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ROMA. Storia del primo presepe al mondo che è custodito in un’importante basilica.

Balzata agli onori della cronaca per le dichiarazioni di Papa Francesco, la basilica romana di Santa Maria Maggiore, fondata nel IV secolo e riedificata nel V (nella ricostruzione di Sisto III) sul colle Esquilino, è prodiga di aneddoti e primati, dal miracolo fondativo della nevicata, rievocato ogni 5 di agosto, al primo ciclo figurativo a mosaico apparso in una chiesa romana, con storie del Vecchio Testamento e dell’Infanzia di Cristo, dai Vangeli apocrifi che scandiscono, rispettivamente, la navata centrale e l’arco trionfale.
In una recente intervista alla tv messicana N+, Bergoglio ha espresso la volontà di essere sepolto nella basilica cosiddetta Liberiana, contrariamente alla consuetudine che vuole gran parte dei pontefici – e tutti i suoi predecessori del Novecento – riuniti nelle grotte di San Pietro. La scelta di Papa Francesco si lega alla sua devozione verso la Salus Populi romani, icona bizantina di Maria custodita nella Cappella Paolina di Santa Maria Maggiore, la sola, peraltro, a conservare una struttura paleocristiana ben leggibile tra le quattro basiliche romane. Solo all’inizio del Seicento l’immagine devozionale, dipinta secondo la tradizione da San Luca, fu collocata nella sede attuale, ed è proprio a cavallo tra XVI e XVII secolo che il suo culto si salda con la devozione gesuita – ordine cui Francesco appartiene – da Ignazio di Loyola in avanti. Anche l’ultimo pontefice sepolto a Santa Maria Maggiore, Clemente IX Rospigliosi, visse nel Seicento (morì il 9 dicembre 1669); prima di lui scelsero la basilica sull’Esquilino come luogo di riposo eterno San Pio V, Sisto V, Clemente VIII e Paolo V Borghese, che diede il nome alla Cappella Paolina (ma tra le personalità illustri si segnala anche la presenza di Gian Lorenzo Bernini).

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A proposito di primati, però, la basilica vanta anche un’insolita peculiarità, poiché custodisce il primo presepe mai realizzato nella storia, ad opera di Arnolfo di Cambio, scolpito nel marmo bianco nel 1291. Il gruppo scultoreo, citato come “presepio di Gesù Cristo” nelle Vite di Vasari, fu commissionato dal pontefice Niccolò IV (1288 – 1292) circa settant’anni dopo la messa in scena del primo presepe vivente ideato da San Francesco a Greccio, nel 1223; doveva trovarsi, in origine, nell’Oratorio dedicato alla Natività di Cristo – poi trasferito nella cripta della Cappella del Santissimo Sacramento, grazie all’ingegnoso espediente di Domenico Fontana (1585-1590) – rintracciabile presso la navata destra della basilica. Niccolò IV, primo francescano eletto al soglio pontificio, omaggiava così il valore spirituale e artistico insieme della rappresentazione promossa da Francesco: l’iconografia della Natività di Cristo, come pure quella dell’Adorazione dei Magi, era già largamente codificata e diffusa in pittura (e miniatura) all’epoca, come pure in bassorilievi e gruppi scultorei, o mosaici, molto più antichi.
Per la prima volta, però, si chiedeva ad Arnolfo di inscenare l’esperienza della Natività, con lo spirito che, da quel momento in avanti, avrebbe definito il presepe. Non casuale, il nesso con la destinazione originale, l’Oratorio di cui sopra, fondato nel VII secolo e intitolato al Presepe perché destinato ad accogliere la reliquia della mangiatoia dove fu adagiato Gesù (praesepium) arrivata da Betlemme. All’epoca, sotto il pontificato di Teodoro I, la sua presenza portò a ribattezzare la basilica Sancta Maria ad Praesepium, rendendola, agli occhi dei pellegrini che giungevano a Roma durante le festività natalizie, una “seconda Betlemme”. Il “presepe” di Arnolfo rinsaldava questo ruolo.
Quando Fontana restaurò l’Oratorio, prima di ricollocarlo nella Cappella del Santissimo Sacramento (o Sistina, dove si trova ancora oggi), il presepe di Arnolfo fu sistemato in una nicchia appositamente ricavata alle spalle dell’altare, dov’è rimasto, “murato”, fino agli Anni Duemila, prima di essere restaurato (2005) e svincolato da una collocazione permanente: abitualmente conservato nella Cappella Sistina, da qualche anno a questa parte, in concomitanza con il Natale, il presepe tardo-duecentesco, capolavoro della scultura gotica italiana, viene presentato al pubblico in allestimenti inediti (nel 2022 fu esposto nella navata sinistra).
Frutto dell’ultima attività dello scultore toscano, attivo tra Firenze e Roma a cavallo di XIII e XIV secolo, il presepe di Santa Maria Maggiore è composto da cinque sculture, ad altorilievo più che a tutto tondo, pensate per intrecciare un dialogo di sguardi oggi non facilmente ricostruibile: San Giuseppe avvolto nel suo mantello, con le mani incrociate appoggiate sul bastone; i tre Magi, di cui uno orante, inginocchiato e mostrato di spalle, gli altri due scolpiti in un’unica lastra; le teste del bue e dell’asinello; il gruppo della Madonna con Bambino, originale di Arnolfo, però ritoccato nei panneggi alla fine del Cinquecento.
Alla popolarità del presepe della “seconda Betlemme” si attribuisce la diffusione di analoghi gruppi scultorei in altre chiese romane, e la successiva affermazione della tradizione diventata simbolo del Natale.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com, 17 dic 2023

