Archivi categoria: Arte e istituzioni

Il paesaggio è minacciato. No a depenalizzazione

Personaggi famosi sottoscrivono l’invito di Fai, Italia Nostra, Wwf e Touring Club Italiano a tutto il mondo politico

ROMA – «Quell’emendamento rappresenta una gravissima minaccia all’integrità del paesaggio italiano, patrimonio comune dei cittadini e dell’umanità, nonché elemento costitutivo dell’identità nazionale». La prospettiva è «la totale e indiscriminata depenalizzazione dei reati commessi ai danni del paesaggio, consentendo costruzioni senza limiti di volumetria e in assenza di qualsiasi autorizzazione».

Quattro associazioni italiane impegnate nella difesa dei beni culturali e del paesaggio (Fai, Italia Nostra, Wwf e Touring Club Italiano) hanno reso pubblico oggi un appello destinato ai presidenti di Senato e Camera, Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini, al capo del governo Silvio Berlusconi, al presidente della Corte Costituzionale Riccardo Chieppa, a tutti i ministri, senatori e deputati.

E sotto più di cento prestigiose firme: musicisti come Claudio Abbado e Riccardo Muti, editori come Rosellina Archinto e Inge Feltrinelli, grandi firme della moda (Giorgio Armani, Mariuccia Mandelli, Miuccia Prada), imprenditori come Carlo Caracciolo, Aldo Brachetti Peretti, Leopoldo Pirelli, Cesare Romiti, giornalisti (Ferruccio de Bortoli, Giulio Giustiniani), architetti (Gae Aulenti, Vittorio e Marina Gregotti), il regista Ermanno Olmi, nomi storici dell’ambientalismo (Giulia Maria Mozzoni Crespi, Desideria Pasolini dall’Onda, Salvatore Settis), manager della cultura come Paolo Baratta, un collezionista del rango di Giuseppe Panza di Biumo, la scrittrice Dacia Maraini, il cantautore Adriano Celentano. Ed è solo una piccola parte delle adesioni. SERIE MINACCE ALL’AMBIENTE – Sotto accusa è l’emendamento all’articolo 32 della legge delega al governo per il riordino della materia ambientale già approvato dalla Camera e ora sotto esame della commissione Ambiente del Senato (prossima riunione il 21 gennaio) e che contiene una correzione dell’articolo 163 del testo unico dei Beni culturali del 1999, tuttora in vigore. Se una costruzione realizzata su aree protette e non autorizzata verrà dichiarata «compatibile» con i piani paesaggistici, non comporterà più alcun reato penale: anche nel caso di un aumento di volumi rispetto a quelli autorizzati. Chiunque, temono gli ambientalisti, potrebbe costruire su aree protette senza autorizzazione contando sull’indulgenza dei Comuni che detengono molti poteri di controllo paesaggistico-ambientale con la delega concessa dalle Regioni. Lo Stato non ha alcun potere di intervento diretto se non quando il danno è già stato procurato, con l’annullamento del nulla osta paesaggistico-ambientale: tempi lunghi, strumenti complessi. Sotto accusa è soprattutto la depenalizzazione, cioè la cancellazione degli effetti della legge 47 del 20 febbraio 1985 sull’attività urbanistica illecita: arresto fino a due anni, condanna a ripristinare lo stato delle cose e dei luoghi così come si presentavano prima dell’abuso. Gli ambientalisti temono che la fine degli effetti penali spingano gli speculatori a realizzare un mare di abusi. Perciò citano nell’appello il discorso pronunciato da Ciampi al Quirinale l’11 dicembre scorso in difesa dell’ambiente e a favore del paesaggio come parte «della nostra identità nazionale». Il 21 si torna dunque al Senato. La legge, così sperava il ministero dell’Ambiente, doveva essere approvata entro il 31 dicembre scorso per ottenere norme favorevoli di copertura legate alla Finanziaria 2003. Ma i tempi sono tecnicamente decaduti. E l’opposizione non solo dell’Ulivo ma nella stessa maggioranza è stata, e resta, enorme: il vicepresidente del Senato Domenico Fisichella, il ministro Giuliano Urbani, il presidente della commissione Ambiente del Senato Emiddio Novi di Forza Italia sono apertamente ostili. Si dice che lo stesso ministro dell’Ambiente Altero Matteoli si sarebbe reso conto della situazione e sarebbe ormai favorevole a una revisione della norma nonostante alcuni «suggerimenti» di diverso segno (la depenalizzazione è stata votata alla Camera da alcuni deputati di Forza Italia tra cui Maurizio Lupi, Valter Zanetta e Francesco Brusco). È quindi probabile che dallo stesso centro-destra provengano molte spinte per una nuova e meno «pericolosa» (e impopolare) versione della legge delega.

