Archivi autore: Redazione

SANSEPOLCRO (Ar). La Deposizione di Rosso Fiorentino torna dopo il restauro.

Ha fatto ritorno a Sansepolcro la preziosa pala della Deposizione di Cristo, capolavoro cinquecentesco di Rosso Fiorentino, che aveva lasciato sette anni fa il capoluogo valtiberino per essere sottoposto ad un importante restauro divenuto ormai improrogabile, affidato all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

Il progetto per il restauro della tavola di Rosso Fiorentino nasce in occasione della grande mostra “Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della ‘maniera’” ospitata nel 2014 a Palazzo Strozzi a Firenze. In tale occasione, la diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro con la Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo facevano notare la grande sofferenza della pellicola pittorica.
La principale criticità era dovuta ai numerosissimi sollevamenti diffusi sull’intera superficie, causati dall’estrema rigidità del supporto ligneo, rigidità dovuta a un precedente intervento di restauro, avvenuto probabilmente tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 dopo il terremoto che colpì Sansepolcro nel 1789. Infatti a seguito di questa calamità furono aggiunte cinque traverse in legno di pioppo avvitate sul supporto, che hanno ostacolato i naturali movimenti del legno, e le forze così scaturite si sono ripercosse sul fronte del dipinto creando i sollevamenti.
Al termine della mostra l’opera fece ritorno a Sansepolcro nel 2015 e grazie alla disponibilità dell’Opificio delle Pietre Dure a far eseguire il restauro nei propri laboratori e alla volontà manifestata dall’Ufficio Beni Culturali della Diocesi, furono avviate dalla Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo le procedure tra le istituzioni coinvolte.
Il 20 gennaio 2016 il delicato dipinto fu movimentato in sicurezza presso il laboratorio di restauro della Fortezza da Basso di Firenze.

