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ART BONUS. Così l’Art Bonus ha modificato in 10 anni il mecenatismo culturale.

Risale al 2014 la legge che istituisce l’Art Bonus, il principale strumento di mecenatismo culturale dell’ordinamento italiano. Dieci anni dopo, possiamo trarre alcune conclusioni sui pregi, difetti, potenzialità e limiti di questa misura.
“Siamo tutti mecenati”. A dieci anni esatti dall’entrata in vigore dell’Art Bonus, è questo il mantra più utilizzato nella campagna di comunicazione che vuole promuovere, presso una platea sempre più trasversale, lo strumento di sostegno al mecenatismo culturale più significativo dell’ordinamento italiano, in esecuzione di un principio fondamentale sancito dalla Costituzione all’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”.
Al 31 maggio 2014 data il Decreto-legge n. 83 contenente “𝐷𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑢𝑟𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑒𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑚𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎𝑙𝑒, 𝑙𝑜 𝑠𝑣𝑖𝑙𝑢𝑝𝑝𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑖𝑙𝑎𝑛𝑐𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑡𝑢𝑟𝑖𝑠𝑚𝑜”, convertito in legge nel luglio dello stesso anno. Un’operazione promossa con forza dall’allora ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che introduceva così, nel panorama fiscale italiano, lo strumento dell’Art Bonus, operativo dal 2015: un credito di imposta volto a favorire le erogazioni liberali a sostegno della cultura, e dunque del patrimonio culturale pubblico nazionale (con le specifiche e i limiti che vedremo).

La nascita dell’Art Bonus 10 anni fa
“Dieci anni fa, nel concepire l’Art Bonus, abbiamo studiato modelli internazionali di successo come il mecenatismo culturale diffuso negli Stati Uniti e in altri Paesi europei” spiega oggi l’ex ministro “In particolare, ci siamo ispirati a normative che incentivano le donazioni private al patrimonio culturale, offrendo agevolazioni fiscali significative ai donatori. E l’Art Bonus, che continua a essere un incentivo fiscale importante, è ancora il più forte in Europa per favorire il mecenatismo culturale”.
Oltre al vantaggio fiscale – un credito d’imposta (da ripartire in tre quote annuali) in capo al donatore pari al 65% dell’importo erogato per valorizzare cultura e spettacolo – la nuova norma mirava sin dall’inizio a stimolare quel sentimento di appartenenza sociale e culturale che dovrebbe indurre tutti a favorire la conservazione della propria identità culturale, con l’obiettivo di trasmetterla alle generazioni future. Facendo anche appello al senso civico e provando a intercettare l’attaccamento individuale o la vicinanza a determinati beni e istituzioni culturali legati a doppio filo con il territorio d’appartenenza.
L’Art Bonus si prefiggeva quindi una funzione educativa sulla collettività al di là delle manifeste ricadute pratiche dello strumento, in origine previsto in via temporanea per i periodi d’imposta dal 2014 al 2016, poi reso permanente.

