Archivi categoria: Arte e istituzioni

Legambiente: frainteso senso estetico contro eolico

”Giuliano Urbani si scaglia contro la diffusione di una delle forme di energia piu’ economiche e pulite, in nome di un frainteso senso estetico”. Legambiente, con il direttore generale Francesco Ferrante, difende l’energia eolica, ma afferma che ”la collocazione di un parco eolico e’ certamente un fatto assai delicato e necessita di attente valutazioni”.

Ferrante sottolinea come ”il governo non abbia messo mano alla presentazione delle linee guida necessarie per la corretta integrazione delle pale nel paesaggio”. E dice che il ministro ”lascia correre senza freno le devastazioni che distruggeranno il paesaggio”, e ”non ha fatto nulla per la pianificazione paesistica ne’ per evitare lo svuotamento di senso della valutazione d’impatto ambientale, favorendo cosi’ la progettazione di megacentrali elettriche e di nuove autostrade”

Fonte:ANSA

La replica di Tremonti

HALIFAX (Canada) – Vittorio Sgarbi sbaglia, la Società per la gestione del patrimonio pubblico istituita con il decreto legge salva-deficit, " non serve a vendere il Colosseo, ma a prendere soldi da beni che finora hanno rappresentato un costo" . Parola del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Che anche sulle osservazioni del Quirinale, sull’invito di Carlo Azeglio Ciampi sulla necessità di tutelare il patrimonio artistico, si mostra tranquillo: il suo intervento " ci ha fatto molto piacere" assicura da Halifax, in Canada, al termine del G7.

E comunque, prosegue Tremonti, nel corso delle ultime settimane, gli uffici del Tesoro hanno mantenuto stretti contatti con il Colle, " recependone tutte le indicazioni" . Più deciso, invece, il commento su Sgarbi: " A lui riconosciamo una grande sensibilità artistica e culturale, ma ci consenta di avere coscienza del dato legislativo, che è diverso. E’ una vicenda chiusa, che è stata molto forzata dal punto di vista emotivo" .

Insomma, la linea del ministro è " tanto rumore per nulla" , almeno per quanto riguarda il sottosegretario (che per protesta contro il decreto legge salva-deficit ha rimesso le sue deleghe). Sul presidente della Repubblica, come prevedibile, i toni cambiano: anche se comunque Tremonti non cede. Ad esempio, riferendosi a un appunto contenuto nella missiva di Ciampi, su una contraddizione tra un punto della nuova legge e uno contenuto nel provvedimento sulla vendita di beni pubblici, sostiene che questa contraddizione non c’è. E si dice pronto " a scommetterci un caffè" .

Per il resto, conclude il responsabile dell’Economia, bisogna far decollare al più presto le due nuove società: Infrastrutture Spa e Patrimonio Spa. Prima saranno operative e meglio sarà anche per i conti dello Stato, assicura Tremonti. " Possiamo e dobbiamo partire subito, anche perché altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di fare un decreto legge. Gli effetti e i risultati saranno in progressione e saranno anche indicati nel prossimo Dpef" . Ma gli italiani non si preoccupino: " Nessun investitore prenderà mai a garanzia il Colosseo, che è inalienabile. E se vale molto dal punto di vista culturale, non vale nulla da quello economico" .

