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ROMA. A Palazzo Nardini scoperto un affresco del ‘400.

Mentre percorre il loggiato che affaccia sulla grande corte interna di Palazzo Nardini, il professor Antonio Forcellino si ferma ad ascoltarne “il respiro”. Il rumore di Roma, lasciata alle spalle oltre il grande portale cui si accede da via del Governo Vecchio, è solo un ricordo lontano.
“Questo è il Quattrocento”, esclama il professore, rimirando un pezzo di città rimasto per anni inaccessibile, e ora oggetto di un progetto di recupero filologico e rinnovamento che Forcellino sta conducendo da oltre un anno insieme ad un team di esperti che lo vede, ancora una volta, al lavoro accanto a sua moglie architetto.
“A casa ormai non parliamo d’altro, questo progetto è come un figlio; affrontiamo il restauro come un rammendo che richiede piccole cuciture, da apportare con pazienza”, spiega.
Al restauratore e storico, tra i maggiori studiosi europei di arte rinascimentale, è stata affidata la direzione del cantiere che porterà alla rinascita di Palazzo Nardini entro il 2025. E l’impegno ha ripagato la squadra con la scoperta di un affresco di fine Quattrocento che Forcellino non esita a definire “eccezionale”: nella sua carriera sono numerosi i restauri di grande rilievo – si pensi al Mosé di Michelangelo o alle Sibille di Raffaello – “ma qui ho provato un’emozione diversa, al cospetto di qualcosa che non si conosceva, di cui si era completamente persa memoria. E che sarà fondamentale per dare una nuova luce agli studi sull’arte del Quattrocento romano”.
Dunque è lui a guidarci nella lettura dell’affresco raffigurante il Banchetto di Baldassarre, episodio tratto dall’Antico Testamento, quando il re di Babilonia, durante l’assedio alla sua città, imbandisce una tavola opulenta, anziché provvedere alla sua difesa. L’opera, di grande qualità pittorica e finora non attribuita, è ancora in fase di restauro, al momento celata dal cantiere che procede a buon ritmo, in attesa di essere rivelata al pubblico.

Ripercorriamo il processo che ha portato alla scoperta dell’affresco: era prevedibile aspettarsi di trovarlo?
Quello che abbiamo fatto e stiamo facendo in cantiere è riscrivere tutta la storia di Palazzo Nardini, a partire dalle evidenze materiali, grazie alle quali stiamo capendo come si è sviluppato il palazzo nelle sue diverse fasi. Era necessario comprendere quali fossero le parti più antiche, quali invece il cardinale avesse acquisito in un secondo momento: “Quando sono entrato per la prima volta e ho visto le condizioni di pessima conservazione del palazzo, ho subito proposto alla committenza di fare un lavoro di salvataggio totale delle parti rimaste, e questa è stata la fortuna che ha portato a rinvenire gli affreschi, che sicuramente non stavo cercando. Volevo, piuttosto, salvaguardare i vecchi intonaci del Seicento, Settecento, Ottocento. Ma la fiducia della committenza, con cui si era già lavorato al recupero e al restauro di Palazzo Alberini, è stata ripagata: considero il recupero dell’affresco frutto del karma del palazzo, che restituisce un capolavoro assoluto e sana le ferite inflitte dai restauri brutali del passato.”

In quale ambiente del Palazzo ci troviamo? È plausibile ipotizzare che anche altri ambienti fossero affrescati?
Abbiamo rinvenuto l’affresco in uno degli ambienti più antichi del palazzo, che in origine doveva essere un atrio importante. È riemerso in modo inaspettato mentre sfogliavamo gli strati di intonaco. Non ce l’aspettavamo anche perché non ce n’è notizia in letteratura, ma grazie ad un documento d’archivio abbiamo capito perché: nel 1541 un crollo interessò la parte est della sala, che doveva aprirsi su via di Parione, da cui evidentemente si accedeva in origine al palazzo, prima del suo ampliamento su via del Governo Vecchio. Quindi il loggiato fu chiuso, con la costruzione di maschi murari e un rifacimento dell’ambiente che obliterò l’affresco, eseguito in uno stile che nel frattempo non andava più di moda. Dunque non fece in tempo a vederlo Vasari, fonte importantissima per l’epoca. Ma già tra il 1527 e il ’41 gli affreschi erano stati dimenticati, perché il palazzo fu vittima del Sacco dei Lanzichenecchi. Nei documenti abbiamo trovato tracce evidenti di queste ribalderie. Tra l’altro, già negli Anni ’80 del Quattrocento, lo stesso cardinal Nardini doveva aver abbandonato il nucleo più antico della sua abitazione privata, e anche questo contribuì al rapido oblio degli affreschi. Sempre i documenti ci dicono che altri ambienti erano decorati: purtroppo non ne resta traccia.

