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ROMA. L’Annunciazione di El Greco.

Musei Capitolini, Sale terrene del Palazzo dei Conservatori, fino al 17 aprile 2017.
In occasione del progetto di scambio tra il Museo Thyssen Bornemisza di Madrid e i Musei Capitolini, che ha già portato nella capitale spagnola La Buona Ventura di Caravaggio, la Sovrintendenza Capitolina ha scelto di esporre a Roma L’Annunciazione del grande artista cretese che visse in Spagna gli ultimi 40 anni della sua vita e lì prese il soprannome con il quale è universalmente noto. Nonostante abbia soggiornato in Italia per ben dieci anni (1567-1577), vivendo a Roma all’incirca tra il 1570 e il 1576, esistono rare opere di El Greco nei musei italiani.
La mostra, ospitata nelle sale al piano terra dei Musei Capitolini fino al 17 aprile 2017, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è a cura di Sergio Guarino. Organizzazione e servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura.
Catalogo Gangemi Editore.
L’Annunciazione, opera pienamente autografa dipinta da El Greco a Toledo, è il modello definitivo che fu presentato ai committenti per la realizzazione di un quadro di grandi dimensioni destinato a una maestosa pala d’altare (in spagnolo retablo), chiusa in una articolata cornice lignea. Realizzato dal pittore negli anni 1596-1600 per l’altare maggiore del Colegio de Nuestra Señora de la Encarnación di Madrid, il Retablo di Doña Maria de Aragon, fondatrice del collegio e committente, venne smembrato all’inizio dell’Ottocento e cinque dei grandi dipinti dispersi furono accolti al Prado mentre il sesto ebbe come destinazione al Museo Nacional de Rumania di Bucarest. Dedicato alla Redenzione, il retablo era probabilmente su due livelli: in basso, l’Annunciazione era affiancata dall’Adorazione dei pastori e dal Battesimo di Cristo, mentre in alto si trovavano la Crocifissione, la Resurrezione e la Pentecoste e forse un settimo dipinto, più piccolo, come conclusione.
Lo stile di El Greco è il risultato di una profonda assimilazione di tre diverse culture figurative: la tradizione bizantina (ieratica e spirituale, legata a schemi fissi), l’arte italiana – che nel Rinascimento raggiunge un insuperato vertice espressivo, traducendo la natura in termini figurativi – ed infine la pittura spagnola, rivolta spesso all’introspezione.
Pur non avendo mai rinnegato quanto appreso nel corso del suo soggiorno in Italia, solo in Spagna tuttavia, nella città di Toledo, El Greco raggiunge altissimi livelli di spiritualità. La riflessione sui temi religiosi viene accentuata dall’uso di figure allungate e dallo stravolgimento del dato naturale in favore di un’evocazione quasi astratta: non a caso la “riscoperta” del pittore alla fine dell’Ottocento è una delle premesse delle moderne avanguardie artistiche.
L’Annunciazione è una delle vette più alte del suo stile finale, dove le forme allungate si intrecciano con una stesura veloce, quasi parossistica del colore e un horror vacui che lo porta a riempire ogni spazio della composizione.
Domínikos Theotokópoulos (Δομήνικος Θεοτοκόπουλος) nasce nel 1541 nell’isola di Creta, all’epoca sotto il dominio della Repubblica di Venezia ma legata artisticamente alla tradizione bizantina. Nel 1567 si trasferisce a Venezia, dove studia le opere di Tiziano – di cui diventa uno degli ultimi discepoli – Veronese, Tintoretto e Jacopo Bassano. Il suo soggiorno di circa sei anni a Roma, iniziato nel 1570, non gli fa ottenere il successo sperato, malgrado la fama raggiunta presso alcuni amatori d’arte. Nel 1576 si sposta in Spagna, dove rimane per il resto della sua vita. Risiede a Toledo, antica capitale e centro artistico, diventando presto un maestro affermato. Non consegue la carica di pittore di corte, poiché non è apprezzato dal re di Spagna Filippo II, ma acquisisce numerose commissioni che gli consentono un alto tenore di vita. Muore il 7 aprile 1614, dopo aver lasciato tutti i suoi beni al figlio Jorge Manuel, nato dalla sua relazione con Jerónima de Las Cuevas.

Info:
Giusi Alessio 06 82077327 – 340.4206562 g.alessio@zetema.it
Gabriella Gnetti 06 82077305 – 348.2696259 g.gnetti@zetema.it www.zetema.it

CONEGLIANO (Tv). Bellini e i belliniani, dall’Accademia dei Concordi di Rovigo.

