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MILANO. I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa.

Dal 29 settembre 2026 al 31 gennaio 2027, Palazzo Reale a Milano accoglie una grande mostra dedicata ai Brueghel, una delle dinastie artistiche più influenti del Rinascimento europeo. Intitolata I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa, la mostra, attraverso oltre ottanta opere tra dipinti, disegni e stampe, ripercorre la vicenda di una famiglia di artisti che contribuì in maniera determinante alla definizione della pittura moderna e alla nascita di quei generi pittorici che ancora oggi costituiscono una delle principali chiavi di lettura della storia dell’arte occidentale. Per i Brueghel si tratta dunque di un ritorno in Italia a undici anni di distanza dalla mostra che, nel 2015, portò le opere della stirpe a Bologna, a Palazzo Albergati, con 110 opere che esploravano l’apporto della famiglia Brueghel all’arte del tempo, e a quattordici da quella che si tenne a Como, a Villa Olmo (La dinastia Brueghel), con circa un centinaio di opere.

Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE, la mostra, fanno sapere gli organizzatori, è “un progetto a firma di Bernard Aikema con la curatela di Carlotta Striolo”. La mostra propone una rilettura della produzione dei Brueghel non soltanto attraverso i capolavori della famiglia, ma soprattutto mettendo in evidenza il ruolo svolto da questa straordinaria dinastia artistica nella trasformazione del sistema figurativo europeo tra la fine del Cinquecento e il Seicento. L’esposizione intende accompagnare il pubblico in un percorso che attraversa la storia di una famiglia di pittori attiva nei Paesi Bassi ma capace di esercitare un’influenza destinata a estendersi ben oltre i confini delle Fiandre, coinvolgendo l’Italia e gran parte dell’Europa. Attraverso il loro lavoro, i Brueghel contribuirono infatti alla progressiva definizione di nuove categorie della rappresentazione pittorica, inaugurando un sistema di specializzazioni che avrebbe caratterizzato l’arte europea nei secoli successivi.

Il percorso espositivo prende in esame alcuni dei soggetti che diventeranno emblematici della pittura moderna: i paesaggi innevati, le burrasche marine, le nature morte, le scene di vita contadina e le rappresentazioni di battaglie. Temi che oggi appaiono familiari e codificati, ma che tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo rappresentavano un’importante innovazione destinata a modificare profondamente il modo stesso di concepire la pittura. La mostra intende dimostrare come proprio attraverso queste nuove tipologie di immagini abbia preso forma il sistema dei generi pittorici, destinato a influenzare in maniera duratura la produzione artistica europea. Un processo che non riguardò soltanto l’evoluzione dello stile o delle tecniche esecutive, ma investì il rapporto tra gli artisti, il mercato e il pubblico.

L’esposizione ricostruisce infatti un momento cruciale della storia dell’arte, illustrando come le invenzioni dei Brueghel e le strategie sviluppate dalla famiglia nella produzione e nella diffusione delle proprie opere abbiano contribuito in modo decisivo alla nascita di un nuovo modello artistico, perfettamente adattato a un mercato in continua espansione. Secondo il progetto scientifico della mostra, il contributo della dinastia fiamminga non si limitò alla creazione di immagini destinate a esercitare una forte influenza sui contemporanei, ma riguardò anche la capacità di interpretare le profonde trasformazioni culturali, economiche e sociali che interessarono l’Europa del Seicento In quegli anni il sistema artistico attraversò infatti una fase di profondo cambiamento. Accanto alle tradizionali committenze religiose e aristocratiche si sviluppò progressivamente un mercato sempre più ampio, alimentato soprattutto dalla crescente domanda proveniente dalla borghesia urbana, in particolare nei Paesi Bassi.

L’affermarsi di questo nuovo pubblico modificò radicalmente il modo di produrre e commercializzare le opere d’arte. I pittori iniziarono a rivolgersi a una clientela molto più vasta rispetto al passato e, di conseguenza, svilupparono una progressiva specializzazione, concentrandosi su soggetti specifici in grado di soddisfare i gusti e le richieste di differenti fasce di acquirenti. Fu proprio all’interno di questo contesto che i Brueghel elaborarono un sistema produttivo particolarmente efficace, capace di rispondere alle esigenze di un mercato dinamico e in costante crescita. La loro attività contribuì così a consolidare alcuni dei principali generi della pittura europea, rendendoli riconoscibili e destinati a una lunga fortuna.

