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PONTE DI PIAVE (TV). Villa Giustiniani, la sorpresa durante il restauro: scoperti affreschi della scuola del Veronese.

Un eccezionale ciclo di affreschi cinquecenteschi, dai colori stupendi che si sono conservati nei secoli, nei quali è ricorrente una misteriosa figura di donna. Dopo mesi di ricerche lo studioso Guerirno Lovato ha risolto l’enigma: quella donna che compare spesso altro non è che la Giustizia, rappresentata nei contesti più diversi, dai tempi di pace a quelli di guerra.
«A lungo ci siamo chiesti chi fosse quella donna – racconta Gabriele Tonon, patron della birreria San Gabriel e proprietario della villa che si trova nella frazione di Busco – e quest’attribuzione ci rende felici ed orgogliosi. Quella villa l’acquistai ancora molti anni or sono, non immaginavo celasse un simile tesoro».
Il ciclo di affreschi viene attribuito alla bottega degli “Haeredes Pauli”, firma utilizzata dai membri della famiglia del grande pittore Paolo Veronese (Benedetto, Carlo e Gabriele Caliari) per continuare la sua attività.
Gli affreschi decorano il “portego” al pianterreno, due sale e uno studiolo, nonché le pareti e la volta della scala principale. «Specie quelli dello scalone – spiega Gabriele Tonon – si sono conservati molto bene. Nei secoli erano stati ricoperti da uno strato di calce che in sostanza li ha protetti. Quando la calce è stata rimossa, sono riapparsi con i loro meravigliosi colori».
Uno spettacolo artistico che a breve anche il pubblico potrà ammirare.
«La nostra intenzione – annuncia Tonon – è di adibire la villa a sede di eventi. Abbiamo provveduto a sistemare il parco, e sono stati adeguati i servizi igienici indispensabili se si vogliono organizzare attività aperte al pubblico».
Villa Giustiniani è quanto rimane di un’importante abbazia, fondata dai monaci benedettini intorno all’anno Mille. L’edificio, voluto dal nobile abate Francesco Giustiniani nel 1593, fu affrescato dalla bottega Haeredes Pauli.
«Tutto il ciclo – afferma il proprietario Gabriele Tonon – è dedicato al tema della Giustizia, in onore della casata Giustiniani e della grande giurisdizione veneziana della fine del ‘500. Avevo acquistato la villa ma ero frenato nei progetti di sviluppo – spiega – Ad esempio la barchessa aveva alcuni archi chiusi, erano stati murati dai proprietari precedenti. Per poterla utilizzare quegli archi dovevano assolutamente essere aperti altrimenti l’Usl non mi avrebbe mai dato il nulla osta. Ma gli studiosi non erano d’accordo, insistevano nel dire che le chiusure degli archi erano antiche. Riuscii a rintracciare un uomo che aveva vissuto a lungo nella villa. Sua sorella aveva delle vecchie fotografie degli anni Cinquanta, che mostravano chiaramente gli archi liberi. Fu un vero colpo di fortuna, grazie a quelle foto ottenni il permesso di abbattere i muri che chiudevano gli archi. Tutto questo ha richiesto un sacco di tempo».
Adesso fervono i lavori per aprirla al pubblico. La presentazione ufficiale del restauro degli affreschi e dei nuovi studi svolti avrà luogo sabato 8 giugno, con la visita guidata a partire dalla facciata che è tutta affrescata, con quattro grandi storie romane legate al tema della giustizia. Nelle scene ricorre più volte la città di Venezia.
«Vi è una situazione di guerra – spiega Guerrino Lovato – in cui la Giustizia viene rapita, maltrattata, violata e uccisa. Nel fondo, due galee veneziane con i leoni dorati a prua, attaccano una fortezza turca con la mezzaluna. Sul fondo il profilo di Venezia, la giusta dominante».
Sabato 8 sarà anche presentato il volume “Elogio della Giustizia” che raccoglie gli studi svolti da Guerrino Lovato.

Autore: Annalisa Fregionese

Fonte: www.ilgazzettino.it, 19 mag 2024

SANSEPOLCRO (Ar). La Deposizione di Rosso Fiorentino torna dopo il restauro.