Dunque in che fase collochiamo la realizzazione dell’affresco e perché è importante per comprendere la storia del Palazzo?
Nel tentativo di comprendere che ruolo avessero gli affreschi nella realizzazione del palazzo, abbiamo provato a cercare negli archivi documenti di committenza, che però non risultano, al contrario del successivo atto di donazione dell’edificio e del testamento del Nardini. Stiamo lavorando con l’architetto Cristiani, Diotallevi e Felici sull’incrociare i dati materiali – come le lesene di travertino sepolte nella muratura che ci indicano una prosecuzione del palazzo a nord – con i documenti già conosciuti. Questo ci dà nuove informazioni, ma sarà difficile comprendere con certezza chi ha eseguito gli affreschi, certamente opera di una mano di grande talento e molto raffinata. Per la datazione, invece, ci aiutano i graffiti che stiamo rinvenendo sulla superficie: il 1477 è il termine ante quem. Si può indagare sugli artisti più importanti che erano a Roma in quel momento.

Guardiamo l’affresco. La prima cosa che colpisce è la scelta del monocromo verde.
La tecnica utilizzata, insieme alla scelta di un soggetto molto particolare, è tra le motivazioni che mi portano a definire il ritrovamento di questi affreschi un evento straordinario. La scelta del monocromo ha un’origine di tipo socio-politico: siamo in casa di un cardinale, sappiamo che la cultura quattrocentesca assegnava ai cardinali una manifestazione del proprio potere che doveva essere contenuta nei termini del rigore, della sobrietà e della spiritualità. Il 40% del costo di un affresco, in quel periodo, è riconducibile alla preziosità dei pigmenti, mentre il monocromo è fatto di terre, che sono poco costose: si tratta di un’affermazione di status, il cardinale deve distinguersi dal principe. A Roma non abbiamo più testimonianze di questa cultura della sobrietà cardinalizia, per quanto si tratti di una povertà ipocrita: Nardini chiama comunque il miglior artista sul mercato! Probabilmente un artista che lavora per il papa, cui Nardini era molto vicino.

C’è poi la particolarità del oggetto, un’iconografia rara: il Banchetto di Baldassarre.
Un soggetto poco frequentato, molto colto: il Banchetto di Baldassarre è rappresentato in alcune miniature, come nella Bibbia di Edoardo IV del 1470, e più tardi in un’opera di Tintoretto e in alcuni dipinti di Rembrandt. Ma alla fine del Quattrocento è un messaggio forte contro l’empietà, riconducibile alla minaccia dei Turchi. Nardini era stato incaricato già da Paolo II di organizzare una crociata contro i Turchi, che non si farà mai: i Turchi sono così assimilati ai Babilonesi che distruggono il Tempio, quindi è una presa di posizione molto raffinata. Un manifesto politico nelle corde di Nardini, che interpreto il suo ruolo ecclesiastico da acuto politico, soprattutto durante il papato di Sisto IV. Il nostro affresco diventa dunque anche un’emanazione politica del pontefice nella comunicazione culturale del tempo.
Per quel che riguarda la fonte iconografica, potrebbe trattarsi proprio della Bibbia di Edoardo IV: la rappresentazione è vicinissima, tornano la piattaia, i servi che passano in primo piano, le grandi tovaglie. Non è escluso che poco più tardi l’affresco di Palazzo Nardini fosse stato a propria volta modello per le Ultime cene della Sistina.

Avete formulato un’ipotesi attributiva, guardando allo stile?
La data precoce, ante 1477, e la grande capacità di disegnare a mano libera, farebbero pensare a Melozzo da Forlì, attivo a Roma in quegli anni. Il monocromo però non aiuta l’attribuzione: sarebbe più facile accostarlo con disegni dell’artista. Del resto, la tecnica utilizzata – senza cartoni e spolvero, restano solo le tracce dei fili battuti – fa pensare a una mano molto felice. E alcune fonti ci dicono che Melozzo lavorò altrove per Nardini, come pure per Sisto IV. Inoltre, l’affresco presuppone la conoscenza delle ricerche toscane e umbre del tempo: Melozzo era un pittore del Centro Italia, di certo ne era al corrente. Un articolo di Maria Forcellino, in uscita su Ricerche di storia dell’arte, cerca di fare un primo punto in tal senso.