Come consueto per l’Opificio l’intervento è stato preceduto da una diagnostica completa ed approfondita che ha permesso di conoscere tecniche esecutive e materiali presenti, tanto originali che di restauro.
In primo luogo si è intervenuti sulla struttura, con la rimozione meccanica dell’ammannitura e delle cinque traverse non originali. Dopo aver completato il risanamento del tavolato le due traverse originali sono state rifunzionalizzate mediante un sistema a molle che asseconda, controllandoli, i naturali movimenti del legno.
Si è poi proceduto al restauro degli strati pittorici. Prima di poter effettuare la fermatura del colore è stata necessaria una prima pulitura degli spessi strati di vernice non originale. Conclusa la fermatura la pulitura, complessa e delicata, è stata condotta a più riprese: l’opera presentava molte patinature, ridipinture a coprire una superficie molto compromessa in quanto abrasa da puliture aggressive di antichi restauri (le abrasioni interessavano più di ¼ della superficie pittorica); erano presenti anche molte sgocciolature e ritocchi alterati. Le lacune, dovute per la maggior parte a pratiche devozionali, non erano fortunatamente di grandi dimensioni e comunque compromettevano parti figurative importanti. Su di esse, dopo aver effettuato la stuccatura e il ricollegamento materico della superficie, è stata eseguita l’integrazione cromatica mediante selezione, mentre le diffuse abrasioni sono state abbassate di tono mediante leggere velature.
Il restauro, le cui tempistiche sono state dettate oltre che dalla complessità dell’intervento anche e soprattutto dalla pandemia, si è concluso nel maggio 2023.
“Il complesso intervento di restauro ha permesso di restituire la completa leggibilità a un testo fondamentale nello svolgimento della pittura della prima Maniera italiana – spiega Sandra Rossi, Direttore del Settore di restauro dei dipinti mobili, Opificio delle Pietre Dure -.
Le indagini sulla tecnica pittorica dell’artista ne hanno, infatti, rivelato l’espressività e la modernità fuori dal comune: una pennellata caratterizzata da un tratteggio incrociato continuamente spezzato, quasi grafico. Sono emersi, inoltre, interessanti dettagli operativi come l’utilizzo della tecnica detta ‘al risparmio’ che, lasciando intenzionalmente a vista il fondo cromatico bruno, lo rende elemento figurativo. Il restauro ha, infine, svelato commoventi dettagli, come la presenza di una piccola margherita in primo piano, da tempo non più visibili a causa delle precarie condizioni di conservazione della pellicola pittorica”.
“È un momento di grande soddisfazione – dice mons. Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro – il ritorno a Sansepolcro della Deposizione di Cristo di Rosso Fiorentino perché è il frutto di un lavoro in sinergia di diversi enti, in particolare l’Opificio delle Pietre Dure, la Soprintendenza, il Comune di Sansepolcro, la Diocesi, la parrocchia, l’associazionismo e tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita di questo evento e di questo recupero. È motivo di soddisfazione e anche significativo perché viene ricollocato in prossimità della Settimana Santa che ci prepara a vivere il mistero di Cristo morto e risorto. Questo dipinto presentandoci proprio la deposizione di Cristo è un grande invito a riscoprire la bellezza dell’arte nella nostra Diocesi e insieme a viverla come proposta di meditazione”.
“Sansepolcro – dice Emanuela Daffra, Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure – nonostante le perdite subite nel corso del tempo, ha ancora la fortuna di custodire uno straordinario patrimonio di opere d’arte collocate nei luoghi per le quali furono pensate. Non è scontato e spiega la particolare soddisfazione nel vedere nuovamente la tavola di Rosso all’interno della sua cornice settecentesca, a suggello di una collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure ormai ‘storica’ per continuità e qualità di risultati, come mostrano i casi pierfrancescani del Polittico della Misericordia e della Resurrezione”.
“Questo episodio – commenta Gabriele Nannetti, Soprintendente alle Belle Arti, Archeologia e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo è la conferma di un modello virtuoso di interazione tra gli uffici della diocesi e quelli del Ministero della cultura, sia per quanto riguarda la Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo, ma anche per quanto riguarda l’Opificio delle Pietre Dure che opera su tutto il territorio nazionale e che ha sede a Firenze, il risultato si è raggiunto anche grazie a un percorso condiviso e accompagnato in tutte le sue fasi”.

Già nel 2022, grazie al contributo dei fondi 8×1000 della Conferenza Episcopale Italiana la Diocesi aveva investito circa 7mila euro nella chiesa di San Lorenzo in Sansepolcro – la sede dove è custodito da secoli – per la realizzazione di un moderno impianto antintrusione e di videosorveglianza di ultima generazione. Contestualmente, per completare le verifiche sulla sicurezza della chiesa – dove l’opera avrebbe fatto ritorno – veniva fatta istanza all’Opificio delle Pietre Dure per la collaborazione con il Laboratorio di Climatologia e Conservazione preventiva; il laboratorio installava tre sonde per la rilevazione e la registrazione dei parametri termoigrometrici nell’arco dei dodici mesi.
“Le mostre d’arte quando sono di alto valore scientifico diventano iniziative molto importanti – dice Serena Nocentini, dell’Ufficio diocesano per i Beni Culturali -. Esse sono da considerare grandi eventi anche per la vita culturale della Diocesi e non solo della comunità civile. Proprio in occasione della mostra ospitata a Palazzo Strozzi e in sinergia con la nostra Soprintendenza, è nata questa prestigiosa collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure. Grazie alla loro dedizione e all’altrettanta maestria è stato permesso di restituire alla comunità la bellezza e la forza espressiva di questa inestimabile opera. La Deposizione di Rosso Fiorentino è tra i capolavori più ammirati e studiati nella nostra Diocesi, ma prima di tutto usando le parole di san Giovanni Paolo II in merito all’arte sacra ‘è esperienza di universalità. Non può essere solo oggetto o mezzo. È parola primitiva, nel senso che viene prima e sta al fondo di ogni altra parola’. E proprio per questo, la nostra più grande gioia è che l’opera sia tornata nella sua chiesa originaria, perché quando vi sono le condizioni, le opere sacre devono restare nel loro contesto”.

