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TORINO. Quarto centenario della nascita Guarino Guarini (1624-83).

Il 2024 segna il quarto centenario della nascita di Guarino Guarini (1624-83). Il calendario delle celebrazioni mette in luce la difficoltà a mantenere vivo un legame tra il pubblico e l’opera di questo “grande europeo” (così lo definì Paolo Portoghesi), protagonista difficile e tormentato del barocco internazionale.

Si è mossa per tempo Modena, che al Guarini ha dato i natali: un seminario promosso dalla Fondazione Architetti della Provincia di Modena ed una mostra all’Archivio di Stato hanno ricordato, nel marzo scorso, il legame biografico dell’architetto con la città padana e il suo progetto per il locale convento dei teatini (ne resta traccia in un bel giornale di mostra).

La cupola della chiesa di San Lorenzo a Torino

A Torino, dove Guarini ha svolto la parte decisiva della sua carriera realizzando le opere più importanti, il bilancio è per ora più incerto: solo a fine 2023 si è riunito, sotto la guida del direttore dell’Archivio di Stato Stefano Benedetto, un comitato nazionale, che ha promosso un primo anno di ricerche e studi, culminate in un seminario itinerante organizzato dal Centro internazionale di studi Andrea Palladio. Il comitato ha prudentemente affidato al 2025 una serie d’iniziative pubbliche, che ci riserviamo di annunciare più avanti.
Nel frattempo, alcuni seminari e conferenze (tra cui l’incontro modenese di marzo) sono stati promossi anche dal “Guarini 400 working group”, un sodalizio di studiosi formatosi nel 2022; anche tali iniziative, però – e questo è un autodafé, dato che del gruppo, e del comitato, fa parte chi vi scrive -, sono restate confinate all’etereo mondo degli studiosi e di pochi super-selezionati allievi.

La chiesa di San Lorenzo a Torino

Non molto più roseo, nell’attesa di alcune novità editoriali promesse per il 2025, è il panorama delle pubblicazioni: due libri, all’insaputa l’uno dell’altro, hanno puntato alla celebrazione congiunta di Guarini e Portoghesi ristampando entrambi lo scritto che nel 1956 il giovanissimo e geniale Portoghesi dedicò all’architetto teatino. Si dirà più sotto del perché riteniamo questo doppio omaggio un parziale fallimento.
A riempire il vuoto ci ha pensato la storia locale: L’ultimo Guarini? di Matteo Enrico (Atene del Canavese, 2024, 20 €) (LINK) è un bel libro, inatteso ed indipendente, quasi autoprodotto, in cui si racconta la storia di una piccola chiesa di campagna, la Madonna di Loreto a Montanaro, di cui Guarini potrebbe avere dato il progetto poco prima di morire. Il condizionale, nell’attribuirgli l’opera, è d’obbligo, e lo ammettono gli stessi autori. Ma a noi interessa sottolineare che delle duecento pagine del libro non una è di troppo, e che per raccontare ai lettori una piccolissima architettura, l’autore ha dovuto consultare decine di archivi, riunire altri studiosi, considerare i restauri, i documenti perduti, i furti degli arredi, la storia orale, le memorie locali e quelle della corte.

La chiesa dell’Immacolata

Se un santuario di paese dove Guarini non ha mai neppure messo piede si presenta così complesso, come affrontare la lettura della cappella della Sindone,(LINK) di una chiesa di San Lorenzo, (LINK) o di palazzo Carignano,(LINK) costruzioni sperimentali, frutto di lavori di progettazione durati anni, ai vertici della produzione architettonica del tempo? La semplificazione, se applicata a Guarini, impoverisce, inganna, e infine fallisce. Non perché il colpo d’occhio, la sorpresa del primo momento, entrando nei suoi edifici, non siano spettacolari: ma perché, come accade per Also sprach Zarathustra di Strauss, allo squillo iniziale di tromba deve seguire il poema sinfonico, pena la riduzione dell’architettura a un jingle pubblicitario.