Come funziona l’Art Bonus
Tutti, come si è detto, possono donare, che si tratti di enti non commerciali, imprese e società cooperative, persone fisiche (dipendenti, pensionati, persone fisiche non titolari di partita Iva, lavoratori occasionali, lavoratori autonomi titolari di partita Iva, dal 2023 anche se a regime forfettario). E si può scegliere di dichiararsi o restare anonimi. Ma non sono ammesse donazioni in contanti, per garantire la sacrosanta tracciabilità delle operazioni, di cui peraltro i beneficiari sono obbligati a dare pubblicità – nel dettaglio dell’ammontare delle erogazioni ricevute e del loro impiego con aggiornamento mensile – sulla piattaforma online che facilita le donazioni stesse.
Puntuale è invece la casistica di interventi che possono beneficiare della raccolta: operazioni di manutenzione, restauro e protezioni di beni culturali pubblici; sostegno degli Istituti e luoghi della cultura di appartenenza pubblica, delle fondazioni lirico-sinfoniche, dei teatri, dei festival, dei centri di produzione teatrale e di danza, dei circhi e degli spettacoli viaggianti; realizzazione di nuove strutture o potenziamento delle esistenti di enti o istituzioni pubbliche che, senza scopo di lucro, svolgono esclusivamente attività nello spettacolo. Un elenco che evidenzia il suo limite più discusso: i possibili destinatari delle erogazioni sono Comuni, Regioni, Province, Città Metropolitane e altri enti direttamente collegati ad attività culturali, mentre continuano a essere escluse le erogazioni a favore di beni culturali di proprietà privata e di enti ecclesiastici. Tradendo l’articolo 113 del Codice dei Beni Culturali in tema di valorizzazione dei beni culturali di proprietà privata qualora siano adibiti alla fruizione pubblica. Focalizzandosi sui beneficiari “ammessi”, d’altro canto, è possibile individuare un altro limite indiretto della pur lodevole normativa: l’Art Bonus funziona laddove le amministrazioni locali credono nello strumento e si impegnano per promuoverlo. Cerchiamo di capire perché.

Uno strumento efficace ma che mostra i suoi limiti
Oggi i numeri sembrano dare ragione a chi nello strumento ha creduto: in 10 anni l’Art Bonus ha sollecitato la raccolta di oltre 900 milioni di euro, coinvolgendo oltre 41mila mecenati. Ma navigando sulla piattaforma che ben adempie allo scopo della trasparenza e della tracciabilità delle operazioni si possono evincere dati “scomposti” più indicativi. In termini di distribuzione sul territorio nazionale, l’utilizzo dell’Art Bonus è molto discontinuo: tra le regioni, la Toscana vanta il maggior numero di beneficiari (529) seguita dalla Lombardia (399), che però detiene il primato per ammontare delle donazioni, sospinta dai numeri più che lusinghieri di enti come la Fondazione Teatro La Scala, che da sola ha finora raccolto oltre 170 milioni di euro (in generale, in tutta la Penisola, si dimostrano molto capaci di attrarre il mecenatismo tutte le grandi fondazioni teatrali e lirico-sinfoniche, dal Regio di Torino al Maggio Fiorentino, dall’Arena di Verona all’Accademia di Santa Cecilia a Roma, al Donizetti di Bergamo, al San Carlo di Napoli). Seguono, per capillarità degli interventi, regioni come il Piemonte, l’Emilia-Romagna e il Veneto. Fanalini di coda, con meno di una decina di interventi attivati ciascuna, sono Molise, Basilicata e Valle d’Aosta.

L’Art Bonus in Nord Italia
Il Nord Italia, nel complesso, beneficia anche di donazioni più cospicue, per la maggior concentrazione di istituti bancari e grandi imprese. “La reale diffusione dell’Art Bonus è avvenuta dove la presenza delle Fondazioni Bancarie è più intensa e, di conseguenza, le realtà locali, pubbliche e private, sono più abituate a immaginare progetti e trovare controparti con cui sostenerli”, spiega Franco Broccardi, segretario della commissione di Economia della Cultura presso il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili e consulente per le politiche fiscali di Federculture “Il Ministero tramite la sua partecipata ALES ha svolto un enorme e appassionato lavoro di sensibilizzazione su tutto il territorio nazionale, coinvolgendo spesso le associazioni professionali e di categoria con riscontri alterni. La capacità progettuale da parte delle amministrazioni locali e la loro attivazione è un ulteriore tassello mancante perché l’Art Bonus possa dirsi davvero un successo”.
In un confronto tra città d’arte, per esempio, Firenze batte Roma: l’amministrazione comunale fiorentina, in questi dieci anni, ha evidentemente creduto nello strumento, sottoponendo molte decine di interventi alle erogazioni liberali.
C’è poi il tema, che prescinde dalle amministrazioni pubbliche, dell’accentramento di risorse da parte di siti culturali più noti o capaci di farsi pubblicità. “Art Bonus è una misura di straordinario valore che in parte ha segnato un nuovo corso nel rapporto tra pubblico e privato nel sostegno alla cultura ai monumenti e alla produzione culturale” sottolinea a riguardo l’Assessore alla Cultura di Milano, Tommaso Sacchi “Però è necessario non guardare esclusivamente alle istituzioni culturali più note, ma anche a quelle preziosissime realtà che evidentemente fanno un po’ più fatica a essere raccontate. Il patrimonio della nostra città è composto da tantissime realtà diverse e ognuna merita più sostegno possibile”.
In Piemonte ed Emilia-Romagna, invece, la distribuzione di interventi completati con successo sembra essere più equa, anche a sostegno di siti “minori”.

