Archivi categoria: Restauri e recuperi

ROMA. L’Altare della Patria è un’opera d’arte totale. Restaurate le sculture.

Obiettivo del restauro, avviato il 28 marzo 2024, era il ripristino del valore artistico del Vittoriano, “non da considerarsi come opera architettonica ma come opera d’arte totale”, spiega Edith Gabrielli, direttrice dell’Istituto VIVE.
Ad oggi, il grande lavoro di restauro, condotto dalla restauratrice Susanna Sarmati, e con il contributo della maison Bulgari, ha coinvolto le sculture in marmo raffiguranti il Mare Adriatico di Emilio Quadrelli (Milano, 1863 – 1925) e il Mar Tirreno di Pietro Canonica (Moncalieri, 1869 – Roma, 1959); le sculture in bronzo dorato Il Pensiero di Giulio Monteverde (Bistagno, 1837 – Roma, 1917) e L’Azione di Francesco Jerace (Plistena, 1853 – Napoli, 1937) e, infine, i pennoni di Gaetano Vannicola (Offida, 1859 – Grottammare, 1923) con le Vittorie di Edoardo Rubino (Torino, 1871 – 1954) ed Edoardo De Albertis (Genova, 1874 – 1950).
Una équipe di esperti è intervenuta per assicurare la conservazione delle sculture marmoree e bronzee realizzate agli inizi del Novecento. L’intervento – interamente sostenuto dalla Maison grazie all’Art Bonus – ha consentito, in particolare, di bloccare le forme di degrado presenti e di restituire la qualità delle superfici lapidee delle fontane, così come le finiture dorate degli elementi in bronzo. Contestualmente il restauro ha permesso una più approfondita conoscenza dei processi di realizzazione dei manufatti artistici del monumento eseguiti, tutti nel medesimo periodo, da autori diversi.
“Uno degli obiettivi principali del VIVE è quello di avviare un lavoro di ricerca su tutto il nostro patrimonio e le nostre collezioni, che si è tradotto in una catalogazione sistematica di alto livello”, spiega la direttrice del VIVE Edith Gabrielli ad Artribune. “Catalogazione che ci ha portato a scoprire moltissimi oggetti conservati nei nostri depositi che nel passato erano stati ritenuti di poca importanza. Quindi adesso stiamo lavorando per farli progressivamente conoscere al pubblico attraverso il ciclo espositivo ‘Depositi in mostra’, in cui presentiamo ogni due mesi una nuova opera”. Un recupero importante, anche in prossimità del nuovo allestimento di Palazzo Venezia “che si basa proprio sul concetto di riportare in luce tutto quel patrimonio che dagli Anni Ottanta è confinato nei depositi”.
“L’incarico del Museo Nazionale Romano è temporaneo, nelle more della realizzazione del nuovo bando”, continua Edith Gabrielli, direttrice del VIVE e (ad interim) del Museo Nazionale Romano. “Un incarico di cui sono grata al Ministero perché lo considero come una prova di fiducia e credo che sarà un’opportunità importante che mi sento di affrontare con tranquillità sia per la mia lunga esperienza nel mondo dei beni culturali, sia perché posso contare su una squadra di funzionari di altissimo livello: sia al VIVE che al Museo Nazionale Romano”.

Autore: Valentina Muzi

Fonte: artribune.com 20 nov 2024

VENEZIA. Il restauro della Basilica della Salute.

“Due grandi doni che oggi tornano alla città. Qui ci sono l’identità e la ricchezza del nostro Paese e di Venezia. Vedere la basilica nel suo antico splendore è un ritorno alle origini della nostra città”, esordisce l’assessore al turismo di Venezia Simone Venturini, svelando il restauro della Basilica di Santa Maria della Salute in Punta della Dogana, o più comunemente chiamata Basilica della Salute, che dopo tre anni viene liberata dai 12mila metri quadri di ponteggio e restituisce anche l’antica biblioteca.
I lavori, sostenuti sinergicamente da Seminario, Ministero della Cultura e Comune di Venezia, sono stati avviati nel 2021 e si concludono proprio in occasione della solennità mariana del 21 novembre, oltre a coincidere con quel novembre del 1687 che vide per la prima volta la realizzazione dell’ambizioso progetto concepito dall’architetto Baldassarre Longhena.
“Ci sono delle materie comuni tra Stato e Chiesa, una è l’arte. In tutta Europa ben l’80% del patrimonio artistico-culturale è stato creato dalle religioni e tutti noi siamo allora portatori di una storia che abbiamo ricevuto e che dobbiamo a nostra volta consegnare”, ha aggiunto il patriarca di Venezia Francesco Moraglia.
Progettata dal Longhena sui modelli di Andrea Palladio, la costruzione della basilica – tra le migliori espressioni dell’architettura barocca veneziana – è legata un’ex voto alla Madonna da parte dei veneziani per la liberazione dalla peste che colpì la città tra il 1630 e il 1631, decimando la popolazione. E il culto si radicò a Venezia tanto che la Vergine Maria venne aggiunta all’elenco dei santi patroni.
E in occasione del giorno della presentazione della Beata Vergine Maria, che cade il 21 novembre 2024, si festeggia la festa della Madonna della Salute, in cui i veneziani attraversano un ponte che va da San Marco alla basilica per recarsi a pregare. Questa, insieme alla Festa del Redentore, è una delle feste popolari e partecipate dai veneziani.

