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ROVIGO. Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi.

Palazzo Roverella presenta una grande mostra che mette in dialogo, per la prima volta in maniera organica, un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea: Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 – Parigi 1917) ed Edgar Degas (Parigi 1834 – 1917). L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, ricostruisce il rapporto intenso – talvolta spigoloso, sempre fecondo – che unìsce i due artisti nel corso di una lunga amicizia parigina. Il percorso espositivo illumina affinità, rimandi e sorprendenti convergenze tra due maestri capaci di ridefinire lo sguardo moderno ed è reso unico da prestiti nazionali e internazionali di straordinaria qualità, provenienti da importanti musei e collezioni.
L’esposizione è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale.

La storiografia dell’epoca descrive Zandomeneghi e Degas come due personalità dal carattere non facile, ma accomunate da una profonda stima reciproca. Degas fu per Zandò un maestro ed un mentore e il pittore italiano definiva il collega “l’artista il più nobile e il più indipendente dell’epoca nostra”, mentre Degas lo chiamava, con leggero sarcasmo affettuoso, “le vénetien”, alludendo all’orgoglio con cui il collega difendeva la propria identità italiana all’interno dell’ambiente impressionista.
La mostra indaga in modo puntuale gli scambi, le influenze e gli arricchimenti che, in questo confronto costante, alimentarono l’opera di entrambi.
Il racconto prende avvio a Firenze, città in cui i due artisti – seppur in momenti diversi – maturarono parte della loro formazione. Degas vi giunse nel 1858 e trovò nel Caffè Michelangelo un luogo di dialogo creativo con i giovani pittori toscani. Qui approfondì lo studio della pittura rinascimentale e affinò il proprio linguaggio grazie al contatto con gli artisti legati alla poetica della “macchia”, come Vincenzo Cabianca.
Il soggiorno fiorentino portò Degas verso una pittura attenta alla vita contemporanea, e fu in questo contesto che prese forma il suo capolavoro giovanile, La famiglia Bellelli: proviene dal museo Ordrupgaard di Copenaghen il prezioso quadro preparatorio, per la prima volta esposto in Italia, evento davvero straordinario anche per la delicatezza della tecnica a pastello che ne ha fin qui sempre scoraggiato il prestito. Accanto alle opere di Degas, come i ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito eccellente del Musée d’Orsay, trovano spazio confronti inediti con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori, e Dalla soffitta di Giovanni Boldini.