Dopo Un Cinquecento Inquieto nel 2014, seguito dal Carpaccio, Vittore e Benedetto nel 2015 e, nel 2016 da I Vivarini, l’indagine approda alla figura imprescindibile di Giovanni Bellini (1430 circa-1516), scelta tanto più opportuna nel quinto centenario della morte del maestro. Chi sono, quindi, i giovani artisti e collaboratori del grande Giambellino? Come si formarono, quale posto avevano nella produzione dell’atelier, della bottega, come si diceva allora? Che cosa trassero e che cosa a loro volta tramandarono dalla frequentazione e dalla stessa collaborazione con un artista-intellettuale tanto sublime per pensiero e per invenzione, per tecnica e non meno che per precisione formale?
La mostra prende le mosse proprio da queste domande e trova nella raffinata collezione dell’antica e prestigiosa Accademia dei Concordi di Rovigo lo spunto per tracciare una sorta di mappa del milieu belliniano o, almeno, di una parte significativa e originale di tale universo d’uomini e di capolavori.
Bellini ha lasciato indubbiamente il segno inconfondibile del suo passaggio, ha creato punti di riferimento che hanno fatto scuola per un consistente numero di pittori, stilemi di cui possiamo riconoscere gli elementi costitutivi: semplici contorni di un volto, la postura e la struttura delle mani femminili, i differenti atteggiamenti del Bambinello; ma anche straordinari paesaggi incantati, spalle di colline scoscese e alberate, città murate e fortificazioni, il profilo lontano di catene alpine. C’è tuttavia qualche cosa che è più difficile descrivere e definire del mondo belliniano: quell’estasi muta e pensosa, quell’essere amorevolmente assorti in insondabili pensieri virtuosi, quella mitezza e quasi pudore degli sguardi che è un’attitudine che parte dal Maestro e viene gelosamente conservata e tramandata dai seguaci.
Quindi la ‘svolta’ atmosferica e tonale della sua pittura, nello sfumato in cui svanisce la percezione dei contorni e dei profili, dove i protagonisti sono avvolti e immersi in una luce dorata che nessuno però saprà più eguagliare. Dai due celebri capolavori di Bellini in mostra – la Madonna col Bambin Gesù di esemplare semplicità e perfezione e il Cristo portacroce, così permeato di quel soffuso tonalismo magico e dorato che lo colloca tra le opere-manifesto della stagione matura intensa e filosofica della sua parabola artistica – il percorso espositivo propone importanti confronti, contaminazioni, suggestioni con opere di altri artisti, da Palma il Vecchio a Dosso Dossi fino a Tiziano e Tintoretto, o, addirittura, a maestri tedeschi e fiamminghi (come Mabuse e Mostaert) per sottolineare la centralità di Giovanni Bellini rispetto a uno scenario non solo veneziano e veneto (come ben aveva capito nei suoi passaggi veneziani Albrecht Dürer). L’esposizione si sviluppa secondo una sequenza tematica che si dispiegherà nel percorso delle sale di Palazzo Sarcinelli: 1.L’alba del Rinascimento; 2.Madonne con il Bambino; 3.Devote meditazioni (3a. Circoncisioni e mistici matrimoni; 3b. Santi attorno al trono); 4.Imago Christi; 5.Suggestioni dal Nord; 6. Metamorfosi; 7. Teste e ritratti.
In tale trama narrativa ed espositiva si vengono a collocare n e personalità molto diverse, tutte accumunate da una più o meno intensa frequentazione di Giovanni Bellini e del suo atelier: assistenti che hanno lavorato al suo fianco nelle grandi imprese decorative di Palazzo Ducale o nelle sale delle Scuole di San Marco e di San Giovanni Evangelista; aiuti che hanno replicato le più fortunate tavole destinate alla devozione privata; artisti partiti da cartoni della bottega, che hanno poi continuato la loro ricerca in autonomia di ispirazione e di linguaggio, dichiarando però il loro legame profondo e irrinunciabile con la pittura del maestro.
La mostra è, dunque, un’occasione per interrogarsi sull’eredità belliniana, ricostruendo con originalità una rete di rapporti e connessioni, mettendo in luce il raffronto possibile tra storie e opere, protagonisti e comprimari su palcoscenici diversi e alternativi e tuttavia legati da analogie e contiguità logiche e strutturali.

