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ROMA. Mattia Preti: un giovane nella Roma dopo Caravaggio.

Nell’ambito del programma di eventi celebrativi promosso dal Comitato per il IV centenario della nascita di Mattia Preti, presieduto da Vittorio Sgarbi, e all’interno delle manifestazioni romane legate al Giubileo straordinario coordinate dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, la Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini ospita per la prima volta a Roma una mostra dedicata alla figura e all’opera del celebre pittore calabrese, uno dei maggiori esponenti dell’arte italiana del Seicento.
Ideata da Vittorio Sgarbi e Giorgio Leone, attuale direttore della Galleria Corsini e curatore dell’esposizione, la mostra è organizzata dal Segretariato Regionale Mibact per la Calabria, diretto da Salvatore Patamia, e dal Segretariato Regionale Mibact per il Lazio, diretto da Daniela Porro, con il finanziamento della Regione Calabria, e sarà aperta dal 28 ottobre 2015 al 18 gennaio 2016.
L’intento è quello di approfondire un aspetto ancora poco chiarito della vicenda artistica del pittore: la sua formazione nella Roma papale dopo la morte di Caravaggio. Ventidue capolavori provenienti da prestigiose istituzioni europee e italiane, dal Musée des Beaux-Arts di Carcassonne agli Uffizi, dalla Galleria Nazionale di Cosenza alla Pinacoteca di Brera, e da alcune collezioni private italiane, londinesi e svizzere permettono di ripercorrere le tappe iniziali della carriera del “Cavaliere Calabrese” dal suo arrivo a Roma fino al 1649, anno della commissione dello stendardo giubilare di San Martino al Cimino che prelude alla piena affermazione pubblica di Mattia Preti e alle grandi decorazioni dei primi anni Cinquanta del Seicento.
Il pittore si trasferirà poi a Napoli nel 1653 e infine a Malta nel 1661, dove morirà nel 1699.
Tra le opere esposte, grazie ai generosi prestiti, sono presenti alcuni interessanti inediti e veri capolavori della produzione giovanile dell’artista, divisa tra committenze private e prime affermazioni pubbliche: il Soldato del Museo Civico di Rende, il Sinite Parvulos e il Tributo della moneta di Brera, per la prima volta messi a confronto con il Tributo della Galleria Corsini, la Negazione di Pietro di Carcassonne, la Fuga da Troia di Palazzo Barberini, il Salomone sacrifica agli idoli e la Morte di Catone di collezione privata, ma anche il Miracolo di San Pantaleo, probabilmente la sua prima committenza pubblica romana.
Una sezione della mostra, inoltre, è dedicata al complesso rapporto con il fratello Gregorio, pittore anch’egli, con cui Mattia Preti collaborò direttamente, come nel caso della Madonna della Purità della Chiesa Monumentale di San Domenico di Taverna.
Il percorso espositivo è volutamente incentrato sul confronto con le opere presenti nell’allestimento storico della Galleria Corsini realizzate dai pittori ai quali Mattia Preti si ispirò, dando vita a un ricco e articolato dialogo: dal San Giovannino di Caravaggio, al Trionfo d’Amore di Poussin, dall’Erodiade di Vouet alla Salomé di Guido Reni, dal Presepe e l’Ecce homo di Guercino fino al Miracolo di Sant’Antonio di Sacchi.
I dipinti saranno collocati in diretto dialogo con quelli della Galleria creando un percorso per cammei esaltati da una illuminazione appositamente ideata.
Nell’arco della durata della mostra saranno organizzate specifiche conferenze tenute dai membri del Comitato di studio e dai più importanti specialisti di Mattia Preti, in modo da affrontare le problematiche connesse alla giovinezza del pittore.

Info:
Roma, Galleria Corsini, Via della Lungara, dal 28 ottobre 2015 al 18 gennaio 2016.
Orari: dal mercoledì al lunedì 8,30-19,30 (ultimo ingresso ore 19.00) – Martedì chiuso
mattiapretilagiovinezza@gmail.com – Tel. 0668802323

Fonte: www.quotidianoarte.it, 27 ott 2015

ROMA. La grande mostra monografica dedicata a Balthus.