La chiesa della Madonna di Loreto a Montanaro (To)

Quello che rende Guarini difficile oggi non è la “sregolatezza” di cui si lamentava Francesco Milizia, ma la pazienza e l’attenzione richieste a chi vuol provare a decifrarlo. Ho chiesto a ChatGPT perché Guarini è stato importante, e sono stato servito con quattro frasi suadenti e sicure. Non ne sono soddisfatto. A Guarini non si addice una bullet list, ma un ipertesto.
In effetti, in questo quattrocentesimo anno, la migliore chiave d’ingresso alla sua personalità è il sito che gli ha dedicato la storica dell’architettura Susan Klaiber, che lo studia da una vita. Denso di scritti e collegamenti verso libri, disegni, architetture, mostre e lectures, si tratta di un’opera aperta, dove sviluppare un problema non significa risolverlo ma “chiarirne i termini in modo da renderne possibile una discussione più approfondita” (Umberto Eco). A dispetto del progressivo deterioramento della nostra capacità di spiegarla, quella di Guarini è davvero un’architettura barocca.

La cupola della chiesa della Madonna di Loreto a Montanaro

Ottima idea quella di commemorare, nel quarto centenario di Guarini, l’opera di Paolo Portoghesi (1931-2023), iniziata proprio con un saggio dedicato all’architetto modenese, mai ristampato finora. Ma è deludente e sconcertante il risultato, innanzitutto per la simultanea pubblicazione, per mano di due diversi curatori, di due ristampe quasi identiche. Come in un racconto di Borges, i due volumi, dal medesimo titolo, hanno in comune due saggi di Portoghesi, il Guarino Guarini del 1956 e Il linguaggio di Guarini del 1968-70, ma differiscono ciascuno per un terzo saggio. Non è dato sapere le ragioni della scelta (e, per ciascuno, della mancanza), dato che in entrambi i volumi spicca l’assenza di apparati critici, anche minimi.

Il volume di Gangemi, curato da Erio Carnevali, ha il pregio di associare, ai testi di Portoghesi degli anni ‘50 e ‘60, uno scritto ancora inedito e molto bello: l’introduzione al convegno d’inaugurazione della cappella della Sindone, nel 2018. Una seconda qualità sta nell’introduzione dello stesso Carnevali, che è brevissima. Manca, tuttavia, una cura almeno elementare della qualità delle immagini, sgranate e confuse, a fronte di un formato inutilmente grande e di un prezzo di copertina di ben 44 euro, circa sette volte il costo (attualizzato) del volumetto tascabile di Portoghesi del 1956: chiaro sintomo della difficoltà d’identificazione di un pubblico, e forse di una rinuncia a priori a raggiungerne uno.

Più accessibile per formato e costo, e più ambizioso, è il Guarino Guarini di Pendragon, curato da Guglielmo Bilancioni e arricchito di una sua ampia postfazione. Il saggio di Bilancioni, Guarini e Portoghesi: Cielo, Mondo e Architettura, mantiene ciò che annuncia il sincretico titolo: tra Yin, Yang, cubismo e fotismo, magnetismo ed autoportanza, Guarini e Portoghesi vengono fusi insieme in un abbraccio che annulla lo scarto temporale e culturale tra i due, e non fa luce sull’uno né sull’altro. Peccato. Conoscendo Portoghesi ed essendo anche noi stati soggiogati, più d’una volta, dal suo fascino, possiamo comprendere le ragioni degli autori, che lo hanno conosciuto e frequentato per decenni, ed il loro coinvolgimento affettivo. Ma dove sono gli editori di un tempo?

Per approfondire:
Paolo Portoghesi, Guarino Guarini, Electa, collana Astra-Arengarium, Milano, 1956, lire 400, pp. 80
Paolo Portoghesi, Guarino Guarini 1624-1683, a cura di Erio Carnevali, Gangemi, Roma, 2023, euro 44, pp. 112
Paolo Portoghesi, Guarino Guarini, a cura di Guglielmo Bilancioni, Pendragon, Bologna, 2024, euro 22, pp. 191

Autore: Edoardo Piccoli

Fonte: www.ilgiornaledellarchitettura.com 9 ottobre 2024

Immagini:
– La cupola ad archi intrecciati della chiesa di San Lorenzo a Torino
– San lorenzo, veduta della cupola dai tetti di Palazzo Madama
– Le volte della navata della chiesa dell’Immacolata Concezione a Torino
– Il santuario della Madonna di Loreto a Montanaro (To)
– Interno del santuario della Madonna di Loreto, Montanaro (To)

ROMA. Studio Gallery MaureenArt, lo spazio dello scultore Fernando Mario Paonessa.

