Archivi categoria: Mostre

ROMA. Labirinti del cuore. Giorgione le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma.

E’ una mostra molto particolare anzitutto perché è incentrata su un “quadro-guida”, il doppio ritratto “Due amici” di Giorgione entrato nelle raccolte del Museo Nazionale del Palazzo nel 1919. Un dipinto che viene utilizzato come “una chiave d’accesso a un tema ancora pienamente da indagare, quello della rappresentazione dei sentimenti e degli stati d’animo nell’Italia dei primi del sedicesimo secolo”. E perché è ospitata in due sedi prestigiose ma con storie e realtà molto diverse, Castel Sant’Angelo che registra un costante aumento di visitatori, oltre un milione 250 mila ingressi nel 2016 e Palazzo Venezia, il primo edificio rinascimentale a Roma voluto da papa Paolo II Barbo, nel cuore della città, che per diversi motivi, in particolare le vicende storiche legate al “ventennio”, è uscito dal circuito del turismo e perfino dall’immaginario collettivo, “fino a diventare quasi invisibile”.
A dirlo è Edith Gabrielli, dal 2015 Direttore del Polo Museale del Lazio, impegnata a potenziare la conoscenza dei due edifici e delle loro collezioni permanenti con iniziative di qualità arricchite dall’impiego di supporti analogici e tecnologici. Il discorso vale sempre, ma in particolare per Palazzo Venezia che da un anno a questa parte sembra aver cambiato faccia. Un esempio fra tutti il giardino aperto alla città, diventato un luogo godibile per i cittadini e d’estate spazio per spettacoli all’aperto.
La mostra, curata da Enrico Maria Dal Pozzolo, uno dei massimi studiosi di pittura veneta fra rinascimento e barocco, assistito da un prestigioso comitato scientifico composto da Lina Bolzoni, Miguel Falomir, Silvia Gazzola, Augusto Gentili e Ottavia Niccoli, presenta complessivamente 45 dipinti, 27 sculture, 36 libri a stampa e manoscritti, oltre a disegni, incisioni e numerosi altri oggetti (catalogo arte’m).
Particolarmente indovinato l’allestimento progettato dallo Studio De Lucchi che ha dovuto confrontarsi con ambienti storici molto connotati e difficili da gestire. Non potendo utilizzare le pareti, sono state create delle strutture leggere in legno chiaro e tessuti pastello, spazi riservati, come discrete alcove, dove poter sostare. Che consentono di esporre ogni oggetto alla giusta altezza con un sistema di mensole e di supporti, ma lasciando intravedere le pareti affrescate e i soffitti dipinti.
Quando Edith Gabrielli mi ha chiesto di elaborare un progetto imperniato sui “Due amici” ho pensato che sarebbe stata un’occasione molto bella, scrive in catalogo il curatore Dal Pozzolo. Perché avrebbe offerto la possibilità di portare un focus su un quadro poco noto rispetto alla sua rilevanza, ma anche sui fili che legano la figura di Giorgione a Roma nell’ambito dei rapporti intercorsi fra Venezia e la Città Eterna, che ebbero il loro palcoscenico privilegiato proprio a Palazzo di Venezia, come si dovrebbe più propriamente definire. E’ la prima dimora di un collezionista, il cardinale Domenico Grimani, che probabilmente fu il committente del pittore di Castelfranco. Grimani fu con Pietro Barbo, il patrizio veneziano diventato nel 1464 papa Paolo II, al centro dei rapporti politici, diplomatici e culturali fra i due stati fra Quattrocento e Cinquecento.
Ed è proprio nell’Appartamento Barbo, a cui si accede dall’ingresso di Piazza Venezia, sotto il balcone, che si snoda la rassegna a cominciare dal benvenuto dato dai due leoni San Marco, attualmente collocati nell’ingresso principale della Basilica omonima. A seguire si entra nel “mito di Venezia”. Da un lato la pergamena, l’atto ufficiale con cui papa Pio IV dona l&rsuo;edificio alla Repubblica, dall’altro il dipinto di Anonimo in cui il papa consegna ufficialmente il palazzo all’Ambasciatore della Serenissima Giacomo Soranzo. Un mito che si perpetua nei rituali della tradizione, come il fastoso corteo della dogaressa Morosini, esposto per la prima volta. Di Venezia e Roma, città antiche e gloriose, rivali e alleate, la mostra ricostruisce miti, leggende e allegorie. Esposta la “Veduta di Venezia” di Jacopo de Barberi del 1460, attribuita in antico a Dürer (dal Museo Corrrer). Un’immagine aerea notissima, glorificazione della città costuita sull’acqua e aperta verso il mare, “metafora di libertà e autonomia politica”. Dell’urbe, di un anonimo pittore romano della metà del Cinquecento, una “Veduta di Roma” che mette in luce il suo duplice ruolo, capitale di una monarchia assoluta e sede privilegiata della cristianità.
Nella sala che segue a ricordare i due veneziani illustri Pietro Barbo e Domenico Grimani il busto di papa Paolo II di Mino da Fiesole, gli stemmi dei Grimani e dei Barbo e oggetti d’uso comune, salvadanai, cassette da viaggio, cammei in onice e agata dal Museo archeologico di Napoli, piccoli bronzi di animali e di sculture antiche. Viene dal Museo Archeologico di Venezia, ma faceva parte della collezione del cardinale Grimani il “Busto di Lucio Vero” della seconda metà del II sec. d. C. Intervallati a dipinti, sculture e oggetti i libri e le incisioni come il prezioso volume edito da Aldo Manuzio “Hypnerotomachia Poliphili” considerato il più bel libro stampato del Cinquecento attribuito a Francesco Colonna e l’incisione a Bulino datata 1526 di Dürer del “Ritratto di Erasmo da Rotterdam”.
