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MILANO. A Palazzo Marino è protagonista Piero della Francesca.

La Madonna della Misericordia di Piero della Francesca, una delle più importanti opere del Rinascimento, è la protagonista della mostra che Palazzo Marino ospita in Sala Alessi durante le festività natalizie. Anche quest’anno il Comune di Milano rinnova il tradizionale appuntamento con la grande arte, ospitando dal 6 dicembre all’8 gennaio 2017, nello straordinario allestimento dello studio Migliore+Servetto Architects, uno dei massimi capolavori del Rinascimento: la pala centrale dell’omonimo polittico conservato al Museo Civico di Sansepolcro, città natale dell’artista toscano.
L’ingresso, come sempre, è gratuito. Durante il periodo dell’esposizione della ‘Madonna della Misericordia’ milanesi e turisti avranno inoltre l’opportunità di ammirare, a poche centinaia di metri da Palazzo Marino, un altro capolavoro di Piero della Francesca: la celeberrima ‘Sacra Conversazione’, esposta nella Pinacoteca di Brera. Si tratta delle due testimonianze fondamentali ed estreme della rivoluzionaria e modernissima ricerca artistica del Maestro, fondata sulla costruzione geometrica e prospettica dello spazio. Il percorso ideale legato a Piero della Francesca prosegue fino al Museo Poldi Pezzoli, in via Manzoni, che conserva una delle quattro tavole dello splendido Polittico Agostiniano realizzato dall’artista a Sansepolcro tra il 1454 ed il 1469: quella che raffigura ‘San Nicola da Tolentino’.
“In quest’anno dedicato dal Santo Padre alla Misericordia – dichiara il sindaco di Milano Giuseppe Sala – Milano ospita la ‘Madonna della Misericordia’ di Piero della Francesca, un’occasione per tutti i milanesi di godere di un meraviglioso dipinto e anche di avviare una riflessione che ci avvicina alla visita di Papa Francesco a Milano del prossimo 25 marzo. La presenza a Palazzo Marino della prima opera di Piero della Francesca permetterà ai milanesi di seguire un percorso ideale sulle tracce del Maestro che, passando per le Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo e il Poldi Pezzoli, li porterà a Brera, dove è custodito un altro grande capolavoro dell’artista. Questa opportunità nasce dalla collaborazione con Sansepolcro, la patria di Piero della Francesca, che presta a Milano l’opera prima del Maestro e che ospiterà dal 7 febbraio l’opera ‘Ragazzo morso da un ramarro’ del Caravaggio. Un altro episodio, dopo la collaborazione con Fermo dello scorso anno, per affermare l’importanza della collaborazione tra i territori italiani per valorizzare il nostro inestimabile patrimonio artistico”.
“Sansepolcro e Milano – aggiunge il sindaco di Sansepolcro Mauro Cornioli – una lunga storia che si riannoda. La città di Sansepolcro diventa partner del Comune di Milano per la promozione del patrimonio artistico e culturale della nostra città. Oggi Milano è l’unica città italiana che parla al mondo, l’accordo con Milano va nella direzione di aprire e divulgare il nostro patrimonio artistico a un pubblico più vasto e internazionale: mostre, scambi di opere e altre sinergie culturali sono alla base di questa operazione che darà un impulso importante al nostro turismo”.

Autore: Sara Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.it, 5 dic 2016

NAPOLI. “i Tesori nascosti. Tino di Camaino, Caravaggio, Gemito” presentati da Vittorio Sgarbi.

“Non la chiamate mostra, questo è un vero museo. È un’esposizione per la gloria dell’Italia, per la felicità di Napoli” così l’ha definita Vittorio Sgarbi nel presentare ieri a Napoli “i Tesori nascosti. Tino di Camaino, Caravaggio, Gemitofino al 28 maggio 2017, nella meravigliosa Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli appena restaurata.
