Archivi categoria: Artisti

Alessio Miglietta. Poema nero.

‘Poema nero’ è un libro di poesie, un “diario frammentato”, come lo definisce Olivia Balzar nella prefazione, il cui tema è la depressione.
Tema trattato in maniera autentica, schietta, attraverso metafore che gli permettono di vedersi nitidamente, di non nascondersi e di riflettere, rimandare a noi tutto ciò che questa comporta.
Ma attraverso il filtro dell’incanto di chi sa scegliere le parole e le immagini da mostrare.

“Nelle cavità della mia mente
Ho sentito una nebbia densa distendersi
Disorientamento ordinato
Decadi veloci diluite nell’angoscia
S’affaccia l’alba, ma il sole non mi bacia
Traccia soltanto ombre fredde e lunghe
Nella voce senza suono del mio essere
Posso solo abbracciare quell’oscurità
Nel torpore della carne, si avverte l’aguzzino invisibile
In ogni respiro affannato, si riflette il tormento
Mi aggiro come spettro in questo spazio vuoto
Da quando ho memoria, ormai statica
Desiderio irrealizzato di vita brillante e chiara
Mentre il mio mondo si colora di sera“

L’Immagine Deforme nelle sue pagine elargisce immagini che con forza e grazia ci donano l’essenza del buio, del cambiamento di prospettiva, del dolore, delle sue forme e delle sue declinazioni su corpo e mente.
Questo libro, che è un po’ un viaggio nell’antro più oscuro dell’anima, è diviso in sei parti e inizia con Dolore per finire con Resilienza… attraversando Lo Sconosciuto, Un Fantasma Nel Corpo, Insonnia e Benzodiazepine, De Profundis e Universi Inesplorati.

“Nella palude del dolore, si perde e si ritrova l’anima
Ogni forma è un’illusione, ogni sogno un morire
Attendo la nuova stagione
E il volo delle rondini
Disegni di un mattino risvegliato“

L’intera silloge ci mostra il dolore, ci porta con mano giù nelle tenebre, dove fa freddo e la speranza si affievolisce, dove il sole non brilla più e la malinconia ha densità e spessore… ma ci restituisce anche un percorso.

L’Immagine Deforme se vuoi lo compri QUI
Nel ventre vuoto sento il pugno del dolore
Nella stasi del corpo, la fame d’amore
Nel torace una crepa profonda
Tratteggio di un uomo spezzato
Ingoio rabbia e vomito spavento
Ogni sorso d’acqua racconta la storia di una lotta
Che non avrà mai fine
Il grido della disperazione resta soffocato
Condizione umana senza premesse
Di giorni senza vita e vita senza giorni
Velluto su cui adagiare
Ogni dettagli che ci lega

L’autore non ci fa impantanare nella “malinconia densa come catrame“, l’oscurità di cui ci racconta, come ogni cosa della vita va attraversata, vista, accettata, vissuta e nel suo caso magistralmente raccontata.

“Affrontando l’oscurità, accetterò il cambiamento?
In questa trasformazione mi perderò o mi ritroverò?
Forse questo infinito dolore è un’opportunità
Per scoprire chi sarò domani
Nell’evoluzione dell’uomo”

Si tratta di un’opportunità dunque, di una possibile chiave grazie alla quale l’autore ha certamente trasformato l’abisso in poesia, così che con lui possiamo condividerne la profondità, attraverso la bellezza…

Info:
Editore The Creepy Books – thecreepybooks@gmail.com

guarini

TORINO. Quarto centenario della nascita Guarino Guarini (1624-83).

Il 2024 segna il quarto centenario della nascita di Guarino Guarini (1624-83). Il calendario delle celebrazioni mette in luce la difficoltà a mantenere vivo un legame tra il pubblico e l’opera di questo “grande europeo” (così lo definì Paolo Portoghesi), protagonista difficile e tormentato del barocco internazionale.