Dopodiché si arriva al cuore della rassegna, al Giorgione di cui vengono presentati documenti originali del 1510 e del 1511. Il primo è l’inventario dei beni trovati in casa dopo la morte a causa della peste, il secondo la lettera scritta da Isabelle d’Este a un emissario a Venezia in cui chiede se fosse rimasta del pittore “una notte molto bella e singolare”. In mostra una stampa della metà del Seicento con le fattezze di Giorgione autoritrattosi come Davide. E fra il libri il “Cortegiano” di Baldassar Castiglione che lo cita tra i cinque primi pittori d’Italia e le “Vite” di Vasari.
La seconda edizione del 1568 si apre con un ritratto derivato dal “Davide” che Vasari dice di aver visto nello studiolo del Cardinale Grimani. E dalla National Gallery di Londra di Giorgione “Fetonte davanti ad Apollo”, dai colori sgargianti, attribuito in passato a Raffaello. Viene da Padova l’incantevole minuscola tavola con la “Leda e il cigno”, forse il frontale di un cofanetto o di uno scrigno, che deriva da uno dei cammei antichi della collezione di Papa Barbo che si conserva all’Archeologico di Napoli
Si giunge infine nella Sala del Mappamondo al “sancta sanctorum” con i “Due amici” che troneggiano al centro. In primo piano un giovane vestito elegantemente ci fissa, assente e vagamente triste. Con la destra sorregge il capo, nella sinistra stringe un melangolo, un’arancia amara. In secondo piano l’amico non colpito dagli strali d’amore. Viene definito un unicum iconografico in quanto esprime un nuovo modio di concepire la ritrattistica in pittura, non legata alla descrizione dello status sociale del personaggio, ma alla sua psicologia, alla sua emotività, espressione dello spirito del tempo. Come mostra il confronto con i ritratti aulici e di profilo di Gentile e Giovanni Bellini “Ritratto d’uomo”, di Girolamo da Santacroce di “Francesco Petrarca”. Viene dal Louvre il “Ritratto di due giovani uomini” probabilmente legati da un’amicizia profonda del Cariani. E accanto “Melencolia I” di Dürer e le famose “Aldine” dei sonetti di Petrarca e de “Gli Asolani” di Bembo. Una storia che continua col il grande Tiziano de ”Il ritratto di Musicista” della Galleria Spada.
La mostra prosegue a Castel Sant’Angelo negli appartamenti papali fra imponenti saloni e ambienti poco illuminati, che si raggiungono (qualche indicazione in più sarebbe gradita) dal cortile di Alessandro VI, il papa che nel quattrocento promosse imponenti lavori in quest’ala del Castello, detto anche del teatro perché al tempo di Leone X Medici ospitò rappresentazioni teatrali. Si passa, in un tripudio di fregi, camini e resti romani, dalla Sala dell’Apollo, così chiamata per gli affreschi di Perin del Vaga e dei suoi collaboratori realizzati alla metà del Cinquecento, al tempo di Paolo III, alle sale di Clemente VII, il papa che si rifugiò a Castello attraverso il passetto di Borgo per sfuggire ai Lanzichenecchi di Carlo V nel 1527, alla Sala della Giustizia, nome moderno legato al fatto che vi si celebravano i processi.
E’ la seconda sezione di una mostra che indaga l’animo umano attraverso le opere di grandi artisti provenienti dai più importanti musei del mondo. Un’esplorazione di quel viluppo di sentimenti che ogni uomo porta con sé durante l’esistenza in cui la pittura rimanda a modelli letterari e viceversa. Sono esposti 27 dipinti e 19 volumi che “introducono ai differenti modi della rappresentazione dei sentimenti nell’Italia cinquecentesca”, scrive in catalogo il curatore.
I dipinti si intrecciano ai libri, di Petrarca, di Castiglione, Bembo, Mario Equicola, che narrano le varie fasi dell’esperienza amorosa da quando si è colpiti da Cupido al momento dell’abbandono, della memoria dell’amato. Dalla parola scritta alla musica, tanto importante nella comunicazione amorosa dell’epoca, alla presenza di simboli che dichiarano la propria disponibilità fino all’ostentazione della bellezza mostrata nella sua nudità, all’unione matrimoniale, ai figli. E sono veri e propri capolavori a raccontare questo itinerario dei sentimenti. Dall’ ”Imperatrice Isabella del Portogallo” di Tiziano, al “Ritratto di liutista” del Romanino, alla tavola con la “Coppia in giardino” di Vincenzo Tamagni che viene dalla residenza dei conti di Leicester in Norfolk, al “Ritratto di gentildonna con lira da braccio” di Anonimo della Galleria Spada di cui è stato identificato il brano musicale inciso nell’audioguida, al “Doppio ritratto” di Federico Barocci, al “Ritratto di donna che mostra il petto” di Domenico Tintoretto, al “Ritratto dei coniugi con mela cotogna” di Sofonisba Anguissola. E una serie di famiglie e di bambini di Ludovico Carracci, di Tiberio Titi e di Bernardino Licinio autore anche di un “ritratto nel ritratto”. Elegantissimo il dipinto del Bronzino “Eleonora di Toledo con il figlio Francesco”, il primogenito erede del ducato mediceo, “immagine esemplare di potere, orgoglio dinastico e fertilità”. Quel Francesco legato alla vicenda nera con Bianca Cappello. Fa storia a sé l’enigmatico “Ritratto di gentiluomo” di Bartolomeo Veneto che indossa una sontuosa veste di pelliccia guarnita sul petto dalla riproduzione di un labirinto. I labirinti del cuore.