Ha fatto ritorno a Sansepolcro la preziosa pala della Deposizione di Cristo, capolavoro cinquecentesco di Rosso Fiorentino, che aveva lasciato sette anni fa il capoluogo valtiberino per essere sottoposto ad un importante restauro divenuto ormai improrogabile, affidato all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

Il progetto per il restauro della tavola di Rosso Fiorentino nasce in occasione della grande mostra “Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della ‘maniera’” ospitata nel 2014 a Palazzo Strozzi a Firenze. In tale occasione, la diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro con la Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo facevano notare la grande sofferenza della pellicola pittorica.
La principale criticità era dovuta ai numerosissimi sollevamenti diffusi sull’intera superficie, causati dall’estrema rigidità del supporto ligneo, rigidità dovuta a un precedente intervento di restauro, avvenuto probabilmente tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 dopo il terremoto che colpì Sansepolcro nel 1789. Infatti a seguito di questa calamità furono aggiunte cinque traverse in legno di pioppo avvitate sul supporto, che hanno ostacolato i naturali movimenti del legno, e le forze così scaturite si sono ripercosse sul fronte del dipinto creando i sollevamenti.
Al termine della mostra l’opera fece ritorno a Sansepolcro nel 2015 e grazie alla disponibilità dell’Opificio delle Pietre Dure a far eseguire il restauro nei propri laboratori e alla volontà manifestata dall’Ufficio Beni Culturali della Diocesi, furono avviate dalla Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo le procedure tra le istituzioni coinvolte.
Il 20 gennaio 2016 il delicato dipinto fu movimentato in sicurezza presso il laboratorio di restauro della Fortezza da Basso di Firenze.

Come consueto per l’Opificio l’intervento è stato preceduto da una diagnostica completa ed approfondita che ha permesso di conoscere tecniche esecutive e materiali presenti, tanto originali che di restauro.
In primo luogo si è intervenuti sulla struttura, con la rimozione meccanica dell’ammannitura e delle cinque traverse non originali. Dopo aver completato il risanamento del tavolato le due traverse originali sono state rifunzionalizzate mediante un sistema a molle che asseconda, controllandoli, i naturali movimenti del legno.
Si è poi proceduto al restauro degli strati pittorici. Prima di poter effettuare la fermatura del colore è stata necessaria una prima pulitura degli spessi strati di vernice non originale. Conclusa la fermatura la pulitura, complessa e delicata, è stata condotta a più riprese: l’opera presentava molte patinature, ridipinture a coprire una superficie molto compromessa in quanto abrasa da puliture aggressive di antichi restauri (le abrasioni interessavano più di ¼ della superficie pittorica); erano presenti anche molte sgocciolature e ritocchi alterati. Le lacune, dovute per la maggior parte a pratiche devozionali, non erano fortunatamente di grandi dimensioni e comunque compromettevano parti figurative importanti. Su di esse, dopo aver effettuato la stuccatura e il ricollegamento materico della superficie, è stata eseguita l’integrazione cromatica mediante selezione, mentre le diffuse abrasioni sono state abbassate di tono mediante leggere velature.
Il restauro, le cui tempistiche sono state dettate oltre che dalla complessità dell’intervento anche e soprattutto dalla pandemia, si è concluso nel maggio 2023.
“Il complesso intervento di restauro ha permesso di restituire la completa leggibilità a un testo fondamentale nello svolgimento della pittura della prima Maniera italiana – spiega Sandra Rossi, Direttore del Settore di restauro dei dipinti mobili, Opificio delle Pietre Dure -.
Le indagini sulla tecnica pittorica dell’artista ne hanno, infatti, rivelato l’espressività e la modernità fuori dal comune: una pennellata caratterizzata da un tratteggio incrociato continuamente spezzato, quasi grafico. Sono emersi, inoltre, interessanti dettagli operativi come l’utilizzo della tecnica detta ‘al risparmio’ che, lasciando intenzionalmente a vista il fondo cromatico bruno, lo rende elemento figurativo. Il restauro ha, infine, svelato commoventi dettagli, come la presenza di una piccola margherita in primo piano, da tempo non più visibili a causa delle precarie condizioni di conservazione della pellicola pittorica”.
“È un momento di grande soddisfazione – dice mons. Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro – il ritorno a Sansepolcro della Deposizione di Cristo di Rosso Fiorentino perché è il frutto di un lavoro in sinergia di diversi enti, in particolare l’Opificio delle Pietre Dure, la Soprintendenza, il Comune di Sansepolcro, la Diocesi, la parrocchia, l’associazionismo e tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita di questo evento e di questo recupero. È motivo di soddisfazione e anche significativo perché viene ricollocato in prossimità della Settimana Santa che ci prepara a vivere il mistero di Cristo morto e risorto. Questo dipinto presentandoci proprio la deposizione di Cristo è un grande invito a riscoprire la bellezza dell’arte nella nostra Diocesi e insieme a viverla come proposta di meditazione”.
“Sansepolcro – dice Emanuela Daffra, Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure – nonostante le perdite subite nel corso del tempo, ha ancora la fortuna di custodire uno straordinario patrimonio di opere d’arte collocate nei luoghi per le quali furono pensate. Non è scontato e spiega la particolare soddisfazione nel vedere nuovamente la tavola di Rosso all’interno della sua cornice settecentesca, a suggello di una collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure ormai ‘storica’ per continuità e qualità di risultati, come mostrano i casi pierfrancescani del Polittico della Misericordia e della Resurrezione”.
“Questo episodio – commenta Gabriele Nannetti, Soprintendente alle Belle Arti, Archeologia e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo è la conferma di un modello virtuoso di interazione tra gli uffici della diocesi e quelli del Ministero della cultura, sia per quanto riguarda la Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo, ma anche per quanto riguarda l’Opificio delle Pietre Dure che opera su tutto il territorio nazionale e che ha sede a Firenze, il risultato si è raggiunto anche grazie a un percorso condiviso e accompagnato in tutte le sue fasi”.

