Archivi categoria: Artisti

POZZUOLI (Na). Pina Testa e la sua pittura fluida, la libertà nella sua arte.

“La mia libertà nella mia arte”. Non è il ‘caratteristico’ motto perché ci si distingua, bensì il segno, tangibile ed indelebile, che fa pulsare sentimenti e suggestioni, tenacia e professionalità, dell’artista puteolana Pina Testa che, coerentemente, afferma di essere “libera per natura”, ispirata com’è e come si sente ad uno spirito creativo dagli orizzonti infiniti, in continuo movimento-mutamento. Tale cioè, sembra interpretare, da sostituire al ‘soggetto’ tradizionalmente inteso, il ‘motivo’, la ragione del dipingere. In giro per il laboratorio, che si potrebbe definire anche didattico, sito in via Guglielmo Marconi nella città flegrea, con vista diretta sulla storica chiesa, detta ‘del Purgatorio’, e dagli ambienti che costituiscono una meravigliosa quanto armonica fucina ‘galleria’ (conosciuta anche all’estero!), di lavori che mostrano il processo innovativo, l’impegno appassionato, nell’esposizione di dipinti significativi e nel realizzare altri, attraverso cui Pina Testa esprime le sue straordinarie emozioni, avendo operato altresì nell’arte della fotografia, nel teatro, nella moda e così via.
La sua indole libera, quale soffio vitale, si esprime a pieno -è dato leggere- nella sua pittura fluida, dove rivoli di colore si espandono sciolti, si fondono, si intrecciano, si rapprendono imprevedibili, governati come sono da una armonia aperta, senza vincoli, e da una curiosità per la vita e per il cosmo, in tutti i suoi aspetti e, spaziando su più temi sempre in evoluzione, non si lascia chiudere in correnti o schemi di maniera.
La sua “fluid art” ha un legame speciale con la terra flegrea di cui è figlia: il magma, che non si lascia chiudere in forme e rompe gli argini, le onde del mare, le farfalle, gli uccelli, si trasformano in colori che scorrono incontenibili e liberi, come la vita. Ci sta però, spiega Testa, una superiore armonia entro cui la materia si libra, la stessa delicata armonia che sta nelle sue geishe, statuarie ma morbide, e che è la cifra della nobile indole rivoluzionaria e contemplativa al tempo stesso.
Che dire, ancora, delle sue creazioni in tema di astrattismo, dove l’espressione pura e la libertà appunto creativa, restano alla base dell’enfasi pittorica, esulando dalla rappresentazione di oggetti reali, cercando e trovando le ragioni ed i percorsi di ogni mutamento necessario e di cambiamento, ‘dentro’ la pittura. Per obiettivi mai definiti e/o definibili, ma sempre ‘in divenire’, non avendo altro limite che quello della propria coscienza, libera, ove questa la conduca.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it

FALCONARA MARITTIMA (An). La natura dell’artista Pericle Fazzini in mostra.

