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Paolo VAGHEGGI: Il Codice della discordia.

Intervista a Giuliano Urbani. “Non venderemo niente che abbia valore storico e artistico”.

“Ho voluto il codice dei Beni Culturali e del Paesaggio perché la normativa faceva acqua da tutte le parti. Era un colabrodo sulle dismissioni, il paesaggio. C’era il caos più completo sulle competenze. Tutelare il patrimonio artistico e il paesaggio era impossibile. Ci voleva una legge organica, di sistema. Tra l’altro fino ad oggi il paesaggio non era mai stato considerato un bene culturale”.

Chiuso nel suo ufficio di via del Collegio Romano Giuliano Urbani, ministro per i beni e le attività culturali, ostenta tranquillità e sicurezza. Non è preoccupato per i dibattiti e le violente polemiche nate intorno a questo nuovo codice, che entrerà in vigore il 1 maggio e che sarà presentato questa mattina durante una conferenza stampa a cui parteciperanno Sabino Cassese e Salvatore Settis, ringraziato ufficialmente per i suoi “consensi-dissensi”.

Non sono altrettanto calmi nelle altre stanze dove c’è chi, come Mario Torsello, capo dell’ufficio legislativo, non nasconde il proprio nervosismo e la delusione per quella che definisce la “scarsa conoscenza” dei 184 articoli del codice di cui tutti parlano – dalle associazioni ambientaliste che lanciano allarmi in continuazione ai docenti universitari – “senza averne preso reale conoscenza”. Certo, possono esserci errori o mancanze ma “ci sono due anni di tempo per decreti integrativi e correttivi”.

Urbani ora non pensa a questo, vede nel codice uno strumento per migliorare il Bel Paese, per mettere ordine in un “demanio da Unione Sovietica”, per coinvolgere sempre più i privati nella gestione dei musei. Sostiene il ministro che con il codice “abbiamo finalmente messo ordine nel rapporto tra gestione, valorizzazione e tutela”.

Racconta: “Quando sono arrivato al ministero nessuno sapeva spiegarmi i confini. Ora abbiamo stabilito una gerarchia: la gestione, che è il livello più basso, deve essere compatibile con la valorizzazione che possono farla Stato, Regioni, Enti locali, con il pubblico godimento e con la tutela. Qualunque innovazione deve essere compatibile con la tutela che resta in mano allo Stato al sistema delle soprintendenze”.

I beni mobili conservati nei magazzini dei musei – quadri, reperti archeologici – possono essere venduti?
“No, è un’ipotesi assolutamente risibile”.

Ma gli Uffizi o il Colosseo potranno essere affidati in gestione ai privati?
“Potrebbero essere affidati, ma non lo credo prossimo, alle nuove fondazioni di gestione che però non hanno voce in capitolo nel pubblico godimento, nella valorizzazione e nella tutela che resta sempre al soprintendente. I privati che entrano nelle fondazioni vengono scelti dalle soprintendenze. Stiamo già lavorando alla nascita di due fondazioni, una per l’Egizio di Torino e l’altra per il museo delle navi di Pisa. In entrambi i casi i privati sono le fondazioni bancarie e nel caso pisano anche le ferrovie”.

Attraverso le fondazioni pensate a bilanci in attivo?
“Immettere cultura privatistica nella gestione vuol dire cercare almeno il pareggio. Non si mira al profitto se non come misura dell’efficienza. Cosa fare dei musei lo decide lo Stato e le soprintendenze, non il gestore”.

E qual’è il guadagno dei privati. Ai piccoli musei chi pensera?
“E’ il ritorno di immagine, grande. Ad ogni modo non è detto che ci siano interventi privatistici in ogni luogo. Il patrimonio artistico italiano è poco mostrato e mal gestito per mancanza di risorse. Il problema non sono le soprintendenze ma le risorse per permettere di offrire il bene pubblico ai cittadini. Ecco perché i privati”.

Eppure si parla di una perdita di potere delle soprintendenze, di tagli …
“No. Aumenteranno di numero. Nasceranno nuove soprintendenze a Lucca e a Lecce”.

Gli immobili invece potranno essere venduti. Ma quali?
“Potranno essere venduti tutti i beni che i soprintendenti giudicheranno non bisognosi della proprietà pubblica, che possono passare ai privati ma con la limitazione della destinazione d’uso. Il Palazzo delle Poste di Milano, ad esempio, deve essere per forza di proprietà pubblica? Ripeto: l’acquirente dovrà presentare anche il progetto d’uso e la soprintendenza dirà se è compatibile con la conservazione”.