Info:
Palazzo di Venezia-Piazza Venezia. Orario: martedì-domenica 8.30-19.30 (lunedì chiuso).
Castel Sant’Angelo Lungotevere Castello 30. Orario: tutti i giorni 9.00- 19.30.
Biglietto unico valido tre giorni. Ingresso gratuito la prima domenica del mese. Fino al 17 settembre 2017. Informazioni: www.mostragiorgione.it

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 2 lug 2017

ROMA. Giovanni Boldini. Il piacere di rivederlo in 150 opere.

E’ sempre un piacere rivedere Boldini, un piacere dell’occhio e dello spirito, ammirazione per il pittore, per le sue sciabolate di luce che illuminano i protagonisti che sfilano davanti ai nostri occhi. Un’attenzione che oggi accomuna pubblico e critica, come dimostra il susseguirsi di esposizioni a lui dedicate, un successo internazionale. In passato non è stato sempre così. Per molti anni critici e detrattori si sono avventati sulla sua opera negandone il talento. Del resto, pur ai suoi tempi Diego Martelli, il teorico dei Macchiaioli, pur ammirandolo non lesinava critiche. Una vita lunghissima quella di Giovanni Boldini (1842 – 1931), è morto a 89 anni, fresco sposo della giornalista Emilia Cardona (aveva 50 anni meno di lui, erede ed esecutrice testamentaria delle sue volontà), con una produzione di oltre mille opere. A lungo ignorato, anni di vero e proprio oblio fra i Trenta e Cinquanta, fino alla riscoperta del ’63 con una mostra al Musée Jacquenar – André di Parigi. Dopo di che è stato un susseguirsi di riconoscimenti. L’ultima grande retrospettiva a Forlì del ’15, indimenticabile la rassegna del 2005 a Roma alla Gnam (ora Galleria Nazionale).
La mostra aperta fino al 16 luglio 2017 al Vittoriano con oltre 150 opere è fra le più complete antologiche degli ultimi anni. “Boldini come nessun altro al suo tempo ha saputo entrare in relazione con l’animo femminile”, dice Sergio Gaddi che con Tiziana Panconi ha curato la rassegna prodotta da Arthemisia che ha richiesto quattro anni di lavoro per ottenere i prestiti di grandi musei nazionali e internazionali, oltre che di numerose collezioni private.
Lungo e sale immerse nell’oscurità (quasi illeggibili i pannelli, ben evidenti le didascalie), intercalate a Boldini opere di amici del periodo fiorentino come Cristiano Banti, Telemaco Signorini, compagni di strada incontrati a Parigi come Zandomeneghi, Tissot, Corcos. E di De Nittis (“La dama con l’ombrello”, “La convalescente”), che vi era giunto per primo nel ’64 a vent’anni, morto a 38 anni “In piena giovinezza, in pieno amore, in piena gloria, come gli eroi e i semidei” scrisse nell’epitaffio Dumas figlio. Con lui ricostruiscono l’atmosfera frizzante della Belle Epoque.
Boldini, idolatrato da uomini famosi e belle donne, dalla marchesa Casati (assente in mostra), la “divina”, amante e musa ispiratrice di D’Annunzio, che aveva deciso di farsi “opera d’arte vivente”, alla principessa Bibesco amica di Proust, all’americana Consuelo Vanderbilt, ritratta anche da Sargent. Ma la rassegna non si limita al periodo d’oro del pittore, segue la sua evoluzione e abbraccia tutta la sua produzione artistica, compreso un assaggio della ricca produzione grafica. Che sebbene spoglia dell’elegante virtuosismo proprio dei dipinti, rivela la modernissima sensibilità dell’artista per tutto ciò che è mobile e veloce.
