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PARMA. LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre.

Dopo il successo della retrospettiva “Giacomo Balla. Un universo di luce”, dal 2 ottobre 2026 va in scena a Parma, nelle sale del Palazzo del Governatore, il secondo capitolo del protocollo d’intesa tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea con una nuova esposizione, LEI, concepita per la città emiliana con capolavori provenienti esclusivamente dalla collezione della galleria.
La mostra, dal titolo “LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre“. Capolavori dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea presenta oltre 60 opere allestite in 13 sale – dipinti, sculture, disegni, fotografie e arazzi – che compongono una sorprendente rassegna di sguardi tra figure reali e ideali dell’universo femminile, lungo oltre due secoli di storia. Alcuni lavori sono di recente acquisizione, a partire da Nu Debout, il pastello del 1906 ca. di Pablo Picasso donato lo scorso anno dalla Cy Twombly Foundation.

La figura femminile ha saputo catturare l’interesse, il dibattito e l’ispirazione delle arti visive; è stata vero e proprio motore della creatività umana e tema privilegiato della ricerca artistica tra XIX e XX secolo. Attraverso il ritratto femminile si sono manifestate le tensioni estetiche, psicologiche, culturali e politiche che hanno accompagnato il passaggio alla modernità.
«La GNAMC propone a Parma una straordinaria selezione di ritratti femminili, con diversi capolavori, per celebrare l’ottantesimo anniversario del voto alle donne. Conferma, in questo modo, il concreto impegno nel progetto “Museo migrante”, ideato proprio per diffondere la conoscenza della propria collezione in Italia e all’estero. La mostra, inoltre, offre l’occasione per perfezionare e aggiornare gli studi sulla collezione, anche alla luce di alcune importanti nuove acquisizioni promosse recentemente in vista della mostra, secondo una visione dinamica del patrimonio culturale che mira ad arricchirlo costantemente.», afferma Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.
«Credo che il compito delle amministrazioni pubbliche e delle grandi istituzioni culturali non si esaurisca nella conservazione del patrimonio. La sua funzione è anche quella di creare occasioni di conoscenza, confronto e riflessione, affinché le opere continuino a dialogare con il presente e ad arricchire la vita della comunità. È questo il senso della collaborazione tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea: permettere a una grande collezione pubblica nazionale di incontrare la città e, allo stesso tempo, rafforzare Parma come luogo di progettazione culturale, capace di promuovere iniziative di rilievo nazionale attraverso la sinergia tra istituzioni. È attraverso queste collaborazioni che una città cresce, amplia i propri orizzonti e rende la cultura una componente centrale della vita pubblica. La collaborazione con la GNAMC va esattamente in questa direzione e rappresenta un investimento sul presente e sul futuro culturale di Parma», dichiara Lorenzo Lavagetto, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Parma.

Prodotta dal Comune di Parma e dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, con la collaborazione di Solares Fondazione delle Arti, grazie al sostegno di Fondazione Cariparma e di Regione Emilia-Romagna, l’esposizione è curata da Renata Cristina Mazzantini e Cesare Biasini Selvaggi, ed è visitabile al primo piano del Palazzo del Governatore dal 2 ottobre 2026 fino all’8 marzo 2027.

Le donne rappresentate appartengono a mondi differenti, hanno età, condizioni, caratteri e destini eterogenei, eppure condividono la capacità di raccontare un’esperienza umana che supera il tempo in cui furono ritratte. Dalla Signora Ginoux (L’Arlesiana di Vincent van Gogh), moglie del proprietario del Café de la Gare di Arles, alla marchesa Luisa Casati, diva eccentrica e collezionista immortalata da Giovanni Boldini; dalla facoltosa aristocratica polacca Hanka Zborowska (la Signora dal collaretto di Amedeo Modigliani) a Carminella, figlia del popolo la cui storia il tempo ha lasciato nella penombra, ma non il pennello di Antonio Mancini; da Palma Bucarelli (la donna che rivoluzionò l’arte contemporanea italiana alla guida della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) dipinta da Savinio, all’attrice Elsa Martinelli nell’interpretazione di Giosetta Fioroni. Un immaginario al femminile rivelatore e generatore di una moltiplicazione dell’Io di donne attraverso altre donne. I soggetti esposti agiscono, in taluni casi, sia da rappresentazione di una realtà sia sotto forma di variazioni possibili dell’identità femminile. Da qui nascono ritratti di donne con potenti personalità, esaltate nella loro energia grazie alla cattura “magistrale” di uno sguardo rivelatore, di un gesto segreto o di un respiro appena trattenuto.