Nel frattempo, in molti, a Sansepolcro, si erano fatti portavoce dell’esigenza di intervenire sul pavimento della chiesa, realizzato negli anni ’60 con piastrelle in ceramica blu. Per assecondare questa richiesta, la Diocesi si è attivata per la progettazione e per richiesta di autorizzazione presso la Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio, del nuovo pavimento in cotto, il cui costo, 36.300 euro, è stato coperto per tre quarti con le risorse rinvenienti dagli oneri di urbanizzazione destinati agli edifici di culto e, per la quota rimanente, circa 8mila euro, attraverso iniziative di auto finanziamento di cui si è fatta promotrice la parrocchia del Duomo di Sansepolcro e alcune associazioni cittadine (Compagnia Artisti e Vivere a Sansepolcro, Rotary Club Sansepolcro, Lions Club Sansepolcro, Caserma Archeologica, Amici del Poliedro, Associazione Campanari, Gruppo Lunedì d’Estate, Gruppo Cavalieri del Trebbio, Teatro Popolare, Volontariato San Lorenzo, Gruppo Filarmonica e alcuni privati). I lavori sono stati diretti dall’architetto Andrea Mariottini con la collaborazione di David Tripponcini e realizzati dall’impesa Stema di Nako Nasi. Sono state utilizzate pianelle delle Badie di Montefioralle lavorate artigianalmente acquistate dalla ditta Giorni Aldo che si ringrazia per la sponsorizzazione tecnica. Inoltre, con l’autorizzazione della Soprintendenza, e sempre con il contributo della comunità locale è stata eseguita, a opera di Rossana Parigi, la manutenzione della cornice e delle decorazioni in gesso dell’altare maggiore che racchiude la Pala di Rosso Fiorentino.
“Finalmente si riapriranno le porte dell’antica chiesa di San Lorenzo – dice mons. Giancarlo Rapaccini, parroco della Concattedrale di Sansepolcro -. I cittadini e i turisti potranno finalmente ammirare il nuovo pavimento in cotto artigianale dell’Impruneta e soprattutto estasiarsi dinanzi al meraviglioso dipinto della Deposizione di Cristo. Un’opera di straordinario valore artistico restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Un ritorno attesissimo da tutti i biturgensi. È stato emozionante vedere come tante associazioni della città si sono adoperate per reperire i fondi necessari per ridare una degna collocazione al dipinto. La parrocchia, e io personalmente, ci siamo fatti promotori di tale iniziativa senza trovare resistenza. È stato bello lavorare così, tutti insieme, per arricchire la nostra città. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno contribuito, con la speranza di continuare per altri interventi. Chi viene a Sansepolcro, città di Piero della Francesca, deve riempirsi gli occhi di bellezza. E ripartire con il proposito di ritornare”.

Grazie al fondamentale contributo dell’Amministrazione comunale di Sansepolcro si è provveduto al rifacimento dell’illuminazione; quest’ultima, difatti, per quanto risalente a non molti anni fa, si era dimostrata inadatta per l’adeguata lettura del dipinto: si è così costituito un tavolo tecnico tra Diocesi, Parrocchia e Amministrazione comunale per predisporre il nuovo sistema illuminotecnico affidato alla ditta Opera.

