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CODROIPO (Ud). Soli di notte.

CopertinaMiro“Soli di notte” è il titolo della straordinaria mostra a cura di Elvira Cámara e Marco Minuz e dedicata al genio di Joan Mirò, che Villa Manin ospita fino a domenica 3 aprile 2016. Miró (Barcellona 1893 – Palma di Maiorca 1983) è uno degli artisti più significativi e rappresentativi del Novecento.
La mostra riunisce un importante nucleo di opere, molte delle quali mai esposte in Italia, legato ad uno specifico momento del suo lavoro; una fase artistica estremamente fertile e poco conosciuta, racchiusa fra i primi anni cinquanta e la sua morte.
Un mutamento collegato al suo trasferimento definitivo nel 1956 a Palma di Maiorca, nelle Baleari. Attraverso dipinti, disegni, opere grafiche e sculture questa mostra fa emergere un nuovo aspetto del lavoro di Miró, di grande potenza e suggestione. Il percorso è arricchito da un’importante selezione di fotografie che ritraggono Miró realizzate da grandi autori come Cartier Bresson, Mulas, Brassaï, List, Halsman, Català Roca e Gomis.

Info:
Nel Corpo Gentilizio di Villa Manin di Passariano, Codroipo (UD)
MARTEDÌ – DOMENICA 10.00 – 19.00
Visita la pagina di Joan Mirò nel sito di Villa Manin
Per info su costi e prenotazioni biglietti visita la pagina biglietteria.

TREVISO. EL GRECO IN ITALIA, metamorfosi di un genio.

el greco 2 Treviso, Casa dei Carraresi dal 24 ottobre 2015 al 10 aprile 2016.

L’AVVENTURA AFFASCINANTE DI UN “VISIONARIO ILLUMINATO”
Per la prima volta al mondo un’esposizione dedicata agli anni cruciali della trasformazione del Greco, maestro indiscusso del ‘500, attraverso le tappe che hanno scandito il suo complesso iter artistico e spirituale tra Creta, l’Italia e la Spagna. Il curatore, Lionello Puppi, emerito di Ca’ Foscari, con alle spalle mezzo secolo di studi sull’artista, coadiuvato da un comitato scientifico di respiro internazionale, ricostruisce con molteplici spunti inediti le tappe di un’avventura irripetibile, indagando il processo creativo, il metodo di lavoro e la bottega di un artista controverso e non compreso nel suo periodo storico, ma definito dalla critica moderna un “visionario illuminato”. Un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso la progressiva trasformazione dell’artista e il percorso che lo porterà alla creazione di un linguaggio che non ha paragoni possibili e alla realizzazione di capolavori assoluti.
el greco 1CAPOLAVORI INEDITI PER UNA MOSTRA UNICA
El Greco nacque nel 1541 a Creta, territorio all’epoca sotto il dominio veneto. Lì divenne maestro d’arte seguendo il corso della tradizione artistica dell’isola, prima di intraprendere, all’età di 26 anni, il viaggio verso Venezia, città in cui seppe trasformarsi da iconografo ortodosso in un artista innovativo e rivoluzionario. Protagonista indiscusso della cultura figurativa occidentale, venne riscoperto nell’800 per diventare poi fonte d’ispirazione per le avanguardie del ‘900 come l’impressionismo e il cubismo.
La mostra, che illustra un percorso di opere prodotte dall’artista, soprattutto durante la sua permanenza nel nostro Paese, e dai grandi maestri che hanno influenzato il suo lavoro tra cui Tiziano, Tintoretto, Correggio, Jacopo Bassano, vanta prestiti importantissimi grazie alla significativa adesione di grandi istituzioni museali e collezioni private internazionali. L’obiettivo dell’esposizione è scoprire insieme ai visitatori il percorso di un artista geniale che continua a stupire per la profonda ispirazione che ha portato nel mondo dell’arte, anche moderna.
el greco 3IL GENIO MALEDETTO COPIATO DAI Più GRANDI
Ma chi era Dominikos Theotocopulos, detto El Greco?
“Se la realtà dell’uomo si rende, peggio che sfuggente, inafferrabile, anche i contesti entro i quali le opere furono realizzate, sfumano in una nebbia disorientante.” Lionello Puppi, curatore della mostra.
La fama del pittore divenne planetaria solo a partire dal ventesimo secolo, non solo per l’interesse di collezionisti e intellettuali, quanto per il riconoscimento della critica e degli artisti stessi dell’epoca. Da Pablo Picasso, a Manet, fino a Pollock, appassionati studiosi di El Greco, furono le avanguardie del ‘900 a inspirarsi alla modernità dei suoi manierismi nel disegnare le figure e alla stravaganza nel comporre immagini dai cromatismi inaspettati per la sua epoca.
L’INVENTORE DELLA PITTURA MODERNA
Il Cubismo ha origini spagnole ed io sono il suo inventore. Dobbiamo cercare le influenze spagnole in Cézanne e osservare l’influenza di El Greco nella sua opera. Nessun pittore veneziano eccetto El Greco realizzava costruzioni cubiste.” Pablo Picasso.
“La genialità del Greco sta nell’essere riuscito a fondere due culture contrapposte: quella greca ortodossa e quella rinascimentale cattolica romana. Sorprendente è la sua capacità di non negare nessuno dei due linguaggi e riuscire a fonderli insieme in uno stilema originale e unico. È questo che fa del Greco l’artista eminentemente visionario che sconvolse Manet, Cezanne e Picasso.” Serena Baccaglino, membro del comitato scientifico.
Inconfondibili le figure sinuosamente allungate, le forme umane stravolte dal furore mistico, i colori acidi, originali, al limite della psichedelia.
ALLA SCOPERTA DEL GENIO
La mostra vuole portare il visitatore alla scoperta di questo pittore visionario, dal carattere irriverente, capace di sconvolgere l’estetica a lui contemporanea con toni drammatici e un linguaggio fantasioso ed espressionista. El Greco possedeva un senso della rappresentazione che va oltre gli stili e le epoche, un modo di intendere l’immagine e il cromatismo che senza dubbio può definirsi universale. El Greco non seguiva nessuna delle regole accettate dalla gran parte dei pittori e dei mecenati del Cinque-Seicento. Offre quindi un esempio di come le cose si possono approcciare in modo diverso, originale e stimolante. È questo misto di Creta, Venezia e Castiglia che emerge nei suoi quadri in una fusione totale. Tra le caratteristiche più impressionanti della sua opera, si distinguono le figure allungate come fiamme e la vivida luminosità delle sue tinte con una luce intensa che accende il colore.