Oltre 150 i capolavori esposti, tra cui il dipinto di Michelangelo Merisi detto Caravaggio “La Maddalena addolorata”, provenienti da fondazioni bancarie, istituzioni e collezionisti. “Una mostra che in realtà è un museo – continua Sgarbi – l’arte non ha territori, né temi. Per questo abbiamo portato in questa chiesa, che di per sé è già un capolavoro, questa immensità di bellezza davanti alla quale vi sentirete storditi”.
La rassegna d’arte, è una prosecuzione della mostra “Il Tesoro d’Italia” svoltasi all’Expo di Milano nel 2015 che, considerato l’enorme successo si è in seguito trasferita nelle aree espositive del MuSa – Museo di Stato di Salò, proponendo il percorso “Da Giotto a de Chirico” ed arriva a Napoli accentuata dalla presenta di autori partenopei. La mostra, aperta tutti i giorni della settimana e festivi fino alle 23, si propone di dipingere un quadro della “geografia artistica” italiana, tenendo conto delle sue molteplici tinte e sfumature, ospitando, nella basilica, i capolavori provenienti da diverse scuole e regioni.
All’eterogeneità geografica si associa quella temporale: le opere attraversano un arco di tempo che va dal XIII secolo sino al Novecento, con l’obiettivo di mostrare l’evoluzione artistica di stili e correnti che si dipana tra una testa di maestro federiciano del 1250, sino a un autoritratto di Antonio Ligabue. Il titolo suggerisce il leitmotiv della mostra, ovvero l’intento di “portare alla luce” ciò che normalmente è “nascosto”: opere d’arte che non sono esposte nei musei pubblici ma appartengono a fondazioni bancarie, istituzioni e collezionisti privati – di conseguenza, difficilmente visibili al grande pubblico. Si tratta dunque di dare spazio al mistero del collezionismo, che secondo Vittorio Sgarbi è «l’interesse per ciò che non c’è».
“Questa mostra rappresenta il prototipo del modello che vorremmo seguire in modo da creare una filiera culturale in cui si intrecciano le energie e le potenzialità del pubblico e del privato. Una vera e propria fusione tra mecenatismo e imprenditoria della cultura per mettere in risalto il nostro immenso patrimonio .” ha commentato il Sottosegretario del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Antimo Cesaro. “Una possibilità per dare anche lavoro ai giovani – ha raccontato Gianni Filippini, produttore della mostra – solo con questa iniziativa è stato dato lavoro a venti famiglie. Grazie alla concessione della Arcidiocesi di Napoli abbiamo avuto per la prima volta una chiesa in comodato d’uso. Una bellissima basilica appena restaurata, illuminata grazie ad un progetto di illuminotecnica che sarà istallata tra un mese, per tutto il tempo della sua apertura.
Inclusa nel biglietto una App, che mette a disposizione i contenuti della mostra, illustrati da una audioguida d’eccezione: Vittorio Sgarbi.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 5 dic 2016

MESTRE (Ve). ATTORNO A KLIMT. GIUDITTA, EROISMO E SEDUZIONE

La Fondazione Musei Civici di Venezia inaugura al Centro Culturale Candiani di Mestre il primo di una serie di suggestivi appuntamenti dedicati all’arte moderna e contemporanea che, con il titolo di ‘Corto Circuito. Dialogo tra i secoli’, presenteranno di volta in volta esposizioni che andranno ad attingere dal ricco patrimonio della Città di Venezia conservato nelle collezioni civiche.
Un progetto fortemente voluto dal Sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che ha inteso così proporre alla cittadinanza un programma culturale di alto valore coinvolgendo lo straordinario patrimonio custodito nei Musei Civici e appartenente a tutto il territorio veneziano, Laguna e Terraferma.
Il ciclo di mostre, concepito appositamente per il Centro Culturale Candiani da Gabriella Belli, Direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia, apre al pubblico il 14 dicembre 2016 con l’esposizione ‘Attorno a Klimt. Giuditta, eroismo e seduzione’, che resterà poi aperta fino al 5 marzo 2017.