La mostra (che si avvale di un comitato scientifico composto – oltre dai curatori – da Stefano Marson, Alberto Salvadori e Simona Tosini Pizzetti) comprende un prestito eccezionale di capolavori alla città di Parma, molti dei quali raramente concessi, provenienti dalle collezioni della GNAMC di Roma, la più ampia sul territorio nazionale di arte italiana e internazionale del XIX e XX secolo. Dai raffinati disegni di Gustav Klimt (tra cui uno studio per Le tre età della donna) in cui la linea sigilla l’erotismo e l’eleganza della donna della Secessione viennese, alla Figura (Femme de Venise VI) di Alberto Giacometti, un totem ancestrale, una madre-matrice scarnificata, fino alle Femmes di Man Ray, dove il corpo femminile smette di essere oggetto di contemplazione per farsi rebus, ombra perturbante, enigma che rifiuta di essere catalogato dallo sguardo maschile. Mentre la cera della Bambina che ride di Medardo Rosso cattura il guizzo dell’infanzia della piccola protagonista prima che venga normata dalle ristrettive convenzioni sociali del decoro borghese di fine Ottocento, la Donna in bianco invece viene dipinta da Kees van Dongen agli albori del XX secolo con occhi enormi, inquisitori, che non subiscono la posa e iniziano a guardare dritto il pubblico, costringendolo a fare i conti con la fiera indipendenza di un secolo in cui le donne non hanno più voglia di chiedere il permesso.
Legata a doppio filo all’emancipazione sociale e politica delle donne, la nascita di una nuova identità femminile guida anche la pratica delle artiste in mostra. Con i rispettivi e differenti linguaggi – dalla densità plastica della scultura di Antonietta Raphaël all’obiettivo fotografico di Dora Maar e Francesca Woodman, fino alle performance dalle complesse coreografie di Vanessa Beecroft e Marinella Senatore –, queste autrici hanno scardinato vecchi paradigmi e aperto una riflessione profonda sui concetti di personalità, libertà, autodeterminazione e riappropriazione del corpo.

Una sezione del percorso espositivo è dedicata alla ricerca in Italia tra le due guerre mondiali. In questa complessa fase di transizione, l’universo delle donne si impone sulla scena sempre più autonomo, volitivo, protagonista. La mostra ricompone questo straordinario mosaico culturale attraverso i ritratti femminili dei maggiori protagonisti del periodo (tra cui i pittori Giorgio de Chirico, Gino Severini, Carlo Carrà, Cagnaccio di San Pietro, Antonio Donghi, Achille Funi, Mario Sironi, Enrico Prampolini, Renato Guttuso, e scultori come Arturo Martini, Adolfo Wildt, Arturo Dazzi, Giacomo Manzù, Pericle Fazzini) facendo risaltare la varietà delle esperienze tra Metafisica, “Valori Plastici”, il Novecento italiano, la poetica del Realismo magico, insieme alle grandi mitologie dei primi decenni del XX secolo. L’attività di questi artisti si rivela d’avanguardia anche nel respingere, negli anni Trenta e Quaranta, i rigidi stereotipi domestici e materni che la propaganda del regime fascista tenterà di imporre, scegliendo piuttosto di raccontare l’intimità delle donne, solcata da silenziosa e tenace resistenza nonché da inquietudini esistenziali.