“Il ritorno dell’opera rappresenta un grande evento per l’Amministrazione comunale e per l’intera comunità – dichiara Fabrizio Innocenti, sindaco di Sansepolcro -. Si tratta indubbiamente di una splendida realtà, quella di poter nuovamente ammirare l’opera di Rosso Fiorentino alle nostre latitudini dopo il delicato intervento di restauro che l’ha riguardata. Colgo l’occasione per ringraziare la Diocesi, il costante impegno di monsignor Giancarlo Rapaccini, il generoso contributo delle associazioni cittadine. Anche il Comune ha fatto la sua parte, destinando la somma di 15mila euro per la corretta illuminazione del dipinto. La Deposizione di Rosso Fiorentino sarà così nuovamente fruibile in tutta la sua bellezza e nel suo fascino evocativo, un arricchimento ulteriore al prezioso patrimonio artistico che custodiamo in città e che fa parte del nostro Museo diffuso”.

La Deposizione di Sansepolcro è tra i capolavori di Giovan Battista di Jacopo, detto il Rosso Fiorentino (Firenze, 8 marzo 1494 – Fontainebleau, 14 novembre 1540). L’opera fu eseguita a Sansepolcro dove l’artista, fuggito nel 1527 dal Sacco di Roma, aveva trovato rifugio.
Secondo il celebre biografo delle Vite, Giorgio Vasari, egli ricevette questa preziosa occasione di lavoro alla generosa rinuncia del pittore biturgense Raffaellino del Colle che, in un primo tempo, aveva ricevuto l’incarico per il dipinto dalla Compagnia di Santa Croce “acciò che in quella città rimanesse qualche reliquia di suo”; ma anche grazie alle raccomandazioni del vescovo Leonardo Tornabuoni, cui il pittore era legato da vincoli professionali e di amicizia.
Il Rosso aveva già rappresentato il tema della Deposizione nella bella tavola di Volterra (1521), ma la critica riconosce nell’esemplare di Sansepolcro una più cupa drammaticità che lo spinge a ricorrere perfino al grottesco, come nella mostruosa figura a lato della scala. Siamo di fronte a un’opera di eccezionale forza espressiva, che rivela una religiosità personale intensa, segnata dalla nascente Controriforma e dalla gravità dei tempi, che vedono la stessa Roma in balìa delle milizie e delle bande dei regnanti; nonché a un esempio tra i più illustri del legame con Roma – e dunque degli esempi figurativi moderni quali le opere ultime di Raffaello e della sua scuola, o la potenza cromatica e le torniture poderose degli affreschi della Sistina realizzati da Michelangelo – dei territori della Valtiberina.

Info:
Ufficio Stampa Opificio delle Pietre Dure:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
tel. +39. 049.663499
simone@studioesseci.net (rif. Simone Raddi)

Ufficio Stampa Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro:
Luca Primavera
+39.345.42.15.256
ufficiostampa@diocesi.arezzo.it

Michele Santulli, Cane e padrone.