Nell’animato ed elegante quartiere Sallustiano, fra Porta Pia e Via Veneto, in via Flavia 89, lo scultore Fernando Mario Paonessa apre Studio Gallery MaureenArt, pensato non soltanto come punto di riferimento per conoscere le opere del maestro, ma anche come un luogo d’incontro culturale che ospiterà, a cadenza mensile, presentazioni di libri, conversazioni sull’arte, piccoli concerti, secondo un cartellone curato dal critico d’arte Niccolò Lucarelli, in collaborazione con Sveva Manfredi Zavaglia.
Lo Studio ospiterà una mostra permanente di sculture e dipinti del maestro, una piccola parte della sua vasta produzione, sviluppata nel corso di una carriera che ha ormai raggiunto i cinquanta anni. Il amestro Paonessa alterna la sua attività di scultore fra Edimburgo e Roma, dove mantiene lo studio. Sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private nazionali ed estere con particolare diffusione di mercato in Gran Bretagna, Germania, Svizzera e Giappone.
Diplomato in chimica industriale, giovanissimo si trasferisce a Roma per frequentare la Scuola delle Arti Ornamentali e Plastiche “N. Zabaglia”, dove consegue il diploma in scultura, e la facoltà di Storia dell’Arte dell’Università La Sapienza. È stato anche direttore artistico dell’Istituto Europeo Diffusione Arte di Roma e titolare del corso di scultura.
Espone in Italia e all’estero, dagli Stati Uniti al Giappone e gli Emirati Arabi, passando per la Germania e la Gran Bretagna. Ha anche svolto un’intensa attività nel campo dell’editoria d’arte, fondando e dirigendo le riviste “Controcampo Culturale” e “InformArti”, sulle quali ha pubblicato saggi critici sull’opera di Alberto Giacometti, Auguste Rodin, Francesco Mochi e molti altri artisti del Novecento.
L’apertura dello Studio segna il primo passo di un nuovo, grande progetto artistico di respiro nazionale ed internazionale curato da Niccolò Lucarelli, che nel prossimo biennio vedrà le opere di Paonessa esposte a Palazzo Farnese di Caprarola, Palazzo della Corgna di Castiglione del Lago, Treviso, Montecarlo, Londra, e ovviamente Roma; il Giubileo sarà infatti l’occasione per una mostra, considerando le tante collaborazioni del maestro con il Vaticano ed importanti edifici religiosi romani, in particolare la Basilica dei SS. Ambrogio e Carlo al Corso.
È in corso di definizione un progetto per esporre tre grandi sculture monumentali in bronzo all’interno della prestigiosa Galleria Colonna, fra settembre 2025 e gennaio 2026. Inoltre, il Maestro Paonessa consegnerà a Papa Francesco, nel giorno del suo compleanno, un ritratto in forma di scultura.

Info:
L’inaugurazione dello Studio Gallery MaureenArt è fissata per mercoledì 23 ottobre alle ore 17. Dopo di che, Studio Gallery MaureenArt sarà aperto dal lunedì al venerdì in orario 10-12 e 15-18.

ROMA. Arte classica vs interior contemporaneo: un dialogo impossibile?