La mostra mette inoltre in evidenza come il cambiamento non riguardasse esclusivamente il piano economico, ma coinvolgesse anche la riflessione teorica sull’arte. Tra la fine del Cinquecento e il Seicento, infatti, la nascita della moderna letteratura artistica favorì un processo di classificazione delle diverse scuole, delle maniere e delle tipologie di rappresentazione. Critici, teorici e storici dell’arte iniziarono a definire criteri e categorie destinati a codificare la produzione artistica, stabilendo quei canoni interpretativi che ancora oggi vengono utilizzati per distinguere un paesaggio da una natura morta, una scena di genere da una battaglia o da una rappresentazione storica.
Secondo il progetto espositivo, il contributo dei Brueghel si inserisce pienamente in questo processo di definizione dei generi pittorici. La loro produzione costituisce infatti uno dei momenti decisivi nella costruzione di quel sistema classificatorio che continua a orientare la lettura della pittura europea. Attraverso dipinti, disegni e stampe, il percorso promette dunque di comprendere non soltanto l’evoluzione stilistica della dinastia, ma anche il modo in cui le loro opere dialogarono con le trasformazioni del mercato, della teoria artistica e della società europea.

L’esposizione cercherà inoltre di evidenziare la capacità dei Brueghel di sviluppare modelli iconografici destinati a essere ripresi da numerose generazioni di artisti. Le loro invenzioni compositive e i loro soggetti contribuirono infatti alla formazione di un linguaggio figurativo condiviso, destinato a diffondersi ben oltre i confini delle Fiandre.

Info:
Milano, Palazzo Reale, dal 30/09/2026 al 31/01/2027

Fonte: www.finestresullarte.info 23 lug 2026

I musei archeologici dei piccoli paesi sono un patrimonio straordinario (da salvare).

Se ci si trova a passeggiare per un piccolo paese italiano, non è raro imbattersi in curiosi musei dedicati ai temi e soggetti più disparati: il bottone, il rubinetto, la bilancia, le bambole, il cavatappi. Luoghi al limite del bizzarro, spesso nati per goliardia con l’intento di valorizzare tradizioni e peculiarità locali, e che proprio per la loro originalità attirano l’attenzione del pubblico diventando meta per molti turisti.
Assai più facile, invece, è passare davanti a un piccolo museo archeologico senza nemmeno accorgersene. Eppure, dietro l’aspetto dimesso di edifici che sfiorano l’abbandono, con facciate scolorite e portoni che reclamano una mano di vernice, si custodiscono alcune delle testimonianze più preziose della storia del nostro Paese.
In un museo archeologico di provincia può capitare di trovarsi davanti a oggetti che hanno attraversato migliaia di anni: coppe etrusche ed elmi piceni, iscrizioni d’epoca romana, spille, anelli e corredi funerari. Non sono reperti scelti per rappresentare la “grande storia” nazionale, ma frammenti di storie “minori”, locali, che, messe insieme, compongono il mosaico della nostra identità.

I piccoli musei archeologici delle aree interne
Molti di questi oggetti provengono da necropoli, campagne, insediamenti e santuari situati a pochi chilometri dal museo che li ospita. È proprio il forte legame con il territorio a rendere queste piccole istituzioni così significative: in modo poco eclatante e spettacolare, i musei archeologici sparsi nelle aree interne del Paese raccontano i luoghi in cui si trovano, e il modo in cui quei luoghi sono cambiati nel corso dei secoli. Eppure, vista la lontananza dai grandi circuiti turistici, questi preziosi baluardi di storia vivono una condizione di costante fragilità, tra risorse limitate e scarsa visibilità.
“L’archeologia è la più politica delle discipline legate al patrimonio culturale”, dice Anna Rizzo, antropologa, studiosa e attenta osservatrice dei fenomeni relativi alle aree interne. “I piccoli musei di provincia raccontano la storia profonda di un territorio. Sono poco conosciuti e in molti casi devono la loro costituzione alla comunità dei residenti, appassionati di storia e di archeologia che hanno conservato in maniera informale piccole collezioni di reperti: rinvenimenti fortuiti avvenuti durante le lavorazioni agricole, pastorali o la movimentazione della terra. Ceramiche, monete, epigrafi, oggetti di uso quotidiano che permettono di ricostruire la vita delle antiche popolazioni e di valorizzare il contesto. Il coinvolgimento della comunità dei residenti è fondamentale per la conservazione della memoria, perché custodiscono reperti provenienti dagli scavi locali”.