Info:
Palazzo del Governatore – Piazza Giuseppe Garibaldi 1, Parma
contatti: governatore@comune.parma.it; turismo@comune.parma.it
tel. biglietteria: 0521 218035
Dal 2 ottobre 2026 all’8 marzo 2027
mercoledì, giovedì, sabato e domenica e festivi: 10.00 – 19.00 (ultimo ingresso alle 18.00)
venerdì: 10.00 – 22.00 (ultimo ingresso alle 21.00)
chiuso lunedì e martedì
aperture straordinarie: martedì 8 dicembre dalle 10:00 alle 19:00, giovedì 31 dicembre dalle 10:00 alle 15:00, lunedì 8 marzo dalle 10:00 alle 19:00 – chiuso il 25 dicembre e il 1° gennaio
Tariffe: intero data fissa:€ 12,00 – ridotto:€ 8,00 – ridotto convenzionati:€ 5,00
catalogo mostra:€ 34,00

NAPOLI. Alla chiesa dell’Incoronata il restauro si guarda da vicino.

Si tratta della chiesa di Santa Maria dell’Incoronata, un gioiello gotico nel cuore storico di via Medina, e al centro di un intervento di restauro, seguito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune partenopeo, con la collaborazione degli studenti del corso di Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa.
Il sacro edificio, per lungo tempo rimasto ai margini, conserva uno dei cicli pittorici più importanti della Napoli angioina. Il restyling artistico lo sta restituendo alla città: focus dell’intervento, gli affreschi staccati riferiti a Roberto d’Oderisio ed al Maestro delle Storie di San Ladislao, su cui gli studenti di Suor Orsola hanno lavorato affiancando le restauratrici della Soprintendenza.
Oggi la chiesa si presenta in una veste parzialmente restaurata, posto che i lavori proseguiranno. Nei giorni di apertura, i restauratori sono all’opera e chi entra può parlare con loro. Non un “cantiere chiuso” -si spiega- ma il restauro mentre accade.
«Un cantiere aperto mostra ai cittadini che cosa significa prendersi cura del patrimonio», ha affermato la Soprintendente Rosalia D’Apice.
È la cura la parola su cui torna la restauratrice della Soprintendenza Barbara Balbi: l’attenzione costante ed il lavoro paziente sulle superfici sono ciò che permette di riconsegnare alla collettività un bene che le appartiene. L’Incoronata sarà tra i luoghi protagonisti delle Giornate Europee del Patrimonio, la più ampia manifestazione culturale d’Europa, in programma sabato 26 e domenica 27 settembre 2026. Un appuntamento che, osserva Balbi, trova il suo fondamento nella Convenzione di Faro: il riconoscimento del diritto delle comunità a partecipare al patrimonio culturale ed a prendersene cura.
Le aperture gratuite rispondono a questo principio: un accesso democratico al bene, e la possibilità di parlare con chi lo sta restaurando. Per gli studenti dell’Ateneo, il cantiere è “insieme tutela e formazione: chi domani si prenderà cura di questo patrimonio sta imparando a farlo oggi, sul campo”.
Il progetto è stato raccontato da Run Radio, l’emittente dell’Università Suor Orsola Benincasa. Qui di seguito la storia della chiesa, sempre a cura della sabap.napoli.
Nascosta sotto il livello dell’attuale via Medina, l’Incoronata è uno degli edifici medievali meno conosciuti ed affascinanti della città. Fondata nella seconda metà del XIV secolo per volontà di Giovanna I d’Angiò, la chiesa è tradizionalmente collegata all’incoronazione della regina e del marito Luigi di Taranto. Da una reliquia lì custodita, una spina ritenuta appartenente alla Corona di Cristo, deriva il nome con cui la chiesa è conosciuta. La posizione ribassata di circa tre metri rispetto alla strada non è un’anomalia originaria, ma la conseguenza delle opere difensive cinquecentesche realizzate attorno ai fossati di Castel Nuovo, che comportarono l’innalzamento del piano stradale e finirono per “interrare” l’edificio.
Il cuore artistico della chiesa è la sua decorazione pittorica trecentesca. La navata maggiore conserva i cicli di Roberto d’Oderisio, tra i maggiori interpreti della pittura napoletana di matrice giottesca, con il Trionfo della Religione, i Sette Sacramenti e le Storie bibliche. Nella Cappella del Crocifisso si conservano invece i frammenti delle Storie di San Ladislao, attribuiti ad un anonimo maestro di area marchigiana attivo agli inizi del Quattrocento.
Un patrimonio che fa dell’Incoronata una testimonianza preziosa della Napoli angioina e del suo ruolo di capitale del Regno.
La chiesa ospita attualmente due laboratori di restauro, che affiancano le attività di tutela e rappresentano un’importante occasione di formazione e ricerca. Uno dei laboratori è curato dalla Scuola di Alta Formazione e Studio per il Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa, nell’ambito del protocollo d’intesa sottoscritto con la Soprintendenza, a conferma della proficua collaborazione tra le due istituzioni, per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale. Sull’edificio la Soprintendenza esercita la propria azione di tutela, di cui le aperture straordinarie rappresentano il naturale completamento: consentire ai cittadini di conoscere questi luoghi significa non solo conservarli, ma restituirli pienamente alla vita della città. Le aperture -si conclude- rientrano nel programma di aperture straordinarie diurne dei luoghi della cultura promosso dalla Soprintendenza per il 2026, che nei prossimi mesi interesserà anche altri siti della città.