Il 24 ottobre del ’96 si apriva a Palazzo Mignanelli, sede dell’Accademia Valentino grande ammiratore di Balthus, una mostra dedicata al maestro, al secolo Balthasar Klossowski de Rola (1908 – 2001). Già molto anziano, a rappresentarlo fu la moglie Setsuko di ben 35 anni più giovane di lui che aveva sposato nel ’64.
Sembra una coincidenza, una felice coincidenza, ma anche la grande mostra antologica ospitata in due sedi prestigiose, le Scuderie del Quirinale (che ripropone l’intera carriera dell’artista) e Villa Medici (che punta piuttosto a mettere a fuoco il processo di lavoro negli anni romani), si è aperta lo stesso giorno.
Una mostra che viene a 15 anni dalla morte dell’artista, dopo l’esposizione di Palazzo Grassi organizzata da Jean Clair nel 2001 e che dopo Roma sarà da febbraio a giugno 2016 al Kunstforum di Vienna, prima monografica di Balthus in Austria.
La mostra romana è stata onorata alla presentazione alla stampa dalla signora Setsuko Balthus. Che conversa amabilmente con i giornalisti che fanno ressa per ascoltarla raccontare come conobbe Balthus nel ’62 a Kyoto. Il ministro André Malreau lo aveva incaricato di selezionare delle opere d’arte giapponese per una mostra che si tenne al Petit Palais. Mentì sulla sua età togliendosi qualche anno, dice. E torna con la memoria agli anni trascorsi a Villa Medici quando era direttore dell’Accademia di Francia dal ’61 al ’77. E’ a Roma che nacque la loro figlia Harumi. Anni indimenticabili d’incontri con personaggi come Fellini, Visconti, Zeffirelli. E parla dei suoi impegni attuali come artista, come ambasciatrice per l’Unesco e come responsabile della Fondazione intitolata all’artista.
Ma torniamo della mostra “che non si poteva fare altrove”, dice la signora Setsuko. E aggiunge “l’arte di Balthus richiede un contatto diretto con i suoi quadri. Hanno bisogno di tempo”. Balthus, infatti, dipingeva lentamente e tornava più volte sulla stessa tela, come rimarca anche il fratello Pierre. Un artista controverso, ma che ha avuto anche molti sostenitori fra gli intellettuali del ’900, sia nel collezionismo pubblico che privato, che nella critica d’arte, quasi un partito. Lo sostenevano considerando che la storia del ‘900 non si potesse rappresentare solo con le avanguardie, ma anche con Balthus, artista legato alla cultura mitteleuropea, alla tradizione rinascimentale, a Piero, ricorda Matteo Lafranconi, responsabile delle attività scientifiche e culturali delle Scuderie che ha collaborato con Cécile Debray, conservatrice del Centre Pompidou, alla cura della rassegna.
Un artista colto, non accademico, che trasfigura le forme del passato in una dimensione moderna, riempiendole di significati contemporanei come la psicanalisi, che incontra artisti, letterati, poeti, scrittori, musicisti come Gide, Bataille, Giacometti. Sensibile al romanticismo di “Cime tempestose” di Emily Brontë e a “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carrol, ma agganciato a tematiche nuove, moderne, che trasformano la realtà in un mondo incantato, una visione estranea alle cose di tutti i giorni. Ma il migliore fra gli esegeti di Balthus è forse il fratello Pierre filosofo, scrittore, specialista di De Sade, che individua la particolarità della sua opera figurativa nella tensione fra la disciplina pittorica tradizionale e un mondo privato, onirico e familiare, erotico e grottesco, le cui origini sono da ricercare nell’infanzia.
150 le opere pesenti alle Scuderie, distribuite in dieci sale su due livelli, disposte in ordine tematico (La Strada, L’Infanzia, La pregnanza di Cime Tempestose, La Camera, Il Teatro delle crudeltà, La scatola prospettica, La semplicità classica, Chassy, Dal modello al fantasma), dipinti, disegni, studi, illustrazioni, lavori per il teatro, foto, documenti. E alcuni capolavori che danno un’idea completa della sua produzione. Non solo opere di Baltus, ma anche del fratello Pierre, di Arteau, Derain e una scultura di Giacometti. E raffronti impensabili.