Fonte:La Repubblica

La bella Italia che si mette in vendita

Una deregulation senza precedenti sta per abbattersi sul nostro Paese. Il decreto " taglia-deficit" provoca polemiche e scossoni: ieri il sottosegretario Sgarbi ha restituito le deleghe e la conversione in legge è prevista per oggi in un clima molto acceso. Il provvedimento desta gravissime preoccupazioni. Prevede infatti (articoli 7 e 8) la possibilità di cedere la totalità del patrimonio dello Stato a due società per azioni create per l’occasione, la «Patrimonio dello Stato SpA» e la «Infrastrutture SpA». Il patrimonio cedibile include tutti i parchi nazionali, tutte le nostre coste, tutti gli edifici storici di proprietà statale (compresi Palazzo Chigi o Montecitorio), tutti i monumenti, musei, archivi, biblioteche dello Stato, tutte le proprietà demaniali;per un valore complessivo calcolato, secondo una dichiarazione del ministro Tremonti, in 2000 miliardi di euro. Ora, passare il patrimonio dello stato a una SpA che si chiama «Patrimonio dello Stato» può sembrare un innocuo gioco di parole, o una partita di giro che di fatto lascia le cose come sono. Un’attenta lettura della legge desta subito ben altri allarmi.

Tanto per cominciare, la «Patrimonio dello Stato SpA» è istituita «perla valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimo-nio dello Stato».Ad essa possono essere trasferiti tutti «i beni immobili facenti parte del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato», nonché tutti i beni del Demanio. Ma tutto ciò può essere ulteriormente trasferito in proprietà, con decreto del ministro dell’Economia, all’altra società perazioni, la «Infrastrutture SpA», aperta anche al capitale privato. L’interazione fra le due SpA è pensata come un gigantesco fondo immobiliare, che potrà essere controllato mediante pacchetti azionari, ma anche venduto o dato in affitto. E i beni culturali? Sono anch’essi soggetti all’identico regime, con la sola differenza che il trasferimento della proprietà in questo caso avverrebbe «d’intesa con il Ministro per i beni e le attività culturali». Insomma, per vendere il Colosseo occorreranno (magra consolazione) due firme invece di una; ma sempre per decreto e senza alcun altro controllo.

Non dubito che nel patrimonio dello Stato vi siano beni alienabili perché senza particolare valore storico o artistico, né fonte di introito. E infatti vendite di immobili di proprietà pubblica avvengono di continuo, ne era necessario costituire le due nuove società per renderle possibili. L’operazione Tremonti si presenta come mirata a diminuire il cronico deficit del Bilancio pubblico mediante remissione di titoli garantiti dal patrimonio dello Stato e scontabili presso un sistema bancario; un’operazione, si lascia intendere, del tutto indolore.

Che lo sia davvero (e che sia corretta ed efficace) dal punto di vista contabile, non sta a me giudicare. Ma dal punto di vista del patrimonio culturale sarebbe difficile immaginare una norma più devastante.

In primo luogo, il gioco delle parti fra le due nuove SpA sembra costruito proprio per rendere possibile la vendita di ciò che, secondo la normativa attuale, è inalienabile. In secondo luogo, agli occhi dello storico l’ipotesi di alienabilità totale del patrimonio sembra coinvolgere (o stravolgere) la natura stessa dello Stato; l’esito finale potrebbe essere uno Stato senza territorio, o meglio con un territorio solo di diritto internazionale, e non di diritto interno. Ipotesi remote, si dirà: ma intanto si è aperta, anzi spalancata, una porta che prima non e’ era; è diventato possibile immaginare ciò che fino a ieri era impensabile. Un precedente storico è forse la confìsca dei beni ecclesiastici, sperimentata varie volte (anche in Italia). Ma stavolta la situazione è ben diversa : stavolta lo Stato sembra voler confiscare se stesso.

La norma della Finanziaria 2002 che offriva ai privati la gestione, in tutto o in parte, dei nostri musei, ha destato molto allarme. Nessuno prevedeva allora la minacciosa escalation del nuovo decreto-legge, che mette in forse l’esistenza stessa di un patrimonio dello Stato sul quale le Soprintendenze possano avere giurisdizione. Un’ulteriore, mortificante ferita viene inflitta al personale del Ministero dei Beni Culturali, già fin troppo sbeffeggiato per la sua conclamata incapacità di gestire Musei e monumenti " come un’impresa" , e sbeffeggiato proprio da quei ministri e governi (non certo solo questo, ma anche quelli che lo hanno preceduto) che hanno di fatto bloccato le assunzioni di nuovo personale, imposto riforme e marchingegni burocratici di rara inefficacia, costretto a incepparsi l’intera macchina amministrativa. Si pretende funzionalità " aziendale" da un’amministrazione che intanto viene paralizzata; come rimedio, si propone di passarne di fatto li gestione ai privati; infine s destabilizza il sistema d tutela mettendo in farseli proprietà dello Stato su proprio patrimonio.