Tutto questo in 120 giorni, con il silenzio assenso che incombe …
“Il silenzio assenso vale esclusivamente per la pronuncia, cioè se il bene può essere messo in vendita. La dichiarazione sulla destinazione d’uso si farà progetto per progetto, senza limiti di tempo”.

Quella delle dismissioni, si dice, è un tagliando che ha dovuto concedere al ministro del tesoro Tremonti.
“Questa è una cattiveria. Sono convinto che prima ci liberiamo di tutto ciò che non ha valore artistico e architettonico meglio è. Avremo più risorse per il resto. Noi abbiamo un patrimonio demaniale da Unione Sovietica. Spesso sono i comuni che hanno una grande voglia di demolizioni. Noi siamo quelli che si oppongono”.

Tuttavia anche nei piani paesistici il potere di intervento dei soprintendenti è scemato.
“I soprintendenti non perdono potere. Oggi i vincoli arrivano a cose fatte e molto spesso sono annullati dai tribunali regionali. In Sardegna hanno annullato il cento per cento dei nostri interventi. Domani i soprintendenti diranno la loro a monte. E’ un parere consultivo ma costitutivo. E non è stata abrogata la legge Galasso. Se le Regioni non adottano la pianificazione paesaggistica la legge resta in vigore. Ma credo che tutte le regioni definiranno piani paesistici. Il Veneto e l’Emilia Romagna hanno già firmato un accordo con il nostro ministero”.

A proposito di Fondazioni. Cosa accade alla Biennale di Venezia?
“Va tutto avanti. Nel consiglio c’è un signore che svalvola un po’. Tutto qui. Per le arti visive sono in attesa della risposta di un luminare”.

Autore: Paolo Vagheggi

Fonte:La Repubblica

Salvatore SETTIS: Il manager non salva l’arte.

La funzionalità delle Soprintendenze non è un discorso di bassa cucina. L’art. 9 della nostra insidiatissima Costituzione, prescrivendo che la Repubblica “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”, rinvia alle norme e strutture di tutela in vigore quando la Costituzione fu approvata: rispettivamente, le leggi Bottai del 1939 e l’organizzazione delle soprintendenze territoriali. Lo conferma la più ampia e recente trattazione in proposito del bel libro di Francesco Saverio Marini Lo statuto costituzionale dei beni culturali (Giuffrè, 2002), dove si dimostra che l’art. 9 sancisce una visione dinamica della tutela come pubblico intervento sul patrimonio (anche nel senso della fruizione e della valorizzazione); funzioni da esercitarsi prima di tutto dalle Soprintendenze.

In altri termini, la Costituzione può dire quel che dice perché parte dal presupposto che esistano e funzionino le strutture di tutela che ne consentono la piena attuazione; chi fa decadere o degradare quelle strutture, offende e viola la Costituzione. Questa di Urbani sarà la seconda riforma (dopo quella Melandri) a cui l’amministrazione della tutela viene assoggettata in pochi anni: insomma, si insiste sulle modifiche strutturali anziché assicurare un più sano turn over. A ogni riforma, la struttura del Ministero si complica e si burocratizza, in chiave sempre più verticistica e gerarchica.

Fino a pochi anni fa, l’organigramma era semplicissimo: dal ministro dipendevano quattro direzioni generali, e da queste la rete delle soprintendenze territoriali. Punto e basta. La riforma Melandri introdusse un doppio filtro, istituendo un Segretario Generale a capo dei direttori generali (portati a otto), e 17 soprintendenti regionali; inoltre, creò quattro Soprintendenze ai poli museali, pessima invenzione che staccava i musei dal territorio a Roma, Venezia, Firenze, Napoli.

La riforma Urbani abolisce la figura del Segretario Generale, ma per sostituirla con quattro “Dipartimenti”, da cui dipendono non solo le direzioni generali (portate a dieci), ma anche le direzioni regionali (già soprintendenze regionali), gerarchicamente sovraordinate alle rispettive soprintendenze territoriali. Come ha osservato il Consiglio di Stato, tale struttura “a piramide” ostacola le procedure, in particolare quelle soggette a scadenze perentorie (come il silenzio-assenso o i diritti di prelazione dei comuni nell’acquisto di immobili posti in vendita dallo Stato).