Un patrimonio che parla alle comunità
I piccoli musei archeologici (in Italia se ne contano circa quattrocento sparsi da Nord a Sud) svolgono una funzione che va ben oltre la semplice conservazione dei reperti. Sono luoghi in cui una comunità può riconoscere le proprie radici, comprendere come il paesaggio che la circonda si sia formato, e riscoprire il legame con le popolazioni che lo hanno abitato prima.
Questa dimensione narrativa rende i musei archeologici strumenti preziosi anche sul piano educativo. Ogni anno accolgono scolaresche, organizzano laboratori, visite guidate e attività pensate per avvicinare le nuove generazioni alla storia del proprio territorio. Per molti bambini e ragazzi rappresentano il primo incontro con l’archeologia e con l’idea che il passato non sia qualcosa di distante, ma una presenza concreta sotto i propri piedi.
“In primo luogo i musei archeologici devono essere attrattivi per i giovani, cercando di coniugare il rigore scientifico con un approccio multimediale e immersivo”, spiega Stefano Papetti, curatore scientifico delle Collezioni Comunali di Ascoli Piceno. “Il Museo dell’Alto Medioevo di Ascoli Piceno ha infatti rinunciato alla consueta pannellistica, privilegiando la realtà aumentata, il ricorso al video, a pannelli retroilluminati che presentano i longobardi, i loro costumi, le consuetudini di vita. Per questo tipo di allestimento coinvolgente abbiamo ricevuto nel 2020 il ‘Premio Francovich’ da parte dei medievisti italiani. Attraverso questo percorso interattivo il Dipartimento Educativo contribuisce con le proprie attività didattiche a sottolineare la continuità storica delle tradizioni, del linguaggio che deriva dalla presenza dei longobardi nel territorio Piceno; questo ovviamente è molto attraente per i giovani e contribuisce a una migliore consapevolezza della loro identità”.

I piccoli musei italiani, tra sfide e possibilità
Nonostante il loro valore, molti musei archeologici locali devono però confrontarsi quotidianamente con difficoltà strutturali e di gestione. Le risorse economiche sono spesso limitate e dipendono in larga parte dai bilanci dei piccoli Comuni, che devono conciliare la tutela del patrimonio con molte altre esigenze, spesso più urgenti. Ne derivano allestimenti che faticano ad aggiornarsi, interventi di manutenzione rinviati per anni, attività didattiche ridotte e una comunicazione spesso insufficiente (per la stesura di questo articolo abbiamo provato a contattare diversi musei, con risultati a volte sconfortanti: numeri di telefono non più attivi, siti internet a dir poco antiquati, giri dell’oca infiniti per parlare con i responsabili).
Anche il personale rappresenta una delle principali criticità con cui questi luoghi sono costretti a confrontarsi. Non è raro trovare musei aperti solo in alcuni giorni della settimana o affidati a collaboratori e volontari che, pur con grande passione, non possono garantire una presenza continuativa – né tantomeno competenze adeguate al ruolo. La mancanza di archeologi, curatori ed educatori museali limita, inoltre, la possibilità di trasformare i reperti in un racconto accessibile e coinvolgente, creando una frattura tra il pubblico presente e il contenuto. In altre parole, la fragilità di queste istituzioni non dipende dalla qualità del patrimonio custodito, spesso di valore eccezionale, bensì dalla difficoltà di trasformarlo in una risorsa condivisa e accessibile.

Salvare i piccoli musei per salvare la memoria dei territori
La sfida, oggi, non consiste soltanto nel conservare gli oggetti, ma nel renderli comprensibili e vivi. Servono allestimenti che sappiano valorizzare e mettere in relazione reperti, paesaggio e storia locale, ma anche reti di collaborazione tra musei, siti archeologici, amministrazioni e associazioni culturali di territori diversi, chiamati a fare squadra per sopperire all’assenza di un adeguato sostegno pubblico, creando partenariati e collaborazioni stabili. Un buon esempio in merito è il Parco Archeologico di Altino, che dal 2024 è parte dei Musei Archeologici di Venezia e della Laguna; un cambio di gestione e di prospettiva che ha garantito alla struttura maggiore consistenza e capacità di azione sul territorio.
Così Marianna Bressan, direttrice dei Musei archeologici nazionali di Venezia e della Laguna: “Il Parco Archeologico di Altino si trova a Quarto d’Altino, in provincia di Venezia, e dal 2024 fa parte dei Musei Archeologici nazionali di Venezia e della Laguna, istituto autonomo del Ministero della Cultura che comprende anche il Museo Archeologico nazionale di Venezia, Palazzo Grimani e il futuro Museo Archeologico nazionale della Laguna al Lazzaretto Vecchio. L’ingresso in questo sistema consente di raccontare l’archeologia del territorio in modo più ampio e completo: i quattro Musei sono capitoli di un’unica storia che include l’antica città di Altino, l’antropizzazione della Laguna e delle isole fino ad arrivare al collezionismo dei reperti archeologici.
Con il passaggio all’istituto autonomo ripensiamo al ruolo del Parco come parte integrante di un sistema che a Venezia e nella Laguna parla di archeologia. La sfida è consolidare e aumentare il rapporto con le scuole e con il pubblico locale, che rappresentano da sempre interlocutori fondamentali, e allo stesso tempo, grazie alla rete con i musei di Venezia, aprire sempre di più Altino ai visitatori italiani e internazionali”.