Fonte e immagini: sabap.napoli

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

IEROFANIA – Sulle vie del Sacro. La rassegna multidisciplinare che tocca sei regioni.

“Ierofania – Sulle vie del Sacro”. E’ il titolo della nuova rassegna multidisciplinare che, fino al 27 settembre, toccherà sei regioni, dal Lazio alla Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, da Palestrina a Naxos.
Una topografia del sacro che invita ad attraversare sei luoghi della cultura, spazi vivi, custodi di una memoria e di un patrimonio immateriale, plasmato di identità, simboli, tradizioni, che chiedono di essere interpretati con nuovi occhi. Nel cartellone d’eccellenza, figurano anche le opere di Salvador Dalí e Nicola Verlato, la musica di Ambrogio Sparagna e le voci di Galatea Ranzi e Roberto Latini.
Il Ministero della Cultura ha presentato, nella Sala Spadolini del Collegio Romano, il pregevole evento de quo, che si sviluppa con un calendario di incontri, spettacoli, mostre, visite guidate e letture, nei luoghi identitari della memoria culturale nazionale del Centro e del Mezzogiorno d’Italia, ed il cui obiettivo si propone di promuovere una nuova relazione tra beni culturali, comunità e linguaggi contemporanei.
Il progetto -come riportato dal comunicato del MiC- si inserisce nelle linee strategiche promosse dal Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, per una cultura diffusa, condivisa ed accessibile, capace di valorizzare i luoghi del patrimonio, rafforzando il rapporto tra territori, comunità e identità culturale. La rassegna è ideata da detto Ministero, attraverso il Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale (DiVa), e organizzata tramite l’Istituto Centrale per la valorizzazione economica e la promozione del patrimonio culturale (IC-VEPP).
Alla conferenza stampa, moderata da Alessio De Cristofaro, sono intervenuti Alfonsina Russo, Stefano Lanna; Fulvia Toscano, Alberto Samonà; Giorgio Calcara, responsabili dei Dipartimenti, delle Direzioni, coordinatori e curatori scientifici del progetto.
“Ierofania nasce dalla convinzione che ogni luogo custodisca una memoria profonda e una propria dimensione simbolica, per cui attraversare questi siti significa riconoscere il loro valore non soltanto storico e archeologico, ma anche religioso. La rassegna invita il pubblico a ritrovare il senso del sacro come esperienza di conoscenza, tramite il dialogo tra discipline diverse e linguaggi contemporanei. Ierofania rappresenta, quindi, pienamente la visione del Dipartimento DiVa, ovvero quella di rendere i luoghi della cultura sempre più vivi e partecipati. Valorizzare, infatti, significa anche costruire nuove occasioni di incontro tra il patrimonio e le persone”, ha dichiarato il Capo Dipartimento della Valorizzazione del Patrimonio Culturale, Alfonsina Russo.
“In un tempo segnato da un ecosistema digitale sempre più pervasivo, iniziative come Ierofania restituiscono alla comunità una dimensione spirituale e relazionale, offrendo occasioni autentiche di incontro, riflessione e partecipazione attraverso il patrimonio culturale. In questa prospettiva si inserisce pienamente il Piano Olivetti per la Cultura, che favorisce la costruzione di nuovi legami tra patrimonio culturale, persone, luoghi e identità”, ha sottolineato il Direttore Generale del Piano Olivetti per la Cultura, Stefano Lanna.
Il progetto coinvolge i Musei e i Parchi archeologici di Praeneste e Gabii, i Parchi archeologici di Paestum e Velia (Salerno), il Castello Carlo V e l’Anfiteatro romano di Lecce, il Museo Nazionale di Matera, il Museo e Parco archeologico nazionale di Locri Epizefiri e il Parco archeologico Naxos Taormina.
Ogni tappa si svilupperà in due giornate, offrendo eventi di rilievo nazionale: tra questi spiccano la mostra diffusa – curata da Giorgio Calcara – che porterà a Matera l’opera “L’angelo del trionfo” di Salvador Dalí, il concerto di Ambrogio Sparagna con l’Orchestra Popolare Italiana a Lecce, le installazioni di Nicola Verlato a Palestrina e Stefania Pennacchio a Paestum, lo spettacolo teatrale Mahābhārata, i grandi reading di poesia affidati agli attori Galatea Ranzi, Roberto Latini e Cinzia Maccagnano, per la sezione “Pietre che cantano”.
“Ierofania, titolo che richiama volutamente la nota categoria elaborata da Mircea Eliade, nasce come una rassegna culturale multidisciplinare che vuole offrire al pubblico un’occasione di incontro con luoghi, linguaggi e forme espressive in grado di porre uno sguardo nuovo sul patrimonio e sul rapporto tra storia, identità e contemporaneità. Coniugando dibattiti, teatro, musica, archeologia, visite guidate e momenti di lettura, il progetto percorre sei luoghi simbolici del Centro e soprattutto del Sud Italia, scelti per il loro antico legame con il sacro”. È quanto hanno sottolineato Fulvia Toscano e Alberto Samonà, rispettivamente direttrice artistica e curatore scientifico della rassegna.
Per Giorgio Calcara, curatore della sezione ‘arte contemporanea’: “Anche l’arte contemporanea è espressione del sacro: attraverso immagini, logos e suoni che sono gli archetipi di una forza vitale che supera migliaia di anni di storia e continua a manifestarsi, rinnovando lo stupore estetico che da sempre lega l’Uomo a una dimensione superiore”.
Da queste suggestioni -conclude il comunicato- nasce un percorso culturale diffuso che invita a rileggere il patrimonio archeologico come luogo di memoria, identità e relazione, capace di dialogare con i linguaggi artistici contemporanei e con le comunità che lo abitano, creando un itinerario che unisce l’eredità culturale materiale con la riflessione sul paesaggio, sulla memoria e sulle diverse forme attraverso cui il sacro continua a manifestarsi nell’arte e nella cultura contemporanee. E l’arte tutela e protegge i luoghi con la sua capacità di evocare il sacro.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