La seconda sezione mette al centro gli anni italiani di Zandomeneghi, profondamente legato a figure come Giuseppe Abbati – di cui viene esposto il restaurato Monaco al coro (Museo e Real Bosco di Capodimonte) – e lo stesso Cabianca, rappresentato con studi di ciociare strettamente connessi al dipinto dei poveri che mangiano la zuppa sulla scalinata di una chiesa romana. È questo infatti il periodo in cui Zandò realizza l’opera che Manet ammirò a Brera: una testimonianza dell’energia creativa che precede la sua definitiva svolta parigina.
La mostra segue poi la conversione di Zandomeneghi all’impressionismo, avvenuta dopo il trasferimento a Parigi. Opere come A letto (Gallerie degli Uffizi – Palazzo Pitti) e Le Moulin de la Galette (courtesy Fondazione Enrico Piceni) mostrano un artista che assimila suggerimenti della modernità visiva di Degas – la spontaneità dell’attimo, l’impianto tagliente dell’inquadratura, la gestualità sospesa – ma li rielabora secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana. Centrale, in questa fase, il confronto con dipinti come Dans un café di Degas (Musée d’Orsay), celebre rappresentazione della bevitrice d’assenzio.
Entrato nel vivace ambiente del Caffè Nouvelle Athènes, Zandomeneghi si ritrova parte di un gruppo affiatato di artisti e intellettuali: Mary Cassatt, Forain, Rouart, Tillot, Madame Bracquemond, Raffaelli. Nel 1878 lo raggiunge l’amico critico Diego Martelli, che favorisce nuovi scambi con Degas, Duranty e Pissarro. L’anno successivo, Zandò espone alla quarta mostra impressionista, in avenue de l’Opéra, dove Martelli viene ritratto sia da Degas sia dallo stesso Zandomeneghi.
Gli anni Ottanta, illustrati nella quarta sezione, segnano una stagione di piena maturità per l’artista veneziano. Opere come Mère et fille, Il dottore, Le madri, Visita in camerino, Al caffè Nouvelle Athènes testimoniano una partecipazione convinta al percorso impressionista, pur in dialogo costante con una ricerca personale. In mostra queste opere si confrontano con lavori di Degas quali Lezione di danza e con la celebre scultura della Piccola danzatrice di quattordici anni, proveniente dall’Albertinum, Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, prestito eccezionale che sarà accompagnato da un saggio in catalogo (Silvana Editoriale) relativo al recente restauro cui l’opera è stata sottoposta.
Il percorso si chiude con l’anno 1886, ultima collettiva del gruppo impressionista, che segna una svolta: Zandomeneghi, pur rimanendo vicino ai compagni di stagione, evolve verso una sintesi più autonoma. La morbidezza della forma, la compostezza classica e un nuovo equilibrio narrativo caratterizzano dipinti come Sul divano, Il giubbetto rosso, La conversation, La tasse de thé, Bambina dai capelli rossi, Fanciulla in azzurro di spalle e Hommage à Toulouse-Lautrec. È l’esito di un percorso personale e coerente, che offre una lettura limpida e al tempo stesso sorprendente del contributo italiano alla modernità europea.

Questa mostra non solo illumina un rapporto artistico di straordinaria vitalità, ma restituisce la complessità di un’epoca in cui Firenze e Parigi, la tradizione e l’avanguardia, la macchia e l’impressione, dialogavano in un intreccio serrato che continua a parlarci con forza.

Info:
dal 27 febbraio al 28 giugno 2026
www.palazzoroverella.com
Fondazione Cariparo
dott. Roberto Fioretto +39 049 8234834 – roberto.fioretto@fondazionecariparo.it

CHIERI (To). Restaurata la Cappella del Corpus Domini nel Duomo.

A Chieri, presentati gli interventi di restauro effettuati nella Cappella del Corpus Domini, all’interno del Duomo. L’intervento fa parte di un programma di recupero e manutenzione che si era reso necessario per importanti danni causati da infiltrazioni di acqua meteorica dalle coperture. Da una parte l’assenza di un programma manutentivo dell’edificio, dall’altra i danni provocati dalla perdita di efficienza delle coperture, avevano seriamente compromesso gli apparati decorativi e le pitture ad affresco.
Il progetto di restauro si è articolato in due tappe successive: prima un immediato pronto intervento per la messa in sicurezza delle parti a rischio di caduta; poi il recupero di una porzione importante dell’apparato decorativo della Cappella del Corpus Domini, che comprende il primo sottarco e la porzione di volta a botte con i relativi affreschi. Sotto la direzione dei funzionari territoriali della Soprintendenza (Massimiliano Caldera, David Lucidi e Manuela Pratissoli) i restauratori del Consorzio San Luca (che nel 2026 si avvia a celebrare i 20 anni di attività), guidati da Anna Coppola, hanno lavorato per restituire una lettura coerente dell’apparato decorativo originale.