Si respira una vibrante energia creativa nella mostra Sacra Natura che, al CART, Centro Documentazione Arte Contemporanea, di Falconara Marittima, nelle Marche, offre uno sguardo inedito sull’ultima fase della poetica di Pericle Fazzini (Grottammare, 1913 – Roma, 1987). Attraverso l’uso della cera, materiale duttile, l’artista, seppur malato, modella con straordinaria perizia gli elementi naturali, trasformandoli in potenti metafore dell’esistenza.
Uno dei motivi ricorrenti è il dialogo tra forza e fragilità: la sabbia che si avvicina ad una conchiglia crea un’atmosfera selvaggia; mentre la delicatezza dell’elemento marino introduce una dimensione lirica e meditativa. Altrove, i rovi che si intrecciano su doline e rilievi si caricano di un’intensa tensione espressiva. La vita resiste, ma i nodi e la torsione dei rami sembrano evocare le fragilità del corpo, richiamando suggestioni infernali dantesche. In contrasto con l’umano, la natura rigogliosa si impone con foglie e rami stilizzati, definiti con una precisione quasi geometrica. E proprio questa dicotomia, tra caos e ordine, tra organicità e struttura, si impone come uno degli elementi più affascinanti della mostra.
Uno dei punti focali del percorso espositivo è lo studio su carta e cera del Cristo risorto per la Sala Nervi del Vaticano, l’opera che ha consacrato Fazzini su scala internazionale. Qui l’artista utilizza la cera con una sapiente modulazione cromatica. I colori si fondono in un crescendo di sfumature, fino a culminare nel bianco e nel grigio del Cristo, che si staglia con forza drammatica. In mostra, ai pastelli si affiancano dieci incisioni sul tema sacro, tra cui alcune opere legate alla scultura, tecnica che ha consacrato l’artista nella storia dell’arte internazionale.
L’esposizione mette in evidenza anche il legame di Fazzini con il mondo letterario, attraverso una sezione dedicata alle fotografie che lo ritraggono accanto a Giuseppe Ungaretti. Il poeta che, con la sua riflessione sul tempo e sulla materia, rappresenta un riferimento ideale per comprendere l’approccio plastico dello scultore, in un dialogo che richiama la lezione michelangiolesca.
Una sezione ripercorre alcuni momenti della vita pubblica di Fazzini con intellettuali e critici ma, soprattutto, i suoi successi come artista: dalla II Quadriennale di Roma del 1935, in cui ottenne un premio per gli altorilievi Danza e Tempesta; alle esposizioni a Parigi e Roma, fino all’apertura del suo storico studio in Via Margutta nel 1938.
Fazzini partecipò più volte alla Biennale di Venezia, esponendo opere iconiche come il Ritratto di Ungaretti, di cui è presente una fotografia che lo riprende insieme all’artista.