PIEVE DI CADORE (Bl). “Tiziano e il Paesaggio” e “Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert”

A Pieve di Cadore, una nuova inedita mostra per continuare ad indagare il ruolo innovativo del paesaggio nell’opera di Tiziano, a 450 anni dalla sua morte.
Giungono nella terra natale del pittore tre eccezionali dipinti del Maestro e 30 opere grafiche tratte da suoi disegni o di grandi artisti precursori della nuova sensibilità o eredi dei modelli tizianeschi in tutta Europa: da Lucas Cranach e Albrecht Dürer, fino a Rembrandt, Watteau e Marco Ricci.

Nella Casa Natale del pittore anche la mostra “Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert”: il diario di viaggio del letterato e artista inglese alle origini del mito ottocentesco di Tiziano e delle terre dell’artista.

“Vi ho parlato così tante volte della sua abilità nel fare bene ogni genere di paesaggio e nel renderli così gradevoli e naturali, che si può dire che, a parte Tiziano, non esiste nessun altro pittore che ne abbia creati di paragonabili ai suoi”.
André Félibien scrittore d’arte nella Francia del Re Sole non usa giri di parole nei suoi “Entratiens” (1666 – 1688) per esaltare la qualità della pittura di paesaggio in Tiziano, mentre qualche decennio più tardi Roger de Piles figura centrale del mondo parigino dell’arte, nel lungo capitolo sul tema nel suo “Cours de peinture par principes” – una delle prime trattazioni moderne sulla pittura di paesaggio in Europa (1708) – segnala Tiziano come il migliore tra i maestri nel genere.
Suggestioni, che testimoniano come nel XVIII secolo il grande pittore cadorino fosse ancora ammirato (soprattutto in Francia, ma non solo !) per la resa dei paesaggi e anzi considerato il Maestro da cui imparare.