Non è difficile capire che la tutela è tanto più efficace quanto più legata al territorio (uno scavo a Verona si segue meglio da Verona che da Venezia o da Roma). Invece, mentre il numero delle soprintendenze territoriali va diminuendo, nelle ultime due riforme le figure “di vertice” sono cresciute da 4 a 9 (riforma Melandri) a 15 (riforma Urbani), senza contare i 17 soprintendenti (ora dirigenti) regionali. Il prezzo è alto: data la diminuzione dei quadri dirigenziali di seconda fascia, varie soprintendenze territoriali resteranno scoperte o verranno accorpate, attribuendole a soprintendenti con profilo scientifico non pertinente.

Per di più scompare, nell’attuale bozza di regolamento, ogni menzione della qualifica tecnico-scientifica inerente ai ruoli, il che apre la strada a manager amministrativi e politici, che senza nulla sapere di storia dell’arte o di archeologia dovranno prendere decisioni vitali per il nostro patrimonio. In altri termini, si allenta la “presa” sul territorio e il valore della ricerca a vantaggio di una visione verticistica e burocratica, allontanando i soprintendenti territoriali dal momento decisionale.

Questa defunzionalizzazione dell’amministrazione potrebbe essere l’anticamera di un possibile scenario finale di smantellamento de facto e spartizione, con “conferimento” a fondazioni di diritto privato dei bocconi più ambiti, e devoluzione del resto alle regioni. Magari, come ha dichiarato il sottosegretario Bono, riducendo le Soprintendenze da istituti di ricerca a “sportelli di riferimento dei cittadini per licenze e modernizzazioni” (Gazzetta di Parma, 26 marzo).

A una prospettiva tanto nefasta è ancora possibile fare argine auspicando un modello alternativo, che possa essere sperimentato pur mantenendo la struttura di base della riforma Urbani. In primo luogo, si può ridurre la distanza gerarchica fra le troppe istanze che si frappongono tra tutela del territorio e decisioni di vertice disponendo che il Direttore Regionale sia un primus inter pares , a rotazione, tra i Soprintendenti di settore di quella Regione; e che, analogamente, il Direttore del Dipartimento beni culturali e paesaggistici sia un primus inter pares, a rotazione, tra i Direttori Generali di quel Dipartimento. Questa gestione collegiale dovrebbe fondarsi sul principio della responsabilità, della competenza e del contatto con il territorio, e comportare specifici profili tecnico-scientifici e non astrattamente manageriali. Non è differenza da poco: solo un funzionario che s’intenda di storia dell’arte o di archeologia potrà opporsi con cognizione di causa alle alienazioni facili, mentre non lo farà un manager senza competenza specifica, e tanto più se di nomina politica.

Ma il rilancio della pubblica amministrazione del settore richiede un progetto coerente e organico, che sappia ridare fiato ai funzionari, da troppo tempo frustrati e umiliati. La direzione è chiara: concepire le Soprintendenze come enti di ricerca e di tutela, dando loro responsabilità e fiducia anziché sottoporle a meccanismi di approvazione lenti, tortuosi e inefficaci; rimotivare i funzionari di ogni grado mediante appositi corsi di formazione, indirizzati sia a storia dell’arte, museografia, ecc., sia a tecniche di management; rendere il sistema “permeabile”, rispetto all’esterno, incoraggiando i contratti di docenza del personale di musei e soprintendenze nelle università, ma anche favorendo l’affidamento a docenti universitari (anche stranieri) di incarichi temporanei in Sovrintendenze e musei; infine, procedere immediatamente a nuove assunzioni di personale di garantita qualità.

Bisognerebbe insomma, e ne sono tutti i presupposti, puntare gradualmente verso un modello di Soprintendenza territoriale dotata di personalità giuridica ed autonomia scientifica, amministrativa, finanziaria e contabile, dando poi autonomia e responsabilità di gestione, all’interno delle varie soprintendenze, ai musei che possano contare su significativi introiti propri. Solo così si potrebbe stimolare efficacemente l’iniziativa dei singoli direttori di museo e soprintendenti.