A chiudere il percorso, due opere evocano l’intensità pittorica di Filippo De Pisis: una scena domestica, in cui oggetti raccolti in un angolo emergono da un fascio di luce; e una composizione che crea un dialogo la dimensione umana e quella divina, in un’intima riflessione sulla spiritualità e sulla creazione artistica.
La mostra al CART costituisce una preziosa occasione per rileggere Fazzini al di là della sua opera più celebre, restituendo la complessità di una ricerca che ha saputo intrecciare materia, segno e tensione esistenziale.

Autore: Andrea Carnevali

Fonte: www.artribune.com 14 feb 2025

Info:
CART – CENTRO PERMANENTE DOCUMENTAZIONE ARTE CONTEMPORANEA
Pericle Fazzini – Sacra Natura
All’alba del prossimo Anno Giubilare, la mostra Pericle Fazzini. Sacra Natura. Pastelli ed incisioni di Grottammare rivolge lo sguardo ad un aspetto meno noto della creazione…
Falconara Marittima (AN) fino al 28/02/2025

Bibliografia:
Pericle Fazzini. Lo scultore del vento. Ediz. italiana e inglese Copertina flessibile – Illustrato, 4 aprile 2023. Edizione Italiano di Alessandro Masi (a cura di), Chiara Barbato (a cura di), Roberta Serra (a cura di).
Le opere di Pericle Fazzini, “lo scultore del vento”, come ebbe a definirlo il grande poeta Giuseppe Ungaretti, ritornano finalmente in mostra a Roma dopo trent’anni in occasione del 110° anniversario della nascita. Il volume ripercorre l’intera vita creativa di Pericle Fazzini, a partire dalle prime prove degli anni Trenta e Quaranta come “Donna nella tempesta” (1932) e “Il ragazzo con i gabbiani” (1940-46) fino ai bozzetti originali della “Resurrezione” della sala Pier Luigi Nervi in Vaticano, ultimo cantiere di un artista unico dopo la Cappella Sistina di Michelangelo. Per più di cinquant’anni, gran parte della vita lavorativa di Fazzini è trascorsa nello studio di via Margutta, tra opere e strumenti di lavoro. Egli rimane tra le più alte testimonianze dell’arte sacra del ‘900. Il suo anelito alla bellezza come svelamento del Divino segna una svolta nella ricerca plastica contemporanea, traducendo il testo sacro delle Scritture in una forma dialogante tra Fede e Arte. L’artista muore nella sua casa di Roma la notte del 4 dicembre del 1987, giorno di Santa Barbara. I funerali si svolsero a Roma nella Chiesa degli artisti a Piazza del Popolo. Fu poi sepolto nella sua città natale, Grottammare. Con testi di: Federica Pirani, Salvatore Italia, Alessandro Masi, Bruno Racine, Claudio Strinati, Roberta Serra, Chiara Barbato, Lida Branchesi e Massimo Moretti.