Info: www.elgrecotreviso.it

MILANO. In mostra la modernità di Nicola e Giovanni Pisano.

pisano“L’Italia è l’unica grande esposizione universale, in tutti i borghi”.
A parlare è Vittorio Sgarbi, durante la presentazione del volume e dell’omonima mostra Nicola e Giovanni Pisano.
Le origini della scultura moderna, organizzata nell’ambito del progetto Expo Belle Arti promosso da Regione Lombardia in collaborazione con la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano e curata dal critico e ambasciatore per le Belle Arti della Lombardia Sgarbi, per la regia di Alberto Bartalini. Nella splendida cornice della chiesa di San Gottardo in Corte, a Milano, sono ospitati per la prima volta nove capolavori dei due grandi scultori del Medioevo provenienti dal Battistero di Piazza dei Miracoli a Pisa e prestati dal Museo dell’Opera Primaziale, che le ha custodite fino all’esposizione.
Mostra che ha fornito l’occasione a Vittorio Sgarbi per gettare uno sguardo critico, a tratti velato da un’ironia pungente, sul modo di intendere Expo e sulla difficoltà di riuscire a creare un percorso a stazioni che portasse all’apertura dei principali palazzi statali di Milano (Palazzo Litta e Palazzo Cusani, per esempio) “che consentissero di compensare la finzione che è Expo” e per mostrare la “bellezza universale” della cultura italiana, alla quale “tutto il mondo si è ispirato”.
E nello spazio semplice e ordinato della chiesa, ecco emergere in modo preponderante le sculture di Nicola e Giovanni Pisano, opere che, come sottolinea Sgarbi, hanno una straordinaria “forza espressiva”. A ricevere lo spettatore sono la Madonna con il Bambino e due Evangelisti. Poi si prosegue con gli altri due Evangelisti e i quattro Profeti, in un dialogo perfetto con l’ambiente che li avvolge. Tutte sculture sacre ma “potentemente umane – sottolinea Sgarbi nel suo saggio introduttivo al dialogo – in uno svegliarsi dal torpore della pietra nella imminenza dell’azione”.
Umanità che commuove nella dolcezza e nell’espressione di meraviglia dei volti e che è assolutamente moderna. L’iniziativa è stata sostenuta dal laboratorio di lavorazione robotica del marmo di Carrara di Gualtiero Vanelli, che ha anche realizzato una copia a grandezza naturale in marmo bianco di Carrara della Madonna col Bambino, che accoglie il visitatore nel cortile della chiesetta. È in questo contesto e con queste gemme della scultura che si iniziano a intravedere le due Expo sottolineate da Sgarbi, quella “del divertimento” e quella “dell’Italia vera”, dove si respira arte e cultura.