Autore: Caterina Angelucci

Fonte: artribune.com, 14 nov 2024

Gennaro D’Orio. Chiesa di Sant’Eligio Maggiore al Mercato torna (forse) a splendere.

La Cultura con la maiuscola non si ferma, non deve fermarsi.
Una meraviglia, uno scrigno straordinario di arte religiosa, sarebbe tornato a risplendere da alcuni mesi per fedeli e visitatori. Il condizionale è d’obbligo ben conoscendo “uomini e cose”, per quanto poi andremo a spiegare.
Parliamo della parrocchia di Sant’Eligio Maggiore, sita dalle parti della storica piazza Mercato a Napoli, una delle prime chiese angioine realizzata nella città partenopea, significando uno degli esempi del gotico meridionale, che più si avvicina a quello d’oltralpe.
Per tale sacra testimonianza, il tempo sembrava (e ancora sembra?), essersi fermato in termini di auspicata valorizzazione “in fieri”. Troppe le traversie, le disavventure, sofferte. Il complesso monumentale, costruito per la sua funzione anche di ospedale e cimitero, appena al di fuori della cinta muraria di Napoli, fu infatti colpito e in parte danneggiato da un bombardamento (2a Guerra Mondiale), nel pomeriggio del 28 marzo 1943.
Il “tradizionale”, contiguo, orologio bi-direzionale, trafitto da una lamiera, rimase fermo all’orario dell’esplosione ed è tornato in funzione solo nel 1993, grazie al lavoro sinergico di un’associazione culturale, della parrocchia e dei cittadini. Inoltre, un restauro riportò il tempio alla originaria linea gotica, liberandolo degli stucchi apposti nei secoli. Ma, purtroppo, non finiva lì. Altri sfregi strutturali ed un paio di incendi da falò accesi in piazza (appena nel 2022!), che bruciarono ed annerirono le facciate esterne, fecero il resto, piombando l’importante complesso in condizioni di degrado ed abbandono.
Intanto, tornando agli aspetti storici della chiesa in parola, va rilevato che ogni città ha un angolo, uno scorcio in cui ci si astrae dal tempo, di colpo si respira l’atmosfera di un’altra epoca, viaggiando a ritroso nei secoli. Napoli abbonda di tali luoghi, capaci di indurre un senso di spaesamento, sospensione ed estraneità, includendo in questi l’area di sant’Eligio, comprendente la chiesa ed il complesso addossato a essa. I suoi archi acuti e la sua atmosfera gotica “ci portano immediatamente al Medioevo, con storie di pie devozioni e cupi traffici d’amore”.
I due enigmatici orologi sull’arco furono testimoni di eventi secolari, prima come detto di interrompersi per sempre: qui veramente il tempo pare essersi fermato. Per capire meglio l’atmosfera, sarebbe opportuno per un po’ farsi guidare da alcuni “ciceroni d’eccezione”, tra Benedetto Croce che, famoso per le sue passeggiate in Napoli, quando scrisse il suo articolo per “Napoli Nobilissima”, intitolato “L’arco di sant’Eligio”, i due grandi e famosi orologi funzionavano ancora. Ma ecco nel 1943 l’esplosione della nave Caterina Costa, che lanciò una delle sue impazzite schegge metalliche “contro” e bloccò per sempre il meccanismo, fermando “eternamente” quell’ora. L’illustre filosofo, trovatosi a passare per il vicino Borgo degli Orefici, non poté regolare la cipolla tirata fuori dal taschino del panciotto… Una storia probabilmente unica. La storiella dell’arco di sant’Eligio non poteva essere vera, è dato leggere altresì, perché “nessun grande scrittore della storia di Napoli o cancelliere regio ne parla”, tanto da far ritenere che appartenesse quindi più alla fantasia popolare.
Quella di “Sant’Eligio” è la prima chiesa gotica di Napoli. Austera come tutti gli edifici del Duecento angioino, fu apprezzata dal re Carlo d’Angiò, il quale concesse lo spazio pubblico per la sua edificazione, nel 1270. Strutture come un ospedale, un banco dei pegni, un Conservatorio, un educandato femminile, che nel corso dei secoli andarono ad ingrossare il complesso di Sant’Eligio Maggiore al Mercato, furono poi sequestrate dai francesi quando a Napoli scoppiò la Rivoluzione napoletana del 1799. A seguito della soppressione degli ordini religiosi e del sequestro di conventi e monasteri, anche “Sant’Eligio” perse la propria identità e, nei locali sacri, vi si impiantò una caserma. Solo nel 1815, con la Restaurazione borbonica, l’imponente edificio riprese il suo ufficio sacro, la sua autonomia ed i suoi privilegi, sempre seminascosto e all’ombra tra i vicoli circostanti. Dopo continue aperture e chiusure seppur temporanee ma alternatesi per anni, la chiesa di Sant’Eligio, sita nella via omonima del popoloso quartiere Mercato, ha riaperto i suoi battenti a maggio scorso.
In concomitanza eccezionale, forse, dell’evento di un concerto di musica sacra o, questa volta, lo si spera per sempre? Fatti e concrete prospettive di riqualificazione, significheranno che si è voltata davvero pagina.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