Già nel 2022, grazie al contributo dei fondi 8×1000 della Conferenza Episcopale Italiana la Diocesi aveva investito circa 7mila euro nella chiesa di San Lorenzo in Sansepolcro – la sede dove è custodito da secoli – per la realizzazione di un moderno impianto antintrusione e di videosorveglianza di ultima generazione. Contestualmente, per completare le verifiche sulla sicurezza della chiesa – dove l’opera avrebbe fatto ritorno – veniva fatta istanza all’Opificio delle Pietre Dure per la collaborazione con il Laboratorio di Climatologia e Conservazione preventiva; il laboratorio installava tre sonde per la rilevazione e la registrazione dei parametri termoigrometrici nell’arco dei dodici mesi.
“Le mostre d’arte quando sono di alto valore scientifico diventano iniziative molto importanti – dice Serena Nocentini, dell’Ufficio diocesano per i Beni Culturali -. Esse sono da considerare grandi eventi anche per la vita culturale della Diocesi e non solo della comunità civile. Proprio in occasione della mostra ospitata a Palazzo Strozzi e in sinergia con la nostra Soprintendenza, è nata questa prestigiosa collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure. Grazie alla loro dedizione e all’altrettanta maestria è stato permesso di restituire alla comunità la bellezza e la forza espressiva di questa inestimabile opera. La Deposizione di Rosso Fiorentino è tra i capolavori più ammirati e studiati nella nostra Diocesi, ma prima di tutto usando le parole di san Giovanni Paolo II in merito all’arte sacra ‘è esperienza di universalità. Non può essere solo oggetto o mezzo. È parola primitiva, nel senso che viene prima e sta al fondo di ogni altra parola’. E proprio per questo, la nostra più grande gioia è che l’opera sia tornata nella sua chiesa originaria, perché quando vi sono le condizioni, le opere sacre devono restare nel loro contesto”.

Nel frattempo, in molti, a Sansepolcro, si erano fatti portavoce dell’esigenza di intervenire sul pavimento della chiesa, realizzato negli anni ’60 con piastrelle in ceramica blu. Per assecondare questa richiesta, la Diocesi si è attivata per la progettazione e per richiesta di autorizzazione presso la Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio, del nuovo pavimento in cotto, il cui costo, 36.300 euro, è stato coperto per tre quarti con le risorse rinvenienti dagli oneri di urbanizzazione destinati agli edifici di culto e, per la quota rimanente, circa 8mila euro, attraverso iniziative di auto finanziamento di cui si è fatta promotrice la parrocchia del Duomo di Sansepolcro e alcune associazioni cittadine (Compagnia Artisti e Vivere a Sansepolcro, Rotary Club Sansepolcro, Lions Club Sansepolcro, Caserma Archeologica, Amici del Poliedro, Associazione Campanari, Gruppo Lunedì d’Estate, Gruppo Cavalieri del Trebbio, Teatro Popolare, Volontariato San Lorenzo, Gruppo Filarmonica e alcuni privati). I lavori sono stati diretti dall’architetto Andrea Mariottini con la collaborazione di David Tripponcini e realizzati dall’impesa Stema di Nako Nasi. Sono state utilizzate pianelle delle Badie di Montefioralle lavorate artigianalmente acquistate dalla ditta Giorni Aldo che si ringrazia per la sponsorizzazione tecnica. Inoltre, con l’autorizzazione della Soprintendenza, e sempre con il contributo della comunità locale è stata eseguita, a opera di Rossana Parigi, la manutenzione della cornice e delle decorazioni in gesso dell’altare maggiore che racchiude la Pala di Rosso Fiorentino.
“Finalmente si riapriranno le porte dell’antica chiesa di San Lorenzo – dice mons. Giancarlo Rapaccini, parroco della Concattedrale di Sansepolcro -. I cittadini e i turisti potranno finalmente ammirare il nuovo pavimento in cotto artigianale dell’Impruneta e soprattutto estasiarsi dinanzi al meraviglioso dipinto della Deposizione di Cristo. Un’opera di straordinario valore artistico restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Un ritorno attesissimo da tutti i biturgensi. È stato emozionante vedere come tante associazioni della città si sono adoperate per reperire i fondi necessari per ridare una degna collocazione al dipinto. La parrocchia, e io personalmente, ci siamo fatti promotori di tale iniziativa senza trovare resistenza. È stato bello lavorare così, tutti insieme, per arricchire la nostra città. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno contribuito, con la speranza di continuare per altri interventi. Chi viene a Sansepolcro, città di Piero della Francesca, deve riempirsi gli occhi di bellezza. E ripartire con il proposito di ritornare”.