Autore: Sara Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.it, 28 set 2015

ROMA. Alle Terme di Diocleziano l’arte di Henry Moore.

moore“Henry Moore”, semplicemente, s’intitola la mostra aperta fino al 10 gennaio 2016 a Roma, alle Terme di Diocleziano (catalogo Electa).
Un’esposizione molta bella, da non perdere, che ripercorre l’intero percorso creativo di Moore dagli anni Venti agli anni Ottanta.
A dare il benvenuto nell’aula X, uno degli ingressi del corpo centrale delle Terme, dove si trova il cosiddetto sepolcro dei Platorini, è “Figura distesa”, un bronzo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna che venne esposta con grande rilievo alla personale di Moore a Roma nel ’61. Una di quelle creazioni che sembrano fare tutt’uno col paesaggio, con la linea dell’orizzonte. E’ degli anni cinquanta, anni in cui il maestro realizza alcune delle opere più famose, sviluppando i temi e i rapporti a lui cari. Come pieno – vuoto, madre – figlio, corpo – anima, uomo – mondo.
La mostra, promossa dalla Soprintendenza archeologica di Roma in collaborazione con Electa e la Tate di Londra che possiede una delle collezioni più ricche di Moore, dono dallo stesso artista, presenta 75 opere fra sculture, disegni, acquerelli, incisioni, bozzetti di opere realizzate o rimaste sulla carta e filmati, esposte negli scenografici e imponenti spazi delle grandi aule, secondo un ordine cronologico e tematico, a confronto e in dialogo con sarcofagi, capitelli, statue, resti marmorei, pavimenti musivi.
Uno scenario che esalta lo stretto rapporto di Moore con l’antico e che certamente sarebbe piaciuto all’artista che ben conosceva l’arte classica.
L’ultima mostra in Italia di Henry Moore (1898 – 1986), uno dei più grandi scultori del Novecento, che meglio ha saputo riflettere sulla tradizione e sul rinnovamento delle forme plastiche, attraverso e oltre l’astrazione, si è tenuta nell’Isola di San Giorgio a Venezia a cura della Fondazione Cini, vent’anni fa nel ’95 in occasione del centenario della Biennale. Un riferimento non casuale visto che l’artista inglese proprio a Venezia alla Biennale del ’48, la prima dopo la guerra, ottenne il Premio Internazionale per la Scultura che avrebbe consacrato la sua fama. Della giuria, presieduta da Rodolfo Pallucchini, facevano parte Felice Casorati, Roberto Longhi e Lionello Venturi. E il rapporto con l’Italia continua con la mostra del ’61 a Roma, del ’62 per il Festival dei due Mondi a Spoleto e con la strepitosa rassegna, curata da Giovanni Carandente, sulle terrazze panoramiche del Forte Belvedere a Firenze nel ’72. Importanti appuntamenti diluiti nel tempo per approfondire la conoscenza di un maestro dello scalpello che con l’Italia ha mantenuto un legame molto speciale, fin dal suo primo viaggio grazie a una borsa di studio nel ’25. Trascorse tre mesi e mezzo fra Firenze, Roma, Pisa, Siena, Assisi, Padova, Ravenna, Venezia, ammirando gli affreschi di Giotto e l’Orcagna, Lorenzetti, Gaddi, Masaccio, gli ultimi lavori di Michelangelo e le sculture di Donatello e di Giovanni Pisano. In rapporto particolare con la Toscana.