Nella prima sala, uno accanto all’altro, “La strada” del ’33 dal Museun of Modern Art di New York, il punto di arrivo del giovane artista, un’opera che gli apre le porte di Parigi. E accanto la versione del ’29, di cui si erano perse le tracce, una composizione quasi identica alla prima, ma è cambiato completamente il modo di dipingere. In entrambe scene di giochi infantili, sottilmente erotiche, composizioni quasi geometriche alla maniera di Piero della Francesca che il giovanissimo Balthus nel ’26 aveva visto ad Arezzo girando per la Toscana in bicicletta. Imperdibili i “Bambini Blanchard” del ’37, un grande dipinto acquistato nel ‘41 da Pablo Picasso, segno di ammirazione da parte di un artista poco incline al collezionismo. Un’opera che non è su commissione, ma nasce dalla fascinazione che i bambini con i loro giochi dalle pose inusuali suscitano in lui. Da non dimenticare la monumentale “La chambre” del ’52-’54 che completa la serie di scene di fanciulle che si lavano, o abbandonate alla contemplazione o che giocano con un gatto, una sorta di doppio del pittore in cui si suggerisce quella dimensione erotica, celebrata e criticata. E libri di Artaud, un libro appartenuto alla madre e l’edizione originale, con prefazione e dedica di Rainer Maria Rilke di “Mitsou”, una raccolta di 40 disegni dell’amato gatto pubblicata nel ‘21. Comincia presto il rapporto con gli animali, con i gatti in particolare (“Il re dei gatti” del ’35 della Fondazione Balthus), e con lo specchio che ribalta il mondo. A chiudere il percorso Scuderie “Il poeta e la sua modella” dell’’80-’81 dal Centre Pompidou di Parigi.
Racconta il periodo romano la mostra di Villa Medici che si snoda nelle sale e lungo la rampa per raggiungere eccezionalmente, percorrendo una scala a chiocciola, la Camera turca, fatta allestire alla maniera orientaleggiante allora in voga con piastrelle a motivi geometrici da Horace Vernet che fu direttore dell’Accademia di Francia dal 1828 al 1835 su una delle torri del palazzo. E proprio con la “Stanza turca” dipinta dal ’63 al ’66, uno dei pochi quadri di quegli anni, inizia la visita. La modella, così come per “Japonaise à la table rouge” e “Japonaise au miroir noir”, è la giovane moglie Setsuko. Negli anni in cui ebbe la direzione della Villa, nel suo studio sotto la terrazza, Balthus dipinse solo una quindicina di quadri, dedicandosi prevalentemente al disegno, impegnato nel restauro della villa e dei giardini e nell’avvio di una vera e propria politica espositiva da realizzare in apposite sale.
“Per tutta la vita Balthus ha considerato alcuni luoghi come altrettanti spazi di proiezione immaginaria della sua identità bohémien e fantasmaticamente aristocratica”, scrive nel bel catalogo Electa Cécile Debray. Spazi ideali e reali, legati alla memoria come il castello di Muzot scelto da sua madre Baladine per il poeta Rilke, il castello in rovina di Chassy che il pittore ristruttura e trasforma e poi la villa rinascimentale e i giardini del cardinale Ferdinando de Medici che cerca di restaurare a modo suo, il castello medievale di Montecalvello vicino a Viterbo che acquista nel ’70 e arreda come il palazzo romano e infine in Svizzera dove ritrova i paesaggi della sua infanzia, l’ultima residenza a Rossinière.
Elegante ed essenziale l’allestimento che punta su un numero contenuto di pezzi, una cinquantina, ma di grande qualità e interesse. Come di consueto lungo la rampa, alla base e sulla sommità le opere più significative. Si comincia con “Nudo di profilo” e difronte in alto “San titre “. Altri nudi sul pianerottolo, mentre nel corridoio che conduce alla scala a chiocciola la serie di foto scattate con la Polaroid negli ultimi anni, come ausilio, quando non poteva più disegnare, macchiate di colore. Bellissimo lungo la rampa il raffronto fra i nudi e i ritratti di Michelina a sinistra e i paesaggi di Montecalvello a matita, pastelli e acquerelli su carta a pelle d’elefante a destra. Radure, boschi, calanchi, torri che sembrano emergere dal nulla in una dimensione di fiaba.