Grazie al fondamentale contributo dell’Amministrazione comunale di Sansepolcro si è provveduto al rifacimento dell’illuminazione; quest’ultima, difatti, per quanto risalente a non molti anni fa, si era dimostrata inadatta per l’adeguata lettura del dipinto: si è così costituito un tavolo tecnico tra Diocesi, Parrocchia e Amministrazione comunale per predisporre il nuovo sistema illuminotecnico affidato alla ditta Opera.

“Il ritorno dell’opera rappresenta un grande evento per l’Amministrazione comunale e per l’intera comunità – dichiara Fabrizio Innocenti, sindaco di Sansepolcro -. Si tratta indubbiamente di una splendida realtà, quella di poter nuovamente ammirare l’opera di Rosso Fiorentino alle nostre latitudini dopo il delicato intervento di restauro che l’ha riguardata. Colgo l’occasione per ringraziare la Diocesi, il costante impegno di monsignor Giancarlo Rapaccini, il generoso contributo delle associazioni cittadine. Anche il Comune ha fatto la sua parte, destinando la somma di 15mila euro per la corretta illuminazione del dipinto. La Deposizione di Rosso Fiorentino sarà così nuovamente fruibile in tutta la sua bellezza e nel suo fascino evocativo, un arricchimento ulteriore al prezioso patrimonio artistico che custodiamo in città e che fa parte del nostro Museo diffuso”.

La Deposizione di Sansepolcro è tra i capolavori di Giovan Battista di Jacopo, detto il Rosso Fiorentino (Firenze, 8 marzo 1494 – Fontainebleau, 14 novembre 1540). L’opera fu eseguita a Sansepolcro dove l’artista, fuggito nel 1527 dal Sacco di Roma, aveva trovato rifugio.
Secondo il celebre biografo delle Vite, Giorgio Vasari, egli ricevette questa preziosa occasione di lavoro alla generosa rinuncia del pittore biturgense Raffaellino del Colle che, in un primo tempo, aveva ricevuto l’incarico per il dipinto dalla Compagnia di Santa Croce “acciò che in quella città rimanesse qualche reliquia di suo”; ma anche grazie alle raccomandazioni del vescovo Leonardo Tornabuoni, cui il pittore era legato da vincoli professionali e di amicizia.
Il Rosso aveva già rappresentato il tema della Deposizione nella bella tavola di Volterra (1521), ma la critica riconosce nell’esemplare di Sansepolcro una più cupa drammaticità che lo spinge a ricorrere perfino al grottesco, come nella mostruosa figura a lato della scala. Siamo di fronte a un’opera di eccezionale forza espressiva, che rivela una religiosità personale intensa, segnata dalla nascente Controriforma e dalla gravità dei tempi, che vedono la stessa Roma in balìa delle milizie e delle bande dei regnanti; nonché a un esempio tra i più illustri del legame con Roma – e dunque degli esempi figurativi moderni quali le opere ultime di Raffaello e della sua scuola, o la potenza cromatica e le torniture poderose degli affreschi della Sistina realizzati da Michelangelo – dei territori della Valtiberina.

Info:
Ufficio Stampa Opificio delle Pietre Dure:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
tel. +39. 049.663499
simone@studioesseci.net (rif. Simone Raddi)

Ufficio Stampa Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro:
Luca Primavera
+39.345.42.15.256
ufficiostampa@diocesi.arezzo.it

BERGAMO. L’Università prosegue nel recupero dell’ex Monastero di Sant’Agostino.