CERVIGNANO DEL FRIULI (Ud). La casa-studio del pittore Giuseppe Zigaina diventa patrimonio della comunità friulana.

Ci troviamo nella Bassa friulana e più precisamente a Cervignano, un paese mite a metà tra la pianura e il mare. Un luogo da sempre amato da Giuseppe Zigaina (Cervignano del Friuli, 1924 – Palmanova, 2015), tra i più importanti pittori del secondo Novecento, dove scelse di costruire quella che sarebbe diventata “la bellissima casa di Zigaina”, come la definiva il suo amico Pier Paolo Pasolini.
Un progetto architettonico di notevole importanza realizzato dall’architetto Giancarlo De Carlo (Genova, 1919 – Milano, 2005) nel 1957. Chiusa al pubblico per oltre cinquant’anni perché dimora privata, a partire dal 17 dicembre 2024 la casa di Zigaina è diventata di proprietà della comunità friulana a seguito dell’acquisizione da parte della Regione Friuli Venezia Giulia per 850 mila euro. La gestione dell’immobile e del parco sono state affidate all’Ente regionale per il Patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia, mettendo in cantiere una serie di progetti di manutenzione e ammodernamenti della struttura per la valorizzazione e la conservazione dell’opera del pittore.

Giuseppe Zigaina nasce a Cervignano del Friuli il 2 aprile del 1924. Ancora bambino inizia a scrivere e disegnare con la mano sinistra a causa di un incidente che lo priva del braccio destro. Nel 1948 è già tra i partecipanti della XXIV Biennale Internazionale d’Arte di Venezia e a 35 anni è annoverato tra i massimi pittori italiani. Nel 1960, alla XXX Biennale di Venezia, vince il premio Ginori e le sue opere vengono presentate in America. All’età di quarant’anni inizia a incidere dapprima in puntasecca, per poi adottare la tecnica dell’acquaforte che caratterizzerà la sua opera.
Incisore, scrittore, fotografo e scenografo, Zigaina utilizza più linguaggi espressivi che confluiscono e sostengono la sua pittura, orientata ad un impegno civile trattando temi analizzati in rapporto alla storia, al territorio, alla memoria e al sogno. Non solo, nel corso della sua vita l’artista ha collaborato ad alcuni film di Pier Paolo Pasolini, con cui stringe un legame intellettuale che dalla gioventù dura oltre la morte dell’amico. Sulla morte di Pasolini, Zigaina elabora infatti una teoria articolata in 7 libri che rappresentano uno dei capi d’opera dell’artista.
Infine, il 16 aprile 2015, muore all’età di 91 anni a Palmanova. Molte sue opere sono oggi ospitate in numerosi musei, tra cui la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, i Musei Vaticani, la Galleria di Arte Moderna di Firenze, il Mambo di Bologna, il Museo d’Arte Moderna di Cà Pesaro a Venezia, il Museo Revoltella di Trieste, il Ludwig Museum di Colonia, la Galleria di Arte Moderna di Sofia, la Nationalgalerie di Berlino, il Rupertinum Museum di Salisburgo, il Centro di arte contemporanea di Varsavia.
Casa Zigaina rappresenta un unicum in quanto l’architetto Giancarlo De Carlo, in tutta la sua carriera, ha realizzato soltanto due residenze private (l’altra è Ca’ Romanino sulle colline di Urbino realizzata per il filosofo e assessore del Pci Livio Sichirollo). La residenza che Zigaina immaginava si ispirava ad una vecchia casa contadina di Cervignano, che l’artista indicava come riferimento all’architetto. L’attenzione per il mondo rurale e contadino trovava assonanze anche negli arredi, alcuni dei quali sono stati realizzati da Guido Zigaina, padre del pittore e falegname.
Il primo dei disegni per casa Zigaina, conservati nell’archivio De Carlo presso l’Archivio progetti dell’Università IUAV di Venezia, risale al 1957. La casa, ultimata nel 1959, diventò protagonista di un servizio fotografico che portava la firma di un giovane Italo Zannier (Spilimbergo, 1932), immortalando Giuseppe Zigaina e sua moglie, Maria De Carolis, nella nuova abitazione. Le fotografie sono oggi conservate all’Archivio Alinari di Firenze.
Dal 1959 fino ai suoi ultimi giorni, Zigaina ha abitato in questa casa insieme alla famiglia, accogliendo diverse personalità del mondo della cultura e dello spettacolo come: Pier Paolo Pasolini, Gian Giacomo Feltrinelli, Maria Callas, Alida Valli, la poetessa Federike Mayroecker, Inga Feltrinelli, Elio Bartolini, Ennio Scheiwiller, il primatista mondiale di salto triplo Giuseppe Gentile, Sandro Pertini. Oltre che moltissimi artisti del territorio e critici d’arte come Giulio Argan e Mario De Micheli.
L’archivio si trova all’interno della casa-studio del pittore, ordinato per tipologia dei materiali, come da Zigaina predisposto con l’aiuto della moglie e dei suoi assistenti. Le diverse sezioni vedono collazionati cataloghi, testi, corrispondenza, rassegna stampa, fotografie, lastre e negativi, inventari tanto del disegno che della pittura e dell’opera incisa di cui si conservano la gran parte delle lastre tirate e molti fogli calcati, in grado di ricostruire per esemplarità la storia dell’opera incisa dell’autore. Un nucleo di particolare interesse riguarda la sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini e la sua biblioteca personale, che riuniscono testi di medicina e di entomologia utili alla sua ricerca artistica.

Autore: Valentina Muzi

Fonte: artribune.com 4 gen 2025

Michele Santulli. Silvestro Schedrin, artista russo in Italia.