" Patrimonio" non è so lo ciò che appartiene allo Stato a qualsiasi titolo, ma ha anche un significato, storico e giuridico, più specificamente culturale (in questo senso si paria di " patrimonio artistico dell’umanità" ). La tradizione italiana, fissata dalla legge 1089 del 1939 (mai richiamata nel nuovo decreto) è la più organica e avanzata del mondo e si basa da secoli su due principi ispiratori: che il patrimonio culturale è proprietà pubblica e va promosso dallo Stato mediante la ricerca e la tutela; e che esso va inteso come un insieme inscindibi-le distribuito nel territorio nazionale. Ma sul nostro patrimonio grava da tempo una strana maledizione. Da quando è venuto di moda dire che l’arte è " il petrolio d’Italia" , da quando le " belle arti" sono diventate " beni (o " giacimenti" ) culturali" , si è innescato un perverso meccanismo di immediata monetizzazione di musei, scavi, monumenti. Ci si chiede: «Quanto possono rendere gli scavi di Pompei, il Colosseo, gli Uffizi, Brera?» Questa impostazione è intrinsecamente Sbagliata, per ragioni non solo storiche e culturali, ma anche squisitamente economiche. Molto più importante per l’economia nazionale è infatti l’indotto del nostro patrimonio artistico (difficile ma non impossibile da calcolare): quanti convegni si svolgono aRoma o a Firenze per la loro fama di città d’arte? Quanti visitatori vengono in Italia attratti dal nostro patrimonio artistico? Quanto spendono non in biglietti di museo,ma in alberghi, ristoranti, scarpe, libri, vestiti? La vera unicità italiana è la conservazione del territorio, del paesaggio, delle città, degli edifici, delle opere d’arte, intesa come un’unica rete che ci avvolge, che ci identifica: essa va coltivata perché riguarda l’identità nazionale come bene prezioso da ; non perdere, ma anche perché è essa stessa un fattore di attrazione e di competitività, e dunque ha una rilevanza economici che sarebbe colpevole ignorare.

Incrinando alla base il principio della Proprietà pubblica del patrimonio cultura i, il decreto Tremonti desta un allarme giù stincate. Una svolta epocale di tale portata che rischia di espropriare i cittadini di secolari diritti, non può essere decisa per decreto. Rivolgiamo un accorato appello alle responsabilità delle forze di governo per che gli articoli 7 e 8 siano stralciati dal decreto Tremonti o radicalmente modificati e perché si studi al più presto un rilancio dell’amministrazione pubblica del patrimonio dello Stato, in primissimo luogo dei patrimonio culturale e artistico.

Autore: Salvatore Settis

Fonte:La Repubblica

Le reti museali primo passo verso i ‘distretti’

Il tema delle reti di musei è oggi particolarmente critico in Italia. Molte amministrazioni locali hanno infatti già dato vita a sistemi museali e altre sono ora impegnate nella loro costituzione: si apre dunque la possibilità di analizzare casi già sviluppati, nel nostro Paese e all’estero, e di riflettere sulle forme più opportune per la progettazione dei network culturali, sia rispetto alla forma organizzativa che rispetto a quella gestionale.