La Chiesa Collegiata di Santa Maria della Scala, cioè il Duomo della città di Chieri, è un interessante esempio di architettura gotica piemontese. L’antica chiesa romanica, poggiante su precedenti luoghi di culto romani, venne completamente ricostruita a partire dal 1405.
Nel 1632 la Compagnia del Corpus Domini ottenne uno spazio attiguo al presbiterio con lo scopo di ampliarlo e farne una cappella unica. Nel 1651, superate alcune difficoltà, il capomastro Francesco Garove poté dare inizio alla costruzione della struttura.
Dopo una sospensione dei lavori dovuta alla scarsità di fondi, fra il 1659 e il 1661 maestranze luganesi, fra cui lo stesso Francesco Garove, Tommaso Carlone, Giovanni Luca Corbellino e Giovanni Marocco, e insieme a loro anche il chierese Francesco Fea, eseguirono la decorazione: in un complesso sistema di cornici a stucco affrescarono scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Pochi anni dopo, negli anni 1668-70, quando dall’altra parte del presbiterio Giovanni Battista Bertone costruì la cappella del Crocifisso arricchendola con una profusione di grandi tele dei migliori artisti del momento, i Confratelli del Corpus Domini temettero che, al confronto, dal punto di vista decorativo la loro cappella risultasse stilisticamente sorpassata. Perciò ingaggiarono artisti in voga come Sebastiano Taricco e Giovanni Antonio Mari, commissionando loro due tele a testa destinate a sostituire gli affreschi dipinti solo dieci anni prima.

L’impegno dei restauratori si è tradotto nel massimo rispetto delle superfici pittoriche. Sono state ricostruite ampie zone di modellato scegliendo di intervenire, laddove possibile, fino alla completa reintegrazione. L’intervento pittorico è stato minimamente invasivo, limitandosi ad una colorazione neutra eseguita ad acquerello, che ha permesso di ricollegare ogni porzione originale ritrovata. L’intervento di restauro ha anche consentito il recupero dell’apparato decorativo policromo che in precedenza non era più visibile.
Con il recupero della superficie originale sono state eliminate le numerose riprese pittoriche incongrue che impedivano una corretta lettura del testo pittorico originale: tuttavia, anche in ottica conservativa degli interventi del passato, si è voluto mantenere un rifacimento di un particolare della scena affrescata «La caduta della manna», eseguita con la tecnica del buon fresco, presumibilmente nell’Ottocento.

Autore: Vittorio Bertello

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 14 gen 2026

CASERTA. La Peschiera Grande riapre nel Parco della Reggia, quale simbolo di bellezza, storia e rinascita.