CASTELSEPRIO (Va). Al via i lavori di manutenzione sugli affreschi nella chiesa di Santa Maria foris portas presso il Parco Archeologico.

Sono iniziati i lavori di monitoraggio e manutenzione del ciclo di affreschi nell’abside della chiesa di Santa Maria foris portas presso il Parco Archeologico di Castelseprio, grazie al progetto Restituzioni di Intesa Sanpaolo.
L’attività è eseguita dal restauratore Luigi Parma (Milano) e durerà fino alla prossima primavera. Il sito resterà comunque aperto ai visitatori che potranno assistere ai lavori – programmati in maniera da recare il minor disturbo possibile – durante gli orari di apertura della chiesa.
L’intervento consentirà una mappatura completa dello stato di conservazione degli affreschi, una spolveratura ed una pulitura a secco, agendo con iniezioni di malta idraulica naturale laddove si rilevassero distacchi dell’intonaco.
“L’intervento – afferma il Direttore del Parco Archeologico Stefano Aiello – si iscrive nell’ampio programma di attività di tutela, studio e ricerca intrapreso dal Parco di Castelseprio per conto della Direzione regionale Musei nazionali Lombardia. Ci tengo a ringraziare la generosità di Intesa Sanpaolo per il sostegno dato all’intervento e il suo inserimento nel progetto Restituzioni. Ringrazio inoltre la nostra precedente direttrice Emanuela Daffra e il nostro attuale direttore Rosario Maria Anzalone per l’impegno profuso nell’avviare questo progetto. Ringrazio infine anche la direttrice dei lavori Flora Berizzi che seguirà da vicino l’intevento”.
Il ciclo di affreschi è di rilevante importanza per lo studio dell’arte pittorica medievale lombarda. Sono rappresentate scene dell’infanzia di Cristo con episodi tratti dai Vangeli apocrifi anche piuttosto rari. Il racconto si dipana su due registri sovrapposti, conservati solo in parte. La narrazione inizia, in alto a sinistra, con l’Annunciazione e prosegue con la Visitazione e con la Prova delle Acque Amare, quando secondo le fonti Maria sorseggiò una bevanda misteriosa per attestare pubblicamente la sua verginità.
L’autore – forse originario di Costantinopoli dato che i nomi dei personaggi sono riportati in caratteri greci – è ad oggi ignoto e il suo modo di dipingere, dotato di forti legami con la pittura classica, risulta originale e con pochissimi paragoni. Data questa assenza di riferimenti, non c’è attualmente accordo tra gli studiosi sulla data di esecuzione di questa impresa artistica.
Tre sono le principali ipotesi: l’età tardo antica (VI secolo), quando a seguito della guerra greco-gotica la penisola fu conquistata dai bizantini; l’età Longobarda (VII secolo) quando, per contrastare l’eresia ariana che negava la natura divina di Cristo, si ribadirono le miracolose storie legate al suo concepimento; e il IX secolo, nel contesto della contrapposizione tra Chiesa orientale e papato sul culto rivolto alle immagini sacre.
L’ultimo importante intervento di restauro sul ciclo di affreschi, scoperto nel 1944 dallo storico e archeologo lombardo Gian Piero Bognetti, risale ai primi anni Novanta e fu eseguito dalla nota restauratrice lombarda Pinin Brambilla.