Quattro le sezioni: “La luce nova della macchia (1864-1870)”, “La maison Goupil fra ‘chic’ e ‘impressione’ (1871-1878)”, “La ricerca dell’attimo fuggente(1879-1890)”, “Il ritratto Belle Epoque (1892 – 1924)”. Sgranate lungo il corridoio le tante opere del periodo fiorentino. Lasciata Ferrara e gli insegnamenti del padre pittore, nel ’64 è a Firenze. Il contatto col fervido ambiente dei Macchiaioli che portano avanti la loro rivoluzione contro l’Accademia e le convenzioni sociali si riverbera sui ritratti di grande vivacità e verosimiglianza dei protagonisti delovimento, il critico Diego Martelli, l’amico pittore Cristiano Banti e i suoi figli, Leonetto e la bella Alaide di cui s’innamora. Degli stessi anni una splendida “Marina a Castiglioncello” e gli affreschi della sala da pranzo della Villa La Falconiera nella campagna pistoiese. Firenze dunque come trampolino di lancio per Parigi che aveva conosciuto in un breve viaggio nel 1867 in occasione dell’Esposizione Universale, dei Salons espositivie dei ritrovi mondani. A Parigi Boldini giunge nel 1871 dopo un viaggio a Londra che lo conferma nell’idea di dover evadere dal raccolto ambiente fiorentino e farsi conoscere dal grande pubblico. La città è un ribollire di iniziative e di trasformazioni urbanistiche. Ridisegnata per Napoleone III dal prefetto della Senna barone Haussman, apre gli ampi boulevard avviandosi a divenire la metropoli che attirerà artisti da tutto il mondo.
A contatto con gli impressionisti e gli italiani di Parigi come De Nittis e Zandomeneghi”, Boldini lavora per la famosa maison del mercante Goupil che lo spinge verso una pittura facile e veloce, criticata dall’amico Martelli. Una pittura di genere in cui raggiunge risultati di grande raffinatezza. Come in certe vedute all’aria aperta, paesaggi lungo la Senna, piazze. Come in “Berthe che legge la dedica sul ventaglio”, una delle sue numerose amanti, o “Place Clichy”dal modernissimo vigore realistico. Sono le opere del primo periodo parigino, fra nostalgia neosettecentesca e modernità.
Poi i ritratti internazionali di grandi dimensioni che rappresentano la fase matura della sua ricerca formale. S’ispira ai grandi artisti del passato, Van Dyck, Frans Hals, Velazquez. I geniali artifici del grande ritratto lo propongono come maestro sommo. L’Esposizione Universale dell’89 segna lo spartiacque verso la nuova maniera, quel ritratto “fin de siècle” a figura intera di intellettuali, artisti, aristocratici e altoborghesi accomunati da un forte senso di appartenenza di cui Boldini diviene l’interprete ideale. Come Sargent, Gainsborough, Reynolds. Celebri i ritratti del conte de Montesquiou, il Des Esseintes di Huysmans in “A rebour”, il conte di Charlus di Proust, di Consuelo Vanderbilt duchessa di Marlborough. Uomini e soprattutto donne colti in un interno. Donne nude o vestite, in piedi, distese, accovacciate, le prime compagne di vita parigina come Berhe, la contessa di Rasty, o ritratte una sola volta, ma tutte indimenticabili.
Donne bellissime ed eteree, dalla vita sottile e il collo lungo come quelle del Parmigianino, inguainate in abiti quasi una seconda pelle. Donne che sembrano man mano perdere la loro materialità, i corpi si allungano, si torcono, si espandono nello spazio come i loro abiti che guizzano leggeri. E accanto alle muse donne vere. E’ moderna ed emancipata quella che compare sullo sfondo de “La tenda rossa” del 1904. E fuma una sigaretta. Dagli oli ai pastelli. “Ritratto della signorina Concha de Ossa”, “Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio”, “Signora con abito nero seduta di fronte”, “Signora bionda in abiti da sera” Pastelli insuperabili, dalle infinite tonalità di “bianchi esasperati”, come scriveva Colette. E oltre, la tappa finale della sua evoluzione, quando artista consacrato a livello internazionale (ha partecipato alla prima Biennale di Venezia nel 1895, ha esposto anche a New York), negli ultimi ritratti sperimenta nuovi percorsi che preannunciano nella rapidità del tocco, nei vortici e nello sfaldamento della pennellata, gli esiti di certa pittura moderna.