Chi sono i mecenati in Italia?
Vale la pena, infine, aprire un interrogativo sulla natura dei mecenati. Solo il 4% dei 900 milioni raccolti finora, infatti, proviene da donazioni di privati. Influisce sul dato una capacità di spesa nettamente inferiore rispetto ad associazioni, fondazioni e imprese; ed è invece importante sottolineare il numero delle loro donazioni, che ha superato quota 25mila (a fronte di 5mila donazioni di enti non commerciali per un totale di 450 milioni di euro e 10mila donazioni di imprese per 430 milioni di euro), dimostrando che si può fare leva sulla condivisione di identità culturale, sul senso civico e sulla responsabilità intergenerazionale dei cittadini. “Ma i risultati potrebbero essere migliori se soprattutto i piccoli Comuni sapessero far leva sul senso di appartenenza. C’è un problema di sensibilizzazione al patrimonio culturale, in Italia abbiamo ancora molta strada da fare. Si pensi al tema sulla bellezza uscito tra le tracce dell’ultimo esame di maturità: è stato, tra tutti, il meno scelto dagli studenti. Non è un caso”, sottolinea Broccardi. D’altro canto, non si può non evidenziare come fondazioni bancarie ed enti affini – a oggi categoria più generosa – abbiano semplicemente spostato sull’Art Bonus ciò che già mettevano sul piatto con altre forme di mecenatismo o sponsorizzazioni.

Art Bonus, restauro e tutela del patrimonio
Tra gli obiettivi sicuramente centrati dell’Art Bonus c’è invece l’impegno per rendere economicamente sostenibili le attività di restauro e manutenzione del patrimonio. Un obiettivo approfondito nel 2016 a comprendere interventi di manutenzione, protezione e restauro anche di beni culturali di interesse religioso presenti nei Comuni dei territori di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria colpiti dal sisma del Centro Italia. Tra le donazioni raccolte allo scopo rientra il finanziamento pari a 6,64 milioni di euro che Intesa Sanpaolo ha destinato al Comune di Amatrice per la ricostruzione e il restauro della chiesa di San Francesco.