La mostra, il cui progetto di allestimento è stato affidato a Pierluigi Pizzi, architetto e scenografo di fama internazionale, è incentrata attorno a uno dei miti più affascinanti della tradizione biblica, quello di ‘Giuditta’.
Fulcro dell’esposizione, che presenta oltre ottanta opere provenienti dalle collezioni della Fondazione Musei Civici di Venezia (Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, Museo Correr, Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento veneziano, Museo Fortuny, Museo di Palazzo Mocenigo), da alcuni musei come il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e da varie collezioni private nazionali e internazionali, è rappresentato dal capolavoro di Gustav Klimt Giuditta II (Salomè). che giunge per l’occasione da Ca’ Pesaro.
Intorno a questa potente icona del XX secolo, realizzata dal grande artista viennese nel 1909 per la Biennale Internazionale d’Arte del 1910 e acquisita proprio in quell’anno dal Municipio di Venezia per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro – un’opera che letteralmente ‘ammalia’ per la sua carica sensuale e per le sue evocative reminiscenze bizantine – si articoleranno una serie di suggestioni tra antico e contemporaneo che, dalla figura biblica di Giuditta e dalla sua fortuna artistica tra Cinque e Seicento, arriveranno al Simbolismo ottocentesco e al clima della Secessione Viennese, fino all’interpretazione del mito che il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, diede nel 1917 con Il tabù della verginità.
Il passaggio da femme fatale a demone del ‘900 sarà inoltre evidente anche nel linguaggio cinematografico. Come nel video Giuditta: metamorfosi sullo schermo, realizzato da un team di ricercatori dell’Università degli Studi di Padova, coordinati dal prof. Gian Piero Brunetta, in cui sono montati insieme brani delle più celebri ‘Dive’ passate sul grande schermo nei primi vent’anni del secolo scorso.
La mostra sarà inoltre accompagnata da un prezioso catalogo edito da Linea d’Acqua (Venezia, 2016), che raccoglie interventi di Gabriella Belli, Flavio Caroli, Gian Piero Brunetta, Elisabetta Barisoni, Elena Marchetti e Matteo Piccolo.

Info:
Fondazione Musei Civici di Venezia
T +39 0412405225 / 32 – M +39 346 0844843 – press@fmcvenezia.it
Mestre, Centro Culturale Candiani, dal 14 dicembre 2016 al 5 marzo 2017

ROMA. Artemisia Gentileschi e il suo tempo.

Nata da un’idea di Nicola Spinosa (curatore della sezione napoletana), la mostra “Artemisia Gentileschi e il suo tempo” si presenta come un viaggio nell’arte della prima metà del XVII secolo seguendo le tracce di una vera, grande donna.
Una pittrice di prim’ordine, un’intellettuale, non solo padrona di una tecniche pittorica sublime, ma capace di declinarla secondo le esigenze dei diversi committenti e trasformarla dopo aver assorbito il meglio dai suoi contemporanei, così come dagli antichi maestri.
Promossa e prodotta dalla Sovrintendenza Capitolina e da Arthemisia Group, organizzata da Zètema, presenta 95 opere provenienti da 80 diversi musei, gallerie e collezioni private ed è ospitata a Palazzo Braschi fino al 7 maggio 2017 (catalogo Skira).