Info: Conegliano, Palazzo Sarcinelli, 25 febbraio – 18 giugno 2017

Fonte: www.quotidianoarte.it, 15 feb 2017

BRESCIA. DA HAYEZ A BOLDINI. Anime e volti della pittura italiana dell’Ottocento.

fattoriL’esposizione racconterà la straordinaria stagione artistica italiana del XIX secolo, attraverso 100 capolavori dei maggiori esponenti del neoclassicismo, del romanticismo, della scapigliatura, dei macchiaioli e del divisionismo, da Canova ad Appiani, da Hayez a Cremona, da Fattori a Inganni,
da Segantini a De Nittis, da Zandomeneghi fino a Boldini.
Il percorso espositivo si aprirà con Amore e Psiche, capolavoro di Antonio Canova, che incarna i canoni dell’estetica neoclassica. Attorno alla scultura ruoteranno alcune delle tele più rappresentative di autori neoclassici tra cui Andrea Appiani, pittore prediletto da Napoleone, capace di evocare la sublime grazia raffaellesca nella splendida tela Venere allaccia il cinto a Giunone.
Quindi, la sezione dedicata al romanticismo vedrà come assoluto protagonista Francesco Hayez di cui verrà presentata la Maria Stuarda sale al patibolo, capolavoro di tre metri per due, che giunge eccezionalmente a Brescia. Accanto ad altre opere di Hayez quali la Vergine addolorata e il Ritratto del principe Barbiano di Belgioioso, saranno esposti dipinti dei principali autori romantici come Giuseppe Molteni, Enrico Scuri, Giacomo Trecourt, Carlo Arienti e Giuseppe Carnovali detto il Piccio, la cui pittura anticipò gli esiti dei maestri della Scapigliatura alla quale sarà dedicata la terza sala, dove spiccheranno le tele di Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni e Mosè Bianchi.
Mentre a Milano si affermavano gli scapigliati, a Firenze, negli stessi anni, si faceva largo un gruppo di giovani e agguerriti artisti che, per reagire alla stanca pittura insegnata nelle accademie, diede vita al movimento dei macchiaioli capitanato da Giovanni Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini, qui presenti con alcune delle loro opere più famose.
Proseguendo nel percorso, il visitatore verrà prima sedotto dai dipinti a soggetto orientalista capaci di evocare le luci e le atmosfere di mondi lontani, e poi dalle toccanti scene di vita quotidiana immortalate da Induno, Guglielmo Ciardi, Giacomo Favretto, Filippo Palizzi, Vincenzo Irolli, Alessandro Milesi e dal bresciano Angelo Inganni, presente con diversi lavori tra cui la splendida coppia di Vedute di Piazza della Loggia e una suggestiva Donna che cucina lo spiedo, quintessenza della cultura gastronomica locale.
Aggiornati sulle novità dell’impressionismo francese i divisionisti elaborarono, invece, un’innovativa tecnica pittorica caratterizzata da intrecci di brevi pennellate cariche di colore, che trova la massima espressione nelle tele ricche di significati simbolici di Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli, Gaetano Previati, Emilio Longoni, Carlo Fornara e Plinio Nomellini.
Di Giovanni Segantini, padre nobile del divisionismo, sarà esposto il capolavoro Alpe di maggio proveniente da una prestigiosa raccolta privata, eseguito a Savognino nella primavera del 1891, quando l’artista era impegnato a ritrarre animali con la speranza di conquistare “l’azzurro del cielo, il verde tenero dei pascoli, le superbe catene dei monti”.
La mostra si chiuderà con la rievocazione del frizzante clima culturale parigino della Belle Époque che si respirava nei teatri, nei caffè e lungo i boulevard della capitale francese, dove vissero e lavorarono maestri del calibro di Vittorio Matteo Corcos, Antonio Mancini, Federico Zandomeneghi, Giuseppe De Nittis e Giovanni Boldini. Di quest’ultimo, geniale anticipatore della modernità novecentesca, saranno esposti i sensuali ritratti nei quali esaltò la bellezza femminile svelandone l’anima più misteriosa, tra cui il Ritratto della baronessa Malvina-Marie Vitta eseguito con la tecnica del pastello su seta, e il magnifico Ritratto della principessa Radziwill che con il suo sguardo profondo e ammiccante seduce fatalmente l’osservatore.