Una sperimentazione come questa avrebbe il suo naturale punto di partenza nelle attuali Soprintendenze “autonome”, quelle ai Poli Museali e le archeologiche di Pompei e di Roma. Le soprintendenze ai Poli museali andrebbero mutate, restituendo i musei al loro territorio, in soprintendenze urbane delle rispettive città; di quelle archeologiche andrebbe confermata l’autonomia, riaffermando il principio irrinunciabile che a reggerle dev’essere, appunto, un archeologo. Queste sei soprintendenze dovrebbero avere un modello unico di gestione (il modello bicefalo di Pompei, dove il soprintendente divide il potere con un manager amministrativo, non può funzionare). Dopo aver sperimentato questa forma di autonomia nelle sei Soprintendenze citate, essa dovrebbe essere messa a punto ed estesa gradualmente a tutte le soprintendenze territoriali. Si riconoscerebbe così apertamente l’ovvio principio che la programmazione conoscitiva della tutela non può essere efficace se disgiunta dall’azione amministrativa e dalla gestione dei fondi.

Il modello può essere la crescente autonomia sperimentata con successo nelle università. Anche le università, come le soprintendenze, sono governate da rettori che possono essere archeologi, medici, fisici senza alcuna formazione manageriale, eppure amministrano, col supporto delle strutture amministrative ma controllando le decisioni strategiche (per esempio sulla ricerca), complesse strutture e bilanci spesso assai più cospicui di quelli delle soprintendenze. Naturalmente, si dovrebbero attivare meccanismi di controllo della gestione e di valutazione della produttività e dei risultati, che consentano di verificare e premiare l’efficacia e l’efficienza delle azioni amministrative e di tutela, nonché di valutare individualmente i singoli responsabili, senza dimenticare che, pur promuovendo l’affluenza di pubblico, i musei e le strutture di tutela sono in tutto il mondo servizi e non enti for profit.

E’ lecito nutrire ancora qualche speranza che sia questa la strada, e non la moltiplicazione di direzioni generali e di prebende?

Autore: Salvatore Settis

Fonte:La Repubblica

Premio Cultura di gestione.

Federculture insieme al Dipartimento della Funzione Pubblica, al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, alla Conferenza dei Presidenti delle Regioni, all’ANCI, all’ UPI, a Legambiente ha bandito la terza edizione del Premio Cultura di gestione, destinato alle amministrazioni pubbliche centrali e periferiche, agli enti locali, alle regioni, alle fondazioni, alle associazioni e organizzazioni non profit, alle scuole, alle università e a tutti quei soggetti, pubblici e privati, che gestiscono beni e attività culturali.

L’iniziativa è volta a identificare, premiare e diffondere esperienze di innovazione sulla valorizzazione e la gestione del patrimonio e delle attività legati alla cultura, al turismo e all’ambiente con particolare riferimento alle formule gestionali miste pubblico-privato e all’ adozione di modelli di integrazione cultura, ambiente, sport, turismo.

Per partecipare all’edizione di quest’anno è necessario visionare il bando di concorso (scaricabile dal sito web www.federculture.it), compilare il formulario e inviarlo all’indirizzo e mail: premio@federculture.it o al numero di fax 0632120269, specificando nell’intestazione “Premio Cultura di Gestione”. Le domande dovranno pervenire entro e non oltre il 16 luglio 2004.

Fonte:Exibart on line

ROMA: Archeologi di tutto il mondo lanciano allarme per la “svendita” dei beni culturali d’Italia.

Allarme degli archeologi stranieri per il rischio-svendita dei tesori dell’arte italiana da parte dello Stato. La prestigiosa “Associazione internazionale di archeologia classica”, che riunisce studiosi europei e americani, esprime “vivissima preoccupazione per i gravi rischi che corre il patrimonio culturale italiano” per “l’approvazione dell’art. 27 del decreto che accompagna la Finanziaria” e stabilisce che “qualora si decida di alienare un bene pubblico, le soprintendenze hanno 120 giorni per valutarlo”. In caso di mancata risposta “per il principio del silenzio-assenso’ il bene potrà essere alienato e “verrà considerato di nessun interesse culturale, cosicché le soprintendenze non potranno apporre vincoli o altre forme di tutela”. E la situazione “ora è stata straordinariamente aggravata dal fatto che il silenzio-assenso, anziché essere mitigato, è stato recepito in pieno anche dal nuovo Codice dei Beni Culturali”.