Autore: Paolo Conti

Fonte:Corriere della Sera

Tesori d’Italia al migliore offerente

Il «silenzio-assenso» è diventato Codice: l’articolo di legge che prevede che un bene di valore storico, artistico, culturale, possa essere venduto se in un certo termine di giorni (centoventi complessivi, dall’istruzione della pratica) la Sovrintendenza non appone su esso un vincolo motivato, quella norma che Tremonti aveva infilato all’articolo 27 del decretone allegato alla Finanziaria, e che era stata giudicata l’ennesimo, raccapricciante, «colpo di genio» di un ministro che pensa solo a fare cassa, ora è il principio che informa la tutela del nostro patrimonio artistico. Il Consiglio dei Ministri, venerdì, ha aggiunto il «silenzio-assenso» al corpus del nuovo Codice dei Beni Culturali e Paesaggistici.

La notizia è stata data ieri sera al Tg3 da Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, autore prima di un allarmato pamphlet, , diventato successivamente consigliere del ministro Urbani.

Il codice-Ufo
Perché affidarsi a una fonte, dunque, non ufficiale benché assolutamente autorevole? Perché, come scrivevamo ieri, il nuovo Codice è ancora per larghi aspetti un Ufo: il testo definitivo sarà reso pubblico solo dopo la firma del Presidente della Repubblica. Ma l’iter anomalo (in diciotto mesi la bozza non è stata mai sottoposta al Consiglio dei beni culturali, né a sindacati e associazioni di tutela, mentre un testo «definitivo» arrivò in dicembre alle Camere senza essere stato ancora discusso dalla Conferenza Stato-Regioni), e le infinite bozze diverse che intanto hanno circolato in modo ufficioso, rendevano plausibile che anche all’ultimo – lì in Consiglio dei ministri – si verificasse un colpo di scena. Dunque, ha vinto Tremonti. Dal ministero dell’Economia potrà arrivare la richiesta di vendere questo o quello, elenchi interi di pezzi del nostro patrimonio collettivo, e le già stremate Sovrintendenze dovranno «farcela» a produrre un parere articolato entro i centoventi giorni dall’inizio della pratica. Se non ce la faranno, il bene sarà in vendita.

Questo, in concreto. Mentre in principio è legge, anzi è scritto nei Dieci Comandamenti, che il tesoro del Bel Paese è un tesoro da Paperoni, è oro, sono soldi. Ma c’è stato un vero duello tra Tremonti e Urbani? Il Codice nasce dalla delega a legiferare che il Parlamento diede al governo a luglio 2002. Delega, in principio, assai più ristretta: si chiedeva di armonizzare il Testo unico per i Beni Culturali con la riforma federalista del Titolo V della Costituzione. Col passare dei mesi, la delega s’è ingrassata e ha preso piede la voglia di riscrivere da capo le norme in campo di tutela e valorizzazione dei beni culturali, storici, artistici e paesaggistici: insomma, la legge delega è diventata un «Codice». Il ministro dei Beni Culturali formalmente in carica, Giuliano Urbani, ne ha parlato più volte, intanto, come della sua «arma segreta» contro i disastri che intanto nel suo giardino, con Patrimonio s.p.a., con i condoni, con l’articolo 27 del decretone, andava combinando l’«altro» ministro, quello vero, Tremonti.