Info:
Roma, Scuderie del Quirinale, Via XXIV maggio 16. Orario: 10.00; venerdì – sabato 10.00 – 22.30, lunedì chiuso. Informazioni: tel. 06-39967500 e www.scuderiequirinale.it
Roma, Accademia di Francia – Villa Medici, Viale della Trinità dei Monti 1. Orario: 10.00 – 19.00, chiuso il lunedì. Informazioni: 06-67611 e www.villamedici.it
Fino al 31 gennaio 2016.

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 26 ott 2015

ROMA. Dal Musèe d’Orsay. Impressionisti tête à tête.

Impressionisti in mostra a Roma dal 15 ottobre 2015 al 7 febbraio 2016 al Complesso del Vittoriano.
Edouard Manet, Pierre-Auguste Renoir, Edgar Degas, Frédéric Bazille, Camille Pissarro, Paul Cézanne, Berthe Morisot: questi gli artisti presenti nella mostra.
Oltre sessanta opere provenienti dal Musée d’Orsay. Attraverso un percorso tra i protagonisti impressionisti la mostra vuole mettere in luce gli aspetti innovativi essenziali nell’elaborazione di un’arte moderna evidenziando le connotazioni delle singole personalità.
“Tête-à-tête” offrirà la possibilità di ricostruire l’ambiente culturale, i contesti sociali e gli stimoli artistici in cui operarono gli artisti impressionisti; e, soprattutto, e di cogliere quella “rivoluzione dello sguardo” e quel rinnovamento stilistico di cui il movimento impressionista fu portavoce. Le opere scelte, alcune diventate vere e proprie icone dell’impressionismo, mettono in luce gli aspetti innovativi del movimento artistico ed evidenziano, allo stesso tempo, le connotazioni delle singole personalità.

Redattore: RENZO DE SIMONE

Info: Roma, Complesso del Vittoriano, fino al 07 febbraio 2016 Costo del biglietto: 12,00 euro Orario: Da lunedì a giovedì: 9:30 – 19:30;venerdì-sabato 9:30 – 22:00;domenica 9:30 – 20:30
Ultimo ingresso un’ora prima
Telefono: 06 678 0664 E-mail: museo.vittoriano1@tiscali.it
Fonte: www.beniculturali.it, 15 ott 2015

AQUINO (Fr). Mostra: ENCAUSTO, L’ANIMO COLORATO DEGLI ANTICHI ROMANI.

Studio RomaUna delle poche mostre sull’antica tecnica pittorica dell’Encausto. Questa pittura fu molto famosa nelle civiltà: Egiziana, Greca e Romana e molto apprezzata da Imperatori romani e la ricca borghesia. Ancora oggi questa tecnica è oggetto di molti studi e ricerche da parte di: studiosi d’arte, ricercatori, pittori e altri, l’ultimo a cimentarsi con l’Encausto fu il grande LEONARDO nella battaglia di Anghiari a Firenze. Questa tecnica è andata persa nei secoli la sua conoscenza dei reali procedimenti tecnici. Oggi l’Encausto non e più praticato, però posso affermare (io che lavoro con questa tecnica da diversi decenni) che questa pittura è la più completa e superba pittura di tutti i tempi, non ancora superata da altre tecniche.
Solo attraverso i supporti dipinti possiamo a distanza di secoli capire la qualità e la quantità di colori che adoperavano gli antichi Romani. Il mondo coloristico romano era composto di una quantità superiore ai soli quattro colori che Plinio menziona nella sua Naturalis Historia, i grandi capolavori sono stati eseguiti solo con: bianco, giallo, rosso e nero. Forse Plinio si riferiva al mondo classico quello di Apelle, Pausias, Polignoto di Taso, Kydias, ecc.
Senza descriverci l’animo coloristico romano che oggi possiamo intuire visitando quello che resta delle antiche Domus o ville Romane con bellissimi esempi: la casa dei Vettii, Villa dei Misteri, villa di Poppea a Oplontis, di Augusto e di Livia a Roma, e ancora i famosi ritratti del El Fayum.
Questa certezza coloristica romana era visibile all’interno, all’esterno delle ville, nei Fori e oltre. Quest’uso coloristico ebbe inizio sotto Claudio, con Nerone poi si disseminarono delle macchie che non erano nelle lastre di marmo, aggiungendo delle decorazioni e protezioni. Tutto questo scaturisce dal fatto che i romani adoperavano oltre alle tecniche pittoriche dell’affresco e della tempera, la famosa tecnica pittorica dell’encausto molto apprezzata da ricchi e imperatori romani. Questa tecnica era usata per: campire, dipingere e proteggere, adoperata all’esterno, era chiamata Gànosis Vitruvio, De Architectura. Veniva usava sulla statuaria e marmi in generale direttamente senza una particolare preparazione. Si adoperava sia colorata che trasparente per rendere i marmi patinati o lucidi.