“E’ una giornata particolare” dice facendo gli onori di casa il Sovrintendente Claudio Parisi Presicce, “perché oggi apriamo con Artemisia uno spazio nuovo, di circa 900 mq, utilizzato per la prima volta, destinato alle mostre temporanee”. Per una rassegna che non si ferma alla biografia, ai luoghi comuni della cronaca, ma indaga la personalità di un’artista che è entrata in rapporto col mondo dell’arte del suo tempo, da cui è stata influenzata e che ha influenzato. “Si è parlato di Artemisia per tirar fuori le sue qualità e i suoi valori pittorici, ma anche per allargare il confronto agli altri – precisa il professor Spinosa – per far emergere le sue qualità in rapporto con il padre, con Simon Vouet, a Firenze nell’ambiente galileiano, a Venezia con Paolo Veronese, a Napoli dove rimase fino alla morte, con Battistello Caracciolo, con Ribera, Stanzione, cosa che le mostre precedenti non hanno fatto”.
Dei 95 dipinti in mostra, 29 sono di Artemisia. Gli altri sono di artisti che hanno stabilito un dialogo, un confronto o scontro con lei. E loda la generosità dei collezionisti privati da cui vengono molte opere, a differenza di certi musei statali restii ai prestiti. Ma attenzione perché le opere non sono tutte presenti. Vanno e vengono. Per esempio “Giuditta decapita Oloferne” del 1617 del Museo di Capodimonte non c’è ancora, arriverà a febbraio, mentre “Susanna e i vecchioni”, che viene dalla Germania, sarà in mostra solo fino a Marzo.
L’esposizione ha inizio con un doppio autoritratto, “Autoritratto come suonatrice di liuto”, un olio su tela del 1617 – 1618 dal museo di Hartford e un “Autoritratto” a matita su carta azzurrina del 1613 che viene da una collezione privata londinese. Ma il capolavoro che segna il debutto è “Susanna e i vecchioni” dipinto a Roma nel 1610. Ha 17 anni, è autodidatta e mostra una capacità straordinaria di raccontare una storia in modo femminile, di dipingere un nudo naturalistico in piena controriforma,
Accanto un’altra opera del periodo romano di poco successiva, “Giuditta e la fantesca Abra” degli Uffizi, dal forte effetto drammatico, con quel volto di profilo che non ha uguali. Poche opere hanno tanta potenza evocativa. E’ degli esordi a Roma anche la “Danae” del 1612, un piccolo olio su rame che viene dal Museo di Saint Louis. E prosegue in crescendo fino ai quadri degli ultimi anni realizzati a Napoli (in collaborazione con Bernardo Cavallino “Loth e le figlie” del Museo di Toledo, Ohio, e con Onofrio Palomba “Susanna e i vecchioni” della Pinacoteca Nazionale di Bologna), seguendo un duplice filo conduttore, da un lato le diverse fasi artistiche a partire dasquo;apprendistato nella bottega del padre, dall’altro il continuo andare da un luogo all’altro. Da Roma a Firenze, Venezia, Londra, Napoli.
Un personaggio simbolo, oggi più che mai, Artemisia Gentileschi (1593 – 1653), conosciuta solo con il nome di battesimo, l’antesignana dell’affermazione del talento femminile nell’arte, espressione di libertà e indipendenza contro ogni sopruso. E’ la primogenita del pittore Orazio Gentileschi, nota al grande pubblico per essersi ribellata alla violenza dello stupro subito giovanissima da parte del pittore, collega del padre, Agostino Tassi. Una storiaccia fra violenze e gelosie di mestiere, una biografia romanzata che ha rischiato di oscurare i suoi meriti. I documenti e le lettere usciti recentemente dagli archivi ci restituiscono un’immagine più sfaccettata. Quella di una donna e di un’artista che lotta per affermarsi nell’unico modo possibile in un mondo dominato dagli uomini. Sappiamo che non era una bambina quando conosce Tassi, che gli fu vicino per quasi un anno. Il processo, poi solo tre mesi di esilio per il colpevole e alla fine Artemisia sposa Pierantonio Stiattesi.