Sembra incredibile eppure l’immortale creatore dei ‘Buddenbrooks’ e della ‘Montagna Incantata’ avversario acerrimo e pubblico del Nazismo incipiente e di Hitler, nella sua maturità sentì anche il piacere di trasmettere ai propri lettori le sue esperienze e sensazioni vissute accanto ad un bastardello, come vengono di solito definiti questi cani popolari dalle umili origini.
Thomas Mann (1875-1955 ), è di lui che stiamo parlando, in tutta la sua esistenza ebbe molti cani e Bauschan cosi si chiamava il bastardello col pelo raso marrone e con striature di nero e un ciuffo sulla testa e zampe storte e piccola coda, fu quello che maggiormente colpì ed ispirò lo scrittore tanto che ad un certo momento sentì quasi la esigenza di immortalarlo in un racconto di sentimenti e vicende canine che chiamò ‘idillio’ nel 1918 intitolato appunto ‘Cane e padrone’ in tedesco ‘Padrone e cane’!
Dei tanti cani avuti, Bauschan il bastardello il solo cha ha avuto tale privilegio letterario. Le passeggiate mattutine nel parco dove si trovava la casa in un parco alla periferia di Monaco ed i contatti e le conversazioni con Bauschan. Tutto intorno natura a vista d’occhio ben tenuta e alberi di varie specie e il sentiero che normalmente percorrevano sfociava sulla riva di un fiume, il fiume Isar, che scorreva lungo il bosco. In giro la selvaggina tipica di lepri, fagiani, caprioli e naturalmente quantità di topi, di talpe e di scoiattoli. E per Bauschan era un continuo rincorrere soprattutto appresso alle lepri, tra l’altro un boccone prelibato; ma le lepri come si sa, sono quasi inafferrabili, talmente abituate ad essere rincorse e cacciate da tutti, quadrupedi e bipedi e perciò il più delle volte gli inseguimenti erano a vuoto e quando accadeva talvolta che la presa era possibile e ravvicinata, la lepre ricorreva al segreto tipico che la salvava e cioè faceva un guizzo in verticale che le consentiva un cambiamento fulmineo di rotta, mentre il povero Bauschan continuava la corsa ancora per qualche metro con la conseguenza di perdere di vista l’obbiettivo! E lo scrittore si divertiva allo spettacolo e trovava parole di consolazione per Bauschan che gli si accostava riconoscente e cercava di saltargli addosso per baciarlo, con le zampe sporche di terra e la bocca ancora spalancata…. E poi i fagiani, riusciva a bloccarne qualcuno ma che subito rimetteva in libertà perché disturbato dagli starnazzamenti e dalle piume. Un altro animale preferito per le sue rincorse erano le numerose oche che bivaccavano sulle rive del grande fiume ma anche le oche erano inavvicinabili perché alla sua apparizione volavano in acqua e restavano a guardarlo e magari a deriderlo. E Thomas Mann godeva a queste imprese sempre le medesime del suo amato quadrupede. Le prede ambite erano i topi e le talpe e non riuscendo ad agguantarle mentre scorazzavano in giro, iniziava a scavare la terra dove si erano rifugiate e anche in questo caso dopo aver lungamente scavato il terreno e imbrattatosi ben bene, il risultato era nullo in quanto la eventuale bestiola si era costruita una tana così sicura da essere inavvicinabile. Ma talvolta riusciva a bloccare un topo o una talpa: azzannare e divorare era un tutt’uno! Pur con sentimenti di dolore per la vittima e anche di un certo disgusto allo spettacolo, Thomas Mann accettava, disapprovando, l’assassinio commesso dal caro Bauschan.
E poi la descrizione magistrale e fedele della natura, degli alberi e degli arbusti, dei fiori e poi dei vialetti, del lungofiume, del traghettatore. E poi Bauschan che aveva la comoda casetta nel giardino, che andava a bussare con la sua zampa sulla vetrata dello studio dello scrittore che quasi sempre lo faceva entrare, portandosi indietro terra e foglie.
Quale rapporto tra cane e padrone! Si parlavano, si accarezzavano, camminavano l’uno affianco all’altro; quando lo scrittore andava in città e restava assente, Bauschan in attesa paziente del ritorno e quante feste.
Nemmeno il più esperto chirurgo sarebbe stato in grado di descrivere un corpo vivente come Thomas Mann: ogni fibra, ogni singola componente del corpo di Bauschan veniva perfettamente e amorevolmente individuata e descritta, perfino le unghie delle zampe, la coda, la barbetta, le labbra, i denti e il ciuffo, la posizione delle zampe nelle varie andature, le emissioni vocali; e incredibile, gli occhi! che cosa vi leggeva in certi momenti, con quelle espressioni! Gli occhi dei cani, chi sa e vuole osservarli, sono una fonte inimmaginabile di sensazioni e di sentimenti: nessun essere vivente dispone di questa prerogativa unica, di quegli sguardi, quale e quanta espressività. E quante conversazioni e dialoghi tra i due: ad ogni frase dello scrittore corrispondeva una espressione o un suono o un movimento differente di Bauschan.
E quanta cura ed attenzione. A questo proposito viene in mente il miserabile bipede che quasi sempre impunito, ha il coraggio anzi la ferocia di abbandonare il proprio cane, magari legato sull’autostrada, perché per esempio sta andando in vacanza. Ed episodi analoghi. Rarissimamente invece si sente parlare di una visita al canile pubblico o del controllo al medesimo.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

BAGHERIA (Pa). l museo Guttuso compie 50 anni e si rifà il look: inaugurato il nuovo allestimento.