Il caso dell’Opificio delle Pietre Dure
“La parabola in crescita dell’Art Bonus è rispecchiata dal caso dell’Opificio delle Pietre Dure, che si occupa di opere che appartengono ad altri. Dunque per noi le donazioni si configurano come sostegno all’attività dell’istituto nell’impegno a favore di una determinata opera” spiega Emanuela Daffra, Soprintendente dell’istituto del MiC dedicato al restauro, basato a Firenze “Penso al primo tra gli interventi di cui OPD ha beneficiato, risalente al 2016: grazie a Prada si è potuto concludere il restauro ‘impossibile’ dell’Ultima Cena di Vasari in Santa Croce. A partire da allora le donazioni si sono succedute con ritmo annuale, senza interrompersi se non nel 2020, assecondando con naturalezza alcune di quelle che chiamerei ‘vocazioni identitarie’”. E proprio il lavoro dell’OPD alimentato dell’Art Bonus porta all’attenzione un altro caso virtuoso legato al terremoto del 2016: “Esemplare è il contributo erogato da OVS per restaurare la tela di Vincenzo Manenti, Madonna col Bambino e Santi, proveniente dalla Chiesa di San Benedetto a Norcia distrutta nel terremoto, dopo avere conosciuto l’articolata attività di Opificio per il recupero dei beni nelle zone colpite dal sisma. Art Bonus è anche uno straordinario strumento di educazione alla responsabilità, importantissimo per stabilire un dialogo efficace tra restauro e mecenatismo”. I contributi più significativi in tal senso, prosegue Daffra, “vengono dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze: proprio perché Opificio opera in modo articolato e ogni restauro è progettato con cura, è fondamentale il sostegno all’intera struttura. E aggiungo che per realtà come la nostra sarebbe fondamentale individuare e diffondere l’informazione su modalità di sgravio fiscale per i cittadini stranieri, anche turisti, che ci volessero supportare”.

L’Art Bonus per salvare la Torre Garisenda di Bologna
Più di recente, l’urgenza di mettere in sicurezza la pericolante Torre Garisenda di Bologna ha sollecitato, grazie alla campagna Art Bonus avviata dal Comune (Sosteniamo le due Torri, con testimonial d’eccezione come Gianni Morandi e Cesare Cremonini), una grande partecipazione collettiva. Finora la raccolta ancora aperta ha ottenuto oltre 2 milioni e 715mila euro in erogazioni liberali, e vanta numerosissime donazioni private: spesso piccoli importi, però pienamente fedeli allo spirito del mecenatismo culturale.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 12 ago 2024

guiducci

Pier Luigi Guiducci. Quando la Madonna «mena». Alcune espressioni artistiche mariane.

Nel trascorrere dei secoli ogni artista ha cercato di esprimere dei modi diversi per rappresentare la Vergine Maria con il Bambino Gesù. Tali espressioni creative hanno comunque dovuto rispettare diversi aspetti teologici, primo tra tutti quello che riguarda il ruolo della Madonna: Madre di Dio. Per tale motivo si è voluto dipingere o scolpire Maria in modo regale: su un trono, in posizione centrale, con vesti preziose, con un contesto di angeli. La Madonna, poi, è rappresentata orante, china verso Gesù, in ascolto del Figlio. In tale contesto, però, esistono anche degli artisti che hanno cercato di evidenziare nelle loro opere dei momenti di una «quotidianità» familiare. In tal senso le diverse opere presentano dei dettagli innovativi, semplici ma significativi. Questo saggio presenta alcuni esempi….

Leggi tutto, vai a: https://www.storico.org/nascita_cristianesimo/quandomadonna_mena.html

Michele Santulli. Parigi, Parigi!