Scheda tecnica dell’intervento (restauratore Luigi Parma):
L’intervento tecnico avrà carattere conservativo e manutentivo, tenendo presente che il precedente restauro – ancora molto valido e storicizzato – sarà preservato.
Si procederà con un’attenta osservazione degli affreschi accompagnata da una documentazione fotografica preliminare con riprese a luce diffusa e in luce radente per verificare la complanarità dell’intonaco e la presenza di eventuali sollevamenti e decoesioni della materia pittorica. Tramite battitura sarà verificato lo stato di adesione dell’intonaco alle murature con la stesura di una mappatura di ogni scena, redatta digitalmente in formato editabile con relative legende, dove verranno segnalate eventuali zone di distacco, problemi di adesione o di coesione dell’intonachino con l’arriccio e tra l’arriccio e supporto murario.
Si interverrà con una leggera spolveratura con pennellesse morbide allo scopo di rimuovere il materiale lipofilo superficiale senza intervenire sulle aree con decoesione ed eventuali sollevamenti della materia pittorica.
Successivamente si procederà con una pulitura a secco mediante spugne Wishab per rimuovere la stratificazione lipofila più tenace.
Quindi si procederà con il consolidamento profondo delle zone di intonaco decoeso dal supporto murario con iniezioni di malta idraulica naturale tipo Ledan. Le eventuali zone di decoesione tra intonachino e arriccio verranno risolte con iniezioni di resina acrilica Primal. Le incongruenze materiche riscontrate sul supporto murario nelle zone inferiori saranno rimosse meccanicamente con micro-scalpelli.
La successiva stesura materica sarà effettuata con malta a base di calce Lafarge e sabbia selezionata di granulometria e cromatismo simile all’intonaco. Eventuali decoesioni e sollevamenti di materia pittorica saranno risolte localmente mediante l’impiego di nanotecnologie.

Fonte:
Studio Esseci, Via San Mattia 16, Padova, 35121 IT Pd
E-mail: segreteria@studioesseci.net – Url: www.studioesseci.net – tel. 049663499

roma

ROMA. A Palazzo Nardini scoperto un affresco del ‘400.

Mentre percorre il loggiato che affaccia sulla grande corte interna di Palazzo Nardini, il professor Antonio Forcellino si ferma ad ascoltarne “il respiro”. Il rumore di Roma, lasciata alle spalle oltre il grande portale cui si accede da via del Governo Vecchio, è solo un ricordo lontano.
“Questo è il Quattrocento”, esclama il professore, rimirando un pezzo di città rimasto per anni inaccessibile, e ora oggetto di un progetto di recupero filologico e rinnovamento che Forcellino sta conducendo da oltre un anno insieme ad un team di esperti che lo vede, ancora una volta, al lavoro accanto a sua moglie architetto.
“A casa ormai non parliamo d’altro, questo progetto è come un figlio; affrontiamo il restauro come un rammendo che richiede piccole cuciture, da apportare con pazienza”, spiega.
Al restauratore e storico, tra i maggiori studiosi europei di arte rinascimentale, è stata affidata la direzione del cantiere che porterà alla rinascita di Palazzo Nardini entro il 2025. E l’impegno ha ripagato la squadra con la scoperta di un affresco di fine Quattrocento che Forcellino non esita a definire “eccezionale”: nella sua carriera sono numerosi i restauri di grande rilievo – si pensi al Mosé di Michelangelo o alle Sibille di Raffaello – “ma qui ho provato un’emozione diversa, al cospetto di qualcosa che non si conosceva, di cui si era completamente persa memoria. E che sarà fondamentale per dare una nuova luce agli studi sull’arte del Quattrocento romano”.
Dunque è lui a guidarci nella lettura dell’affresco raffigurante il Banchetto di Baldassarre, episodio tratto dall’Antico Testamento, quando il re di Babilonia, durante l’assedio alla sua città, imbandisce una tavola opulenta, anziché provvedere alla sua difesa. L’opera, di grande qualità pittorica e finora non attribuita, è ancora in fase di restauro, al momento celata dal cantiere che procede a buon ritmo, in attesa di essere rivelata al pubblico.