Il Codice è arrivato in dicembre alle Camere per un voto che, trattandosi di una legge-delega, era solo consultivo. In commissione, a Palazzo Madama, non solo la minoranza, ma anche la maggioranza, esprime forti critiche su quell’articolo 27 che Tremonti ha varato nel frattempo. Alla Camera la relazione di minoranza chiede l’abrogazione secca della norma Tremonti. Il relatore di maggioranza, Orsini (Forza Ialia) sceglie questa formulazione: «Per quanto riguarda la questione della verifica dell’interesse culturale dei beni soggetti a tutela, intende sottolineare … che il testo del codice in esame appare sicuramente preferibile rispetto a quello dell’articolo 27 del decreto legge n. 269 del 2003». Così com’è, il Codice insomma, a parere della stessa maggioranza, è meno disastroso della norma Tremonti.

Disarmante, questo ministroIl seguito, però, c’era da aspettarselo. Il 13 gennaio lì in Commissione infatti parla il ministro Urbani che, disarmante, ricorda che «le norme sul silenzio-assenso sono state introdotte per ragioni di carattere prevalentemente finanziario», che quindi, visto che Tremonti gli ha scippato i beni che sono la ragione sociale del suo ministero, «è in corso un confronto con il ministero dell’Economia» per vedere se l’abrogazione sia fattibile. Ma, aggiunge: «La stessa norma sul silenzio-assenso può svolgere, paradossalmente, un ruolo di rafforzamento dei livelli di tutela, costituendo uno stimolo per l’implementazione delle procedure di catalogazione e censimento dei beni culturali pubblici che costituisce una precondizione essenziale per garantirne la tutela». L’eloquio è petrolinesco, la sostanza è chiara: il ministro per i Beni culturali è pronto a farsi scrivere anche un pezzo cardine del «suo» Codice dal collega dell’Economia.

Fonte:L’Unità – Orizzonti

Quel soprintendente con 1870 pratiche al giorno da sbrigare

La verifica forzata in soli 120 giorni del valore culturale del patrimonio immobile e mobile vincolato dallo stato cancella il regolamento n.283 del 2000 con cui si ribadiva l’inalienabilità dei beni culturali e ambientali pubblici con le eccezioni consentite dalle soprintendenze sulla base di elenchi che si stavano ancora compilando (avevano per legge due anni di tempo per questo lavoro). Ora tutti i beni sono vendibili salvo quelli che abbiano in poche settimane un «motivato parere» contrario delle soprintendenze, onere che andrebbe a gravare su organici già scarsi che non potranno mai smaltire questo lavoro. Le associazioni allora ricordano l’enorme patrimonio che le soprintendenze sono chiamate a salvaguardare: 574 tra musei, monumenti, gallerie e scavi dello stato, 216 aree archeologiche; circa 3000 gli altri musei (ecclesiastici, universitari, privati, ecc); 100mila chiese e cappelle con arredi artistici, 40000 torri, rocche e castelli, 20mila centri storici, 1500 monasteri, le biblioteche, gli archivi, parchi e giardini anche non statali sui quali le soprintendenze devono esercitare vigilanza e controllo.

Ecco alcuni casi emblematici per far capire la mole di lavoro che grava sui soprintendenti ai beni architettonici e ambientali (che devono anche fare sopralluoghi e svolgono attività di ricerca, di scavo, di studio e realizzazione di restauri) e quindi come la scadenza dei 120 giorni – altrimenti scatta il silenzio assenso – sia in realtà un modo per far passare di tutto. In Sardegna, 7 architetti alla soprintendenza hanno un carico di 7600 pratiche all’anno; in Liguria 9 architetti hanno 16.800 pratiche, circa 1870 a testa all’anno. I concorsi di settore si sono rarefatti (per non dire scomparsi), i precari sono 2300. Un tecnico di livello elevato con 25 anni di carriera non raggiunge i 1500 euro al mese.