Francesca Baldassarri, curatrice della sezione fiorentina, sottolinea come la presenza di questa “donna d’acciaio” a Firenze sia legata alla sua biografia, non poteva rimanere a Roma. Durante i quasi otto anni trascorsi nella capitale del granducato, Artemisia, lontano dal padre, acquisisce un proprio stile originale. Lavora per la corte di Cosimo II e ama furiosamente un suo coetaneo, il nobile Francesco Maria Maringhi a cui scrive lettere appassionate, lei che era analfabeta. Allora impara a leggere e scrivere, frequenta il mondo della cultura, partecipa ai balli di corte. Suo mecenate e protettore Michelangelo Buonarroti il Giovane, nipote del genio (suo il soffitto di Casa Buonarroti), che la mette a contatto con i pittori fiorentini, con le grandi famiglie, con Galileo. Per Laura Corsini, moglie di Jacopo Corsi l’inventore della Camerata de’ Bardi, dipinge la “Giuditta”, ora a Capodimonte, gemella dell’altra oggi agli Uffizi, per Galileo l’”Aurora” in mostra, di collezione privata.
Temi colti e lei si rappresenta come suonatrice di liuto. E’ la prima donna ad essere accolta all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze fondata da Vasari. Accanto nella stessa sala i pittori che operano a Firenze Giovanni Bilivert, Francesco Furini, Giovanni Martinelli, Felice Ficherelli in un “legame bivalente di reciproco scambio”, di dare e avere.
Propone una nuova lettura della pittura di Artemisia, l’interesse per le vicende dello stupro hanno portato fuori strada, anche Judith Mann che ha curato la sezione romana. Artemisia “non è una pittrice camaleonte, non ha scimmiottato gli altri. Quando opera al meglio è una grande pittrice drammatica e narrativa, una pittrice di narrazione e di sfumature”.
Dopo Firenze il ritorno a Roma nel 1620. Un rientro non propriamente trionfale, anche se vi ritorna da donna sposata, abita a via del Corso e può permettersi dei servitori. In questo periodo il pittore che esercita la maggiore influenza su di lei è Simon Vouet che la ritrae in un dipinto, ma ha rapporti anche con altri artisti. Nella sezione dedicata agli anni 1620 -1627 sono presenti opere di Nicolas Regnier, Charles Mellin, Vouet, Giuseppe Vermiglio. E del padre Orazio “Sibilla” dal Museo di Houston, mentre di Artemisia sono in mostra una serie di ritratti che non ti aspetti: “Santa a mezzo busto” di collezione privata, “Ritratto di gonfaloniere” dalle Collezioni comunali d’arte di Bologna e “Ritratto di dama con ventaglio” del Sovrano Militare ordine di Malta.
Artemisia verso il 1638 si trasferisce a Londra (era a Napoli) per raggiungere il padre Orazio malato che aveva lavorato per il duca di Buckingham e poi per Carlo I Stuart e per la regina Henrietta Maria. Un viaggio misterioso, vi rimane poco più di un anno, e torna in Italia subito dopo la morte del padre. Era stata preceduta dalla sua fama e da un dipinto raffigurante “Tarquinio e Lucrezia” andato disperso. Delle tele attribuite a Artemisia registrate negli inventari reali è identificabile solo l’”Allegoria della Pittura” di proprietà della Royal Collection. Le altre sono andate perdute alla vendita dei beni della corona dopo la decapitazione di Carlo I nel 1649. In mostra di questo periodo il bellissimo “Loth e le figlie” di Orazio Gentileschi dal Museo di Bilbao e di Artemisia “Cleopatra” dalla Galerie G. Sarti di Parigi.
Lungo, importante, intenso il periodo trascorso dalla pittrice a Napoli dove giunge, lasciata Venezia e dopo una breve sosta romana, nel 1629 su invito del viceré duca di Alcalà che era stato ambasciatore presso la Santa Sede, suo committente e collezionista. E qui incontra artisti che portano avanti una riforma del naturalismo caravaggesco, del calibro di Stanzione, Ribera, Battistello Caracciolo. E Domenichino chiamato a Napoli a decorare la cappella del tesoro dei quaranta patroni della città. Che ne aveva bisogno, nel 1631 c’era stata l’eruzione del Vesuvio, poi Masaniello e la peste, ricorda fra il serio e il faceto il professor Spinosa, studioso e napoletano doc. E qui realizza insieme a Stanzione una serie di tele su incarico del viceré per il Buen Retiro di Madrid.