Encausto su legno (2)Descrzione dell’Encausto. Questa superba tecnica pittorica è per mia esperienza la più completa. Nella sua componente principale ci sono le cere d’api. Plinio: Cera punica fit hoc modo e il fuoco.
Supporti. Per l’Encausto i supporti sono quasi illimitati: intonaco fresco bagnato e ancora molle, anche su quello già secco e duro, marmi tutti poi cotto e tela. Per i legni se escludiamo quelli resinosi sono validi quasi tutti, quercia, pioppo, sicomoro, cedro del Libano acacia ecc.
Colori storici in ambito Greco: Plinio ci riferisce che i pittori riuscivano a creare grandi capolavori usando solo quattro colori: melino, elephantinum, sinopia pontica e ocra.
In ambito Romano: i colori più importanti erano divisi in quelli floridi e austeri. Floridi, cinabro, azzurrite, sangue di drago e malachite. Austeri: sinopia, terre rosse, melinum, orpimento, rosso ferro, nero avorio, minio di piombo e bianco di piombo e altri ancora.
Si può adoperare con l’Encausto direttamente su intonaco fresco e senza problemi i colori esclusi dalla tavolozza dell’affreschista di cui: cinabro, nero avorio o vite, bianco titanio o di piombo, minio, alizarina, robbia ecc. Le motivazioni dell’esclusione per questi colori dall’affresco sono: la difficile stesura e conseguente lucidatura in special modo i neri, per gli altri invece l’immediata aggressione caustica della calce e conseguente perdita del colore.
Maestro Michele Paternuosto

encausto 33x38CURRICULUM.
Il Maestro Michele Paternuosto, pittore restauratore, nato nel 1943 a Toro nel Molise. La sua prima formazione artistica ha inizio a quindici anni a Campobasso sotto la guida di due maestri molisani A. Fratipietro e N. Rago. Nei primi anni ‘60 prosegue in Germania e a Parigi, poi a Roma, in Canada e quindi definitivamente a Roma, dove apre lo studio a pochi metri dal Colosseo. Il maestro esercita il restauro d’Arte. Realizza opere con l’Encausto, la Scagliola artistica e l’Affresco lucido. I suoi lavori sono presenti all’estero e in Italia, anzitutto a Roma, in musei, chiese, palazzi patrizi e nelle case di noti personaggi della vita politica e artistica italiana. Ha al suo attivo importanti mostre nella capitale, in Italia e all’estero.
Hanno parlato del Maestro Paternuosto personaggi illustri: Prof. PICO CELLINI Restauratore Emerito – Prof. CLAUDIO STRINATI, Sovrintendente per il polo Museale Romano. – Prof. UMBERTO PAPPALARDO, docente di Antichità Pompeiane, alla Federico II. Napoli- Prof. PAOLO MORENO, DOCENTE di STORIA, Greco Romana, Roma tre- Dr. PINO CHIARUCCI, Museo Civico Albano – LUDOVICA RIPA DI MEANA – VITTORIO SERMONTI – Dr. COSTANZO COSTANTINI, Critico d’arte del Messaggero e biografo di: Fellini, Visconti, De Chirico, Manzù- MARIA SOLE GALEAZZI, Latina Oggi- GIOVANNI MASCIA STORICO. riviste e giornali: RAI tre, Tele Molise, Archeologia Viva, BBC History Magazine, Corriere della sera, Il Messaggero, Istituto Calderini, Latina Oggi. Patrocini: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero per i Beni e le Attività Culturali , Soprintendenza per i beni Artistici e Storici di ROMA. Provincia di Roma Assessorato alla cultura.