La Peschiera Grande, un lago stupendo con un isolotto al centro, riapre nel Parco della Reggia di Caserta: un simbolo di bellezza e storia, una meraviglia inestimabile.
Nel giorno dell’Epifania, quando la tradizione affida alla Befana il compito dei doni, con in essi la ritualità implicita dell’accettazione-condivisione, la Reggia di Caserta ha scelto di fare un regalo speciale da restituzione simbolica ai suoi visitatori, di offrire al suo Sito reale un segno concreto di rinascita e riqualificazione: la riapertura di uno dei luoghi più amati e suggestivi del Bosco vecchio, quale gesto dal valore simbolico profondo. Dopo anni, si afferma, segnati da un lungo e complesso contenzioso con l’impresa prima classificata nella procedura di gara, che ha inciso in modo significativo sui tempi e sulle modalità di realizzazione dell’intervento, oggi la Peschiera grande torna accessibile grazie ad una determinazione condivisa e mai interrotta, nonché al contributo risultato fondamentale dell’Avvocatura dello Stato, che ha accompagnato l’Istituto con continuità e competenza, nell’affrontare le criticità giuridiche e amministrative, consentendo di “governare il contenzioso e, al tempo stesso, di non arrestare il percorso dei lavori”.
Accanto a questo presidio istituzionale, decisivi -si aggiunge- sono stati l’impegno e la professionalità della ditta subentrata (in quanto seconda classificata nella procedura di gara), il lavoro della Direzione dei lavori e la volontà dell’Istituto di proseguire con coerenza e responsabilità, anche nei momenti più complessi.
Il progetto di restauro di questo scrigno della memoria, è stato realizzato grazie al finanziamento dei Fondi Speciali di Sviluppo e Coesione, e ha potuto contare -si spiega ancora- sulla costante disponibilità e collaborazione dei servizi centrali del Ministero della Cultura, in particolare del Servizio V del Segretariato Generale, che ha seguito con attenzione l’avanzamento dell’intervento, contribuendo a creare le condizioni amministrative ed operative per il suo completamento. Insomma una sinergia virtuosa tra centro e territorio, capace di trasformare la complessità procedurale in un’occasione di buona amministrazione.
La Peschiera grande, realizzata a partire dal 1762 dall’architetto Francesco Collecini, su disegno di Luigi Vanvitelli, si presenta oggi restituita non solo come specchio d’acqua, ma anche come percorso architettonico e paesaggistico, alla luce di uno studio del progetto vanvitelliano, che ha consentito di ridisegnare l’intero tracciato, secondo l’idea originaria di Vanvitelli, così come tradotta in opera da Collecini, eliminando deformazioni e superfetazioni, oltre a restituire al monumentale complesso la sua geometria, i suoi punti di sosta e la qualità dell’esperienza pensata nel Settecento.
L’area -si evidenzia- versava in uno stato di forte degrado, tanto nella componente architettonica e strutturale, quanto in quella vegetale, ragion per cui l’opera di restauro ha richiesto un’azione complessiva, capace di tenere insieme acqua, architettura e verde, come parti inscindibili di un unico disegno.
Dal recupero dei parapetti e del bauletto in cemento, alla sostituzione della pavimentazione in grès con adeguato cotto; dalla sistemazione dei percorsi di fruizione e accesso allo specchio d’acqua, alla bonifica del sottobosco; dal ripristino del manto erboso (completato dall’impianto d’irrigazione realizzato secondo il progetto PNRR), agli interventi puntuali sull’isolotto centrale, fino all’inserimento di quattro siepi angolari, conducendo intanto ogni fase con attenzione e rispetto dell’identità storica del luogo.
Un intervento complesso, che ha messo in dialogo conoscenze storiche, tecniche di restauro di materiali diversi, capacità operative, manutenzione programmata del verde, impegno amministrativo ed una visione orientata alla futura valorizzazione culturale dell’area. L’inaugurazione ufficiale della Peschiera grande, momento di piena celebrazione pubblica di questo traguardo, è prevista per il 21 marzo 2026, nel segno quindi della primavera.
<<La Peschiera grande – afferma il Direttore della Reggia di Caserta, Tiziana Maffei – è, oggi, molto più di un luogo restituito. È il segno visibile di come si possano attraversare le difficoltà senza perdere la direzione. In questi sette anni molti lavori avviati stanno giungendo a compimento, ed il senso profondo di questo tempo è stato quello di consolidare, dare struttura, lasciare basi solide per il futuro della Reggia e del suo Parco. La Peschiera grande racconta una storia di responsabilità pubblica condivisa: tra l’Istituto, i servizi centrali del Ministero, l’Avvocatura dello Stato, i tecnici e le imprese. Racconta che anche un contenzioso lungo e complesso può essere affrontato con rigore e visione, senza fermare il cantiere della bellezza. Restituire la Peschiera grande alla fruizione pubblica nel giorno dell’Epifania significa riconoscere questo luogo come un dono: al Parco reale, ai visitatori ed a chi crede che la tutela del patrimonio passi anche dalla capacità di tenere insieme competenze, perseveranza e futuro>>.
“Nei primi mesi del 1769, -si racconta- il giovane re Ferdinando comunicò che desiderava fosse pronta, già per l’autunno di quello stesso anno, una nuova opera nel parco della reggia di Caserta… Così, nella torrida estate del 1769, oltre 3000 uomini, e fra essi forzati e schiavi turchi, seminudi, scavarono senza soste, nella zona del bosco vecchio, un ampio bacino per consentire al re d’esercitarsi nella milizia navale, con navicelle, apposta costruite, e dove avrebbe anche potuto pescare, come amava tanto fare… e, man mano, prese forma un gran bacino di figura mista, avendo dritti i due lati lunghi e curvi i due corti. Tutt’intorno ad esso un parapetto, arricchito da otto balconcini, con ringhiere in ferro. E, a renderne comodo l’uso, due ampi sbarcatoi, sui lati lunghi, e due varatoi su quelli tondi”.
L’inaugurazione ufficiale come detto è prevista per il 21 marzo 2026, a simboleggiare la primavera e un nuovo inizio per uno dei luoghi più iconici della Reggia.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

