentalmente i musei (e più in generale il patrimonio culturale) per operazioni d’immagine (aziendale o politica); infine, lo stesso estendersi dell’istituzione-museo da varie forme d’arte a qualsiasi altro oggetto, dall’industria agli oggetti d’uso.

Molti di questi sviluppi sono non solo inarrestabili, ma positivi: ma essi hanno un effetto cumulativo, che sommandosi ad altri fattori – per esempio le retoriche del mercato come universale principio salvifico, o le realtà della politica locale – può condurre in tempi brevi a una crisi assai più profonda di quella che oggi cominciamo a vedere.
E una ragione in più, io credo, per guardare con rinnovata attenzione a quanto accade in Italia. Per ridare all’antico e consolidato modello italiano della conservazione contestuale del patrimonio culturale lo smalto e lo slancio richiesto dalle circostanze, dalla nostra responsabilità verso le nuove generazioni, dal dovere degli Italiani di continuare a proporre quel modello all’attenzione di tutto il mondo.

Ricordandoci che laverà, la grande «redditività» del patrimonio culturale non è nella sua commercializzazione, e nemmeno nel turismo e nell’indotto che esso genera, bensì in quel profondo senso di identificazione, di appartenenza, di cittadinanza, che stimola la creatività delle generazioni presenti e future con la presenza e la memoria del passato. Su un tessuto monumentale, museale e paesaggistico di tanta vari età e ricchezza come il nostro è doveroso costruire un sistema di relazioni (a cominciare dalla ricerca sul campo e dalla necessaria, capillare informazione ai cittadini), che faccia risorgere nelle coscienze la consapevolezza della nostra storia e i valori simbolici ad essa collegati.

E’ necessario vincere il superficiale economicismo che svendendo la sostanza profondamente civica dei beni culturali produce una crescente usura dei valori simbolici che li permeano e che cementano la società, incrementandone la capacità di rinnovarsi e di affrontare le sfide del futuro. Solo così il nostro patrimonio potrà dispiegare ancora la sua funzione civile, sempre più essenziale di fronte alle crescenti sfide del futuro.

 

Autore: Salvatore Settis

Fonte:La Repubblica

Alfonso PANZETTA: Muovo dizionario degli scultori italiani dell’Ottocento e del primo Novecento – Da Antonio Canova ad Arturo Martini.

Il Nuovo Dizionario degli scultori italiani dell’Ottocento e del primo Novecento, frutto di una ricerca continua e costante sulla scultura italiana, viene proposto dalla casa editrice AdArte nella sua terza edizione. Un percorso di 150 anni attraverso l’arte plastica italiana con 4.081 schede biografiche, 2.521 immagini a corredo iconografico, di cui 516 ritratti di artisti per un totale di 1.068 pagine. L’autore, in questa ultima edizione notevolmente più ampia, dopo quelle edite nel 1989 (1.025 artisti e 87 opere riprodotte) e nel 1994 (2.400 artisti e 862 opere riprodotte) per i tipi di Allemandi, da tempo esaurite, ha arricchito la documentazione biografica e iconografica sulla base di uno studio approfondito, teso a valorizzare un grande patrimonio artistico spesso ingiustamente trascurato.

Alfonso Panzetta, docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Bologna, è considerato il maggior specialista di scultura italiana dell’Ottocento e del Primo Novecento e di arti decorative. Tra le diverse pubblicazioni dell’autore si segnalano il Catalogo generale delle ceramiche Lenci e le monografie degli scultori Felice Tosalli, Marcello Mascherini e Michelangelo Monti.

Info:
AdArte Srl, via Luciano Manara, 6 – 10133 Torino – tel/fax 01119715289;

2 volumi in cofanetto, 1.068 pp., € 250,00

Email: info@adartepublishing.it

NAGO-TORBOLE (Tn): I quattro grandi di Spagna – liberi di scegliere – Picasso Mirò Dalì Goya.

L’Atlantic Club Hotel di Nago propone ai suoi visitatori un sapere solido, inerente alla realtà e legato all’attualità creando un vero e proprio scrigno in cui le quattro collezioni diventano parte di un itinerario che stimola, oltre all’intelletto, tutti i cinque sensi.

E’ un percorso che vuole incuriosire e accompagnare lo spettatore in ragionamenti e riflessioni riguardanti il libero arbitrio.
L’idea consiste nel creare un ponte che colleghi Goya all’arte contemporanea di cui Picasso, Mirò, e Dalì sono i rappresentanti celeberrimi. La possibilità di sentirsi liberi di rappresentare la realtà come la si vede e la si percepisce sarà l’eredità che Goya lascerà al futuro.
A posteriori, Picasso e Mirò nelle opere grafiche dimostrano come le scelte non ponderate dettate dalla spregiudicata libertà d’azione portino alla disfatta dell’esistenza stessa.
Infine il risolutore Dalì indica come la decadenza della società può essere superata attraverso la fede, non solo religiosamente intesa, ma come fiducia nelle capacità dell’individuo di vivere e scegliere nel rispetto di se stesso.

La mostra sarà a disposizione dei visitatori dal 11 novembre al 28 dicembre 2006.  
  
EVENTI collaterali su prenotazione

Inaugurazione 11 novembre 2006: presentazione della mostra con cena nella sala espositiva.

Serate flamenco 24 – 25 – 26 novembre e 7 – 8 – 9 dicembre 2006: cena imperiale a base di cucina catalana e spagnola allietate da musica dal vivo e da una ballerina di flamenco.

Conferenze tematiche e proiezioni cinematografiche nel tardo pomeriggio con aperitivo di chiusura:
• 18 novembre, proiezione di “Un chien andalou” e “L’age d’or” frutti della collaborazione tra il regista L. Bunuel e S. Dalì;
• 2 dicembre, proiezione di “Le mystère Picasso” di G.Clouzot con la collaborazione dell’artista;
• 16 dicembre, conferenza di approfondimento riguardante la vita e il merito di Goya;
• 23 dicembre, conferenza di approfondimento concernente Mirò, Ubu Roi e la patafisica.

Laboratori didattici rivolti ai bambini delle scuole elementari (classi III, IV, V), e visite guidate.

Si consiglia la prenotazione: Tel. 389 51 15 824; e-mail: artatlantic@hotmail.it 

Info:
periodo mostra: 11 Novembre – 28 Dicembre 2006,
orario: tutti i giorni 15.00 – 22.00,
lun. – ven. 10.00 – 12.00 laboratori didattici;
ingresso: biglietti interi € 8, ridotti € 4 per studenti, gruppi di minimo 10 persone, e laboratori didattici; gratuito fino a 6 anni;
visite guidate: massimo 10 persone, € 2, aggiuntivi al prezzo del biglietto;
Parcheggio e garage disponibili.
Come arrivare: in treno, linea Verona / Brennero – stazione di Rovereto;
in automobile, autostrada A22, uscita Rovereto sud / Lago di Garda

ATLANTIC CLUB HOTEL   – Loc. Coe, n. 1   – 38060 NAGO – TORBOLE (TN) ITALY   – Ph. 389 51 15 824

 

 

Link: http://www.art-atlanticclubhotel.com

Email: artatlantic@hotmail.it