Prosegue il percorso della startup artficial™ che realizza cloni in scala 1:1 di opere scultoree conservate nei musei.
Si è soliti pensare che, per un progetto d’interni concepito nel solco della contemporaneità – ovvero, per intenderci, che ritenga ancora fecondi i codici linguistici del Movimento moderno – l’apporto dell’arte possa solo riferirsi a opere concepite dalle avanguardie novecentesche in poi. Infatti, proprio esse decretarono la cesura del continuum storico come condizione fondativa della nuova Weltanschauung.
La coraggiosa sfida a questo radicato pensiero la sta lanciando artficial™, startup basata in Sicilia ma dalla spiccata apertura internazionale che offre al mondo dei progettisti cloni di opere d’arte classica, riprodotti in scala 1:1 con precisione assoluta (attraverso macchine a controllo numerico), grazie alle collaborazioni, via via più allargate, con importanti musei nazionali per quanto concerne i processi di rilevazione ed elaborazione digitale. I cloni, estremamente leggeri in quanto realizzati in materiali ecocompatibili quali la fibra di mais, non sostituiscono l’originale, ma danno la possibilità a un pubblico allargato di entrare in contatto diretto con l’opera d’arte. Con l’ulteriore opzione di personalizzare la riproduzione a livello cromatico o di finiture.
Di questo e altro si è ragionato il 7 settembre scorso sull’isola di Mozia (Trapani), durante la prima presentazione pubblica dell’iniziativa, presso il Museo archeologico Whitaker, dove si è potuto ammirare, accanto all’originale, il clone del celebre «Giovinetto» ivi conservato. Ma, riprendendo la domanda iniziale, è stato ancor più stimolante vedere, in un ambiente allestito ad hoc con arredi contemporanei, come vi si fosse “ambientato” il clone del «Satiro danzante», custodito invece nell’omonimo museo di Mazara del Vallo. Nell’occasione, l’archeologo e storico dell’arte Paolo Matthiae ha sottolineato l’importanza delle copie nella storia della civilizzazione con il passaggio dal mondo greco a quello romano.
Un secondo momento di presentazione pubblica è in programma presso il Museo Ostiense, il 26 ottobre, insieme ai protagonisti della start up, al direttore del museo Alessandro D’Alessio e a Ubaldo Spina, referente della sezione Design del nostro Giornale, media partner dell’iniziativa. Verranno presentati i cloni di varie opere ivi custodite: Eros che incorda l’arco, Iside Pelagia, Athena, Faustina Maggiore, Ritratto di donna patrizia, Imperatori Traiano e Adriano, Marciana.

Un caso studio
Opere d’arte contemporanea, arredi in legno di recupero e cloni di antiche statue realizzati in fibra di mais con colori vivaci: gli spazi della nuova sede dello studio legale LCA a Roma propongono una versione pop e green della scultura classica, a rispecchiare l’identità giovane e dinamica della committenza. Disegnata da GESIDI Engineering Architecture e situata in piazza del Popolo, la sede romana è l’ultima aperta da LCA, che ha il suo quartier generale a Milano, con uffici a Genova, Treviso, Bruxelles e Dubai. A Roma, gli uffici si trovano all’interno di un palazzo che, insieme alla cosiddetta Chiesa degli Artisti (la basilica di Santa Maria in Montesanto), è gemello della chiesa e del palazzo sul lato opposto della piazza, ideata da Giuseppe Valadier a inizio Ottocento.
Realizzato nel 2024, il progetto d’interni (800 mq al terzo e penultimo piano) ha riguardato in particolare gli ambienti comuni: reception, due corridoi di distribuzione, quattro sale riunioni e area ristoro. Sul palazzo sono presenti vincoli di tutela, che interessano sia gli esterni che gli interni. Tuttavia, mentre le facciate conservavano il loro aspetto originario, gli interni sono stati rimaneggiati nel tempo.
L’intervento dialoga con il contesto storico ma, al contempo, cerca in qualche modo di dissacrarlo. Gli ambienti sono popolati da quadri e sculture, tra le quali spiccano le teste e i busti di vari colori clonati da artficial™. Le opere, scelte e collocate dai progettisti di concerto con la committenza, provengono da due gallerie romane (Studio SALES e SUarte) e potranno essere sostituite nel tempo, trasformando lo studio in un vero e proprio spazio espositivo. Nella reception, la testa di Antonia Minore è colorata con la tonalità di arancione che identifica il brand LCA. Il basamento su cui poggia è stato realizzato recuperando i piani di lavoro in legno sui quali viene tagliato il marmo, così come il tavolo della sala riunioni principale. Le porte interne, conservate in quanto elementi di pregio, sono state sottoposte a un semplice intervento di make up, con l’inserimento di nuove maniglie in ottone, materiale scelto anche per la rubinetteria di cucina e bagni. Tutti gli ambienti sono unificati dalla stessa pavimentazione continua di tonalità grigia, che richiama le cromie delle porte e degli elementi di arredo che celano i fancoil, prodotti su disegno. A questo pavimento freddo fa da contrappunto un soffitto caldo, realizzato in maniera artigianale con doghe in legno massello, tra le quali sono interposte barre luminose. Fanno eccezione la zona relax nella reception e l’area ristoro, illuminate da lampade a sospensione costituite da una barra circolare. Seminascosta da una parete di doghe verticali in legno e dotata di una piccola cucina, si trova l’area ristoro.