Redattore: Antonella Corona

Info:
Brescia, Palazzo Martinengo – Via dei Musei, 30, fino al 11 giugno 2017
Costo del biglietto: 10,00 Euro; Riduzioni: 8,00 Euro; scuole 5,00 Euro
Prenotazione:Obbligatoria
Orario: da mercoledì a venerdì: 9.00-17.30; sabato, domenica e festivi: 10.00-20.00; lunedì e martedì chiuso
Telefono: 380 4650533 – E-mail: gruppi@amicimartinengo.it

SAN SECONDO DI PINEROLO (To). Tiepolo e il Settecento veneto.

profili 001La Fondazione Cosso comunica che sabato 25 febbraio 2017 nel pomeriggio aprirà al pubblico la nuova mostra “Tiepolo e il Settecento veneto”, curata dal Prof. Giovanni Carlo Federico Villa e presentata dalla Fondazione Cosso, in collaborazione con i Musei Civici di Vicenza.
Il progetto si svilupperà intorno a preziosi capolavori, provenienti dalla Pinacoteca di Palazzo Chiericati a Vicenza, in un viaggio attraverso dipinti, disegni, acqueforti, incisioni e sculture, che accompagneranno il visitatore alla scoperta dei grandi temi del secolo dei lumi. Protagonisti nelle sale espositive dell’antica dimora, Giambattista e Giandomenico Tiepolo, artisti profondamente amati e riconosciuti dalla nobiltà del loro tempo, la cui fama varcò i confini della natia Venezia per renderli immortali e ricercati dalle grandi corti europee, ma anche altri grandi nomi del panorama artistico settecentesco, veneto ed europeo, un racconto in cinquanta opere -e tra esse capolavori assoluti della storia dell’arte occidentale- che consentirà al pubblico di ammirare al Castello di Miradolo anche tele riscoperte da recenti restauri.
Per i gruppi ci sarà la possibilità di affiancare alla visita della mostra tour tematici al meraviglioso Parco storico, che a partire da marzo si risveglierà dal letargo invernale per dipingersi di sgargianti colori e adonarsi di bellissimi fiori.
Nell’ambito dell’iniziativa “Il Viaggiator Curioso” sarà inoltre possibile abbinare alla visita della mostra itinerari di una giornata, per esplorare ricchezze culturali, paesaggistiche ed enogastronomiche del territorio. Il pranzo potrà avere luogo negli spazi del Castello di Miradolo oppure presso il “Ristorante Piazza Duomo” di Pinerolo, convenzionato con la Fondazione Cosso.

Info:
Fondazione Cosso – Castello di Miradolo – gruppi@fondazionecosso.it

MARSALA (Tp). Esposto al pubblico il Trittico Fiammingo dell’adorazione dei Magi.

Da domenica 4 dicembre il Trittico Fiammingo dell’Adorazione dei Magi è esposto nell’ex Convento del Carmine, sede dell’Ente Mostra di Marsala; qui sarà fruibile fino al 22 Gennaio 2017.
Si tratta di un dipinto su tavola; l’opera, risalente al XVI secolo, è attribuita al maestro dell’adorazione di Groote, la figura di tale anonimo pittore, esponente fiammingo del cinquecento, venne riconosciuta nel 1915 in un articolo riguardante l’arte manieristica ad Anversa.
L’anonimo maestro dell’Adorazione dei Magi viene considerato uno dei massimi rappresentanti della pittura anversese del primo cinquecento.
E’ probabile che tale artista appartenesse alla bottega del maestro Jan de Beer esponente del “manierismo di Anversa”; nei suoi lavori si notano, infatti, elementi del tardo gotico con paesaggi e architetture di gusto più moderno.
Nel pannello centrale del trittico di Marsala è raffigurata la Madonna con bambino e i Re Magi in adorazione, nei pannelli laterali troviamo raffigurazioni tratte dal Vecchio Testamento: in quello di sinistra Davide riceve l’acqua di Betlemme, nel pannello di destra sono raffigurati Salomone e la regina Saba.
Il trittico era in origine collocato nella chiesa di San Francesco d’Assisi di Marsala, è poi passato tra i beni del palazzo del comune a seguito della soppressione delle corporazioni religiose del 1866.
Sfortunatamente non vi sono fonti scritte o documenti che spieghino come questa meravigliosa opera sia arrivata a Marsala; è però ampiamente documentato come dipinti di scuola fiamminga circolassero ampiamente in Sicilia, ammirabili presso le quadrerie dell’alta nobiltà locale.
Diversi trittici con tema analogo, prodotti nell’ambito della scuola di Anversa degli inizi del XVI secolo, sono oggi conservati presso la Galleria Regionale di palazzo Abatellis a Palermo.

Autore: Giorgia Aurora Bertolino – giorgiaurora.bertolino@gmail.com