Con Stanzione, Ribera e altri tre tele per il duomo di Pozzuoli, restaurato dopo l’eruzione. E si avvale della collaborazione del giovane Bernardo Cavallino e di Onofrio Palomba. L’artista anche nelle opere degli ultimi anni confermava il mito, oggi più che mai attuale, di essere capace di imporsi in un ambiente come quello delle arti che sarebbe stato ancora a lungo dominato dalla prevaricante presenza della sola figura maschile. Ma sarà la sua vita travagliata, fra amanti, debiti, nuove case e nuovi amici, da Roma a Firenze, quindi di nuovo a Roma per passare a Venezia, a Londra, a Napoli dove rimane venti anni, ad attrarre generazioni di appassionati d’arte e non solo.

Info:
Museo di Roma Palazzo Braschi, ingressi da Piazza Navona, 2 e da Piazza San Pantaleo, 10 – Roma.
Orario: da martedì a domenica 10.00 – 19.00.
Giorni di chiusura: chiusura: il lunedì e 25 dicembre, 1 gennaio e 1 maggio.
tel. 06 0608, www.museidiroma.it e www.arthemisia.it

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 30 nov 2016

FORLI’. ART DECO. Gli anni ruggenti in Italia.

Un gusto, una fascinazione, un linguaggio che ha caratterizzato la produzione artistica italiana ed europea negli anni Venti, con esiti soprattutto americani dopo il 1929. Ciò che per tutti corrisponde alla definizione Art Déco fu uno stile di vita eclettico, mondano, internazionale. Il successo di questo momento del gusto va riconosciuto nella ricerca del lusso e di una piacevolezza del vivere, tanto più intensi quanto effimeri, messa in campo dalla borghesia europea dopo la dissoluzione, nella Grande guerra, degli ultimi miti ottocenteschi e la mimesi della realtà industriale, con la logica dei suoi processi produttivi. Dieci anni sfrenati, “ruggenti” come si disse, della grande borghesia internazionale, mentre la storia disegnava, tra guerra, rivoluzioni e inflazione, l’orizzonte cupo dei totalitarismi.
art-deco-1Dopo le grandi mostre dedicate a Novecento e al Liberty, nel 2017 Forlì dedica una grande esposizione all’Art Déco italiana.
La relazione con il Liberty, che lo precede cronologicamente, fu dapprima di continuità, poi di superamento, fino alla contrapposizione. La differenza tra l’idealismo dell’Art Nouveau e il razionalismo del Déco appare sostanziale. L’idea stessa di modernità, la produzione industriale dell’oggetto artistico, il concetto di bellezza nella quotidianità mutano radicalmente: con il superamento della linea flessuosa, serpentina e asimmetrica legata ad una concezione simbolista che vedeva nella natura vegetale e animale le leggi fondamentali dell’universo, nasce un nuovo linguaggio artistico. La spinta vitalistica delle avanguardie storiche, la rivoluzione industriale sostituiscono al mito della natura, lo spirito della macchina, le geometrie degli ingranaggi, le forme prismatiche dei grattaceli, le luci artificiali della città.