Ma in fondo risalire all’autore dell’affresco non è la questione più appassionante…
Per ora le ipotesi devono essere contenute, sul tavolo c’è anche il nome di Perugino, che però a Roma è documentato dal ’79. Ma l’attribuzione è un gioco a briscola, non così affascinante. Di certo l’affresco parla da sé, è di una qualità e di una raffinatezza indubbie. E si porta dietro una ridefinizione funzionale del palazzo importante: questo è il grande vantaggio del restauro, che è un processo critico, per citare Brandi. Palazzo Nardini diventa così un grande laboratorio, un polo di studio sul Quattrocento romano – che molto è stato compresso dal Cinquecento – a livello architettonico, oltre che pittorico. Aver trovato un monocromo nel palazzo del Cardinale apre uno squarcio su tutto l’ambito socio-culturale dei principi della Chiesa, il cui decoro corrisponde a regole di cui non avevamo testimonianza, a che adesso testimonieremo.

Qual è lo stato di conservazione dell’affresco? E come si procederà adesso?
Lo stato di conservazione è buono, si sono salvate anche le mezze luci, i bianchi hanno resistito benissimo, ma si vedono ancora anche le velature date con un colore trasparente. Sappiamo che c’era una base verde terra, su cui sono andati a lavorare con il nero, con il bianco e con i mezzi toni. In alcuni punti le lacune non permettono di capire il disegno, noi stiamo procedendo con grande rispetto per metterlo in sicurezza, realizzeremo poi un condizionamento della sala per tenere sotto controllo l’umidità e abbiamo progettato un impianto non invasivo, coperto da una boiserie, sulla parete opposta. Speriamo che l’antico atrio possa tornare a essere centrale, diventando il cuore di una nuova condivisione del palazzo.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 23 mag 2024

PONTE DI PIAVE (TV). Villa Giustiniani, la sorpresa durante il restauro: scoperti affreschi della scuola del Veronese.

Un eccezionale ciclo di affreschi cinquecenteschi, dai colori stupendi che si sono conservati nei secoli, nei quali è ricorrente una misteriosa figura di donna. Dopo mesi di ricerche lo studioso Guerirno Lovato ha risolto l’enigma: quella donna che compare spesso altro non è che la Giustizia, rappresentata nei contesti più diversi, dai tempi di pace a quelli di guerra.
«A lungo ci siamo chiesti chi fosse quella donna – racconta Gabriele Tonon, patron della birreria San Gabriel e proprietario della villa che si trova nella frazione di Busco – e quest’attribuzione ci rende felici ed orgogliosi. Quella villa l’acquistai ancora molti anni or sono, non immaginavo celasse un simile tesoro».
Il ciclo di affreschi viene attribuito alla bottega degli “Haeredes Pauli”, firma utilizzata dai membri della famiglia del grande pittore Paolo Veronese (Benedetto, Carlo e Gabriele Caliari) per continuare la sua attività.
Gli affreschi decorano il “portego” al pianterreno, due sale e uno studiolo, nonché le pareti e la volta della scala principale. «Specie quelli dello scalone – spiega Gabriele Tonon – si sono conservati molto bene. Nei secoli erano stati ricoperti da uno strato di calce che in sostanza li ha protetti. Quando la calce è stata rimossa, sono riapparsi con i loro meravigliosi colori».
Uno spettacolo artistico che a breve anche il pubblico potrà ammirare.
«La nostra intenzione – annuncia Tonon – è di adibire la villa a sede di eventi. Abbiamo provveduto a sistemare il parco, e sono stati adeguati i servizi igienici indispensabili se si vogliono organizzare attività aperte al pubblico».
Villa Giustiniani è quanto rimane di un’importante abbazia, fondata dai monaci benedettini intorno all’anno Mille. L’edificio, voluto dal nobile abate Francesco Giustiniani nel 1593, fu affrescato dalla bottega Haeredes Pauli.
«Tutto il ciclo – afferma il proprietario Gabriele Tonon – è dedicato al tema della Giustizia, in onore della casata Giustiniani e della grande giurisdizione veneziana della fine del ‘500. Avevo acquistato la villa ma ero frenato nei progetti di sviluppo – spiega – Ad esempio la barchessa aveva alcuni archi chiusi, erano stati murati dai proprietari precedenti. Per poterla utilizzare quegli archi dovevano assolutamente essere aperti altrimenti l’Usl non mi avrebbe mai dato il nulla osta. Ma gli studiosi non erano d’accordo, insistevano nel dire che le chiusure degli archi erano antiche. Riuscii a rintracciare un uomo che aveva vissuto a lungo nella villa. Sua sorella aveva delle vecchie fotografie degli anni Cinquanta, che mostravano chiaramente gli archi liberi. Fu un vero colpo di fortuna, grazie a quelle foto ottenni il permesso di abbattere i muri che chiudevano gli archi. Tutto questo ha richiesto un sacco di tempo».
Adesso fervono i lavori per aprirla al pubblico. La presentazione ufficiale del restauro degli affreschi e dei nuovi studi svolti avrà luogo sabato 8 giugno, con la visita guidata a partire dalla facciata che è tutta affrescata, con quattro grandi storie romane legate al tema della giustizia. Nelle scene ricorre più volte la città di Venezia.
«Vi è una situazione di guerra – spiega Guerrino Lovato – in cui la Giustizia viene rapita, maltrattata, violata e uccisa. Nel fondo, due galee veneziane con i leoni dorati a prua, attaccano una fortezza turca con la mezzaluna. Sul fondo il profilo di Venezia, la giusta dominante».
Sabato 8 sarà anche presentato il volume “Elogio della Giustizia” che raccoglie gli studi svolti da Guerrino Lovato.