Due recenti ricerche svolte dal Crora-Università Bocconi per conto della Regione Lombardia ed altre precedenti hanno consentito di formulare queste analisi e riflessioni grazie allo studio di numerosi casi di network museali e forme innovative di governance. I casi studiati nelle diverse ricerche comprendono: il sistema museale provinciale di Ravenna, il sistema museale carnico, il circuito dei musei del centro di Milano, i musei della Provincia di Modena, il sistema dei musei senesi, il sistema dei musei di Bologna, il sistema dei musei trentini, il sistema museale Umbro, il sistema ‘Museu de la ciencia i de la tecnica de Catalunya’, l’azienda speciale Fiesole musei, il progetto Stiffe Spa e itrust della città di Sheffield.

Attraverso lo studio di casi si è cercato di comprendere quali sono ivantaggi dei network. Quelli riscontrati più frequentemente dalla ricerca empirica nel settore culturale sono l’opportunità di dar vita a progetti più qualificati, accedere a maggiori finanziamenti o ridurre l’incertezza sull’assegnazione degli stessi, scambiarsi informazioni, creare occasioni di confronto, migliorare l’immagine e il prestigio, legittimarsi nei confronti delle istituzioni e, non ultimo, ottenere una maggior efficienza sfruttando le economie di scala. I casi indagati confermano la possibilità di ottenere i vantaggi citati ed in particolare si osserva che in molte delle reti studiate si è riusciti ad innalzare lo standard di qualità delle singole istituzioni e a migliorare l’offerta di servizi e la visibilità di sistema.

Le ricerche hanno inoltre consentito di indagare quali sono le forme di reti più diffuse, le attività più frequentemente messe in comune, le ragioni che spingono alla nascita e i promotori della cooperazione. Ciò che è emerso è che per lo più oggi in Italia ci troviamo in una fase embrionale della cooperazione, stimolata dall’ente locale (la Provincia in particolare) e facilitata da leggi regionali che coordinano l’azione di Province e Comuni.

Questo spiega il prevalere di reti stimolate dagli amministratori, disomogenee, che raccolgono un numero elevato di musei di piccole e medie dimensioni, con obiettivi inizialmente di natura strutturale (restauro, allestimento e riapertura sedi) e successivamente di promozione e comunicazione. Già molto avanzata invece la rete della Catalogna, che raccoglie 14 musei della civiltà industriale e interessanti le forme di ‘governance’ utilizzate nelle città di Sheffield e Fiesole.

In generale osserviamo che, al di là di ciò che è concretamente avvenuto nel nostro territorio, un progetto di rete di potenziale successo deve partire da una chiara definizione degli obiettivi da raggiungere e delle attività da svolgere in comune oltre che dall’esame della consistenza del patrimonio culturale e delle infrastrutture e realtà produttive e di servizi presenti sullo specifico territorio. Sulla base di questi elementi sarà possibile definire il tipo di rete da costituire, stabilendone l’estensione geografica,’la numerosità delle istituzioni da coinvolgere, l’omogeneità o disomogeneità delle collezioni, i meccanismi di coordinamento e l’assetto istituzionale. Inoltre, la valorizzazione di un territorio attraverso i suoi " giacimenti culturali" messi in rete può dare i suoi frutti migliori solo se esiste un progetto di rilancio più complessivo che porti alla costituzione di un distretto culturale, ovvero alla sinergia fra differenti istituzioni (culturali, di servizio, turistiche e industriali).

Autore: Silvia Bagdadli

Fonte:Il Sole-24 Ore

Arte e privati: scommessa vincente?

Di seguito è riportato un articolo apparso sul Sole-24 ore in data 21 novembre 2001 utile alla comprensione dell’attuale legislazione sui beni culturali

Molti l’hanno liquidata come una semplice, e in fondo innocua, estensione della legge Ronchey, che da cinque anni ha permesso l’ingresso dei privati in pinacoteche e musei (per ora 120 contratti) a gestire bookshop, ristoranti e biglietterie. Altri l’hanno interpretata come la «svendita di gioielli di famiglia», un pericoloso passo indietro dello Stato a favore di imprese in cerca di profitto. La temuta mercificazione della cultura.