Complesso conventuale tra i più illustri della città di Bergamo, fondato nel XIV secolo dagli Eremitani di Sant’Agostino, poi passato nel XV secolo agli Osservanti di Lombardia che ne promossero un profondo rinnovamento, nell’800 il grandioso Monastero di Sant’Agostino, soppressi gli Ordini monastici, divenne caserma e deposito d’armi, per soffrire poi di un lungo degrado da cui l’ha salvato l’Università di Bergamo, che nel 2015, all’interno di una campagna di restauro sull’intero complesso, ha fatto della chiesa la propria Aula Magna.
Gli ultimi lavori (del costo di 6,5 milioni), avviati dall’Ateneo nel maggio del 2020 in sinergia con il Comune, hanno interessato il Chiostro Minore, il più antico, che dallo scorso 16 settembre ha reso disponibile un nuovo spazio (1.630 mq coperti, oltre al cortile e al loggiato a piano terra, coperto ma non chiuso) in cui, tra l’altro, trovano posto locali di ristoro e spazi per l’ampliamento della Biblioteca Umanistica. E, come sempre accade, i restauri hanno offerto l’occasione per studiare queste mura così stratificate, che si sono rivelate molto generose di informazioni e di nuove scoperte.
La Soprintendenza, guidata da Luca Rinaldi, ha voluto infatti che i lavori si svolgessero secondo i principi del restauro conservativo, mantenendo tutte le fasi storiche che hanno lasciato un segno sulle strutture, così come si era fatto nella ex chiesa. Lo conferma Massimo Locatelli, responsabile Settore edifici e monumenti del Comune e direttore dei lavori, «l’intervento architettonico è stato rigorosamente di tipo conservativo, pur con l’inserimento di quelle dotazioni indispensabili al riuso. Abbiamo così cercato di ricostruire una sintesi interpretativa della stratigrafia architettonica, integrando le fonti documentali con le rilevanze dei disvelamenti emersi dai lavori ma grazie al descialbo delle sovrapposizioni dell’800 e ’900, nel corso dell’uso militare, l’intervento ha rivelato anche un’inaspettata e preziosa componente decorativa».
Si tratta di lacerti di affreschi e decorazioni, attualmente allo studio, che testimoniano le varie fasi costruttive del Chiostro Minore. Come ci illustra Silvia Massari, Soprintendenza di Bergamo e Brescia, «il Chiostro Minore fu il primo a essere costruito, a partire dalla prima metà del ’300. Subì poi distruzioni, ricostruzioni, rifacimenti, e i lacerti ritrovati documentano la sovrapposizione di tutte le fasi. La stessa decorazione delle arcate del chiostro al piano terreno è diversa sui quattro i lati: a conci policromi bianchi e neri nell’ala sud (probabilmente la più antica, della fine del ’400), a finti lacunari con decorazione floreale sugli altri tre lati, ma di diversa fattura. Frammenti di decorazione più antica, probabilmente del XIV secolo, sono stati ritrovati in una saletta al pianterreno del chiostro, dove è presente anche una bella “Crocefissione”, forse della prima metà del ’400, purtroppo mutila nella parte alta.
I ritrovamenti più interessanti sono però quelli al primo piano dell’ala nord, dove è stato riscoperto, in una grande sala, un interessante fregio allegorico cinque-seicentesco che, insieme a Sonia Maffei, docente dell’Università di Pisa, abbiamo studiato dal punto di vista della consistenza materiale, delle fonti documentali e dell’interpretazione dell’iconografia: lo studio verrà pubblicato a breve su “Fontes, rivista di Iconografia e Storia della Critica d’Arte”». Ma non basta: «attigua a questa sala è stata anche riscoperta, sotto numerosi stati di scialbo, la galleria con i ritratti di Padri Agostiniani, dipinta tra il 1728 e il 1730 dai fratelli Adolfi su commissione del priore Gian Michele Cavalieri, come narra Antonio Tiraboschi nel suo manoscritto. Purtroppo lo stato di conservazione dei dipinti della galleria non è buono, ma è una scoperta molto importante dal punto di vista documentale».
Al restauro dell’ex Monastero di Sant’Agostino sta per aggiungersi un importante tassello grazie alla donazione, da parte della Fondazione Maria Zanetti Onlus, di 100mila euro, che saranno destinati al recupero dell’antica sagrestia. Del locale, di 65 metri quadri, poco si sa, se non attraverso una nota del 1486 in cui si legge che «si dà compimento alla Sagrestia molto prima incominciata». Dell’antica decorazione oggi restano gli affreschi sulla volta e nelle nicchie, ancora in buono stato di conservazione, che saranno restaurati, come l’intero ambiente, in vista della destinazione della sagrestia a sala per seminari, club house, faculty room e sala di rappresentanza dell’Università degli Studi di Bergamo.
Lo spazio sarà intitolato alla memoria di Maria Zanetti (Bergamo, 1965-2003), figura che, all’impegno professionale in Italia e all’estero, aggiungeva una forte militanza nel volontariato, specie presso gli Ospedali Riuniti di Bergamo.