Contatti. STUDIO ROMA, Via del Cardello 21/b (Metrò Colosseo), cell. 347 4795244, morenart@libero.it, Web www.encausticitalia.com

Info:
Sede, Museo della citta di Aquino (Frosinone) Italia
Date dal 18 ottobre al 21 novembre 2015
Orari del Museo: Lun. 9,00-13,00 – Mart. 9,00- 13,00 – Mercoledi Chiusura. Giov. 9- 13.00
Ven. 15.30-18,30 Sab. 9,00- 18.30 Dom. 9,00- 1300 / 15,30-18,30.
Biglietto intero € 2. Gratuito: per i residenti di Aquino, per minori di anni 17 e superiori ai 65.
Tel.0776 729061- Sito web: www.facebook.com/museo.diaquino
E-mail: museo@comune.aquino.fr.it Ufficio Stampa museoaquino@libero.it

ROMA. La forza delle rovine.

rovine“Chi, di fronte a una mostra dal titolo ‘La forza delle rovine’, immaginasse di visitare la consueta esposizione di bucolici paesaggi pittorici disseminati di colonne spezzate e architetture con rovine antiche nella pittura a partire dal XVI secolo fino al XX secolo”, avrebbe sbagliato indirizzo. Mette subito le mani avanti, Marcello Barbanera che ha curato la rassegna, insieme con Alessandra Capodiferro, appena inaugurata a Palazzo Altemps (catalogo Electa).
In quanto questo tema non è stato mai centrale nella concezione della mostra per la sua scarsa originalità e perché doveva essere trattato come un fenomeno culturale di ampio respiro. Caratteristica delle rovine è la loro ambivalenza. Se da un lato le rovine sono “sentinelle al confine del tempo che ci sfugge”, dall’altro “stanno davanti al tempo” che le ha investite e modellate riducendole e fantasmi. Ma proprio questa caparbia resistenza al trascorrere del tempo conferisce loro il senso della durata rendendole un’ancora per la memoria. Due i punti fermi della rassegna: esplorare l’argomento in tutti i suoi aspetti, e in riferimento stretto con il luogo in cui le opere vengono esposte, uno fra i più superbi scrigni della scultura antica. Ovvero il Museo di Palazzo Altemps che conserva la collezione Boncompagni Ludovisi. Per l’occasione inaugura tre nuove sale.
La visita della mostra aperta fino al 31 gennaio 2016 potrebbe iniziare dal teatrino cui si accede, traversato il meraviglioso cortile di Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il Vecchio e Martino Longhi scendendo pochi gradini di una doppia rampa dalle forme arrotondate al centro della quale spicca una “vera” di pozzo con lo stemma degli Altemps. Superato il foyer eccoci nel piccolo teatrino privato, fra i più antichi di Roma, chiamato anche Goldoni. Uno dei primi ad accogliere anche la magia del cinema muto. E’ qui che su grandi schermi scorrono frammenti di una decina di pellicole firmate da registi come Wilder, Herzog, Stone, Rossellini. E Fellini di cui viene proiettato un brano di “Roma” del ’72. Alla luce delle torce compaiono, per scomparire subito dopo, meravigliose pitture romane.
“Fate qualcosa”, grida una donna di fronte alla distruzione. Un abbrivio che lascia immaginare cosa ci riserva il percorso che attraversa tutte le sale del museo. LA F dove è facile, anzi consigliabile perdersi fra l’Ares Ludovisi e il Galata Suicida, fra sarcofagi e rilievi. Si può dunque iniziare dal basso con metodo, ma niente impedisce che si possa partire da una qualunque delle nove sezioni in cui si articola la rassegna che si estende alla musica con pezzi selezionati appositamente e alla letteratura con una quarantina di testi da Cicerone a Eliot a Kavafis.
La scelta delle 120 opere, pitture, sculture, incisioni, acquerelli, fotografie, volumi antichi, allestiti su leggere strutture autoportanti simili a canneti da Federico Porcari e Gent Islami, è stata operata tenendo conto della collezione permanente del Museo. Quasi un dialogo fra loro. Le rovine non sono solo quelle antiche, ma anche quelle moderne, le macerie che seguono le catastrofi e le guerre.
“Sono nato fra le rovine…Io amo le rovine perché sono il punto di partenza per qualcosa di nuovo” dice Anselm Kiefer presente in mostra. Ed ecco “Massacro” di Guttuso che dipinge la presa di Palermo, Gabriele Basilico che ritrae le macerie di Beirut, il teatro di Gibellina di Consagra ridotto a un rudere fotografato da Cristaldi e la copertina del ”The New Yorker” che sintetizza il buio della ragione dell’11 settembre.