Fonte:Il Manifesto

Enzo CIRILLO: Arriva il nuovo Codice ma la tutela è messa a rischio dalla più facile alienabilità.

Il ministro dei Beni Culturali, Giuliano Urbani, ha deciso di aprire ai privati e affidare a questi ultimi ampi spazi nella gestione e nella valorizzazione dell’immenso patrimonio artistico e archeologico nazionale. La decisione che, in tempi brevi, porterà al superamento della legge Ronchey, è uno dei capisaldi del nuovo Codice dei beni culturali, 184 articoli, che il governo si appresta a varare definitivamente entro gennaio 2004.

Il Codice è chiamato a disciplinare la tutela dell’intero patrimonio, ma in realtà già due leggi (una varata, l’altra in via di approvazione) rischiano di vanificare o quanto meno compromettere questa tutela. La prima è il decretone collegato alla Finanziaria che affida al silenzio-assenso delle soprintendenze la dichiarazione di alienabilità del patrimonio culturale. La seconda, una legge delega presentata dal ministro dell’Ambiente Matteoli, depenalizza i reati di chi ha deturpato le aree paesaggistiche protette.

In questo quadro di grande indeterminatezza, arriva la norma che chiama esplicitamente i privati non solo nella gestione, già consentita, dei servizi collaterali ai beni culturali (come accade nei musei con la prenotazione e la prevendita, le visite guidate, la caffetteria o il bookshop), ma direttamente nella gestione dei beni stessi, a cominciare dai musei. Nel futuro prossimo i privati potranno intervenire grazie agli " affidamenti" o alle " concessioni" dei beni culturali.

L’affidamento può essere dato a fondazioni, associazioni, consorzi, società di capitali e altri soggetti, purché abbiano una prevalente partecipazione dell’amministrazione pubblica cui appartiene il bene. Garanzia che invece non è prevista per la " concessione" , che può essere data " a terzi, mediante valutazione comparativa sulla base dei progetti presentati" .

Il questo modo il Codice va ben oltre la legge di riferimento del 2002 che apriva i musei alle sole fondazioni. E ben oltre la legge Ronchey e la stessa Finanziaria 2002 che limitavano la presenza dei privati a taluni servizi. Potenziata anche la possibilità di sponsorizzazione, anche se in forme " compatibili con il carattere artistico e storico, l’aspetto e il decoro del bene da valorizzare" .

Privati nella gestione, ma anche privati chiamati ad acquistare quella parte del patrimonio che non verrà più dichiarata esplicitamente di interesse culturale. Qui il ministro ha cercato inutilmente di opporsi a Tremonti e alla fine ha ceduto. L’unico paletto, inserito nel nuovo Codice, è una più ampia indicazione dei beni che non potranno in nessun caso essere venduti: oltre agli " immobili e aree archeologiche" e ai " monumenti nazionali" , entrano nell’elenco anche " musei, pinacoteche e biblioteche, archivi, opere di autori viventi e opere eseguite meno di 50 anni fa, facenti parte del demanio culturale" .

E ancora, anche se la formulazione resta vaga: " tutte le cose immobili a chiunque appartenenti che rivestono un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura dell’arte e della cultura in genere" . Non è escluso che nelle prossime settimane il ministero dei Beni culturali possa emanare un decreto per rafforzare i poteri di interdizione delle soprintendenze nella procedura del silenzio-assenso.

Autore: Enzo Cirillo

Fonte:LaRepubblica.it

BENI ARTISTICI NEW ECONOMY TUTTA ITALIANA.

La valorizzazione dei monumenti è l’unica vera chance del Belpaese: purché agiamo prima che il loro destino venga deciso dall’emergente economia asiatica.