La mostra “Tiziano e il Paesaggio”, che si tiene a Pieve di Cadore presso il Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore dal 18 luglio al 18 ottobre 2026 è il secondo appuntamento, dopo quello organizzato in occasione delle Olimpiadi Invernali, di un progetto espositivo che nella città natale di Tiziano mira ad approfondire il ruolo innovativo svolto dall’artista nello sviluppo della concezione moderna del paesaggio nell’arte veneta ed europea.
Un progetto promosso dalla Magnifica Comunità di Cadore e dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, con la collaborazione del Comune di Pieve di Cadore, curato da Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa con il supporto del Comitato scientifico della Fondazione e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International, punta di diamante delle celebrazioni per i 450°anni della morte del Maestro, “Titianus Cadorinus 1576 – 2026”.
Ricerca scientifica e fascino espositivo (allestimento su progetto di FormaUbis) si uniscono in questa nuova mostra che – dopo la presenza straordinaria a Pieve di Cadore della Pala Gozzi (Ancona, Pinacoteca “F. Podesti”) – porta altri importanti capolavori di Tiziano nella sua terra natale.

Il percorso indaga infatti le origini culturali e figurative dell’interesse del pittore cadorino per la resa dell’ambiente naturale e l’impatto avuto dai suoi paesaggi sugli artisti europei delle generazioni successive, mettendo in dialogo tre dipinti di Tiziano, prestati eccezionalmente dai Musei Capitolini di Roma (Il Battesimo di Cristo, 1511-1512), dall’Accademia Carrara di Bergamo (Orfeo ed Euridice, 1515 c.) e dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia (San Giovanni Battista, 1540 – 1542) e, con oltre trenta tra disegni e xilografie d’epoca di Tiziano e di altri importanti artisti che hanno gettato le basi della nuova sensibilità paesaggistica, o che al grande pittore si sono ispirati: da Lucas Cranach e Albrecht Dürer, fino a Rembrandt, Watteau e Marco Ricci.

Ad accompagnare la mostra – che ha il patrocinio del Ministero della Cultura e della Fondazione Dolomiti Unesco, progetto sostenuto e finanziato da Regione del Veneto, Fondo Comuni Confinanti, Provincia di Belluno, Camera di Commercio Treviso Belluno-Dolomiti, D.M.O. Dolomiti Bellunesi, con il sostegno di Fondazione Cariverona ed il supporto di tanti partner – ci sarà anche un importante catalogo (ZeL edizioni), realizzato grazie al contributo di Save Venice e di Tavolozza Foundation, con saggi e schede dei curatori, Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa, e di Irene Brooke, Beverly Brown, Francesco Di Mauro, Juliette Ferdinand, Peter Lüdemann, Camilla Pietrabissa, Jaco Rutgers, Carolina Trupiano e Matthias Wivel; quindi una fascinosa mostra presso la vicina Casa Natale di Tiziano, di cui si è appena concluso il restauro – “Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert”- che ci porterà a rivedere i paesaggi di Tiziano con gli occhi e attraverso le opere su carta di un romantico viaggiatore ottocentesco, pittore, scrittore, saggista e fine intellettuale, che in Cadore volle ricercare le fonti d’ispirazione del sommo artista.

Da non perdere infine i tantissimi appuntamenti che rientrano nel programma dell’Estate Tizianesca promossa ormai da ventidue anni dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore in collaborazione con la Magnifica Comunità e il Comune di Pieve di Cadore. Quest’anno il progetto – che propone un nuovo modo di vivere la montagna ed i centri minori, valorizzando il dialogo tra arte, paesaggio e comunità nel segno di Tiziano e dei suoi legami con queste aree – conta ben 35 eventi diffusi nel territorio, tra conferenze e incontri con prestigiosi storici e studiosi, concerti di musica classica e visite riservate, coinvolgendo venti località e venticinque luoghi d’arte del Cadore, del bellunese e delle province di Treviso, Venezia e Padova.