Fonte: www.ilgiornaledellarchitettura.com 12 ottobre 2024

TORINO. L’imponente cancellata bronzea del Teatro Regio compie trent’anni.

L’imponente cancellata del Teatro Regio in piazza Castello a Torino, realizzata dallo scultore e pittore Umberto Mastroianni (Fontana Liri, 1910 – Marino, 1998), zio del celebre Marcello, festeggia quest’anno il suo trentennale.
Voluta dalla città come prezioso sipario a tutela dell’accesso all’atrio del teatro, è stata finanziata dalla Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino, associazione di imprenditori — oggi presieduta da Licia Mattioli — nata nel 1987 con lo scopo di contribuire a valorizzare il patrimonio storico-artistico cittadino.
L’imponente opera bronzea — dal titolo «Odissea musicale» — è formata da due pannelli scorrevoli lunghi 12 metri e alti 3,60: in essi sono inseriti tre grandi gruppi di sculture, inquadrate in una cornice continua di bassorilievi, a raffigurare la Danza, la Tragedia e la Commedia, mentre le lesene verticali ne sorreggono il coronamento a maschere e figure.
Le fusioni sono state realizzate dalla Fonderia dei Fratelli Barberis di Torino; la Consulta nel 2015 ha finanziato anche un’importante retrospettiva dell’artista al Museo Diocesano di Torino. Mastroianni era stato scelto per la collaborazione e l’antica amicizia con l’architetto Carlo Mollino, progettista dell’allora «nuovo» Teatro Regio, riaperto al pubblico nel 1973. L’anno stesso della sua inaugurazione la città conferì allo scultore la cittadinanza onoraria e la Regione Piemonte istituì il Premio Internazionale di Scultura a suo nome. Un riconoscimento che suggellava un legame di antica data tra l’artista e Torino: dopo gli studi presso l’Accademia di San Marcello al Corso a Roma, nel 1926 Mastroianni si trasferì con la famiglia nel capoluogo piemontese, dove rimase stabilmente fino al 1970 (strepitosa ed arditissima nelle linee la villa che fece progettare in collina dall’architetto Ezio Venturelli nei primi anni ’50, unico esempio rimasto a Torino di architettura «nucleare» insieme al Rettilario del Parco Michelotti del 1959, sempre a firma Venturelli). Qui strinse amicizia con diversi protagonisti dell’ambiente artistico e culturale cittadino, tra cui Guido Seborga e Luigi Spazzapan ed affinò il «mestiere di scultore», secondo le sue parole, nell’atelier di Michele Guerrisi.
Nel 1935 partecipò alla Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma e nel 1936 ottenne una meritata affermazione alla XX Biennale di Venezia.
Nel 1945, in collaborazione con Carlo Mollino, vinse il concorso per il Monumento al Partigiano: l’opera venne collocata nel Campo della Gloria del cimitero Generale di Torino.
L’anno successivo, insieme a Spazzapan, Ettore Sottsass e Mattia Moreni, istituì il «Premio Torino» nelle sale di Palazzo Madama.
Del 1948 la sua prima personale presso la galleria La Bussola di via Po, proprio con Spazzapan.
Il riconoscimento più alto di una carriera in continua crescita lo ottenne alla XXIX Biennale di Venezia del ’58, quando gli venne riconosciuto il Gran Premio Internazionale per la scultura. Protagonista di numerose personali in Italia e all’estero, lavorò instancabilmente nei decenni successivi, dedicandosi a media e tecniche differenti per committenze pubbliche e private.