Alcuni esempi virtuosi dal nord al sud
Ma gli esempi degni di nota su scala nazionale potrebbero essere tanti; strutture che, grazie a una gestione lungimirante e al sostegno di contesti sociali e politici favorevoli, hanno saputo crescere nel tempo, garantendo alle collezioni custodite al loro interno un’esposizione adeguata e una fruizione di qualità. Rientrano in questa categoria il Museo Archeologico Provinciale della Lucania Occidentale, nel Comune di Padula (provincia di Salerno), il Museo Civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (provincia di Grosseto) e il Museo Archeologico di Verucchio (provincia di Rimini): istituzioni che, pur disponendo di risorse limitate, continuano a raccontare storie straordinarie e a valorizzare un patrimonio di grande rilievo, lontano dai grandi centri del Paese.
Cristina Giovagnetti, direttrice del Museo Archeologico di Verucchio e Silvia Cesari, operatrice museale, raccontano così la loro realtà, attiva in un Comune di 10mila abitanti: “Tra le colline della Valmarecchia, Verucchio è il cuore di scoperte archeologiche uniche in Italia. Il suo Museo Archeologico custodisce uno dei più importanti patrimoni della cultura villanoviana: raccoglie reperti eccezionali datati tra il IX e il VII secolo a.C., testimonianze di una società aristocratica raccontata attraverso raffinati corredi funerari, armi, tessuti, gioielli e oggetti di straordinario valore. Un patrimonio che da sempre rappresenta un motivo di orgoglio per la comunità locale e richiama l’interesse di studiosi e appassionati anche dall’estero. Eppure, nonostante il suo prestigio scientifico, il museo resta una realtà poco conosciuta. La distanza dai principali flussi turistici e la cronica scarsità di risorse rendono difficile valorizzare un’eccellenza che meriterebbe ben altra visibilità. Chi entra al museo ne esce sempre sorpreso, ma far conoscere questa realtà resta una sfida quotidiana. Nonostante i mezzi limitati, il lavoro di valorizzazione non si ferma: attività e iniziative scientifiche continuano a raccontare un patrimonio unico, con l’obiettivo di far crescere un luogo che merita di essere scoperto”.

Piccoli musei archeologici: un patrimonio da sostenere
Investire in queste realtà vuol dire promuovere una cultura diffusa, sostenere un turismo più lento e consapevole, e offrire alle nuove generazioni strumenti per comprendere il passato del proprio territorio. Significa, anche, riconoscere che il patrimonio italiano non è fatto soltanto di grandi monumenti e musei celebri, ma di centinaia di piccole istituzioni che, silenziosamente e con supporti statali sempre più limitati, continuano a custodire le radici del Paese.

Autore: Alex Urso

Fonte: www.artribune.com 29 lug 2026

PARMA. LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre.

Dopo il successo della retrospettiva “Giacomo Balla. Un universo di luce”, dal 2 ottobre 2026 va in scena a Parma, nelle sale del Palazzo del Governatore, il secondo capitolo del protocollo d’intesa tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea con una nuova esposizione, LEI, concepita per la città emiliana con capolavori provenienti esclusivamente dalla collezione della galleria.
La mostra, dal titolo “LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre“. Capolavori dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea presenta oltre 60 opere allestite in 13 sale – dipinti, sculture, disegni, fotografie e arazzi – che compongono una sorprendente rassegna di sguardi tra figure reali e ideali dell’universo femminile, lungo oltre due secoli di storia. Alcuni lavori sono di recente acquisizione, a partire da Nu Debout, il pastello del 1906 ca. di Pablo Picasso donato lo scorso anno dalla Cy Twombly Foundation.