Si è mossa per tempo Modena, che al Guarini ha dato i natali: un seminario promosso dalla Fondazione Architetti della Provincia di Modena ed una mostra all’Archivio di Stato hanno ricordato, nel marzo scorso, il legame biografico dell’architetto con la città padana e il suo progetto per il locale convento dei teatini (ne resta traccia in un bel giornale di mostra).

La cupola della chiesa di San Lorenzo a Torino

A Torino, dove Guarini ha svolto la parte decisiva della sua carriera realizzando le opere più importanti, il bilancio è per ora più incerto: solo a fine 2023 si è riunito, sotto la guida del direttore dell’Archivio di Stato Stefano Benedetto, un comitato nazionale, che ha promosso un primo anno di ricerche e studi, culminate in un seminario itinerante organizzato dal Centro internazionale di studi Andrea Palladio. Il comitato ha prudentemente affidato al 2025 una serie d’iniziative pubbliche, che ci riserviamo di annunciare più avanti.
Nel frattempo, alcuni seminari e conferenze (tra cui l’incontro modenese di marzo) sono stati promossi anche dal “Guarini 400 working group”, un sodalizio di studiosi formatosi nel 2022; anche tali iniziative, però – e questo è un autodafé, dato che del gruppo, e del comitato, fa parte chi vi scrive -, sono restate confinate all’etereo mondo degli studiosi e di pochi super-selezionati allievi.

La chiesa di San Lorenzo a Torino

Non molto più roseo, nell’attesa di alcune novità editoriali promesse per il 2025, è il panorama delle pubblicazioni: due libri, all’insaputa l’uno dell’altro, hanno puntato alla celebrazione congiunta di Guarini e Portoghesi ristampando entrambi lo scritto che nel 1956 il giovanissimo e geniale Portoghesi dedicò all’architetto teatino. Si dirà più sotto del perché riteniamo questo doppio omaggio un parziale fallimento.
A riempire il vuoto ci ha pensato la storia locale: L’ultimo Guarini? di Matteo Enrico (Atene del Canavese, 2024, 20 €) (LINK) è un bel libro, inatteso ed indipendente, quasi autoprodotto, in cui si racconta la storia di una piccola chiesa di campagna, la Madonna di Loreto a Montanaro, di cui Guarini potrebbe avere dato il progetto poco prima di morire. Il condizionale, nell’attribuirgli l’opera, è d’obbligo, e lo ammettono gli stessi autori. Ma a noi interessa sottolineare che delle duecento pagine del libro non una è di troppo, e che per raccontare ai lettori una piccolissima architettura, l’autore ha dovuto consultare decine di archivi, riunire altri studiosi, considerare i restauri, i documenti perduti, i furti degli arredi, la storia orale, le memorie locali e quelle della corte.

La chiesa dell’Immacolata

Se un santuario di paese dove Guarini non ha mai neppure messo piede si presenta così complesso, come affrontare la lettura della cappella della Sindone,(LINK) di una chiesa di San Lorenzo, (LINK) o di palazzo Carignano,(LINK) costruzioni sperimentali, frutto di lavori di progettazione durati anni, ai vertici della produzione architettonica del tempo? La semplificazione, se applicata a Guarini, impoverisce, inganna, e infine fallisce. Non perché il colpo d’occhio, la sorpresa del primo momento, entrando nei suoi edifici, non siano spettacolari: ma perché, come accade per Also sprach Zarathustra di Strauss, allo squillo iniziale di tromba deve seguire il poema sinfonico, pena la riduzione dell’architettura a un jingle pubblicitario.

La chiesa della Madonna di Loreto a Montanaro (To)

Quello che rende Guarini difficile oggi non è la “sregolatezza” di cui si lamentava Francesco Milizia, ma la pazienza e l’attenzione richieste a chi vuol provare a decifrarlo. Ho chiesto a ChatGPT perché Guarini è stato importante, e sono stato servito con quattro frasi suadenti e sicure. Non ne sono soddisfatto. A Guarini non si addice una bullet list, ma un ipertesto.
In effetti, in questo quattrocentesimo anno, la migliore chiave d’ingresso alla sua personalità è il sito che gli ha dedicato la storica dell’architettura Susan Klaiber, che lo studia da una vita. Denso di scritti e collegamenti verso libri, disegni, architetture, mostre e lectures, si tratta di un’opera aperta, dove sviluppare un problema non significa risolverlo ma “chiarirne i termini in modo da renderne possibile una discussione più approfondita” (Umberto Eco). A dispetto del progressivo deterioramento della nostra capacità di spiegarla, quella di Guarini è davvero un’architettura barocca.