Nell’ambito di una riscoperta recente della cultura e dell’arte negli anni Venti e, segnatamente, di quel particolare gusto definito “Stile 1925”, dall’anno della nota Esposizione universale di Parigi dedicata alle Arts Decoratifs, da cui la fortunata formula Art Déco, che ne sancì morfologie e modelli, nasce l’idea di una mostra che proponga immagini e riletture di una serie di avvenimenti storico-culturali e di fenomeni artistici che hanno attraversato l’Italia e l’Europa nel periodo compreso tra il primo dopoguerra e la crisi mondiale del 1929, assumendo via via declinazioni e caratteristiche nazionali, come mostrano non solo le numerosissime opere architettoniche, pittoriche e scultoree, ma soprattutto la straordinaria produzione di arti decorative.
art-deco-tamaraIl gusto Déco fu lo stile delle sale cinematografiche, delle stazioni ferroviarie, dei teatri, dei transatlantici, dei palazzi pubblici, delle grandi residenze borghesi: si trattò, soprattutto, di un formulario stilistico, dai tratti chiaramente riconoscibili, che ha influenzato a livelli diversi tutta la produzione di arti decorative, dagli arredi alle ceramiche, dai vetri ai ferri battuti, dall’oreficeria ai tessuti alla moda negli anni Venti e nei primissimi anni Trenta, così come la forma delle automobili, la cartellonistica pubblicitaria, la scultura e la pittura in funzione decorativa.
Le ragioni di questo nuovo sistema espressivo e di gusto si riconoscono in diversi movimenti di avanguardia (le Secessioni mitteleuropee, il Cubismo e il Fauvismo, il Futurismo) cui partecipano diversi artisti quali Picasso, Matisse, Lhote, Schad, mentre tra i protagonisti internazionali del gusto vanno menzionati almeno i nomi di Ruhlmann, Lalique, Brandt, Dupas, Cartier, così come la ritrattistica aristocratica e mondana di Tamara de Lempicka e le sculture di Chiparus, che alimenta il mito della danzatrice Isadora Duncan.
Ma la mostra avrà soprattutto una declinazione italiana, dando ragione delle biennali internazionali di arti decorative di Monza del 1923, del 1925, del 1927 e del 1930, oltre naturalmente dell’expo di Parigi 1925 e 1930 e di Barcellona 1929. Il fenomeno Déco attraversò con una forza dirompente il decennio 1919-1929 con arredi, ceramiche, vetri, metalli lavorati, tessuti, bronzi, stucchi, gioielli, argenti, abiti impersonando il vigore dell’alta produzione artigianale e proto industriale e contribuendo alla nascita del design e del “Made in Italy”.
La richiesta di un mercato sempre più assetato di novità, ma allo stesso tempo nostalgico della tradizione dell’artigianato artistico italiano, aveva fatto letteralmente esplodere negli anni Venti una produzione straordinaria di oggetti e di forme decorative: dagli impianti di illuminazione di Martinuzzi, di Venini e della Fontana Arte di Pietro Chiesa, alle ceramiche di Gio Ponti, Giovanni Gariboldi, Guido Andloviz, dalle sculture di Adolfo Wildt, Arturo Martini e Libero Andreotti, alle statuine Lenci o alle originalissime sculture di Sirio Tofanari, dalle bizantine oreficerie di Ravasco agli argenti dei Finzi, dagli arredi di Buzzi, Ponti, Lancia, Portaluppi alle sete preziose di Ravasi, Ratti e Fortuny, come agli arazzi in panno di Depero.
arte-art-deco-gli-anni-ruggenti-forli-lkObiettivo dell’esposizione è mostrare al pubblico il livello qualitativo, l’originalità e l’importanza che le arti decorative moderne hanno avuto nella cultura artistica italiana connotando profondamente i caratteri del Déco anche in relazione alle arti figurative: la grande pittura e la grande scultura. Sono qui essenziali i racconti delle opere di Galileo Chini, pittore e ceramista, affiancato da grandi maestri, come Vittorio Zecchin e Guido Andloviz, che guardarono a Klimt e alla Secessione viennese; dei maestri faentini Domenico Rambelli, Francesco Nonni e Pietro Melandri; le invenzioni del secondo futurismo di Fortunato Depero e Tullio Mazzotti; i dipinti, tra gli altri, di Severini, Casorati, Martini, Cagnaccio di San Pietro, Bocchi, Bonazza, Timmel, Bucci, Marchig, Oppi, il tutto accompagnato dalla straordinaria produzione della Richard-Ginori ideata dall’architetto Gio Ponti e da emblematici esempi francesi, austriaci e tedeschi fino ad arrivare al passaggio di testimone, agli esordi degli anni Trenta, agli Stati Uniti e al Déco americano.
Non si è mai allestita in Italia una mostra completa dedicata a questo variegato mondo di invenzioni, che non solo produce affascinanti contaminazioni con il gusto moderno – si pensi per esempio al quartiere Coppedè a Roma o al Vittoriale degli Italiani, ultima residenza di Gabriele d’Annunzio – ma evoca atmosfere dal mondo mediterraneo della classicità, così come la scoperta nel 1922 della tomba di Tutankhamon rilanciò in Europa la moda dell’Egitto. E poi echi persiani, giapponesi, africani a suggerire lontananze e alterità, sogni e fughe dal quotidiano, in un continuo e illusorio andirivieni dalla modernità alla storia.
Trattandosi di un gusto e di uno stile di vita non mancarono influenze e corrispondenze col cinema, il teatro, la letteratura, le riviste, la moda, la musica. Da Hollywood (con le Parade di Lloyd Bacon o le dive, come Greta Garbo e Marlene Dietrich o divi come Rodolfo Valentino) alle pagine indimenticabili de Il grande Gatsby (1925), di Francis Scott Fitzgerald, ad Agata Christie, a Oscar Wilde, a Gabriele D’Annunzio.
La mostra è curata da Valerio Terraroli, con la collaborazione di Claudia Casali e Stefania Cretella, ed è diretta da Gianfranco Brunelli. Il prestigioso comitato scientifico è presieduto da Antonio Paolucci.
Sarà dedicato all’Art Decò l’evento espositivo che i Musei San Domenico di Forlì ospiteranno nel 2017. L’annuncio è stato dato dall’organizzatore e coordinatore delle rassegne Gianfranco Brunelli, nella conferenza di verifica sulla mostra “Piero della Francesca, indagine di un mito”,
Se la mostra ”Liberty. Uno stile per l’Italia moderna” ha indagato sull’esuberante movimento cultural-artistico sorto in Europa fra la fine dell’Ottocento e i primi due decenni del Novecento, “come risposta concreta e tangibile all’esigenza di superare lo storicismo e il naturalismo che avevano dominato gran parte del XIX secolo”, l’Art Decò (nome derivato per estrema sintesi dalla dizione di “Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne” tenutasi a Parigi nel 1925) è stato un fenomeno del gusto che ha interessato sostanzialmente la seconda e terza decade del XX secolo. L’Art déco è uno stile sintetico e al tempo stesso aerodinamico, turgido e opulento, evidentemente “toccato” dall’austerità imposta dalla prima guerra mondiale fino alla grave crisi del 1929. Alcuni degli artisti che si faranno ammirare al San Domenico nel 2017 sono Pablo Picasso, Henri Matisse (entrambi con 2 o 3 opere in stretta relazione con l’Art Dèco) e Tamara De Lempicka, senza dimenticare gli italiani Giò Ponti, Felice Casorati e Arturo Martini. Come già avvenuto con il Liberty, l’Art Déco non sarà solo pittura ma anche decorazione, cinema, architettura e moda. Questa fascinazione decorativa non toccò solo la Francia e l’Italia, ma altri paesi occidentali come gli Stati Uniti d’America (il Chrysler Building di New York è uno degli edifici simbolo del movimento) e il Canada. Matthew Barney racconta l’Art Dèco ambientato al Chrysler Building con l’opera The Cremaster Cycle 3.

Info:
Musei San Domenico, 11 febbraio – 18 giugno 2017
tel. 0543.191 20 30-031