VENEZIA. Scoperta nei depositi del Museo Correr un dipinto che reca l’impronta di Andrea Mantegna.

Il dipinto raffigura la Madonna col Bambino, San Giovannino e sei sante; gravemente alterato nel tempo, dopo un lungo e complesso restauro in corso di ultimazione, sarà presto offerto all’analisi e al giudizio degli studiosi che, soprattutto, valuteranno la misura dell’“impronta” lasciata da Mantegna: l’ideazione di composizione e disegno – come ormai evidente – o anche l’esecuzione pittorica “di sua mano”?
Le risposte si conta giungeranno dalla collaborazione delle due fondazioni, col concorso della Soprintendenza Archeologia e Belle Arti per il Comune di Venezia e Laguna; infatti, durante il 2024 il dipinto sarà iconico oggetto di iniziative espositive, di ricerca e di confronto, programmate tra la Villa Contarini a Piazzola sul Brenta – la città natale del grande pittore – e il Museo Correr di Venezia, la sua futura sede espositiva, oggetto di ampliamento e restyling degli spazi al secondo piano.
Fondazione Musei Civici di Venezia ha tra i compiti principali, affidatele nel 2008 dal Comune di Venezia, conservare e valorizzare l’immenso patrimonio storico-artistico pertinente agli 11 musei civici; ben compresa la parte delle collezioni che, per varie ragioni non esposta, è pure attentamente custodita nei depositi. È qui che il continuo lavoro di studio e restauro condotto da responsabili e conservatori della Fondazione ha spesso fruttato vere eccezionali scoperte. Come i casi recenti di ben tre dipinti, presenti nei depositi del Museo Correr e mai considerati per alterate condizioni o errati giudizi del passato, oggi finalmente riconosciuti come autentici capolavori di Vittore Carpaccio.
Potrebbe essere la stessa felice sorte di un’altra opera dei depositi del Correr: un piccolo dipinto su tavola, Madonna col Bambino Gesù, San Giovanni Battista fanciullo e sei sante, già appartenuto alla favolosa collezione nel 1830 lasciata alla Città da Teodoro Correr; gesto all’origine degli stessi odierni Musei Civici.
Il piccolo dipinto su tavola necessitava di un puntuale e importante restauro, dato che il tempo e le successive ridipinture ne impedivano infatti la piena leggibilità e valutazione. Questo finché l’attuale conservatore del Museo non è riuscito a cogliere chiari segni di qualità pittoriche e compositive straordinariamente alte. Così, ne è iniziato lo studio, anche con sofisticate tecnologie, e il restauro. Grazie al prezioso sostegno della Fondazione G. E. Ghirardi, che ha “scommesso” sull’opera finanziando il restauro, sta oggi emergendo quello che potrebbe essere un vero tesoro nascosto. Il dato subito emerso è che l’opera, di raffinatissima qualità esecutiva – con i finissimi chiaroscuri accentati con oro zecchino, come nelle più preziose miniature – mostra forte e chiara l’impronta stilistica di uno dei massimi pittori italiani del Rinascimento: Andrea Mantegna. Soprattutto, la stessa singolare scena sacra tutta “al femminile” è pressoché identica a quella di un dipinto oggi conservato nell’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston (USA), attribuito al grande pittore e già nelle celebri collezioni mantovane dei Gonzaga, eseguito su loro prestigiosa committenza negli anni finali del Quattrocento.
I conservatori veneziani hanno già avanzato le prime ipotesi sulla base delle indagini radiografiche e riflettografiche: il disegno rilevabile sotto al colore delinea un tracciato coincidente con il dipinto di Boston, specie in alcuni precisissimi punti. Entrambi i dipinti sembrano dunque essere stati realizzati a partire dallo stesso cartone, forato per trasferire a spolvero i punti guida del disegno sulle due tavole. È conseguente ritenere che le due opere siano state realizzate dal medesimo atelier, a breve distanza di tempo se non in contemporanea; l’artista avrebbe dunque creato due dipinti quasi del tutto identici, solo con qualche piccola ma significativa variante di dettaglio e colore.