L’Associazione internazionale, ribadendo “l’alta professionalità e il continuo impegno delle soprintendenze”, segnala anche “le attuali condizioni di personale e di finanziamenti degli uffici che devono esprimere il parere”, dunque “è certo che una rilevante quota di beni non potranno essere valutati” in tempo con conseguenze “drammatiche e irreparabili”. Molta preoccupazione anche “per il sostanziale indebolimento della tutela del paesaggio” dato che “il parere delle soprintendenze su progetti di enti locali non è più vincolante”.

Fonte:AV Avvenire

Biennale Croff bocciato al senato

Nel giorno in cui l’ex presidente della Biennale Franco Bernabé, in una lettera, assicura il personale della fondazione che «la nomina di Davide Croff avviene nella linea della continuità, garantendo a tutti che possono proseguire la propria attività nelle medesime condizioni in cui si è svolta sinora», la commissione cultura del senato alza la voce e boccia clamorosamente la nuova presidenza.

Il parere sulla proposta del governo è solo consultivo ma la stroncatura del nome di Croff rimane un fatto. Un fatto che brucia a destra e a sinistra e denuncia una spaccatura nella maggioranza governativa. Dal ministero si affrettano a puntualizzare che quello dato dal voto è niente più che un parere, assolutamente «non vincolante».

Anzi, insistono, se anche la camera dovesse pronunciarsi contraria, Urbani procederà dritto per la sua strada. A difesa di Croff scendono in campo sia il presidente della regione Veneto Galan che il sindaco di Venezia Costa: il voto espresso non ha nulla a che vedere con la persona ma sarebbe il frutto di uno scontro in seno alla maggioranza, ormai dedita alla rissa furibonda qualunque sia il tema all’ordine del giorno. Ma la Biennale, aggiungono, non può perdere altro tempo e va messa nelle condizioni di poter lavorare in vista delle prossime scadenze (cinema e architettura). Per Giulietti dell’associazione Articolo 21, la fondazione rischia il fallimento.

«La Biennale così è stritolata e persone di indubbio valore come Bernabé e Croff finiscono in un indecente tritacarne. Soprattutto, si travolgono le speranze e gli interessi di tanti autori e produttori». L’esito finale del voto è stato il frutto di una spaccatura della maggioranza. Il risultato della consultazione è stato il seguente: 6 i voti favorevoli, 5 i contrari, 4 astenuti e un voto non espresso.

I componenti Ds della Commissione, Maria Chiara Acciarini e Fulvio Tessitore, hanno commentano così: «Abbiamo votato contro la proposta dell’esecutivo in aperto dissenso con le anomale procedure utilizzate, con la normativa di `riordino’ di una delle più importanti istituzioni culturali del nostro paese. Del resto i titoli del candidato presidente rispecchiavano in pieno l’idea aziendalistica e mercantile che ispira l’azione `riformatrice’ della destra, visto che si trattava di un soggetto con titoli validi ma senza riferimento agli enti culturali».Durante le dichiarazioni di voto Gian Pietro Favaro di Forza Italia si è espresso a favore della nomina. Nettamente contrario è stato invece il vicepresidente della Commissione Francesco Bevilacqua (An). «Ho registrato – ha spiegato – quanto è negli atti e nei fascicoli che accompagnano la nomina. Sapevo di una sua esperienza nel campo economico-finanziario e mi sembra curioso, strano, che una persona con queste peculiarità vada a dirigere la Biennale. Non ho fatto nient’altro che esprimere queste perplessità anche se la Biennale è stata trasformata in fondazione. Inoltre credo che sia buon costume che il ministero segua le nomine spiegando in commissione quali sono le ragioni che hanno motivato questa indicazione».La bocciatura di Croff è stata commentata anche dalla Margherita. «Evidentemente – hanno sostenuto Albertina Soliani e Giampaolo D’Andrea – la verifica nella maggioranza non procede affatto bene». La proposta era stata avanzata dal ministro per i beni e le attività culturali Giuliano Urbani. «La Biennale di Venezia è da sempre un evento importantissimo per la tradizione culturale e artistica italiana e per questo la sua presidenza è ambita e prestigiosa». E quel no al presidente Davide Croff è un evidente indice della débâcle del governo. «O una sobria modalità di qualcuno – aggiungono – per tirare la giacca al premier ed ottenere qualcosa in più dalla verifica in corso…».

Fonte:Il Manifesto