Al centro della rassegna il capolavoro simbolo della Belle Epoque, la grande tela di Donna Franca Florio la “Regina di Sicilia”, definita da D’annunzio “L’unica, una creatura che svela in ogni suo movimento un ritmo divino”. E’ la moglie dell’armatore Ignazio Florio, erede di una delle più facoltose e importanti famiglie siciliane. Boldini si reca a Palermo per eseguire il ritratto che il marito giudica troppo sensuale e provocatorio. Lunga la gestazione (1901-1924) così l’artista fa una seconda versione che presenta alla Biennale di Venezia del 1903. Ma se ne perdono le tracce, tanto che su richiesta della stessa Donna Franca il pittore riprende la prima versione che aveva in studio, realizzando il dipinto nella forma che vediamo oggi. In seguito al crak finanziario dei Florio il quadro viene comprato tra il ’27 e il’28 dal barone Rothschild e dal 2006 è esposto a Villa Igiea a Palermo. Coinvolto nella procedura giudiziaria del Gruppo Acqua Marcia, è stato prestato eccezionalmente per la mostra del Vittoriano. Prima che finisca non si sa dove e in quali mani.
Fra le opere dell’artista definito da Baudelaire “pittore della vita moderna”, da segnalare lo straordinario notturno “Il ritorno dei dragoni” e l’autoritratto del ’92 eseguito su richiesta della Galleria degli Uffizi per la collezione degli autoritratti. Boldini si rappresenta di tre quarti in una posa nobile alla Velazquez, il pittore ammirato a Madrid dove si era recato in compagnia di Degas. In cambio dagli Uffizi ottiene un calco in gesso del busto del cardinale Medici di Bernini che compare nel suo atelier in un quadro del ’99 davanti a uno specchio che ne rimanda l’immagine. E’ dell’11 l’autoritratto a 69 anni che ci restituisce la figura realistica di un Boldini poco avvenente, appesantito, lo “gnomo” su cui si appuntava l’ironia di critici e giornalisti.
Appassionato melomane, pianista dilettante, Boldini che ama cantare mentre dipinge, conosce e frequenta il mondo della musica e della danza e ritrae più volte attori, cantanti, direttori d’orchestra come “Il maestro Muzio sul podio”. Emblematica la storia del suo rapporto con Verdi “il vero imperatore e re dell’arte musicale” a cui dedica due famosi ritratti. Il primo in mostra a olio più ufficiale, un lavoro lungo e complesso (della Casa di Riposo per i Musicisti di Milano), il secondo celeberrimo, non in mostra, a pastello col cilindro e la sciarpa bianca, frutto di un’unica seduta di posa durata solo poche ore. Altro polo della fantasia creativa di Boldini è Venezia, il “luogo che meglio rappresenta l’estenuato immaginario artistico e letterario europeo tra ’800 e‘900”. Il pittore vi giunge nell’87. Alloggia in uno degli atelier di palazzo Rezzonico dove erano stati Whistler e Sargent o è ospite della marchesa Casati a palazzo Venier. Frutto dei suoi numerosi soggiorni acquerelli ed oli con vedute, scorci, singolari inquadrature della città resa con pennellate rapide ed evocative.
Settant’anni di pittura da protagonista per Boldini, a Parigi come a Londra, a New York, in Sud America, prima che il conflitto mondiale rimescoli le carte scompaginando il mondo scintillante e inquieto della Belle Epoque.