Altro dato essenziale emerso da analisi e restauro – ad aumentare ulteriormente mistero e fascino del dipinto riscoperto – è che si tratta di un’opera incompiuta; ossia, dopo un accuratissimo processo creativo, certo lungo e faticoso, per una incognita ragione il pittore ha abbandonato l’opera ad un passo dal termine.
Ma i misteri non finiscono qui: le domande aperte sono chi ne fu il committente o, più verosimilmente, “la” committente (forse una illustre dama Gonzaga), per quale contingente motivo avrebbe richiesto due dipinti uguali e per quali destinatari. E ancora: quale viaggio ha fatto giungere in laguna il dipinto ora ritrovato, quali e quanti passaggi per finire nelle mani dell’insaziabile collezionista Teodoro Correr tra Sette e Ottocento.
L’opera, quasi integralmente recuperata dal restauro, è presentata in anteprima. Nei prossimi mesi, nel corso del 2024, sarà al centro di varie iniziative espositive, di studio e di approfondimento, programmate in sinergia da Fondazione Musei Civici e Fondazione Ghirardi, tra Piazzola sul Brenta, la città natale di Mantegna, e il Museo Correr di Venezia.
Offerto nuovamente il piccolo dipinto all’ammirazione del pubblico e all’attenzione degli studiosi, questi ultimi potranno tentare di scalfirne gli affascinanti “segreti” sopra accennati, nonché indagare la reale natura e misura della forte, personalissima “impronta” che in esso ha lasciato il grande Mantegna. Dunque, stabilire “come” e “quanto” esso sia opera sua: l’ideazione e il disegno, o addirittura anche l’esecuzione “di sua mano”?
È una grande notizia per Venezia e per la storia dell’arte italiana. Voglio ringraziare tutto il personale della Fondazione che si è impegnato per questo incredibile ritrovamento, di cui attendiamo con fiducia la conferma. Voglio sottolineare quanto sia prezioso, instancabile e unico il lavoro dei Conservatori di Fondazione Musei Civici che, ogni giorno, si prendono cura dell’immenso patrimonio del Comune di Venezia. Come Amministrazione, abbiamo l’onore di aver ricevuto, e continuiamo a ricevere, da persone generose che amano la nostra Città e animate da straordinaria passione civica e civile, opere che il Comune continua a far conoscere, valorizzare e arricchire. Luigi Brugnaro, Sindaco di Venezia
Questa storia incredibile inizia quando un nostro conservatore del museo nel prevedere un intervento di restauro ha colto dalla poco leggibile superficie della tavola dipinta alcuni indizi che potevano celare un’opera dal grande valore artistico. Una storia il cui lieto fine potrebbe restituire alla città un prezioso dipinto. Sono emozionata e orgogliosa di questa scoperta. Ringrazio la Fondazione Ghirardi che con noi ha accettato la scommessa di restaurare l’opera riportando alla luce uno dei tanti tesori nascosti nei nostri depositi, Mariacristina Gribaudi, Presidente Fondazione Musei Civici di Venezia
La Fondazione Ghirardi – Villa Contarini di Piazzola sul Brenta è ben lieta di essere stata coinvolta in questa iniziativa, che vede il recupero di un’opera di probabile attribuzione ad Andrea Mantegna, illustre cittadino di Piazzola. Nell’ambito delle attività di promozione culturale, nei vari campi del sapere in particolare dell’arte, della musica e delle scienze mediche, la Fondazione si distingue per l’attenzione che ha sempre dato alla valorizzazione del proprio territorio.
Non si deve dimenticare che Piazzola sul Brenta e Villa Contarini sono centri importanti della vita culturale della Repubblica di Venezia, fin da quando la Villa venne valorizzata dal Doge Contarini ed utilizzata, non solo per la promozione di iniziative musicali, ma anche quale centro importante di incontri a livello diplomatico internazionale. La partecipazione all’iniziativa promossa dai Musei Civici Veneziani è, pertanto, pienamente nella linea della sua tradizione che ci auguriamo possa a lungo proseguire anche per la valorizzazione del suo territorio in sintonia con le Istituzioni veneziane. Giorgio Orsoni, Presidente Fondazione G.E. Ghirardi Onlus