Ripercorriamo il processo che ha portato alla scoperta dell’affresco: era prevedibile aspettarsi di trovarlo?
Quello che abbiamo fatto e stiamo facendo in cantiere è riscrivere tutta la storia di Palazzo Nardini, a partire dalle evidenze materiali, grazie alle quali stiamo capendo come si è sviluppato il palazzo nelle sue diverse fasi. Era necessario comprendere quali fossero le parti più antiche, quali invece il cardinale avesse acquisito in un secondo momento: “Quando sono entrato per la prima volta e ho visto le condizioni di pessima conservazione del palazzo, ho subito proposto alla committenza di fare un lavoro di salvataggio totale delle parti rimaste, e questa è stata la fortuna che ha portato a rinvenire gli affreschi, che sicuramente non stavo cercando. Volevo, piuttosto, salvaguardare i vecchi intonaci del Seicento, Settecento, Ottocento. Ma la fiducia della committenza, con cui si era già lavorato al recupero e al restauro di Palazzo Alberini, è stata ripagata: considero il recupero dell’affresco frutto del karma del palazzo, che restituisce un capolavoro assoluto e sana le ferite inflitte dai restauri brutali del passato.”

In quale ambiente del Palazzo ci troviamo? È plausibile ipotizzare che anche altri ambienti fossero affrescati?
Abbiamo rinvenuto l’affresco in uno degli ambienti più antichi del palazzo, che in origine doveva essere un atrio importante. È riemerso in modo inaspettato mentre sfogliavamo gli strati di intonaco. Non ce l’aspettavamo anche perché non ce n’è notizia in letteratura, ma grazie ad un documento d’archivio abbiamo capito perché: nel 1541 un crollo interessò la parte est della sala, che doveva aprirsi su via di Parione, da cui evidentemente si accedeva in origine al palazzo, prima del suo ampliamento su via del Governo Vecchio. Quindi il loggiato fu chiuso, con la costruzione di maschi murari e un rifacimento dell’ambiente che obliterò l’affresco, eseguito in uno stile che nel frattempo non andava più di moda. Dunque non fece in tempo a vederlo Vasari, fonte importantissima per l’epoca. Ma già tra il 1527 e il ’41 gli affreschi erano stati dimenticati, perché il palazzo fu vittima del Sacco dei Lanzichenecchi. Nei documenti abbiamo trovato tracce evidenti di queste ribalderie. Tra l’altro, già negli Anni ’80 del Quattrocento, lo stesso cardinal Nardini doveva aver abbandonato il nucleo più antico della sua abitazione privata, e anche questo contribuì al rapido oblio degli affreschi. Sempre i documenti ci dicono che altri ambienti erano decorati: purtroppo non ne resta traccia.

Dunque in che fase collochiamo la realizzazione dell’affresco e perché è importante per comprendere la storia del Palazzo?
Nel tentativo di comprendere che ruolo avessero gli affreschi nella realizzazione del palazzo, abbiamo provato a cercare negli archivi documenti di committenza, che però non risultano, al contrario del successivo atto di donazione dell’edificio e del testamento del Nardini. Stiamo lavorando con l’architetto Cristiani, Diotallevi e Felici sull’incrociare i dati materiali – come le lesene di travertino sepolte nella muratura che ci indicano una prosecuzione del palazzo a nord – con i documenti già conosciuti. Questo ci dà nuove informazioni, ma sarà difficile comprendere con certezza chi ha eseguito gli affreschi, certamente opera di una mano di grande talento e molto raffinata. Per la datazione, invece, ci aiutano i graffiti che stiamo rinvenendo sulla superficie: il 1477 è il termine ante quem. Si può indagare sugli artisti più importanti che erano a Roma in quel momento.

Guardiamo l’affresco. La prima cosa che colpisce è la scelta del monocromo verde.
La tecnica utilizzata, insieme alla scelta di un soggetto molto particolare, è tra le motivazioni che mi portano a definire il ritrovamento di questi affreschi un evento straordinario. La scelta del monocromo ha un’origine di tipo socio-politico: siamo in casa di un cardinale, sappiamo che la cultura quattrocentesca assegnava ai cardinali una manifestazione del proprio potere che doveva essere contenuta nei termini del rigore, della sobrietà e della spiritualità. Il 40% del costo di un affresco, in quel periodo, è riconducibile alla preziosità dei pigmenti, mentre il monocromo è fatto di terre, che sono poco costose: si tratta di un’affermazione di status, il cardinale deve distinguersi dal principe. A Roma non abbiamo più testimonianze di questa cultura della sobrietà cardinalizia, per quanto si tratti di una povertà ipocrita: Nardini chiama comunque il miglior artista sul mercato! Probabilmente un artista che lavora per il papa, cui Nardini era molto vicino.