La grande Russia, pur se nel corso dei secoli sempre in condizioni precarie rispetto alla maggioranza della popolazione: la immensità del territorio, pari a Cina e Stati Uniti assieme, non favoriva protezione e controllo adeguati.
Un cambiamento e l’apertura e le iniziative con Pietro il Grande nel corso del 1700 e poi con Caterina II, pur se sistematica protezione e privilegi fossero ancora riconosciuti ai nobili ed ai grandi proprietari terrieri tanto che ad una certa epoca fu loro riconosciuta la facoltà di poter disporre in certi casi perfino della esistenza dei propri contadini fino alla carcerazione o alla deportazione, senza alcun intervento della Giustizia!
Sarà il fatidico 25 ottobre 1917 che, finalmente, rovescerà la situazione, questa volta a vantaggio dei contadini e degli operai e la fine dello zarismo e dello sfruttamento e dei privilegi!
Allo stesso tempo apertura all’Europa e l’inizio di un vero e autentico processo di occidentalizzazione del Paese: tutto comincia a vedersi a San Pietroburgo sotto Pietro il Grande, all’epoca capitale del Paese.
E’ nel corso del 1800 e prime decadi del 1900 che si assiste al vistoso movimento teso verso l’Europa di imprenditori e di diplomatici e di viaggiatori e di artisti, pittori e scrittori e compositori, ecc. e, eccezionale novità europea, delle giovani donne già scolarizzate intenzionate a proseguire gli studi nelle università svizzere di Zurigo ed in special modo di Berna diventate, specie quest’ultima, dei veri focolai di cultura delle studiose russe.
Le donne russe nel 1800 e 1900 rivestono un ruolo fondamentale nella cultura europea a seguito della loro libertà di pensiero e di azione e della preparazione nonché professionalità universitaria, nell’ambito della politica, dell’arte, della filantropia.
Tra i pittori più noti in Italia si contano Karl Briullov, Alex Ivanov, Or Kiprinskij e maggior attenzione si deve a Silvester Schedrin (1791-1830) perché più di tutti innamorato di Roma e, più ancora, del Golfo di Napoli, fino alla prematura morte.
Cadde anche lui preda felice di quei luoghi: si rammentino le parole di Goethe in quei medesimi anni anche lui a Napoli: “finalmente in Arcadia”, a quell’epoca veramente incantati e di quella natura sfolgorante di verde e di profumi e poi di Napoli e di Sorrento, Amalfi, Capri, Ischia, Pozzuoli, all’epoca autentici gioielli della natura e Pompei ed Ercolano che cominciavano a risorgere e le tante località e siti che percorreva avidamente ogni giorno, mai sazio, alla ricerca degli angoli più sconosciuti, a dorso di un asinello, con la sua cassetta dei colori, il cavalletto e forse anche l’ombrello per le riprese all’aria aperta.
Tutte le sue opere, pari alle foto di un artista fotografo, sono la immagine fedele dei luoghi visitati ripresi fino ai dettagli più inverosimili, in uno spirito già moderno, quasi impressionista, non accademico e freddo come l’epoca esigeva, tanto moderno ed all’avanguardia da venir considerato (vedi .P. Ricci) ispiratore di Pitloo e maestro di Giacinto Gigante, i due grandi pittori dell’epoca, con lui i fondatori della Scuola di Posillipo.
Quelle vedute e scorci napoletani o di Sorrento o di Capri, all’ombra di un Vesuvio fumante e sempre minaccioso, quella ricca umanità impegnata nei propri lavori a riparare le reti o a scaricare il pesce o sulla barca o le bancarelle ed i chioschi, quelle donne e quegli spettatori sdraiati per terra, quei colori, quella ricchezza cromatica, quella varietà di vestiture rese così fedelmente; le rocce, gli incredibili colori e sfumature del mare nelle varie ore del giorno, il cielo, la luna….; quale incanto e soprattutto quale novità quella quantità di persone che popolano le sue scene, dominate dal paesaggio e dalle case e dalle pareti rocciose e dai panorami che incombono.
Pur se quelle figurine, in realtà elementi quasi sempre secondari del paesaggio imponente, in realtà credo che sia la prima volta che vengano offerti all’occhio dell’osservatore in modo così fedele e ricco.
Uno degli spettacoli ricorrenti della sua opera sono le verande, i pergolati, le terrazze e quali
panorami mette sotto i nostri occhi a Sorrento, ai paesetti della costiera sorrentina, ad Amalfi e quanta diversa umanità, sempre vista con attenzione e perfino simpatia e amore! E anche i personaggi in queste visioni, quasi in un caleidoscopio, non sono più come le figurine delle vedute ma come parti integranti dello spettacolo naturale che ci offre alla vista.
Naturalmente ci ha lasciato anche splendide vedute di Roma, della fontana del Gianicolo, di San Pietro, del Colosseo e dei Castelli, in particolare del Lago di Albano anche con qualche  ciociarella in costume.
A Roma Schedrin era ricercato e stimato nella ricca comunità russa di aristocratici e di artisti che nel 1800, e anche in gran parte del 1900, costituivano la comunità più all’avanguardia e cosmopolita.
Un altro autentico innamorato dell’Italia dunque, dell’Italia di altri tempi, Schedrin, andato via da questo mondo così giovane, chissà di quanto e di che cosa ci ha privato!
Andando a Sorrento, assieme alla visita del gioiello di Museo Correale, non si manchi di rendere visita alla tomba di Schedrin, al Cimitero Comunale, arricchita da una scultura dell’artista mentre dipinge realizzata da un amico scultore, dietro incarico dello Zar Alessandro I.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

Alessio Miglietta. Poema nero.