Info:
Fondazione Musei Civici di Venezia
press@fmcvenezia.it
www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa

VOLTERRA (Pi). La Deposizione di Rosso Fiorentino nuovamente visibile dopo un lungo restauro.

Rosso Fiorentino (al secolo Giovanni Battista di Jacopo; Firenze, 1449 – Fontainebleau, 1540) completava la pala d’altare con la Deposizione dalla Croce per la Cappella della Croce di Giorno a Volterra, tra le opere manifesto della sua maniera, nel 1521.
Cinquecento anni dopo, nel 2021, è partita la campagna di restauro del dipinto, protagonista solo qualche anno prima – era il 2017 – della grande mostra sul Cinquecento a Firenze allestita a Palazzo Strozzi (dove l’arte di Rosso era già stata celebrata nel 2014, a confronto con l’altro pittore “eversivo” della Maniera, Jacopo Pontormo). Proprio in quell’occasione, la tavola – di proprietà della Parrocchia della Basilica Cattedrale di Volterra, normalmente conservata nella Pinacoteca civica della cittadina toscana – aveva manifestato serie problematiche di conservazione (dovute soprattutto allo choc termico subìto dal supporto ligneo nel 2003), cui l’intervento di restauro, finanziato dalla Fondazione Friends of Florence, si prefiggeva di rispondere.
A dirigerlo, il restauratore Daniele Rossi, con l’auspicio di rivelare, attraverso le moderne indagini diagnostiche, nuovi dettagli sulla tecnica pittorica dell’artista fiorentino, specialmente per quanto concerne l’utilizzo peculiare del colore (fonte, da un lato, dei problemi conservativi dell’opera; dall’altro alleato dell’espressività senza tempo del pittore, che tanto piaceva anche a Pasolini, come dimostra la ricostruzione filmica inscenata ne La ricotta, nel 1963).
Orientata dall’esempio di Michelangelo, Fra Bartolomeo e Andrea Del Sarto, la pittura di Rosso Fiorentino si espresse principalmente al servizio della committenza di famiglie aristocratiche toscane (non i Medici, però, essendo il pittore un seguace di Savonarola), fino a raggiungere la corte di Francesco I, in Francia.
La Deposizione fu realizzata dal pittore durante il suo soggiorno a Volterra, collocata in origine nella cappella della Compagnia della Croce di Giorno, presso la chiesa di San Francesco, dove rimase fino alla fine del Settecento. Dopo un passaggio nella cappella di San Carlo, nella Cattedrale di Volterra, trovò collocazione definitiva, nel 1905, alla Pinacoteca Civica.
Ambientata su uno sfondo astratto che amplifica la sacralità dell’evento, la pala si caratterizza per la potenza della composizione e per la trattazione dell’iconografia tradizionale (l’artista scelse un momento poco rappresentato nelle opere dell’epoca, dal vangelo di Matteo), con la Croce che diventa fulcro per i personaggi che si dispongono intorno (sopra, ai suoi piedi, colti in movimento). In alto c’è Giuseppe di Arimatea, con Nicodemo e tre aiutanti; in basso, a sinistra, la Madonna sorretta dalle due Marie, e la Maddalena inginocchiata che veicola lo sguardo sulla scena dolente, mentre sulla destra la figura di Giovanni si stringe il volto fra le mani.