Probabilmente, come sempre, la verità sta a mezza strada. L’articolo 22 della legge finanziaria — già passato al Senato e, parola del ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani, avviato all’approvazione definitiva senza modifiche — consentirà a soggetti privati «l’intera gestione del servizio concernente la fruizione pubblica» e il «concorso al perseguimento delle finalità di valorizzazione».

Fruizione pubblica. E dunque biglietterie, bookshop, guardaroba, visite guidate, caffetterie, tutto quanto già ampiamente sperimentato grazie alla Ronchey. Ma anche «concorso» nelle attività di valorizzazione dei beni. La novità è questa. Ed è questa indicazione, grazie alla sua estrema vaghezza, a fare, alternativamente, sperare e discutere. Perché se è vero, come dice il ministro Urbani, che «non possiamo fare a meno» dell’aiuto dei privati per gestire uh immenso patrimonio artistico — almeno il 50% di quello mondiale —, è altrettanto vero che vanno fissati con chiarezza gli ambiti di questo intervento. Per evitare abusi e allo stesso tempo impedire " diktat soprintendenziali" che frenino legittime iniziative volte alla ricerca di maggiore efficienza.

Perché i musei sono cambiati Anche in Italia. Se qualche decennio fa a percorrere le sale ermo studiosi e appassionati veri, mischiati a qualche svogliata scolaresca, oggi il parco dei " fruitori" li è molto allargato. E giustamente si va ai Capitolini o alla mostra di Picasso il sabato con la famiglia. Diventa un modo alternativo d passare la giornata, giusto o sbagliato che sia. E dunque bene fa lo Stato a spingere l’acceleratore sull’edutainment — neologismo anglosassone che sta per intrattenimento educativo — cercando l’aiuto di chi, meglio dei soprintendenti, sa come farlo.

Questo non significa però che musei e pinacoteche debbano trasformarsi in spettacolari " diverti-mentifici" . Quindi tutto dipende dal regolamento che dovrà riempire di contenuti il discusso articolo 22. Nel forum al Sole-24 Ore il ministro Urbani ha ribadito che la tutela e la conservazione dei beni resterà fermamente nelle mani dello Stato. E che questo verrà riaffermato nei singoli, puntigliosi capitolati che saranno firmati con le imprese candidate a gestire i diversi beni. Porse sarebbe stato più opportuno indicare già all’interno della norma di legge i requisiti indispensabili cui dovranno rispondere i candidati. Il ministro tiene a precisare che la lista sarà lunga e definita " in corso d’opera" . Ma pensa di sicuro alle fondazioni bancarie, già molto attive nel campo e, particolare non indifferente, ricche di risorse finanziarie.

Infatti, è questo un altro dei nodi fondamentali della questione: fare arte e cultura è quasi sempre un’attività in perdita. Nel 2000 musei, monumenti ed aree archeologiche statali hanno fruttato introiti per 77 milioni di euro, contro i 168, milioni di euro spesi solo per retribuire i 7.492 custodi in organico. I servizi aggiuntivi, è vero, stanno cominciando a dare risultati: nel 2000 sono stati incassati 25,4 milioni di euro tra prenotazioni, visite guidate, ristoranti eccetera. Ma è sempre troppo poco per far quadrare un bilancio.Soprattutto fino a che i musei non avranno autonomia finanziaria. Un principio indispensabile, anche se Pompei, unica eccezione fino ad oggi, non consente ancora di cantare vittoria, come si può leggere nell’inchiesta qui sotto. E un risultato difficile da raggiungere se lo Stato pretende, oltre a conti in pareggio, il pagamento, peraltro anticipato al 50%, di un canone di concessione.

Chi saranno i privati interessati a imbarcarsi in questa avventura? E ancora, come pensare che possano aspirare a occuparsi di quelle centinaia di migliaia di realtà minori sparse per tutto il territorio?

Autore: Fernanda Roggero

Fonte:Il Sole-24 Ore