La cifra più alta dell’arte di Mastroianni è certamente la capacità di declinare variamente la propria ricerca formale nei diversi materiali (bronzo, pietra, stagno, oro, acciaio, ma anche legno, terracotta e gesso) con uguale intensità e maestria, mantenendo un linguaggio coerente, altamente riconoscibile: l’artista alterna alla deflagrazione della materia, lacerata ed espansa (echi di una guerra che ne aveva fortemente impressionato il lato creativo: Mastroianni aveva avuto un ruolo attivo nella Resistenza) il gusto per l’assemblaggio di forme geometriche, ruote dentellate, meccanismi, fori, rondelle, linee spezzate e dinamiche come tessere compositive di un mosaico dalle infinite combinazioni: si veda a questo proposito la bellissima collana a pendente «Meteora».
Nel suo spiccato eclettismo l’artista si interessa alla produzione orafa a partire dalla seconda metà degli anni ’50, realizzando un cospicuo numero di esemplari. Sin da subito ricorre alla tecnica della fusione a cera persa per i suoi ornamenti, corposi oggetti in oro, talvolta decorati da smalti colorati, che riproducono — pur nella dimensione contenuta — le forme esplosive adottate nella scultura. Per la fase esecutiva si affida al ai fratelli Danilo e Massimo Fumanti, editori di gioielli d’artista a Roma, e all’orafo Franco Rutigliano a Torino.
Nel volume «Ori e Poesie» del 1965 l’artista afferma di voler associare all’oro, metallo di pasta tenera e duttile quasi come la cera, la propria gestualità istintiva. Nel testo in catalogo il grande musicologo ed amico, Massimo Mila, ben descrive questo approccio alla materia: “]…] ecco che accanto al drammaturgo della violenza spunta il poeta della tenerezza gentile: accanto all’accoltellatore di creta, l’orafo prezioso».
Mastroianni troverà una sincera estimatrice in Palma Bucarelli, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, che ebbe modo di indossare le sue creazioni (spille, ma anche anelli) in diverse occasioni pubbliche: sostenitrice del gioiello d’artista come opera d’arte in sé compiuta, nel 1967 invitò Mastroianni ed altri pittori e scultori (tra questi Afro, Gastone Novelli, i fratelli Pomodoro) ad esporre i propri ornamenti all’Expo di Montreal, manifestazione dove ricopriva il ruolo di curatrice del padiglione italiano per l’arte contemporanea. A chiusura dell’esposizione decise di presentare alcune delle opere in una vetrina «pilota» nel percorso permanente della GNAM, pioneristico tentativo di musealizzare il gioiello contemporaneo nel contesto critico italiano.
Nel 1969 l’artista è presente alla «Prima Rassegna del gioiello firmato» alla Sala Bolaffi a Torino; nel 1992 la città di Alessandria dedica un’ampia retrospettiva alla sola produzione orafa, «Ori e Argenti di Mastroianni».
In anni recenti i suoi gioielli sono stati oggetto di rinnovata attenzione da parte della critica; nel 2015, grazie all’attività del Centro Studi sull’Opera di Umberto Mastroianni e del Cigno GG Edizioni, alcuni ornamenti sono stati acutamente posti in dialogo con gli ori della collezione permanente del MARTA, Museo Archeologico di Taranto; nel 2024 ben 50 oggetti in oro, tra gioielli e piccole sculture, sono stati esposti al Vittoriale degli Italiani nell’ambito della mostra «Come un oro caldo e fluido».

Autore: Paola Stroppiana

Fonte: www.torino.corriere.it 17 ottobre 2024

Davide Uria. “Fontana spiegato a mia nonna: perché i tagli sono opere d’arte” – Un viaggio ironico nel mondo dell’arte contemporanea.