Autore: Ada Masoero

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 27 feb 2024

ROMA. Storia del primo presepe al mondo che è custodito in un’importante basilica.

Balzata agli onori della cronaca per le dichiarazioni di Papa Francesco, la basilica romana di Santa Maria Maggiore, fondata nel IV secolo e riedificata nel V (nella ricostruzione di Sisto III) sul colle Esquilino, è prodiga di aneddoti e primati, dal miracolo fondativo della nevicata, rievocato ogni 5 di agosto, al primo ciclo figurativo a mosaico apparso in una chiesa romana, con storie del Vecchio Testamento e dell’Infanzia di Cristo, dai Vangeli apocrifi che scandiscono, rispettivamente, la navata centrale e l’arco trionfale.
In una recente intervista alla tv messicana N+, Bergoglio ha espresso la volontà di essere sepolto nella basilica cosiddetta Liberiana, contrariamente alla consuetudine che vuole gran parte dei pontefici – e tutti i suoi predecessori del Novecento – riuniti nelle grotte di San Pietro. La scelta di Papa Francesco si lega alla sua devozione verso la Salus Populi romani, icona bizantina di Maria custodita nella Cappella Paolina di Santa Maria Maggiore, la sola, peraltro, a conservare una struttura paleocristiana ben leggibile tra le quattro basiliche romane. Solo all’inizio del Seicento l’immagine devozionale, dipinta secondo la tradizione da San Luca, fu collocata nella sede attuale, ed è proprio a cavallo tra XVI e XVII secolo che il suo culto si salda con la devozione gesuita – ordine cui Francesco appartiene – da Ignazio di Loyola in avanti. Anche l’ultimo pontefice sepolto a Santa Maria Maggiore, Clemente IX Rospigliosi, visse nel Seicento (morì il 9 dicembre 1669); prima di lui scelsero la basilica sull’Esquilino come luogo di riposo eterno San Pio V, Sisto V, Clemente VIII e Paolo V Borghese, che diede il nome alla Cappella Paolina (ma tra le personalità illustri si segnala anche la presenza di Gian Lorenzo Bernini).

Il-presepe-di-Arnolfo-di-Cambio-nella-nicchia-della-Cappella-Sistina-prima-del-restauro

A proposito di primati, però, la basilica vanta anche un’insolita peculiarità, poiché custodisce il primo presepe mai realizzato nella storia, ad opera di Arnolfo di Cambio, scolpito nel marmo bianco nel 1291. Il gruppo scultoreo, citato come “presepio di Gesù Cristo” nelle Vite di Vasari, fu commissionato dal pontefice Niccolò IV (1288 – 1292) circa settant’anni dopo la messa in scena del primo presepe vivente ideato da San Francesco a Greccio, nel 1223; doveva trovarsi, in origine, nell’Oratorio dedicato alla Natività di Cristo – poi trasferito nella cripta della Cappella del Santissimo Sacramento, grazie all’ingegnoso espediente di Domenico Fontana (1585-1590) – rintracciabile presso la navata destra della basilica. Niccolò IV, primo francescano eletto al soglio pontificio, omaggiava così il valore spirituale e artistico insieme della rappresentazione promossa da Francesco: l’iconografia della Natività di Cristo, come pure quella dell’Adorazione dei Magi, era già largamente codificata e diffusa in pittura (e miniatura) all’epoca, come pure in bassorilievi e gruppi scultorei, o mosaici, molto più antichi.
Per la prima volta, però, si chiedeva ad Arnolfo di inscenare l’esperienza della Natività, con lo spirito che, da quel momento in avanti, avrebbe definito il presepe. Non casuale, il nesso con la destinazione originale, l’Oratorio di cui sopra, fondato nel VII secolo e intitolato al Presepe perché destinato ad accogliere la reliquia della mangiatoia dove fu adagiato Gesù (praesepium) arrivata da Betlemme. All’epoca, sotto il pontificato di Teodoro I, la sua presenza portò a ribattezzare la basilica Sancta Maria ad Praesepium, rendendola, agli occhi dei pellegrini che giungevano a Roma durante le festività natalizie, una “seconda Betlemme”. Il “presepe” di Arnolfo rinsaldava questo ruolo.
Quando Fontana restaurò l’Oratorio, prima di ricollocarlo nella Cappella del Santissimo Sacramento (o Sistina, dove si trova ancora oggi), il presepe di Arnolfo fu sistemato in una nicchia appositamente ricavata alle spalle dell’altare, dov’è rimasto, “murato”, fino agli Anni Duemila, prima di essere restaurato (2005) e svincolato da una collocazione permanente: abitualmente conservato nella Cappella Sistina, da qualche anno a questa parte, in concomitanza con il Natale, il presepe tardo-duecentesco, capolavoro della scultura gotica italiana, viene presentato al pubblico in allestimenti inediti (nel 2022 fu esposto nella navata sinistra).
Frutto dell’ultima attività dello scultore toscano, attivo tra Firenze e Roma a cavallo di XIII e XIV secolo, il presepe di Santa Maria Maggiore è composto da cinque sculture, ad altorilievo più che a tutto tondo, pensate per intrecciare un dialogo di sguardi oggi non facilmente ricostruibile: San Giuseppe avvolto nel suo mantello, con le mani incrociate appoggiate sul bastone; i tre Magi, di cui uno orante, inginocchiato e mostrato di spalle, gli altri due scolpiti in un’unica lastra; le teste del bue e dell’asinello; il gruppo della Madonna con Bambino, originale di Arnolfo, però ritoccato nei panneggi alla fine del Cinquecento.
Alla popolarità del presepe della “seconda Betlemme” si attribuisce la diffusione di analoghi gruppi scultorei in altre chiese romane, e la successiva affermazione della tradizione diventata simbolo del Natale.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com, 17 dic 2023