La figura femminile ha saputo catturare l’interesse, il dibattito e l’ispirazione delle arti visive; è stata vero e proprio motore della creatività umana e tema privilegiato della ricerca artistica tra XIX e XX secolo. Attraverso il ritratto femminile si sono manifestate le tensioni estetiche, psicologiche, culturali e politiche che hanno accompagnato il passaggio alla modernità.
«La GNAMC propone a Parma una straordinaria selezione di ritratti femminili, con diversi capolavori, per celebrare l’ottantesimo anniversario del voto alle donne. Conferma, in questo modo, il concreto impegno nel progetto “Museo migrante”, ideato proprio per diffondere la conoscenza della propria collezione in Italia e all’estero. La mostra, inoltre, offre l’occasione per perfezionare e aggiornare gli studi sulla collezione, anche alla luce di alcune importanti nuove acquisizioni promosse recentemente in vista della mostra, secondo una visione dinamica del patrimonio culturale che mira ad arricchirlo costantemente.», afferma Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.
«Credo che il compito delle amministrazioni pubbliche e delle grandi istituzioni culturali non si esaurisca nella conservazione del patrimonio. La sua funzione è anche quella di creare occasioni di conoscenza, confronto e riflessione, affinché le opere continuino a dialogare con il presente e ad arricchire la vita della comunità. È questo il senso della collaborazione tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea: permettere a una grande collezione pubblica nazionale di incontrare la città e, allo stesso tempo, rafforzare Parma come luogo di progettazione culturale, capace di promuovere iniziative di rilievo nazionale attraverso la sinergia tra istituzioni. È attraverso queste collaborazioni che una città cresce, amplia i propri orizzonti e rende la cultura una componente centrale della vita pubblica. La collaborazione con la GNAMC va esattamente in questa direzione e rappresenta un investimento sul presente e sul futuro culturale di Parma», dichiara Lorenzo Lavagetto, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Parma.

Prodotta dal Comune di Parma e dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, con la collaborazione di Solares Fondazione delle Arti, grazie al sostegno di Fondazione Cariparma e di Regione Emilia-Romagna, l’esposizione è curata da Renata Cristina Mazzantini e Cesare Biasini Selvaggi, ed è visitabile al primo piano del Palazzo del Governatore dal 2 ottobre 2026 fino all’8 marzo 2027.

Le donne rappresentate appartengono a mondi differenti, hanno età, condizioni, caratteri e destini eterogenei, eppure condividono la capacità di raccontare un’esperienza umana che supera il tempo in cui furono ritratte. Dalla Signora Ginoux (L’Arlesiana di Vincent van Gogh), moglie del proprietario del Café de la Gare di Arles, alla marchesa Luisa Casati, diva eccentrica e collezionista immortalata da Giovanni Boldini; dalla facoltosa aristocratica polacca Hanka Zborowska (la Signora dal collaretto di Amedeo Modigliani) a Carminella, figlia del popolo la cui storia il tempo ha lasciato nella penombra, ma non il pennello di Antonio Mancini; da Palma Bucarelli (la donna che rivoluzionò l’arte contemporanea italiana alla guida della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) dipinta da Savinio, all’attrice Elsa Martinelli nell’interpretazione di Giosetta Fioroni. Un immaginario al femminile rivelatore e generatore di una moltiplicazione dell’Io di donne attraverso altre donne. I soggetti esposti agiscono, in taluni casi, sia da rappresentazione di una realtà sia sotto forma di variazioni possibili dell’identità femminile. Da qui nascono ritratti di donne con potenti personalità, esaltate nella loro energia grazie alla cattura “magistrale” di uno sguardo rivelatore, di un gesto segreto o di un respiro appena trattenuto.

La mostra (che si avvale di un comitato scientifico composto – oltre dai curatori – da Stefano Marson, Alberto Salvadori e Simona Tosini Pizzetti) comprende un prestito eccezionale di capolavori alla città di Parma, molti dei quali raramente concessi, provenienti dalle collezioni della GNAMC di Roma, la più ampia sul territorio nazionale di arte italiana e internazionale del XIX e XX secolo. Dai raffinati disegni di Gustav Klimt (tra cui uno studio per Le tre età della donna) in cui la linea sigilla l’erotismo e l’eleganza della donna della Secessione viennese, alla Figura (Femme de Venise VI) di Alberto Giacometti, un totem ancestrale, una madre-matrice scarnificata, fino alle Femmes di Man Ray, dove il corpo femminile smette di essere oggetto di contemplazione per farsi rebus, ombra perturbante, enigma che rifiuta di essere catalogato dallo sguardo maschile. Mentre la cera della Bambina che ride di Medardo Rosso cattura il guizzo dell’infanzia della piccola protagonista prima che venga normata dalle ristrettive convenzioni sociali del decoro borghese di fine Ottocento, la Donna in bianco invece viene dipinta da Kees van Dongen agli albori del XX secolo con occhi enormi, inquisitori, che non subiscono la posa e iniziano a guardare dritto il pubblico, costringendolo a fare i conti con la fiera indipendenza di un secolo in cui le donne non hanno più voglia di chiedere il permesso.
Legata a doppio filo all’emancipazione sociale e politica delle donne, la nascita di una nuova identità femminile guida anche la pratica delle artiste in mostra. Con i rispettivi e differenti linguaggi – dalla densità plastica della scultura di Antonietta Raphaël all’obiettivo fotografico di Dora Maar e Francesca Woodman, fino alle performance dalle complesse coreografie di Vanessa Beecroft e Marinella Senatore –, queste autrici hanno scardinato vecchi paradigmi e aperto una riflessione profonda sui concetti di personalità, libertà, autodeterminazione e riappropriazione del corpo.