Il progetto di restauro – in un primo momento visibile al pubblico tramite un cantiere aperto – avviato nel 2021 dall’ex Soprintendente Archeologia, Belle e Arti Paesaggio di Pisa e Livorno, Andrea Muzzi, e portato avanti sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno, diretta da Esmeralda Valente, con la supervisione del funzionario storico dell’arte Amedeo Mercurio e della restauratrice Elena Salotti, è ora completato.
Al disvelamento dell’opera torna visibile nella sala di Rosso Fiorentino alla Pinacoteca di Volterra, si accompagnano le scoperte agevolate dallo studio approfondito del supporto e dello strato pittorico.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 15 nov 2023

ORVIETO (Tr). La cattedrale medievale sarà protagonista di restauro che riguarderanno anche la facciata.

Il Duomo di Orvieto è una cattedrale risalente al tardo Medioevo italiano, la sua nascita risale al 1290. Si tratta di una struttura maestosa, simbolo della città, interamente gestita da L’Opera – o Fabbriceria -, ente autonomo che ha il compito di provvedere alla manutenzione e conservazione della struttura e all’amministrazione dei suoi beni, e che di recente ha annunciato i prossimi interventi di restauro che vedranno protagonista la cattedrale.
“Due importanti interventi, finanziati con fondi ministeriali, interesseranno a breve il duomo. Sono in fase d’appalto, infatti, lavori per circa 527 mila euro relativi al primo intervento per la riduzione della vulnerabilità e in questi giorni sono state avviate le attività di progettazione connesse alla realizzazione di interventi per la prevenzione dal rischio sismico e il restauro di parti della facciata per altri 540 mila euro”.
La decisione di procedere con i lavori di restauro del duomo è stata presa a seguito di uno studio di monitoraggio – di durata quinquennale – eseguito dalla società Enea e terminato ad aprile del 2018. Nello specifico, nella nota stampa diffusa da L’Opera si legge che verranno eseguiti interventi per “migliorare il comportamento sismico delle torri e guglie della facciata tramite il consolidamento delle murature, delle scale elicoidali e dei coni delle guglie con elementi in acciaio atti a formare un efficace collegamento tra i paramenti interni ed esterni”. I lavori non riguarderanno solo la struttura della cattedrale, ma si sposteranno anche su tutta la superficie esterna del luogo. Verranno rimosse piante infestanti ed eliminati licheni e funghi. Un lavoro impegnativo, che non sarà solo di restauro ma anche di consolidamento e revisione di tutta la zona.
All’interno della cattedrale sono custoditi alcuni dei più importanti capolavori del Rinascimento italiano, tra cui il ciclo di affreschi realizzati da Luca Signorelli (Cortona, 1441-Cortona, 1523) per la cappella di San Brizio, o cappella Nova. Proprio per Signorelli il duomo ha organizzato quest’anno un ciclo di eventi, conferenze e appuntamenti culturali per celebrare i 500 anni dalla sua morte. Il 12 ottobre 2023 si terrà l’incontro dal titolo La Bibbia “grande codice” dell’arte occidentale, diretto dal cardinale Gianfranco Ravasi, mentre il 10 novembre un altro appuntamento della rassegna sarà diretto dal vescovo Gualtiero Sigismondi.