Autore: Annalisa Fregionese

Fonte: www.ilgazzettino.it, 19 mag 2024

FATE – Nuova piattaforma per la fruizione di Beni Culturali e Naturali.

La nuova wave di Philmark Group sposa i temi più avanzati delle nuove tecnologie e viene premiata per FATE – From heAven To Earth, un progetto internazionale visionario, cofinanziato dall’European Space Agency e dall’Agenzia Spaziale Italiana e finalizzato alla progettazione di un Metaverso in ambito Citizen Science e Cultural Heritage.
FATE ha come fine ultimo quello di rendere il turismo un “bene collettivo, accessibile e inclusivo” attraverso la preservazione dei siti culturali e naturalistici nazionali ed internazionali, la loro fruizione in Virtual Reality e Augmented Reality anche a scopo professionale e il coinvolgimento attivo dei cittadini attraverso il Turismo virtuale.
La piattaforma FATE, oltre ad essere un importante hub di nuove esperienze turistiche dei Beni Culturali e Naturali (musei, pinacoteche, parchi archeologici, ecc.), si propone dunque di diventare una Banca Dati di realtà culturali funzionali agli specialisti dei diversi settori coinvolti (archeologi, storici dell’arte, antropologi, fisici, ecc.).
Per testare la piattaforma FATE sono stati selezionati due siti archeologici:
– La millenaria città di Ebla (Siria), insieme al suo Archivio Reale, riconosciuta come la scoperta più leggendaria del XX secolo da parte degli archeologi italiani;
– Cencelle, città medievale dell’Alto Lazio fondata nell’854 d.C. e con continuità di vita fino al XVII secolo. Gli archeologi sono stati affiancati da biologi, antropologi, archeozoologi, ingegneri, storici della medicina, geologi e chimici da quasi trent’anni, ottenendo un enorme mole di dati, grazie ad un approccio interdisciplinare.
Philmark Group è molto orgogliosa di questo successo, in quanto è un esempio vincente di sinergia:
– Tra le diverse BU e Aree di Philmark Group, nello specifico la Factory, l’area Consulting e l’area Games, a coronamento degli sforzi intrapresi trasversalmente in questi anni;
– Tra una realtà industriale e il sistema universitario; per questo si ringrazia il Dipartimento di Scienze dell’Antichità e il Dipartimento di Ingegneria Astronautica ed Energetica della Sapienza Università di Roma, coinvolti entrambi attivamente nel progetto.
Per maggiori informazioni è possibile visitare la pagina sul sito dell’ESA.

Fonte: www.archeomatica.it 1 mag 2024

Giuseppe C. Budetta. Arte neolitica.