Il nuovo libro di Davide Uria trasforma i misteri dell’arte moderna in un racconto accessibile e divertente, spiegando opere complesse come quelle di Fontana con un linguaggio semplice e ironico, alla portata di tutti, anche della nonna!
Il nuovo libro di Davide Uria, un’opera ironica, e allo stesso tempo profondamente riflessiva, che promette di conquistare il pubblico con il suo approccio unico all’arte contemporanea. Intitolato “Lucio Fontana spiegato a mia nonna: perché i tagli sono opere d’arte”, il libro rappresenta la prima pubblicazione di Uria in ambito artistico e nasce dall’esperienza delle sue lezioni di arte rivolte a un pubblico adulto. Durante questi incontri, l’autore ha maturato l’idea di creare un racconto in grado di spiegare i misteri e le provocazioni dell’arte contemporanea con un linguaggio semplice e accessibile, utilizzando la figura di sua nonna come espediente narrativo. “Mi è venuta l’idea di costruire una storia attorno ai miei insegnamenti, immaginando di raccontare Fontana a mia nonna, una persona pragmatica e lontana dal mondo dell’arte moderna”, afferma Uria. Da qui è nato il libro, che si snoda tra umorismo, dialoghi immaginari e riflessioni profonde sul significato dell’arte.
Al centro dell’opera, i celebri “tagli” di Lucio Fontana diventano il punto di partenza per esplorare concetti artistici apparentemente semplici ma carichi di significato. Uria spiega come questi tagli, che a prima vista possono sembrare rotture o danni accidentali alla tela, in realtà aprono lo spazio verso nuove dimensioni e possibilità interpretative. E proprio come cerca di far capire a sua nonna che quei tagli non sono semplicemente buchi da riparare, ma aperture verso l’infinito, così guida il lettore attraverso un mondo artistico che spesso sembra sfuggire alla comprensione.
Il libro, però, non si limita a trattare Fontana: l’autore utilizza questa figura come pretesto per un viaggio che attraversa l’intero panorama dell’arte contemporanea, senza dimenticare di fare riferimenti a movimenti e artisti del passato, creando così un percorso che unisce la storia dell’arte classica e moderna. Dai colori monocromatici alla ricerca dello spazio e dell’infinito, Uria esplora tematiche complesse con un tono leggero e brillante, rendendo concetti difficili alla portata di tutti.

Davide Uria è insegnante di disegno e storia dell’arte presso l’Università della Terza Età di Trani, dove ha sempre unito passione e ironia nella sua divulgazione artistica. Laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, Uria ha lavorato nel campo della comunicazione culturale collaborando con il MART di Rovereto, uno dei musei d’arte contemporanea più prestigiosi d’Italia, dove ha affinato le sue competenze nel settore della comunicazione museale. Successivamente, ha ricoperto il ruolo di cultore della materia presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, dove ha curato eventi artistici e culturali, mostre e workshop dedicati alla comunicazione in ambito culturale.
Parallelamente alla sua carriera nel campo dell’arte visiva, Davide Uria si è dedicato alla scrittura e alla poesia, con pubblicazioni in raccolte e antologie su riviste e testate internazionali di rilievo. La sua versatilità gli ha permesso di spaziare tra diversi linguaggi artistici, dal visivo al letterario, sempre con uno stile che unisce profondità e leggerezza, riflessione e ironia.

“Lucio Fontana spiegato a mia nonna: perché i tagli sono opere d’arte” è un libro pensato per tutti, dagli appassionati di arte agli amanti della cultura pop, passando per chi si affaccia per la prima volta al mondo dell’arte contemporanea. È un viaggio che, attraverso un dialogo immaginario e situazioni quotidiane, mostra come l’arte possa essere non solo uno strumento di riflessione, ma anche di scoperta e divertimento. Con la sua scrittura, Uria riesce a rendere temi complessi comprensibili e affascinanti, restituendo l’idea che l’arte, con tutte le sue sfumature e provocazioni, può essere accessibile a chiunque, anche a una nonna con il suo senso pratico.
Un’uscita da non perdere per chi ama l’arte e vuole esplorare nuove prospettive con una risata in tasca.

Recensione: Lucia Giusto – cosmonautacomunicazione@gmail.com

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