Per i suoi 50 anni il Museo Guttuso, dedicato all’omonimo artista del Novecento, in collaborazione con gli Archivi Guttuso e grazie al contributo straordinario erogato dall’Assessorato dei Beni culturali della Regione Siciliana ha mostrato le sale appena ristrutturate, oltre ad un ricco cartellone di eventi e di iniziative dedicate.
Come ha sottolineato il sindaco Tripoli: “Il Museo Guttuso ed il suo patrimonio sono stati da subito protagonisti di un percorso di valorizzazione da parte della nostra amministrazione. Celebrare il cinquantesimo della nascita del Museo, con questo nuovo allestimento, ci proietta verso il futuro con la consapevolezza che il Museo va armonizzato con i nuovi beni acquisti dal Comune: Mulino Cuffaro e Sicilcalce che saranno a breve oggetto di riqualificazione. Il Museo merita l’impegno di tutti poiché è patrimonio della nostra città e della nostra cultura”.
“L’apertura del nuovo allestimento è il cuore del 50ennale del Museo. Uno spazio culturale chiuso da troppo tempo che rinasce a nuova vita, con dei lavori di manutenzione e con un nuovo e incredibile allestimento ed un nuovo catalogo. Ma il 50ennale non è solo questo”, ha raccontato l’assessore Daniele Vella, che poi ha aggiunto: “È il tributo che Nico Bonomolo realizza con il suo video che diventerà virale; è il ciclo di conferenza che gli artisti realizzeranno, è l’esposizione dei carretti con cui abbiamo aperto qualche mese fa, è finalmente la realizzazione di un catalogo per la bellissima collezione di manifesti cinematografici della collezione Lo Medico da parte di Emiliano Morreale, è la duplice conferenza che realizzeremo insieme ad Unipa e con Marco Carapezza per i 50 anni della Vucciria, ed una in collaborazione con la categoria dei giornalisti e Assostampa, le esposizioni che abbiamo in programma e tanto altro ancora”.
“La celebrazione dei 50 anni dalla nascita dell’Istituzione, oggi espressi nel suo rinnovamento museale, rappresenta per gli Archivi Guttuso una confluenza di risultanze e di intese che ha avuto con il Comune di Bagheria a partire dalla sua germinazione, percorrendo negli anni occasioni sorprendenti di arte e di cultura. Fabio Carapezza Guttuso, fondatore degli Archivi, con la sua sapiente, illuminata tenacia è stato partecipe essenziale della formazione delle collezioni e delle attività culturali, contribuendo alla crescita del Museo, a Guttuso intitolato, ha raccontato Tiziana Cristallini Carapezza Guttuso, presidente degli Archivi Guttuso.
“Mi faccio portavoce, in tal senso, del suo pensiero che conosco profondamente per manifestare personalmente, attraverso la continuità dei rapporti tra gli archivi e l’Istituzione a che, nel futuro con ulteriore spinta propulsiva, si intensifichi l’attenzione verso l’intero complesso monumentale di Villa Cattolica, prezioso documento della Città”, ha infine concluso.
Anche il direttore scientifico degli archivi Guttuso, il professore Marco Carapezza ha voluto commentare l’iniziativa: “I tanti bagheresi presenti in questa occasione sono la testimonianza che questa è anche una grande festa. I compleanni sono momenti festosi, importanti e inevitabilmente ci inducono ad alcune riflessioni sul passato e sul futuro. Alcuni compleanni sono poi di particolare rilevanza, ognuno può pensare al proprio di compleanno importante. Una cosa simile accade con le istituzioni e il cinquantesimo anno di un museo è un traguardo importante da festeggiare e su cui riflettere. A partire dalla scelta di grande valore civile di Renato Guttuso, continuata poi da Fabio Carapezza Guttuso, di donare alla città un importante nucleo di opere sue e di amici pittori dando così avvio al percorso che avrebbe portato al museo. Una scelta ben compresa dalla città di Bagheria che ha saputo impegnarsi nel dare a questa donazione, la villa Cattolica, una sede di straordinaria bellezza”.