Chi deciderà il destino dei nostri beni culturali, che sono – com’è noto – ben la metà del patrimonio artistico mondiale? “La Cina”, parola di Massimo Ponzellini, finanziere e amministratore delegato di Patrimonio dello Stato Spa.

Il paradosso (ma non troppo) deve far riflettere visto che viene da un pulpito autorevole, ovvero dall’uomo al quale il governo ha affidato la tanto discussa " vendita" o " privatizzazione" degli italici tesori. Secondo Ponzellini, infatti, il declino postindustriale dell’Italia a favore dell’Asia è tale e così irreversibile che “bisognerà per forza e presto inventare qualcos’altro, una forma nuova di economia, che sia la vera new economy del futuro”. E questa new enonomy italiana sarà, appunto, la gestione della cultura. Sono in molti a pensarla come Ponzellini, e lo hanno esplicitamente detto al convegno organizzato a Cagliari dalla Borsa della Cultura e del Turismo Sostenibile con la collaborazione di Adarte, Itinerarte e Sevenpromotion.

Che la valorizzazione di monumenti e musei sia l’unica vera chance del Belpaese non è però solo un pallino del ministro Urbani e dei liberisti di varia matrice. Ma è anche l’opinione del popolo italiano, stando a un’indagine presentata da Doxa e dall’associazione Mecenate 90, che " fotografa" una svolta epocale nel rapporto fra cittadino e patrimonio artistico. Dati che fanno sensazione, e che sono la vera notizia scaturita dall’assise: quella di una domanda di cultura crescente, diffusa e senza precedenti.

Innanzitutto, il 71% dei connazionali si dice “completamente d’accordo” sul fatto che “i monumenti sono un patrimonio prezioso, e la loro conservazione favorisce la crescita del Paese”: un dato clamoroso che fa svaporare il cliché della volgarità degli interessi di massa, degli italiani tutti pallone e veline. Estesa appare anche la coscienza del patrimonio culturale come valore cui affidare la propria identità collettiva: alla domanda “Secondo lei, nel suo comune ci sono monumenti artistici importanti?” ben il 58% risponde di sì. Non solo, ma piccoli mecenati crescono. Il 56% del campione “si sente coinvolto in prima persona nella conservazione del patrimonio artistico” e tanti sono quelli che metterebbero addirittura mano alle tasche: alla perentoria interrogazione “Lei personalmente sarebbe favorevole a sostenere una donazione in denaro per il restauro del patrimonio artistico italiano?” il 49% si dichiara favorevole. Non male, in un momento conclamato di incertezza sociale, di inflazione che riprende a correre, di buste paga alleggerite. Ciliegina sulla torta, la conferma del fenomeno mostre, non più riducibile a moda estiva: nell’ultimo decennio il pubblico di musei ed esposizioni (ma anche di cinema e teatri) è cresciuto del 20%. Fin qui la teoria.

Nella pratica restano le incertezze e le polemiche (che il convegno non ha sopito, anzi) intorno al Codice Urbani, che dovrebbe trasformare i sogni in realtà aprendo all’iniziativa privata. Secondo il sottosegretario ai Beni culturali Nicola Bono non c’è il rischio di uno scippo di beni pubblici: “Musei, pinacoteche, siti archeologici restano incedibili per definizione. Ma se la proprietà del bene permane in mano pubblica, la gestione potrà benissimo essere concessa ai privati. Nulla impedisce invece di vendere le ex caserme, le ex carceri, gli ex conventi, se non sottoposti a vincoli. Chi deciderà sulla cedibilità di questi beni? Le Soprintendenze”.

Le Soprintendenze, però, non la vedono così facile e, in gran parte dei casi, rispediscono l’invito al mittente: per Carla Di Francesco, soprintendente della Lombardia (fieramente oppostasi alla vendita dello storico carcere milanese di San Vittore) “alle Soprintendenze mancano le risorse umane e tecniche necessarie per fare verifiche serie nei 120 giorni concessi dalla legge”. Ma il governo vuole far cassa, ed entro gennaio 2004 il Codice Urbani sarà operativo, promette Bono.