IL PERCORSO
Le tre sezioni in cui si articola la mostra mirano a rispondere a tre interrogativi fondamentali per esplorare con un diverso “piglio critico” il tema del paesaggio in Tiziano, senz’altro uno degli aspetti più rilevanti delle poetica del cadorino e fenomeno che ha avuto un impatto enorme nella cultura visiva successiva.
Per capire come il paesaggio contribuisca a definire il significato delle opere tizianesche, sia in pittura che nella grafica, e quali fonti formali possano aver influito nella sua personalissima interpretazione, in apertura della mostra troviamo una selezione di opere che rimandano agli esordi di Tiziano in una Venezia dai forti legami culturali e commerciali con le città dell’Europa settentrionale, e centro nevralgico della nascente industria della stampa.
Nel Battesimo di Cristo dei Musei Capitolini le figure sono armonicamente inserite in un’ambientazione che riveste un ruolo importante: un paesaggio costellato di simboli che arricchiscono semanticamente la scena proprio sopra il committente, il mercante Giovanni Ram, e un borgo con torre cilindrica e il profilo vagamente dolomitico di alcune montagne sullo sfondo; mentre nell’Orfeo ed Euridice di Bergamo (Accademia Carrara) Tiziano pare esplorare altre categorie espressive e di significato, sdoppiando il paesaggio: rassicurante e placido a sinistra, con all’orizzonte una chiesa e il suo campanile, e oscuro e intimidatorio sulla destra, con sullo sfondo la bocca dell’inferno.
Le fonti e il ruolo della pittura nordica sono resi evidenti grazie ad alcune opere di eccezionale rilievo qui esposte, come la Penitenza di San Giovanni Crisostomo di Lucas Cranach prestata dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze – una delle più note e grandi stampe dell’artista e l’unica, tra le nove a bulino da lui realizzate, che presenti un’ampia scena di paesaggio – e l’incisione, sicuramente nota nella Venezia di inizio XVI secolo, con Sant’Eustachio di Albrecht Dürer del 150: entrambe con una linea di orizzonte alta come quella del dipinto dell’Accademia Carrara, e quest’ultima grande lezione sulla varietà di effetti pittorici ottenibili utilizzando solamente la linea..
D’altra parte che Tiziano traesse ispirazione dalle stampe è testimoniato dalla xilografia in quattro blocchi, disposti su due registri, raffigurante il Sacrificio di Abramo, incisa da Ugo Carpi su disegno di Tiziano nel 1516 circa: una delle immagini (insieme alla Sommersione del Faraone nel Mar Rosso esposta nella precedente mostra) per cui lo stampatore Bernardino Benalio aveva chiesto al Senato di Venezia il privilegio di pubblicazione.
Nella figura del pastore in alto a destra evidente è la citazione del San Giuseppe de La fuga in Egitto di Dürer (anch’essa in prestito dagli Uffizi, parte della celeberrima serie dedicata dall’artista tedesco alla “Vita della Vergine” del 1511), mentre – a dimostrazione che si trattava di una pratica diffusa – notiamo che l’intero gruppo con Sacra Famiglia della stampa dureriana ricompare in controparte nella xilografia, in blocco unico, di analogo soggetto eseguita nel 1535 dal monogrammista DN su disegno di Domenico Campagnola. Qui, peraltro, lo sfondo montuoso appare una citazione quasi palmare dal blocco in alto a sinistra del Sacrificio di Abramo.
Ancora, il diverso peso assegnato al paesaggio all’interno delle opere e dunque il differente apporto semantico alla loro comprensione risulta chiaro nel confronto tra altre due importanti e bellissime opere grafiche: Paesaggio con grande cannone, incisione del 1518 di Albrecht Dürer, e Paesaggio con pastori e famiglia in viaggio di Domenico Campagnola. La prima, con una veduta sullo sfondo di notevole precisione topografica, con la valle del fiume Wiesent e un borgo nei pressi di Norimberga, è un’opera che ebbe enorme importanza, considerata uno dei primi esempi nell’arte occidentale in cui il paesaggio assume il ruolo di co-protagonista; nella seconda invece il paesaggio diventa proprio il reale protagonista, con le figure e il gregge sparso raffigurati su scala ridotta rispetto alla maestosità della natura che li circonda, quasi totalizzante e che richiama l’entroterra veneto.
È questa un’epoca, del resto, di grande fortuna e diffusione dei paesaggi disegnati e incisi grazie a una precisa domanda dei collezionisti che apprezzavano la sperimentazione di nuove tecniche e la capacità degli artisti di rendere il senso di luce e ombra e di descrivere la realtà circostante senza l’ausilio del colore, in opere monocromatiche.
Determinante nello sviluppo e nella diffusione di disegni e stampe raffiguranti paesaggi fu l’incontro e la collaborazione tra Tiziano, l’incisore e chierico Giulio Campagnola, di formazione umanistica, e il suo erede artistico Domenico, figlio in realtà di un calzolaio tedesco.