Aveva casa a Forte dei Marmi e frequentava le cave delle Apuane. “L’Italia per Henry Moore era come una seconda casa”, dice senza esitazione, illustrando il percorso espositivo, Chris Stephens, curatore con Davide Colombo della mostra che ha appena aperto i battenti a Roma. Divisa in cinque sezioni e aree tematiche, da “Esplorazione del moderno” a “Scultura negli spazi pubblici”, passando per ”Guerra e pace”, “Madre e figlio”, “Figura distesa-sculture”, “Figura distesa-opere grafiche”, offre un esauriente spaccato della sua produzione. Durante gli anni venti, era del ‘25 il viaggio in Italia, più che studiare l’arte classica, Moore sembra rivolgere i suoi interessi alle culture arcaiche ed extra europee, è il fascino del linguaggio modernista sull’esempio anche di artisti come Epstein, Brancusi, Picasso, come mostrano maschere e teste in rilievo. E’ solo in un secondo tempo che esplorerà la tradizione classica, Arnolfo di Cambio, il Rinascimento e soprattutto Michelangelo.
Uno scultore “moderno” che si rifà alla tradizione dell’opera in prima persona, da non affidare al marmista, attento ai materiali per cui certe forme sono più vere con un materiale piuttosto che con un altro. Una manualità per un’arte che vuole parlare di vita, di morte, di procreazione. Cose importanti messe a rischio dalla guerra, come ben sapeva Moore per aver combattuto sul fronte occidentale e aver subito gli attacchi dei gas dei tedeschi. Un’esperienza che lo avrebbe segnato per tutta la vita, un lato oscuro che rimarrà al fondo della sua “arte post bellica e post freudiana”, ricorda il professor Stephens. Ed ecco i corpi smembrati, uno dei precetti del surrealismo, le ossa riassemblate. Ecco una composizione in quattro pezzi di alabastro, e la piccola scultura “Tre punte”, che prelude a un contatto gravido di tensione, preannunciando una nuova deflagrazione. Lo scoppio della seconda guerra mondiale interrompe la sua attività artistica. I bombardamenti su Londra degli anni ’40 -’41 obbligano i più poveri a rifugiarsi nelle gallerie della metropolitana. I suoi “Disegni dei ricoveri antiaerei” mostrano un’umanità dolente che l’artista rappresenta con grande partecipazione. Fra i più belli “Figure dormienti in rosa e verde” in cui il lenzuolo che protegge i corpi abbandonati nel sonno allude a modi cari della sua scultura.
Temi ricorrenti delle sue creazioni sono le grandi figure distese, con precedenti illustri nella tradizione etrusca, classica e rinascimentale. Sono immagini femminili tondeggianti e rassicuranti, forme organiche vicine ai modelli naturali, come la madre che stringe il figlio, quasi un’ossessione. Ma con qualcosa di ambiguo, “rassicuranti ma non troppo”, precisa Strphens. A chiudere la rassegna nell’Aula XI bis esposti i “modelli di lavoro”, a metà fra il bozzetto e l’opera definitiva in bronzo, di sculture monumentali per nuovi edifici e piazze sia in Europa che in America. La commissione pubblica più importante è la scultura di fronte alla facciata della nuova sede dell’Unesco a Parigi del ‘57. Anche in questo caso, dopo aver preso in esame varie soluzioni, opta per la figura reclinata convincendo i committenti a realizzarla in travertino romano e non in bronzo.
Fra i pezzi più significativi, esposti in una vetrina, una decina di piccoli bronzi degli anni ‘40, “Gruppo di famiglia”, “Figura distesa”, “Madonna con bambino”, uno della GNAM, un altro del Guggenheim di Venezia, veri e propri capolavori, la quintessenza della poetica dell’artista Può sfuggire a una visita frettolosa, è nell’aula IX all’aperto, uno dei bronzi più noti dono di Moore a Firenze, “Guerriero con scudo” che ha affascinato e ispirato artisti di tutto il mondo. Un guerriero privo di un braccio e di una gamba, con lo scudo alzato per proteggersi e resistere. Dal Chiostro della basilica di Santa Croce a Firenze alla volta sfondata delle Terme, circondato da capitelli, sarcofagi e statue mutile, come lui. Un “classico” fra i classici.