Grande Paese la Francia già dall’oblò dell’aereo o dal finestrino del treno: i grandi spazi, le campagne sterminate coltivate, i grandi fiumi che solcano il territorio, le foreste.
Pur coi suoi problemi e necessità, soprattutto oggi periodo infelicissimo di guerra e di servaggine agli USA del suo primo cittadino, la Francia rispetto agli altri paesi civili ha qualcosa in più, di inspiegabile e che è quanto colpisce e non tanto la inappuntabile gestione quasi capillare del territorio e delle località più appartate e la cura e l’attenzione delle istituzioni pubbliche di ogni genere quanto l’atmosfera che si respira in giro, già per una strada cittadina riposante e rilassata pur se affollata!, tutto il resto è patrimonio comune europeo vivibile in una società altrettanto civile.
Una riflessione a parte per la organizzazione burocratica cioè dipendenti pubblici ben preparati ed educati, nel complesso onesti e rispettosi dei cittadini e soprattutto competenti ciò che mette in condizione il Paese di essere efficientemente guidato ed amministrato: è una peculiarità nazionale che si osserva ed assapora quando si vive in Francia! E perciò la organizzazione del territorio nonché il rispetto e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente: è vero le antiche architetture sono quasi dovunque scomparse e non solo a seguito delle guerre e lotte intestine che hanno martoriato il Paese nel corso dei secoli.
E qui ci arrestiamo e solo ricordiamo che una ragione profonda deve pur esserci se da sempre, per esempio, certe categorie di italiani sono da anni tra i più numerosi compratori di appartamenti a Parigi! Abituati al disordine in gran parte delle nostre città dove più dove meno, a una cementificazione orribile e sgangherata, si capisce bene perché i fortunati di cui sopra mettano piede anche a Parigi, perché in effetti è un mondo diverso, un’aria differente.
Tutto si fa iniziare da poco prima del 1870, una transizione, un periodo, vissuti al massimo, come in nessun altro luogo: Parigi diviene il punto di convergenza ed il fulcro della cultura occidentale nelle sue varie espressioni tanto da trasformarsi in crogiuolo e punto di incontro e di acculturamento degli artisti provenienti letteralmente da tutto il mondo che, chi più chi meno, trovavano in questa fantastica città cosmopolita ed aperta, in entità e maggiormente in tenore e qualità, come nessuna al mondo, la possibilità di esprimersi e di realizzarsi; ed anche industriali, diplomatici, aristocratici e nobili, perfino monarchi, anche scrittori, attori, attrici, ballerine, pittori e pittrici, cantanti, ed avventurieri naturalmente, e poi un mondo inaudito di donne splendide di ogni categoria, straniere e non, tra le quali si evidenziavano per numero e modo di vivere le parigine vere e proprie, cosiddette ‘insoumises’ termine arduo a tradurre; anche le donne italiane seppero giuocare un ruolo rimasto nella storia: la Marchesa Luisa Casati forse la più celebre non fosse per la sua eccentricità e le enormi ricchezze profuse, la principessa Ruspoli di Roma, Maria Brignole Sale de Ferrari duchessa di Galliera dallo spirito filantropico ed artistico insuperabili, le cui tracce ancora ben visibili sono a Parigi e a Genova, la Marchesa Landolfo Carcano avida collezionista d’arte, Franca Florio immortalata da Boldini, più tardi Mimì Pecci Blunt, il cui salotto di Rue Babylone 32 divenne tra i primari e più ambiti di Parigi, come pure a Versailles quello di Roffredo Caetani duca di Sermoneta in Ciociaria e di Marguerite, più tardi la regina della moda Elsa Schiaparelli e altre ancora, per non citare le parigine e le straniere, queste ultime un florilegio impareggiabile: Cleo de Mérode, Isadora Duncan, Ida Rubinstein, Natalie Clifford ed il suo salotto della Rue Jacob, Romaine Brooks, Peggy Guggenheim, Sara e Gertrude Stein le cognate scopritrici e promotrici di Picasso e di Matisse, Louisine Havemeyer, Isabella Stewart Gardner, Tamara de Lempicka, Vita Sackville West e poi, polacca russa, quella che sarà Madame Curie dai due premi Nobel e poi le russe aristocratiche fuggitive e non, pittrici e scrittrici mai abbastanza illustrate e fatte rivivere: da non dimenticare anche quel florilegio incredibile delle modelle e modelli ciociari che diedero corpo e sembiante ad opere d’arte di grandi artisti che fanno il godimento dei cultori d’arte del pianeta; un ruolo anche inimmaginabile giuocato dai grandi collezionisti d’arte tra i quali due russi I.Morozov e S.Schuckin che hanno dotato la loro patria di incredibili capolavori e poi il dr Barnes e le sorelle Cone, americani, anche insaziabili compratori.
E quanto è da ritenere la prova più palese e manifesta e veritiera di un mondo unico e sicuramente senza eguali, ovviamente proiettato e finalizzato all’arte e alla cultura e alla bellezza, quindi alla sensibilità d’animo e all’apertura mentale, erano, e sono ancora pur se meno numerose, gallerie d’arte e librerie: le librerie, una quantità inaudita, come in nessun’altra città del mondo, di ogni tipo e di ogni disciplina, un numero incredibile sparse in tutta la città, testimoni taciti ed ancora di più documenti clamorosi e sensazionali dell’arte e della letteratura come ed in quale qualità ed intensità coltivate e vissute a Parigi: i luoghi strategici più appetiti, per esempio agli angoli delle strade, erano solo librerie.
Quale spettacolo! E tutte vive, naturalmente, tutte un luogo di vita e di incontri e di scambi. Oggi in tutte, dico tutte, le librerie agli angoli e quelle nei luoghi centrali e più frequentati, e ne erano centinaia! vediamo in gran parte banche o locali di ristorazione o mutanderie!! E le librerie quasi ogni giorno che passa, tra quelle rimaste in verità, ne chiude sempre qualcuna, un mondo è in via di estinzione! Un altro mondo dunque, sta vivendo Parigi.
Ma altre antiche impronte e tipicità sono ancora vive e presenti e cioè quell’altra realtà unica parigina rappresentata dai bouquinistes cioè i venditori di stampe e analoghi e libri antichi sui muretti lungo la Senna!
Torneremo a parlare di questa città clamorosa ed unica.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