C’è poi la particolarità del oggetto, un’iconografia rara: il Banchetto di Baldassarre.
Un soggetto poco frequentato, molto colto: il Banchetto di Baldassarre è rappresentato in alcune miniature, come nella Bibbia di Edoardo IV del 1470, e più tardi in un’opera di Tintoretto e in alcuni dipinti di Rembrandt. Ma alla fine del Quattrocento è un messaggio forte contro l’empietà, riconducibile alla minaccia dei Turchi. Nardini era stato incaricato già da Paolo II di organizzare una crociata contro i Turchi, che non si farà mai: i Turchi sono così assimilati ai Babilonesi che distruggono il Tempio, quindi è una presa di posizione molto raffinata. Un manifesto politico nelle corde di Nardini, che interpreto il suo ruolo ecclesiastico da acuto politico, soprattutto durante il papato di Sisto IV. Il nostro affresco diventa dunque anche un’emanazione politica del pontefice nella comunicazione culturale del tempo.
Per quel che riguarda la fonte iconografica, potrebbe trattarsi proprio della Bibbia di Edoardo IV: la rappresentazione è vicinissima, tornano la piattaia, i servi che passano in primo piano, le grandi tovaglie. Non è escluso che poco più tardi l’affresco di Palazzo Nardini fosse stato a propria volta modello per le Ultime cene della Sistina.

Avete formulato un’ipotesi attributiva, guardando allo stile?
La data precoce, ante 1477, e la grande capacità di disegnare a mano libera, farebbero pensare a Melozzo da Forlì, attivo a Roma in quegli anni. Il monocromo però non aiuta l’attribuzione: sarebbe più facile accostarlo con disegni dell’artista. Del resto, la tecnica utilizzata – senza cartoni e spolvero, restano solo le tracce dei fili battuti – fa pensare a una mano molto felice. E alcune fonti ci dicono che Melozzo lavorò altrove per Nardini, come pure per Sisto IV. Inoltre, l’affresco presuppone la conoscenza delle ricerche toscane e umbre del tempo: Melozzo era un pittore del Centro Italia, di certo ne era al corrente. Un articolo di Maria Forcellino, in uscita su Ricerche di storia dell’arte, cerca di fare un primo punto in tal senso.

Ma in fondo risalire all’autore dell’affresco non è la questione più appassionante…
Per ora le ipotesi devono essere contenute, sul tavolo c’è anche il nome di Perugino, che però a Roma è documentato dal ’79. Ma l’attribuzione è un gioco a briscola, non così affascinante. Di certo l’affresco parla da sé, è di una qualità e di una raffinatezza indubbie. E si porta dietro una ridefinizione funzionale del palazzo importante: questo è il grande vantaggio del restauro, che è un processo critico, per citare Brandi. Palazzo Nardini diventa così un grande laboratorio, un polo di studio sul Quattrocento romano – che molto è stato compresso dal Cinquecento – a livello architettonico, oltre che pittorico. Aver trovato un monocromo nel palazzo del Cardinale apre uno squarcio su tutto l’ambito socio-culturale dei principi della Chiesa, il cui decoro corrisponde a regole di cui non avevamo testimonianza, a che adesso testimonieremo.

Qual è lo stato di conservazione dell’affresco? E come si procederà adesso?
Lo stato di conservazione è buono, si sono salvate anche le mezze luci, i bianchi hanno resistito benissimo, ma si vedono ancora anche le velature date con un colore trasparente. Sappiamo che c’era una base verde terra, su cui sono andati a lavorare con il nero, con il bianco e con i mezzi toni. In alcuni punti le lacune non permettono di capire il disegno, noi stiamo procedendo con grande rispetto per metterlo in sicurezza, realizzeremo poi un condizionamento della sala per tenere sotto controllo l’umidità e abbiamo progettato un impianto non invasivo, coperto da una boiserie, sulla parete opposta. Speriamo che l’antico atrio possa tornare a essere centrale, diventando il cuore di una nuova condivisione del palazzo.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 23 mag 2024