CASERTA. Le Regine in Mostra alla Reggia. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa.

Un evento di forte spessore artistico-culturale e valoriale in senso inclusivo.
Da sabato 20 dicembre 2025 (il “giorno delle Regine”, con il Gran Ballo a Corte…), a lunedì 20 aprile 2026, presso la monumentale Reggia di Caserta, nelle sale della Gran Galleria, è aperta fino a tarda sera al pubblico di visitatori la mostra internazionale: “Regine. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e L’Europa”.
L’esposizione internazionale, che rende visibili oltre 200 opere, provenienti da tutta Europa, accoglie il pubblico, dalle 9.30 alle 23.00, per accompagnarlo alla scoperta delle donne che furono assi portanti di alleanze e continuità dinastiche; mentre il percorso tematico mette in luce la complessità del ruolo delle Regine, evidenziandone il delicato equilibrio tra doveri pubblici e vita privata.
La mostra, un’iniziativa importante e qualificata, registra il prestigioso apporto, tra gli altri, di Château de Versailles (Francia), Palacio Real di Madrid (Spagna), Galería de las Colecciones Reales (Spagna), Schloss Schönbrunn (Austria), Staatliche Kunstsammlungen Dresden (Germania), Palazzo Reale di Napoli, Archivio di Stato di Napoli, Archivio di Stato di Caserta, Museo di Capodimonte, Reggia di Venaria, Musei Reali di Torino, nonchè di prestatori privati.
Il progetto è finanziato dalla Regione Campania, tramite l’Accordo per la Coesione. Sponsor dell’evento La Reggia Designer Outlet, con il supporto di Consorzio UnicoCampania.
La serata di sabato appena scorso, note di musica classica e successivamente danzatori in abiti d’epoca, hanno ridato vita alla tradizione dei festeggiamenti ottocenteschi, con cavalieri e dame a fare il loro ingresso con la marcia Athalia di Mendelssohn, cui sono seguiti, tra gli altri, il valzer di Edward Strauss, il valzer spagnolo, la contraddanza (danza popolare inglese del XVII sec.) Cinderella di Beethoven, e la quadriglia Carmen di Georges Bizet. In pieno spirito natalizio, non è potuto mancare il “valzer dei fiori” dallo Schiaccianoci di Tchaikovsky. Per concludere il Galop dal Guglielmo Tell.