‘Poema nero’ è un libro di poesie, un “diario frammentato”, come lo definisce Olivia Balzar nella prefazione, il cui tema è la depressione.
Tema trattato in maniera autentica, schietta, attraverso metafore che gli permettono di vedersi nitidamente, di non nascondersi e di riflettere, rimandare a noi tutto ciò che questa comporta.
Ma attraverso il filtro dell’incanto di chi sa scegliere le parole e le immagini da mostrare.

“Nelle cavità della mia mente
Ho sentito una nebbia densa distendersi
Disorientamento ordinato
Decadi veloci diluite nell’angoscia
S’affaccia l’alba, ma il sole non mi bacia
Traccia soltanto ombre fredde e lunghe
Nella voce senza suono del mio essere
Posso solo abbracciare quell’oscurità
Nel torpore della carne, si avverte l’aguzzino invisibile
In ogni respiro affannato, si riflette il tormento
Mi aggiro come spettro in questo spazio vuoto
Da quando ho memoria, ormai statica
Desiderio irrealizzato di vita brillante e chiara
Mentre il mio mondo si colora di sera“

L’Immagine Deforme nelle sue pagine elargisce immagini che con forza e grazia ci donano l’essenza del buio, del cambiamento di prospettiva, del dolore, delle sue forme e delle sue declinazioni su corpo e mente.
Questo libro, che è un po’ un viaggio nell’antro più oscuro dell’anima, è diviso in sei parti e inizia con Dolore per finire con Resilienza… attraversando Lo Sconosciuto, Un Fantasma Nel Corpo, Insonnia e Benzodiazepine, De Profundis e Universi Inesplorati.

“Nella palude del dolore, si perde e si ritrova l’anima
Ogni forma è un’illusione, ogni sogno un morire
Attendo la nuova stagione
E il volo delle rondini
Disegni di un mattino risvegliato“

L’intera silloge ci mostra il dolore, ci porta con mano giù nelle tenebre, dove fa freddo e la speranza si affievolisce, dove il sole non brilla più e la malinconia ha densità e spessore… ma ci restituisce anche un percorso.

L’Immagine Deforme se vuoi lo compri QUI
Nel ventre vuoto sento il pugno del dolore
Nella stasi del corpo, la fame d’amore
Nel torace una crepa profonda
Tratteggio di un uomo spezzato
Ingoio rabbia e vomito spavento
Ogni sorso d’acqua racconta la storia di una lotta
Che non avrà mai fine
Il grido della disperazione resta soffocato
Condizione umana senza premesse
Di giorni senza vita e vita senza giorni
Velluto su cui adagiare
Ogni dettagli che ci lega

L’autore non ci fa impantanare nella “malinconia densa come catrame“, l’oscurità di cui ci racconta, come ogni cosa della vita va attraversata, vista, accettata, vissuta e nel suo caso magistralmente raccontata.

“Affrontando l’oscurità, accetterò il cambiamento?
In questa trasformazione mi perderò o mi ritroverò?
Forse questo infinito dolore è un’opportunità
Per scoprire chi sarò domani
Nell’evoluzione dell’uomo”

Si tratta di un’opportunità dunque, di una possibile chiave grazie alla quale l’autore ha certamente trasformato l’abisso in poesia, così che con lui possiamo condividerne la profondità, attraverso la bellezza…

Info:
Editore The Creepy Books – thecreepybooks@gmail.com