Autore: Gloria Vergani

Fonte: www.artribune.com, 27 set 2023

L’AQUILA. Scoperto un importante ciclo di affreschi di Francesco da Montereale.

Può essere considerato uno dei più importanti recuperi degli ultimi tempi quello degli inediti affreschi cinquecenteschi nella Chiesa di Santa Maria della Misericordia che saranno mostrati al pubblico in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2023 dal Segretariato Regionale per l’Abruzzo, stazione appaltante dell’intervento. Sabato 23 settembre dalle 10 alle 18 e domenica 24 settembre dalle 10 alle 14 i visitatori potranno ammirare in anteprima sei straordinari affreschi rimasti nascosti per secoli sotto l’apparato decorativo tardo barocco della chiesa, poco nota agli stessi abitanti dell’Aquila.
La scoperta del ciclo è avvenuta in occasione dei lavori post sisma: nel rimuovere le parti lesionate della struttura settecentesca è emersa chiaramente leggibile e molto ben conservata la serie di affreschi che si considerava perduta e che rappresenta la più completa e complessa testimonianza del Cinquecento aquilano nel centro storico della città insieme al ciclo del Monastero della Beata Antonia.
Sulla parete destra della chiesa sono visibili «Il compianto sul Cristo morto» e «San Girolamo penitente»; in corrispondenza, nelle nicchie della parete opposta, «Gesù e la Samaritana al pozzo» e un raffinato «Sposalizio mistico di Santa Caterina». In controfacciata, invece, sono stati recuperati un’«Allegoria dell’Immacolata Concezione» (in corso di restauro) e un suggestivo «Sant’Antonio da Padova con scene della sua vita». Ai piedi del santo la data MCCCCCXXXVIII (1538).
Sulla base di fonti storiche il ciclo pittorico è stato riconosciuto opera della tarda maturità di Francesco da Montereale (1466 ca-1541, prolifico pittore abruzzese, noto anche come miniatore e autore anche della «Natività della Vergine», pala d’altare proveniente proprio dalla Misericordia e conservata al Museo Nazionale d’Abruzzo, Munda, del capoluogo abruzzese) e alla sua bottega di cui facevano parte artisti come Pier Donato di Roio, Giovanni Francesco delle Palombelle e Marin Pietro di Giovanni Marino Ciccarone, esecutore di opere delle quali il maestro ideò il disegno.
Il restauro della Misericordia si completerà con l’intervento (in corso di progettazione) sulle cappelle laterali all’abside in cui sono raffigurate le scene: «Dio Padre con gli evangelisti e i santi» e «L’incoronazione della Vergine e scene della sua vita».
Orari di visita: sabato 23 settembre ore 10-18; domenica 24 settembre ore 10-14. Ingresso libero, senza prenotazione.

Autore: Marta Paraventi

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com, 21 set 2023