Vedremo.

Detassazione, il trucco che all’estero funziona.

Mecenatismo, sponsorizzazioni, interventi privati.

Ampio è il vocabolario del libro dei sogni. Ma la realtà, almeno in Italia, è molto più prosaica: la realtà di una normativa fiscale complessa e punitiva per chiunque miri a una gestione privatistica, e quindi remunerativa, dei beni culturali. Fra le molte ascoltate a Cagliari, del tutto nuova è la ricetta proposta da Stefano Borghi, economista della Livolsi & Partners: quella del trust, “un istituto di diritto anglosassone che può essere introdotto anche da noi in base alla Convenzione dell’Aja del 1985”.

Secondo Borghi la formula del trust consentirebbe di superare le difficoltà delle attuali fondazioni, che devono essere paternalisticamente approvate dall’alto, cioè dallo Stato. Il trust, invece, permette “la trascrivibilità dei trasferimenti mobiliari presso le conservatorie dei beni ai registri immobiliari, non soggetta ad imposta”. Insomma non una semplice detrazione all’italiana ma una vera e propria detassazione all’americana.

Una soluzione che ammalia molti anche in virtù dei numeri, se è vero che nel 2002 negli Usa la percentuale delle erogazioni mecenatistiche per la cultura, scaricabili al 100% dalle tasse, è stata pari all’1% del Pil. Un’enormità, considerando l’enormità del Pil americano. Un modello Usa adottato anche dalla giacobina Francia. Ma non c’è solo l’America. Borghi ha citato a esempio anche la Spagna, “con l’esperienza dei " Paradores" gestita al 100% dallo Stato, che ha trasformato antichi palazzi, dimore storiche e conventi in hotel e centri congressi. Una valorizzazione privatistica ma intelligente”.

Una lezione viene anche dall’Inghilterra, dove lo strumento del tax shelter ha avuto eccellenti effetti sullo sviluppo dell’industria cinematografica: “È una defiscalizzazione che favorisce il reinvestimento degli utili prodotti all’interno del settore ma anche di capitali provenienti da privati”.

E la Sardegna è già passata ai fatti.

In Italia, fortunatamente, non abbiamo solo parole ma anche fatti.

Esemplare l’esperienza proprio della Sardegna, regione peraltro non priva di problemi, dove l’attività privata di studio e sensibilizzazione da parte della Borsa dei Beni Culturali e del Turismo Sostenibile, unita all’attivismo dell’assessorato regionale del Turismo, ha creato una sorta di " cabina di regia per le politiche di sviluppo del turismo culturale" , secondo l’espressione usata dal giovane assessore Roberto Frongia, il quale cita come suo modello la scozzese Glasgow, " … città che era in crisi ma è rinata seguendo obiettivi strategici" . Un’azione intelligentemente mirata anche alla valorizzazione della Sardegna interna, quasi sconosciuta ai circuiti turistici di massa, e al recupero degli itinerari religiosi " con il restauro di 21 cattedrali sarde, effettuato grazie ai fondi comunitari" .

C’è poi in programma il " recupero turistico delle aree minerarie dimesse del Sulcis-Inglesiente, strutture storiche e bellissime" . Questo " connubio tra cultura e turismo" è evidente nella collaborazione tra Frongia e la Borsa dei beni culturali, che ha portato all’identificazione di alcune priorità per la tutela del patrimonio sardo: le stupende chiese di Orosei e Orotelli, il castello di Barumele, il pozzo nuragico di Selargius e altri monumenti bisognosi di intervento, alcuni dei quali sono già stati " adottati" da uno sponsor.

Autore: Domenico Montalto

Fonte:AV Avvenire