VENEZIA. Scoperta nei depositi del Museo Correr un dipinto che reca l’impronta di Andrea Mantegna.

Il dipinto raffigura la Madonna col Bambino, San Giovannino e sei sante; gravemente alterato nel tempo, dopo un lungo e complesso restauro in corso di ultimazione, sarà presto offerto all’analisi e al giudizio degli studiosi che, soprattutto, valuteranno la misura dell’“impronta” lasciata da Mantegna: l’ideazione di composizione e disegno – come ormai evidente – o anche l’esecuzione pittorica “di sua mano”?
Le risposte si conta giungeranno dalla collaborazione delle due fondazioni, col concorso della Soprintendenza Archeologia e Belle Arti per il Comune di Venezia e Laguna; infatti, durante il 2024 il dipinto sarà iconico oggetto di iniziative espositive, di ricerca e di confronto, programmate tra la Villa Contarini a Piazzola sul Brenta – la città natale del grande pittore – e il Museo Correr di Venezia, la sua futura sede espositiva, oggetto di ampliamento e restyling degli spazi al secondo piano.
Fondazione Musei Civici di Venezia ha tra i compiti principali, affidatele nel 2008 dal Comune di Venezia, conservare e valorizzare l’immenso patrimonio storico-artistico pertinente agli 11 musei civici; ben compresa la parte delle collezioni che, per varie ragioni non esposta, è pure attentamente custodita nei depositi. È qui che il continuo lavoro di studio e restauro condotto da responsabili e conservatori della Fondazione ha spesso fruttato vere eccezionali scoperte. Come i casi recenti di ben tre dipinti, presenti nei depositi del Museo Correr e mai considerati per alterate condizioni o errati giudizi del passato, oggi finalmente riconosciuti come autentici capolavori di Vittore Carpaccio.
Potrebbe essere la stessa felice sorte di un’altra opera dei depositi del Correr: un piccolo dipinto su tavola, Madonna col Bambino Gesù, San Giovanni Battista fanciullo e sei sante, già appartenuto alla favolosa collezione nel 1830 lasciata alla Città da Teodoro Correr; gesto all’origine degli stessi odierni Musei Civici.
Il piccolo dipinto su tavola necessitava di un puntuale e importante restauro, dato che il tempo e le successive ridipinture ne impedivano infatti la piena leggibilità e valutazione. Questo finché l’attuale conservatore del Museo non è riuscito a cogliere chiari segni di qualità pittoriche e compositive straordinariamente alte. Così, ne è iniziato lo studio, anche con sofisticate tecnologie, e il restauro. Grazie al prezioso sostegno della Fondazione G. E. Ghirardi, che ha “scommesso” sull’opera finanziando il restauro, sta oggi emergendo quello che potrebbe essere un vero tesoro nascosto. Il dato subito emerso è che l’opera, di raffinatissima qualità esecutiva – con i finissimi chiaroscuri accentati con oro zecchino, come nelle più preziose miniature – mostra forte e chiara l’impronta stilistica di uno dei massimi pittori italiani del Rinascimento: Andrea Mantegna. Soprattutto, la stessa singolare scena sacra tutta “al femminile” è pressoché identica a quella di un dipinto oggi conservato nell’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston (USA), attribuito al grande pittore e già nelle celebri collezioni mantovane dei Gonzaga, eseguito su loro prestigiosa committenza negli anni finali del Quattrocento.
I conservatori veneziani hanno già avanzato le prime ipotesi sulla base delle indagini radiografiche e riflettografiche: il disegno rilevabile sotto al colore delinea un tracciato coincidente con il dipinto di Boston, specie in alcuni precisissimi punti. Entrambi i dipinti sembrano dunque essere stati realizzati a partire dallo stesso cartone, forato per trasferire a spolvero i punti guida del disegno sulle due tavole. È conseguente ritenere che le due opere siano state realizzate dal medesimo atelier, a breve distanza di tempo se non in contemporanea; l’artista avrebbe dunque creato due dipinti quasi del tutto identici, solo con qualche piccola ma significativa variante di dettaglio e colore.