Una sezione del percorso espositivo è dedicata alla ricerca in Italia tra le due guerre mondiali. In questa complessa fase di transizione, l’universo delle donne si impone sulla scena sempre più autonomo, volitivo, protagonista. La mostra ricompone questo straordinario mosaico culturale attraverso i ritratti femminili dei maggiori protagonisti del periodo (tra cui i pittori Giorgio de Chirico, Gino Severini, Carlo Carrà, Cagnaccio di San Pietro, Antonio Donghi, Achille Funi, Mario Sironi, Enrico Prampolini, Renato Guttuso, e scultori come Arturo Martini, Adolfo Wildt, Arturo Dazzi, Giacomo Manzù, Pericle Fazzini) facendo risaltare la varietà delle esperienze tra Metafisica, “Valori Plastici”, il Novecento italiano, la poetica del Realismo magico, insieme alle grandi mitologie dei primi decenni del XX secolo. L’attività di questi artisti si rivela d’avanguardia anche nel respingere, negli anni Trenta e Quaranta, i rigidi stereotipi domestici e materni che la propaganda del regime fascista tenterà di imporre, scegliendo piuttosto di raccontare l’intimità delle donne, solcata da silenziosa e tenace resistenza nonché da inquietudini esistenziali.

Info:
Palazzo del Governatore – Piazza Giuseppe Garibaldi 1, Parma
contatti: governatore@comune.parma.it; turismo@comune.parma.it
tel. biglietteria: 0521 218035
Dal 2 ottobre 2026 all’8 marzo 2027
mercoledì, giovedì, sabato e domenica e festivi: 10.00 – 19.00 (ultimo ingresso alle 18.00)
venerdì: 10.00 – 22.00 (ultimo ingresso alle 21.00)
chiuso lunedì e martedì
aperture straordinarie: martedì 8 dicembre dalle 10:00 alle 19:00, giovedì 31 dicembre dalle 10:00 alle 15:00, lunedì 8 marzo dalle 10:00 alle 19:00 – chiuso il 25 dicembre e il 1° gennaio
Tariffe: intero data fissa:€ 12,00 – ridotto:€ 8,00 – ridotto convenzionati:€ 5,00
catalogo mostra:€ 34,00

NAPOLI. Alla chiesa dell’Incoronata il restauro si guarda da vicino.