Info:
Complesso del Vittoriano, Ala Brasini, Via San Pietro in Carcere, Roma. Orario: 9.30 – 19.30; venerdì e sabato 9.30 – 22.00; domenica 9.30 – 20.30.
Tel. 06 – 871511. Fino al 16 luglio 2017.

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 5 mar 2017

ROMA. L’Annunciazione di El Greco.

Musei Capitolini, Sale terrene del Palazzo dei Conservatori, fino al 17 aprile 2017.
In occasione del progetto di scambio tra il Museo Thyssen Bornemisza di Madrid e i Musei Capitolini, che ha già portato nella capitale spagnola La Buona Ventura di Caravaggio, la Sovrintendenza Capitolina ha scelto di esporre a Roma L’Annunciazione del grande artista cretese che visse in Spagna gli ultimi 40 anni della sua vita e lì prese il soprannome con il quale è universalmente noto. Nonostante abbia soggiornato in Italia per ben dieci anni (1567-1577), vivendo a Roma all’incirca tra il 1570 e il 1576, esistono rare opere di El Greco nei musei italiani.
La mostra, ospitata nelle sale al piano terra dei Musei Capitolini fino al 17 aprile 2017, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è a cura di Sergio Guarino. Organizzazione e servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura.
Catalogo Gangemi Editore.
L’Annunciazione, opera pienamente autografa dipinta da El Greco a Toledo, è il modello definitivo che fu presentato ai committenti per la realizzazione di un quadro di grandi dimensioni destinato a una maestosa pala d’altare (in spagnolo retablo), chiusa in una articolata cornice lignea. Realizzato dal pittore negli anni 1596-1600 per l’altare maggiore del Colegio de Nuestra Señora de la Encarnación di Madrid, il Retablo di Doña Maria de Aragon, fondatrice del collegio e committente, venne smembrato all’inizio dell’Ottocento e cinque dei grandi dipinti dispersi furono accolti al Prado mentre il sesto ebbe come destinazione al Museo Nacional de Rumania di Bucarest. Dedicato alla Redenzione, il retablo era probabilmente su due livelli: in basso, l’Annunciazione era affiancata dall’Adorazione dei pastori e dal Battesimo di Cristo, mentre in alto si trovavano la Crocifissione, la Resurrezione e la Pentecoste e forse un settimo dipinto, più piccolo, come conclusione.
Lo stile di El Greco è il risultato di una profonda assimilazione di tre diverse culture figurative: la tradizione bizantina (ieratica e spirituale, legata a schemi fissi), l’arte italiana – che nel Rinascimento raggiunge un insuperato vertice espressivo, traducendo la natura in termini figurativi – ed infine la pittura spagnola, rivolta spesso all’introspezione.
Pur non avendo mai rinnegato quanto appreso nel corso del suo soggiorno in Italia, solo in Spagna tuttavia, nella città di Toledo, El Greco raggiunge altissimi livelli di spiritualità. La riflessione sui temi religiosi viene accentuata dall’uso di figure allungate e dallo stravolgimento del dato naturale in favore di un’evocazione quasi astratta: non a caso la “riscoperta” del pittore alla fine dell’Ottocento è una delle premesse delle moderne avanguardie artistiche.
L’Annunciazione è una delle vette più alte del suo stile finale, dove le forme allungate si intrecciano con una stesura veloce, quasi parossistica del colore e un horror vacui che lo porta a riempire ogni spazio della composizione.
Domínikos Theotokópoulos (Δομήνικος Θεοτοκόπουλος) nasce nel 1541 nell’isola di Creta, all’epoca sotto il dominio della Repubblica di Venezia ma legata artisticamente alla tradizione bizantina. Nel 1567 si trasferisce a Venezia, dove studia le opere di Tiziano – di cui diventa uno degli ultimi discepoli – Veronese, Tintoretto e Jacopo Bassano. Il suo soggiorno di circa sei anni a Roma, iniziato nel 1570, non gli fa ottenere il successo sperato, malgrado la fama raggiunta presso alcuni amatori d’arte. Nel 1576 si sposta in Spagna, dove rimane per il resto della sua vita. Risiede a Toledo, antica capitale e centro artistico, diventando presto un maestro affermato. Non consegue la carica di pittore di corte, poiché non è apprezzato dal re di Spagna Filippo II, ma acquisisce numerose commissioni che gli consentono un alto tenore di vita. Muore il 7 aprile 1614, dopo aver lasciato tutti i suoi beni al figlio Jorge Manuel, nato dalla sua relazione con Jerónima de Las Cuevas.

Info:
Giusi Alessio 06 82077327 – 340.4206562 g.alessio@zetema.it
Gabriella Gnetti 06 82077305 – 348.2696259 g.gnetti@zetema.it www.zetema.it

CONEGLIANO (Tv). Bellini e i belliniani, dall’Accademia dei Concordi di Rovigo.