FIRENZE. 100 anni di Galleria d’Arte Moderna a Palazzo Pitti. Gli Uffizi li celebrano con una mostra virtuale.

Accessibile liberamente sul sito web del museo, la mostra 1924-2024 ripercorre il processo di fondazione e crescita della collezione ospitata negli appartamenti dei Granduchi di Lorena, raccolta preziosa per raccontare l’arte italiana tra Settecento e Novecento.

Era l’11 giugno del 1924 quando a Firenze inaugurava la Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, oggi nel circuito museale delle Gallerie degli Uffizi.
Proprio l’imponenza di uno dei poli museali più visitati al mondo fa spesso dimenticare la varietà e il prestigio delle collezioni che le Gallerie custodiscono su entrambe le sponde dell’Arno.
Ma al secondo piano dei Palazzo Pitti, negli ambienti che un tempo furono residenza dei Granduchi di Lorena e saltuariamente ospitarono i rappresentanti di Casa Savoia fino agli anni Trenta, il nucleo di sculture e pitture che spaziano dalla fine del Settecento fino ai primi decenni del Novecento (in crescita costante, grazie a donazioni e acquisti) non ha nulla da invidiare ai capolavori medievali e rinascimentali conservati agli Uffizi.

La Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti: storia e finalità
La collezione della pinacoteca si formò nella seconda metà dell’Ottocento dalla raccolta delle migliori opere provenienti dai concorsi dell’Accademia delle Arti e del Disegno, un tempo esposte nella galleria dell’Accademia, e più tardi fu arricchita dal confluire di numerose collezioni cittadine d’arte del periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, come quella del critico e mecenate Diego Martelli, acquisita nel 1897, che diede l’impulso essenziale alla nascita della Galleria. L’allestimento attuale, articolato cronologicamente in 30 sale che comprendendo tutte le stanze dell’ala laterale settentrionale posteriore del complesso architettonico (con affaccio sui Giardini di Boboli), risale invece ai primi anni Settanta del Novecento.
Nella sua prima forma espositiva, infatti, la Galleria d’Arte Moderna si presentava come una sequenza storica nella quale ai dipinti di Pietro Benvenuti e di Giuseppe Bezzuoli si avvicendavano sale monografiche dedicate ad Antonio Ciseri e a Stefano Ussi, un “sacrario” dei pittori macchiaioli costruito intorno al lascito di Martelli e, infine, una rassegna di artisti contemporanei selezionata entro i limiti della tradizione figurativa toscana incarnata da Libero Andreotti, Felice Carena, Giovanni Colacicchi, Baccio Maria Bacci, esposti accanto ad altri protagonisti dell’arte italiana fra le due guerre. L’idea, all’epoca, fu quella di utilizzare la neonata Galleria come vetrina per le opere di arte contemporanea locale, assecondando la lungimiranza dello stesso Martelli, che era stato capace di raccogliere le testimonianze artistiche più aggiornate del suo tempo. Nel Dopoguerra, la raccolta si sarebbe aperta anche ad artisti internazionali.

La Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti dagli anni Settanta a oggi
Con la riapertura del museo nel 1972 si volle dare spazio al dialogo tra il contesto architettonico e le opere esposte senza tralasciare gli arredi che, a partire dall’Esposizione Universale tenuta a Firenze nel 1861, Vittorio Emanuele II aveva cominciato a collezionare. Fu allora che si propose il criterio della divisione in generi. La collezione venne incrementata con l’apporto di collezioni privati quali la raccolta di Leone Ambron (1947), il comodato di Emilio Gagliardini, le donazioni di Pietro Saltini e Domenico Trentacoste, fino ad arrivare a quella recentissima (2022) di Carlo Del Bravo.
Oggi la Galleria propone innanzitutto una ricognizione completa dell’arte italiana tra XVIII e inizio del XX secolo: si scoprono così lavori ascrivibili al Neoclassicismo e al Romanticismo, prima dell’importante nucleo di pittura della scuola dei Macchiaioli. L’itinerario ottocentesco si conclude con espressioni del decadentismo, simbolismo, postimpressionismo, divisionismo, correnti coeve e in relazione l’una con l’altra, in un periodo di grande fermento artistico per l’Italia, ben espresso da autori come Francesco Hayez, Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Medardo Rosso, Giovanni Boldini. In tempi recenti, a seguito dell’accorpamento delle collezioni dei musei di Palazzo Pitti e della Galleria degli Uffizi, infatti, le raccolte ottocentesche e novecentesche si sono arricchite ancora, attraverso una politica di acquisizioni condivisa con la commissione Gam relativa a opere di età moderna e contemporanea: l’ingresso del Ritratto del Conte Arese in carcere di Hayez è uno dei risultati più significativi di questo impegno, insieme a lavori grafici e sculture di Adriano Cecioni, Libero Andreotti e Manzù.

1924 – 2024: la mostra virtuale per i 100 anni della Gam di Firenze
E per celebrare il primo secolo di vita della Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, gli Uffizi hanno deciso di organizzare una mostra virtuale, ora accessibile sul sito del museo. A cura di Elena Marconi e Chiara Ulivi, l’esposizione virtuale presenta una selezione di 50 opere significative per raccontare la storia della collezione, e propone un percorso digitale guidato, arricchito da approfondimenti testuali sulle origini della Galleria e sui singoli lavori “esposti”, oltre che da foto degli allestimenti storici.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 12 giu 2024

Alessandra Sileoni (a cura di). La riscoperta degli Etruschi nel XVIII secolo. Il ruolo di Franciszek Smuglewicz.