Autore: Laura Gigliotti

Info: Roma, Terme di Diocleziano – Grandi Aule, Viale Enrico De Nicola, 79. Orario: 9.00 – 19.30, chiuso il lunedì. tel. 06 – 39967700 e www.coopculture.it

Fonte: www.quotidianoarte.it, 28 set 2015

GENOVA. Dagli Impressionisti a Picasso.

genovaI capolavori del Detroit Institute of Arts di artisti del 19esimo e 20esimo secolo come Van Gogh, Gauguin, Monet, Cézanne, Degas, Renoir, Matisse, Modigliani, Kandinsky, Picasso, saranno in esposizione da venerdì fino al 10 aprile 2016 nelle sale dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale a Genova.
La mostra ‘Dagli Impressionisti a Picasso’ rappresenta l’unica tappa europea per presentare al pubblico una collezione straordinaria. Per 200 giorni il Detroit Institute of Arts si trasferisce a Genova con una selezione di 52 capolavori, un’occasione unica per ammirare opere dei più grandi pittori del ‘900 nel loro periodo di massima espressione artistica.
La mostra consente di ripercorrere la storia dell’arte europea a cavallo tra Otto e Novecento, dall’Impressionismo a Van Gogh e Cézanne, dall’Ecole de Paris alle avanguardie storiche, dalle spinte verso l’astrattismo di Kandinsky sino alla eccezionale parabola artistica di Picasso, offrendo una rara occasione per osservare da vicino i grandi maestri che hanno rivoluzionato l’intera cultura mondiale. Detroit è una delle capitali economiche degli Stati Uniti, storico centro dell’industria automobilistica, tanto da essere soprannominata ‘Motor City’: il Detroit Institute of Arts, fondato nel 1885 e più volte ampliato e rinnovato nel corso dei suoi 130 anni di storia, è da sempre l’epicentro della gloria cittadina.
Già nei primi decenni del ‘900 il museo di Detroit era considerato l’avamposto e la principale via di accesso delle avanguardie europee negli Stati Uniti. Per oltre vent’anni (1924-1945), il Detroit Institute of Arts è stato diretto dallo storico dell’arte tedesco William Valentiner. Grazie a lui, il museo si è aperto a nuovi orizzonti: il gusto e l’esperienza di Valentiner porta a Detroit i primi Van Gogh e Matisse esposti nei musei americani, e la competenza specifica sull’espressionismo tedesco, perfino l’amicizia personale con alcuni artisti, consente scelte di altissimo livello anche in questo campo. Il Detroit Insitute of Arts è dunque saldamente collocato tra i massimi musei degli Stati Uniti.
Le opere che saranno a lungo esposte nell’appartamento del Doge presso il Palazzo Ducale di Genova ripercorrono il tragitto all’inverso che da Detroit porta al Vecchio Continente. La ricchezza della collezione di arte europea tra 19esimo e 20esimo secolo è data dalla sua completezza e dalla molteplicità dei linguaggi. Un dialogo che coinvolge Van Gogh, Matisse, Monet, Modigliani, Degas, Monet, Manet, Courbet, Otto Dix, Degas, Picasso, Gauguin, Kandinsky, Cézanne, Renoir. Per la presenza di tutti i protagonisti, e per l’importanza delle opere, è possibile tracciare l’intera vicenda dell’arte europea dall’impressionismo alle avanguardie.
Il percorso della mostra è costantemente accompagnato da supporti didattici che inseriscono dipinti, artisti e movimenti nella dinamica storica di cinquanta anni densi di capolavori, organizzati secondo un criterio cronologico. Si comincia con la grande sala in cui si racconta la nascita del movimento, dell’idea che ha cambiato per sempre la storia della pittura: l’impressionismo. La volontà di aprirsi alla luce libera della natura è una conquista che passa attraverso il realismo intenso di Courbet con ‘Bagnante addormentata presso un ruscello‘ e le opere piacevolmente narrative di pittori ‘alla moda’ come Gervex e Carolus-Durand, per approdare alla gloria del colore di un capolavoro di Monet, i radiosi ‘Gladioli’ databili intorno al 1876. Altrettanto significativo è il luminoso ‘Sentiero di Camille Pissarro’, che costituisce un autonomo, libero sviluppo dell’impressionismo, riflesso in un ampio paesaggio di campagna. Significativa è la presenza di tre opere affascinati di Renoir, a cominciare dalla ‘Donna in poltrona’ che coincide con la prima mostra dell’Impressionismo (1874), per giungere a due opere della tarda maturità, ormai dopo la svolta dell’anno 1900. Uno spazio autonomo, quasi una vera ‘mostra nella mostra’, è dedicato alla figura di Edgar Degas, di cui sono presenti cinque tele, in cui sono sviluppati tutti i temi fondamentali del grande pittore parigino: il ritratto, i cavalli, le inconfondibili ballerine. In ciascuna di queste tele si riconosce la grande perspicacia del disegno, con cui Degas fissa espressioni, gesti, sentimenti, con un percorso che è parallelo a quello degli impressionisti, ma anche di una grande, nobile autonomia. Segue, subito dopo, un altro spazio monografico, quello che raccoglie quattro straordinari dipinti di Paul Cézanne. Anche in questo caso, le collezioni del museo di Detroit comprendono tutti i campi di ricerca del pittore: la figura umana, il paesaggio provenzale nei dintorni di Aix (con una delle ultime versioni della prediletta Montagna Sainte Victoire), la natura morta, le ‘Bagnanti nel bosco’. All’opposto di Van Gogh, Cézanne non si lascia travolgere dai sentimenti, ma ritorna più volte sugli stessi soggetti, indagandone con pazienza la forma, e combinando il colore luminoso degli impressionisti con una rigorosa logica geometrica ben radicata nella tradizione.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 22 set 2015