Dopo Un Cinquecento Inquieto nel 2014, seguito dal Carpaccio, Vittore e Benedetto nel 2015 e, nel 2016 da I Vivarini, l’indagine approda alla figura imprescindibile di Giovanni Bellini (1430 circa-1516), scelta tanto più opportuna nel quinto centenario della morte del maestro. Chi sono, quindi, i giovani artisti e collaboratori del grande Giambellino? Come si formarono, quale posto avevano nella produzione dell’atelier, della bottega, come si diceva allora? Che cosa trassero e che cosa a loro volta tramandarono dalla frequentazione e dalla stessa collaborazione con un artista-intellettuale tanto sublime per pensiero e per invenzione, per tecnica e non meno che per precisione formale?
La mostra prende le mosse proprio da queste domande e trova nella raffinata collezione dell’antica e prestigiosa Accademia dei Concordi di Rovigo lo spunto per tracciare una sorta di mappa del milieu belliniano o, almeno, di una parte significativa e originale di tale universo d’uomini e di capolavori.
Bellini ha lasciato indubbiamente il segno inconfondibile del suo passaggio, ha creato punti di riferimento che hanno fatto scuola per un consistente numero di pittori, stilemi di cui possiamo riconoscere gli elementi costitutivi: semplici contorni di un volto, la postura e la struttura delle mani femminili, i differenti atteggiamenti del Bambinello; ma anche straordinari paesaggi incantati, spalle di colline scoscese e alberate, città murate e fortificazioni, il profilo lontano di catene alpine. C’è tuttavia qualche cosa che è più difficile descrivere e definire del mondo belliniano: quell’estasi muta e pensosa, quell’essere amorevolmente assorti in insondabili pensieri virtuosi, quella mitezza e quasi pudore degli sguardi che è un’attitudine che parte dal Maestro e viene gelosamente conservata e tramandata dai seguaci.
Quindi la ‘svolta’ atmosferica e tonale della sua pittura, nello sfumato in cui svanisce la percezione dei contorni e dei profili, dove i protagonisti sono avvolti e immersi in una luce dorata che nessuno però saprà più eguagliare. Dai due celebri capolavori di Bellini in mostra – la Madonna col Bambin Gesù di esemplare semplicità e perfezione e il Cristo portacroce, così permeato di quel soffuso tonalismo magico e dorato che lo colloca tra le opere-manifesto della stagione matura intensa e filosofica della sua parabola artistica – il percorso espositivo propone importanti confronti, contaminazioni, suggestioni con opere di altri artisti, da Palma il Vecchio a Dosso Dossi fino a Tiziano e Tintoretto, o, addirittura, a maestri tedeschi e fiamminghi (come Mabuse e Mostaert) per sottolineare la centralità di Giovanni Bellini rispetto a uno scenario non solo veneziano e veneto (come ben aveva capito nei suoi passaggi veneziani Albrecht Dürer). L’esposizione si sviluppa secondo una sequenza tematica che si dispiegherà nel percorso delle sale di Palazzo Sarcinelli: 1.L’alba del Rinascimento; 2.Madonne con il Bambino; 3.Devote meditazioni (3a. Circoncisioni e mistici matrimoni; 3b. Santi attorno al trono); 4.Imago Christi; 5.Suggestioni dal Nord; 6. Metamorfosi; 7. Teste e ritratti.
In tale trama narrativa ed espositiva si vengono a collocare n e personalità molto diverse, tutte accumunate da una più o meno intensa frequentazione di Giovanni Bellini e del suo atelier: assistenti che hanno lavorato al suo fianco nelle grandi imprese decorative di Palazzo Ducale o nelle sale delle Scuole di San Marco e di San Giovanni Evangelista; aiuti che hanno replicato le più fortunate tavole destinate alla devozione privata; artisti partiti da cartoni della bottega, che hanno poi continuato la loro ricerca in autonomia di ispirazione e di linguaggio, dichiarando però il loro legame profondo e irrinunciabile con la pittura del maestro.
La mostra è, dunque, un’occasione per interrogarsi sull’eredità belliniana, ricostruendo con originalità una rete di rapporti e connessioni, mettendo in luce il raffronto possibile tra storie e opere, protagonisti e comprimari su palcoscenici diversi e alternativi e tuttavia legati da analogie e contiguità logiche e strutturali.