L’evento vuole ricordare la figura e l’opera del pittore polacco-lituano, Franciszek Smuglewicz, che soggiornò a Roma e nel Lazio, tra il 1763 e il 1784.
Arrivato nella Città Eterna come giovane borsista di re Stanislao Augusto, ebbe modo di frequentare prima l’Accademia del Nudo in Campidoglio e poi l’Accademia Nazionale di San Luca, due delle più prestigiose scuole d’arte dell’epoca.
Ebbe così inizio un lungo percorso artistico caratterizzato, in gran parte, dalla realizzazione di opere incentrate su tematiche storiche ed archeologiche. Tra queste, degne di menzione sono riproduzioni delle pitture della Domus Aurea e di alcune tombe di Tarquinia. Nel corso del Settecento, a far maturare un rinnovato interesse verso la civiltà etrusca, furono in concomitanza l’apertura di svariati scavi, purtroppo condotti senza fondamento scientifico, e il fervente dibattito intavolato intorno ai monumenti che si andavano scoprendo.
Un ruolo sostanziale lo giocarono la Tuscia e i suoi monumenti, in particolare le tombe tarquiniesi, forte richiamo per quegli artisti che videro in quelle pitture un modello replicabile. Fu così che l’architetto James Byres, richiamò nell’allora Corneto (Tarquinia), l’antiquario Thomas Jenkins, artista, commerciante d’arte e banchiere in Roma, con il quale collaborava. Questi vi giunse nel 1761 e dopo aver perlustrato il pianoro della Civita, promosse delle ricerche nella necropoli dei Monterozzi, portando alla luce tre camere, di cui vennero riprodotti i dipinti murali, insieme alle iscrizioni, al tempo ancora leggibili, sulle pareti della tomba del Cardinale. Byres coinvolse anche il pittore polacco Franciszek Smuglewicz, al fine di compilare una raccolta di sessanta illustrazioni di cinque tombe. Ma l’opera dell’architetto scozzese, che peraltro si dimostrò un antesignano della moderna ricerca archeologica nel modo di analizzare e documentare i monumenti antichi, fu pubblicata a Londra solo nel 1842 da Frank Howard con il titolo “Hypogaei or Sepulcral Caverns of Tarquinia. The Capital of Ancient Etruria”, ormai priva del testo che accompagnava i disegni, andato perduto. Tale increscioso ritardo fece si che le tavole poste a corredo dell’opera, sebbene realizzate dal collaboratore polacco il quale per portare a termine il lavoro affidatogli dal Byres soggiornò a più riprese a Corneto tra il 1764 e il 1766, fino al secolo scorso furono erroneamente attribuite al Byres stesso.
Sulla figura di Franciszek Smuglewicz e sul suo ruolo in seno alla ricerca antiquaria settecentesca, si sono interrogati autorevoli studiosi in un convegno che si è tenuto a Tarquinia, il 10 settembre 2021, proposto dall’Ambasciata di Polonia e dall’Istituto Polacco a Roma e possibile grazie alla sempre proficua collaborazione tra la Società Tarquiniense d’Arte e Storia e Omnia Tuscia, entrambe intente a promuovere e valorizzare, anche a livello internazionale, la storia della Tuscia e il suo territorio.
Gli esiti di quel convegno sono confluiti nel Bollettino annuale della S.T.A.S., a cui si sono aggiunti altri contributi.
Il volume apre infatti l’articolo di Claude Albore Livadie, dedicato a Witold Dobrowolski, studioso a cui si deve il riconoscimento della paternità di queste incisioni e di altre opere dell’artista polacco. Come ravvisa Jerzy Miziolek, il lavoro di Smuglewicz penalizzato dalla scarsezza di informazioni viene ancora oggi riconosciuto con insufficienza e risolto per sommi capi da insoddisfacenti citazioni in recenti pubblicazioni. Ma quella che emerge dalla lettura di questi atti è una duplice prospettiva sul pittore polacco: quale protagonista preminente di quei nuovi fermenti che nel XVIII sec. animarono gli ambienti culturali di tutta Europa, e in qualità di testimone dell’aprirsi della cittadina tirrenica ad operazioni di ampio respiro, animate da intellettuali, artisti, antiquari stranieri e caldeggiate da personaggi locali che percepirono come le scoperte di quegli anni a Corneto avrebbero concorso a ritagliarle un ruolo non secondario nel panorama dell’erudizione antiquaria e, soprattutto, nella tanto agognata ricostruzione del mito etrusco, che solo in quel secolo pare realmente avviata, come sottolinea Maurizio Harari.

Info:
www.accademiasanluca.it; tel. 06 6798848 – 06 6798850