<<Le regine di cui raccontiamo le storie furono spesso considerate soltanto strumenti di alleanze politiche, pedine di un gioco dinastico che sembrava negare loro la possibilità di scegliere il proprio destino — ha affermato Tiziana Maffei, direttore della Reggia di Caserta e curatrice — eppure, entro quei margini imposti dal potere, molte seppero costruire percorsi di influenza e creare spazi di cultura.
La mostra invita a rileggere queste figure non solo come protagoniste, ma come artefici — talvolta consapevoli, talvolta silenziose — di una rete di scambi e di dialoghi che hanno contribuito a dare forma ad una comune identità europea. Attraverso le loro vite ed i segni materiali che ne restano — lettere, opere, oggetti, documenti — si riconosce la forza discreta di una diplomazia culturale femminile, capace di superare i confini dei regni e di intrecciare la storia con un filo invisibile ma tenace. In un tempo in cui l’Europa è chiamata a ritrovare il senso delle proprie radici comuni, le regine tornano a parlarci di visione, di intelligenza e di cultura come strumenti di relazioni tra i popoli>>.
“La mostra — ha aggiunto Valeria Di Fratta, storico dell’arte del Museo e altra curatrice dell’esposizione — intende mostrare la complessità del ruolo delle Regine, evidenziando il delicato equilibrio tra doveri pubblici e vita privata, tra il 18esimo e il 20esimo secolo. Le protagoniste di questo racconto appartengono a quattro dinastie che hanno attraversato la storia del Regno di Napoli fino ed oltre l’Unità italiana: a partire da Elisabetta Farnese, che progettò un regno per suo figlio Carlo di Borbone, passando per Maria Amalia di Sassonia, la prima regina borbonica del Regno di Napoli. La narrazione prosegue con la ferrea Maria Carolina d’Austria, attraversa il Decennio Francese con Giulia Clary e Carolina Bonaparte, la Restaurazione con i brevi regni di Maria Isabella di Spagna, Maria Cristina di Savoia, Maria Teresa d’Asburgo Teschen e Maria Sofia di Baviera, ultima regina di Napoli; e si conclude in piena Unità italiana con le regine della Casa di Savoia: Margherita, prima regina consorte d’Italia, Elena di Montenegro e Maria José del Belgio, testimoni del passaggio dalla monarchia alla Repubblica Italiana”.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

GENOVA. VAN DYCK L’EUROPEO. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra.

Palazzo Ducale di Genova organizza dal 20 marzo al 19 luglio 2026, nelle sale dell’Appartamento del Doge, “Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra”, la più grande mostra del nostro secolo, dopo le mostre internazionali degli anni Novanta, dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.
Un “genio”, appunto, perché è stato in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. Van Dyck fu un artista che riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.

L’eccezionalità della mostra – che si propone come una retrospettiva aperta a uno sguardo internazionale – si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (58 in dieci sezioni tematiche), prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Tyssen di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, la Galleria Sabauda di Torino, oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: saranno presentate opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera del pittore, nelle Fiandre, sua patria, e a Londra, dove venne chiamato a lavorare per il re Carlo I d’Inghilterra. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.

La mostra vuole essere, così, un viaggio alla scoperta del Van Dyck di “tre patrie” e di “tre stagioni” distinte, che condurrà il visitatore non in un percorso strettamente cronologico, ma con proposte tematiche che più chiaramente testimoniano come la sua arte sia stata in grado di adattarsi e di maturare. Ma soprattutto di conquistare il gusto e il favore di tutti, allora come oggi.
In mostra ci saranno tele di grandi dimensioni e il visitatore verrà naturalmente immerso in vere e proprie scene teatrali, piene di colori, di personaggi, di suggestioni.
Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento, che sarà più coinvolgente di quanto si possa pensare, per la pura bellezza della sua pittura e per la capacità, comunque e sempre, di sedurre il suo pubblico.
Nella sezione dedicata al sacro saranno presentate opere celebri, come il grande Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid o l’intenso San Sebastiano dalla Scottish National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, con l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.
Tra gli highlights, il primo autoritratto che si conosca del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e ad apertura di mostra farà comprendere immediatamente la genialità dell’artista.
Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, i tre bambini Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foudation e Le quattro età dell’uomo conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

Le collezioni civiche genovesi avranno un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori Genova, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.

Il catalogo è edito da Allemandi e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.

Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.

Info:
VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge, dal 20 marzo al 19 luglio 2026
Prezzi: 15 euro: intero; 13 euro: ridotto; 14 euro: over 65; 9 euro: under 25
Orari: Lunedì: 14- 19; Martedì/Domenica: 10-19; Venerdì: apertura fino alle 20
Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it – tel. +39 010 8171626 – 335 5699135

Immagine:
Anton van Dyck, Portrait of Alessandro, Vincenzo and Francesco Maria Giustiniani Longo (?), NG 6502,