Per alcuni, l’arte neolitica fu humus da cui germogliarono i miti. L’arte neolitica nacque dall’esigenza di dare una risposta universale al mistero del cosmo, della vita e della morte?
Forse non è mai esistita una società umana senza i miti che spiegassero l’inspiegabile, facendo luce sull’invisibile e che guardasse alla Causa del Tutto. Il mito fu il tentativo di Homo Sapiens sapiens di diffondere un’anima collettiva?

Leggi tutto nell’allegato: ARTE NEOLITICA

Autore: Giuseppe C. Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com

TORINO. Imparare l’economia con l’arte e la realtà virtuale.

Gli uomini di fiducia di Cosimo de’ Medici che sfilano in parata ben riconoscibili nel corteo che segue la Cavalcata dei Magi (1459) dipinta da Benozzo Gozzoli a Palazzo Medici Riccardi; la regalità di Maria Serra Pallavicino (1606) ritratta da Rubens; il consumismo fatto di balli, lustrini, serate trascorse nei salotti dei caffè parigini fissato nello sguardo della cameriera che ci introduce al Bar delle Folies Bergère (1881-82) di Manet. E poi ancora i Bagnanti di Maximilien Luce, che racconta l’altro volto della Parigi di fine Ottocento, con le fabbriche che incombono sullo sfondo di un momento di svago; o I nottambuli (1942) di Edward Hopper, memento alla crisi economica del 1929.
Il Museo del Risparmio di Intesa Sanpaolo, nato nel 2012 a Torino, si propone ora di spiegare i principi dell’economia attraverso l’arte. Per farlo, inaugura la sala interattiva chiamata Ammirare, che propone ai visitatori due postazioni VR con visori Oculus di ultima generazione per interagire con la riproduzione animata di dieci celebri opere d’arte, e ripercorrere, così – grazie al supporto della realtà virtuale e alla più immediata comprensibilità delle immagini – alcuni passaggi fondamentali della storia economica globale. Come la nascita delle banche, l’evoluzione e le crisi dei mercati finanziari, le origini della società consumistica, la fiscalità, concetti talvolta percepiti come complessi, affrontati al museo con il supporto di Ambrogio Lorenzetti, Iacopo de’ Barbari, Joachim Beuckelaer, Pieter Brueghel, Peter Paul Rubens, Marinus van Reymerswaele, Édouard Manet, Pierre Bonnard, Maximilien Luce, Edward Hopper.
Alle origini dell’iniziativa c’è la missione fondante del Museo del Risparmio, nato per diffondere l’educazione finanziaria in maniera semplice e divertente, beneficiando anche di quel rapporto con l’arte coltivato assiduamente dal gruppo bancario torinese, cui si deve la creazione del modello Gallerie d’Italia: “con questa iniziativa proponiamo un originale approccio interdisciplinare aperto e creativo”, spiega il Presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro. “L’arte e l’economia sono entrambi punti di osservazione della realtà, sebbene da prospettive molto diverse. Convivono da anni – e bene – nel Gruppo Intesa Sanpaolo e da oggi anche nel Museo del Risparmio”. Un museo concepito dalle origini come progetto di “edutainment”, che sfrutta la tecnologia e l’interattività per sorprendere i visitatori, siano essi bambini, studenti o adulti che vogliono addentrarsi nell’approfondimento di un tema spesso ostico, ma intrinsecamente connesso con la realtà quotidiana.
Dunque anche la sala Ammirare presenta l’opportunità di interagire con gli elementi di ogni scenario dei dipinti selezionati, che si tratti delle personalità riunite nella “holding” di Cosimo de’ Medici, del vademecum sulla contabilità contenuto nella Summa di Luca Pacioli (ritratto da Iacopo de’ Barbari nel 1495), del caotico ufficio dell’esattore delle tasse rappresentato da Brueghel il Giovane nel 1615.
C’è spazio anche per parlare del mercato dell’arte, attraverso il Ritratto di Ambroise Vollard con il gatto (1924) di Pierre Bonnard: si parte dalla storia del mercante illuminato che alla fine del XIX secolo sostenne pittori quali Cézanne, Gauguin, Van Gogh, Matisse e Chagall, per arrivare al fenomeno della digitalizzazione e degli NFT, con le speculazioni della crypto arte.
Si può accedere alle postazioni previa prenotazione presso la biglietteria al momento dell’accesso al museo.

Info:
Torino, Museo del Risparmio, Via San Francesco d’Assisi, 8A, dalle 10 alle 19 (martedì chiuso)

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 22 mar 2024