Si tratta della chiesa di Santa Maria dell’Incoronata, un gioiello gotico nel cuore storico di via Medina, e al centro di un intervento di restauro, seguito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune partenopeo, con la collaborazione degli studenti del corso di Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa.
Il sacro edificio, per lungo tempo rimasto ai margini, conserva uno dei cicli pittorici più importanti della Napoli angioina. Il restyling artistico lo sta restituendo alla città: focus dell’intervento, gli affreschi staccati riferiti a Roberto d’Oderisio ed al Maestro delle Storie di San Ladislao, su cui gli studenti di Suor Orsola hanno lavorato affiancando le restauratrici della Soprintendenza.
Oggi la chiesa si presenta in una veste parzialmente restaurata, posto che i lavori proseguiranno. Nei giorni di apertura, i restauratori sono all’opera e chi entra può parlare con loro. Non un “cantiere chiuso” -si spiega- ma il restauro mentre accade.
«Un cantiere aperto mostra ai cittadini che cosa significa prendersi cura del patrimonio», ha affermato la Soprintendente Rosalia D’Apice.
È la cura la parola su cui torna la restauratrice della Soprintendenza Barbara Balbi: l’attenzione costante ed il lavoro paziente sulle superfici sono ciò che permette di riconsegnare alla collettività un bene che le appartiene. L’Incoronata sarà tra i luoghi protagonisti delle Giornate Europee del Patrimonio, la più ampia manifestazione culturale d’Europa, in programma sabato 26 e domenica 27 settembre 2026. Un appuntamento che, osserva Balbi, trova il suo fondamento nella Convenzione di Faro: il riconoscimento del diritto delle comunità a partecipare al patrimonio culturale ed a prendersene cura.
Le aperture gratuite rispondono a questo principio: un accesso democratico al bene, e la possibilità di parlare con chi lo sta restaurando. Per gli studenti dell’Ateneo, il cantiere è “insieme tutela e formazione: chi domani si prenderà cura di questo patrimonio sta imparando a farlo oggi, sul campo”.
Il progetto è stato raccontato da Run Radio, l’emittente dell’Università Suor Orsola Benincasa. Qui di seguito la storia della chiesa, sempre a cura della sabap.napoli.
Nascosta sotto il livello dell’attuale via Medina, l’Incoronata è uno degli edifici medievali meno conosciuti ed affascinanti della città. Fondata nella seconda metà del XIV secolo per volontà di Giovanna I d’Angiò, la chiesa è tradizionalmente collegata all’incoronazione della regina e del marito Luigi di Taranto. Da una reliquia lì custodita, una spina ritenuta appartenente alla Corona di Cristo, deriva il nome con cui la chiesa è conosciuta. La posizione ribassata di circa tre metri rispetto alla strada non è un’anomalia originaria, ma la conseguenza delle opere difensive cinquecentesche realizzate attorno ai fossati di Castel Nuovo, che comportarono l’innalzamento del piano stradale e finirono per “interrare” l’edificio.
Il cuore artistico della chiesa è la sua decorazione pittorica trecentesca. La navata maggiore conserva i cicli di Roberto d’Oderisio, tra i maggiori interpreti della pittura napoletana di matrice giottesca, con il Trionfo della Religione, i Sette Sacramenti e le Storie bibliche. Nella Cappella del Crocifisso si conservano invece i frammenti delle Storie di San Ladislao, attribuiti ad un anonimo maestro di area marchigiana attivo agli inizi del Quattrocento.
Un patrimonio che fa dell’Incoronata una testimonianza preziosa della Napoli angioina e del suo ruolo di capitale del Regno.
La chiesa ospita attualmente due laboratori di restauro, che affiancano le attività di tutela e rappresentano un’importante occasione di formazione e ricerca. Uno dei laboratori è curato dalla Scuola di Alta Formazione e Studio per il Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa, nell’ambito del protocollo d’intesa sottoscritto con la Soprintendenza, a conferma della proficua collaborazione tra le due istituzioni, per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale. Sull’edificio la Soprintendenza esercita la propria azione di tutela, di cui le aperture straordinarie rappresentano il naturale completamento: consentire ai cittadini di conoscere questi luoghi significa non solo conservarli, ma restituirli pienamente alla vita della città. Le aperture -si conclude- rientrano nel programma di aperture straordinarie diurne dei luoghi della cultura promosso dalla Soprintendenza per il 2026, che nei prossimi mesi interesserà anche altri siti della città.

Fonte e immagini: sabap.napoli

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

IEROFANIA – Sulle vie del Sacro. La rassegna multidisciplinare che tocca sei regioni.