Altro dato essenziale emerso da analisi e restauro – ad aumentare ulteriormente mistero e fascino del dipinto riscoperto – è che si tratta di un’opera incompiuta; ossia, dopo un accuratissimo processo creativo, certo lungo e faticoso, per una incognita ragione il pittore ha abbandonato l’opera ad un passo dal termine.
Ma i misteri non finiscono qui: le domande aperte sono chi ne fu il committente o, più verosimilmente, “la” committente (forse una illustre dama Gonzaga), per quale contingente motivo avrebbe richiesto due dipinti uguali e per quali destinatari. E ancora: quale viaggio ha fatto giungere in laguna il dipinto ora ritrovato, quali e quanti passaggi per finire nelle mani dell’insaziabile collezionista Teodoro Correr tra Sette e Ottocento.
L’opera, quasi integralmente recuperata dal restauro, è presentata in anteprima. Nei prossimi mesi, nel corso del 2024, sarà al centro di varie iniziative espositive, di studio e di approfondimento, programmate in sinergia da Fondazione Musei Civici e Fondazione Ghirardi, tra Piazzola sul Brenta, la città natale di Mantegna, e il Museo Correr di Venezia.
Offerto nuovamente il piccolo dipinto all’ammirazione del pubblico e all’attenzione degli studiosi, questi ultimi potranno tentare di scalfirne gli affascinanti “segreti” sopra accennati, nonché indagare la reale natura e misura della forte, personalissima “impronta” che in esso ha lasciato il grande Mantegna. Dunque, stabilire “come” e “quanto” esso sia opera sua: l’ideazione e il disegno, o addirittura anche l’esecuzione “di sua mano”?
È una grande notizia per Venezia e per la storia dell’arte italiana. Voglio ringraziare tutto il personale della Fondazione che si è impegnato per questo incredibile ritrovamento, di cui attendiamo con fiducia la conferma. Voglio sottolineare quanto sia prezioso, instancabile e unico il lavoro dei Conservatori di Fondazione Musei Civici che, ogni giorno, si prendono cura dell’immenso patrimonio del Comune di Venezia. Come Amministrazione, abbiamo l’onore di aver ricevuto, e continuiamo a ricevere, da persone generose che amano la nostra Città e animate da straordinaria passione civica e civile, opere che il Comune continua a far conoscere, valorizzare e arricchire. Luigi Brugnaro, Sindaco di Venezia
Questa storia incredibile inizia quando un nostro conservatore del museo nel prevedere un intervento di restauro ha colto dalla poco leggibile superficie della tavola dipinta alcuni indizi che potevano celare un’opera dal grande valore artistico. Una storia il cui lieto fine potrebbe restituire alla città un prezioso dipinto. Sono emozionata e orgogliosa di questa scoperta. Ringrazio la Fondazione Ghirardi che con noi ha accettato la scommessa di restaurare l’opera riportando alla luce uno dei tanti tesori nascosti nei nostri depositi, Mariacristina Gribaudi, Presidente Fondazione Musei Civici di Venezia
La Fondazione Ghirardi – Villa Contarini di Piazzola sul Brenta è ben lieta di essere stata coinvolta in questa iniziativa, che vede il recupero di un’opera di probabile attribuzione ad Andrea Mantegna, illustre cittadino di Piazzola. Nell’ambito delle attività di promozione culturale, nei vari campi del sapere in particolare dell’arte, della musica e delle scienze mediche, la Fondazione si distingue per l’attenzione che ha sempre dato alla valorizzazione del proprio territorio.
Non si deve dimenticare che Piazzola sul Brenta e Villa Contarini sono centri importanti della vita culturale della Repubblica di Venezia, fin da quando la Villa venne valorizzata dal Doge Contarini ed utilizzata, non solo per la promozione di iniziative musicali, ma anche quale centro importante di incontri a livello diplomatico internazionale. La partecipazione all’iniziativa promossa dai Musei Civici Veneziani è, pertanto, pienamente nella linea della sua tradizione che ci auguriamo possa a lungo proseguire anche per la valorizzazione del suo territorio in sintonia con le Istituzioni veneziane. Giorgio Orsoni, Presidente Fondazione G.E. Ghirardi Onlus

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