La seconda sezione analizza, anche attraverso questi incontri, l’evoluzione della rappresentazione grafica del paesaggio all’interno dell’entourage tizianesco. Dal precoce disegno del 1510 circa Paesaggio con mulino, Giulio Campagnola sperimenta con la penna nuovi linguaggi espressivi, alternando inclinazione e spessore linee e segni per elementi diversi. Presto Tiziano entra in contatto e comincia a collaborare sia con Giulio che, a partire dalla metà del secondo decennio, con il figlio adottivo Domenico. Spesso gli esercizi grafici di Domenico sono stati scambiati per opere di Tiziano come nel caso del Paesaggio con San Giovannino datato 1525 circa.

Info:
Pieve di Cadore, Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore

Fonte:
Ufficio Stampa Villaggio Globale International – lacchin@villaggio-globale.it

MAGNANO IN RIVIERA (Ud). Nel castello Di Prampero, tra le opere ed i pennelli di Afro Basaldella.

Nel salone principale del millenario castello Di Prampero, a Magnano in Riviera, tele, colori e i lunghi pennelli con i quali uno dei più grandi pittori friulani di tutti i tempi, Afro Basaldella, amava dipingere in piedi, o accovacciato.

Il suo atelier è il cuore di una mostra allestita in quello stesso luogo appartato – con sguardo sul paesaggio collinare – dove la sua arte ha fiorito per tre lustri, ogni estate. Fu l’ultimo residente fisso nel maniero della sua prima mecenate, la contessa Vittoria.

Le opere provengono da collezioni private e dall’archivio Afro, su tre livelli. In cima, arazzi, grafica e mosaico.
Fu un artista poliedrico, così come i fratelli Mirko e Dino, alla ricerca di una nuova sintesi tra pittura, memoria e identità.

Massimo Borgobello (presidente Fondazione Syncretika arte e cultura ETS): “Ha fatto parecchie opere figurative, all’inizio sono molto coloristiche. Casa Cavazzini è forse il suo capolavoro in questo periodo. Ha un periodo neocubista che documentiamo al piano terra per poi passare definitivamente all’informale e coloristico in cui smaterializza definitivamente le forme dei paesaggi e della materia ed andiamo al colore puro”.
Afro lasciò la struttura pochi mesi prima della sua morte, e del terremoto che la distrusse.

L’esposizione, con il supporto della Regione e in co-progettazione con la fondazione udinese Syncretika, è stata organizzata dal Comune. Dice Luciana Idelfonso, vicesindaco ed assessora alla cultura di Magnano in Riviera: “Abbiamo pensato di dare onore sia ad Afro Basaldella sia alla rinascita del castello e del paese che è seguita al sisma del ’76. Abbiamo unito queste idee e dopo un lungo anno di lavoro siamo riusciti a inaugurare questa mostra che ci sta dando grandi soddisfazioni”.

Mostra aperta su prenotazione fino al 13 settembre: giovedì e venerdì dalle 15 alle 19, nei fine settimana dalle 11 alle 19.

Autore: Lillo Montalto Monella

Fonte:
www.rainews.it 5 luglio 2026