Info: Conegliano, Palazzo Sarcinelli, 25 febbraio – 18 giugno 2017

Fonte: www.quotidianoarte.it, 15 feb 2017

BRESCIA. DA HAYEZ A BOLDINI. Anime e volti della pittura italiana dell’Ottocento.

fattoriL’esposizione racconterà la straordinaria stagione artistica italiana del XIX secolo, attraverso 100 capolavori dei maggiori esponenti del neoclassicismo, del romanticismo, della scapigliatura, dei macchiaioli e del divisionismo, da Canova ad Appiani, da Hayez a Cremona, da Fattori a Inganni,
da Segantini a De Nittis, da Zandomeneghi fino a Boldini.
Il percorso espositivo si aprirà con Amore e Psiche, capolavoro di Antonio Canova, che incarna i canoni dell’estetica neoclassica. Attorno alla scultura ruoteranno alcune delle tele più rappresentative di autori neoclassici tra cui Andrea Appiani, pittore prediletto da Napoleone, capace di evocare la sublime grazia raffaellesca nella splendida tela Venere allaccia il cinto a Giunone.
Quindi, la sezione dedicata al romanticismo vedrà come assoluto protagonista Francesco Hayez di cui verrà presentata la Maria Stuarda sale al patibolo, capolavoro di tre metri per due, che giunge eccezionalmente a Brescia. Accanto ad altre opere di Hayez quali la Vergine addolorata e il Ritratto del principe Barbiano di Belgioioso, saranno esposti dipinti dei principali autori romantici come Giuseppe Molteni, Enrico Scuri, Giacomo Trecourt, Carlo Arienti e Giuseppe Carnovali detto il Piccio, la cui pittura anticipò gli esiti dei maestri della Scapigliatura alla quale sarà dedicata la terza sala, dove spiccheranno le tele di Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni e Mosè Bianchi.
Mentre a Milano si affermavano gli scapigliati, a Firenze, negli stessi anni, si faceva largo un gruppo di giovani e agguerriti artisti che, per reagire alla stanca pittura insegnata nelle accademie, diede vita al movimento dei macchiaioli capitanato da Giovanni Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini, qui presenti con alcune delle loro opere più famose.
Proseguendo nel percorso, il visitatore verrà prima sedotto dai dipinti a soggetto orientalista capaci di evocare le luci e le atmosfere di mondi lontani, e poi dalle toccanti scene di vita quotidiana immortalate da Induno, Guglielmo Ciardi, Giacomo Favretto, Filippo Palizzi, Vincenzo Irolli, Alessandro Milesi e dal bresciano Angelo Inganni, presente con diversi lavori tra cui la splendida coppia di Vedute di Piazza della Loggia e una suggestiva Donna che cucina lo spiedo, quintessenza della cultura gastronomica locale.
Aggiornati sulle novità dell’impressionismo francese i divisionisti elaborarono, invece, un’innovativa tecnica pittorica caratterizzata da intrecci di brevi pennellate cariche di colore, che trova la massima espressione nelle tele ricche di significati simbolici di Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli, Gaetano Previati, Emilio Longoni, Carlo Fornara e Plinio Nomellini.
Di Giovanni Segantini, padre nobile del divisionismo, sarà esposto il capolavoro Alpe di maggio proveniente da una prestigiosa raccolta privata, eseguito a Savognino nella primavera del 1891, quando l’artista era impegnato a ritrarre animali con la speranza di conquistare “l’azzurro del cielo, il verde tenero dei pascoli, le superbe catene dei monti”.
La mostra si chiuderà con la rievocazione del frizzante clima culturale parigino della Belle Époque che si respirava nei teatri, nei caffè e lungo i boulevard della capitale francese, dove vissero e lavorarono maestri del calibro di Vittorio Matteo Corcos, Antonio Mancini, Federico Zandomeneghi, Giuseppe De Nittis e Giovanni Boldini. Di quest’ultimo, geniale anticipatore della modernità novecentesca, saranno esposti i sensuali ritratti nei quali esaltò la bellezza femminile svelandone l’anima più misteriosa, tra cui il Ritratto della baronessa Malvina-Marie Vitta eseguito con la tecnica del pastello su seta, e il magnifico Ritratto della principessa Radziwill che con il suo sguardo profondo e ammiccante seduce fatalmente l’osservatore.

Redattore: Antonella Corona

Info:
Brescia, Palazzo Martinengo – Via dei Musei, 30, fino al 11 giugno 2017
Costo del biglietto: 10,00 Euro; Riduzioni: 8,00 Euro; scuole 5,00 Euro
Prenotazione:Obbligatoria
Orario: da mercoledì a venerdì: 9.00-17.30; sabato, domenica e festivi: 10.00-20.00; lunedì e martedì chiuso
Telefono: 380 4650533 – E-mail: gruppi@amicimartinengo.it