La seconda sezione è dedicata alla poetica del frammento, a partire dal monumentale “Torso di Polifemo” della collezione di Palazzo Altemps er vedere come gli artisti dal ’500 ad oggi hanno lavorato sul Torso. Del “Torso del Belvedere” da cui tutto si origina c’è la copia in gesso di Villa Medici, accanto studi e opere di Arturo Martini, sculture di Rodin e Mitoraj, tele di Kauffmann, Fortuny, Roberto Ferri, foto di Mapplethorpe. Non possono mancare i paesaggi di rovine dal ‘700 e fino all’800 e al ‘900, la pittura di veduta e di paesaggio che recupera la memoria dell’Antico concentrandosi sulle vestigia romane. In mostra i capricci di Marco Ricci, i dipinti di Hubert Robert, Ippolito Caffi, Arturo Nathan. Alle grandi rovine di Roma, di Pompei, Ercolano e di Atene, si aggiungeranno nell’800 i complessi gotici. Di contro agli armoniosi paesaggi di rovine la doccia fredda dei paesaggi rovinati dalle macchine, dall’industria, dai rifiuti, dalla banalità dell’uomo costruttore nelle fotografie di Luigi Ghirri, Basilico, Lori Nix.
A Giovan Battista Piranesi, indagatore di stili, tecniche e materiali usati in antico è dedicata un’intera sezione “Anatomia delle rovine”. Non solo lo studio del frammento, dell’ordine con i suoi ornamenti, non solo le architetture di templi, teatri, fori, ma anche di ponti, acquedotti, strade, fogne, canali. Piranesi non tanto l’archeologo, quanto architetto che legge i monumenti e il tessuto urbano di Roma per interrogare la storia.
“Beati gli antichi che non avevano un’antichità!”, diceva Denis Diderot. Ma non è così, anche gli antichi conobbero le loro rovine come memoria. In mostra una preziosissima, piccola “Kore” prestata dal Museo dell’Acropoli, fatta a pezzi e bruciata nel 480 a. C. dai Persiani. Dal Museo di Ostia viene un rilievo che rappresenta un pescatore. Nella rete insieme ai pesci ha trovato una scultura. E dalla Galleria Borghese il monumentale dipinto di Frderico Barocci “Enea fugge da Troia in fiamme”.
“Il canto delle rovine” è affidato a fogli che sembrano volare. Scendono dal soffitto della sala grande del Galata e rimandano ai poemi sospesi dell’era preislamica scritti in lettere dorate su pezzi di lino ripiegati e appesi sulle tende che coprivano la Ka’ba. E’ la letteratura delle rovine che ben conoscevano Cicerone, Properzio e Marco Aurelio che si recano a contemplare le rovine di Corinto, Veio e del Pireo che loro stessi avevano creato.
(Ri)Costruire le rovine”, l‘ultima sezione, affronta la relazione fra archeologia e modernità, cosa fare, quali sono le forme d’intervento richieste e consentite, si chiede. Soprattutto dopo i grandi scavi iniziati nell’800 di Troia, Micene, Delfi, Efeso, Pergamo, Baalbek, quando si creano altre rovine da conservare, proteggere e far conoscere. A Creta nel ‘900 si scopre il palazzo di Knosso, che viene ricreato in modo totalmente fantasioso, ma di grande impatto. Come sono fantasiose le sceneggiature per la Semiramide di Rossini per un Oriente immaginato. Un posto importante era riservato ai restauratori che spesso reintegravano le rovine, come Bartolomeo Cavaceppi. Anche Bernini e Algardi lasciarono il loro segno sulle sculture antiche.
A Roma negli anni ’20-’30 gli sventramenti fanno emergere i problematici rapporti fra città antica e città moderna, documentati dalle foto delle demolizioni per l’apertura dei Fori Imperiali. E poi la guerra con le distruzioni dei monumenti, mai come oggi tanto sciaguratamente attuale. Di Mario Mafai la “Basilica di San Lorenzo” bombardata.

Info:
Roma, Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps, Piazza di Sant’Apollinare 46. Orario: dalle 9.00 alle 19.30, chiuso il lunedì, fino al 31 gennaio 2016. Informazioni: 06-39967700 e www.coopculture.it

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 13 ott 2015