“Ierofania – Sulle vie del Sacro”. E’ il titolo della nuova rassegna multidisciplinare che, fino al 27 settembre, toccherà sei regioni, dal Lazio alla Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, da Palestrina a Naxos.
Una topografia del sacro che invita ad attraversare sei luoghi della cultura, spazi vivi, custodi di una memoria e di un patrimonio immateriale, plasmato di identità, simboli, tradizioni, che chiedono di essere interpretati con nuovi occhi. Nel cartellone d’eccellenza, figurano anche le opere di Salvador Dalí e Nicola Verlato, la musica di Ambrogio Sparagna e le voci di Galatea Ranzi e Roberto Latini.
Il Ministero della Cultura ha presentato, nella Sala Spadolini del Collegio Romano, il pregevole evento de quo, che si sviluppa con un calendario di incontri, spettacoli, mostre, visite guidate e letture, nei luoghi identitari della memoria culturale nazionale del Centro e del Mezzogiorno d’Italia, ed il cui obiettivo si propone di promuovere una nuova relazione tra beni culturali, comunità e linguaggi contemporanei.
Il progetto -come riportato dal comunicato del MiC- si inserisce nelle linee strategiche promosse dal Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, per una cultura diffusa, condivisa ed accessibile, capace di valorizzare i luoghi del patrimonio, rafforzando il rapporto tra territori, comunità e identità culturale. La rassegna è ideata da detto Ministero, attraverso il Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale (DiVa), e organizzata tramite l’Istituto Centrale per la valorizzazione economica e la promozione del patrimonio culturale (IC-VEPP).
Alla conferenza stampa, moderata da Alessio De Cristofaro, sono intervenuti Alfonsina Russo, Stefano Lanna; Fulvia Toscano, Alberto Samonà; Giorgio Calcara, responsabili dei Dipartimenti, delle Direzioni, coordinatori e curatori scientifici del progetto.
“Ierofania nasce dalla convinzione che ogni luogo custodisca una memoria profonda e una propria dimensione simbolica, per cui attraversare questi siti significa riconoscere il loro valore non soltanto storico e archeologico, ma anche religioso. La rassegna invita il pubblico a ritrovare il senso del sacro come esperienza di conoscenza, tramite il dialogo tra discipline diverse e linguaggi contemporanei. Ierofania rappresenta, quindi, pienamente la visione del Dipartimento DiVa, ovvero quella di rendere i luoghi della cultura sempre più vivi e partecipati. Valorizzare, infatti, significa anche costruire nuove occasioni di incontro tra il patrimonio e le persone”, ha dichiarato il Capo Dipartimento della Valorizzazione del Patrimonio Culturale, Alfonsina Russo.
“In un tempo segnato da un ecosistema digitale sempre più pervasivo, iniziative come Ierofania restituiscono alla comunità una dimensione spirituale e relazionale, offrendo occasioni autentiche di incontro, riflessione e partecipazione attraverso il patrimonio culturale. In questa prospettiva si inserisce pienamente il Piano Olivetti per la Cultura, che favorisce la costruzione di nuovi legami tra patrimonio culturale, persone, luoghi e identità”, ha sottolineato il Direttore Generale del Piano Olivetti per la Cultura, Stefano Lanna.
Il progetto coinvolge i Musei e i Parchi archeologici di Praeneste e Gabii, i Parchi archeologici di Paestum e Velia (Salerno), il Castello Carlo V e l’Anfiteatro romano di Lecce, il Museo Nazionale di Matera, il Museo e Parco archeologico nazionale di Locri Epizefiri e il Parco archeologico Naxos Taormina.
Ogni tappa si svilupperà in due giornate, offrendo eventi di rilievo nazionale: tra questi spiccano la mostra diffusa – curata da Giorgio Calcara – che porterà a Matera l’opera “L’angelo del trionfo” di Salvador Dalí, il concerto di Ambrogio Sparagna con l’Orchestra Popolare Italiana a Lecce, le installazioni di Nicola Verlato a Palestrina e Stefania Pennacchio a Paestum, lo spettacolo teatrale Mahābhārata, i grandi reading di poesia affidati agli attori Galatea Ranzi, Roberto Latini e Cinzia Maccagnano, per la sezione “Pietre che cantano”.
“Ierofania, titolo che richiama volutamente la nota categoria elaborata da Mircea Eliade, nasce come una rassegna culturale multidisciplinare che vuole offrire al pubblico un’occasione di incontro con luoghi, linguaggi e forme espressive in grado di porre uno sguardo nuovo sul patrimonio e sul rapporto tra storia, identità e contemporaneità. Coniugando dibattiti, teatro, musica, archeologia, visite guidate e momenti di lettura, il progetto percorre sei luoghi simbolici del Centro e soprattutto del Sud Italia, scelti per il loro antico legame con il sacro”. È quanto hanno sottolineato Fulvia Toscano e Alberto Samonà, rispettivamente direttrice artistica e curatore scientifico della rassegna.
Per Giorgio Calcara, curatore della sezione ‘arte contemporanea’: “Anche l’arte contemporanea è espressione del sacro: attraverso immagini, logos e suoni che sono gli archetipi di una forza vitale che supera migliaia di anni di storia e continua a manifestarsi, rinnovando lo stupore estetico che da sempre lega l’Uomo a una dimensione superiore”.
Da queste suggestioni -conclude il comunicato- nasce un percorso culturale diffuso che invita a rileggere il patrimonio archeologico come luogo di memoria, identità e relazione, capace di dialogare con i linguaggi artistici contemporanei e con le comunità che lo abitano, creando un itinerario che unisce l’eredità culturale materiale con la riflessione sul paesaggio, sulla memoria e sulle diverse forme attraverso cui il sacro continua a manifestarsi nell’arte e nella cultura contemporanee. E l’arte tutela e protegge i luoghi con la sua capacità di evocare il sacro.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it