A spiegare il nuovo allestimento, i lavori eseguiti, le origini dei finanziamenti sono intervenuti poi il responsabile E.Q. della direzione II “Cultura”, responsabile unico del progetto, Onofrio Lisuzzo, la consulente del patrimonio monumentale delle ville comunali di Bagheria Lina Bellanca e Dora Favatella Lo Cascio, consulente comunale per la salvaguardia del patrimonio culturale e monumentale della Città.
L’apertura degli spazi del secondo piano è il frutto di una lunga azione amministrativa ed è stata sostenut grazie al contributo straordinario da parte della Regione Siciliana e fondi di bilancio comunale che hanno permesso di revisionare l’impianto antincendio, gestire la manutenzione del giardino e quella di restauro.
Il Museo d’arte contemporanea racchiude oggi il meglio dell’arte contemporanea siciliana, capace con le sue opere d’arte di raccontare il territorio in tutte le sue sfaccettature. Tra i nuovi lavori artistici donati o dati in comodato d’uso al museo ci sono quelle di Giuseppe Agnello, Salvatore Bonnici, Gai Candido, Bruno Canova, Ilaria Caputo, Salvatore Caputo, Giovanni Compagnino, Antonio Vitale, Piero Corpaci, Francesco Domilici, Martin Emschermann, Anna Fici, Arrigo Musti, Antonio Nacci, Franco Panella, Enzo Patti, Nicasio Pizzolato, Gianni Provenzano, Salvatore Rizzuti, Antonino Saporito Renier, Placido Scandurra, Vincenzo Sciamè e Turis Sottile. Interessante anche la collezione di oltre 130 pezzi appartenenti alla collezione Daneu Tschinke, donata da Anna e Vincenzo Tschinke che va ad arricchire la sezione dedicata alla Pittura di carretto.
Le opere si aggiungeranno alle collezioni già presenti all’interno di Villa Cattolica, con l’intento di promuovere il patrimonio culturale, in particolare quello contemporaneo.
Il Museo d’arte contemporanea racchiude oggi il meglio dell’arte contemporanea siciliana, capace con le sue opere d’arte di raccontare il territorio in tutte le sue sfaccettature. Tra i nuovi lavori artistici donati o dati in comodato d’uso al museo ci sono quelle di Giuseppe Agnello, Salvatore Bonnici, Gai Candido, Bruno Canova, Ilaria Caputo, Salvatore Caputo, Giovanni Compagnino, Antonio Vitale, Piero Corpaci, Francesco Domilici, Martin Emschermann, Anna Fici, Arrigo Musti, Antonio Nacci, Franco Panella, Enzo Patti, Nicasio Pizzolato, Gianni Provenzano, Salvatore Rizzuti, Antonino Saporito Renier, Placido Scandurra, Vincenzo Sciamè e Turis Sottile. Interessante anche la collezione di oltre 130 pezzi appartenenti alla collezione Daneu Tschinke, donata da Anna e Vincenzo Tschinke che va ad arricchire la sezione dedicata alla Pittura di carretto.
Le opere si aggiungeranno alle collezioni già presenti all’interno di Villa Cattolica, con l’intento di promuovere il patrimonio culturale, in particolare quello contemporaneo.
Sul sito web del museo (https://www.museoguttuso.com/50-anni-museo/) è stata creata una sezione interamente dedicata al cinquantesimo e alla nuova collezione.

Fonte: www.siciliafn.it 1 mar 2024