La cupola della chiesa della Madonna di Loreto a Montanaro

Ottima idea quella di commemorare, nel quarto centenario di Guarini, l’opera di Paolo Portoghesi (1931-2023), iniziata proprio con un saggio dedicato all’architetto modenese, mai ristampato finora. Ma è deludente e sconcertante il risultato, innanzitutto per la simultanea pubblicazione, per mano di due diversi curatori, di due ristampe quasi identiche. Come in un racconto di Borges, i due volumi, dal medesimo titolo, hanno in comune due saggi di Portoghesi, il Guarino Guarini del 1956 e Il linguaggio di Guarini del 1968-70, ma differiscono ciascuno per un terzo saggio. Non è dato sapere le ragioni della scelta (e, per ciascuno, della mancanza), dato che in entrambi i volumi spicca l’assenza di apparati critici, anche minimi.

Il volume di Gangemi, curato da Erio Carnevali, ha il pregio di associare, ai testi di Portoghesi degli anni ‘50 e ‘60, uno scritto ancora inedito e molto bello: l’introduzione al convegno d’inaugurazione della cappella della Sindone, nel 2018. Una seconda qualità sta nell’introduzione dello stesso Carnevali, che è brevissima. Manca, tuttavia, una cura almeno elementare della qualità delle immagini, sgranate e confuse, a fronte di un formato inutilmente grande e di un prezzo di copertina di ben 44 euro, circa sette volte il costo (attualizzato) del volumetto tascabile di Portoghesi del 1956: chiaro sintomo della difficoltà d’identificazione di un pubblico, e forse di una rinuncia a priori a raggiungerne uno.

Più accessibile per formato e costo, e più ambizioso, è il Guarino Guarini di Pendragon, curato da Guglielmo Bilancioni e arricchito di una sua ampia postfazione. Il saggio di Bilancioni, Guarini e Portoghesi: Cielo, Mondo e Architettura, mantiene ciò che annuncia il sincretico titolo: tra Yin, Yang, cubismo e fotismo, magnetismo ed autoportanza, Guarini e Portoghesi vengono fusi insieme in un abbraccio che annulla lo scarto temporale e culturale tra i due, e non fa luce sull’uno né sull’altro. Peccato. Conoscendo Portoghesi ed essendo anche noi stati soggiogati, più d’una volta, dal suo fascino, possiamo comprendere le ragioni degli autori, che lo hanno conosciuto e frequentato per decenni, ed il loro coinvolgimento affettivo. Ma dove sono gli editori di un tempo?

Per approfondire:
Paolo Portoghesi, Guarino Guarini, Electa, collana Astra-Arengarium, Milano, 1956, lire 400, pp. 80
Paolo Portoghesi, Guarino Guarini 1624-1683, a cura di Erio Carnevali, Gangemi, Roma, 2023, euro 44, pp. 112
Paolo Portoghesi, Guarino Guarini, a cura di Guglielmo Bilancioni, Pendragon, Bologna, 2024, euro 22, pp. 191

Autore: Edoardo Piccoli

Fonte: www.ilgiornaledellarchitettura.com 9 ottobre 2024

Immagini:
– La cupola ad archi intrecciati della chiesa di San Lorenzo a Torino
– San lorenzo, veduta della cupola dai tetti di Palazzo Madama
– Le volte della navata della chiesa dell’Immacolata Concezione a Torino
– Il santuario della Madonna di Loreto a Montanaro (To)
– Interno del santuario della Madonna di Loreto, Montanaro (To)

ROMA. Studio Gallery MaureenArt, lo spazio dello scultore Fernando Mario Paonessa.

Nell’animato ed elegante quartiere Sallustiano, fra Porta Pia e Via Veneto, in via Flavia 89, lo scultore Fernando Mario Paonessa apre Studio Gallery MaureenArt, pensato non soltanto come punto di riferimento per conoscere le opere del maestro, ma anche come un luogo d’incontro culturale che ospiterà, a cadenza mensile, presentazioni di libri, conversazioni sull’arte, piccoli concerti, secondo un cartellone curato dal critico d’arte Niccolò Lucarelli, in collaborazione con Sveva Manfredi Zavaglia.
Lo Studio ospiterà una mostra permanente di sculture e dipinti del maestro, una piccola parte della sua vasta produzione, sviluppata nel corso di una carriera che ha ormai raggiunto i cinquanta anni. Il amestro Paonessa alterna la sua attività di scultore fra Edimburgo e Roma, dove mantiene lo studio. Sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private nazionali ed estere con particolare diffusione di mercato in Gran Bretagna, Germania, Svizzera e Giappone.
Diplomato in chimica industriale, giovanissimo si trasferisce a Roma per frequentare la Scuola delle Arti Ornamentali e Plastiche “N. Zabaglia”, dove consegue il diploma in scultura, e la facoltà di Storia dell’Arte dell’Università La Sapienza. È stato anche direttore artistico dell’Istituto Europeo Diffusione Arte di Roma e titolare del corso di scultura.
Espone in Italia e all’estero, dagli Stati Uniti al Giappone e gli Emirati Arabi, passando per la Germania e la Gran Bretagna. Ha anche svolto un’intensa attività nel campo dell’editoria d’arte, fondando e dirigendo le riviste “Controcampo Culturale” e “InformArti”, sulle quali ha pubblicato saggi critici sull’opera di Alberto Giacometti, Auguste Rodin, Francesco Mochi e molti altri artisti del Novecento.
L’apertura dello Studio segna il primo passo di un nuovo, grande progetto artistico di respiro nazionale ed internazionale curato da Niccolò Lucarelli, che nel prossimo biennio vedrà le opere di Paonessa esposte a Palazzo Farnese di Caprarola, Palazzo della Corgna di Castiglione del Lago, Treviso, Montecarlo, Londra, e ovviamente Roma; il Giubileo sarà infatti l’occasione per una mostra, considerando le tante collaborazioni del maestro con il Vaticano ed importanti edifici religiosi romani, in particolare la Basilica dei SS. Ambrogio e Carlo al Corso.
È in corso di definizione un progetto per esporre tre grandi sculture monumentali in bronzo all’interno della prestigiosa Galleria Colonna, fra settembre 2025 e gennaio 2026. Inoltre, il Maestro Paonessa consegnerà a Papa Francesco, nel giorno del suo compleanno, un ritratto in forma di scultura.

Info:
L’inaugurazione dello Studio Gallery MaureenArt è fissata per mercoledì 23 ottobre alle ore 17. Dopo di che, Studio Gallery MaureenArt sarà aperto dal lunedì al venerdì in orario 10-12 e 15-18.

TORINO. L’imponente cancellata bronzea del Teatro Regio compie trent’anni.

L’imponente cancellata del Teatro Regio in piazza Castello a Torino, realizzata dallo scultore e pittore Umberto Mastroianni (Fontana Liri, 1910 – Marino, 1998), zio del celebre Marcello, festeggia quest’anno il suo trentennale.
Voluta dalla città come prezioso sipario a tutela dell’accesso all’atrio del teatro, è stata finanziata dalla Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino, associazione di imprenditori — oggi presieduta da Licia Mattioli — nata nel 1987 con lo scopo di contribuire a valorizzare il patrimonio storico-artistico cittadino.
L’imponente opera bronzea — dal titolo «Odissea musicale» — è formata da due pannelli scorrevoli lunghi 12 metri e alti 3,60: in essi sono inseriti tre grandi gruppi di sculture, inquadrate in una cornice continua di bassorilievi, a raffigurare la Danza, la Tragedia e la Commedia, mentre le lesene verticali ne sorreggono il coronamento a maschere e figure.
Le fusioni sono state realizzate dalla Fonderia dei Fratelli Barberis di Torino; la Consulta nel 2015 ha finanziato anche un’importante retrospettiva dell’artista al Museo Diocesano di Torino. Mastroianni era stato scelto per la collaborazione e l’antica amicizia con l’architetto Carlo Mollino, progettista dell’allora «nuovo» Teatro Regio, riaperto al pubblico nel 1973. L’anno stesso della sua inaugurazione la città conferì allo scultore la cittadinanza onoraria e la Regione Piemonte istituì il Premio Internazionale di Scultura a suo nome. Un riconoscimento che suggellava un legame di antica data tra l’artista e Torino: dopo gli studi presso l’Accademia di San Marcello al Corso a Roma, nel 1926 Mastroianni si trasferì con la famiglia nel capoluogo piemontese, dove rimase stabilmente fino al 1970 (strepitosa ed arditissima nelle linee la villa che fece progettare in collina dall’architetto Ezio Venturelli nei primi anni ’50, unico esempio rimasto a Torino di architettura «nucleare» insieme al Rettilario del Parco Michelotti del 1959, sempre a firma Venturelli). Qui strinse amicizia con diversi protagonisti dell’ambiente artistico e culturale cittadino, tra cui Guido Seborga e Luigi Spazzapan ed affinò il «mestiere di scultore», secondo le sue parole, nell’atelier di Michele Guerrisi.
Nel 1935 partecipò alla Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma e nel 1936 ottenne una meritata affermazione alla XX Biennale di Venezia.
Nel 1945, in collaborazione con Carlo Mollino, vinse il concorso per il Monumento al Partigiano: l’opera venne collocata nel Campo della Gloria del cimitero Generale di Torino.
L’anno successivo, insieme a Spazzapan, Ettore Sottsass e Mattia Moreni, istituì il «Premio Torino» nelle sale di Palazzo Madama.
Del 1948 la sua prima personale presso la galleria La Bussola di via Po, proprio con Spazzapan.
Il riconoscimento più alto di una carriera in continua crescita lo ottenne alla XXIX Biennale di Venezia del ’58, quando gli venne riconosciuto il Gran Premio Internazionale per la scultura. Protagonista di numerose personali in Italia e all’estero, lavorò instancabilmente nei decenni successivi, dedicandosi a media e tecniche differenti per committenze pubbliche e private.
La cifra più alta dell’arte di Mastroianni è certamente la capacità di declinare variamente la propria ricerca formale nei diversi materiali (bronzo, pietra, stagno, oro, acciaio, ma anche legno, terracotta e gesso) con uguale intensità e maestria, mantenendo un linguaggio coerente, altamente riconoscibile: l’artista alterna alla deflagrazione della materia, lacerata ed espansa (echi di una guerra che ne aveva fortemente impressionato il lato creativo: Mastroianni aveva avuto un ruolo attivo nella Resistenza) il gusto per l’assemblaggio di forme geometriche, ruote dentellate, meccanismi, fori, rondelle, linee spezzate e dinamiche come tessere compositive di un mosaico dalle infinite combinazioni: si veda a questo proposito la bellissima collana a pendente «Meteora».
Nel suo spiccato eclettismo l’artista si interessa alla produzione orafa a partire dalla seconda metà degli anni ’50, realizzando un cospicuo numero di esemplari. Sin da subito ricorre alla tecnica della fusione a cera persa per i suoi ornamenti, corposi oggetti in oro, talvolta decorati da smalti colorati, che riproducono — pur nella dimensione contenuta — le forme esplosive adottate nella scultura. Per la fase esecutiva si affida al ai fratelli Danilo e Massimo Fumanti, editori di gioielli d’artista a Roma, e all’orafo Franco Rutigliano a Torino.
Nel volume «Ori e Poesie» del 1965 l’artista afferma di voler associare all’oro, metallo di pasta tenera e duttile quasi come la cera, la propria gestualità istintiva. Nel testo in catalogo il grande musicologo ed amico, Massimo Mila, ben descrive questo approccio alla materia: “]…] ecco che accanto al drammaturgo della violenza spunta il poeta della tenerezza gentile: accanto all’accoltellatore di creta, l’orafo prezioso».
Mastroianni troverà una sincera estimatrice in Palma Bucarelli, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, che ebbe modo di indossare le sue creazioni (spille, ma anche anelli) in diverse occasioni pubbliche: sostenitrice del gioiello d’artista come opera d’arte in sé compiuta, nel 1967 invitò Mastroianni ed altri pittori e scultori (tra questi Afro, Gastone Novelli, i fratelli Pomodoro) ad esporre i propri ornamenti all’Expo di Montreal, manifestazione dove ricopriva il ruolo di curatrice del padiglione italiano per l’arte contemporanea. A chiusura dell’esposizione decise di presentare alcune delle opere in una vetrina «pilota» nel percorso permanente della GNAM, pioneristico tentativo di musealizzare il gioiello contemporaneo nel contesto critico italiano.
Nel 1969 l’artista è presente alla «Prima Rassegna del gioiello firmato» alla Sala Bolaffi a Torino; nel 1992 la città di Alessandria dedica un’ampia retrospettiva alla sola produzione orafa, «Ori e Argenti di Mastroianni».
In anni recenti i suoi gioielli sono stati oggetto di rinnovata attenzione da parte della critica; nel 2015, grazie all’attività del Centro Studi sull’Opera di Umberto Mastroianni e del Cigno GG Edizioni, alcuni ornamenti sono stati acutamente posti in dialogo con gli ori della collezione permanente del MARTA, Museo Archeologico di Taranto; nel 2024 ben 50 oggetti in oro, tra gioielli e piccole sculture, sono stati esposti al Vittoriale degli Italiani nell’ambito della mostra «Come un oro caldo e fluido».

Autore: Paola Stroppiana

Fonte: www.torino.corriere.it 17 ottobre 2024

Michele Santulli. Corot, Rodin, Matisse: una pagina sconosciuta.

La cosiddetta ‘Grande Eva’ incompiuta di Auguste Rodin (1840-1917) è une delle opere d’arte più note ed amate. L’artista, terminato l’’Adamo’ ordinatogli dallo Stato ed il ‘San Giov. Battista’, preso da ‘furia’ operativa mise mano a differenti iniziative, tra cui il ‘Bacio’, il ‘Pensatore’, la ‘Porta dell’Inferno’, alle centinaia di disegni ed a quella che doveva essere una delle opere più sofferte e conosciute: l’’Eva’. Cesidio Pignatelli, ormai suo modello di fiducia, gli presentò la ragazza, una ciociara che abitava nel medesimo casamento, a Montparnasse. Al primo attento esame, Rodin approvò la scelta: era Maria Antonia Amelia Apruzzese, aveva circa 18 anni verso il 1881-82: era bella come la Venere di Milo” scriverà un giornalista: è stata la prima modella dell’artista! Per il ‘Bacio’ già abbozzato, fece posare Pignatelli e Maria Antonia, il primo esemplare del celeberrimo capolavoro. E Maria Antonia subito dopo il ‘Bacio’ posò per un’opera per la quale è arduo trovare le parole idonee: ‘La donna accovacciata’ una rivoluzione nella storia dell’arte. Il corpo nudo di Maria Antonia Amelia sulla pedana era una continua ispirazione e nacque un altro capolavoro, il suo ‘Torso’ noto come Torso d’Adele! E intanto venne il momento dell’Eva, il cui Adamo era già stato completato qualche anno prima.
La modellazione dell’argilla iniziò nei primi mesi del 1884 sicuramente nello studio di Rue de l’Universitè, al calore di una stufa. Dopo alcuni mesi ‘Eva’ iniziava a mostrarsi, quei gesti, quelle braccia, quel viso, quel corpo! Al momento delle rifiniture, Rodin si avvide delle discrepanze tra argilla e modella e quindi modifiche e interventi vari: alla fine venne fuori l’arcano: la modella era incinta! Il reprobo era un allievo e Maria Antonia andò via con lui. La bibliografia cita un articolo di giornale: vi si legge che nell’estate 1884  il giornalista va a visitare  Rodin nel suo studio e lo trova molto depresso: l’artista gli racconta della modella  andata via  e dell’opera incompiuta e in un dettagliato articolo del dicembre 1884  descrive la disperazione e perfino le lacrime: la modella era “bella come la Venere di Milo”, quale complimento! non mancando di  notare che l’argilla nello studio era ancora coperta di panni bagnati per mantenerla plasmabile! E nel febbraio 1885 veniva al mondo il frutto di Maria Antonia e del nobile pittore e scultore scozzese amatore e genitore!

Anche gli ultimi anni furono per Camille Jean Baptiste Corot (1796-1875) nel segno della più grande operosità e del successo. Una delle sue modelle fu Agostina Segatori che ammiriamo nella ‘Donna ciociara con mandolino e tamburello’, nel ‘The Repose’ alla Galleria Naz. di Washington, nella ‘Bacchante by the Sea’ al MET di New York e nella ‘Nymphe’ del Museo di Ginevra, nella ‘Interrupted Reading’ a Chicago, nella ‘Dame en Bleu’ al Louvre ed in altre opere. Nel 1872 crea un dipinto  che pure apre un nuovo spiraglio alla nota sensibilità dell’artista: la sua modella Agostina è incinta del pittore E. Dantan col quale convive.
Corot ritrae Agostina che indossa il suo bel costume ciociaro, è certamente l’ultima opera, delle circa undici, ad illustrare il costume ‘ciociaro’ classico. E Corot oltre a realizzare un‘opera di estrema rarità nell’ambito della storia dell’arte, una donna incinta in posa, anche ora impone la sua presenza e partecipazione con un dettaglio unico in riferimento alla sterminata produzione di opere ciociare da parte degli artisti europei e cioè l’anello, al dito di Agostina! peraltro particolarmente evidente, grande Corot! Nella sua purezza morale, ha voluto chiaramente santificare la gravidanza della cara modella, facendola originare da matrimonio ideale, non da peccaminosa convivenza! E nel 1873 in verità viene al mondo Jean Pierre.

Con Henri Matisse (1869-1954) tutto è all’insegna della più completa discrezione e riservatezza.  E nei mesi tra ottobre 1916 e maggio 1917, anni in piena guerra mondiale, Matisse vive il momento più significativo della sua carriera di artista e cioè l’approdo ad un nuovo mondo, quello che caratterizzerà la sua seconda parentesi di artista fino alla fine: alludiamo ai circa otto mesi al quarto piano di Quai S. Michel, di fronte alle due suggestive isole sulla Senna, in quasi clausura con Lorette, la modella ciociara che marca lo spartiacque dalla violenza e veemenza cromatica alla dolcezza e mitezza! E’ Loreta, che ancora oggi nei contesti familiari e artistici di Matisse viene definita “la femme italienne”, espressione già linguisticamente di un certo sapore. Lorette per quanto si conosce ed interpreta fu protagonista di almeno cinquanta opere che ne marcano tra l’altro fascino ed intelligenza oltre che le nuove frontiere stilistiche dell’artista che iniziano ad imporsi.
Gli studiosi più vicini e più competenti di Matisse e cioè Hilary Spurling e Jack Flam nelle loro veramente sottili analisi e resoconti, ripetutamente hanno accennato ad un incontestabile e perfino comprensibile rapporto sessuale tra i due, vista l’intimità artistica come numerose opere documentano. Venuto il tempo, Loreta scompare agli occhi dei due studiosi, ritorna al suo sperduto paesello di Ciociaria, lasciando dietro di sé leggende e misteri. Certo è che il 19 gennaio 1918   viene al mondo Cesidio!

Altre notizie in MODELLE E MODELLI CIOCIARI a Roma, Parigi e Londra.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu